Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

Scriviamo un libro insieme? - 1° INCIPIT: "Vita Mia"

Monia Di Biagio - Ven Feb 25, 2005 3:40 pm
Oggetto: 1° INCIPIT: "Vita Mia"
N.B. Faccio notare che l'incipit che leggerete non è stato voluto, nè tantomeno programmato, è bensì nato nella mia mente di getto per cui non terrorizzatevi se come inizio è un pò macabro, ma nella mia mente in questo momento era veramente l'unica idea, ovvero quella che capeggiava sulle altre molto meno intriganti per dar vita spero ad un "buon libro"!

Il titolo che ho invece voluto assegnare a questo primo (spero di una lunga serie!) "libro a + mani" è: "Vita Mia" :wink:

INCIPIT:

Una giornata uggiosa di Novembre, fece da cornice alla cerimonia funebre che tristemente era appena terminata.

Luca solo, ormai terribilmente solo, chiuso nel suo paltò, con i pugni fermamente chiusi nelle tasche, si stringeva nelle sue stesse spalle, quasi a cercar conforto da quel gelo che non era più solo intorno a lui, ma dentro di lui!

Una pioggia leggera ed insistente continuava a martoriare le sue stanche membra, ma lui sembrava non accorgersi più di nulla, perchè il nulla era ora suo compagno di strada. Mentre come un automa si riavviava sul percorso di sempre: quello dei bambini festosi che escono da scuola, quello delle casalinghe che con carrelli strabordanti di mercanzia escono dal supermercato, quello del vigile che continua a fischiare a chi imbocca quella via sulla quale ora c'è un divieto di transito, quello del parco deserto e desolato con gli alberi spogli, quello che lo avrebbe condotto nella sua casa ormai vuota, troppo vuota....Proprio come vacua era quella stessa strada dove il viavai di gente attorno a lui era inverosimilmente scomparso.

Sempre la stessa strada, da anni, eppure ora così diversa, che lui, senza saperlo ancora, sperava nel più profondo del suo cuore, che lo conducesse ad una vita nuova, peggiore, o forse migliore solo se in questa esistenza, che ancora si doveva delineare, fosse stato possibile anche dimenticare.....Sì, l'oblio, lo stesso nulla più completo, e penoso, che in un solo istante aveva spazzato via tutti i suoi pensieri solo due parole ancora vivide nella sua mente, quelle stesse che fortemente aveva voluto fossero incise sulla gelida lapide marmorea della sua amatissima moglie: "Vita Mia".

***********

:idea: Come proseguireste?

:arrow: N.B.: Per ogni nuovo paragrafo si prega di scrivere il numero ed un titolo, ad es. il prossimo sarà : "Paragrafo II: (titolo)"

Monia Di Biagio - Gio Apr 21, 2005 9:48 pm
Oggetto:
MAX-Paragrafo 2: Flash back 1 (Jennifer).

Jenny, così la chiamava lui.
Era nata in Irlanda 36 anni prima di quel tragico incidente e si conobbero per caso alle poste, dove lui doveva spedire una raccomandata e lei ritirare un vaglia.
L'addetto allo sportello aveva combinato il solito casino con la carta nella stampante, Luca era impaziente e stava imprecando sottovoce, Jennifer ascoltava della musica nelle cuffie e sembrava non rendersi conto di nulla.
Luca si accorse di lei perchè batteva a tempo il piede e cominciava ad infastidirlo, quando si girò per capire chi fosse, restò di stucco.
Jennifer era ad occhi chiusi e stava mimando la canzone con le labbra.
Quando aprì gli occhi, arrossì.
Luca le sorrise.

MATT-Paragrafo 3: Coincidenze.

Cosa sperava di ottenere con quel sorriso?
Gli bastò un attimo per sentirsi squallido e farsi pena. Il tempo di veder comparire, su quel volto impaziente, l’espressione disgustata da primo impatto che, ora, mentre calpestava l’asfalto bagnato, ricordava malinconicamente.
Le coincidenze fanno sorridere e creano esistenze e ora sorrideva, perché lui l’amore vero l’aveva conosciuto, perché i ricordi erano ancora troppo vivi per afferrare il significato di un’assenza da quell’istante eterna.
Ricordò quanto l’attesa davanti allo sportello delle poste si fosse fatta sperata.
Il tempo, che fino ad un battito prima avrebbe voluto accelerare senza limiti, si era trasformato in un dolce scorrere, lento e gustoso, perché lui voleva così.
Sulla pelle riaffiorò l’impossibile desiderio di bloccare il corso di mani, parole, gesti, per restare lì, intrappolato in quell’immagine eterea, sbarazzina, collocata dov’era lui e altre persone, solo comparse del suo film appena all’inizio.

MAX-Paragrafo 4: Preludio.

Alle Poste la vita sembra seguire sempre lo stesso copione, scritto da qualcuno con del sottile umorismo.
La solita stampante inceppata, la solita aria carica di imprecazioni sommesse.
Normale amministrazione.
Normale anche il "tap tap tap" di un piede che batte il tempo, normale il fastidio quando sei già nervoso di tuo.
Luca si girò e la vide.
Era ad occhi chiusi e stava canticchiando a bassa voce una canzone e proprio in quel momento le uscì il ritornello: "Shock the monkey!".
Quando li riaprì, si rese conto di essere al centro dell'attenzione e che Luca la fissava curioso.

MATT-Paragrafo 5: Scambio di sguardi...

“Perché mi fissi?”
Lei aveva spento il lettore cd e in un batter d’occhio, con tre parole ad alta voce ed un tono indagatore, aveva attirato gli sguardi di tutti: vecchietti armati di bastoni di cui, a loro dire, non avevano alcun bisogno, giovani coppie sommerse di vocine e bacini e ciccini e amorucci e tesorini e manine incastrate, donne con carrozzine urlanti e uomini rivestiti di completi giacca-pantalone-cravatta, esasperati dalla fila interminabile per una stupida commissione e dal lavoro a cui dovevano tornare. Milioni di occhi puntati su una fotografia che rubava la scena alla battaglia epocale tra l’uomo sudato e la stampante, ormai senza più storia.
“Non lo so!”
Luca non riusciva a connettere parole, appiccicare suoni credibili. Quegl’occhi più scuri del nero più nero scavavano nel profondo e arrivavano al cospetto dell’anima; sentiva il fiato scappare via senza possibilità di trattenerne almeno un po’. Continuava a guardarla nel suo silenzio mischiato a quello degli spettatori e a qualche voce distante che parlava di latte e pane da comprare.
“Di quanto tempo hai bisogno per capirlo?”
Non c’era più pena sul suo viso.
Le labbra socchiuse e composte per ammaliare, il fascino della mano che sfiorava i capelli scuri e lisci, lunghi fino a mezza schiena, la lucentezza dello sguardo che si era fatto provocatorio e divertente.
“Prego!”
Una voce stridula, davanti a lui. L’uomo aveva vinto, era o non era l’addetto allo sportello?! La stampante stampava, e l’aria del paradiso aveva salutato tutti senza che nessuno se ne fosse accorto.
Tempo scaduto.

MAX-Paragrafo 6: Elisa.

"Un caffè" pensava Luca mentre sbrigava la raccomandata.
- Buona giornata! - augurò l'addetto, cercando di sembrare cortese e scusarsi dell'intoppo.
Lasciò il posto alla donna, cercò il suo sguardo ma lei era immersa nel caos della borsetta a cercare il codice per incassare il vaglia.
"L'aspetterò fuori e glielo chiederò..."
Attese qualche minuto fuori e lei uscì.
Era lei a cercarlo e sempre lei gli chiese allegra: - Allora? Perchè mi fissavi?
"Elimina il caffè!" pensò, poi rispose: - Perchè mi piace la canzone che cantavi...
- Ah sì? e qual era?
- Sh... shock the money!
- Quasi, ritenta!
- Ok, non ricordo le parole, ma il motivo era quello.
Lei stava per continuare, ma da una macchina arrivò una voce: - ELISA! SONO QUI!
Era una donna, forse sua madre.
- Ciao! - gli disse al volo, riparandosi dalla pioggia con la borsetta; poi sparì nell'auto dopo avergli mandato un bellissimo sorriso.

MONIA-Paragrafo 7: Beffardo Destino!

Corsi e ricorsi storici. Stessa strada, stesso ufficio, stesso sportello, stessa raccomandata, stessa stampante inceppata, stesso addetto, ma una donna completamente diversa: sbarazzina, giovanissima, spregiudicata nei modi....diversa da Jenny, ecco cosa contava: "diversa dalla mia Jenny, troppo diversa!" continuava a ripetersi Luca tra sè e sè, ancora inceppato come la stampante di poco prima, immobile e perso nei suoi pensieri su quel marciapiedi, proprio davanti porta dell'ufficio postale: "Un altro pianeta....Come posso pensare a questa donna...come l'hanno chiamata? ah sì: Elisa. No Luca calmati vai piano. Il destino ha voluto tirarti un tiro mancino, tu hai incassato niente più, torna a casa e fatti quel caffè, solo e solo riflettici bene!"

MONIA-Paragrafo 8: L'ultimo caffè.

Solo, seduto su quel divano, perso nel labirinto della sua mente come non mai, a luce spenta e con il sole ormai tramontato da un pò, Luca sorseggiava, quasi a volersi punire di cotanto rincorrersi di quelli che lui adesso reputava abominevoli pensieri, quell'amaro caffè e intanto pigiava fortemente la mano sul posto vuoto accanto a lui: "il posto di Jenny! E di nessun altra!" Gridò a voce alta, improvvisamente senza neanche rendersene conto, tanto che la luce nel salotto predisposta per accendersi con un battito di mani a quel suono nato dal silenzio più assoluto si accese e Luca scaraventò contro il muro quella tazzina ebbra di quello schifoso caffè e definitivamente pensò, anzi disse ancora a voce alta a sè stesso e non solo: "Perdonami Jenny! Debbo assolutamente andarmene da qui sto diventando pazzo. Perdonami: ti prego."

MAX-Paragrafo 9: Flashback 2 (Jennifer)

Jennyfer preparava in silenzio il caffè per Luca, mentre lui domiva come un bambino nel lettone nuovo in quella camera sempre incasinata.
Quel giorno lei sarebbe partita per sistemare alcune faccende familiari che da troppo andavano avanti.
Era triste.
Non voleva partire.
No, non da sola.

MONIA-Paragrafo 10: Al Pub.

"Basta non ne posso più di questi ricordi!" Urlava ora Luca rabbioso con le mani strette entrambi sulla nuca, quasi a volersi far scoppiare quella stupida testa e guardando se stesso dritto nello specchio "Basta devo andarmene di qui, o dalla porta o dalla finestra...Perdonami Jenny sono troppo codardo per farlo, vorrei seguirti...Anche stavolta te ne sei andata da sola, da sola, da sola...Basta!"

Luca chiuse la porta di quell'ormai gelido appartamento sbattendola dietro a sè. Corse come un forsennato giù per le scale, poi per strada e si infilò, quasi non cosciente di quello che stava facendo nel primo Pub che incontrò sulla sua via.

Era digiuno, completamente digiuno da tutto il giorno. "Un Martini Special" Chiese di soppiatto al barman. Se lo scolò d'un colpo "Fammene un altro...doppio!"

Il ragazzo del bar lo guardò in maniera strana poi pensò tra sè "ma si pover'uomo!", difatti bastava guardare Luca in faccia per carpire tutto il suo raccapriciante dolore. E gli porse il secondo bicchiere, il secondo di una lunga serie. Finchè lo stesso Barman gli si avvicinò e piano all'ennesima richiesta di Luca, gli sussurrò "Basta così per stasera signore!"

Luca arrabbiato di quell'anche troppo materno consiglio, stonato in quel luogo di perdizione, o meglio il luogo che lui stesso aveva scelto per perdersi, gettò sul tavolo un 50 € "il resto mancia!" e si alzò di scatto per andarsene.

Ma si scontrò fortemente con qualcuno. Una donna. "Mi scusi...." Disse lui a testa bassa mentre proseguiva per la sua strada, quella verso la porta al mondo purtroppo reale!

Ma quella stessa donna proprio mentre stava finendo la frase alterata "Che mod..." afferrò quell'uomo ubriaco per un braccio, lo trattenne e gli chiese: "Ma tu non sei quello di oggi alla posta?"

Era Elisa, la solita: sgraziata e risoluta. E lui Luca, un Luca completamente diverso brillo e ebbro fin dentro le ossa.

Ma al destino non gli importa come sei, lui i suoi piani non li cambia. Diede così, come dono momentaneo un barlume di lucidità a Luca che a quella diretta domanda riuscì solo a replicare: "Elisa! Elisa ti prego aiutami..."

E finì per abbracciarla, in realtà voleva solo appoggiarsi a lei per un sostegno quasi fisico. Lei ai suoi amici di serata fece segno con la testa e con una smorfia delle labbra che era tutto apposto e condusse Luca, pesantemente poggiato sulle sue esili spalle inizialmente sulla prima sedia disponibile del Pub, poi non vedendo segno di ripresa lo condusse all'aperto, fuori, all'aria, su d'una panchina. E lì....

MATT-Paragrafo 11: Giusta oscurità.

“Ma come ti sei ridotto?!”
Poche stelle punzecchiavano la notte dell’epilogo, quella che prima o poi tutti incontrano e che in molti accolgono, nell’abbandono di una resa senza scampo.
Gonna di pelle nera pericolosamente al di sopra del ginocchio, calze a rete esageratamente a rete, chiodo stretto, rozzo custode di biancheria che Elisa, sotto, aveva o non aveva. Aggressiva per colpire, per non permettere all’aria di restarsene immutata dopo il suo passaggio, per stampare impronte di viola scuro su guance e bocche scelte, per affogare occhi estranei nel buio dei suoi, mangiati dall’ombretto nero petrolio. Un angelo scuro a fianco ad un essere finito.
“Aiutami Elisa! Aiutami a morire!”
“Ma che cazzo dici?! Che ti è successo?!”
“E’ tutta colpa mia!”
Si accoccolò sulle sue gambe sintetiche, stringendola in un abbraccio infantile, alla ricerca di una protezione abbastanza forte da blindarlo dal mondo, che lo bramava da dietro quella panchina nascosta.
Scena patetica se guardata da pochi metri, da mille chilometri, da un punto che non fosse il suo cuore.
Il fallimento, l’istintivo bisogno di reagire collegato ad un’incredibile voglia di spegnere l’interruttore e smettere, dire: beh, ho perso. Capita a tutti di prima o poi no?! E’ stato un piacere. Arrivo Vita Mia!
Nessuno l’avrebbe rimpianto.
“Perché proprio Jennyfer?!”
Piagnucolava lacrime ubriache, ma lucidamente disperate.
“Cos’ aveva fatto di male?! Dimmelo! Perché Jennyfer?!”
Il suo marrone nel nero di Elisa, in attesa di una risposta mai esistita ad una domanda troppo vecchia e ripetuta.
“Chi è Jennyfer?”
“Jenny è morta. Tutti lo dicevano oggi. L’ hanno chiusa dentro quella bara gli stronzi!”
Sbavava dolore.
“Perché è morta?!”
Ma che cazzo ci faccio io qua con questo tipo pietoso, col doppio dei miei anni, ubriaco fracico?!
“Senti, dove abiti?”
“Là!”
Indicava col dito teso un punto indefinito. Una retta immaginaria collegava l’ indice alla finestra della sua camera. Non dev’essere troppo lontano, pensò Elisa, forse al condominio che avevano terminato in estate. Orribile da fuori. Con quei mattoncini rossi stuccati di bianco le ricordava gli spogliatoi della piscina comunale, e poi quelle finestre verdi pisello che sbattevano agli occhi appena entrati in strada; la perfezione raggiunta nell’obbrobrio per eccellenza.
“Ti faccio pena vero?!”
“No, non mi fai pena, è che devo andare!”
E dove?
Lontano da lì, voleva liberarsi di quel peso ammuffito e derelitto. Tornare dai suoi amici, al pub.
“Sì ti faccio pena invece! Ok non preoccuparti, vattene!”
Mentre pronunciava quelle parole si risollevò combattendo per una posizione almeno dignitosa.
Elisa non potè più godere del calore della sua testa che le accarezzava le gambe e si diffondeva come un mare caldo, fino a raggiungere pelle dietro pelle, protetta, sensibile, stimolante.
“Come ti chiami?!”
“Luca”
“Luca sei sicuro che posso andare?! Ce la fai?!”
“Sì che ce la faccio! Guarda!”
Si alzò con uno scatto. Elisa vide quei due tronchetti flaccidi crollare sotto il peso del suo corpo pieno di alcol. Luca provò ad appoggiarsi alla panchina, ma mancò l’appiglio che si moltiplicava in vortici di ferro battuto ipnotici. Cadde a terra, ricominciò a piangere. Elisa lo guardava in piedi, lui afferrò una pietra poco distante graffiando la terra secca che provava a trattenerla.
“Dove cazzo sei maledetto?! Dove cazzo sei?!”
Urlava indemoniato.
Il buio della notte non concesse all’animo di Luca il sollievo che cercava. In quel sasso neanche la pietà di rendere onore all’illogica necessità di colpire qualcosa, qualcuno, uccidere, lasciar sfogare la rabbia implacabile che masticava, vorace, il suo cuore pulsante.
Di nuovo a terra, compatto come prima, lontano o vicino, in un cespuglio o sotto un albero mischiato ad altri alberi, che importava?!
Essere inanimato felice di non possedere il dono della vita, se vivere significava guardare il mondo con gli occhi disfatti di quell’uomo che l’aveva lanciato. Grigio nella neve nera che un dio, quasi mai imparziale, spargeva tutt’intorno, con la precisa frequenza delle ore, come farina su un presepe sonnolento.
La notte calava per tutti.
Nessun favoritismo, una giustizia triste, almeno una.
“Andiamo, ti accompagno a casa!”
Miki - Ven Apr 22, 2005 11:37 am
Oggetto:
Paragrafo 12: Il Segreto di Elisa

Casa...
Luca alzó di nuovo lo sguardo, smarrito.
Sembrava lontana anni luce la sua casa.
Non c'era piú una casa senza Jenny, solo quattro mura, solo freddo e paura.
Soltanto l'idea di varcare quella porta, di trovarsi nel silenzio, solo con l'eco dei suoi pensieri e della sua disperazione, gli dava l'angoscia.
Non voleva tornarci. Non voleva tornare alla vita.
Scosse la testa, stringendola fra i pugni chiusi.
- Non voglio tornare a casa - disse - Lasciami qua.
Elisa sbuffó.
- Se é quello che vuoi...
Fece per alzarsi, ma non riuscí ad abbandonarlo.
Era pena quella sentiva per lui?
Lanció un'occhiata all'orologio che aveva al polso, indecisa sul da farsi.
Perché doveva prendersela cosí per un perfetto estraneo, poi!
Per qualche minuto rimase in piedi a guardarlo.
Luca aveva nascosto il viso tra le mani, immobile nella sua posizione.
Stava piangendo?
Elisa si sedette di nuovo accanto a lui.
- Non mi vuoi dire che ti é successo? - gli chiese.
Lui sollevó su di lei due occhi arrossati di pianto e la fissó senza parlare.
- Non posso piú vivere - disse infine - Non voglio piú vivere.
La ragazza sembró sussultare.
- Sei ubriaco - disse.
Il volto di Luca si contorse in un'espressione rabbiosa.
- Saró anche ubriaco - scattó - ma so quel che dico! La vita non ha senso! É tutta una merda fatta di ingiustizie!
Elisa non parló e lui riprese.
- Ho seppellito mia moglie oggi - riuscí finalmente a dire. La disperazione tornó a prenderlo per la gola e a scuoterlo in ogni fibra del suo corpo. "Ho seppellito mia moglie"... non era vero! Non era giusto! - Morta - continuó - Falciata da un deliquente al volante. É bastato quello: un attimo di distrazione ed é tutto finito. Una donna bella dentro e fuori, piena di calore, di musica, di vita...Gliel'hanno tolta cosí la vita. E l'hanno tolta anche a me - di nuovo abbassó il capo - Perché lei? Perché la mia Jenny?Ora le lacrime scendevano lungo il suo volto senza che lui si disturbasse a fermarle.
Elisa gli posó una mano sulla spalla.
- Mi dispiace - mormoró - Non c'é nessuno che possiamo chiamare? - si offrí - Un parente? Un amico?
Lui scosse la testa.
- Non voglio nessuno - singhiozzó - Voglio morire anch'io.
- Smettila di dire cosí - lo rimproveró lei dolcemente, carezzandolo - Sono certa che a Jenny non piacerebbe sentirtelo dire...
Lui la scostó.
- Che ne sai tu? - gridó - Che ne sai di quello che Jenny vorrebbe? Che ne sai di com'era lei?
Elisa rimase in silenzio. Si rendeva conto che erano l'alcol ingerito unito a quell'incommensurabile dolore a renderlo cosí feroce.
Lasció che lui sfogasse la sua rabbia.
- Lo sai cosa vuol dire avere davanti tutta una vita da vivere e vedere soltanto un abisso? - continuó lui.
Lei abbassó gli occhi.
- So che... - si interruppe.
- Sai che cosa?! - riprese lui brusco - Cosa vuoi saperne tu a... quanti anni? Diciotto? Venti?
- Ventitré.
- Ventitre anni, gonna di pelle e amici al pub. Questa é la vita per te!
Il volto della ragazza si adombró.
- Ora sei tu che parli senza sapere - si risentí.
Luca inspiró profondamente.
- Torna dai tuoi amici - le disse, cercando di suonare piú calmo - Torna alla vita. Io sono un uomo finito.
- Non é vero!
La reazione di lei lo fece sobbalzare.
- Non sei tu quello che é morto! - esclamó Elisa - Sei qui a contemplare la morte, ad augurarti che arrivi presto e non sai nemmeno che cosa vuol dire averla vicino!
Lui aprí la bocca, ma lei non lo lasció parlare.
- Credi che io non sappia? - continuó - Invece lo so! Lo so cosa vuol dire vivere all'ombra della morte, svegliarsi ogni giorno sentendotela dentro e volerla scacciare, cercare di abbracciare una vita che ti sfugge...
Si lasció cadere sullo schienale della panchina, con gli occhi chiusi, le membra immobili. Per un attimo, guardadola, a Luca balenó nella mente l'immagine di Jenny morta, pallida nel letto d'ospedale e poi adagiata nella bara. Batté le palpebre e ritrovó Elisa accanto a sé, il petto di lei che si sollevava e si abbassava piano al suo respiro. Era viva. Jenny era morta ed Elisa era viva.
- Di cosa stai parlando, Elisa? - domandó confuso.
Lei si risollevó a sedere, fissando la terra umida davanti a loro.
- Sono sieropositiva - mormoró soltanto.
Lá! Glielo aveva detto.
Ad un perfetto sconosciuto.
Perché?
Si voltó a guardarlo e riconobbe la sorpresa e lo smarrimento negli occhi di lui.
- Non fare quella faccia! - gli disse; giá si pentiva di avergliene parlato - Te l'ho detto soltanto perché mi fai rabbia. Tu vieni a parlare a me di vita e di morte! Tu che hai una vita davanti, vieni a dirmi che non la vuoi! - fece una risatina sarcastica - Ironico, no?
Si interruppe per frugare nella borsetta ed estrarne un pacchetto di sigarette e un accendino.
- Hai ragione: é tutto una merda! - disse poi, aspirando dalla sigaretta quando l'ebbe accesa.
Luca restó in silenzio.
Qualcosa dentro di lui aveva interrotto il flusso di angoscia che lo aveva perseguitato nelle ultime ore, come se qualcuno lo avesse preso per il bavero e lo avesse scosso, distolto da se stesso per fargli aprire di nuovo gli occhi sul mondo che lo circondava, un mondo fatto di drammi che non erano il suo.
Fissó la ragazza.
Gli era parsa disinvolta e cinica poco prima. Ora gli appariva fragile e giovane... troppo giovane...
- Mi dispiace... - balbettó; non era quello che avrebbe voluto dirle.
- Giá - rise lei amara - Dispiace anche a me. É proprio come dici tu, Luca: un attimo di distrazione, un bicchiere di troppo, uno sconosciuto di passaggio sul sedile posteriore di una macchina e cambia tutto.
Gettó la cicca ancora mezza intera per terra e la schiacció con veemenza sotto il tacco a spillo. - Ingiustizia? - commentó - C'é chi direbbe che me lo merito. Una poco di buono come me! "Dorme con tutti, prima o poi le doveva capitare!".
Si interruppe e lo fissó con gli occhi appena socchiusi.
- Vuoi morire, Luca? - gli chiese.
C'era una luce strana negli occhi della ragazza, adesso, che lo inquietó.
- Scopami - sussurró lei - Scopami e muori.
Un silenzio gelato gli scese nel cuore.
Lei rise.
- Lo vedi? - disse - Sei qua ad invocare la morte e io te la sto offrendo. Non la vuoi adesso? Hai paura?
Aveva paura, sí. Paura di lei, delle sue parole. Il desiderio di Jenny e della sua innocenza lo assalirono piú prepotentemente che mai.
- E tu? - riprese Elisa - Tu me la puoi offrire una vita? - la voce della ragazza era triste ora - No che non puoi - sospiró infine - Allora non venire a parlarmi di desideri di morte.
La ragazza si alzó.
- Io chiamo un taxi e torno a casa - disse; parlava di nuovo in tono distaccato ora, come se la conversazione di poco prima non avesse mai avuto luogo - Sei il benvenuto a dividerlo con me.
Monia Di Biagio - Ven Apr 22, 2005 2:59 pm
Oggetto:
Paragrafo 13°: Risveglio.

Luca ed Elisa salirono sullo stesso taxi. Ma la fermata fu la stessa. Pochi metri più giù a casa di Luca. Tanto che il taxista se ne andò sgommando e brontolando senza voler nemmeno essere pagato!
Questa situazione: vedere quella faccia imbronciata dell'autista, e quella sua voce roca, che nel tono più alto che potesse raggiungere, gli dava dei "matti inferociti!", li fece scoppiare a ridere.

"Fermati!" aveva difatti poco prima gridato Luca all'autista "Si fermi qui!" riprese con cautela nel confermare la sua richiesta. Ed il Taxi inchiodando si fermò. Poi rivolgendosi ad Elisa "Vieni con me. Non lasciarmi solo qui dentro..." Elisa lo guardò qualche istante per decidere, ma non lo lasciò solo, scese con lui. E fu qui, in questo esatto momento, che l'incredulo autista cominciò a sbraitare. Si era fermato per loro, per fare 100 forse 200 metri, mentre i clienti dopo, con la mano alzata sulla stessa strada di questi "scemi clienti!" forse lo avrebbero fatto arrivare fino alla luna..."Pazzi siete due pazzi chi vi ci manda in giro di notte? Matti inferociti!" Gridò dal finestrino, sgommò e se ne andò di tutta lena.

Ed ora erano lì dinnanzi al portone di casa, Elisa e Luca, impietriti, ammutoliti dalle ingiurie scoppiarono a ridere a crepapelle, e veramente come due matti: e per l'autista infuriato di poco prima e perchè ora Luca non riusciva ad infilare la chiave giusta nela toppa del portone per aprirlo.

"Certo che sei proprio un proptotipo!" Esclamò Elisa e proseguì ironica "Ce la farranno i nostri eroi?"

Finalmente erano nell'atrio condominiale. E prima di mettere piede sul primo gradino Elisa chiese a Luca: "Non so se mi capirai, ma la domanda è seria. Cerca di fare attenzione...." Luca ancora rideva sonoramente, ed ora tutto da solo, accompagnato soltanto dala sua stessa eco, provocata dal vasto androne del palazzo. "Ascoltami bene" riprese lei, e Luca d'un tratto diventò serio, serissimo nonostante gli effetti ancora vivi nella sua testa della sua recente sbornia "Quando saremo sù..." proseguì diretta Elisa, guardandolo dritta negli occhi fin giù dentro la sua Anima, l'unica forse ancora inalterata dagli effetti dell'alcool "preferisci che ti rimbocchi le coperte e che me ne vada o che resti con te?" Quello che Luca lì per lì seppe rispondere fu "non lo so".

Anche se il mattino seguente alle prime luci dell'alba si risvegliarono completamente nudi, coperti solo da un morbido pyle e fortemente abbracciati sul divano in salotto.

Cos'era successo poche ore prima, durante le ultimissime ore della notte? Forse nulla, forse tutto...Elisa di certo lo sapeva. Ma Luca cosa avrebbe saputo raccontare di quell'affettuoso risveglio? Ancora una volta: forse nulla, forse tutto....
Anonymous - Sab Apr 23, 2005 1:36 am
Oggetto:
Paragrafo 14: Battito reale.

Elisa se ne stava con gli occhi persi nel soffitto, mentre accarezzava la testa di Luca sul suo petto.
Lui non era del tutto cosciente, ma aveva sufficiente lucidità da poter capire che quello che stava ascoltando era un cuore.
Aveva paura di vivere il solito sogno, sempre quello: lui e Jennifer accoccolati dopo aver fatto l'amore, a scambiarsi parole dolci e a chiedere pietà dopo le torture del solletico.
Poi apriva gli occhi e puff! Di nuovo solo.
- Ci sei davvero? - chiese ad Elisa, per togliersi quell'angoscia.
- No, stai ancora sognando. - Rispose lei, con un sorrisino dispettoso.
Luca sorrise e trovò il coraggio di aprire gli occhi.
Era lì e non era svanita.
Esisteva davvero quindi!
Miki - Sab Apr 23, 2005 10:42 am
Oggetto:
Paragrafo 15: Grazie

Luca fissó su di lei uno sguardo stanco, dove il sonno si mescolava a stupore e confusione.
- Jenny... - mormoró ancora mezzo addormentato, ben sapendo che Jenny non era con lui. Non era l'odore noto con cui si era svegliato tante volte quello che ora lo riportava alla realtá.
Elisa si alzó.
Luca l'aveva stretta a sé, invocando quel nome la notte prima, perso in una specie di delirio febbricitante fatto di alcol, dolore e lacrime.
E lei lo aveva abbracciato lasciando che quel dolore si sfogasse contro il suo petto, senza parlare.
Lui era sveglio ora e i suoi occhi seguivano i movimenti della ragazza che si rivestiva.
I ricordi della notte prima - l'angoscia, il pub, la conversazione sulla panchina, la corsa in taxi - gli scrosciarono come una piena nel cervello e si sentí invaso da un vago senso di panico e di nausea.
Cos'era successo?
- Elisa...
Lei si voltó verso di lui e gli sorrise intanto che si infilava il top scollato e aderente.
Luca si portó la mano alla fronte.
- Che é successo?
- Non te lo ricordi? - domandó lei.
Lui scosse la testa.
Elisa si sedette ai suoi piedi.
- Hai paura di aver fatto qualcosa di cui pentirti? - disse.
Lui non parló.
Era paura quella che provava? O era vergogna?
Era solo la nausea della sbornia o il rimorso di aver in qualche modo sporcato la memoria di Jenny, la purezza del loro amore?
Cazzo! L'aveva sepolta la mattina e quella stessa notte aveva dormito con un'altra!
Che aveva fatto?
Elisa stava aspettando una risposta.
- Dovrei avere paura? - le chiese lui.
Elisa gli rivolse uno dei suoi sguardi tra il cinico e il beffardo.
- Vuoi sapere se abbiamo fatto del "sesso sicuro"? - gli disse senza giri di parole.
Lui deglutí annuendo e lei scoppió a ridere.
- Non fare quella faccia! - esclamó - Se lo vuoi sapere ieri notte non é successo niente. Avevi troppo alcol in corpo.
Lui non pareva convinto.
- Che ci fai qui, allora? - obiettó - Che ci facciamo?
Se l'era chiesto anche lei la notte prima.
Perché era rimasta?
Perché lo aveva stretto e asciugato le sue lacrime?
Non si conoscevano.
Erano solo due anime perse nella notte e nelle loro solitudini che per caso si erano incontrate.
Gli si avvicinó e posó la mano sul suo volto.
- Mi hai chiesto tu di restare - gli disse dolcemente - Volevi Jenny... - fece una pausa per lasciare che lui dicesse qualcosa, ma lui restó in silenzio - Volevi un abbraccio e io ti ho abbracciato. Volevi baci e calore e te li ho dati - di nuovo si interruppe e abbassó gli occhi - Li volevo anch'io.
La mano forte di lui si posó su quella di lei, stringendola.
- Grazie - le disse.
- Di cosa?
- Non lo so...di esserti preoccupata per me, credo...
- Figurati.
Uno strano disagio aleggiava tra loro, come tra due adolescenti che scoprono improvvisamente sensazioni nuove e sconosciute.
Elisa si alzó e si infiló le scarpe.
- Devo scappare a casa a cambiarmi - disse, riportando i pensieri sulla banalitá quotidiana per disperdere quella sensazione di imbarazzo che l'aveva colta. Non era da lei - E poi correre al lavoro - aggiunse.
Luca annuí.
- Certo certo - disse.
Rivestita e ancora scarmigliata Elisa stava in piedi davanti a lui.
- Beh...allora ciao - disse.
Senza il trucco pesante della sera prima e con i capelli fermati alla buona da un elastico, rivelava la sua giovane etá. Pareva quasi ingenua ora.
Luca le rivolse uno sguardo di tenerezza e si alzó a sua volta.
- Ti accompagno alla porta - diesse infilandosi la vestaglia.
L'avrebbe rivista, si sorprese a chiedersi mentre apriva la porta per lasciarla uscire dall'appartamento, forse dalla sua vita.
Monia Di Biagio - Dom Apr 24, 2005 4:25 pm
Oggetto:
Paragrafo 16: Nuova Vita.

Chiusa la porta alle sue spalle, Luca vi sia appoggiò con tutto il suo stanco peso, sbuffando, ma per cosa? Gli venne naturale, senza un perchè, e fu in quell'esatto momento che ancora la sua mente, forse la sua coscienza, formulò la medesima domanda, ora forse più completa, più sincera, più spicciola: "Sarò contento di rivedere Elisa?" Di certo c'era un qualcosa in lei che gli piaceva moltissimo, questo non lo poteva negare, neanche a forza si fosse imposto di farlo, ma ancora non sapeva darsi una risposta a quella domanda, troppo coinvolgente per il suo recente stato d'animo.

Non a quella specifica domanda, ma una risposta a tutta la sua infelice situazione la trovò! Ed ancora una volta "per caso": scritta su un ritaglio di carta preso da un giornale e messo lì sotto il telefono, dove nel riattraversare il corridoio gli caddero gli occhi, perchè la segreteria stava lampeggiando. Ascoltò il messaggio vocale, era un suo amico che si domandava come stesse e se nel caso se la sentiva di andare a cena da loro. Ascoltò quel messaggio svogliatamente, mise invece molta più attenzione su quel pezzo di articolo che all'unisono dell'indefferente ascolto, prese tra le mani.

Ma chi lo aveva lasciato e quando? Forse Elisa? No non poteva essere. O forse Jennifer? Lei era solita lasciargli bigliettini curiosi e romantici, scritti di suo pugno o presi su qualche rivista un pò ovunque, ed aspettando che Luca proprio come in una caccia al tesoro senza indizi se li trovasse da solo. Ma come aveva fatto a non notarlo prima? Eppure era proprio lì, sul tavolo del disimpegno dove nelle ultime ore era passato almeno un migliaio di volte...Ma non lo aveva visto, ora però quel messaggio era tra le sue mani, spaventato del messaggio che potesse celare, perchè se veramente di Jennifer il dolore che avrebbe provato post lettura sarebbe stato immenso. Ma si fece coraggio e prese a leggere con cautela: "LA GIOIA"

"Bisogna cercare di prendere tutto quanto con ottimismo e ricordare che la vita è sempre degna di essere vissuta anche quando è noia, fatica, delusione.

La notte non è mai così nera come prima dell'alba ma poi l'alba sorge sempre a cancellare il buio della notte.
Così ogni nostra angoscia, per quanto profonda prima o poi trova motivo di attenuarsi e placarsi, purché lo vogliamo.
Sappiamo che c'è la luce perché c'è il buio, che c'è la gioia perché c'è il dolore, che c'è la pace perché c'è la guerra e dobbiamo sapere che la vita vive di questi contrasti.

Alzatevi ogni mattino sereni e ringraziate Dio di essere ancora al mondo guardando il cielo con occhi luminosi e ricordatevi che nella vita ci sono giorni pieni di vento e pieni di rabbia, ci sono giorni pieni di pioggia e pieni di dolore, ci sono giorni pieni di lacrime...
ma poi ci sono giorni pieni d'amore che vi danno il coraggio di andare avanti per tutti gli altri giorni.

Non arrabbiatevi per cose di poco conto e cercate di conservare la calma anche nei momenti di tensione.
Andate incontro agli altri offrendo la vostra amicizia e pensate che tutti possono essere amici anche quelli che vi sembrano scostanti e che, forse non aspettano da voi che una parola buona per fare il primo passo.
Solo così esisterete veramente e non sciuperete nessun istante della vita.
Respirate profondamente e con grande gratitudine perché l'aria che respirate è la fonte della vita più del cibo e dell'acqua.

Cercate di non desiderare troppo, amate ciò che avete, senza inseguire falsi sogni che vi allontanano dalla realtà lasciandovi scontenti e insoddisfatti: perché non sempre ciò che vi manca è ciò di cui avete bisogno.
Non siate invidiosi degli altri perché non potete sapere se chi invidiate non nasconda qualcosa che voi non vorreste per nulla al mondo in caso di cambio.
Non indugiate troppo sugli errori e tenete presente che tutto può servire a rendervi migliore.
Cercate di essere sempre voi stessi a costo di qualche rinuncia.
Solo così potete trovare la vostra strada bianca in mezzo ai campi di grano. (Romano Battaglia)"

Ed un'aggiunta a penna proprio sull'ultima riga bianca diceva "Buon lavoro, Amore! Ti Amo. Jenny"

Era proprio di Jenny. Strinse quel foglietto ancora a lungo tra le mani. Ora completamente accasciato e sconfortato sulla sedia dell'ingresso. Piangeva tutto il dolore che aveva nel petto. E solo in quel momento si accorse del prezioso messaggio contenuto su quel ritaglio. Solo allora capì perchè soltanto adesso lo aveva trovato. In un momento diverso quelle sarebbero state per lui solo amorevoli parole, un augurio per affrontare nel giusto modo la vita di tutti i giorni. Ma ora, proprio ora quelle sagge parole dicevano al suo cuore e alla sua Anima molto di più. In primis di non piangere più. Subito si asciugò gli occhi tumidi e tumefatti dall'alcol e dal dolore. Poi capì quello che Jennifer da sempre avrebbe voluto per lui: perchè lei stessa era proprio così!

"Jenny non avrebbe voluto vedermi così. Ti ringrazio Amore mio ma come faccio? Come farò ad ascoltarti anche questa volta? Io non ce la faccio, non posso, non ora. Non c'è più nessun entusiasmo in me, nessuno...La vita per me è finita, tu eri la mia vita, tu...." Ed ancora rapito nuovamente dallo sconforto, mentre ancora quelle sue parole risuonavano forti e tristi nella stanza, piegò il capo se lo strinse tra le mani e pianse, pianse ancora, fino a non avere più lacrime da versare dagli occhi. Ed ancora con il nudo braccio se li asciugò.

Poi alzò lo sguardo appannato mentre fece anche lui per alzarsi dalla sedia, e fu lì che lo sguardo alto gli cadde su un Diploma recentemente incorniciato da Jennifer. Si trattava della Menzione ricevuta ad un Concorso Letterario. Uno dei tanti a cui Jennifer aveva partecipato e vinto. Titolo di quel Premio era "Vita Nuova". Ancora una risposta amorosa dall'Aldilà. Luca carezzò quel quadro, mentre affannoso dentro di sè cresceva lo sforzo di riuscire ad accettare e mettere in pratica quelle parole. "E' questo che vuoi? E' questo che devo fare?"

Fu questa un'ulteriore questione che Luca pose alla sua Amata, proprio come se lei fosse lì per rispondere e chiarire ogni suo dubbio, e nuovamente si guardò intorno, come se la risposta ora gli potesse giungere da un oggetto, un angolo, una parete lì intorno a lui.

Ma quella risposta, per quanto dettagliata fosse stata la sua perizia visiva, stavolta non gli giunse da alcun luogo. Ed allora Luca capì che stavolta doveva essere lui stesso a decidere, a rispondersi, perchè solo così avrebbe dimostrato alla sua Jenny di aver capito e percepito i suoi messaggi. Fu così che le disse deciso: "Ebbene Amore mio lo farò. Per me, per noi. Se è questo che desideri per me. Io non lo desidero, ancora. Ma ci proverò, mi impegnerò. Una Vita Nuova, sì, da oggi. Da oggi stesso..."

E su queste parole tornò verso la sala, per aprire le persiane, e vide quella coperta ancora arrotolata sul divano. Si ricordò della recente compagnia di quella notte. Elisa pensò. Ma ora veramente lei era l'ultimo dei suoi pensieri. Ricordando lei non focalizzava nulla oltre nella sua mente, nè un desiderato incontro, nè la voglia di averla lì. Anzi preferiva stare solo. Così decise che non sarebbe stato lui a voler rincontrare quella donna, quell'amabile donna certo, ma che per lui ora non rappresentava poi molto.

Così quasi automaticamente decise tra sè e sè che ancora una volta avrebbe lasciato fare al Destino. Di certo in questo modo si sentiva meno peso addosso, nel dover scegliere o decidere qualcosa che non sapeva scegliere o decidere da sè. Nessuna responsabilità nel desiderare quella donna, capitata così per caso nella sua vita. Lui non l'avrebbe cercata, e se altro incontro avrebbe dovuto esserci, sarebbe stata la vita, il tempo, il destino a deciderlo.

Si sentì rinfrancato di questa decisione, che non lo coinvolgeva poi molto in un'azione che in questo momento non voleva e non si sentiva di prendere. Talmente rinfrancato, alleggerito, che decise di farsi una bella doccia e di uscire, per una boccata d'aria fresca, aria pungente novembrina che lo avrebbe rimesso al mondo, ma anche ad un abbraccio del tiepido sole, che oggi sembrava promettere, che sarebbe brillato alto nel cielo.

Ma dopo quella doccia Luca fece molto di più, ora tutto riversato sul traguardo di realizzare il volere, il desiderio di Jennifer, non si accontentava più di una semplice passeggiata per le vie della sua città, che per quanto assolata, lui non sapeva neanche più riconoscere come sua e come amata, e che di certo non lo avrebbe condotto verso la "Nuova Vita" ora agognata.

Così la sua mente, mentre si asciugava e si rivestiva, formulò un'altra repentina decisione, tipico ragionare di chi in preda alla più totale depressione si ritrovi improvvisamente ed involontariamente a provare sprazzi di ottimismo, magari dettati da particolari di vita giunti per caso.

Pensò che aveva ancora qualche giorno di tempo fuori dal lavoro, doveva approfittarne, buttò qualcosa nella sua sacca da golf, afferrò poi sbrigativamente il suo giubbotto, guanti, casco e le chiavi della sua moto nell'armadio nell'ingresso e partì. Per dove non lo sapeva ancora neanche lui.

Forse desiderava il mare, quello diverso, invernale con le alghe raccolte a mucchi sulla spiaggia incolta e le ondi potenti che si infrangono sulla battigia. Ma non ne era convinto. E quale luogo marittimo del litorale italiano sarebbe stata la sua meta? Altro scarica barile: sarebbe stata la sua moto a dirlo perchè lui sarebbe andato avanti fin dove questa lo avrebbe portato.
Anonymous - Dom Apr 24, 2005 10:06 pm
Oggetto:
Paragrafo 17: La belva

La sua moto era nata per sbranare curve, impegnandosi in piege mozzafiato.
Fu lei a decidere e convinse Luca: "si va in montagna ragazzo!"
Belva, così la chiamava lui, con la "e" stretta, sennò s'offende.
Chiuse il garage, indossò il casco con tutte le protezioni e partì.
Passò di fronte al bar dove a quell'ora, di solito, tutti i biker si radunavano per mettersi d'accordo sul tragitto.
Li salutò al volo, rifiutando il caffè, scusandosi con tutti dopo aver detto che si sarebbe sfogato da solo: doveva riflettere.
Lo conoscevano bene, se Luca partiva da solo era proprio il caso di lasciarlo in pace; nessuno si offese.
Abbassò la visiera, il che voleva dire solo una cosa: cervello scollegato.
Scelse le curve del valico, le più impegnative, le più violente e pericolose.
Ogni domenica qualcuno si sdraiava, vuoi per inesperienza, vuoi per eccesso di sicurezza, ma lui era bravo, sufficientemente pazzo da riuscire ad arricciare le gomme ma prudente quanto basta da evitare di spezzarsi il collo.
Il motore seguiva il ritmo imposto dal cuore che pompava adrenalina ad ogni staccata, succeduta dalla goduria dell'impennata ad ogni uscita di curva.
Nei brevi rettilinei aveva il tempo di riflettere (era uscito per quello no?).
Elisa... Jennifer...
Jennifer, l'amore della sua vita.
Elisa, una vita per l'amore.
Il gergo dei motociclisti che s'incrociano è molto sintetico.
Con brevi gesti o un lampeggio si riesce a capire un intero messaggio.
E' proprio mentre stava per trovare la soluzione ai suoi dubbi che uno di quei gesti lo portò sulla strada: "incidente!"
Via la manetta, scalate le marce fino alla seconda... piano.
Un ambulanza era ferma sul lato della strada, una pattuglia della polizia alternava il traffico per permettere le operazioni di soccorso.
Un idiota è andato lungo nel punto più facile di quella strada, dritto, come un pirla che al volante si distrae per rispondere al telefonino.
La sua moto era incastrata sotto il guard-rail e lui era ancora a terra, in attesa che i soccorritori gli levassero con cura le protezioni per infilargli la speciale barella anti trauma, quella che, in caso di lesione spinale, evita ulteriori danni durante il trasporto all'ospedale.
Luca si fermò più avanti... conosceva quella moto: era di Max.
Si tolse il casco e lo lasciò cadere mentre lui era già in corsa verso l'ambulanza.
Un poliziotto lo fermò, gli disse che non poteva andare oltre.
Luca tentò di ribellarsi spiegando che era un suo caro amico, ma l'agente lo tranquillizzò, gli disse che, nonostante le apparenze, non era nulla di grave, tranne qualche costola rotta ed un sospetto trauma cranico.
Era cosciente, questo gli bastò.
Si lasciò convincere, si calmò e si mise di lato.
Estrasse il pacchetto di sigarette, ne accese una e sorrise.
Max stava bene... a lui va sempre tutto bene, è fortunato!
Si sedette sul guard-rail a fissare la sigaretta.
Jennifer... Elisa...
Attese che l'ambulanza partisse e la seguì, perchè anche Max usciva spesso da solo, quindi non c'era nessuno con lui.
All'ospedale arrivarono di fretta i suoi parenti, li rassicurò.
Decise di andarsene, l'ospedale lo metteva sempre in ansia; sarebbe tornato l'indomani, quando le acque si sarebbero calmate.
Tornò al garage, attaccò la pompa dell'acqua e ripulì per bene la sua belva: - Brava! - le disse, col suo sorriso da biker.
L'asciugò col panno di daino, unse la catena e la coprì per bene con il telo.
Per un motociclista, è in quell'esatto momento che il cervello si riattiva.
Aveva finalmente le idee chiare.
Quella giornata, nonostante la "quasi tragedia", gli aveva fatto bene.
Uscì dal garage, chiuse la serranda e guardò la prima stella in cielo.
- Yes! - esclamò, con un nuovo sorriso.
L'indomani si recò dall'amico.
Approfittò della distrazione di un infermiere per entrare di soppiatto senza attendere l'orario dei visitatori.
Non era difficile immaginare in quale stanza fosse ricoverato, è quasi sempre la stessa.
Max era sveglio, appoggiato di schiena contro il poggiatesta del letto, gli avevano appena messo il busto per le costole e dalla faccia non sembrava molto contento.
Aveva qualche escoriazione sparsa qua e là, ma tutto sommato sembrava ok: - Wé Max!
- Wé Luca! Che sorpresa!
- Come stai?
- Io bene, ma mi sa che la moto è messa male, vero?
- Non so, non l'ho vista, so solo che il carroattrezzi te l'ha portata in garage.
- Ho saputo che eri lì anche tu, bello spettacolo eh? - sorrise ironico.
- Già.. quando ho riconosciuto la moto m'è preso un colpo, per fortuna poi ho visto che stavi... bene. - lo disse indicandolo.
- Grazie per avermi accompagnato e per aver parlato ai miei, non ci sei mai ma quando ci sei, ci sei davvero.
- Figurati, faresti lo stesso anche tu, lo so.
- Dai, prendi la sedia, non stare impiedi.
- ok.
- Allora, che mi racconti?
- Bah, che vuoi che ti dica... sempre la solita...
- eh eh eh, ti conosco fratello, dimmi tutto! - gli strizzò l'occhio - una donna vero? - aggiunse.
- Max, un giorno mi spiegherai come riesci a farlo.
- ...a fare cosa?! - chiese spiazzato.
- Questo! A sapere tutto da uno sguardo.
- Io non ho fatto nulla, sei tu che te ne vai in giro con su scritto "Alé alé alé, forse ho una donna!!"
- Scemo!
- ...e + scemo! - ribatté Max, con chiaro riferimento al film.
- Ok ok... ho conosciuto una.
- Ti piace?
- Non lo so. Ha un sacco di problemi e forse è troppo giovane...
- Ma?
Luca si perse un attimo nei pensieri, poi tornò: - ma niente, tutto qui... sì, forse mi piace.
- Eh no bello, o ti piace o non ti piace... se mi avessi detto che è simpatica, allora avrei intuito che non è bella o che non fa per te, ma tu hai detto che forse ti piace e, conoscendoti, è un chiaro segno.
- uff.... per fortuna hai preso una botta in testa eh?
- eheheh non mi ci far pensare, mi fa un male cane!
In quel momento entrò l'infermiere distratto ad annunciare la visita del primario.
- 'ccidenti Max, devo andare.
- Fammi un favore Luca...
- Dimmi.
- Quando torni, mi porti un pacchetto di sigarette?
- Alla faccia dell'ospedale eh?
Sorrisero.
- Dai, sennò impazzisco qui dentro.
- Va bene, te le porterò.
Si diedero la mano come solo loro sanno fare e mentre Luca stava per lasciarla ed uscire, Max gliela tenne ancora stretta: - Se ti piace, non fartela scappare!
Luca lo guardò e gli rimandò un lieve cenno con la testa: di approvazione e rispetto.
Poi sparì.
Miki - Mar Apr 26, 2005 11:50 am
Oggetto:
Paragrafo 18: Memorie

Luca si allontanó in fretta, ansioso di arrivare all'uscita dell'ospedale.
L'odore dei corridoi gli dava il capogiro.
O forse era la confusione che aveva in testa a stordirlo.
Cercó di trattenere il respiro per non inalare l'odore di disinfettante e di sofferenza che aleggiava nell'aria, sperando forse cosí di difendersi dall'aggressione di pensieri e ricordi che ora affioravano alla mente.
Si fermó e si appoggió alla parete.
Aveva respirato quello stesso odore soltanto pochi giorni prima, mentre vegliava su Jenny e su quel sonno da cui mai piú si sarebbe svegliata...
Il tempo diventó improvvisamente elastico, un'altalena che ora si avvicinava ora si allonatanva. Pochi giorni parevano pochi minuti un momento e secoli quello successivo.
Eccola: era lí, accanto a lui. Poteva allungare la mano e toccarla, carezzare quel viso tanto amato, pallido, tumefatto, sfigurato dall'incidente. Nelle orecchie gli ronzava il sibilo del monitor: biiiiiiiip... personale medico al suo fianco, confusione, voci... "Jenny! Jenny! Non mi lasciare!".
L'aveva pensato? L'aveva gridato?
Non era certo. Sapeva solo che il respiro lo aveva abbandonato quando lei aveva smesso di respirare, all'unisono ancora una volta, come le notti in cui si erano stretti l'uno all'altra ad ascoltare i battiti dei loro cuori.
L'unisono si era interrotto.
Lui aveva ritrovato il fiato, lei no.
Sembrava accaduto un attimo fa.
Luca riprese a camminare e l'altalena del tempo tornó a deformare la memoria. Jenny si allontanava.
Ripensó alla conversazione con Max.
Tutte le prese per il culo ogni volta che uno di loro si era preso una sbandata! Avevano scherzato cosí tante volte in passato... prima di Jenny.
E ora ricominciavano allo stesso modo, come se lei non ci fosse mai stata.
Si poteva davvero seppelire tutto cosí, dimenticare e continuare come prima? C'era davvero una vita per lui ora?
Luca era arrivato all'uscita e si fermó ad osservare la strada: auto che andavano e venivano, autobus che caricavano e scaricavano gente frettolosa sulla via del lavoro o di commissioni urgenti.
Alle sue spalle si consumavano drammi e si compivano miracoli, ma fuori di lí la vita continuava come al solito. Niente importava.
Il cuore gli era diventato pesante.
Doveva tornare a casa? A far che?
Si sarebbe volentieri annientato.
"Non sei tu quello che é morto!"
La voce di Elisa echeggió improvvisa nella sua mente, spuntata da chi sa quale angolo della memoria. Era stata vera?
A volte quasi ne dubitava, anche mentre ne parlava con Max.
Pareva piú un'invenzione della sua mente affannata.
Tu che hai una vita davanti, vieni a dirmi che non la vuoi...Tu me la puoi offrire una vita?.
Poteva?
Poteva offrirla a se stesso?
Volevi un abbraccio e io ti ho abbracciato. Volevi baci e calore e te li ho dati.
Lei aveva provato ad offrirgliela, una vita, e forse anche a riprendersela: "Li volevo anch'io".
No, non se l'era immaginata e per un momento il vuoto si era riempito, il calore era tornato dentro di lui, in un abbraccio casuale.
Elisa...
Intanto che si allontanava dall'ospedale, la memoria di Jenny sembró per un momento sfumare. Il desiderio che aveva di lei si confuse con quello per Elisa.
Voleva rivederla, parlarle ancora una volta.
Ma l'aveva lasciata andare e ora come l'avrebbe ritrovata?
Ripercorse la notte del loro incontro in rewind e i suoi pensieri si fermarono al pub.
Non era un granché come indirizzo, ma era l'unico che aveva, l'unica possibilitá di incontrarla di nuovo. Perché ora lo sapeva: voleva rivederla.
matto81 - Mar Apr 26, 2005 1:11 pm
Oggetto:
PARAGRAFO19: Nel centro
Luca odiava la solitudine. Quella che torna quando finisce tutto ciò che, fino a quel momento, ha saputo celarla.
Le giornate che scorrono e sembra quasi che servano a qualcosa, solo perché fanno emergere speranze prima abbandonate; le giornate che non scorrono mai.
Riflettere non significava star solo.
Rientrare in casa e non udire che silenzio, lasciare andare le chiavi sulla mensola e dover ascoltare il tintinnare, dei loro infinitesimi rimbalzi fracassargli il cervello. Avere un disperato bisogno di urlare e condividere e non sapere quale numero comporre, perché quella cazzo di rubrica conteneva solo cifre schifose, miele che appiccica ideali a sufficienti chiamate di lavoro; miele inutile.
Sentiva ancora il vento rombare insieme al motore, la strada mangiata dalla velocità e dalle gomme, mentre il cielo si faceva azzurro e girava attorno al suo universo costruito su attimi, istanti legati a fili sottilissimi, aria e parabrezza.
La vita e la morte così vicine.
Elisa e Jennyfer.
Luca e Max.
Perché Max stava bene e Jennyfer era morta?!
Quattro ruote difendono, due no.
Stabilità, protezione, cinture di sicurezza che cliccano in rassicuranti fessure rosse, airbag pronti a esplodere e scazzottare volti salvi, freno a mano, sedili provvisti si poggiatesta imbottiti, calde lamiere, un tetto in alto a coprire le stelle.
Peccato che quella maledetta cintura non aveva prodotto alcun click, che nessun airbag aveva abitato quella macchina troppo vecchia per possederne uno.
Jennyfer era morta, stritolata dal caloroso abbraccio di una prigione di ferraglia che si muoveva e perforava la sua carne, abbandonata ad un destino che aveva preferito Elisa a lei.
Elisa sul palco delle predilette, illuminata dall’occhio di bue come una star malata e mortale.
Per quanto ancora?
La poltrona sempre la stessa, la tv sempre accesa, i suoi sentimenti che temevano di palesare vita.
Luca pensava alla sua di vita. Ad un futuro e ad un “sempre!” che aveva pronunciato troppo spesso e di cui ora si pentiva.
No che non era colpa sua.
L’amore non può essere per sempre se arriva la distruzione a sorprendere e a mescolare tutte le carte. Fa crollare qualunque meraviglioso castello, col suo raggio ghiacciato che punta dritto al centro di ogni cosa e incenerisce chiunque si trovi accidentalmente sul suo cammino. Non esiste strada che non sappia ritrovare, anima che non possa tormentare o che sia in grado di fuggirla.
E dopo la morte?
Avrebbe dovuto continuare ad amarla?
Costringere i suoi pensieri nell’eternità di una fotografia traslucida attaccata su una lapide?
Cos’era il rispetto? Cos’era la dignità?
In quell’istante Luca ricordò l’attesa di una notizia, il massacrante logorare della lancetta dell’orologio da parete che ripeteva, instancabile, la sua missione eterna. L’attesa, quando tutto, dentro di lui, sembrava bramare giri e circoli e danze e sussulti, invece fuori, il respiro del mondo soffiava così lento e affannoso da non arrivare mai.
Il sole spariva dietro le montagne e Jennyfer non tornava.
Inizialmente nessuna preoccupazione, poca preoccupazione.
La sua prima notte da solo dopo il matrimonio. Il letto e i piedi freddi nonostante le coperte, la sua mano che accendeva la lampada in ferro battuto sul comodino per vedere l’ora.
Il terrore era come bava collosa che rallentava ogni marchingegno.
Era l’ora della distruzione, perfetta, cinica.
Riprese le chiavi ed uscì. Questa volta aveva una meta.
Elisa.
Monia Di Biagio - Mar Apr 26, 2005 3:35 pm
Oggetto:
Paragrafo 20°: una vita da salvare!

Ebbene sì, la meta di Luca era Elisa. Forse era proprio lei la chiave della sua "nuova vita": la meta reale, la nuova vita, il desiderio di Jennifer per lui. E se così fosse stato, lui ora doveva saperlo. Doveva sapere se realmente Elisa avrebbe rappresentato l'inizio di tutto. Altrimenti perchè l'avrebbe incontrata? Un collegamento doveva pur esserci e Luca ora voleva sapere quale fosse.

Unico indizio per rintracciare Elisa: il Pub. Ma era ancora troppo presto, solo le tre del primo pomeriggio, mancavano certamente almeno tre ore all'apertura del Pub, dove certamente lui motivato, fortemente motivato, ora, avrebbe atteso finchè Elisa non avesse nuovamente varcato quella porta. L'avrebbe attesa tutta la notte se ce ne fosse stato bisogno e nel mentre, magari, avrebbe potuto chiedere qualche informazione su di lei, per rintracciarla "anche altrove", se quella stessa sera non si fosse presentata al locale.

Ma era ancora troppo presto. "Ancora qualche ora" si ripeteva Luca.
Nel frattempo doveva far qualcos'altro perchè di certo non poteva restarsene con le mani in mano, questo per lui di certo voleva dire rimuginare ancora nella solitudine che parla solo lei. Ed allora no! Prima di uscire di casa aveva preparato la sua borsa del nuoto, e adesso sarebbe andato in piscina, quella dove andava da anni, questo era pure l'orario migliore per farsi qualche lunga bracciata, prima che la vasca si riempisse di bimbi con le tavolette, che al massimo, talmente sono numerosi ad ogni lezione, gli avrebbero lasciata libera solo una corsia, e comunque sempre quella dove non è proprio possibile sfogare pienamente la forza del corpo leggero sul pelo dell'acqua.

Parcheggiò l'auto al solito posto, quello proprio sotto la scritta "piscina riscaldata". Quel cartello che sempre faceva ridere, per un no nulla, in effetti, lui e Jennifer perchè all'unisono si chiedevano: "Ma perchè le altre come sono?" E scoppiavano a ridere. E tanto era il loro divertimento a ricordarsi a vicenda questa cosa che spesso dicevano, dandosi appuntamento: "A dopo. Alla piscina riscaldata!"

Ma quell'unisono non c'era più e neanche quel dopo. Dio, come aveva bisogno Luca di una bella nuotata! Come aveva bisogno di Elisa!

Entrò alla reception, dove come al solito, incontrò il proprietario ed amico: "Ciao Luca! Bentrovato....Tutto apposto? Come ti senti?"

"Ho solo bisogno della mia vasca, Andrea." Luca non riuscì a dire di più, ad aggiungere altro ancora.

"Vai Luca non temere, fin che vuoi l'intera vasca sarà solo per te, al limite i bimbi della prossima ora li metto di là nella piccola!"

"Grazie Andrè. Sei un'amico, ma non mi tratterrò molto, solo un'oretta, massimo un'oretta e mezza. Poi ho da fare."

"Tranquillo stai pure quanto vuoi, tranquillo."

"Grazie Andrè. Vado a cambiarmi."

Strinse la mano al suo amico e questi come gli altri ora non si offendevano se Luca non si faceva più vedere, se Luca era breve nelle risposte, se Luca non aveva voglia di parlare ed aggiungere di più di quel che diceva loro. Lo capivano, lo appoggiavano, lo avrebbero aiutato in ogni modo. Ma mai lo avrebbero assillato, gli avrebbero fatto sentire quanta pena per lui....Un giorno forse in tempi nuovi, gli avrebbero confidato quanto anche per loro fosse stato complicato quel periodo. Ma non ora.

Luca era nel caldo spogliatoio, libero ed ancora pulito. Indossò costume accapatoio e ciabatte. Tra le mani solo cuffietta e occhialini. Quando sentì squillare il telefonino nella borsa.

Il suo telefonino? Era lì dentro? ma se lui neanche ce lo aveva messo. Il telefonino adesso era l'unica cosa che mai si sarebbe portato appresso! Proprio per non parlare con nessuno, non dover dire le stesse cose e dare le stesse patetiche spiegazioni a tutti.

Eppure era lì e squillava. Lo prese e rispose anche in tono scocciato.

"Chi è'?"

"Signor Luca Tornioli? Agente Foschi, qui il decimo Distretto di Polizia, la chiamavamo per..."

Luca si riprese nel tono e :"Ah, sì mi dica Agente!"

"Signor Tornioli ci sarebbe da firmare un foglio. L'autorizzazione alla rottamazione dell'auto di sua....Della sua defunta Signora....Mi scusi Signor Tornioli, ma fatti i nostri accertamenti non possiamo più tenerla nella rimessa del Distretto, dobbiamo procedere."

"Procedete pure..."

"Veramente Signor Tornioli, mi spiace scomodarla, ma sarebbe necessaria una sua dichiarzione scritta per procedere, basterà una firma, l'auto verrà caricata oggi pomeriggio. Lei oggi sarebbe disponibile?"

Luca ci pensò un pò: o la piscina o quest'ultima firma del dolore. Poi avrebbe proseguito coi suoi piani.

"Vengo subito agente. Tra mezz'ora sono lì!" Si salutarono e Luca riattaccò, poi si rivestì, spiegò all'amico della Piscina della chiamata urgente appena ricevuta, brevemente si scusò con lui promettendo che si sarebbe rifatto vivo per la nuotata mancata ed uscì frettoloso verso la sua auto in sosta.

La vita ancora una volta aveva modificato i suoi piani decidendo per lui.

Nell'atrio del decimo Distretto si presentò e disse per cosa era lì. Venne accompagnato nell'ufficio dove sbrigare quella che per lui non era solo una pratica, ma ancora una volta un tuffo nel dolore. Quel tuffo che si era immaginato completamente diverso proprio per quel pomeriggio.

"Venga Signor Tornioli, si accomodi. Ecco la dichiarazione, la legga per verificare se è tutto esatto, poi la firmi in calce."

"Io sottoscritto, nato a, residente in, autorizzo ecc.ecc." Luca prese velocemente a leggere, poi firmò. Firmò per la distruzione di quella sporca auto che aveva portato via per sempre la sua Jennifer e mai firma fu per lui più dura, più incisiva e più decisa. Consegnò il foglio all'agente, cordialmente salutò e fece per alzarsi quando dalla stanza attigua giunsero alle sue orecchie ed a quelle dell'Agente Foschi delle rabbiose urla di donna, che all'incirca dicevano confusamente così:

"Me ne vado capito! Mi avete rotto! Non potete trattenermi qui. Io non ho fatto nulla. In Italia non si è più manco liberi di andarsene da casa, quando uno vuole. Me ne sono andata e allora? Non chiamerò proprio nessuno! Non aspetterò proprio nessuno qui! Ve lo scordate. Lasciatemi andare!"

Luca e l'Agente si guardarono perplessi e stupiti. L'agente si alzò chiedendo a Luca di attendere un attimo lì. Ma anche Luca dopo poco appena l'agente uscì dalla stanza si alzò e si posizionò a sbirciare sulla soglia semichiusa dell'ufficio. E per fortuna. Proprio in quel mentre affacciato incuriosito sul corridoio vide coi suoi stessi occhi una giovane ribelle rabbiosa, che con tutte le due forze si voleva divincolare dalla stretta dell'agente Foschi ed un altro che fortemente la bloccavano per entrambe le braccia, dicendole: "E' per il suo bene signorina. Cerchi di capire, i suoi la stanno cercando da ieri, a momenti saranno qui!"

"Non li voglio più rivedere lo capite o no?! Me ne voglio andare, lasciatemi, lasciatemi...." E dopo il secondo imperativo, ma più sommesso, scoppiò a piangere, voltandosi indietro perchè si accorse di essere osservata, alle sue spalle, dall'intero Distretto. Ed in quel momento solo Luca la seppe riconoscere. E fu così che all'improvviso, uscendo pure lui dalla stanza ed andando verso di lei gridò: "Elisa che ci fai qui?"

"Lei conosce questa donna Signor Tornioli?"
"Sì, è una mia amica...Lasciatela!"
Non aggiunse altro, Elisa ora, era piangente, tremante tra le sue braccia.
"Elisa cos'hai combinato?" Le chiese preoccupatissimo.

E lei tra le lacrime, all'orecchio, ma a voce alta, con le gote grondanti poggiate sul collo di Luca disse: "Sono scappata di casa. Quegli stronzi non fanno altro che rinfacciarmi che è colpa mia e della mia vita sregolata, se sono malata. Hanno ricominciato dall'altro giorno, da quando ho passato la notte fuori, da te....Non li sopporto più! Me ne sono andata. Ho dormito sotto un ponte stanotte. Ma questi qua hanno fatto una retata alle prostitute ed hanno preso anche me. Ma io dormivo nel mio sacco a pelo!" Ed ora rivolgendosi agli agenti "Non sono una puttana! Lo capite oppure no!"

Ma l'agente intervenne: "Signor Tornioli lasci che le spieghi abbiamo raccolto anche lei dalla strada, è vero, ma giunti qui in distretto ci siamo accorti che già era stata inoltrata dai suoi genitori una denuncia di scomparsa. Solo per questo l'abbiamo trattenuta stanotte. E i genitori sono stati informati e stanno arrivando."

"Hai sentito Elisa..." Riprese Luca, i tuoi genitori si sono preoccupati e ti stanno cercando...E tra poco saranno qui...Per te, solo per te!"

"Certo anche tu dalla loro parte. Loro fanno sempre così, perchè hanno paura di ritrovarmi morta per strada. Si preoccupano certo. Poi dopo è tutto uguale: se non sono ancora morta è colpa mia. Se sono malata è colpa mia. Io non li voglio più rivedere. Mai più! Basta! Vivrò e morirò da sola!"

"Ti prego Elisa non fare così almeno parlaci ancora una volta. Son certo che capiranno. Veramente. Se stanno per arrivare aspettali e parlaci, Perdonali e torna a casa. Ti prego non farmi preoccupare."

"Non ci parlo! Lo hai capito! E a casa non ci torno! Parlaci tu se vuoi!"

"E poi che farai? Dove andrai? Elisa ti prego ragiona..."

"Andrò in giro, dove troverò posto, ma a casa no!"

"Elisa sei proprio una bambina se fai così, in giro all'agghiaccio...Sei pazza? Senti facciamo così....."

Dopo poco, Luca si incontrò con i genitori di Elisa, che lei comunque non volle assolutamente incontrare. Luca gli spiegò. Spiegò loro chi fosse, perchè conosceva Elisa, perchè lei si fidava di lui, il perchè della loro ultima decisione: piuttosto che fuori in giro nei posti più sordidi della città, Luca avrebbe dato un tetto ad Elisa, il suo tetto, finchè lei avesse voluto...

"Finchè non morirà!" Replicò a Luca la mamma di Elisa. "Mia figlia ha L'aids. lo sa questo??? E senza cure non può vivere. Lei crede di essere veramente pronto ad occuparsi di lei?" Ed il suo tono indagatore era così rabbioso che fece sentire Luca un verme per aver acconsentito a quella folle richiesta di convivenza.

"No, non lo sono signora e spero di imparare presto solo così potremo salvare sua figlia. Tanto lei ormai ha deciso a casa non torna. Ed allora cosa possiamo fare? Mi dica lei...."

La mamma di Elisa passò dalla rabbia ad un pianto nevrotico e dirotto, abbracciò Luca, gli chiese scusa mormorando: "Ma con quello che ci ha raccontato, lei con i suoi problemi, come farà ad aiutare anche l'Elisa....Oh caro Luca, potresti essere anche tu mio figlio, e se fossi io tua madre avrei paura per questo che hai appena deciso. Chi te lo fa fare di preoccuparti per lei?"

"Signora..." La spostò dal suo corpo sul quale era ancora saldamente avvinghiata e la guardò dritta negli occhi, poi guardò anche il padre di Elisa, che era rimasto chiuso sino a quel momento nel suo sconvolgente silenzio e disse loro, sicuro: "Io per me stesso, è vero, non ho più nessuna ragione di vita. Ma Elisa ora è la mia ragione, la mia nuova ragione di vita. Vivrò solo per lei per aiutarla, a continuare a vivere, non a morire! Per tirarla fuori da questo incombente guaio che ha appena combinato....Come potrò, con tutte le mie forze. Credetemi, ve lo prometto, io ci sarò per lei. Sempre!"

Così fu. Con l'ulteriore promessa era stata naturalmente che Luca avrebbe tenuto sempre informati i genitori di Elisa, ed ora quest'ultima più calma, usciva insieme a lui dal distretto, tenendo stretta nella sua la mano di Luca.

Salirono in macchina e nel traffico si diressero verso casa, quella casa che seppure già li aveva visti insieme, sarebbe stata una "nuova casa" per entrambi, proprio per la loro diversa presenza tra quelle quattro mura.

Stava iniziando per lei una nuova vita. Stava iniziando anche per Luca.
matto81 - Mar Apr 26, 2005 5:30 pm
Oggetto:
PARAGRAFO 21: Corpi vicini
Ora possedeva tutte le risposte.
Non poteva che essere così.
Aveva deciso di cercarla e senza affanno la sua strada aveva ritrovato quegli occhi invincibili e fragili sullo stesso volto. Gli occhi di una ragazza che spavaldamente, la notte delle lacrime, aveva tentato di vincere la devastazione di un uomo disperato, offrendogli conforto, parole, reazioni. La stessa ragazza che neanche un'ora prima piagnucolava in una stanza grigia e vuota, trattenuta da mani popolarmente giuste e trattata come la più squallida delle puttane, solo perchè la sua vita non coincideva con quella che lei stessa e gli altri desideravano, perchè la sua famiglia non sapeva comprendere quanto giudicare; solo perchè aveva dovuto combattere persino per la libertà di morire in pace.
Inutile continuare a chiedersi se ciò che stava accadendo era giusto o sbagliato.
Chi decide cos'è giusto?
A quale bocca è concesso decretare vincitori e vinti, emettere sentenze riconosciute dal mondo intero?
Non aveva deciso lui, non aveva fatto nulla perchè le cose andassero così.
Ok, l'avrebbe cercata forse, ma non era stata la sua volontà a condurlo al decimo Distretto di Polizia per controllare l'andamento delle pratiche, non era stato lui a far trattenere Elisa né tanto meno a scegliere il giorno in cui intrappolare due vite nella stessa stanza.
Luca, al telefono, aveva maledetto la burocrazia e quell'agente ambasciatore della cosa buona e giusta che non aveva dimostrato neppure un po' di pietà per chi vuole affogare nel proprio dolore, indisturbato, silenzioso, solo. Elisa aveva maledetto quell'uomo vestito di blu superbia, armato di manganello e pistola che avanzava potere e arroganza su una giovane ragazza colpevole solo di essere vittima di troppi errori.
Perchè ora si trovavano a camminare insieme e a ringraziare quell'attimo?
Due corpi in una casa.
Due corpi ai quali non era concesso avvicinarsi troppo se non volevano fondersi in un unico sangue infetto.
Luca guardava Elisa che non riusciva a reggere il suo sguardo.
Ora era nuovamente lui quello forte, era lui che doveva stringerla, farla sentire meno sola di quanto in realtà fosse.
Jennyfer urlava. Una voce che straziava l’aria, che rivoleva il suo Luca, che chiedeva attenzioni fatte di lacrime e saliva. Attenzioni che lui non vedeva perché i suoi occhi erano altrove, perché quella metà di cuore era ormai spezzata e distante, pulsante dietro una scorza di plastica e metallo, marmo e terra, isolata, inascoltata. E allora perché continuava a urlare?
"Puoi dormire di là. C'è una cameretta in fondo, sulla destra."
"Ma io voglio dormire con te!"
Un lungo silenzio rifletteva per Luca, pensava che l'affetto non può badare a malattie e scambi di sangue, a vita o morte, alla convenienza di chi resta sano e all’orrore di un sorriso malato.
Dov’era quell’orrore?
Lui sentiva solo un incontenibile bisogno di averla accanto, vicina, più vicina.
L'abbracciò forte, voleva che lei afferrasse i brividi che avvertiva lui, voleva che lei non avesse paura di nulla, perchè lui non ne aveva affatto.
Sicuro di una vita sempre uguale, di una vita che in un istante è un'altra vita.

Un tuono fuori, strano prima c'era il sole.
Forse ora era impegnato ad illuminare qualcos'altro, qualcuno che fino a qualche giorno prima avrebbe desiderato morire al gelo della disperazione e che ora sorrideva scaldato da una tiepida carezza.
Anonymous - Mar Apr 26, 2005 9:02 pm
Oggetto:
Paragrafo 22: Flash back (Jennifer).

- Se tu mi amassi davvero, partiresti con me. – fu la stilettata di Jennifer.
- Amore, le ferie me le danno solo tra qualche settimana, che ci posso fare? Mica posso prendere e mollare tutto per venire dai tuoi ad ascoltare i vostri “importanti” discorsi… sai bene quanto li odio e sai bene che, se io fossi presente, m’incazzerei alle prime parole storte, quindi ti prego, vai se devi andare, ma non obbligarmi ad essere ciò che non sono e non voglio essere… né tanto meno diventare.
- Cosa intendi dire?
- uff… voglio dire che ti sto pregando di non costringermi a mandarti a quel paese.
- Ah! Bella questa! Avresti il coraggio?! – la voce le si era condita con una punta acida.
- Vuoi scommettere?
Raramente Luca perdeva la calma, ma quando si trattava dei suoceri (erano sposati? :-D) il vaso della pazienza gli si presentava già pieno, con la famosa goccia già in picchiata per tuffarcisi dentro e fare un bel casino.
Tutto questo Jennifer lo ricordava sempre troppo tardi, ma sempre giusto in tempo: - Mi baci o mi mandi via col muso?
Luca sbuffò, un po’ per il dispiacere di non sapersi controllare in quei rari casi, un po’ per il sollievo che la discussione fosse finita nel modo giusto.
- Ti bacio.
Miki - Ven Apr 29, 2005 3:20 pm
Oggetto:
Paragrafo 23: Il fantasma di Jenny

Egoista.
Se l'era detto cosí tante volte negli ultimi giorni.
Era stato un maledetto egoista.
Se non si fosse intestardito nel lasciarla andare sola, se l'avesse accompagnata in quella spedizione che era per lei cosí importante...forse lei non sarebbe morta.
Forse adesso avrebbe stretto Jennyfer fra le sue braccia, invece di Elisa.
Si sentí invaso di nuovo dalla nausea e bruscamente respinse la ragazza.
Voglio dormire con te...
Credeva che fosse tutto cosí facile?
Che si riducesse tutto a quello?
- Smettila, Elisa - la rimproveró.
Lei lo fissava corrucciata.
- Hai paura, non é cosí? - sbottó - Paura, come tutti gli altri. Se avessi la lebbra farei meno paura forse...
- Sta zitta!
Elisa si ammutolí sotto quell'attacco inaspettato.
- E per questo che sei venuta qui? - continuó lui - Per lanciare sfide? Che cosa vuoi dimostrare?
Elisa non rispose.
- Lo vuoi capire che non sei tu? Sono io! Ti aspetti che dopo una notte da ubriaco passata con te sia andato tutto a posto?
Luca allargó le braccia.
- Guardati intorno Elisa! - esclamó - Tutto in questa casa mi ricorda lei!
L'altro giorno é suonato il telefono...amici che mi cercavano. Non ho fatto in tempo a rispondere prima della segreteria...beh era lei! Era la sua voce a rispondere. E questi fiori appassiti? - con un gesto della mano colpí un vaso sulla mensola e lo mandó in frantumi sul pavimento - Lei li aveva comprati! Le lenzuola: odorano ancora di lei! Il suo accappatoio é ancora appeso in bagno... Jenny é ancora qui e tu mi chiedi di dormire con te per dimostrare a te stessa e al mondo chissá che cosa! Lasciami in pace, Elisa!
Si lasció cadere sulla poltrona, afferrandosi la testa fra le mani, col fiato corto.
Inspiró profondamente cercando di calmarsi.
Che gli stava succedendo?
Gli era parso di desiderarla pochi istanti prima. L'aveva chiusa sul suo petto sentendo il calore crescergli dentro e un momento dopo un ricordo e il rimorso avevano dato fuoco alla sua rabbia.
Stava diventando pazzo, si disse.
Anonymous - Ven Apr 29, 2005 8:03 pm
Oggetto:
Paragrafo 24: Il rottame.

Il primario disse a Max che tutti gli accertamenti davano esito negativo, quindi l'indomani sarebbe potuto uscire senza preoccupazioni.
- Quanto tempo dovrò stare imbalsamato?
- Una quindicina di giorni, in assoluto riposo a letto.
- Neppure una partitina alla playstation?
Il medico sorrise: - L'importante è che non sforzi le costole, comunque sarebbe il dolore a farle capire dove e quando sbaglia, garantito!
- Capisco...
Il dottore stava per uscire.
- Dottore, non può mandarmi a casa ora?
- Perchè? Non gradisce la nostra compagnia? - gli strizzò l'occhio.
- Tutt'altro, siete squisiti, ma temo che dovrete sopportare le mie paranoie se non uscirò da qui subito.
Il dottore fece un lungo sospiro, come potrebbe farlo un padre che è in dubbio se mettere in castigo o perdonare.
Alla fine si lascia convincere: - Ma sì, in fondo non ha nulla di grave, ma mi deve promettere di andare dritto a casa e di non fare sforzi.
- Giuro!
- Bene, firmi la liberatoria in segreteria e vada a farsi coccolare.
- Grazie dottore, le lascio una birra pagata al bar!
- Lasci stare la birra... preferisco un caffè!
- Sarà fatto!
Il dottore lo salutò con la mano e si congedò.
Max chiamò subito il padre per dirgli di venirlo a prendere e mandò un SMS a Luca per avvertirlo.
Prima di varcare la porta di casa, deviò in garage per vedere cosa aveva combinato alla sua moto.
Lo spettacolo non era dei migliori: forcellone e sterzo piegati, carene graffiate e spezzate, marmitta esplosa, gomma posteriore squarciata, gruppi ottici inesistenti.
Restò fermo a contemplarla, come attendendo un cenno di vita.
Le si avvicinò e le posò una mano sul serbatorio graffiato.
La chiavetta era ancora nel cruscotto.
La girò di uno scatto e la risposta fu ottima: il quadro funzionava.
La luce verde indicava che il cambio era in folle, quindi tentò l'accensione.
Premette il pulsante ed un rumore assordante invase il garage, rimbombando fra le travi.
Il motore al minimo sembrava normale, tentò una leggera smanettata di gas... non poteva trattenersi.
Sembrava di stare in un box del MotoGP, dove i meccanici controllano la moto prima di entrare in pista.
Tutto ok, il motore è salvo!
Rimise la chiavetta in posizione "off".
- Riposa bambina, guarirai anche tu.
matto81 - Sab Apr 30, 2005 2:18 am
Oggetto:
PARAGRAFO 25°: Felicità impossibile

Luca piagnucolava come un bambino folle, attraversato da tempeste incontrollabili.
Era un illuso se credeva di poter ricominciare semplicemente perché un nuovo corpo femminile, dalle fattezze gradevoli e passionali, era tornato a camminare quelle stanze.
Non era Jennyfer. Non era il suo passo.
La prima volta che provava ad analizzare il suo dolore.
Sentiva di non avere la forza per sopportare quel tentativo sterile.
Lasciava scendere le lacrime mentre Elisa stava immobile, abbandonata a terra.
Anche lei aveva un passato da dimenticare, un passato che, a differenza del suo, non poteva in alcun modo cancellare, non il tempo, non l’amore, non il futuro. Il segno indelebile di un male che uccide e lascia una scia marcia dietro di sé.
Non piangeva. Guardava nel vuoto, davanti, un punto qualsiasi della parete illuminata dai flash intermittenti della tv.
Com’era bella!
Sì. La meraviglia di un volto ingenuo e sfortunato, la purezza di occhi dolci che si aspettano amore, carezze, baci leggeri e storie per sempre e, invece, avrebbero trovato come al solito solo eccitanti perversioni, ansimi e godimenti per poi essere dimenticati per nuovi occhi.
Si era fidata di un monitor e di qualche scritta sana e ammaliante.
Perchè si ostinava a cercare l'amore così?!
Accarezzata da complimenti senza fondamento, rispondeva con emozioni vere; dall’altra parte pura routine.
Chissà quante volte quelle dita avevano digitato le stesse parole per mille ragazze diverse.
Perchè non sentirsi al telefono, scambiarsi una foto?
Non voleva cadere nella superficialità di chi sceglie e si ferma all’apparenza.
Due ore in chat bastavano per essere certa della sua bellezza interiore, dell’interesse che stranamente cresceva in lei.
Era tranquilla, in fondo era solo un appuntamento.
La vita procede per appuntamenti, e lei quello doveva saltarlo.
Doveva dare sola ad un destino che, maledetto, l’aspettava per tradirla.
E invece si era fatta bellissima, davanti allo specchio, a provare abbinamenti, colori, trucchi, espressioni, acconciature, movenze. Desiderabile e serena. Sorridente e conturbante, troppo giovane per correre verso l’ignoto. Abbastanza giovane per esserne risucchiata.
Anche se aveva sette anni meno di lui gli era piaciuto subito; nulla sembrava volerla avvertire.
Dentro una macchina, fermi in uno dei vicoli, ancora non asfaltati, poco distanti da casa sua.
“Mi piaci un sacco! Vieni qua!”
Con la mano cercava il suo viso, si protendeva dalla sua parte con gli occhi socchiusi. Elisa restava immobile, sentiva la sue dita che la percorrevano cercando la pelle, il seno, sotto la maglia, le gambe, la gonna.
Non aveva paura, sapeva come comportarsi.
Lui la desiderava, lei era lusingata, le piaceva.
La notte restava paziente, compagna complice. Il silenzio del mondo fuori era vinto dai versi aspirati a goduriosi di una bocca che baciava e leccava con foga affamata.
Le mutandine che non aveva più, il dolore leggero del suo pene che entrava ed usciva furibondo, di quel corpo che spingeva incontrollabile e consapevole fino alla fine.
Tornò a casa stravolta e pentita, non troppo. Lo sarebbe stata molto di più quando, qualche tempo dopo, avrebbe scoperto che, dentro quella macchina ci aveva lasciato qualunque futura felicità.
Monia Di Biagio - Lun Mag 02, 2005 10:18 am
Oggetto:
Paragrafo 26°: Confidenze&Certezze.

Ecco ora anche Luca sapeva. E quel loro conoscersi piano, ma a fondo, tra risa e pianti improvvisi, col trascorrere dei giorni resi i due giovani spesso, troppo spesso perduti nei loro singoli mondi ormai vuoti, così incredibilmente uniti sotto lo stesso tetto. Tanto che solo quando riuscivano a ristabilire un contatto spirituale tra le loro Anime di ritorno da quei spogli mondi interiori, ritrovavano la forza e la gioa, la pienezza del vivere, singolarmente, ma ancora una volta insieme e proprio sotto quello stesso tetto che era loro riparo, ma da cui spesso rifuggivano per "una boccata d'aria nuova", così si dicevano loro. Ed ogni volta rientravano stanchi e spiritualmente spossati, di quelle lunghe uscite alla ricerca della felicità, che poi in realtà ritrovavano in un'unica parola pronunciata all'unisono ed in un semplice gesto di ritorno nella loro casa: "Buonanotte!" ed un bacio, Luca sul divano ed Elisa nella cameretta.

Così fu quella stessa sera. E l'indomani un nuovo progetto di fuga orchestrato stavolta da Luca. Al tavolo della prima colazione, tra il giocoso spalmare del burro e della marmellata di lamponi su fragili fette biscottate, inzuppate quelle dell'una nella tazza dell'altro, il pensiero di una nuova giornata di lavoro che attendeva entrambi li fece trasalire dalle risa festose. Entrambi avrebbero vissuto le loro vite solo in quel modo, ma non potevano, c'erano le bollette da pagare. Ed allora pur di cancellare quel pensiero delle 8 ore a venire che li avrebbero visti spenti ed impegnati in un qualcosa in cui non credevano più e che non dava loro gioia, ma solo pane da mangiare, per sopravvivere quando ancora spesso entrambi avrebbero solo voluto morire, Luca propose repentino, per cancellare in un solo colpo quei ripugnanti pensieri: "Ci vediamo in piazza Betti, dopo, al solito posto?" "Certo capo!" esultò Elisa, spalmandogli con un dito un pò di rossa marmellata sul naso. "Vorrei presentarti Max, ora è a casa. Ti va di andarlo a trovare?" "Comandi!" e se ne spalmò un pò anche lei di quella profumata e dolce confettura sul naso "Augh!" "Augh!" Rispose Luca, "A dopo allora."
Anonymous - Dom Mag 08, 2005 3:55 pm
Oggetto:
Paragrafo 27: IT.

Luca uscì sorridente da casa, dimentico del naso spalmato.
Elisa rideva da sola, aspettando che da un momento all’altro lui tornasse a prendere una salvietta.
La macchina si mise in moto, partì e lei si rotolò sul divano fino a farsi venire il mal di pancia dal ridere.
Dopo un quarto d’ora, Luca la chiamò per comunicarle che era diventato ufficialmente l’ “IT” dell’ufficio, il pagliaccio di Stephen King.
La giornata era iniziata bene, all’insegna del buon umore, tra risate, risatine e risatone, fuori l’aria era fresca, il sole splendeva, Elisa raggiava e lui esisteva.
Un’ora via l’altra arrivò il pomeriggio.
Rinunciò anche al pranzo per quante cose aveva da fare, ma ormai c’era abituato e poi faceva bene alla sua linea.
Non che ne avesse bisogno, però certi medici affermavano che sia un buon sistema per mantenersi in forma e pare che saltare qualche pasto ogni tanto faccia bene alla digestione.
Forse avevano proprio ragione!
Ore 17: fine giornata lavorativa, inizio vita privata.
Monia Di Biagio - Lun Mag 09, 2005 11:53 am
Oggetto:
Paragrafo 28: "Chez Maxime"

Luca era finalmente fuori dall'ufficio, ma ora come al solito immerso nel traffico su quel corto tratto di strada che lo divideva dall'appuntamento con Elisa. Un breve e caotico tragitto durante il quale ci fu giusto il tempo per qualche pensiero momentaneo ed una veloce telefonata: "chissà se era già uscita anche lei dall'ufficio ed era già lì che l'attendeva...e la voglia di rivederla, subito! Poi Luca messo l'auricolare con la mano sinistra, mentre con la destra era di nuovo a dover scalare marcia, in prima e di nuovo fermo, mentre intorno a lui era tutto un prepotente rombare di clacson e motori:
"Ciao bello! Ti farebbe piacere una visita"
"Weh, pirata mi chiedevo proprio che fine avvessi fatto. Fortuna che mi è rimasta almeno la Croft...Senti a proposito come era la soluzione di quel pezzo in cui lei entra nel salone dei mappamondi"
"Tieni la play in caldo e appena arrivo te lo faccio vedere...Questo però significa solo una cosa: trucco svelato uguale a cena scroccata, e se ce la fai ad alzarti da quella rapazzola che ti ritrovi per letto, apparecchia per tre!"
"Ah, ah ecco dove eri finito...chi mi fai conoscere? Va beh, cercherò di fare del mio meglio...Per quanto riguarda la cena, si può fare il ristorane è aperto: Chez Maxime attende la romantica coppia. Perchè qualcosa di romantico c'è, vero mandrillone?"
"Max falla finita tra un pò siamo lì, ciao bello!"

Ecco Luca era arrivato, svoltò su piazza Betti lasciò la macchina in sosta nel primo spazietto che trovò sufficientemente libero: tra il secchione dell'immondizia, il marciapiede ed un albero, diede dal finestrino e dagli specchietti retrovisori una repentina occhiata se in giro per la piazza vi fosse qualche vigile armato di fischietto e blocchetto. Nulla, sembrava tutto tranquillo. Scese dalla macchina e fece per dirigersi al solito Bar, il luogo deputato ai loro appuntamenti, ma subito superata con la vista la fontana, al centro della piazza, si accorse che Elisa già lo stava aspettando, tutta imbacuccata e braccia fermamente conserte, per meglio riparasi dal freddo, mentre ripetutamente sbirciava l'orologio sul display del telefonino. A pochi metri da lei, gli giunse difatti uno squillo, Luca allora pensò di farle uno scherzo, rispose:
"Ciao Elisa, dimmi..."
"Come dimmi??? Ma dove sei"
"Come dove sono? A casa no... E tu dove sei?"
"Come dove sono? Davanti al bar della piazza, ma non avevamo un appuntamento, noi?"
"Cavolo l'appuntamento! Scusa Elisa me ne sono proprio dimenticato....Sono uscito un pò prima dal lavoro e sono venuto direttamente a casa....."
"Ma come??? Va beh, non fa nient...."
E mentre Elisa delusa e risentita pronunciava queste ultime smozzicate parole, sentì dall'altro capo "tu-tu-tu-tu-tu-tu..." Era caduta la linea....No, in realtà era Luca che aveva chiuso la telefonata per prendersi altri secondi di tempo, quelli necessari ad acquistare un mazzolino di fiori variopinti, fare il giro della piazza in senso contrario ad Elisa che intato dalla soglia del bar si era mossa, rattristata dal mancato appuntamento, ma soprattutto per la dimenticanza di Luca, verso la fermata dell'autobus....E incontrarsi faccia a faccia, tra loro ora solo piccole gerbere profumate e colorate ed una gioiosa risata.
"Sei proprio matto tu!"
"Per te! E non è finita...Stasera ti porto da Chez Maxime, il ristorante più in voga della città"
"Grazie sono bellissimi...Ristorante? E Max?"
"Ah, no....Oggi non possiamo andare da lui" inventò Luca sbrigativamente ed abbastanza convincente sul momento "Eh che ci sono i suoi che vengono a trovarlo, e allora sai...Beh ci andremo un'altra volta."

Luca ed Elisa si strinsero camminando verso l'auto in un caldo e tenero abbraccio. Elisa sprofondò il suo nasino nei fiori, guardò Luca e con gli occhi contenti e lucidi, lo guardò e gli sorrise. Lui colse quel sorriso e più forte la strinse a sè.
matto81 - Mar Mag 10, 2005 4:43 pm
Oggetto:
Paragrafo 29°: Nella stanza di Max

Max abitava al quinto piano di un condominio di sette. Quattro appartamenti per piano, ventotto abitazioni uguali e ventotto famiglie diverse con una media di quattro componenti ciascuna, lui che viveva da solo rappresentava la solita sfigata eccezione, per un totale di circa centodieci persone intrappolate in quel palazzone di periferia. Bambini e palloni che distruggono cassette delle poste, ragazze benvestite che escono e rientrano come se stessero sfilando sulla passerella di un Armani o un Valentino qualunque, donne e voci acide come stridii di aquile incazzate che urlano contro i loro mariti, senza rendersi conto che ovunque, intorno, esistono altre vite separate da pareti, così pigre, da non pensare minimamente a trattenerne le grida nel proprio nucleo familiare.
“E dov’è il ristorante?!”
Elisa cercava l’insegna megagalattica del Chez Maxime. Il ristorante migliore della città doveva pur averne una visibile da lontano! E invece Luca aveva parcheggiato e del paradiso del cibo nemmeno l’ombra.
“E’ lì non lo vedi?!”
Un sorriso sornione accompagnava il gesto di Luca che con la mano indicava un punto fuori dal finestrino. Elisa era protesa in avanti, con la faccia quasi incollata al vetro, e gli occhi puntati nell’unica direzione immaginaria che quel dito sembrava percorrere.
Una strada alberata, una vecchia seduta sulle scalette di un enorme palazzo di pietra nera di anni e smog, un alimentari con la saracinesca sprangata, una panchina isolata in un luogo che di panchine non doveva prevederne l’esistenza, a meno che qualche folle anziano non avesse deciso di riposare la sua fatica nella beata visione di automobili che sfrecciano tra fumi di scarico e clacson impazziti.
“No che non lo vedo!”
Erano fuori dalla macchina, Luca avanti, Elisa lo seguiva continuando la sua scansione totale del posto senza ottenere risultati. Nessun ristorante trovato rispondeva il processore.
“Eccoci qua! Suona al campanello 18!”
Sull’etichetta la parola Max, sufficiente per chiunque lo cercasse.
“Sì?”
“Siamo noi Max!” Luca proteggeva ancora per un po’ il mistero sulla terza persona.
“Mi dispiace signori! Tutto esaurito!”
Elisa e Luca scoppiarono in una risata che giunse fino alle orecchie della signora Rita, affacciata al balcone del primo piano, proprio sopra il portone d’ingresso, intenta ad annaffiare gerani che ormai galleggiavano molli, nell’acqua di intere ore di appostamenti per cogliere pettegolezzi e scoop su chi entrava e usciva dal palazzo.
“Salite! Chiunque voi siate!”
Max fece scattare il portone, loro entrarono, subito a destra, nell’ascensore, pulsante 5. Le porte si chiusero e Luca aveva ben cinque piani di tempo per riempire Elisa di baci.
“Ciao scemo! E chi è questa bella signorina?!”
“Elisa piacere!”
Temeva che sarebbe stata in imbarazzo per un po’, invece scoprì, con sua grande sorpresa, che si trovava perfettamente a suo agio, forse merito della faccia simpatica e alla mano di Max, tipica di un amico tranquillo, o forse perché c’era Luca accanto a lei e da quando l’aveva conosciuto non si era mai sentita sola.
Si sedettero al grande tavolo in sala da pranzo, l’unica cosa in tutta la casa di cui andasse fiero Max, a parte la sua moto, temeraria combattente. Parlarono molto, Max quando iniziava non la finiva più e Luca ascoltava mentre con gli occhi cercava quelli di elisa ipnotizzata dall’incredibile mondo delle moto e dei motociclisti.
“Complimenti Max questa carbonara è buonissima!”
“Grazie Elisa!”
“Solo una cosa! La pasta devi ripassarla in padella prima di metterla nei piatti così l’uovo si cuoce!”
“Non verrai certo a fare la maestrina nel miglior ristorante della città?!”
E tornarono a ridere tra una forchettata di spaghetti gialli e un sorso di vino, primo di molti brindisi Alla salute!
“Max scusa, vado un attimo in bagno!”
“Sì Elisa, è la seconda porta sulla destra!”
“Ok grazie!”
Prima porta, seconda porta, bagno!
Nel ripercorrere il breve tragitto al contrario, per tornare a tavola, Elisa fu colpita dalla fioca luce bianca che proveniva da una stanza aperta sul corridoio.
Luca e Max parlavano, che c’era di male nel dare un’occhiata veloce?!
Era la camera di Max. Elisa non fece molto caso al disordine, al letto disfatto, ai libri buttati sulla scrivania, al pigiama abbandonato a terra; la sua attenzione era tutta per lo schermo del PC su cui brillava la foto di una donna sorridente, immersa in un paesaggio splendido, il mare dietro e il sole che si scontrava sui suoi occhi strizzati per proteggersi. Sotto la foto una scritta.
Jennyfer.
Miki - Mer Mag 11, 2005 11:35 pm
Oggetto:
Paragrafo 30: Gli Occhi di Jennyfer

Elisa rimase a fissare la foto di Jennifer che le sorrideva dallo schermo.
La luce del sole accendeva i capelli rosso-oro e la pelle chiara, macchiata di efelidi, risplendeva di un sorriso arioso, che sapeva di estate.
Gli occhi scuri di Elisa non riuscivano a staccarsi da quelli verdi della ragazza della foto, come se una corrente misteriosa ed ininterrotta le avesse legate l'una all'altra.
Inchiodata al pavimento, Elisa si accorse di stare tremando.
Aveva visto una foto di Jennyfer a casa di Luca, prima che lui veloce la facesse scivolare in un cassetto, insieme alle altre, nel tentativo di scacciare i fantasmi che - Elisa lo sapeva - tornavano ancora a tormentarlo di tanto in tanto, offuscando la felicitá della loro vita insieme.
Lui non lo sapeva, ma lei lo aveva sentito a volte sospirare la notte, sussurrare il nome amato, forse nel sonno o forse nel pianto.
Jennyfer, amore...
Era il fantasma di Jennyfer che tornava a sfioragli l'anima, ad allontanarlo da lei, a tenerlo incatenato a ricordi, rimorsi, dolore e dolcezza.
E quel fantasma era lí adesso, davanti a lei, che le parlava con lo sguardo attraverso il monitor.
"Non me lo toglierai mai" dicevano gli occhi verdi di quel volto solare "Io sono l'amore, quello vero, quello puro, quello che non ritorna. Tu sei il calore di un momento, un appiglio a cui attaccarsi durante la caduta. Un appiglio precario e fragile".
Elisa distolse gli occhi per fermare il flusso di emozioni che emanava dalla foto di Jennyfer e uscí dalla camera, socchiudendo la porta.
La ridda di sensazioni che l'aveva assalita l'aveva scossa nel profondo, impedendole di pensare chiaramente.
Ma ora che il volto di Jennyfer tornava ad annebbiarsi nella sua mente, si ritrovó a riflettere con maggiore luciditá ed un pensiero improvviso l'assalí.
Si sentí ad un tratto confusa e un'ansia inspiegabile le strinse il cuore, riempiendola di brutti presentimenti.
Si voltó a fissare la porta accostata della camera da letto.
Che ci faceva la foto di Jennyfer sul PC di Max?
Anonymous - Gio Mag 12, 2005 10:54 pm
Oggetto:
Paragrafo 31: Flash back (Max e Jennyfer).

- Che ci fai quassù Jenny? – chiese Max.
- Ciao Max! Niente… mia madre voleva a tutti i costi venire qui al lago per comprare la marmellata; dice che solo quel vecchio sa farla come piace a lei. – Rispose Jennyfer indicando la cascina.
- Capisco…
- Sei in moto vedo…
- Sì, con la belva! – gonfiò il petto lui.
- Un giorno mi ci farai fare un giro, vero?
- Certo! Ma solo come zavorrina! – puntualizzò lui, riferendosi al passeggero in gergo.
- Eh no, io la voglio guidare! Lo sai che una volta ne avevo una? Beh, era piccola, ma sempre due ruote erano.
- Hey bella, guarda che questa non perdona, se sbagli paghi!
- …e che sarà mai? Acceleratore, freno, marce, ruote… è una moto no?
- No, questa è “LA MOTO”!
- E’ una moto…
- Sì, con 180 cavalli! Ci vuole il manico per portarla! – Rigonfiò il petto.
- Ok, ho capito… non me la farai guidare mai.
- Senza offesa.
- Dai, stavo scherzando Max, lo so che non la daresti mai a nessuno.
- ehehe sono geloso, lo sai.
- Però una foto me la devi fare! – ordinò lei.
- Una foto?
- Sì, mi ci siedo sopra e tu mi fai una foto col telefonino.
Accettò, del resto lei poteva chiedergli tutto.
- Così va bene? – chiese Jennyfer mettendosi in posa come una modella al MotorShow.
Max voleva dirle che, bella com’era, stava bene a prescindere, ma si limitò ad un: - Perfetta!
Scattò.
- Che bello, poi me la mandi vero?
- Sì, ho la tua mail…
Monia Di Biagio - Ven Mag 13, 2005 12:50 pm
Oggetto:
Paragrafo 32: Spiegazioni.

Questa dunque era la realtà dei fatti, la realtà dietro quella strana foto, incredibilmente bella ed accattivante, ma curiosamente al posto sbagliato. E fu la stessa realtà che Elisa scoprì il giorno dopo, quando, ancora turbata dallo strano ritrovamento, dietro al quale si chiese lei tutta la notte girandosi e rigirandosi nel letto, forse si celafa una Jennifer diversa, una Jennifere segreta. Così il mattino seguente aspettò che Luca uscisse di casa per il lavoro e visto che invece per lei era il suo giorno libero, ci pensò un pò su, aggirandosi per casa e cercando di trovare il coraggio prima di prendere la cornetta in mano e chiamare Max. Da subito lui scoppiò in una sonora risata, poi solo alla fine della spiegazione aggiunse "Ecco Elisa questo è quanto. Noto che già hai preso a svolgere a pieno ritmo il ruolo di Angelo Protettore di Luca. Che uomo fortunato ora ne ha due uno in cielo ed uno in terra..." Rise ancora per far percepire ad Elisa che la sua aveva voluto essere una battuta, per smorzare gli animi imbarazzati di entrambi, poi proseguì, mentre Elisa cercava di cogliere ogni sua singola parola in rigoroso silenzio "Ne sono oltremodo felice, anche se non mi aspettavo questo terzo grado, ma va bene lo stesso anche perchè...Ecco tu sai che lui ha bisogno di te, di noi. Non sai quante volte ho pensato di dargli quella foto, quella che non ho fatto in tempo a recapitare a Jennifer. Ma non me la sono mai sentita. Ed ora lei è lì, che aspetta sorridente sul mio schermo che io mi decida a recapitargliela. In effetti però ieri sera sono stato avventato, mi chiedo ora se l'avesse vista Luca, non ci posso pensare...Ad ogni modo, forse un giorno la darò a Luca o forse non gliela darò mai, visto che probabilmente l'ultimo sorriso Jennifer lo ha regalato proprio a me...." Max ora si era bloccato, forse stava piangendo, ritirò il fiato e riprese, Elisa dall'altra parte del filo si era seduta e stava tremando "il giorno dopo lei non c'era più, chissà se avrà fatto in tempo a regalare lo stesso incantevole sorriso a Luca prima di quella maledetta vacanza dai suoi? Caso volle che io la incontrassi per l'ultima volta, lì sul lago, dove si era recata con sua madre per comprare la marmellata. Solo un giorno ancora con i suoi affetti più cari, poi la strada del ritorno ce l'ha portata via a tutti, a tutti capisci! Non solo a Luca. Ma è a lui che dobbiamo stare vicino, perchè se il nostro dolore è forte ed incolmabile, son certo che il suo è infinito..." Il tono di voce di Max era cambiato più volte durante quella telefonata, ed ora si sentiva chiaramente che soffriva e che rabbioso stava trattenendo il groppo in gola per non piangere a dirotto. Elisa capì, si rese conto del suo gesto avventato nel voler sapere, e riuscì solo a dire: "Scusami Max." E riattaccò.
matto81 - Ven Mag 13, 2005 10:35 pm
Oggetto:
Paragrafo 33: Disperato bisogno di capire

Che senso aveva tener segreto un sorriso offerto da una piacevole casualità? Preoccuparsi di non rivelarlo solo perché era lui la persona scelta dal caso, per quell’ultimo dolce saluto di istanti?
Credeva forse che Jennyfer se avesse potuto non ne avrebbe donato uno immenso a Luca, suo marito?
Se Max lo credeva davvero ci doveva essere qualcosa che non andava. Elisa restava immobile nel silenzio, nessuna voce in casa e interrogativi che si scontravano con una realtà troppo strana per risultare credibile fino in fondo. Luca era stato il marito di Jennyfer, Max solo un buon amico.
Perché, allora, al telefono aveva quel tono intimorito dalla paura di perdere un tesoro? Dov’era quell’oro da custodire e difendere? Perché non condividerlo, assorbire un po’ del dolore di Luca che aveva dovuto sfiorare il baratro eterno.
Era stata Elisa a condurlo fuori dalla notte, non Max che chiuso nella sua stanza guardava e riguardava quella foto, piangeva, da solo e si nutriva di quei colori tutti suoi.
Elisa non comprendeva quell’avidità così innaturale.
Improvvisamente le sue scuse le parvero ridicole. Non aveva alcun diritto di frugare tra le sue cose, l’aveva fatto e si era scusata; perché allora era convinta di dover insistere, capire prima che lo facesse Luca?! Capire cosa?
Dobbiamo stargli vicino, già, è così che Max gli stava vicino? Contemplando segretamente sua moglie?
“La prima cosa che avrei fatto sarebbe stata dare quella foto a Luca. Forse non capisco perché non ne sono dentro fino in fondo!”
Elisa provava a convincersi della normalità del tutto con parole ad alta voce, che sbattevano contro il vuoto di stanze, terribili come enormi fauci affamate che sembravano volerla divorare, ora che non c’era Luca ad abbracciarla.
Doveva uscire di lì, per andare dove?
Jennyfer aveva accompagnato i suoi a comprare la marmellata, e lui? Che ci faceva al lago? A quasi centocinquanta chilometri dalla città? Solo un giro in moto? E proprio laggiù? E proprio nello stesso luogo dov’era lei? Per caso?
Improvvisamente la telefonata di Max le parve una squallida buffonata, inutile tentativo di coprire marcio con falsità. Come aveva potuto credergli?!
Aveva di nuovo la cornetta del telefono in mano.
“Luca, ha chiamato mia madre e mi ha invitato a pranzo! Ci vediamo nel primo pomeriggio ok?!”
“Va bene, magari appena stacco passo a casa dei tuoi!”
“E’ tanto che non mi vedono, è meglio stare soli e passare un po’ di ore insieme!”
Si sentiva un fruscio senza voce.
“Pronto?! Luca mi senti?”
Elisa chiamava, nessun segnale diverso da quel fruscio. Il cellulare di Luca non prendeva; riagganciò e provò a richiamarlo, questa volta le rispose la voce meccanica della segreteria telefonica che la invitava a riprovare più tardi.
Uscì di casa, non sarebbe andata dai suoi. Non l’aveva chiamata sua madre né nessun altro. Aveva solo bisogno di una mezza giornata libera. Sapeva come raggiungere il lago, ci era stata molte volte, con i suoi genitori, con gli amici a prendere il sole, a fare l’amore in macchina con qualcuno incontrato a metà strada.
Il lago era deserto. La giornata era cupa, il cielo plumbeo prometteva pioggia, il vento trasportava pieghe d’acqua che si muovevano sulla superficie opaca, in preda ad un ordine che decideva tutto, compresi i loro disegni. Elisa non ci mise molto a ritrovare la cascina del vecchio artigiano del gusto, e bussò. All’interno si sentiva qualche rumore, ma non riusciva a decifrarne la fonte. Bussò nuovamente, più forte, più a lungo.
Doveva pur esserci qualcuno! Non poteva aver fatto tutta quella strada invano!
Mentre la sua mente si disperava, la porta si aprì e comparve un vecchio con occhialetti tondi, pantaloncini corti e canottiera bianca. Elisa restò in silenzio per troppi secondi a fissare quella sua tenuta estiva mentre lei si stringeva tra le pieghe della giacca per barricarsi dal vento.
“Lei non mi conosce. Scusi se la disturbo, so che fa una marmellata buonissima!”
“Vedo che è ben informata! Per l’esattezza la più buona in assoluto!”
“Posso entrare? Vorrei che mi parlasse di una persona.”
“E perché?!”
“Perché ho un disperato bisogno di capire”
“Prego si accomodi. Purtroppo non ho nulla da offrirle, spero di poterla accontentare con le mie risposte e una bella fetta di pane e marmellata di prugne.”
“Grazie!”
Elisa entrò nella casetta di legno, accogliente come un piccolo nido caldo, camminava e sentiva il rumore dei suoi passi che battevano sul legno del pavimento vuoto.
“Immagino sia molto importante, per averla spinta fin qui! Mi dica pure!”
Anonymous - Lun Mag 16, 2005 1:19 am
Oggetto:
Paragrafo 34: Miss Lorraine.

- Che profumino!
- Grazie! Si sieda lì e perdoni il disordine, sa... non attendevo visite.
- Si figuri, dovrebbe vedere casa mia per vedere il vero caos! – mentì Elisa.
L’uomo le sorrise, accettando la bugia, mentre mescolava in un pentolone pieno di marmellata bollente.
- Qualche tempo fa – attaccò subito lei – venne qua una signora a comprare da lei, era accompagnata da una ragazza, sua figlia. Se le ricorda?
- Miss Lorraine, come dimenticarla?
- Miss Lorraine?
- Sì, lei è straniera e tutti la chiamano così, viene spesso dalla figlia. Qualche anno fa trascorsero un fine settimana sulle rive di questo lago e per caso assaggiarono la mia marmellata. Da allora non passa un mese che non tornino a rifornirsi.
Miki - Lun Mag 16, 2005 1:00 pm
Oggetto:
Pargrafo 35: La Ribelle

Il vecchio sorrise tra sé.
Chi non conosceva Lorraine da quelle parti?
Chi poteva dimenticarla?
Non era che una ragazzina quand'era capitata lí la prima volta, una straniera con lo zaino in spalla e un sorriso che accendeva i cuori.
Ma ne aveva acceso uno di troppo.
Quando Gigliola l'aveva invitata a farle visita per ricambiare l'ospitalitá che la famiglia di Lorraine le aveva offerto durante la vacanza-studio in Irlanda, nessuno poteva sapere che quella ragazza che pareva un monello con i suoi capelli corti e le efelidi, avrebbe fatto innamorare di sé il fidanzato della sua ospite.
Ah, le chiacchiere che si fecero in paese a quel tempo!
La gente si era schierata tutta contro la straniera che aveva colpito al cuore una delle famiglie piú in vista della cittadina.
L'avevano linciata e fatta a pezzi con malignitá e cattiverie, sperando che lei tornasse da dove era venuta.
Ma Lorraine era andata a testa alta, senza vergogna, trovando il coraggio di ribellarsi alle crudeltá e alle bugie in quell'amore che credeva eterno.
Quanto si era sbagliata!
Antonio era debole.
Aveva avuto paura ed era tornato da Gigliola ad implorare perdono e riabilitazione.
Aveva ottenuto entrambe le cose.
Il giorno del matrimonio Lorraine aveva fatto lo zaino ed era partita senza farsi vedere.
Era passata a salutare soltanto il vecchio.
Era stato uno dei pochi che l'avesse difesa, che davvero l'aveva conosciuta per quello che era, senza badare alle falsitá.
Lei l'aveva abbracciato, con la tristezza dipinta sul volto, ma senza versare una lacrima, neppure quando gli aveva confessato di essere incinta.
"Vado" gli aveva detto, con il sorriso meno luminoso di un tempo.
Per anni non l'aveva piú vista nessuno, finché era tornata con un nuovo marito e una bimba, bella e radiosa quanto lei.
Il tempo aveva spento l'indignazione e il paese non aveva fatto caso a quel ritorno, ma il vecchio sí.
Lui sapeva chi fosse quella bimba.
Monia Di Biagio - Mar Mag 17, 2005 1:29 pm
Oggetto:
Paragrafo 36: Cuore d'Irlanda.

Il vecchio, di cui ora Elisa conosceva anche il nome di Battesimo, Ugo, prese così a raccontarle quella incredibile ed appassionata storia. Tanto che Elisa non riusciva più a staccare gli occhi dal volto rugoso del narratore, e le sue orecchie da quell'anziana voce roca che le parlava di un mondo passato, di una vita vissuta, di un cuore irlandese, che non aveva mai cessato di battere per quel meraviglioso lago Italiano, ritmato dal forte legame, che a quella terra straniera, indistricabilmente l'univa per la vita.

Seppe così ben presto che anche la frase "comprare la marmellata" non era esatta, in realtà Lorraine solo la primissima volta acquistò quel barattolo dal dolce contenuto, dal signor Ugo, poi in seguito, vagoni di quei barattoli erano lì pronti per lei, solo per lei, senza nulla a pretendere, perchè quello che Lorraine dava al Signor Ugo era già molto, moltissimo, di gran lunga più prezioso di un qualsivoglia pagamento e presto anche Elisa ne capì il perchè....

Da subito invece capì che Antonio Vitali, il giovane amante italiano, non seppe mai la verità su sua figlia, quella bimba che procreata in Italia, di ritorno nei medesimi luoghi, tempo dopo dall'Irlanda, portava il nome di Jennifer. Mai Antonio seppe la verità su quel frugoletto biondo che Lorraine stringeva fra le braccia e che di ritorno in Italia, 13 mesi dopo, portò subito a far conoscere all' anziano amico contadino. Del resto neanche Edward Tompson seppe mai che la piccola Jennifer non fosse realmente sua figlia, quando Lorraine poco dopo la prima, inattesa e fulminea, notte di passione, in un hotel di Dublino, fece credere ad Edward che proprio di lui fosse rimasta incinta, lui le credette senza riserve e subito le chiese di sposarlo. Lorraine era stupenda e dolcissima impossibile farsi scappare una donna del genere. Edward lo sapeva e felicemente, ancor di più al settimo cielo, pronunciò il suo "sì".

La realtà era ben diversa però e nessuno doveva sapere, venire a conoscenza della scomoda "verità italiana". Proprio così il signor Ugo e Lorraine in codice la chiamavano, anche quando parlavano tra di loro. Quel segreto per sempre sarebbe rimasto celato e portato nella tomba solo da due persone: Lorraine ed il vecchio fattore.

Anche se Lorraine innamorata smisuratamente di quei luoghi, e stavolta a maggior ragione, non volle togliere, almeno a sua figlia le sue reali radici Italiane. Così in un primo momento si fece acconsentire dal suo novello sposo, Edward, di comprare in Italia, sul Lago Maggiore, una casa per le vacanze estive, dove poi ben presto si trasferirono definitivamente, per la vita, facendo viceversa ritorno di tanto in tanto in Irlanda.

Così fu che la piccola Jennyfer crebbe nei loghi che le avevano dato segretamente i natali. E per anni più volte le capitò di incontrare il suo vero padre biologico, Antonio. Che ad ogni modo mai potè riconoscere come tale, ma solo come il papà delle sue due compagne di gioco, due sorelline gemelle: Sabrina e Sara.

Le due gemelline Vitali, così diverse fisicamente da lei, seppur neanche un anno le separava, eppure così simili nei gesti nel carattere. Fortunatamente Jennifer somigliava in tutto e per tutto a sua madre, mentre le due gemelline in tutto e per tutto alla loro: Gigliola. Eppure il legame e l'affinità d'intenti era così simile tra loro tre che da sempre , più che come amichette del cuore, crebbero come tre sorelle...Quali in realtà erano.

"Che storia incredibile!" sbottò ad un certo punto Elisa.
"Incredibile sì. Lorraine viene ancora spesso, praticamente ogni giorno, qui da me per parlare, confidarsi, ma io ormai sono vecchio, troppo vecchio, credo che ben poco mi resti più da vivere, ed i consigli che lei invece mi chiede non sono da dare così su due piedi, dall'oggi al domani, hanno bisogno di estrema ponderatezza, richiedono tempo ed io di questo tempo non so quanto ne avrò ancora...."
"Ad esempio che consigli? Se posso permettermi signor Ugo?"
"Il mio personale, in realtà, è solo uno ed è quello che cerco di dare ripetutamente a Lorraine, e cioè di lasciare questa terra che tanto l'ha fatta amare, ma anche tanto e ripetutamente soffrire. Ma lei non se ne andrà mai di qui, -come potrei???- mi ribadisce sempre, con quel suo tono austero di chi non ha intenzione alcuna di acconsentire -come potrei far ritorno in Irlanda? Una terra che ormai neanche mi appartiene più, che non riesco a sentire più mia e lasciare qui la mia piccola...- Dio....I pianti dirotti che seguono poi, mi straziano il cuore. Ed ancor di più mi lacerano quelle conferme che lei cerca da me, nella mia esperienza e veneranda età, ma che io non so darle...."
"Vuole molto bene a Lorraine vero?" Chiese Elisa sfiorando delicatamente la mano dell'anziano Ugo, che contratta teneva poggiata sul suo ginocchio, stretta alla stoffa dei pantaloni sdruciti, stretta tanto forte quanto forti erano le emozioni che nel raccontare stava provando. Ma subito e senza neanche pensarci su due volte rispose: "E' come una figlia per me, Lorraine, quanto le voglio bene....Lei è la figlia che non ho mai avuto, perchè non mi sono mai sposato, troppo preso dalla mia terra così ricca e prolifica...Lei era così giovane ed ingenua, soprattutto quando giunse qui la prima volta e così spaesata, vulnerabile e sbagliò. Tutti l'additarono, c'ero solo io per lei, il suo conforto, così mi diceva giovane e sprovveduta piangendo sulla mia spalla. Io ero già grande, 25 anni di più sono molti. Mi affezionai subito a lei, ma come ad una figlia, da proteggere. E da sempre, poi, sono stato il nonno di Jennyfer, la mia dolce Jennyfer...Perchè la vita si è presa lei e non un vecchio come me?"
Ora il Signor Ugo piangeva a dirotto e non riusciva più ad arrestare le lacrime, ed in quel pianto rabbioso ed in collera con se stesso, sbottò: "Come faccio a dire a Lorraine se è giusto o no che ora tutti sappaino la verità? Suo padre le sue sorelle, che sempre sono state tali, quindi che bisogno c'è? Non non lo reputo giusto è finita ormai è tutto finito....E quel povero Edward poi, distrutto dal dolore....Come è possibile dargliene un altro così grande? No la verità non dovrà mai più saperla nessuno..."

Solo in quel momento Ugo si rese conto che ormai, invece, erano in tre a saperla!

Perchè mai aveva fatto una cosa del genere? Perchè mai era stato così stolto da raccontare tutto ad una emerita sconosciuta? Il panico per quell'azione sconsiderata, per quel non ragionato e libero blaterare, fin troppo libero raccontare, letteralmente lo paralizzò! Come aveva potuto? Nel silenzio ormai sopraggiunto tra i due interlocutori, lui continuava a ripeterselo, cercava delle scuse a se stesso, certo, quali ad esempio che dopo anni di tombale silenzio aveva anche lui bisogno di sfogarsi con qualcuno, ma perchè proprio con la prima capitata?

Aveva sbagliato, aveva sbagliato, di gran lunga sbagliato, non c'erano scuse ed ora solo questo riusciva a dire a sè stesso. Solo questa frase imprigionava la sua mente. Così, improvvisamente, quasi a voler cancellare con un solo repentino colpo di spugna quegli imbarazzanti pensieri, quelle sconsiderate confidenze, si alzò di scatto e malamente, così senza null'altro aggiungere, cacciò Elisa da casa sua: "Vattene capito? Te ne devi andare subito! Che ho fatto? Sono proprio impazzito del tutto, ho raccontato il segreto a te...Vattene, vattene capito e non ti far mai più rivedere da queste parti! Che idiota, vecchio, stupido, idiota che non sono altro..." Ripeteva Ugo, rabbioso ed amareggiato, mentre si batteva ripetutamente i pugni sulla fronte ed in modo ancor più vigoroso e violento sul tavolo.

Poi prese a spingere Elisa verso la porta, per buttarla fuori per sempre dalla sua casa e dalla sua vita. Ed Elisa che ormai non ci capiva più niente ed era spaventatissima, terrorizzata da quell'improvviso quanto concreto cambio di umore. In effetti non sapeva proprio spiegarselo, perchè in quel clima di famigliarità e di confidenze, neanche lei aveva ancora fatto bene mente locale che ora quel segreto erano in tre a saperlo, e non più solo in due: proprio perchè ora lo sapeva anche lei....

Provò più di una volta ad intervenire "Signor U...Signor Ugo...Si calmi la prego, non lo dirò mai a nessuno, a nessuno, glielo giuro...." Ma il vecchio continuava a spingerla per le spalle e poi a strattonarla per un braccio, fino a portarla innanzi alla porta: per buttarla definitivamente fuori dalla sua vita, per scacciare per sempre quello che non era più un essere umano, una esile e dolce ragazza, ma uno sbaglio, un enorme sbaglio, il suo.

Così finalmente giunti con estremo ed improvviso impeto sulla soglia, Ugo, aprì la porta con una mano, mentre con l'altra ancora teneva e governava fortemente Elisa, la quale spaventatissima, invece lo assecondava in tutto e per tutto e non provava nemmeno a sdivincolarsi.

La porta si aprì e nella furia di buttarla fuori con tutte le sue forze, Ugo si accorse che non poteva farlo, perchè in piedi dall'altra parte della soglia in lacrime, con il braccio alzato in procinto di bussare, su una porta però ormai già aperta c'era Lorraine....
matto81 - Mer Mag 18, 2005 6:26 pm
Oggetto:
Paragrafo 37°: Menzogne

Lancetta corta 2, lancetta lunga 5. Il grosso orologio rotondo, attaccato alla parete, invitava alla fuga.
Luca uscì dal suo stretto gabbiotto in plexiglas e da una mattinata che, fortunatamente, non prevedeva un seguito dietro a una scrivania, con annesso cliente che finge di assorbire le moine del bravo venditore di azioni, finché non si sveglia e inizia a bombardarlo con una scarica di domande e dubbi e trionfa per sfinimento dell’avversario.
Aveva sempre il mal di testa quando tornava a casa, per non parlare dei giorni in cui doveva restare in banca fino a tarda sera per sbrigare quadrature, conti che non tornano, imprevisti che spesso allungavano di molto il momento della libertà, all’aria aperta o chiusa e familiare, delle sue mura domestiche.
Era stato assunto giovane, con un contratto da usciere e la sua terza media terminata a fatica. La decisione di prendere il diploma, gli studi serali, la felicità dell’avanzamento di carriera. Ora era consulente finanziario e non sapeva nemmeno lui come c’era riuscito. Si ripeteva spesso che non era stato merito suo, ma di Jennyfer che non aveva mai smesso di stargli accanto e di invogliarlo a migliorarsi, anche quando la stanchezza d’intenti e l’appagamento parziale sembravano sufficienti a lasciarlo immobile col suo stipendio base.

Avanzava a piedi verso la macchina, ferma nel garage a pagamento, giù in fondo alla discesa. Il cellulare in mano, cercò in rubrica Elisa, schiacciò il pulsante verde e attese, e poi Il telefono della persona chiamata potrebbe essere spento.
Quanto odiava quella maledetta voce che sbarrava contatti per mestiere!
Compose il numero di casa sua, sperava fosse ancora lì.
TUU TUUU, TUU TUUU, “Dai! Rispondi!”, TUU TUUU, TUU…“Che cazzo!” Riagganciò.
“E’ a pranzo dai suoi, me l’aveva detto stamattina, prima che cadesse la linea. Ma perché ha il telefonino spento?! Starà mangiando, ok la raggiungo là!”
Luca non si accorse che stava parlando da solo; qualcuno, sorpreso, lo seguiva con gli occhi mentre lui accelerava il passo e il tempo.
Aveva una strana sensazione che non si impegnava a decifrare perché non esisteva un solo elemento a suffragarla. Non era preoccupato, Elisa era dai suoi genitori. E allora perché aveva a malapena salutato Franco, il gestore del garage, con un gesto sbrigativo e ora si ritrovava a schiacciare l’acceleratore, impaziente per ogni semaforo rosso o signora o signorina che col cagnolino, o forse era un bambino, sceglievano di attraversare la strada proprio davanti a lui, non alla macchina prima o alla successiva, ma alla sua?! Perché, se andava tutto bene?!

“Signora sono Luca!”
Non aggiunse altro perché si aspettava un Sì Sali! immediato e diretto, invece la voce al citofono scomparve per un attimo troppo lungo.
“Come mai da queste parti?! Comunque sali!”
Il portone a vetri scattò, il citofono si fece muto, Luca entrò e si avviò per le scale.
“Mi dispiace di essere passato così all’improvviso, Elisa mi ha detto che pranzava da voi, io ho provato a dirle che sarei passato a prenderla, ma è caduta la linea. Non c’è mai campo quando serve!”
Lui fuori la porta, lei dentro. Lui sorrideva, lei pareva interdetta, in difficoltà.
“Elisa non è qui!”
“Ancora non arriva?! Strano, a casa non risponde nessuno!”
“Io non l’ho sentita per niente oggi!”
“Ma non l’ha chiamata per invitarla a pranzo?! Che era tanto tempo che non vi vedevate, che avevate bisogno di parlare un po’…?!”
“No!”
A Luca bastò un istante per sentirsi l’idiota più idiota del pianeta Terra. Abbassò la testa, aspettava risposte da una riflessione da cui otteneva solo silenzio e delusione.
“Mi ha mentito!”
Gli occhi della donna si trasformarono in enormi contenitori di rabbia compressa.
“Mi avevi promesso che ti saresti preso cura di lei!”
“L’ho fatto e lo farò!”
Luca si voltò, non aveva voglia di intrattenersi in una discussione inutile e pesante, doveva ritrovare Elisa.
“Chiamami appena ci sono novità!”
Luca era già alla fine dell’ultima rampa di scale. Non aveva idea di dove cercarla, l’unica voce che non riusciva a isolare era quella che continuava a ripetergli sadica: “Ti ha mentito…ti ha mentito…!”
Perché?!
Doveva essere accaduto qualcosa di strano, forse grave.
Tornò immediatamente a casa, magari gli aveva lasciato un messaggio. Nulla. Nessun foglietto, nessun segnale, la segreteria telefonica segnalava 0 nuovi messaggi. Si sentì improvvisamente solo, aveva bisogno di un aiuto, di consigli. In quell’istante si rese conto che in quel tempo, così intimo e caldo passato con lei, non l’aveva conosciuta affatto.
Non sapeva dove andare, dove cercarla dove il suo istinto potesse averla condotta.
“Perché mi ha mentito?! Perché, maledizione?!”

“Max ciao sono Luca ti disturbo?!”
“Ohi grande! Dimmi tutto!”
“Elisa è sparita, mi ha detto che andava a pranzo dai suoi, ma era una balla colossale, sua madre non ne sapeva niente! Che faccio?! Dove vado?! Tu hai una vaga idea di dove possa essere?!”
E perché Max avrebbe dovuto avere una vaga idea?!
Solo perché l’aveva chiamato poche ore prima per avere spiegazioni della foto di Jennyfer, in bella vista sul suo PC?! E come avrebbe reagito Luca se avesse saputo?!
Rivelazioni che avrebbero provocato troppe domande e spiegazioni poco credibili, per quanto vere.
“No mi dispiace Luca!”
Max riagganciò col pensiero di essere una merda di amico.
Anonymous - Gio Mag 19, 2005 12:13 am
Oggetto:
Paragrafo 38: Lacrime di nulla.

- Lorraine! – esclamò sorpreso Ugo.
I tre restarono alcuni attimi a scrutarsi: Elisa guardava Lorraine, meravigliata della sua ancora fresca bellezza; Lorraine saltava dall’uno all’altra come rivedendo una vecchia scena del suo passato; Ugo cercava di recuperare il controllo, clamorosamente perso pochi attimi prima.
- Ciao Ugo. – rispose piatta l'irlandese – disturbo? – chiese con garbo, indicando in modo impercettibile la ragazza.
- N… no, figurati. Se ne sta andando. –
Elisa si sentì soffocare da quello sguardo severo, non poteva che accondiscendere: - Sì, stavo proprio andando via.
Lorraine posò una mano sulla spalla di Elisa: - Come si chiama, signorina?
Da fuori poteva sembrare un normale contatto mano–spalla, ma da dentro Elisa percepì tutto il calore di un amore materno.
Era la versione speculare di ciò che avrebbe voluto provare per sua madre, poterglielo dire, poterglielo raccontare, poterglielo anche piangere senza tormentarsi di sembrare ridicola.
Tutto in un tocco.
- Devo andare. – e corse via, tra lacrime asciutte perse nell’aria.
Anonymous - Gio Mag 19, 2005 12:26 am
Oggetto:
Paragrafo 39: Utente raggiunto.

Finalmente il cellulare squillò: - Elisa, ma dove diavolo sei?!
- Sono in auto.
- Sì, ma dov’eri?!
Elisa capì: - Ero al lago, avevo bisogno di pensare.
Il tono di voce era sufficientemente freddo da non lasciare spazio ad ulteriori approfondimenti: - Capisco…
- Ho bisogno di un abbraccio.
Luca allentò l’ansia: - Sono qui per questo. Vieni a casa!
C’era un gran bel sole quel pomeriggio.
Miki - Ven Mag 20, 2005 10:54 am
Oggetto:
Pargrafo 40: Riflessioni

I raggi del sole riverberavano sulle acque calme del lago.
Echi lontani di barche si perdevano nell'aria insieme alle grida di bambini che giocavano nel cortile di qualche scuola lí vicino.
Un giorno come tanti.
Eppure ad Elisa sembró che la vita fosse iniziata e finita in quel giorno.
Si sentiva sospesa nel tempo, impigliata tra un passato che si faceva man mano piú reale ed un futuro che per contro si allontanava e si sfumava sempre piú.
Il fantasma di Jennyfer er tornato a toccarla.
Mai l'aveva sentito tanto vicino come nel momento in cui i suoi occhi si erano posati su Lorraine.
La donna l'aveva guardata con quella gentilezza formale che si riserva agli sconosciuti mentre a lei era parso di conoscerla da sempre.
Sapeva cosí tanto sul passato di quella donna e sul suo drammatico presente!
Sapeva perfino di piú di quello che Jennifer aveva imparato su se stessa e la sua famiglia.
Per un'istante si sentí un'intrusa e il disagio le fece desiderare di non essere mai venuta fin lí, di non aver mai parlato col vecchio Ugo.
Elisa camminó piano sul lungo lago, fissando il lago senza vederlo, negli occhi le immagini confuse di un passato che non le apparteneva, ma che era riuscito ad infiltrarsi nel suo presente, nella sua storia con Luca, nel mistero che sembrava cisrcondare Jennifer e Max.
Chi era Max?
L'amico di Luca?
No no.
C'era di piú.
Era venuta fin lí per rispondersi, ma quel velo ancora non si era sollevato.
La foto di Jennifer sul monitor di Max restava un enigma e la spiegazione che Max stesso le aveva fornito le pareva sempre meno plausibile.
Monia Di Biagio - Ven Mag 20, 2005 2:31 pm
Oggetto:
Paragrafo 41°: La verità.

Quelle domande ripetute nella sua mente stavano rendendo nervosa, molto nervosa, Elisa, che alla guida della sua auto aveva, appena sentito Luca al telefono che le diceva che la stava aspettando a casa e lei appunto stava tornando di gran lena in città, a Varese, la sua....La loro città.

Frenò di botto. Una frenata secca, subito dopo di una curva a gomito e molto pericolosa. La pericolosità di quella curva era segnalata anche da un mazzo di fiori deposti accanto al tronco di un albero.

"Che cavolo sto facendo!" Domandò Elisa arrabbiatissima a se stessa. Mentre la macchina che la seguiva strombazzò con suono lungo e deciso e l'autista con il braccio le faceva il segno di: "che cavolo combini? Pazza!"

Sì era pazza, pazza ed ormai esaurita. Era andata lì per scoprire una verità, aveva ascoltato una storia, una incredibile storia passata e se ne era andata, sbattuta fuori di casa dal vecchio Ugo certo, ma il suo scopo lo aveva raggiunto? No. Non di certo, e quello che aveva appena saputo era tutt'altro che quello che in realtà lei voleva sapere. "Ed allora perchè?" e poi "Elisa calmati" ripeteva a se stessa, ma ormai doveva scegliere, anche perchè trattenersi ancora su quella curva, avrebbe messo in pericolo lei ed anche gli altri guidatori che all'improvviso se la sarebbero trovata davanti come era appena successo.

Varese da Luca o di nuovo al lago per la verità?

"Al lago!", decise. Andò un poco avanti, trovò uno spiazzo dove girare. Cambiò direzione, tornò sui suoi passi e si diresse nuovamente verso il Lago Maggiore.

Era ancora una volta dinnanzi alla vecchia cascina. Solo allora si chiese: "Chissà se Lorraine sarà ancora qui?" E se, se lo stava chiedendo era soprattutto per quella carezza da poco ricevuta, quella mano materna sulla spalla che le faceva a rigor di logica credere che proprio Lorraine, l'avrebbe aiutata nel scoprire la verità.
"Dio ma come posso chiederlo a quella povera donna? Io non ci sto più con la testa....Il suo dolore sarà incommensurabile ed io candidamente...." fece una vocina stridula per pronunciare ques'ultima parola, "...vado a chiederle: scusi signora sua figlia defunta che lei sappia aveva una relazione amorosa con Max Devoti, l'amico di Luca???" Di nuovo quella vocina e poi con tono normale: "non posso....si devo farlo...no, non posso...Coraggio Elisa ora ci sei....Coraggio un cavolo, come faccio??? Ce la devi fare per te e per Luca!"

Quelle ultime parole, non certo le sue, ma della sua stupida ed impicciona coscienza, la fecero decidere: smorzò il motore, scese dalla macchina ed iniziò a percorrere tremolante e con passo incerto il lungo viale che la portava giù alla cascina, dalla quale era appena scappata, peggio, scacciata a malomodo!

Bussò, prima delicatamente e poi con più forza, si sentivano delle voci all'interno che discutevano....Difatti ad aprirle fu Lorraine.

"Ah, tu. Ancora qui? Ti sei dimenticata qualcosa?" E mentre Lorraine le poneva quelle domande, cercando in un qualsiasi modo di ripristinare il suo pessimo stato, fisico e mentale, Elisa senza pensarci rispose, ormai era in preda alla irrealtà pura: "Si la verità"

"Cosa????" replicò Lorraine.
"La verità. Ho dimenticato di sapere la verità. Ero qui per questo e non me ne vado finchè non me la direte!" Sentenziò ferma Elisa. Mentre l'idea che uno spirito maligno si fosse impossessato di lei, la terrorizzò.
Monia Di Biagio - Ven Mag 20, 2005 2:47 pm
Oggetto:
Paragrafo 42°: Jennifer e Max.

"Quale verità?" sbalordita chiese Lorraine a quella sconosciuta ancora ferma, immobile sul ciglio della porta.

Ma a risponderle, fu Ugo: "La nostra verità, ormai la sa....Stavo cercando di dirtelo, ho sbagliato perdonami figlia mia...."

"E no" riprese Elisa facendosi largo dalla porta verso il centro della stanza "Non la vostra verità. Io ero qui per sapere di Jennifer e Max!"

"Jennifer e Max???" riprese Lorraine fortemente sconsolata, ma più che altro spaventata da tanto veritiero ardire: "E tu chi sei??? Tu che ne vorresti sapere di loro?" aggiunse arrabbiata Lorraine.

"Cosa erano l'uno per l'altra?" Ormai Elisa non si fermava più. Se le fosse sfumata anche questa occasione sarebbe stata perduta per sempre.

"Tu sei solo una povera pazza!" Le urlò in faccia Lorraine andandole ad un centimetro dal viso, con il suo dito alzato, quasi stesse per ammazzarla in un sol colpo.

"Pazza sì." Rispose Elisa coraggiosa, ormai era lì e non aveva più nulla da perdere. "Pazza. Ma ho visto la foto di Max e Jennifer insieme. Amo Luca, lo vedo soffrire smisuratamente e lo voglio sapere!"

"La sua amante..... Ecco cosa sei! E la mia povera Jennifer che si crogiolava. E lui aveva già un'amante!" Ormai Lorraine era collerica.

"E perchè Jennifer si crogiolava tanto?" Non c'era più speranza. Elisa stava sfidando il diavolo, la rabbia pura, ma voleva sapere.

Lorraine diede il meglio di sè: "Come sei angelica?! Non lo sai forse che tra Jennifer e Luca c'erano dei grossi problemi? Di carattere, di comprensione.....di sesso, intendo, mia cara....Ed è lì che sei subentrata tu, non è vero? Sei solo una puttanella! Una lurida puttana!"

"Non lo sono affatto invece!" Elisa strillava e piangeva ma non si sarebbe di certo arresa, voleva sapere ed allora ancora una volta si fece forza: "E che c'entrano i problemi di sesso con Max?"

"Sei proprio una cagna. Tu e Max vi siete messi in mezzo entrambi!" Ormai Lorraine doveva pur esplodere, difatti raccontò in un sol colpo tutta la verità: "Erano mesi che non lo facevano più. Jennifer si fece prendere...dal tuo amico Max...Rimase incinta....Di chi doveva essere secondo te quel figlio che portava in grembo? Quei giorni qui le sarebbero serviti per chiarire: tra lei e Luca. Ma Luca non venne, come suo solito. La raggiunse invece Max. Scoraggiato, spaventato, non sapeva cosa fare. Jennifer era troppo felice. Finalmente aveva in grembo il figlio che sempre avrebbe voluto da Luca. Ma era di Max. Per cui lo incoraggiò, lo consolò, gli sorrise, e poi per sempre se ne andò!"

Lorraine era esausta, non ce la faceva più si accasciò su di una poltrona. Ugo spasmodico, col cuore a mille corse in suo aiuto. Elisa, invece, rimase a lungo ferma al centro della stanza. Finchè....

Bussarono nuovamente alla porta. Nessuno di loro se la sentiva di aprire. Ma una voce esterna disse: "Sono Max. C'è nessuno in casa?"

Si guardarono tutti terrorizzati, non sapevano cosa fare, nessuno muoveva un passo per andare ad aprire.

Max invece al contrario era lì per un motivo ben preciso: alla domanda di Luca dove si trovasse Elisa, lui da subito non rispose, e da subito si sentì un vigliacco perchè invece lo sapeva. Difatti da subito, vista la sua precedente conversazione con Elisa, lo aveva capito, dove potesse trovarsi e lì si diresse di corsa, in sella alla sua moto, ormai risistemata a puntino. Difatti ci aveva preso: Elisa era propri lì, ma lui non sapeva ancora cosa era realmente successo nel dolce luogo delle squisite marmellate.
matto81 - Lun Mag 23, 2005 8:12 pm
Oggetto:
Paragrafo 43°: Fragile apparenza

Elisa come d’improvviso piombò fuori da quella strana e soporifera atmosfera di immobilità e in un istante era già alla porta, ritrovando il demone esagitato che l’aveva portata fino alla fine della verità, quel demone che si chiamava amore e che nessuno può appagare quando schegge di marcio provano a colpirlo. Gli occhi di Max, alla sua vista, sembrarono raggelarsi.
“Elisa…”
“Solo una foto vero?! Solo un incontro casuale perché tu volevi farti un giro in moto vero?!”
Elisa sputava rabbia in ogni sillaba, avrebbe voluto colpirlo, schiaffeggiarlo, lui che con quella faccia placida continuava a guardarla senza neanche tentare scuse, sapeva solo guardarla.
“Anche il figlio che aspettava da te era frutto di un puro caso?! E che strano caso quello che ha deciso di trasformare il miglior amico di Luca nel giocattolo sessuale preferito di Jennyfer, la sua compagna; bizzarro non trovi?!”
Elisa alimentava il suo sfogo liberatorio pur sapendo che non l’avrebbe condotta da nessuna parte.
“Ma che brava moglie una che risolve la sua astinenza sessuale cercando altrove un cazzo migliore e una bocca e mani più eccitanti!”
“Non ti permettere! E’ di mia figlia che stai parlando! Non hai neanche il rispetto per una persona che è morta da così poco tempo!”
Lorraine piangeva, non sopportava quella tortura fredda e impietosa.
“Vergognati! C’è una madre che ha già sofferto abbastanza! Vai via di qui! Vai via dalla mia casa! E non t’azzardare a dire in giro tutto ciò che hai strappato dalla nostra vita!”
“Oh sì che me ne vado!”
“Elisa aspetta!”
“Eh togliti tu!”
Elisa spinse via Max dalla porta e uscì fuori, accolta da un vento che sperava potesse soffiare via i pensieri che non contenti tornavano a torturarla. Era agitata, furiosa, camminava sul pietrisco e respirava pesantemente, affannata, aveva il cuore sottosopra e nessuna calma per respirare una volta in più e accumulare gocce di tranquillità.
Raggiunse la macchina, inserì la chiave, girò e il quadro si accese in tante iconcine che osteggiavano il giusto funzionamento del tutto. E invece non funzionava nulla, mise in moto, proprio nulla, ingranò la prima, cosa avrebbe detto a Luca? Accelerò e l’automobile si mosse, che il figlio che aspettava Jennyfer era di Max? La lancetta del tachimetro saliva, 40, 60, si ritrovò sulla tangenziale, 80, che Jennyfer, insoddisfatta della sua vita sessuale, aveva fortunatamente trovato in Max il mistico guaritore di ogni suo male? 100, 120, “E ora che cazzo faccio?” diede un pugno sul volante plastificato mentre qualche lacrima di rabbia scendeva già consapevole del dolore che le sue parole avrebbero provocato nell’uomo che amava.
Varese si materializzò davanti ai suoi occhi minacciosa, troppo presto, prima che lei avesse potuto produrre conclusioni meno dolorose per una vicenda che nessuno ormai poteva cambiare.
Luca non doveva vederla in quelle condizioni. Aveva bisogno di parlare, liberarsi e capire cosa fare, ma non poteva farlo con Lui.
E con chi allora?
Non aveva nessuno vicino, era sola quando avrebbe voluto l’attenzione di mille voci.
“Danilo sono Elisa!”
“Ehi bella! Da quanto tempo!”
“Senti devo parlarti, devo parlare con qualcuno, uno a caso! Cazzo! Non so che fare!” Ricominciò a piangere.
“Ehi bella calmati! Che succede? Vuoi Eros?”
“No senti non hai capito un cazzo! Ne sono fuori chiaro?”
Tremava.
“Dai passa un attimo da me!”
Danilo abitava solo, in un buchetto sporco che dava sulla piazza.
Elisa riagganciò, gettò il cellulare sul sedile vuoto del passeggero e sterzò bruscamente a destra.
Subito dopo aver scoperto che nelle sue vene scorreva sangue infetto aveva scelto l’abbandono di ogni cosa, il divertimento sfrenato senza limiti e pensieri. E in una notte di alcol, di quello che lei definiva periodo di merda, aveva conosciuto Danilo. In lui aveva trovato complicità, sesso e droga, le tre parole che regalano felicità a tutti coloro che navigano nella disperazione e lei non poteva che aggrapparsi a quello scoglio che la tratteneva dalla corrente impetuosa dei cattivi pensieri. Elisa non sapeva affrontarli, Elisa fuggiva ogni volta che c’era da tirar fuori il carattere, Elisa aveva sostenuto Luca come mura dall’aspetto solido sostengono il piano di sopra di una graziosa villetta e poi arriva un ragnetto piccolo e verde, si arrampica a fatica, e tutto si sgretola e crolla perché quel maledetto ragno sapeva bene quanto quella forza fosse solo uno splendido miraggio per coprire la fragilità di un animo debole e insicuro.
E così Elisa stava fuggendo anche quella volta, fuggiva dalla parte sbagliata, nelle mani del passato che così frettolosamente era convinta di essersi lasciata alle spalle.
Anonymous - Mer Mag 25, 2005 10:46 pm
Oggetto:
Paragrafo 44: A I DI ESSE (punto it).

Che diavolo poteva fare Luca?
Nessuno sapeva nulla, andare alla cieca avrebbe portato meno risultati che aspettarla a casa.
Si rassegnò versandosi un triplo brandy.
Accese il computer per abitudine e lesse distrattamente la posta.
In pochi minuti spulciò tra i messaggi pubblicitari, newsletter di vari siti e scemenze allegate.
Poi si ricordò che un giorno si segnò mentalmente di studiare in dettaglio l'argomento AIDS.
Non si era mai cimentato in ricerche particolari, tentò quindi con un banale
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e cominciò a leggere:

Che cos'è l'AIDS?

L'AIDS è una sindrome clinica caratterizzata da un progressivo deterioramento del sistema immunitario causato dal virus HIV. Il virus, una volta penetrato nell'organismo umano, può attaccare numerose cellule, ma predilige quelle che presentano sulla loro superficie il recettore CD4.


- CD4?! Cominciamo bene! – pensò Luca, restando qualche attimo su quella sigla sconosciuta che di certo meriterà un approfondimento.

Le principali cellule bersaglio del virus sono i leucociti CD4-positivi (linfociti o macrofagi) che vengono distrutti; il sistema immunitario viene, quindi, progressivamente deteriorato fino ad essere incapace di contrastare l'attacco di alcuni micro-organismi, detti "opportunisti" con conseguente possibile insorgenza di alcune infezioni gravi tipiche della fase sintomatica dell'infezione da HIV.

- Forte! Micro-organismi ‘opportunisti’! Dovrei prendere lezioni da loro…

Il virus HIV appartiene alla famiglia dei Retrovirus, classe Lentivirus e ne sono stati identificati 2 sierotipi.
Il sierotipo 1 è il principale responsabile dell'epidemia a livello mondiale, mentre il sierotipo 2 ha una diffusione più circoscritta e limitata all'Africa Occidentale.


- Famiglia dei Retrovirus, classe Lentivirus… neanche Spielberg potrebbe inventare un alieno simile…

Storia:

Si ritiene che l'infezione nell'uomo abbia avuto origine in Africa centrale (tra il 1955 e il 1965) da un adattamento di un virus animale che colpisce gli scimpanzè.
La trasmissione animale-uomo sarebbe avvenuta per via parenterale (contatto di sangue) attraverso la caccia o durante riti tribali.
L'infezione è rimasta a lungo confinata nella regione geografica d'origine fino a quando alla fine degli anni settanta, si è diffusa nelle isole dei Caraibi, in alcune città degli stati Uniti e del Nord Europa tramite persone infette favorita dall'incremento degli scambi commerciali e turistici tra le zone di endemia e paesi indenni.
Anche l'impiego di emoderivati infetti provenienti da aree epidemiche (in particolare USA) hanno contribuito alla diffusione dell'infezione da HIV nel mondo.


- Le trasfusioni… - Luca di trasfusioni ne aveva subite un paio a causa di un incidente motociclistico, a quel pensiero rabbrividì.

Che cosa significa essere "sieropositivo"?

Con il termine "sieropositivo" si intende comunemente una persona che presenta nel sangue gli anticorpi anti-HIV (che possono essere identificati con specifici test di laboratorio).
Lo stadio di sieropositività corrisponde al periodo, piu' o meno lungo, della latenza clinica, della fase pre-AIDS e della fase AIDS.
Durante la fase della latenza clinica si verifica una replicazione virale con riduzione progressiva dei linfociti CD4+ e deterioramento del sistema immunitario: si è ammalati e infettanti senza avere sintomi.


- Hey! C’è anche il CD4+! Sembra di leggere un manuale di programmazione software…

La fase pre-AIDS è una fase di transizione, in cui si manifestano condizioni patologiche non gravi e comuni anche alla popolazione generale, ma che nella persona sieropositiva hanno una maggiore frequenza e gravità.

Dal punto di vista clinico questa fase può essere caratterizzata dalla presenza di una linfoadenopatia generalizzata (tumefazione generalizzata e non-dolente dei linfonodi, in assenza di ogni altra possibile spiegazione).

La durata media del periodo asintomatico (latenza e fase pre-AIDS) dopo l'avvento delle terapie altamente efficaci (HAART) si e' allungata, arrivando fino a 16 anni. I 2/3 dei soggetti, se non trattati, passato questo periodo sviluppa manifestazioni cliniche della malattia.


- Merda! 16 anni?! E se fossi infetto pure io e non si fosse ancora manifestato? Cristo! – Luca si sistemò meglio sulla sedia e completò l’apertura mentale per assimilare tutto.
Giù metà del triplo brandy.
(sì, è un controsenso bere per stare lucidi, ma credetemi, in casi estremi funziona. n.d.a.)

Quali sono i sintomi dell'infezione acuta da HIV?

Dopo 3-6 settimane dal contagio, si ha la fase di infezione primaria che decorre asintomatica nel 25-50% dei soggetti mentre nei restanti si manifesta con quadri clinici aspecifici.
I sintomi generalmente riportati configurano una sindrome definita "simil-mononucleosica" e cioè caratterizzata da esantema e linfoadenopatia.


Man mano che scorrono i nomi difficili, Luca se li segna su un foglio per approfondirli con calma alla fine dell’articolo.
…e giù un altro sorso di brandy.

E' stato descritto anche un possibile interessamento primario del sistema nervoso centrale con quadri clinici di encefalite o meningite e disturbi neurologici localizzati e generalmente reversibili.
Il virus in questa fase si dissemina in tutti gli organi e tessuti.

Questa sindrome "acuta", che generalmente dura poco più di una settimana, può a volte essere accompagnata da un'immunodepressione transitoria simile a quella che contraddistingue le fasi più tardive della malattia ed associarsi ad altre malattie cosiddette opportunistiche.

In questa fase il virus è presente nel sangue in grande quantità, ma non è necessariamente già presente l'anticorpo (quindi il test eseguito durante la fase acuta può risultare falsamente negativo).


- Vorrei proprio vedere com’è fatta una malattia opportunistica. Come se le altre fossero gentili e chiedessero il permesso per farci stare male… che roba!

Come si manifesta l'AIDS?

Per AIDS si intende la fase sintomatica dell'infezione da HIV durante la quale, a seguito di una progressiva immunodepressione causata dal virus stesso, si manifestano infezioni cosiddette opportunistiche o tumori.


- Aridaje!

La velocita' di progressione della malattia da uno stadio ad un altro e' influenzata oltre che da fattori virali anche da fattori legati all'ospite quali la presenza di altre infezioni virali (infezione da virus B e C dell'epatite, da citomegalovirus, da virus di Epstein Barr ecc), dall'eta' del soggetto, dalla tossicodipendenza attiva, dalla terapia antiretrovirale.

- Da quel punto di vista dovrei stare tranquillo…

I sintomi dell'AIDS sono quelli propri delle infezioni opportuniste o dei tumori che si possono manifestare in questa fase di malattia.
La lista delle patologiche che secondo la classificazione del CDC di Atlanta, fanno porre diagnosi di AIDS, sono:

Aids Dementia Complex (ADC)
Aspergillosi
Candidosi Disseminata, Candidosi Esofagea
Carcinoma Invasivo Della Cervice Uterina
Coccidioidomicosi
Criptococcosi
Criptosporidiosi E Microsporidiosi
Cytomegalovirus
Histoplasmosi
Infezione Da Herpes Simplex E Varicella Zoster
Isosporiasi Cronica
Leucoencefalopatia Multifocale Progressiva (PML)
Linfomi Non Hodgkin
Micobatteriosi Atipiche Disseminate
Neurotoxoplasmosi
Polmonite Da Pneumocistis Carinii
Polmoniti Recidivanti
Retinite Da Cmv
Sarcoma Di Kaposi
Tubercolosi


- Il CDC di Atlanta… un’altra sigla… “Highway to hell” degli ACDC, ci starebbe bene!
…altro sorso.

E' importante notare che il termine AIDS è una "definizione" clinico-epidemiologica, che serve per descrivere il crescere dell'infezione nella popolazione: da quando sono disponibili le terapie anti-HIV altamente efficaci, il termine AIDS non implica una compromissione irreversibile dell'attesa di vita del singolo paziente, che dipende da molteplici fattori.
- Compromissione irreversibile dell’attesa di vita… complimenti al redattore dell’articolo.

Prima della disponibilità di farmaci antiretrovirali efficaci, si arrivava alla fase di AIDS, dopo circa 8 - 10 anni, dal contagio (storia naturale dell'infezione da HIV). La sopravvivenza media nella fase di AIDS, sempre in assenza di terapia specifica, era di 3 anni.


- Miseriaccia! Cioè, uno può farsi una storia con una per 8-10 anni ed essere convinto di stare bene?

Con l'avvento della HAART la storia naturale dell'infezione è stata modificata; non è stato definito infatti, a tutt'oggi, quanto tempo possa vivere un paziente in AIDS: esiste un'estrema variabilità individuale e comunque, anche in questo caso, sono molto importanti i fattori virali, le eventuali malattie concomitanti e la disponibilità e l'efficacia delle terapie anti-HIV.

- Ecco cosa cercavo! Quindi Elisa potrebbe anche vivere più di me, per quello che ne so.
Buttò giù l’ultimo sorso e si gustò la nuova prospettiva.
Miki - Sab Mag 28, 2005 3:45 pm
Oggetto:
Paragrafo 45: Domande senza risposta


Luca terminó di bere l'ultimo sorso di brandy e rimase in vacua contemplazione della pagina internet sul monitor.
Gli girava la testa, forse per l'alcol, o forse per la quantitá di informazioni che il suo cervello cercava di assorbire ed elaborare, o forse per le emozioni che lo scuotevano.
A, I, D, S.
Quattro lettere che non avevano mai rappresentato altro che una sigla letta di sfuggita su giornali e depliant nelle sale d'aspetto degli ospedali...
Ne aveva scorso uno distrattamente anche la sera che aveva atteso al pronto soccorso, intanto che Jennyfer...
Era una realtá che ora, dopo quella lettura, pareva ancora piú assurda.
Jennyfer era sana, pura, piena di vita... aveva in sé la vita!
Luca ancora non si capacitava di ció che il medico legale aveva scritto nel referto dell'autopsia: Jennyfer era incinta di otto settimane.
Incinta!
Com'era potuto succedere ancora non era riuscito a spiegarselo, dopo i molti tentativi andati buchi e la sua incapacitá di darsi a lei pienamente.
Ma forse non era necessario avere un'erezione...rapporti sessuali completi... miseria! Quante adolescenti erano finite nei guai dopo approcci goffi e mal riusciti?
Ed era successo anche a Jennyfer!
E ora, Jennyfer, che portava in sé la vita, era stata falciata via, e con lei quel piccolo miracolo.
Ed Elisa che in sé portava solo malattia e morte, era viva.
Era con lui.
Qual'era il senso in tutto ció?
Luca inspiró e si alzó dal computer con l'impressione di stare annegando nei suoi stessi pensieri.
Voleva smettere di pensare.
Smettere di girare senza meta fra i cento perché della sua mente. Non avrebbe portato a nulla quel continuo tormentarsi su domande che non avevano risposta.
Si avvicinó alla finestra e fissó il marciapiede grigio sotto di lui, aspettando il ritorno di Elisa.
Monia Di Biagio - Lun Mag 30, 2005 2:27 pm
Oggetto:
Paragrafo 46°: L'attesa...

Luca aspettò parecchio, immobile su quel davanzale chiuso, con la faccia triste e preoccupata poggiata addosso al vetro, a guardar giù. Niente, nessuno, di Elisa nemmeno l'ombra. Fissando insistentemente la strada deserta sottostante, i suoi occhi vuoti, venivano di tanto in tanto riempiti da giocosi mulinelli danzanti che il vento faceva, raccogliendo foglie cadute a terra, facendole volare alte in circolo, poi ancora giù....Ma neanche questi aereosi giochi riuscirono a carpire l'attenzione di Luca, distogliendolo dall'unica domanda che ora rapiva la sua mente: "Ma dov'è?" Luca non faceva altro che domandarsi cosa poteva essere accaduto, quale poteva essere la causa dell'assenza di Elisa, che pure gli aveva detto che stava tornando a casa, ma non era vero.....E perchè al suo telefonino che pure squillava, ma a vuoto, lei non rispondeva mai. Cercarla? E dove? Aspettarla? E quanto?

L'attesa, quella cocente attesa che lo innervosiva, ma che come in un sibillino collegamento di idee improvvisamente gli suggerì di metter su un cd che gli piaceva molto, che piaceva molto a Jennyfer, glielo aveva regalato lui “Andrea” di Andrea Bocelli. E nella semioscurità della stanza, dove solo una lampada accesa schiariva i suoi incerti passi, si diresse verso lo stereo, mise su il disco, poi si sedette sul divano, ad aspettare ancora....

Ma tra quelle note che di certo, almeno loro, gli avrebbe fatto compagnia, in quel solitario momento, scelse la canzone che gli sembrava più appropriata a quel momento, misto di tristezza, rabbia ed alcol nelle vene e comunque anche tanto Amore, per quella donna capitata all’improvviso nella sua spoglia vita, ma che quella sera, neache portata dal vento faceva ritorno…Scelse la n° 2 “L'attesa”, appunto, e cominciò a seguire quella melodia, quelle parole, con le lacrime agli occhi, come se fossero le sue, per lei, per Elisa, che non era lì: "Tu da sempre come un canto sciogli la malinconia, dai sorriso al sole spento, sai guarire la realtà: ecco perché canto di te quasi d'Amore...A metà di un sentimento: tu da quale parte stai? Forse cento, forse un giorno, tutto e niente, poco importa sai: ecco perché nascono in te nespo di rosa, da parte mia che vuoi che sia l'attesa…E parlami dal cuore, io ti proteggerò, somigli al nuovo amore, potrei morirne anche per un po’, per poi ricominciare! Parlami ancora di te, consuma il tempo…Comunque sia l’anima mia è qui nel tuo cielo! E parlami dal cuore…Sei il mio filo appeso al vento, sei quel sogno che non c’è, sei il mio nuovo, sei il momento, sei quell’aria che non sei. Cercami in te, come se in me fossi sospesa, da parte mia che vuoi che sia l’attesa! E parlami dal cuore, io ti proteggerò, somigli al nuovo amore, potrei morirne anche per un po’, per poi ricominciare! Parlami ancora di te, consuma il tempo…Comunque sia l’anima mia è qui nel tuo cielo! E parlami dal cuore…Perché per dare un senso ai sensi: voglio vivere di…Te.

Una dichiarazione in tutti i sensi, ma a chi? A chi non c’era? A chi non poteva più esserci? A colei che sarebbe tornata? Lo sperava. E su quelle note, stanco si addormentò. Il cd continuò a lungo, ripartì dall’inizio almeno tre volte. Ma ormai Luca dormiva profondamente: solo, ancora seduto sul divano, con la testa persa sulla spalliera. Saranno state le 5 del mattino: Elisa rientrò. Luca non sentì, né la porta aprirsi, né i leggeri passi di lei. Ed Elisa ancora per un pò rimase in silenzio a rimirarlo, in sacrale silenzio, anche perché ora lo stereo stava di nuovo mandando le note di quella stessa canzone prescelta da Luca. E non era una canzone come tante, Elisa lo sapeva, lo sentiva, ed in un batter di ciglia capì il suo Luca, la sua attesa, lo amava, allungò una mano per destarlo…Ma si fermò, spaventata, ricordando, ritornando improvvisamente alla raltà appena vissuta. Cosa gli avrebbe raccontato di quella notte? Era in compagnia di Danilo. Cosa era successo tra loro? E soprattutto argomento che ancor più, smisuratamente, la faceva penare: cosa avrebbe raccontato a Luca della sua giornata al Lago? Di quello che aveva appena scoperto? Sempre se qualcosa gli avesse raccontato?

La verità la faceva soffrire, “L’Attesa” di Luca la faceva fremere d’amore, allungò una mano sulla sua spalla e delicatamente lo svegliò: “Elisa….sei qui?” “Sono qui, ti amo…”

Erano di nuovo insieme, solo loro due, ma cosa si sarebbero detti? Cosa si sarebbero raccontati dopo aver trascorso un intero, strano, giorno lontani, dal cuore e dall’anima, per poi ritrovarsi ancora?
matto81 - Mar Mag 31, 2005 1:43 pm
Oggetto:
Paragrafo 47°: Il destino si diverte, Elisa piange.

Il sonno in un istante fuggì dagli occhi di Luca, che guardava Elisa come la visione eterea di un sogno aspettato un’eternità. Il cielo era buio, il silenzio avrebbe abbracciato ancora per un po’ la città e i cuori addormentati dei suoi abitanti; quella notte volgeva al termine, qualche ora tutta per loro e poi sarebbe tornata la vita.
“Dove sei stata?”
Si alzò dal letto. Era stanco per via dell’ora, della preoccupazione e dell’ansia accumulate in una giornata di attese e silenzi e voglia di gridare e cellulari spenti e bugie e segreterie telefoniche e voler a tutti i costi far qualcosa e non sapere cosa, dove, il meglio, la verità.
Elisa lo guardava in silenzio.
“Andiamo in cucina, faccio il caffè.”
Lei dietro di lui, con gli occhi appesantiti dai segreti e i segni sbafati del rimmel nero torturato dalle lacrime di un’intera notte.
Luca armeggiava con la macchinetta, ancora nera dell’ennesimo caffè che aveva bevuto poco prima di addormentarsi. Aveva provato in tutti i modi a scacciare il sonno, doveva aspettarla, vederla con i suoi occhi, esser certo del suo ritorno. Quando era ricomparsa, l’inconscio lasciò il posto ad una sensazione di tranquillità totale, come quando d’improvviso un groppo di ore di tensione, pesante come un macigno, si scioglie tutto insieme e sparisce dimenticato nell’aria. Ora quasi non gli importava più nulla del perché, la serenità di riaverla lì aveva placato tutte le sue paure.
Ogni tanto si voltava verso di lei e non era difficile percepire dai suoi occhi, la voglia di raccontare, sfogarsi, sputare fuori tutto ciò che l’aveva trattenuta nella pena, contro il suo volere. Eppure stava zitta e Luca temeva di intuirne il motivo; tremava perché doveva essere accaduto qualcosa di grave che la teneva sospesa sull’orlo di lacrime già versate e lacrime in attesa che venisse chiamato il loro numero.
Fu proprio in quel momento che Elisa scoppiò in un pianto disperato, il volto tra le mani, seduta su una delle sedie dure di legno attorno al tavolo; piangeva per rompere il silenzio, perché era l’unica cosa che le sembrava coerente, perché non era colpa sua, perché il destino aveva deciso di divertirsi con lei scegliendola come infausta messaggera del suo gioco.
“Basta piangere!”
Luca non sopportava più la sofferenza, aveva dovuto convivere con essa e col suo volto rigato dalla disperazione, riflesso nello specchio che pareva solo dirgli: “Guardati come sei ridotto! Piangi pure, tanto è inutile come inutile sei tu!”.
Moriva nel vedere Elisa così, eppure sentiva gradualmente una rabbia salire.
“Cos’è successo?”
Solo il soffio del gas intento a portare a termine i suoi doveri meccanici.
“Mi dispiace.”
La sua voce si perdeva nell’aria piagnucolosa arrivando a malapena a destinazione.
“Ti dispiace cosa?”
Il tono di Luca si era fatto perentorio, indagatore. Elisa d’altra parte non riusciva a trovare le parole, non sapeva ancora cosa dirgli e come dirglielo. Non aveva tempo per pensarci e ragionare, Luca era lì, doveva farlo adesso.
Un trillo improvviso e poi un altro e un altro ancora. Il telefono di Elisa aveva preso a squillare, sullo schermetto lampeggiava Danilo.
“Chi è?”
Qualcuno la chiamava alle cinque di mattina, qualcuno che evidentemente sapeva qualcosa di quella giornata, molto più di quanto ne sapesse lui.
Elisa guardava il cellulare senza rispondere.
Danilo voleva certamente assicurarsi che stesse bene, l’aveva lasciata in condizioni terribili ed era preoccupato, ma lei non poteva rispondergli, non prima di aver trovato la forza per trasformare le giustificazioni che Luca si aspettava in confessioni, affilate come coltelli, che sanno dove colpire per ferire e non uccidere mai.
Il telefono tacque.
“E’ Danilo, è con lui che sono stata tutta ieri, fino ad ora.”
“Chi è Danilo?”
L’odore del caffè invase la stanza e il suo borbottare provava a coprire il ribollire del sangue di Luca nelle vene.
“Uno dei miei ex. Ieri m’ha chiamato, sono andata da lui e… mi dispiace Luca!”
Luca sentì un’esplosione dentro di lui.
“Mi dispiace?! Mi dispiace?! Torni alle cinque di mattina dopo essere sparita tutto il giorno e tutta la notte, senza darmi una spiegazione, raccontandomi cazzate su cazzate, per scopare con un tuo ex e tutto quello che sai dire ora è MI DISPIACE?!”
“Luca io ti amo!”
“Non ci provare Elisa, non ci provare! Mi fai schifo”
Si sentiva stupido, l’aveva aspettata, cercata, mentre lei non si era affatto curata della sua preoccupazione, per dedicarsi ad un altro, a Danilo, al suo ex.
“Domani chiami tua madre e sparisci da qua!”
Luca andò via lasciandola lì, in cucina, a piangere per averlo ferito gravemente con una bugia fatta di fango e vergogna, pur di non ucciderlo con la verità, quella che avrebbe strappato dalla sua mente tutti i bellissimi ricordi che conservava di Jennyfer, del suo amore e della sua amicizia con Max.
Piangeva, mentre il caffè si era arreso, ormai, alla sua sorte di bruciare dimenticato.
Anonymous - Mar Mag 31, 2005 7:39 pm
Oggetto:
Paragrafo 48: Usciamo, amico mio?

- tuuu... ...tuuu... ...tuuu... wé bello, dimmi!
- Max, esci in moto?
- Tutto ok?! Che tono...
- Esci in moto?
- Va bene, se me lo chiedi in quel modo gentile e raffinato! – sorrise.
- Se esco da solo mi ammazzo, mi servi tu.
- OK, solito posto, solita ora.
- Grazie…
Chi non è motociclista, probabilmente non sa cosa vuol dire uscire con la testa piena di pensieri.
La moto esige che buona parte dell’attenzione sia dedicata ad essa, alla strada ed ad una giusta dose di buon senso, la restante parte può essere spesa in tanti piccoli pensieri, purché dedicati agli stessi argomenti.
Tutto ciò vale per tutti i tipi di bikers, dai turisti domenicali ai pazzi scatenati.
La strada, quando sei su due ruote, è piena di inviti: ogni guard-rail è pronto a riceverti, ogni quercia pare messa lì per essere abbracciata, ogni ostacolo segue una sua logica ben definita nelle leggi delle probabilità e, ammesso che la strada sia tutta dritta, sicura e deserta, ci sarà di certo un automobilista sbadato che esce dal cortile della sua casa proprio in quel momento, magari in retromarcia.
Il tempo necessario per non accorgersi di uno qualsiasi di quei casi è esattamente il tempo necessario a pensare ad altro per un istante.
Ecco perché Luca aveva bisogno di Max, perché se fosse uscito da solo avrebbe collezionato una lunga sfilza di occasioni per ammazzarsi (o per essere ammazzato).
Max, di solito, era l’apristrada e lui non usciva se non era sicuro di poterlo fare.
In più, con d’avanti uno bravo come lui, nasceva una specie di sfida che da sola bastava a liberare la mente.
Max accettò, sia per amicizia, sia per cogliere l’occasione.
Luca ancora non sapeva, quindi arrivò come sempre in anticipo al solito bar ed ordinò una cedrata.
Monia Di Biagio - Mar Mag 31, 2005 10:20 pm
Oggetto:
Paragrafo 49°: La mezza verità....

Al solito posto, la cedrata per Luca era già sul tavolo, lo stesso dove Max sorridente lo attendeva, già seduto, con il bicchiere tra le labbra.

"Caspita ragazzo ti vedo smunto, abbattutissimo, mi dici che ti è capitato?"

Chiese Max sornione, ironico quanto basta, in un'occasione del genere, in cui, "lo sputtanamento" potrebbe stare dietro l'angolo. Facendo, nel miglior modo che gli riusciva, finta di nulla, che nulla sapeva, di non entrarci nulla, ma in realtà ben credeva cosa potesse essere successo, tanto da aver ricevuto richiesta di quella corsa improvvisata....E se Elisa già gli avesse svelato che quel figlio mai nato era un figlio a metà...Non di Luca ma suo?

"Elisa...." Cominciò Luca sedendosi ed ancor prima di prendere il suo bicchiere tra le mani, mentre Max già tremava e vedeva all'orizzonte la fine di una lunga e duratura amicizia...."Elisa è strana non la capisco più....Qualche ora fa alle 5 del mattino è rientrata a casa in lacrime, credo mi abbia tradito con un suo ex, un certo Danilo, che l'ha pure richiamata appena tornata a casa nostra..." Era la prima volta che descriveva la sua casa, la sua ed un tempo di Jennifer così: come sua e di Elisa. Poi riprese accorato: "Merda che schifo di vita...Ma lasciamo perdere...Te la senti di andare Max io sono pronto, il percorso è nostro...Fino a passo croce?" Max non rispose, di getto come al solito, il classico "Si!" Perchè tremava ancora, ed oltretutto visto lo stato psichico dell'amico, sapeva che avrebbe dovuto badare a sè stesso e all'altro, entrambi a cavalcioni sui due bolidi, che non sempre perdonano, ma lui stava anche peggio. Così si alzò e basta, pronto, ma senza alcuna risposta affermativa, perchè per primo non era affatto sicuro che sarebbe riuscito nell'impresa: quell'enorme finzione ormai giunta agli sgoccioli. Tra l'altro ancora non ci aveva capito nulla, Luca aveva proferito troppe poche parole, lui invece avrebbe voluto arrivare, comodamente seduto ed al sicuro su una stabile sedia, alla fine del discorso. Invece così non fu e per non rovinare tutto, magari era ancora salvo, chi poteva saperlo, non se la sentiva nè di contraddire l'amico nè di spronarlo a proseguire quello scottante discorso. Luca voleva solo andare, volare....Max lo assecondò, per non sbagliare. Erano già a cavalcioni delle loro moto e andarono veloci su per la salita, scattanti sulle curve, roba da ammazzarsi, quando ancor più impavidi ed a pieni giri tracciavano a tutta velocità discese rapide ed improvvise, poi ancora salite ed altre pericolose curve.

Era il loro tragitto montanaro preferito e loro liberi, sfrontati erano lì, amici e complici come non mai. Fu proprio all'origine di questa forte e profonda sensazione che Max decise di ritirarsi dalla corsa dicendo fermamente a sè stesso: "Non posso...Ci ammazzeremo! Devo parlare, chiarire con Luca, prima che questo accada!"

Finse un guasto momentaneo alla frizione, fece cenno a Luca di fermarsi. Luca non ebbe dubbi a riguardo, la moto di Max poteva bene avere ancora qualche problema, e si fermò. Appena lo raggiunse, l'amico Max gli disse, appunto, e con ancor maggiore credibilità in volto, prima coperto dal casco: "E' la frizione. Scusa Luca. Ci fermiamo al solito posto, al Belvedere?" "Come vuoi" rispose Luca senza sindacare troppo.

Ora erano fermi, e subito dopo una brevissima controllata alla moto di Max, che lui stesso cercò in ogni modo di evitare, Luca non credeva più ad una parola, ormai era certo, soprattutto dopo la repentina controllata che tuttavia dimostrava che la moto di Max andava fin troppo bene....Ma, ancora non commentò, tale bieca bugia, perchè pensò ad una paura improvvisa di Max, al solo ricordare il recente incidente e così nuovamente lo assecondò. Le loro moto adesso erano una accanto all'altra, parcheggiate e loro seduti su di una panchina a guardare il panorama sottostante, fatto di viuzze bianche, in miniatura, che si inerpicavano tra i monti ancora spogli della loro rigogliosa vegetazione.

"Allora? Di cosa mi stavi raccontando Luca?"

Luca avrebbe voluto chiedere tutt'altro a Max, magari proprio perchè non se l'era sentita di andare avanti, ma non lo fece rispose alla sua domanda, glielo avrebbe chiesto dopo: "Di Elisa? Si di lei. Mi ha tradito ne sono sicuro. Le ho detto di andarsene. Di tornare dai suoi."

"Ma scusa Luca come faresti a dire una cosa del genere? Fammi capire meglio...."

"Semplice è stata via tutto il giorno. Al telefono non rispondeva mai. L'ho cercata, anche dai suoi, attesa a lungo, niente. E' tornata a tarda sera dicendo: <<Ero da Danilo un mio ex, ma ti amo>> Max io ho chiuso, basta! Anche questa, dopo quello che ho appena passato, non mi ci voleva, non me la meritavo proprio..."

Max a questo punto se fosse stato veramente all'oscuro di tutto avrebbe dovuto suggerire all'amico: "e allora lasciala no che aspetti, ti ha tradito, falla finita con lei, ha pure pianto? Lacrime da coccodrillo!"

Gliele avrebbe voluto di certo dire queste parole, ma invece non le disse, perchè ben sapeva che Elisa non stava piangendo per quel motivo e che non sarebbe mai rientrata ad ora tarda, facendo addirittura credere a Luca di averlo tradito, se in realtà a scioccarla non fosse stato altro e lui sapeva bene di cosa si trattava!

Così riuscì solo ad aggiungere: "Luca....che dire? Unico consiglio: parla meglio con Elisa, sono certo che una spiegazione al tutto c'è. Ci deve essere." Max si stava tagliando le gambe da solo, lo sapeva bene, ma aveva già tradito una volta il suo amico, non poteva permettere che perdesse anche questa nuova, meravigliosa storia, ragazza, per colpa sua. Difatti non aggiunse altro, anzi soltanto, cambiasndo discorso: "Proviamo la moto Luca? Così se va, completiamo il nostro giro"

Luca interdetto da quel succinto consiglio, non potè far altro che acconsentire ancora a quello che considerava "il ritornatocoraggio" del suo amico. Ripartirono. E poi, in effetti, a Luca quel consiglio da parte del suo migliore amico era stato utile: doveva parlare meglio con Elisa, non se la sarebbe di certo fatta sfuggire così. Qualcosa c'era, non era, non poteva essere solo voglia di sesso, ora lo sapeva anche lui. Ed in sella della sua moto, ora era più grintoso di prima, perchè al ritorno i suoi principali scopi sarebbero stati: "Elisa e la sua verità!"
Miki - Mar Mag 31, 2005 11:20 pm
Oggetto:
Paragrafo 50: Altalene

Elisa era di nuovo fuori.
Impazziva chiusa in casa.
Era uscita in strada e si era messa a camminare cosí, senza meta.
Si sentiva stanca e svuotata.
Amore, dolore, vergogna, paura si mescolavano dentro di lei fino ad anestetizzarla, al punto di non riuscire piú a sentire nulla.
Non sarebbe stato bello cosí?
Se la sua vita fosse cominciata ora e fosse finita il minuto successivo per poi iniziare ancora, cosí, in un ciclo senza fine, senza passato e senza futuro.
Niente da lasciarsi alle spalle, niente da apettarsi.
Solo una vita vissuta per istanti, che appaiono e svaniscono al battere di un ciglio.
Si fermó alle soglie di un parco giochi e accese una sigaretta.
Era giá stata lí, pensó, osservando i bambini che si rincorrevano, che giocavano sulle altalene e sugli scivoli, mentre le loro madri chiacchieravano sulle panchine.
O forse no.
Forse era solo un'impressione, un de-já-vú di altri parchi-giochi della sua infanzia. Si somigliavano tutti: sembravano oasi di verde e divertimento, piene di colori e di felicitá quando si ha l'etá per sognare ed immaginare; ma si traformavano presto in aiuole spelacchiate con altalene arrugginite e cigolanti una volta raggiunta l'etá della ragione.
Aveva sognato anche lei, volando su un'altalena come quelle, il vento che la spettinava, il mondo che si deformava: vicino, lontano, vicino, lontano.
Sogni di bambina.
Elisa gettó il mozzicone in terra, lo schiacció col piede e controlló l'ora sul cellulare.
Voleva chiamare Luca.
Dirgli ancora che lo amava, che la sua vita non aveva scopo senza di lui, che si faceva schifo da sola per quello che era, quel che aveva fatto, che solo lui poteva cambiarla, riportarla su quell'altalena e restituirle i suoi sogni.
Ma a che sarebbe servito?
Lui le avrebbe di nuovo urlato in faccia come aveva fatto quella mattina, gridandole di sparire e di quanto fosse pentito di aver infangato la memoria di Jennifer con quella sordida storia.
Elisa si adombró.
Jennifer!
Quella piccola troia che lo aveva tradito, che si portava dentro il bastardo di Max!
Elisa era rimasta in silenzio ad ascoltare quelle ingiurie senza difendersi: se le meritava, si era detta. Ma ora si sentí ribollire.
Poteva accettare di sentirsi dare della puttana, era quello che era, ma di venire paragonata a Jennifer come ad un modello di virtú coniugale era piú di quello che la ragazza potesse sopportare!
Luca doveva sapere.
Doveva sapere di Jennifer e doveva sapere di quella serpe di Max, l'Amico, la Roccia, la Spalla su cui piangere.
Le veniva il vomito al pensiero.
Sí, forse lei era una puttana, ma era stata onesta con Luca, non gli aveva nascosto nulla, pur rischiando di perderlo.
Onesta!
E Jennifer e Max, che avevano tradito, mentito, ingannato, avevano il suo amore e la sua stima, la sua lealtá.
Il volto di Elisa era adesso duro di rabbia e dentro di sé sentiva un desiderio di giustizia e vendetta riempirla di amarezza.
Luca doveva sapere.
E avrebbe saputo.
Anonymous - Mer Giu 01, 2005 6:33 pm
Oggetto:
Paragrafo 51: Flashback (Promesse)

- Giuramelo! - Jennyfer pareva crederci davvero in quella richiesta.
- Smettila Jenny, sai bene che non giuro mai.
- Dai Luca, è importante!
- Perché devo giurarti di dirti sempre e solo la verità, in qualunque caso, se so di non credere in queste cose?
- Perché te lo chiedo io, non basta?
- Tu mi basti e sei la mia vita, dovesti accontentarti.
- Uff... ma io non sto mettendo in discussione questo...
- Allora smettila! - la interruppe Luca con fermezza - Giura tu se ti fa piacere, io ti crederò, ma non chiederlo a me.
Jennyfer abbassò lo sguardo, prese le mani del suo amato tra le sue e giurò.
Un giuramento, così come una promessa, valeva per Luca più di un contratto firmato, ma considerava altrettanto importanti l'onestà, il rispetto e la fiducia, senza bisogno di giurare o firmare da un notaio.
- Ti amo.
- Ti amo anch’io. – le sorrise e la strinse a se.
matto81 - Gio Giu 02, 2005 5:52 pm
Oggetto:
Paragrafo 52°: Sola ad un bivio

“Chiamala, Luca!”
Max l’aveva accompagnato a casa; le moto accese sotto il portico in quei brevi istanti di saluto, che portavano in sé l’assoluta incertezza di ogni minuto, ora e giorno futuro.
“Ho paura di non riuscire ad essere lucido con Lei! Ieri, mentre mi diceva ti amo, ho sentito come una bomba esplodermi dentro, la rabbia per aver creduto, peggio di un bambino stupido, in una possibilità così luminosa. Nessun controllo, l’ho offesa, cacciata, e me ne sono andato!”
“Se vuoi provo a chiamarla io, tanto lo sa che mi dici tutto! Magari riesco a stemperare un po’ la tensione, e poi le parli tu!”
“Non lo so Max, non vorrei che pensasse che non ho nemmeno le palle per affrontarla di persona.”
“Non lo penserà vedrai!”
“Forse hai ragione. Io ci sono troppo dentro, meglio che sbollisca un attimo! Segnati il numero!”
Max tirò fuori il cellulare dal taschino della giacca di pelle scura. Digitava una ad una le cifre che Luca dettava lentamente, ancora una volta aveva dovuto serpeggiare subdolamente tra le parole per ottenerle. Doveva parlarle prima che lo facesse Luca, chiarire con lei e capire cosa avrebbero dovuto raccontare e cosa no, qual era il meglio e il giusto da dire e da celare.
Un equilibrio, per quando debole, esisteva ancora e Max voleva necessariamente preservarlo, a qualunque costo.
“Ok torno a casa e la chiamo!”
“Fammi sapere Max! Sei un amico!”
Una stretta di mano come un’ altra, un consiglio come un altro. Max sapeva; Luca non immaginava quanto quella volta fosse diverso.
Elisa era decisa, doveva staccarsi quella maledetta etichetta che in complicità col destino si era incollata ben visibile sulla fronte.
Era quasi ora di pranzo, poteva tornare a casa o doveva chiedere ospitalità ai suoi? Poteva rientrare tra quelle stanze, che per così poco tempo erano state anche sue, oppure doveva aspettare fuori, senza poter più sentire l’odore di affetto e il calore che in due sembrava bruciare l’aria intorno?
“Forse non mi crederà, mi tratterà male, non vorrà parlarmi, non m’importa, ma devo provarci, devo spiegargli!”
Parlava da sola, provava ad ascoltare la sua voce quasi potesse così assorbire la giusta energia per tentare.
Quando la disperazione si fa strada riesce ad accendere luci che sopravvivono da sole, nell’indifferenza di tutti. Non esiste barriera o impedimento, non esiste la ragione, il pensiero, i calcoli, ogni azione vola perché è là che vuole arrivare, la speranza è l’unico motore che alimenta la corsa contro un nemico molto più quotato, eppure il piede resta fisso sull’acceleratore, il traguardo si avvicina e lui continua ad essere più avanti, fine dei giochi, i mulini continuano a girare e il vento copre qualunque sconfitta.
L’avrebbe perso, l’unico che anche solo guardandola riusciva ad emozionarla costringendola ad abbassare lo sguardo, l’unico il cui bacio restava impresso nella sua mente tornando ogni tanto ad accarezzare ricordi e immagini, l’unico che aveva voluto credere in lei, una fallita senza futuro, malata, che aveva fatto le sue porche schifose scelte e che meritava questo ed altro, anche di morire vittima di orribili sofferenze, perché no?!
Non poteva lasciarlo andare così, nella convinzione di aver avuto accanto una puttana, nell’amarezza di aver voluto dare fiducia a chi su quella stessa fiducia aveva sputato bava e sesso facile. Se la scelta di Luca doveva essere l’abbandono, almeno l’avrebbe fatto consapevole della verità, consapevole di tutto.
Ascoltava col cellulare incollato all’orecchio il costante segnale della linea libera. Luca non rispondeva, lei aspettava, lui non rispondeva.
“L’ultimo squillo, poi riaggancio!” E invece ne seguiva sempre un altro e un altro e un altro ancora.
“Rispondi maledizione!”
“Elisa cosa vuoi?” Non voleva che fosse quel tono ad accoglierla, ormai era tardi.
“Luca ti devo assolutamente parlare!”
“Non abbiamo molto altro da dirci per ora!”
“Ma tu devi sapere come stanno davvero le cose…”
“Mi sembra che sia tutto fin troppo chiaro no?”
“No! Non è chiaro per niente! Sei a casa? Passo un attimo va bene?”
Istanti di silenzio e poi: “Ok, ciao”. Luca riagganciò con il cuore vibrante di paura e amore, che non aveva saputo dirle di no.
Elisa si sentì sollevata, tutto il mondo in pochi minuti e lei quei minuti doveva ancora giocarseli.
Il cellulare prese a squillare.
“Luca!”
“Elisa sono Max.” Prima luce, ora buio.
“Cosa vuoi?”
“Luca mi ha detto quello che è successo tra voi.”
“E’ tutta colpa tua, tutta tua!”
“Senti ci vediamo e ne parliamo?”
“No, non voglio più vederti né sentire la tua voce viscida! Sto andando a casa da Luca, vado a raccontargli una brutta favola che parla di te e Jennyfer, del bell’amico dalla doppia faccia e della bella mogliettina premurosa davanti e schifosa traditrice dietro, nel tuo letto.”
“Elisa calmati un attimo dobbiamo riflettere, stare attenti a ciò che dobbiamo dire, Luca ci starà malissimo! Forse è meglio che soffra un po’ per te che non veda crollare tutte le sue poche certezze maturate negli anni!”
“Ma come cazzo ti permetti è? Come ti permetti? Io lo amo hai capito? Lo sai che vuol dire amare?”
Elisa piangeva e gridava, qualcuno la guardava, i bimbi continuavano a volare sulle altalene.
“Sì lo so cosa vuol dire!”
“Ma smettila! Non sai neanche cos’è il rispetto tu!”
“Ho amato Jennyfer con tutto me stesso!”
Un silenzio glaciale bloccò qualunque respiro.
“Per favore Elisa, devo parlarti!”
“Non lo so…”
“Sono a casa! Passa prima di andare da Luca!”
“Ciao!”
Elisa chiuse la conversazione senza dare una risposta a Max che restò qualche istante immerso nel vuoto di quel contatto vitale appena spezzato.
Era ad un bivio, sapeva che se fosse andata da Max in qualche modo avrebbe provato a convincerla a trattenere segreti e bugie, se fosse andata direttamente da Luca avrebbe schiarito il celo e sciolto la nebbia, ma quanto quella chiarezza era ciò di cui Luca aveva davvero bisogno?
E se il suo fosse solo un materiale bisogno di possedere e trattenere senza pensare al bene vero?
Allora era solo una stupida egoista?
L’amava davvero?
Monia Di Biagio - Lun Giu 06, 2005 11:30 am
Oggetto:
Paragrfo 53°: La scelta.

Ancora con il cellulare tra le mani, che ora avrebbe voluto lanciare lontano, per liberarsi per sempre di quelle voci che erano entrate inevitabilmente a far parte della sua vita, Elisa si soffermò ancora un po’ a pensare a riflettere, ferma, paralizzata su quell' infingardo bivio che aveva segnato il suo passo. Tutt' intorno a lei più nulla esisteva, aveva più senso e colore alcuno. Erano rimaste sole: lei e la sua scelta da prendere.

Troppi erano i pensieri, i dubbi le domande che affollavano la sua mente. E tra questi tentava affannosamente di far chiarezza, cercando di carpire uno spiraglio di luce ovunque esso, nei meandri della sua mente, fosse celato. Ma non lo trovava.

Certo era che qualunque cosa avesse scelto la sua bella, importante, storia con Luca sarebbe finita: sia che continuasse a fargli credere “il tradimento”, per tacere tutto il resto troppo amaro da digerire, sia che gli avesse svelato la verità sui suoi intoccabili punti di riferimento, quali erano Jennyfer e Max. Ed altrettanto certo era, che della recente conversazione con Max non gliene importava proprio nulla. Max ormai per lei era lo zero assoluto. E far scoprire e soffrire lui era proprio l'ultimo dei suoi gravi pensieri. Anzi, ora, quasi si ripeteva che se lo sarebbe proprio meritato di apparire per ciò che era realmente: un abile cospiratore che ancora adesso ed una volta di più avrebbe voluto salvarsi, e proprio come in una partita di calcio, segnare quel suo ultimo vincente gol ai rigori, ma quel pallone in rete Max stavolta non ce lo avrebbe mandato. Lei, non glielo avrebbe permesso. Anzi di tutta risposta, ormai ne era certa, avrebbe sollevato un muro, una barriera invalicabile, pur di salvare la sua storia d'amore con Luca e non permettendo a Max di farla nuovamente franca..

No! Questa volta non avrebbe pensato prima agli altri, ma a se stessa. Lei era viva, Jennyfer era morta e di certo Max non era un amico. Avrebbe dunque dovuto sacrificare la sua unione con Luca per chi non c'è più e per colui "che non è"?

Non poteva farlo. Forse, proprio come aveva ancora una volta provato a farle credere Max, era bieco egoismo il suo. E forse non era vero amore, ma solo possesso e quindi forse solo egoistica difesa del proprio territorio. Ma non gliene importava proprio nulla! E forse stava per imboccare la strada più semplice. Tenere in se un segreto per sempre l'avrebbe di certo distrutta, e certamente rappresentava la strada più ardua da seguire.

No! Non poteva imboccare la via del silenzio. Ormai aveva deciso avrebbe parlato, con Luca. Salì in macchina e si diresse nuovamente verso la loro casa, dove sapeva che Luca la stava aspettando per la chiarificazione definitiva e dove sperava di poter essere accolta a braccia aperte. Anche se bene sapeva, che dopo ciò che avrebbe svelato a Luca, forse da quella casa sarebbe stata buttata fuori per sempre, senza più possibilità alcuna di farvi ritorno. Ma, neanche questo ormai le importava più, perché almeno sarebbe uscita, sì, per sempre di scena, ma degna della parola Amore che custodiva gelosamente in se, ridonando quella purezza ad un sentimento così vero e forte, che ormai, sempre più adombrato dalla menzogna, stava irrimediabilmente perdendo.

Entrò decisa nel cortile, e senza ripensamento alcuno diretta su per la rampa di scale...Solo dinnanzi all'uscio semichiuso lesinò per un istante che la fece tremare dalla testa ai piedi. Poi scrollò le spalle e dolcemente aprì la porta. Mosse qualche incerto passo fino al salotto, dove trovò Luca assorto, vicino la finestra, con il solito bicchiere di Brandy con ghiaccio, tra le mani.

Luca stava forse cercando la forza di star per scoprire un'amare verità in quell' inebriante liquido. Elisa pacata, con lo sguardo perso in quello di lui gli si avvicinò, gli tolse il bicchiere dalle mani e forte lo abbracciò. Nessuna risposta giunse a quell' abbraccio a senso unico. Così si distaccò da Luca. Fece un passo indietro.

E da quella giusta distanza, quella in cui i loro cuori seppur allontanati potevano parlarsi ancora, creando una sorta di energia attrattiva tra i loro corpi, alla quale però ora non potevano dar credito, perché in quel preciso istante la razionalità la stava facendo da padrona sull'impulso amoroso e sul magnetico sentimento.....Mestamente Elisa gli disse, abbassando gli occhi, che man mano si stavano colmando di lacrime: "Perdonami Luca, se mai potrai, per ciò che sto per dirti...."
Anonymous - Mer Giu 08, 2005 7:42 pm
Oggetto:
Paragrafo 54 – L’analisi.

- La porta non era sprangata, quindi ti ho già perdonato. Puoi dirmi qualsiasi cosa, tanto non puoi ferirmi.
- Non ne sarei così sicura.
- Invece lo sono. Ne ho passate tante in vita mia, cosa vuoi che sia una in più?
- E’ vero, avrai superato tanti momenti difficili, ma non tutti.
- Non tutti, certo… sarebbe chiedere troppo dalla vita, però mi sono vaccinato alla grande, quindi qualsiasi cosa tu voglia dirmi potrà al massimo stupirmi, o farmi incazzare, ma non mi farà male, no, non più.
- So alcune cose che riguardano il tuo recente passato, che tu non conosci.
- Cosa c’entra il mio passato?
- Ti ricordi quando siamo andati a casa di Max?
- Sì, è parte del mio passato. – rispose ironico.
- Ti ricordi quando vi ho lasciati un attimo per andare in bagno? – proseguì lei, ignorando il tagliente sorriso.
- Senti Elisa, non ho intenzione di stare qui a rispondere ai tuoi questionari, se hai qualcosa di serio da dire che giustifichi il casino in cui ci siamo messi, ok, altrimenti fermati, siediti vicino a me e facciamo finta che non sia successo nulla.
La determinazione con cui Luca affrontava il discorso era, probabilmente, il frutto di quella “vaccinazione” cui si riferiva.
Nella mente di Elisa, placata la foga e la rabbia dei giorni recenti, s’insinuò un pensiero nuovo.
Forse aveva ragione lui, forse nulla l’avrebbe più fatto soffrire, forse gli ultimi giorni li aveva spesi immersa nell’egoismo di un’innamorata, lo stupido egoismo che fa apparire giusta qualsiasi azione.
Lei era certa di essersi impelagata in quell’intrigo da best-seller solo per assecondare un’idea “giusta”, ma quanto quel “giusto” poteva esserlo in senso assoluto?
Cioè, il giusto è giusto solo per chi lo sente tale, non è detto che abbia lo stesso peso per chiunque.
Accertata questa ipotesi, mentre Luca attendeva una risposta versandosi un dito di brandy (la situazione lo suggeriva), il pensiero migliorò.
Che cosa avrebbe risolto spifferandogli quei segreti?
Avrebbe ottimizzato la sua vita?
Sì?
No?
Forse?
Analizzò tutte e tre le ipotesi.

Sì:
avrebbe capito finalmente chi fosse in realtà Max.
Certo, quel verme avrà dimostrato di essere davvero un buon amico, è sempre presente e tra loro due c’è una bella intesa, quasi fraterna, però, tra le tante vigliaccate che un amico del genere può commettere, l’ultima è proprio quella di andare con la donna dell’altro, quindi doveva dirglielo.
Inoltre, lei si sarebbe tolta quel peso lasciando a lui ogni decisione.

…intanto Luca aspettava ed elisa aveva abbassato lo sguardo.

No:
non avrebbe mai saputo di quella faccenda ne tanto meno del figlio non suo.
Luca avrebbe continuato la sua vita, Max rimarrebbe il suo miglior amico ed insieme continuerebbero ad essere una squadra formidabile.
Ma lei avrebbe sopportato di sapere e non dire?
Se ne sarebbe dovuta convincere per amore?

…Luca le si era avvicinato, passandole la mano tra i capelli.

Forse:
il solo fatto che ci fosse un forse rendeva plausibili entrambe le precedenti possibilità ed il calore di quella carezza la convinse.
Miki - Gio Giu 16, 2005 11:15 am
Oggetto:
Paragrafo 55: Decisioni

Luca la stava fissando interrogativamente, aspettando che lei continuasse il discorso iniziato, ma Elisa restó in silenzio ancora per qualche istante, lasciando che la decisione mettesse radici dentro di lei, per essere certa di non dover piú cambiare idea, di non doversi pentire piú avanti.
La ragazza prese fiato.
- Ti amo, Luca - disse.
Lui le strofinó la guancia col pollice, senza dire nulla.
- Ho fatto tanti errori nella mia vita e di alcuni ho pagato le conseguenze - proseguí lei - Ma l'errore di perderti...no, non voglio farlo. Ci sono andata vicina, ma se tu sei sicuro di riuscire a perdonarmi...se davvero mi vuoi con te, ti prometto...ti giuro che d'ora in poi non rifaró gli stessi sbagli.
Strinse la mano di lui, che ancora le toccava il viso.
- Il tempo che mi rimane lo voglio trascorrere accanto a te...posso, Luca? Mi vuoi?
- Elisa...
Che le avrebbe detto? Un nodo le chiudeva la gola.
Luca scostó la mano dal volto della ragazza e la chiuse tra le sue braccia.
Elisa abbassó le palpebre, travolta dall'emozione, perdendosi in quell'abbraccio.
Lui non parló, non le disse che l'aveva perdonata, che la voleva, che l'amava, ma ad Elisa bastó quell'abbraccio. Il resto erano solo parole che svaniscono nell'aria.
Restarono abbracciati cosí per alcuni minuti, entrambi piangendo silenziosamente: lacrime di dolore e sollievo, dove all'amarezza per il passato e gli errori commessi, si mescolava la speranza per il futuro e un amore nuovo e tenero che solo ora sembró diventare presente e tangibile.
Luca si scostó da lei.
- Che stavi dicendo? - chiese - Qualcosa a proposito della cena da Max...
Elisa gli strinse le mani.
Aveva di nuovo il suo amore, si disse. Non poteva sopportare l'idea che lui potesse odiarla.
Aveva preso la sua decisione: la veritá doveva emergere, ma non era da lei che doveva venire.
- Siediti, Luca.
Lui le obbedí.
- Luca, credo che tu debba parlare con Max - gli disse infine.
- A proposito di che?
- Non posso dirtelo.
Luca si acciglió.
- Che diavolo succede? - domandó e il tono duro della sua voce la spaventó.
Gli si sedette accanto.
- Amore - imploró - ti prego, non farmi domande. Non voglio farti altro male. Ma c'e qualcosa che Max ti deve dire e dev'essere lui a farlo. Lui ti dará tutte le risposte che vuoi.
"Davvero?" una voce scettica le risuonó dentro.
Avrebbe davvero potuto contare sull'onestá di Max, quando ce n'era stata cosí poca fino a quel momento?
Non aveva scelta, si rispose.
Avrebbe parlato a Max.
Lei era stata leale e aveva mantenuto il silenzio, ma ora sarebbe toccato a Max dimostrare la stessa lealtá e lo stesso coraggio.
Lo avrebbe persuaso ad uscire allo scoperto una volta per tutte.
- Stringimi ancora - disse alla fine, rivolgendosi a Luca.
Lui l'abbracció di nuovo e lei si sentí di nuovo sicura e protetta.
Avrebbe pensato al resto l'indomani.
Per adesso voleva restare a sognare, cosí.
Monia Di Biagio - Gio Giu 16, 2005 2:45 pm
Oggetto:
Paragrafo 56°: L'inizio della fine.

L'indomani Luca, assorto in mille pensieri, appena terminato con il lavoro si recò da Max, perchè voleva chiarire una volta per tutte ognuno di questi angosciosi dubbi, che gli attanagliavano l'anima e la mente. Le parole di Elisa gli avevano girato e rigirato in testa tutta la notte, senza lasciarlo dormire e tutto il giorno, senza fargli combinare nulla al lavoro. Neanche lo chiamò, a Max, per avvertirlo del suo arrivo, sapeva che doveva andare da lui, subito! Salì in macchina e si avviò verso l'abitazione dell'amico. Amico sì, ma ancora non per molto. Amico sì, ma che dopo il primo "driiin" del campanello, rispondendo al citofono, ebbe proprio una bella sorpresa, che lo immobilizzò, facendogli percepire che sarebbe finito tutto tra loro, una bella Amicizia durata anni stava per giungere al suo infausto prologo...Riuscì, così spaventato, solo a dire "sali fratello!", ma il peggio già si stava focalizzando nella sua mente. E mentre Luca percorreva la salita di quei quattro piani in ascensore, Max si preparava al peggio, ma sperava ancora nel meglio. Elisa non lo aveva più chiamato, nè si era fatta viva con lui, Luca era lì di soppiato con la voce tra l'abbattuto e l'arrabbiato, proprio così come lo aveva sentito al citofono. Tutti elementi questi che non davano spazio all'ottimismo, al proseguo della recita del "Giuda traditore". Non c'era spiegazione ottimistica, eppure ci doveva essere qualcosa, una qualsiasi cosa....Ma il tempo per riflettere, per capire, per decidere il da farsi, per Max era finito: Luca era già alla porta dell'appartamento, semichiusa, entrò chiedendo permesso. "Vieni Luca! Sono di qua, siediti lì..." e difatti trovò Max in camera sua davanti al computer. Ora Luca era seduto sul letto, Max alla scrivania, il monitor del p.c. acceso, solo un'immagine tra di loro: Jennifer sorridente a cavalcioni della moto di Max, sul lago...Data incisa su quella foto? Tre giorni prima che morisse..... "Max credo tu mi debba delle spiegazioni!" Fu l'unica cosa che Luca riuscì ad aggiungere a tanto scoprire proprio davanti ad i suoi increduli occhi. "E' ora che tu sappia Luca....E' ora...." Disse ora sconfortato Max ormai certo di stare sul punto per perdere per sempre il suo migliore amico. Fu quello l'inizio della fine.
matto81 - Sab Giu 18, 2005 5:09 pm
Oggetto:
Paragrafo 57°: Gelo siderale

Luca continuava a guardare Jennyfer sorridergli, intrappolata nel monitor del PC di Max.
Non seppe più trattenere le emozioni che quell’immagine scombussolava nelle sue vene impreparate e scoppiò a piangere. Il suo era un pianto disperato, senza possibilità di conservare apparenti eleganze, pudiche lacrime celate; urla e saliva e lamenti a cui Max assisteva senza saper in alcun modo alleviare l’inizio della tragedia.
Luca guardava Jennyfer, Max guardava Luca.
Sentiva di dovergli dire qualcosa, non poteva lasciare che il silenzio di quel volto morto continuasse a logorarlo, era il momento di chiudere i giochi, di chiudere tutto.
Luca si voltò di scatto e si rivolse a lui con gli occhi assatanati di chi ha già capito tutto, o forse ha capito molto più di quanto sia realtà.
“Che ci fa questa foto nel tuo PC?”
“Eravamo al lago”
“E tu che ci facevi al lago?”
“Jennyfer era con i suoi…”
“Lo so che Jennyfer era con i suoi! Voglio sapere tu che cazzo ci facevi al lago! Rispondimi!”
“Senti Luca non è facile per me…”
“Cosa non è facile Max? Che cazzo stai dicendo?!”
D’improvviso il cellulare di Luca iniziò a squillare, disturbava impazzito un momento che non prevedeva suoni e rumori diversi dalle loro voci. Lui guardò di sfuggita lo schermetto intermittente guidato dalla certa volontà di non rispondere. Il numero di casa sua, doveva essere Elisa.
“Elisa?!”
Silenzio.
“Elisa?!”
Suoni lontani, motori, forse automobili, forse la tv, forse un elettrodomestico, un fruscio confuso, il sottofondo di una città che entrava da una finestra qualunque e faceva compagnia alla vita quotidiana di un’abitazione qualunque.
“Elisa mi senti?”
Luca alzò leggermente la voce, Elisa non parlava, nessuno parlava.
“Luca…”
“Elisa?! Che hai?”
Un gelo siderale colorò gli occhi di Luca di panico puro.
“Elisa rispondimi! Che succede?!”
“Luca sto male…”
Poi più nulla, nessuno di quei rumori, neanche il sibilo rassicurante della linea, nulla.
“Cos’è successo?”
Max fissava Luca; aveva accantonato per un attimo la sua coscienza sporca rispolverando un’amicizia in quello che sembrava un momento di assoluto bisogno.
“Era Elisa, dice che sta male, vado da lei!”
“Vengo anch’io!”
Luca non si oppose.
Scesero le scale del condominio velocissimi, l’ascensore era un mezzo troppo lento.
Luca salì alla guida, Max al posto del passeggero. Un paio di manovre brusche e poi via verso Elisa.
Il terrore muoveva quell’automobile e la spingeva alla velocità della luce, come due reattori dei fumetti istallati dietro, che emettono fuoco.
In quello straccio di tempo nessuna parola, nemmeno uno sguardo. Luca fissava la strada implorando con la mente di poter assistere alla fine di quel brutto e antipatico scherzo durato fin troppo, Max manteneva la testa girata verso il finestrino pur di non incrociare i suoi occhi, neanche per un istante.
La macchina nel piazzale, entrambi per le scale, la chiave nella toppa della serratura.
“Elisa?!”
Luca chiamava. Cercava disperato un contatto.
Il salone era vuoto, le camere vuote, il bagno vuoto.
“Luca vieni! E’ in cucina!”
Elisa era abbandonata a terra, la mano destra tesa in direzione della cornetta del telefono, che pendeva dal mobiletto nero su cui stava la base, collegata ad essa dal filo plastificato verde a molla. Gli occhi chiusi, e un chiarore della pelle innaturale, quasi definitivo.
Max provava a sorreggerla, le teneva la testa pesante tra le mani.
“Stai lontano da lei!”
Luca come una furia si piombò su di lui e lo scansò via, entrambi protagonisti dell’inutile battaglia di due orgogliosi guerrieri già sconfitti dalla vita.
Max restò a terra, Luca si diresse verso il telefono, ritrovò la linea, chiamò il 118.
“Un’ambulanza! Presto! Un’ambulanza!”
Tornarono le lacrime e riuscì a comunicare a malapena all’operatrice il giusto indirizzo di casa sua, poi riagganciò e si accucciò vicino al corpo di Elisa.
La guardava senza smettere di piangere e delicatamente le accarezzava il volto.
Anonymous - Dom Giu 19, 2005 9:55 am
Oggetto:
Paragrafo 58: Flashback (Sterilità economica)

- Sei sicura che questo sia il momento migliore per avere un bambino? – chiese Luca.
- Non lo so, ma io lo voglio.
- Jenny, lo voglio anch’io, ma prima di tutto vorrei riuscire a sistemare questi dannati problemi economici, mi stanno facendo impazzire e a te sembra che non te ne freghi nulla.
- Ti sbagli.
- Mi sbaglio?! Allora come pensi di mantenerlo un figlio? Hai idea di quanto “costi”? – diede il giusto tono all’ultima parola per non farlo sembrare un argomento puramente economico.
- Ma è pur sempre un figlio, il nostro, non stiamo certo morendo di fame!
- Tu vivi ancora in un tuo privato mondo fatto di bambole e ovatta rosa. Il mondo è più complicato di quello che credi cara.
- Non è vero… - Jennyfer abbassò lo sguardo, sull’orlo di un pianto isterico.
- Beh, io credo che siano più veri i problemi che abbiamo ora e per decidere liberamente di avere un figlio, occorre che siamo tranquilli, soprattutto con le finanze. Vedrai che tra qualche tempo si sistema tutto, abbi pazienza.
- Va bene, aspetterò… - si arrese lei, abbracciandolo con lacrime amare.
Miki - Mar Giu 28, 2005 11:32 am
Oggetto:
Paragrafo 59: Sala d'aspetto

Di nuovo all'ospedale.
Di nuovo nella sala d'attesa di cui ormai Luca conosceva ogni piccola crepa nell'intonaco, ogni centimetro del linoleum verde sul pavimento.
C'erano ancora le stesse riviste, ormai consunte, sul tavolo nell'angolo, e lo stesso odore che sapeva di angoscia e di sofferenza.
Avevano trasportato Elisa in sala rianimazione e a loro avevano detto di attendere lí.
Cinque, dieci, venti minuti...un'ora... perché nessuno veniva a dirgli niente?
Solo i paramedici venuti con l'ambulanza avevano gettato qualche spiraglio di luce, dicendo qualcosa a proposito di arresto cardiaco... probabile overdose...forse involontaria...droga tagliata male...
Il cervello di Luca aveva faticato ad assorbire le informazioni, a dare un senso alle parole. Droga?!
Da chi?
Quando?
Perché?
Elisa, che hai fatto!
- Siediti, Luca - la voce di Max lo fece sobbalzare. Si era scordato della presenza dell'amico. Era cosí abituato a trovarsi in quella stanza da solo!
Ubbidiente, si sedette.
- Che fanno? - inveí.
Come se avesse pronunciato parole magiche, un medico e un'infermiera apparvero sulla porta.
Monia Di Biagio - Ven Lug 01, 2005 10:03 pm
Oggetto:
Paragrafo 60°: La morte in faccia.

I due in camice bianco dissero ai due ragazzi seduti, e visivamente molto preoccupati ed abbattuti, che Elisa si stava riprendendo dalla forte crisi respiratoria appena avuta e dovuta ad "non assunzione" da almeno due mesi dei medicinali antiretrovirali, nota come terapia combinata o metodo di cura chiamato HAART: Alta Attività Anti Retrovirale Terapia che consiste in un cocktail di tre o quattro farmaci contenenti due nucleosidi analoghi più un inibitore. Tale cura mostra indubbi e impressionanti risultati a corto termine sugli effetti del carico virale e del conteggio CD4. Medicinali tipo AZT, DDI, DDC che giornalmente Elisa avrebbe dovuto prendereinvece dovrebbe prendere e che invece senza apparente motivo aveva smesso di assumere, tanto che il numero dei suoi T4 è enormemente diminuito, il che avrebbe potuto uccidere Elisa all'istante, specie nelle sue condizioni. "Quali condizioni?" chiesero i due giovani all'unisono. "Ah, non lo sapete?" riprese la dottoressa "Elisa è incinta!" I due erano rimasti di sasso, basiti.... "Elisa incinta...", "Elisa salva...", per un pelo. Luca non riusciva a pensare ad altro, solo questo: Elisa che aveva smesso di prendere i medicinali, a rischio della sua stessa vita perchè aspettava un bambino....e da chi...Da lui? Ma certo che da lui! Ne era certo e doppiamente felice Elisa era salva! "Ed il bambino?" chiese in automatico pur se rapito tra mille pensieri "Il feto per ora è salvo..." riprese la dottoressa. Poi i due paramedici fecero loro cenno, indicandola con un dito ed un numero, della stanza in cui si trovava Elisa, la penultima alla fine del lungo corridoio, ma aggiunsero con tono imperatorio: "Solo uno!". Naturalmente, Luca si avviò da solo, a passo svelto verso la sua povera Elisa. E mentre era lì che solcava a lunghi passi quel verde tappetto, scolorito da tanti passi come i suoi, mille pensieri e domande si intrecciavano ed accavallavano nella sua mente, tanto da rendere impossibile una qualsiasi risposta ad ognuno di essi. Era giunto dinnanzi alla porta, prese un lungo respiro come se si stesse tuffando in una vasca piena d'acqua e poi entrò. La vide là sul 4° lettino accanto alla finestra, la testa di lei era rivolta verso questa, non sapeva se fosse sveglia, riuscì solo a dire "Elisa..." Prolungando l'ultima lettera con un tono tra il preoccupato e lo sprovveduto. Difatti Luca, inesperto in materia, non stava capendo niente di cosa stesse accadendo realmente ad Elisa. La madre di lei in fin dei conti lo aveva avvertito, ma sinora non si era mai dovuto veramente preoccupare della malattia di lei. Ora sì, era lì, erano lì: lei supina e malata e lui che non sapeva minimamente cosa dire, cosa fare....Se non, una volta vicino a lei, di passarle una mano sulla fronte e sussurrare di nuovo dolcemente il suo nome "Elisa...". Lei si voltò pian piano, con gli occhi inumiditi dalle lacrime, si era quasi del tutto ripresa, certo era ancora molto debole, d'altronde aveva appena visto la morte in faccia, ma riuscì comunque affannosamente a dire: "Scusami Luca....Era ormai tanto.....troppo tempo che non mi capitava più....Grazie a te.....Anche questa....tra noi...non ci voleva....Il bambino?" gridò infine "Stai tranquilla Amore è salvo, siete salvi, siete salvi....Ed io sono qui, riposati, sono qui e non ti lascio" La confortò Luca carezzandola amorosamente. E quell'amore che sentì forte per Elisa in quell'unico, irripetibile istante, gli ricordò che avrebbe dovuto avvertire i genitori di lei, che forse allo stesso modo, se non di più l'amavano...Questo si chiedeva, quando domandò ad Elisa: "Devo avvertire i tuoi, posso?" "Si Luca...chiamali pure, ma....non li spaventare, loro ci sono fin troppo abituati......a queste mie performances. Non sanno del bambino...." "Ho capito. Torno subito!" Luca uscì dalla stanza, nel corridoio per chiamare i genitori di Elisa. Sarebbero arrivati subito, naturalmente. Lui rientrò, le sorrise le prese la mano, quella fuori dal lenzuolo, gliela baciò, le disse: "Stanno arrivando. Andrà tutto bene. Tutto bene per noi. Elisa ti amo." Lei lo guardò intensamente, gli sorrise e provò a dire: "anche i....." Ma una nuova crisi respiratoria sopraggiunse, ed il rischio per Elisa di patologie infettive opportunistiche, quali polmonite da pneumacystis carini, neurotoxoplasmosi, oppure da neoplasie (sarcoma di Karposi) era altissimo. Bisognava agire subito. Tutto iniziò a lampeggiare e suonare sul letto di Elisa, in un batter d'occhio due, tre, quattro paramedici erano nella stanza di Elisa, al suo capezzale, e dietro di loro i barellieri. Luca era nel panico. Sentiva solo parole come "Uscite tutti di qui!" Dalla soglia della porta, vide terorrizzato che le stavano mettendo sulla bocca la mascherina dell'ossigeno, mentre un altro le pigiava fortemente due mani sul petto al ritmo di "uno, due, tre...uno, due tre...." Nulla Elisa era assente. Ma una frase ancor più grave che gli fece mancare la terra sotto i piedi, perchè per la prima volta si era trovato ad affrontare la dura realtà di Elisa, ora anche la sua, quando da uno dei dottori, sentì pronunciare la frase "Portiamola via, proviamo a salvarli!" Alla fine della quale, Elisa già non era più lì, ed ora chissà dove? Portata via d'urgenza su quelle barella. Luca era distrutto. Fuori della stanza, senza più Elisa nei suoi occhi, scomparsa alla fine di quel lungo corridoio, si accasciò a terra, spalle al muro, con le mani tra i capelli e scoppiò a piangere sonoramente. Max che aveva vissuto tutta la scena, improvvisa e di certo inaspettata, giù dal fondo del corridoio, dove qualcuno gravissimo gli era appena sfrecciato davanti, capì subito: quel qualcuno era Elisa! E vedendo Luca in quello stato, con uno scatto, di corsa, fu da lui ad abbracciarlo. In fondo gli aveva voluto sempre veramente bene, gliene voleva ancora tanto.....Ed a vederlo in quel modo...Piansero insieme...Luca si lasciò consolare dall' "Amico".
matto81 - Lun Lug 04, 2005 9:31 pm
Oggetto:
Paragrafo 61°: Per te

Nessun cambiamento, tutto restava immutabile come se l’ansia, l’aria stagnante, la voglia di aggredire senz’avere una preda definita, il magone che divora perché privo di spiegazioni, fossero naturale ordinarietà.
Il tempo sembrava essersi incagliato in qualche arbusto o pezzo di motore o scoglio o albero sottomarino.
Ogni parola appariva superflua, scontata e per questo inutile.
Elisa era via, intrappolata in uno stato chissà quanto vicino alla vita.
Luca sperava solo che un medico qualunque uscisse da quella stanza per regalargli anche solo poche parole, un sospiro di sollievo, un piccolo sorriso; sperare era tutto ciò che gli era concesso.
Max stava in silenzio accanto a lui.
Entrambi seduti nell’attesa di un segno.
Elisa morente, Elisa allegra alle poste, Elisa in un letto d’ospedale inerme, Elisa sorridente che girava per casa, Elisa a breve termine, Elisa eterna come l’amore che era riuscito a sorprenderlo tanto presto, Elisa che se ne va, Elisa che arriva, vestita di nero-pelle e calze a rete, e lo accompagna a casa ubriaco, Elisa uccisa, Elisa indistruttibile.
“Elisa resta qua!”
Tutto diventava niente senza lei.
Aveva sempre saputo di amarla, ma ora che la stava perdendo era diverso. Era diverso perché ora per la prima volta vedeva i giorni muti.
Nessuna possibilità di riaverla perché a separarli non sarebbe stata solo una litigata per quanto grave, a separarli sarebbe stata la morte, e con essa è impossibile far pace.

Finché morte non ci separi!

Gli stessi pensieri, che avevano accompagnato la sua agonia mentre Jennyfer moriva, tornavano a soffocarlo di bisbigli fastidiosi e crudeli.
Aveva pronunciato una volta quella frase. Si dice così davanti all’altare, davanti al sacerdote, amici e parenti e conoscenti che assistono ad una promessa che vale per sempre, o almeno finché morte non ci separi.
Tanto si sa che la vita è lunga, che la vita è bella, che la vita non finisce così.
E allora non era affatto per sempre!
Per sempre vuol dire, fino alla fine del mondo, fino a quando nulla può più esistere, fino a quando il giorno e la notte nascono e muoiono solo per se stessi, senza che nessuno sia più lì ad ammirare luci ed ombre di fenomeni ormai solitari. Fino alla fine di tutto, fino alla cenere nel vento, fino al silenzio che non cambia.
E invece fuori persone ridevano, fuori qualcuno si amava, un bambino piangeva tra le braccia di una donna sudata ed emozionata per averlo partorito, una giovane promessa della musica italiana si esibiva, un poeta squattrinato ed abbandonato componeva versi incantevoli che nessuno avrebbe mai letto, un autobus si fermava e persone scendevano, felici di visitare città, rivedere amici lontani, rivivere giorni passati in luoghi che non facevano più parte della loro vita. Fuori c’era la vita che ingiusta sorrideva a qualcuno mentre ne cancellava qualche altro con leggerezza dalla sua lista dei privilegiati.
“Luca come sta Elisa?”
Era sua madre con gli occhi devastati dal pianto. Aveva pianto quando si era resa conto della gravità già al telefono, aveva pianto mentre copriva con una giacca qualunque i vestiti vecchi che usava per stare in casa, aveva pianto mentre suo marito la incitava a sbrigarsi e lei si muoveva confusamente, come sperduta, aveva pianto quando era passata a casa di Luca a prendere qualcosa per sua figlia, avrebbe avuto bisogno del necessario per stare in ospedale qualche giorno, solo qualche giorno, aveva pianto mentre suo marito guidava e lei con gli occhi chiusi e le mani giunte pregava per Elisa, piangeva ora che abbracciava Luca e lo stringeva più che poteva. Come se solo con lui potesse sfogare la sua disperazione, come se lui fosse l’unico in grado di capire quello che solo una madre può sentire. L’immenso dolore di vedere la propria figlia morire.
“Luca a casa tua ho trovato questa”
Aprì la sua borsa di quelle marroncine con le carte geografiche stampate sopra, e tirò fuori una busta gialla. Sopra c’era scritto: Per te.
Anonymous - Gio Lug 14, 2005 9:35 pm
Oggetto:
Paragrafo 62: Per me?

- “Per te”… sarebbe “per me”? – chiese, senza aspettarsi una risposta.
- Sì.
- Dov’era?
- Era in terra, sotto il tavolo della cucina. L’abbiamo trovata così, ancora aperta.
- L’avete letta, immagino…
- Sì.
Luca non se la prese, come genitori potevano averne “diritto”.
Lasciò trascorrere qualche attimo, ripassando coi pollici e gli indici le pieghe della busta, come per trarne qualche informazione al tatto.
Posò lo sguardo su ognuno dei presenti, ad intervalli regolari, forse per colmare il vuoto delle sensazioni tattili non pervenute.
Si soffermò più a lungo su Max, intento a contare le macchie del linoleum o pensare a chissà cosa.
Infine, tornò a studiare la busta e chiese: - Buone o cattive notizie?
Monia Di Biagio - Mar Ago 30, 2005 2:49 pm
Oggetto:
Paragrafo 63: La Lettera.

"Buone per te, per noi...." Risposero all'unisono i genitori di Elisa.
"Speriamo anche per la nostra Elisa" aggiunse la madre.

Intanto Luca aveva preso a leggere. Max accortosi del profondo e silenzioso cambiamento nell'aria che circondava i cari in attesa, si avvicinò, e chiese "cosa succede?" Il Padre di Elisa rispose: "Una lettera di Elisa per Luca." Mentre quest'ultimo faceva per allontanarsi dal gruppo, dal mondo e leggere in tutta tranquillità, con la massima attenzione, la lettera della sua amata. Si fermò accanto ad una finestra, mentre il sole tiepido che entrava da questa, baciava il suo volto, ora inumidito, e poi avanti nella lettura matido, al sol pensiero che questa potesse essere l'ultima lettera della sua amata.

"Amore mio dolcissimo," scriveva Elisa "non esiste gioia paragonabile a quella dell'averti incontrato, così per caso, lungo la mia via. Non so perchè Dio abbia voluto, alla fine, donarmi questa gioia profonda, dopo tanto patire, per colpa come ben sai di una vita buttata al vento, la mia. Ma è accaduto. E così come in questo momento mi sento di ringraziare Lui, ringrazio te per avermi accolta nella tua vita, nella tua casa. Il tempo che ci ha voluti amorevolmente insieme è passato in fretta, ma nulla, mai, dimenticherò di ogni singolo istante vissuto insieme, perchè ogni attimo trascorso con te, sempre più ti ho amato. All'inizio credevo che non sarei mai riuscita a sostituire del tutto nel tuo cuore Jennyfer, e che io sarei stata fino alla fine dei miei giorni per te solo una "scanzonata compagna di viaggio", e tra noi sarebbe potuto esserci solo un appoggiarsi a vicenda, nel cercare, uno spalla dell'altro, di ricominciare a vivere in un modo qualunque le nostre tristi esistenze. Non è andata così. L'amore, la passione, portentosi ci hanno rapito l'Anima, il cuore e la mente. Ed ora lo so: io son per te quel che tu sei, e sempre ho sperato fossi, sin dall'inizio, per me! Ti amo Luca. Non lo dimenticare mai. Ed oggi rammentalo ancor più di ieri, anche se so, che ancora una volta, nonostante il foirte sentimento che ci lega, non potrai assecondare ed acconsentire le mie ultime scelte. La prima di queste scelte, che quasi ci ha separato per sempre, è stata quella di averti taciuto la verità sul passato di Jennyfer, quel passato recente accaduto poco prima che lei morisse. Quel figlio che lei portava in grembo, morto con lei, che non era tuo..... Perdonami Luca, non è questa freddezza nel sottoporti forse per la prima volta l'qmara questione, ma non voglio più girare intorno alle parole è tempo che tu sappia se non lo sai già, per voce del tuo amico Max che ora avrà, spero, in mia assenza, ritenuto giusto parlartene, perchè è giusto che tu finalmente sappia, da lui e non da me. Non piangere Amore, io sono con te, piango, soffro con te, perchè tu per me sei tutto: la vita, l'amore. Sì, la vita.....Ebbene eccoci giunti alla confessione della mia seconda personale scelta: è qualche tempo ormai che ho smesso di prendere i farmaci inibitori della mia malattia. Non potevo far altro. In me la vita, quella che doppiamente tu hai voluto donarmi sta crescendo, giorno dopo giorno. Aspettiamo un bimbo Luca, non sai come sono felice e come sono stata triste di non poter condividere questa notizia con te, dopo tutto quanto ultimamente accaduto tra noi. Perdonami, ma ho avuto paura che tu non avresti mai accettato il mio rifiuto categorico ai medicinali. Smetterli di prenderli per me, potrebbe anche significare entrare in brevissimo tempo nell'AIDS conclamato. Ma ormai non me ne importa nulla. Non me ne importa più nulla di me. Prima colui che nel mio ventre sta cercando di venire al mondo! E se le cose non andranno bene per me...Beh, mia unica immensa, incommensurata gioia sarà sapere che nostro figlio avrà accanto un padre come te! Ecco perchè Luca sono qui a chiederti con questa mia: QUALSIASI COSA MI ACCADA, DALLA STESURA DI QUESTA LETTERA IN POI, PENSA SOLO AL BIMBO E NON A ME! TE NE PREGO. PENSA A TUO FIGLIO! Sono appena entrata nel 4 mese. La strada è ancora lunga. Devo sopravvivere altri 5 mesi. Se questo significherà nel peggiore dei casi un coma farmacologico, non esitare. Fai solo in modo che la vita in me continui a crescere. Perchè questa, e non la mia, è l'unica vita con la quale voglio ricompensarti per quella che mi hai saputo dare senza rieserbe e perchè tanto mi hai amato, e mi hai fatto tornare ad amare la vita! Grazie Luca. Ti Amo. Elisa...."

La firma di Elisa era incompiuta, l'unica parte dell'intera accorata lettera lascita scivolare sul foglio quasi a comunicare che le sue forze l'avevano ormai lasciata, ma che con forza, coraggio ed ostinazione, aveva voluto giungere sino alla fine di quell'atto d'Amore scritto per Luca, senza arrendersi finchè non aveva detto tutto, proprio tutto, fino all'ultimo punto.

Luca piangeva e stringeva la lettera al cuore, poggiato con la sua testa sul braccio su quella finestra. La madre di Elisa corse da lui, a stringerlo forte. Ed in quell'abbraccio gli comunicò, che entrambi ora sapevano ed insieme avrebbero scelto. Sì, insieme, facendosi coraggio l'un l'altro. Ma se mai quello che aveva preventivato Elisa si fosse autenticato cosa avrebbero scelto allora? Insieme erano due genitori....Elisa ora per loro era figlia e madre. Dunque Elisa o il bambino? troppo presto comunque per porsi queste domande. La speranza che tutto potesse andare per il meglio era ancora viva. Ed ora non restava che attendere, attendere, attendere, l'esito che tutti speravano, e che di lì a poco sarebbe stato loro comunicato dai dottori, ma che sembrava non arrivare mai.
Miki - Mer Set 07, 2005 10:28 pm
Oggetto:
Paragrafo 64: Vita e Morte

Vita e morte.
Negli ultimi mesi gli erano passate accanto, strisciate dentro, si erano sedute con lui in attesa della sua prossima mossa, alternandosi nella sua esistenza con una rapiditá impressionante.
La vita spesa con Jennifer, e quella che insieme avevano desiderato e cercato, ma che non era venuta.
La morte corporea che gliel'aveva strappata troppo presto e i desideri cupi che avevano albergato dentro di lui, alimentati dalla disperazione e dal dolore.
La vita ritrovata con Elisa e una felicitá nuova.
La vita e la morte che ora combattevano dentro Elisa, nella sua malattia e nella sua gravidanza.
E se entrambe ne fossero usicte vincitrici?
Se la vita di una creatura fosse dipesa dalla morte di un'altra?
Il bambino o Elisa?
La testa di Luca era in preda ad un turbine di confusione ed emozioni che gli pareva lo soffocassero.
Gli mancavano le forze.
"QUALSIASI COSA MI ACCADA, DALLA STESURA DI QUESTA LETTERA IN POI, PENSA SOLO AL BIMBO E NON A ME! TE NE PREGO. PENSA A TUO FIGLIO!"
Pensa al bimbo...
Non aveva piú neppure la forza di pensare.
Tutti i fusi orari sono GMT
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