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Linguistica - METRICA

Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 11:49 am
Oggetto: METRICA
"Metrica"

Questa categoria contiene 53 pagine.

1-Anapesto

2-Antistrofe

3-Asefru

4-Asinarteto

5-Baccheo

6-Ballata

7-Canzone

8-Cesura

9-Contacio

10-Coriambo

11-Cretico

12-Dattilo

13-Decasillabo

14-Dialefe

15-Dieresi

16-Discordo (componimento)

17-Distico

18-Endecasillabo
19-Epodo
20-Esametro

21-Giambo

22-Ionico (piede)

23-Metrica classica

24-Metrica eolica

25-Metro popolare

26-Mora (fonologia)

27-Novenario

28-Ottava rima

29-Ottonario

30-Pastorella (componimento)

31-Pentametro

32-Pentametro giambico

33-Piede (poesia)

34-Quadrisillabo

35-Quantità (metrica)

36-Quinario

37-Rima (linguistica)

38-Senario

39-Settenario

40-Sinalefe

41-Sincope (metrica)

42-Sineresi

43-Spondeo

44-Strofa

45-Terza rima

46-Terzina

47-Tetrametro trocaico

48-Trimetro giambico

49-Trisillabo (metro)

50-Trocheo

51-Verso

52-Verso libero

53-Zeugma (metrica)
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 11:55 am
Oggetto: METRICA
Anapesto

L' anapesto è un piede utilizzato nella poesia greca e latina.

Si compone di due sillabe brevi, che formano l'arsi del piede, e di una sillaba lunga, che ne è la tesi, secondo lo schema ∪ ∪ —.

Si tratta dunque, secondo la codificazione della metrica classica, di un piede quadrimoraico, di ritmo ascendente, appartenente al génos íson, in quanto la proporzione tra arsi e tesi è di 1:1.

Origine

L'etimologia del nome è chiara, dal verbo ἀναπαίω, ma la sua interpretazione non è sicura: probabilmente è da intendere nel senso di piede opposto rispetto al dattilo. L'origine di questo tipo di versi è da cercare fra i Dori; gli antichi poeti ionici, i giambografi, e gli elegiaci lo ignorano, mentre era in ampio uso nell'area dorica, dove in origine aveva il carattere di metro per i canti di marcia, come gli ἐμβατήρια degli Spartiati.

Uso

Metro legato alla tradizione dorica, l'anapesto si incontra più facilmente nei generi letterari più influenzati dalla loro cultura. Lo si incontra quindi nella lirica corale, a partire da Alcmane; la commedia dorica di Sicilia ne faceva ampio uso. Nel V secolo, fu introdotto anche nella poesia teatrale attica, dove conservò il suo originale carattere di ritmo di marcia: è di norma usato quindi nella parodos e nell'exodos della tragedia, e nella parabasi della commedia, anche se tale metro non compare solo in questo contesto, e può anche essere usato in contesti lirici, per lo più di carattere lamentoso, talvolta intervallati con versi di altro metro.

Particolarità

Gli anapesti si scandiscono normalmente per sizigia, se il numero di piedi è pari; il fenomeno dell'abbreviamento di una vocale lunga davanti a un'altra vocale (si veda prosodia) esiste, ma è meno frequente che nei cola e versi dattilici. L'anapesto può essere sostituito da uno spondeo o più raramente da un proceleusmatico; la sostituzione con un dattilo non è frequente, e limitata quasi esclusivamente alla poesia drammatica; la sequenza dattilo-anapesto inoltre è generalmente evitata. Nel caso uno di questi piedi sostituisca l'anapesto, il tempo forte cade sempre, in ogni caso, nella seconda parte del piede.

Metri anapestici

-Monometro anapestico-

Come i suoi analoghi di altri metri, il monometro (schema: ∪ ∪— ∪ ∪—) si incontra saltuariamente nei sistemi anapestici, in particolare come penultimo colon, o in associazione con i docmiaci o con i versi eolico-coriambici. Le sostituzioni spondaiche sono molto frequenti. Poiché il dimetro anapestico possiede una forte dieresi centrale, l'identificazione di un monometro nei sistemi lirici è spesso controversa, e muta da un editore all'altro.

Es. di monometro anapestico puro: Ξένος ἐξαυνύσαι (Sofocle, Edipo a Colono, 1562) Es. di monometro anapestico olospondaico: κἀπισκώπτων

In età romana, alcuni poeti, come Mesomede e Sinesio, hanno composto interi componimenti in monometri anapestici.

Il monometro anapestico ipercatalettico (schema ∪ : ∪ — ∪ ∪—| —) si confonde con il ferecrateo, o, se il primo piede è spondaico, con un reizianum: normalmente si tratta di questi ultimi versi, ma nel contesto di un sistema spondaico, queste sequenze vanno interpretate come anapesti.

Il monometro catalettico è raro (∪ ∪— : — ∧) e coincide formalmente con uno ionico a minore: anche qui, solo il contesto metrico può indicare di che piede si tratta.

-Tripodia anapestica-

Questo schema metrico ( ∪ : ∪ — ∪ : ∪ — ∪ : ∪ —) non è molto frequente e non si incontra mai negli anapesti di marcia. Le sostituzioni in genere sono frequenti; nei poeti corali, questo metro può essere congiunto con altri metri eterogenei.

Es. Νυχίαν πλάκα κερσάμενος (Eschilo, Persiani, 952)

Quando compare nella forma (— — ∪ : ∪ — — —) questo metro non è distinguibile dal ferecrateo e si presta quindi a giochi di metaritmia (inversione di ritmo).

-Dimetro anapestico-

Il dimetro è il colon anapestico dall'uso più diffuso, e uno tra i più antichi cola lirici noti (si incontra già in Alcmane): i sistemi, in genere, non contengono che dimetri alternati a qualche monometro.

Lo schema è ∪ ∪— ∪ ∪— | ∪ ∪— ∪ ∪— ; di norma, alla fine del primo metro corrisponde anche fine di parola, che non esclude lo iato, anche se non si tratta di una vera e propria dieresi; casi in cui la fine del metro non corrisponde alla fine della parola sono attestati, ma sono rari.

Es. Ἐμέ, Λατοΐδα, τέο δ' ἀρχέχορον (Alcmane, fr. 17 B)

Nei sistemi anapestici di marcia, il proceleusmatico non compare o quasi, mentre il dattilo appare di preferenza compare nei piedi dispari. Le sostituzioni usate però sono numerose, e un dimetro composto solo di anapesti è piuttosto raro. La sequenza anapesto + dattilo non è comune, ma è attestata negli anapesti di marcia, in particolar modo in Eschilo.

-Il dimetro anapestico catalettico o paremiaco-

Il dimetro anapestico catalettico (schema ∪ ∪— ∪ ∪— ∪ ∪— — ∧) è più noto con il nome di paremiaco ( probabilmente da παροιμία, proverbio, in quanto forma metrica spesso adottata dai proverbi).

Es. Πότε Ἄρτεμις οὐκ ἐχόρευσε (proverbio)

Sull'esatta natura di questo verso (anche se si tratti di un vero anapesto o invece di una forma procefala di dattilo) non c'è accordo tra gli studiosi.

In generale, il paremiaco assume le stesse forme del dimetro anapestico acatalettica; l'ultima sillaba non ammette soluzione, ma può essere breve; la sostituzione con il proceleusmatico non si verifica che negli anapesti "lirici"; il dattilo è limitato ovunque al primo piede; rispetto al dimetro acatalettico, nel paremiaco la "pausa" tra primo e secondo metro spesso non è rispettata. Nei sistemi, il paremiaco riveste la funzione di clausola; può anche essere adoperato katà stíchon negli ἐμβατήρια.

-Dimetro anapestico ipercatalettico-

Questo metro (schema ∪ ∪ — ∪ ∪ —| ∪ ∪ — ∪ ∪ — |—) è rarissimo. Compare in alcuni casi nella poesia drammatica.

-Pentapodia anapestica-

Tale forma metrica ( ∪ ∪ — ∪ ∪ — ∪ ∪ — ∪ ∪ — ∪ ∪ —) è anch'essa estremamente rara. Gli esempi più noti di questo metro si trovano in Aristofane.

Es. Σὲ μὲν οὖν καταλεύσομεν, μιαρὰ κεφαλή (Aristofane, Acarnesi, 285)

-Trimetro anapestico-

La maggior parte dei versi dall'aspetto di trimetri anapestici ( ∪ ∪ — ∪ ∪ —| ∪ ∪ — ∪ ∪ —| ∪ ∪ — ∪ ∪ —) sono scissi dai metricisti moderni in un dimetro + monometro. I casi in cui ci si trova di fronte sicuramente a un trimetro anapestico sono rari.

La forma catalettica del trimetro ( ∪ ∪ — ∪ ∪ —| ∪ ∪ — ∪ ∪ —| ∪ ∪ — —) è stata impiegata katà stichon dal poeta alessandrino Simia.

-Tetrametro anapestico catalettico-

Un dimetro anapestico acatalettico e un dimetro catalettico formano un tetrametro catalettico:

∪ ∪ — ∪ ∪ —| ∪ ∪ — ∪ ∪ —|| ∪ ∪ — ∪ ∪ —| ∪ ∪ — | X

Questo verso si incontra per la prima volta nella commedia dorica di Sicilia: Epicarmo aveva scritto due opere intere in questo verso. In seguito, fu adoperato spesso dai poeti della commedia attica: per tale motivo, è spesso chiamato metrum aristophanium.

Nel caso invece che il tetrametro si presentasse con l'ultimo piede intero spondaico, era chiamato invece metrum laconicum, perché era impiegato negli ἐμβατήρια.

Es. Ἄγετ' ὦ Σπάρτας ἔνοπλοι κοῦροι, ποτὶ τὰν Ἄρεος κίνασιν (Tirteo, fr. 16 B)

In genere, il tetrametro ammette le stesse sostituzioni dei due metri di cui è composto: solo il proceleusmatico è escluso. I versi di soli anapesti sono evitati, mentre i versi con un unico anapesto si incontrano abbastanza di frequente. In Aristofane, il settimo piede è sempre anapestico; la sostituzione dattilica non è molto frequente.

La dieresi mediana è di regola nel tetrametro anapestico; nel caso essa manchi, è rimpiazzata da una cesura dopo la prima sillaba del quinto piede; rarissima invece la cesura dopo la prima sillaba del quarto piede.

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 11:57 am
Oggetto: METRICA
Antistrofe

L'antistrofe (dal greco antí, «contro», e strophē, «voltata del coro»), nella metrica greca, è la seconda parte del sistema ritmico proprio della lirica corale ellenica, che è detto triade dorica.

La prima parte è la strofe, cui segue, identica nella struttura, l'antistrofe; la terza parte è l'epodo.

Voci correlate

-epodo
-strofe

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:00 pm
Oggetto: METRICA
Asefru

L'asefru (pl. isefra) è una composizione poetica della letteratura berbera della Cabilia.

Si tratta di una sorta di breve sonetto a struttura ternaria, formato da tre strofe di tre versi ciascuna.

Le rime seguono lo schema AAB AAB AAB, mentre la lunghezza dei tre versi di ogni strofa è di 7 + 5 + 7 sillabe.

È un metro relativamente nuovo rispetto a quelli dalla poesia tradizionale, nato probabilmente intorno alla metà dell'Ottocento, e il poeta che ha legato in modo indissolubile il suo nome a questo tipo di composizione è Si Mohand ou-Mhand (1848-1905).

L' asefru si presta ad essere non solo letto o recitato ma anche cantato, e numerosi esempi di isefra cantati sono presenti nel repertorio di diversi cantanti cabili, come Taos Amrouche (per esempio Vasta è la prigione), Slimane Azem (Si Muh yenna-d; Cavalletta, via dal mio Paese) o Malika Domrane (Nnehta).

Un esempio di asefru (Si Mohand):

Ggulleɣ seg Tizi-wuzzu
armi d Akfadu
ur ḥkimen dg’ akken llan
A neṛṛez wal’ a neknu
axiṛ daεwessu
anda ttqewwiden ccifan
Lɣwerba tura deg uqerru
welleh ard a nenfu
wala leεquba ɣer yilfan

"Giuro, da Tizi Ouzou /
fino al colle dell’Akfadou /
nessuno di quelli mi comanderà //

Mi spezzo ma non mi piego /
preferisco essere un maledetto /
là dove governano i ruffiani //

L’emigrazione è il mio destino /
per Dio, meglio l’esilio /
che la legge dei porci"

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:05 pm
Oggetto: METRICA
Asinarteto

Per asinarteto si intende, nella metrica classica, secondo la definizione data dall'antico grammatico Efestione, un particolare tipo di verso composito, formato da due cola che non possono essere considerati un tutt'uno, come avviene nei versi normali, normalmente perché di metri differenti.

Come conseguenza della natura ibrida dell'asinarteto, vi è normalmente dieresi tra i due cola, sebbene non sempre gli antichi autori l'abbiano rispettata.

Le fonti antiche indicano in Archiloco l'inventore di questo tipo di versi, che godranno in seguito di ampia fortuna sia nella letteratura greca, nella poesia giambica, nella commedia e più tardi con i poeti ellenistici, che nella letteratura latina, in particolare con Orazio.

I principali tipi di asinarteto sono:

-prosodiaco (X : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ — X;) e itifallico (— ∪ — ∪ — . — ∧). Si tratta dell'asinarteto archilocheo più conosciuto.

Un esempio è ἐρέω πολύ φίλταθ' ἑταίρων τέρψεαι δ'ἀκουων (Archiloco, fr. 107 D, con sinizesi delle due vocali nella prima parola). Già Archiloco ammetteva la sostituzione del dattilo con lo spondeo; negli esempi di questo metro a lui posteriori, la dieresi non è sempre rispettata

-dimetro dattilico ( — ∪ ∪ — ∪ ∪ | — ∪ ∪ — ∪ ∪) e itifallico. Lo si incontra in Archiloco: οὐκεθ' ὃμως θάλλει ἀπαλὸν χρόα· κάρφεται γὰρ ἤδη (Fr. 113 D.)

-hemiepes dattilico (— ∪ ∪ — ∪ ∪ —) e dimetro giambico acatalettico (∪ — ∪ — |∪ — ∪ —). Ad esempio, sempre Archiloco, fr. 118 D ἀλλά μ' ὁ λυσιμελής, ὠταῖρε, δάμναται πόθος

-hemiepes dattilico e monometro giambico ipercatalettico (∪ — ∪ — X), o elegiambo. Es. Ἦ ῥ ἔτι Διννομένῃ τῷ τ Ὑρρακήῳ (Alceo, fr. 40 D)

-monometro giambico ipercatalettico ed hemiepes dattilico, o giambelegiaco. Es. κείνων λύθεντες σαῖς ὑπὸ χερσίν, ἃναξ (Pindaro, fr. 35 Schr.)

-un hemiepes, un monometro giambico ipercatalettico, e un hemiepes formano un metro platonico (dal poeta comico Platone)

-un monometro giambico ipercatalettico, un hemiepes e un monometro giambico ipercatalettico formano un pindarico.

-dimetro giambico acatalettico e prosodiaco acefalo ( — ∪ ∪ — ∪ ∪ — X)

-dimetro giambico acatalettico ( ∪ — ∪ — | ∪ — ∪ —) e lekythios ( — ∪ — ∪ | — ∪ —) Es. Δήμητρος ἀγνῆς καῖ Κόρης τὴν πανήγυριν σέβων (Archiloco, fr. 119 D)

-dimetro giambico acatalettico e itifallico. Es. τὸν πηλόν, ὦ πάτερ, πάτερ, τουτονὶ φύλαξαι (Aristofane, Vespe, 248).

Principio costitutivo non dissimile agli asinarteti hanno gli epodi.

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:08 pm
Oggetto: METRICA
Baccheo

Il baccheo è uno dei piedi della metrica greca e latina.

Si compone di una sillaba breve seguita da due sillabe lunghe (∪ — —): è di conseguenza un piede di 5 more, di ritmo ascendente, appartenente al génos hemiólion, in quanto il rapporto tra tesi ed arsi è di 2:3.

Questo piede possiede anche un "gemello", il palimbaccheo o baccheo rovesciato (— — ∪) di ritmo discendente, che però non è praticamente mai usato come piede indipendente.

Il termine "baccheo" deriva da Bacco: questo ritmo era legato al culto di Dioniso, e utilizzato nei canti in suo onore. Su altri suoi utilizzi, non si può avere molta certezza, dal momento che con questo termine i metricologi antichi indicavano anche il coriambo e l'antispasto.

Spesso sizigie trocaiche o giambiche sincopate assumono la forma di un baccheo: i bacchei veri e propri sono invece rari, e si incontrano nella lirica corale e di tanto in tanto nella poesia drammatica, soprattutto in Eschilo.

Il baccheo ammette talvolta risoluzione di una delle sillabe lunghe; è anche possibile la sostituzione della sillaba breve con una lunga irrazionale, mentre, secondo la regola usuale, l'ultimo piede di un verso è indifferens.

I principali metri bacchiaci sono:

-Il dimetro bacchico (∪ — — | ∪ — —). Ad esempio si può citare un verso delle Rane di Aristofane (v. 316) Ἴακχ', ὦ Ἴακχε. Questo verso si incontra tanto nei lirici che negli scrittori drammatici.

-Il trimetro bacchico (∪ — — | ∪ — — | ∪ — —) è un verso rarissimo. Ad esempio, si può citare Euripide, Baccanti, 994: φονεύουσα λαιμῶν διαμπάξ

-Il tetrametro bacchico (∪ — — | ∪ — — | ∪ — — | ∪ — —) è il verso meno raro tra i metri bacchiaci. Un esempio, da Eschilo, fr. 23 N. ὁ ταῦρος δ' ἔοικεν κυρίξειν τιν' αρχάν.

L'utilizzo dell'antibaccheo come piede indipendente è rarissimo e si incontra solo in epoca ellenistica o più tarda, come in un inno di Mesomede.

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:12 pm
Oggetto: METRICA
Ballata

La ballata, chiamata anche canzone a ballo perché destinata al canto e alla danza, è un componimento poetico che si trova in tutte le letterature romanze e ha una particolare struttura metrica.

È composta da una o più strofe, chiamate stanze, e da un ritornello, detto ripresa, che veniva cantato all'inizio della ballata e ripetuto dopo ogni stanza.

La stanza della ballata comprende due parti. La prima parte è divisa in due piedi o mutazioni con un numero di versi uguali e uguale tipo di rima, la seconda parte, chiamata volta, ha una struttura metrica uguale a quella della ripresa.

Gli endecasillabi misti a settenari sono i versi maggiormente usati nella ballata e le rime possono essere disposte in modo differente con la regola che l'ultimo verso della volta faccia rima con l'ultimo verso della ripresa.

La ballata viene chiamata grande se la ripresa è formata da quattro versi, mezzana se ha tre versi, minore se ne ha due, piccola se la ripresa è costituita da un verso endecasillabo, minima se è costituita da un verso quinario o settenario o ottonario.

La ballata può anche essere chiamata extravagante quando la ripresa è costituita da più di quattro versi.

Gli esempi più significativi di ballata si possono trovare in Guido Cavalcanti:

Perch'io no spero di tornar giamai, In un boschetto trova' pasturella.

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:17 pm
Oggetto: METRICA
Canzone

La Canzone è un genere metrico formato da un numero variabile di strofe o stanze, (di solito 5 o 7).

Ogni strofa è formata da due parti, una detta fronte divisa in due piedi con un numero identico di versi e con un uguale tipo di rime, l'altra, chiamata coda o sirma, può rimanere, come nel Canzoniere di Francesco Petrarca, indivisa oppure può dividersi in due parti chiamate volte.

La canzone viene spesso chiusa da un congedo che consiste in una strofa più breve con una struttura metrica ripresa dalla coda.

Generalmente i versi che compongono la canzone sono endecasillabi misti a settenari e le rime di regola sono disposte in modo che il primo verso della coda, chiamato diesi, faccia rima con l'ultimo verso della fronte.

La cansò viene considerata dai provenzali il genere lirico per eccellenza, infatti i trovatori provenzali, che erano abituati a comporre insieme le parole e la musica, consideravano inscindibile l'unità di vers e son, cioè di parola e di melodia, essendo abituati ad apprendere in modo rigoroso sia a comporre in versi sia a comporre in musica.

Già a partire dalla Scuola siciliana e in seguito nel Dolce Stil Novo, che si rifà alla tradizione provenzale, nel sistema dei generi romanzi la canzone è il metro per eccellenza e lo stesso Dante Alighieri, nel De vulgari eloquentia, colloca fra i generi metrici la canzone al primo posto.

Le forme di canzone che costituiscono senza dubbio un modello duraturo nella tradizione italiana sono quelle di Dante e soprattutto di Petrarca, ma oltre alle canzoni petrarchesche, nell'evoluzione della canzone che va dal Duecento al Trecento, esistono altre due varietà di canzone: la canzone pindarica e la canzone libera o leopardiana.

-La canzone pindarica ha le sue origini nel Cinquecento ed è costituita di strofe, antistrofe ed epodo come dal modello greco, dove le strofe e le antistrofe sono collegate da rime uguali e hanno lo stesso numero di versi con prevalenza, di solito, dei settenari sugli endecasillabi, mentre l'epodo, che ha rime diverse è, in genere, più breve.

-La canzone libera o leopardiana risale a Francesco Guidi che compone canzoni con strofe indivise e schema molto variabile sia per il numero dei versi, sia per la struttura della strofa. Da questa base parte Giacomo Leopardi che, più di ogni altro, esprime questa libertà di composizione pur non dimenticando le forme della canzone petrarchesca.

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:23 pm
Oggetto: METRICA
Cesura

La cesura è la denominazione che in metrica definisce ogni demarcazione ritmica statisticamente significativa all'interno di un verso sufficientemente lungo, di cui delimita gli emistichi.

Etimologia

La parola deriva dal sostantivo latino caesura, "taglio", deverbativo da caedo, "taglio".

Tale termine è traduzione del corrispondente greco τομή , a sua volta deverbaivo di τέμνω.

In italiano il termine generico che indica la qualunque demarcazione interna a un verso è incisione, la parola "cesura" indica invece le incisioni che la tradizione poetica ha reso statisticamente costanti, o meglio canoniche.

Definizione

«Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura»


(Dante, Divina Commedia, If, I, 1-2)

I due endecasillabi citati esemplificano un caso di verso con cesura: tra le possibili interruzioni della catena sillabica che forma il verso, l'endecasillabo predilige quella dopo l'accento di sesta posizione (primo verso) o di quarta (secondo verso):

nel-méz-zo-dél-cam-mín || di-nó-stra-ví-ta
mi-ri-tro-vái || pe-r_u-na sél-va_o-scú-ra

Questo esempio evidenzia un'altra caratteristica: la cesura è un luogo ritmico, corrispondente a una fine di parola che normalmente ma non obbligatoriamente corrisponde a un qualche tipo di pausa sintattica: nel caso dei versi di esempio per quanto vi sia una finale di parola tra "del" e "cammin", e tra "una" e "selva", la lettura ad alta voce del verso rende conto della natura proclitica di preposizione e articolo togliendo ogni dubbio sulla posizione effettiva delle cesure.

Origine

La cesura deriva certamente dalla pratica orale e formulare della recitazione poetica: essa permette infatti di suddividere versi lunghi in grado di contenere pensieri compiuti in emistichi facilmente riempibili con forme ricorrenti e funzionali alla recitazione. Se il padre della poesia Occidentale è Omero i poemi a lui attribuiti non sono certo sua invenzione originale, ma frutto versatile e funzionale di una secolare esperienza di elaborazione di cui il cantore cieco non è che il vertice.

La metrica classica ha poi codificato in dottrina quanto la pratica aveva elaborato, e nel corso dei secoli, perdendo gradatamente la produzione orale della poesia, la percezione musicale dell'accento e la percezione quantitativa delle vocali e delle sillabe, cristallizzò in leggi sempre più rigide la disposizione delle parole e delle cesure. Il gran numero di versi tramandatici dall'antichità ha permesso di seguire statisticamente tale processo.

Classificazione dei versi in base alla cesura

I versi possono suddividersi in tre gruppi sulla base del comportamento delle loro incisioni:

-Versi senza cesura-

Si tratta di quei versi brevi o semplici che non necessitano di incisioni rilevanti demandando la funzione di cesura al confine tra verso e verso.

-Versi a cesura fissa-

Si tratta di quei versi la cui incisione è posta sempre nella stessa posizione ritmica, dividendo il verso in due emistichi la cui struttura è fissa: è il caso del pentametro dattilico, secondo elemento del distico elegiaco, formato da due hemiepes sempre separati da cesura:

Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiras (esametro dattilico=)
nēs-cĭ-ŏ,/sēd-fĭ-ĕ/rī || sēn-tĭ-o_ĕt/ēx-crŭ-cĭ/or (pentametro)

Nella versificazione italiana hanno cesura fissa i versi doppi, o accoppiati.

La produzione poetica in lingua italiana documenta doppi quinari, doppi senari, doppi settenari, doppi ottonari e doppi novenari. All'infuori del doppio settenario tali versi ebbero fortuna principalmente nel XIX secolo.

Il settenario doppio era invece noto nel medioevo come Alessandrino, ed è documentato dal Contrasto di Cielo d'Alcamo.

Con la seconda metà del XIII secolo smise però di essere usto in favore dell'endecasillabo. Ricompare nel Settecento come Martelliano (dal nome del poeta Pier Iacopo Martelli che lo adoperò nelle sue tragedie riscuotendo un effimero successo in campo teatrale.

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:25 pm
Oggetto: METRICA
Contacio

Il contacio (dal greco κοντάκιον, kontákion, originariamente il bastoncello intorno al quale si avvolgeva la pergamena con il componimento), è una composizione strofica a carattere musicale tipica della letteratura bizantina che aveva come tema una predica e può quindi considerarsi una omelia di carattere lirico-drammatico accompagnato dalla melodia.

Si fa risalire il contacio al V-VI secolo. Esso apparve a Bisanzio ma ebbe precedenti nella poesia della Siria già nel IV - V secolo.

La struttura del contacio è quella di un inno diviso in un numero vario di stanze (chiamate «tropari») e accompagnato dalla melodia.

Le stanze sono eguali tra di loro per numero di versi, di sillabe e per accenti ritmici, sul modello del primo verso della stanza (l'«irmo», εἱρμός).

Normalmente il contacio è introdotto da un proemio (o «cuculio», κουκούλιον) che contiene una preghiera e un'introduzione all'argomento. Alla fine del proemio era un ritornello (ἐφύμνιον) che si ripeteva alla fine di ogni stanza.

Le prime lettere di ogni verso formavano un acrostico che normalmente indicava il nome dell'autore del contacio o riproduceva l'alfabeto.

La metrica non è quantitativa, come accadeva nel periodo classico, ma accentuativa.

Romano il Melode, il maggior poeta religioso bizantino, è considerato dalle fonti colui che inventò il contacio, ma la perfezione dei suoi componimenti fa pensare piuttosto che il genere fosse già presente nella tradizione liturgica bizantina.

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:36 pm
Oggetto: METRICA
Coriambo

Il coriambo è un piede della metrica greca e latina. Si compone di una sillaba lunga, due sillabe brevi e una sillaba lunga (— ∪ ∪ —): si tratta perciò di un piede di sei morae.

Quanto al ritmo di questo piede, la sua classificazione non è univoca. Sono state avanzate tre possibili interpretazioni del verso:

-come metro composto (trocheo + giambo). È l'interpretazione che seguivano gli studiosi di ritmo antichi. Così considerato, la tesi del coriambo coincide con le due sillabe lunghe, che portano l'ictus, e l'arsi è formata dalle due sillabe brevi, rendendo il suo ritmo né ascendente né discendente. Il suo genere di appartenenza è di conseguenza il diplásion, in quanto il rapporto tra tempo debole e tempo forte viene a essere di 1:2.

-come metro semplice, la cui arsi è — ∪ e la tesi ∪ —. Il suo ritmo è in questo caso ascendente, e appartiene al génos íson. Tale interpretazione è suffragata dalla notazione musicale conservata nell'Epitaphium Sicili

-come metro semplice, appartenente al génos íson, ma in cui le due parti del verso, possono fungere in modo intercambiabile da arsi e da tesi, e il cui ritmo può essere, a seconda dei contesti, ascendente o discendente.

[N.B. Di norma, nell'insegnamento, come lettura metrica (si veda metrica classica) si adotta il primo genere di scansione, considerando "accentate" le due sillabe lunghe]

Il coriambo mantiene quasi sempre la sua forma primitiva; solo occasionalmente una delle sue sillabe lunghe è risolta in due brevi. La sostituzione delle due brevi con una lunga invece non è ammessa o quasi dai poeti greci, mentre i latini hanno ammesso questa licenza.

I metri coriambici sono divisi in due gruppi:

-i metri eolo-coriambici, che seguono (di norma) le regole della metrica eolica e che sono il gruppo più numeroso e più antico.

-i metri coriambici puri, che invece seguono i normali schemi della metrica greca, leggermente più tardi, e di uso più limitato.

Versi eolo-coriambici

Tali versi, come i dattili eolici, si contraddistinguono dai metri ordinari perché possiedono le caratteristiche tipiche della [[metrica eolica]: l'isosillabismo (non sempre però rispettato, soprattutto nella poesia drammatica) e la presenza della base eolica, ovvero una sequenza di sillabe (nella sua accezione più stretta, due, all'inizio del verso) la cui quantità può essere indifferentemente lunga o breve.

Secondo le ricostruzioni dei metricologi moderni, che si sono mossi sulle orme delle osservazioni di Wilamowitz, nel tentativo di inquadrare i molteplici metri di questa classe in uno schema coerente, il verso o colon eolo-coriambo ridotto alla sua forma più primitiva consiste in otto sillabe, di cui quattro formano un coriambo, e quattro invece sono libere; a seconda che il coriambo si trovi all'inizio, alla fine, o nel mezzo del dimetro, si ha:

— ∪ ∪ — | X X X X dimetro coriambico I
X X X X | — ∪ ∪ — dimetro coriambico II
X X | — ∪ ∪ — | X X gliconeo

Da questo schema fondamentale, attraverso i fenomeni consueti di catalessi, ipercatalessi, acefalia, procefalia e di inserzione di uno o più coriambi è possibile far derivare tutte le forme metriche eoliche note; si deve però tener presente che la libertà di questo schema non è così ampia come può apparire: le quattro sillabe libere non sono mai tutte brevi, l'ultimo piede del gliconeo è di solito un giambo, e anche nella base eolica vera e propria alcune combinazioni sono preferite ad altre.

I dimetri coriambici I e II si incontrano solo eccezionalmente nei poeti eolici, mentre sono tra i metri più usuali della poesia lirica corale e delle parti liriche del dramma.

Dimetro coriambico II

Schema: X X X X | — ∪ ∪ —

Questo verso, che si incontra solo eccezionalmente nei poeti eolici (Saffo ne presenta uno in responsione con un gliconeo), è invece ben noto nella poesia posteriore. Corinna scrisse dei carmi in questo metro, senza già più tener conto della regola dell'isosillabia; sono frequenti nella poesia corale e nel dramma. Le combinazioni ammesse per il primo piede del metro sono:

— — — — κὴ πεντείκοντ' οὑψιβίας (Corinna, fr 19 D)
∪ — — — γαλανάιᾳ χρησάμενοι (Euripide, Ifigenia in Aulide, 546)
— ∪ — — ἐν δόμως βάντας κρουφάδαν (Corinna, fr. 5, 59 D)
— — ∪ — θάλλοισαν εὐδαιμονίαν (Pindaro, Pitica VII 21)
— — — ∪ τὸν δ' ἐς γᾶς βαλὼν Οὑριεύς (Corinna, 5, 74 D)
— ∪ ∪ — Ὦ μέλεος, ματρὸς ὃτε (Euripide, Oreste, 839)
— ∪ — ∪ πῆδα ϝὸν θέλωσα φίλης (Corinna, fr 8 D)
∪ — ∪ — ἐπεὶ δ' ἔπαυσ' εἰλαπίνας (Euripide, Elena, 1338)
∪ — — ∪ Ἀγλαύρου κόραι τρίγονοι (Euripide, Ione, 496)
— ∪ ∪ ∪ ἀλλ' ἔτι κατ' οἶδμ' ἅλιον (Euripide, Elena, 520)
∪ — ∪ ∪ θεοῦ κύνα παντοδαπόν (Pindaro, fr.96, 2)
— ∪ ∪ ∪ ἐλέφαντι φαίδιμον ὦ-[μον (Pindaro, Olimpica I, 27)

Di queste forme, il ditrocheo, il digiambo o l'epitrito sono le più frequenti; le sequenze con tre sillabe brevi sono invece piuttosto rare.

Indebolitasi la regola dell'isosillabia, è anche possibile che il metro iniziale diventi di cinque o sei sillabe, per la risoluzione di una o due sillabe lunghe; rari invece sono i casi in cui sia una delle sillabe lunghe del coriambo del secondo piede siano risolte. Alcuni esempi:

ὅτε τὸν τύραννον κτανέτην (Scoli 10 D, 3; in questo caso la prima sillaba è risolta in due brevi)

Dimetro coriambico II acefalo

Schema: X X X | — ∪ ∪ —

In questo caso le combinazioni ammesse per il primo metro sono:

— — — Ζεῦς μειλίσσων στυγίους (Euripide, Elena, 1339)
— ∪ — βᾶτε σεμναὶ Χάριτες (Eupiride, Elena, 1341)
∪ — — ἀλαστείᾳ βιότου (Euripide, Elena, 523)
— — ∪ τοὺς μὲν μέσους ζυγίους (Euripide, Ifigenia in Aulide 221)
∪ ∪ — (combinazione molto rara, si confonde con un dimetro ionico catalettico)
∪ — ∪ τὸν ἁ Θέτις τέκε καί (Euripide, Ifigenia in Aulide 209)

Nel caso di risoluzione di una delle sillabe lunghe, il colon diviene indistinguibile dalla forma non acefala: solo la responsione strofica indica allora di quale forma di dimetro si tratta.

Dimetro coriambico II ipercatalettico

Schema: X X X X | — ∪ ∪ —| X

Es. εὔκαρπον· μή μοι μέγας ἕρπον (Pindaro, Peana II, 26)

Si tratta di una forma rara, che si incontra saltuariamente nella lirica corale e nel dramma.

Dimetro coriambico I

Schema: — ∪ ∪ — | X X X X

Es. ἴππι' ἅναξ, Πόσειδον ᾧ (Aristofane, Cavalieri, 551)

Questo colon è più raro del dimetro coriambico II e presenta in larga misura le stesse modifiche. Le forme più comuni che le quattro sillabe libere assumono sono quelle di un digiambo (∪ — ∪ —) e di un epitrito III (— — ∪ —). Le quattro sillabe non sono mai tutte e quattro brevi; il dispondeo ( — — — —) appare di rado, mentre lo ionico a minore non è mai usato; la risoluzione di una sillaba lunga è meno frequente che nel dimetro coriambico II.

Dimetro coriambico I catalettico

Schema: — ∪ ∪ — | X X X

Es. οὐκ ἐτός, ὦ γυναῖκες (Aristofane, fr. 10 K)

In questo caso, il secondo metro assume di norma la forma di un baccheo (∪ — —); molto più rara è invece la forma cretica (— ∪ —). Aristofane ne ha fatto uso di frequente, e così questo colon è chiamato aristophaneum.

Dimetro coriambico I ipercatalettico

Schema: — ∪ ∪ —| X X X X | X

Es. μαντόσυνοι πνεύσωσ' ἀνάγκαι (Euripide, Ifigenia in Aulide, 761)

Si tratta di una forma estremamente rara, come per il suo corrispondente del dimetro coriambico II.

Dodrans

Con questo termine moderno si indicano i cola ottenuti privando i dimetri coriambici I e II di due sillabe della base libera, ottenendo così le sequenze:

X X | — ∪ ∪ —
— ∪ ∪ — | X X

La forma assunta dalla base eolica più di frequente è un giambo; il pirrichio è di solito, salvo rare eccezioni evitate, dal momento che la sequenze viene a coincidere con un dimetro anapestico o dattilico; la risoluzione di una delle lunghe del coriambo è attestata, ma rara.

Dodrans I

Schema: — ∪ ∪ — | X X

Questo colon corrisponde ad una delle forme del docmio, ma si incontra anche come colon individuale, di norma con il piede libero in forma di giambo.

La sua forma catalettica (— ∪ ∪ —| X) è normalmente chiamata adonio, perché utilizzata come ritornello rituale nelle lamentazioni in onore di Adone. Si incontra spesso come clausola: il suo uso più noto è quello di colon finale della strofe saffica.

Dodrans II

Schema: X X | — ∪ ∪ —

La forma più usuale della base eolica è quella trocaica (ma può anche presentarsi in forma spondaica o giambica); questo colon si incontra di tanto in tanto nei sistemi eolo-coriambici; Simonide lo usa preceduto da una sizigia giambica.

Gliconeo

Schema X X | — ∪ ∪ — | X X

È forse il più importante dei versi eolo-coriambici, dall'uso vastissimo: lo si incontra nella lirica monodica, nella lirica corale, nella tragedia e nella commedia, nella poesia ellenistica, e in quella latina latina.

Il nome gli viene dal poeta ellenistico Glicone, di cui non si sa quasi nulla, che probabilmente lo utilizzò come verso stichico; ma il suo uso è ben più antico e lo si incontra già, assieme a versi ad esso imparentati, in Alcmane.

La sua forma presenta significative oscillazioni a seconda dell'ambito in cui è usato: i lirici monodici osservano rigorosamente l'isosillabia, che viene invece meno nella poesia corale e drammatica, in cui una sillaba della base eolica o del coriambo possono essere risolte in due brevi. Queste libertà vengono progressivamente ridotte in epoca ellenistica prima e romana poi: gli alessandrini ritornano ad un'isosillabia rigorosa, e i poeti latini rendono (quasi) obbligatorio lo spondeo iniziale

Le due sillabe libere finali formano di norma un giambo, in tutti i generi in cui il gliconeo è utilizzato; più raramente si incontra uno spondeo, mentre la risoluzione della sillaba lunga finale è rarissima.

La base eolica iniziale invece oscilla tra un maggior numero di forme. Quando l'isosillabia è rispettata, le sue soluzioni sono, dalla più usuale alla più rara, sono:

spondeo (usuale)
trocheo (usuale)
giambo (meno frequente)
pirrichio (raro)
Le forme con sostituzione sono invece:

tribraco (di norma)
dattilo (raro)
anapesto (eccezionale)
Già Anacreonte predilige nettamente la base spondaica; questa diviene più tardi la norma a Roma, soprattutto con Orazio, che la considera l'unica forma regolare.

Ferecrateo

Schema: X X | — ∪ ∪ — | X

La forma catalettica del gliconeo, il ferecrateo, deriva il suo nome dal poeta comico Ferecrate a causa di una errata interpretazione di alcuni sui versi ambigui, apparentemente ferecratei, ma che di fatto una tetrapodia anapestica.

La struttura del ferecrateo è analoga a quella del gliconeo, anche se più regolare: l'ultima sillaba, in quanto finale, è indifferens, la risoluzione di una delle sillabe del coriambo è sempre evitata, la base eolica assume le stesse forme di quella del gliconeo, anche se il dattilo e l'anapesto sono estremamente rari.

In quanto colon catalettico, il ferecrateo è il più delle volte utilizzato come colon finale di una strofa o di un periodo, ma non mancano i casi in cui si incontri in altre posizioni.

Telesilleo

Schema: X | — ∪ ∪ — | X X

Il gliconeo acefalo prende il nome di telesilleo, da Telesilla, poetessa di tardo VI secolo a.C., che scrisse alcuni componimenti in questo metro.

La sillaba iniziale libera può essere talvolta risolta in un pirrichio; anche una lunga del coriambo può talvolta essere sostituita da due brevi. Quando alle due sillabe finali, la forma più comune è, come per il gliconeo, un giambo, ma non mancano gli esempi di forma spondaica.

Reiziano

Schema: X | — ∪ ∪ — | X

Il ferecrateo acefalo deriva il suo nome da Reiz, filologo tedesco del XVIII secolo, che per primo lo individuò nei versi plautini; questo colon è frequente nella lirica corale e nella poesia drammatica, come nella poesia del teatro romano arcaico.

Ipponatteo

Schema X X | — ∪ ∪ — | X X | X

La forma ipercatalettica del gliconeo prende il nome di ipponatteo, dal poeta arcaico Ipponatte. Il suo uso però è più antico del poeta in questione, ritrovandosi già in Alcmane; è utilizzato nella lirica monodica ed è impiegato di frequente come clausula nella lirica corale e nelle parti corali della poesia teatrale.

Strutturalmente la sua resa non differisce da quella del gliconeo: la base eolica iniziale può essere resa con uno spondeo, che resta la scelta più comune, un trocheo o un giambo, oppure ammettere soluzione e formare un tribraco (l'anapesto è eccezionale); talvolta nella poesia corale una lunga del coriambo può essere risolta in due brevi; le due sillabe libere successive assumono di norma la forma di un giambo o più raramente di uno spondeo, mentre l'ultima è indifferens.

Paragliconeo

Schema X | — ∪ ∪ — | X X | X

Per "paragliconeo" (definizione di W. Koster) si intende un gliconeo contemporaneamente acefalo e ipercatalettico. Questo colon si incontra già in Alcmane; è utilizzato da Saffo (fr. 94 D) e nella poesia corale successiva.

Le sue caratteristiche sono analoghe a quelle di tutti gli altri versi della famiglia del gliconeo: la prima sillaba libera può essere risolta in due brevi; il giambo è la forma dominante per le due sillabe libere dopo il coriambo.

Trimetri coriambici

Sotto questa definizione si radunano una serie di versi derivati da un gliconeo tramite l'inserzione di un altro metro (coriambico o no). I più importanti, usati come versi autonomi (nelle strofe coriambiche sono possibili anche altre più estemporanee combinazioni), sono:

l'endecasillabo falecio
l'endecasillabo saffico
l'endecasillabo alcaico
l'asclepiadeo minore e maggiore (da questo derivato)

Endecasillabo falecio

Schema: X X | — ∪ ∪ — | ∪ — | ∪ — X

Questo verso, di larghissimo uso sia nella poesia greca che in quella latina, prende il suo nome dal poeta alessandrino Faleco, che ne fece frequente impiego come verso stichico; ma il suo uso è molto più antico e risale all'epoca arcaica.

Il suo schema base è formato da un gliconeo seguito da un monometro giambico catalettico, che assume la forma di un cretico. La resa del verso non differisce molto da quella del gliconeo: la base eolica è prevalentemente spondaica o trocaica, mentre la forma trisillabica è estremamente rara, e in età imperiale, tanto nella poesia latina con Marziale che in quella greca con Simia lo spondeo diviene l'unica forma ammessa; le due sillabe libere dopo il coriambo del gliconeo sono rese di norma con un giambo, ma si può incontrare anche la forma spondaica; la sizigia giambica può ammettere la lunga irrazionale, assumendo la forma di un molosso.

Alcuni esempi:

Cui dono lepidum novum libellum /arida modo pumice expolitum?

(Catullo, I, v. 1-2. In questo esempio il primo falecio inizia con uno spondeo, il secondo è trocaico.)

Del falecio esiste anche una forma acefala (X | — ∪ ∪ — | ∪ — | ∪ — X), che si incontra con una certa regolarità nella poesia greca arcaica e classica: l'esempio più antico si incontra in un frammento di Saffo.

Rara, ma nota, è anche la forma catalettica del falecio (X X | — ∪ ∪ — | ∪ — | ∪ —), chiamata in alcune fonti antiche metro nicarcheo: la si incontra, ad esempio, in alcune strofe di Bacchilide.

Endecasillabo saffico

Schema: — ∪ — X | — ∪ ∪ — | ∪ — X

L'endecasillabo saffico, noto soprattutto per il suo impiego nella strofe saffica, di ampio impiego nella lirica tanto greca che latina, è una formazione analoga al falecio. Esso è composto infatti da un dimetro coriambico II, le cui sillabe libere assumono di norma la forma del ditrocheo, e da un monometro giambico catalettico. Il ditrocheo ammette la lunga irrazionale al secondo piede, come di norma per le sizigie trocaiche; altre combinazioni delle sillabe libere iniziali si incontrano sporadicamente nella poesia drammatica, in cui l'endecasillabo saffico si incontra sporadicamente.

Nella poesia latina, Orazio regolarizza ulteriormente l'endecasillabo, rendendo obbligatoria la forma epitritica per il ditrocheo (— ∪ — —) e fissando la cesura del verso dopo la prima lunga del coriambo. Ad esempio (Orazio, Odi, I 12 v. 1-2):

Quem virum aut heroa lyra vel acri
tibia sumis celebrare, Clio?


Sempre ad Orazio si deve la prima forma nota, forse da lui stesso inventata, del saffico maggiore, che sta al saffico come l'asclepiadeo maggiore sta all'asclepiadeo minore, da cui deriva tramite l'inserzione di un coriambo.

Schema — ∪ — X | — || ∪ ∪ — || — ∪ ∪ — |∪ — X

Es. Saepe trans finem iaculo nobilis expedito (Orazio, Odi, I, 8, v. 12)

Endecasillabo alcaico

Schema X — ∪ — | X || — ∪ ∪ — | ∪ —

L'endecasillabo alcaico deve il suo nome ad Alceo, che ne fece ampio uso come elemento costitutivo della strofe alcaica; usato nella poesia lirica, questo metro fu introdotto a Roma da Orazio. È composto da un monometro giambico ipercatalettico e da un dodrans I; il monometro giambico, come usuale per le sizigie giambiche, ammette la lunga irrazionale per il primo piede, mentre la sillabe ipercatalettica è indifferens.

Alcuni esempi:

Vide ut alta stet nive candidum (Orazio, Odi, I, 9, v.1)

Altre combinazioni

Accanto all'endecasillabo falecio, al saffico e all'alcaico nella lirica monodica sono attestate altre combinazioni, di uso meno frequente:

-un endecasillabo formato da un cretico e da un gliconeo ( — ∪ — | X X | — ∪ ∪ — | ∪ —) si incontra in una strofe composta da Saffo.

-un dodecasillabo formato da un dimetro giambico ipercatalettico e da un dimetro coriambico II ( X — ∪ — | X || — ∪ ∪ — | ∪ — X ), una combinazione dell'endecasillabo saffico e di quello alcaico, si incontra in alcuni frammenti di Alceo.

-un monometro giambico seguito da un gliconeo ( X — ∪ — || X X | — ∪ ∪ — | ∪ X )

Gli asclepiadei

Schema X X | — ∪ ∪ — | — ∪ ∪ — | ∪ —

L'asclepiadeo minore si ottiene da un gliconeo con l'inserzione di un coriambo: esso presenta le stesse variazioni del gliconeo, sebbene in misura più ristretta. Il nome gli viene dal poeta alessandrino Asclepiade, ma il verso era in uso già da molti secoli, sia nella lirica monodica (Saffo, Alceo), in quella corale (Stesicoro), e nella tragedia.

Sporadicamente attestate sono anche la forma acefala, acefala e catalettica, acefala e ipercatalettica dell'asclepiadeo minore.

Con l'inserzione di un secondo coriambo nello schema dell'asclepiadeo minore si ottiene un asclepiadeo maggiore.

Schema X X | — ∪ ∪ — | — ∪ ∪ — | — ∪ ∪ — | ∪ —

Il suo uso è antico quanto quello dell'asclepiadeo minore: lo si incontra in Saffo (un intero libro della sua edizione alessandrina, il III, era in questo metro), in Alceo, in Stesicoro, ed ampio fu il suo utilizzo in epoca alessandrina. Metricamente, come per l'asclepiadeo minore, le sue varianti sono quelle del gliconeo, sebbene in numero più limitato.

Di uso già in età arcaica, anche se più limitato, sono anche la forma catalettica, utilizzata già da Saffo, ipercatalettica, che si incontra in Anacreonte e che prese il nome di metrum simiacum, perché utilizzata dal poeta alessandrino Simia, e quella ipercatalettica acefala, anch'essa presente nei frammenti di Saffo.

Asinarteti coriambici

I cola coriambici possono essere combinati tra loro o con altri metri per formare una serie di asinarteti: tale uso è particolarmente frequente nella Commedia Antica. Si riportano qui i più noti e frequenti.

Il priapeo

Schema: X X |— ∪ ∪ — | X X || X X | — ∪ ∪ — | X

Questo asinarteto è formato da un gliconeo e da un ferecrateo: nell'uso, le sillabe libere assumono le forma ammesse per i due cola di cui è formato. Il nome di questo verso gli viene dal poeta alessandrino Eufronio, che in tale metro celebrò Priapo, il dio della fertilità.

Il priapeo ammette anche delle forme libere, in cui i ferecratei e gliconei possono essere sostituiti da dei dimetri coriambici.

L'eupolideo

Schema: X X X X | — ∪ ∪ — || X X X X | — ∪ — ∧

Questo asinarteto è composto da due dimetri coriambici II, di cui il secondo catalettico. Deve il suo nome al poeta comico Eupoli, che ne fece uso frequente; in generale, si incontra con una certa frequenza nella Commedia Antica, compreso Aristofane.

Il cratiniano

Schema: — ∪ ∪ — | X X X X || X X X X | — ∪ — ∧

È formato dalla un dimetro coriambico I e da un dimetro coriambico II catalettico; il nome gli deriva da Cratino, anch'esso poeta comico.

Il "κωμικὸν ἐπιώνικον"

Schema: X X X | — ∪ ∪ — || X X X X | — ∪ ∪ —

Questo verso deve il suo nome da un lato dal suo impiego quasi esclusivo nella Commedia (κωμικὸν) e dall'altro dall'errata interpretazione che i grammatici antichi ne facevano, considerandolo una forma particolare di ionico. È formato da due dimetri coriambici II, di cui il primo catalettico.

Altri asinarteti

Nella lirica monodica si incontrano anche altri asinarteti, di importanze minore:

Dimetro coriambico I + itifallico ( — ∪ ∪ — | X X X X || — ∪ — ∪ —. —)

Dodrans II acefalo + itifallico: ( X | — ∪ ∪ — || — ∪ — ∪ —. — ) questo
asinarteto si incontra in un frammento di Anacreonte, alternato con un asinarteto formato da un monometro giambico + itifallico

Due gliconei + monometro giambico ( X X | — ∪ ∪ — | X X || X X | — ∪ ∪ — | X X || X — ∪ —). Si incontra in Alceo e Simonide.

Dimetro coriambico I catalettico + dimetro coriambico I catalettico: si incontra in Saffo.

Metri coriambici puri

Per metri coriambici puri si intendono quei metri formati solo da coriambi, secondo le normali regole di versificazione greca, senza le variazioni imposte dalla metrica eolica. Tali metri sono di uso più ristretto e più raro, rispetto ai metri eolo-coriambici; la loro introduzione nell'uso poetico è più tarda, ed alcuni metricologi avanzano l'ipotesi che essi non siano che una derivazione particolare dei metri eolo-coriambici.

Come struttura generale, questi metri si presentano molto regolari e le sostituzioni sono rare, quasi inesistenti: più frequenti, ma sempre limitati, i casi di anaclasi, tramite cui il coriambo assume la forma di una sizigia giambica. E proprio tramite l'anaclasi, si spiega la forma assunta dal coriambo catalettico: — ∪ ∪ — > ∪ — ∪ —> ∪ — ∪ > ∪ — X ( di solito reso ∪ — —).

Dimetro coriambico

Il dimetro coriambico acatalettico ( — ∪ ∪ — | — ∪ ∪ —) si incontra nei periodi coriambici; la sua forma catalettica (— ∪ ∪ — | ∪ — —) si usa anch'essa nei periodi coriambici, specialmente come clausola. Ad esempio:

νῦν σέ, τὸν ἐκ θἠμετέρου

γυμνασίου λέγειν τι δεῖ

καινόν, ὅπως φανήσει (Aristofane, Vespe, 526-28)

In questo caso, abbiamo di seguito un dimetro puro, un dimetro con anaclasi al secondo piede e un dimetro catalettico.

Trimetro coriambico

Anche il trimetro coriambico acatalettico (— ∪ ∪ | — — ∪ ∪ — | — ∪ ∪ —) si incontra nei periodi coriambici, ma è abbastanza raro.

Es. εἰ δὲ κυρεῖ τις πέλας οἰωνοπόλων (Eschilo, Supplici 57)

Più frequente invece la sua forma catalettica (— ∪ ∪ | — — ∪ ∪ — | ∪ — —), attestata già in Anacreonte.

Es. δακρυόεσσάν τ' ἐφιλησεν αἰχμήν (Anacreonte, fr. 57 D)

Tetrametro coriambico

Il tetrametro coriambico acatalettico (— ∪ ∪ — | — ∪ ∪ — |— ∪ ∪ — | — ∪ ∪ —) può essere spesso diviso in due dimetri; lo si incontra per lo più nei periodi coriambici, ma Anacreonte lo impiega anche come verso indipendente, con frequenti anaclasi.

Es. Ἦ ῥ' ἀίει μου μακαρίτας ἰσοδαίμων βασιλεύς (Eschilo, Persiani, 633)

Il tetrametro catalettico (— ∪ ∪ — | — ∪ ∪ — |— ∪ ∪ — | ∪ — —) è, tra i versi coriambici, quello più frequente, che si incontra già in Saffo. Può apparire nella sua forma pura, oppure subire anaclasi.

Es. ἐκ' ποταμοῦ 'πανέρχομαι πάντα φερούσα λαμπρά (Anacreonte, fr.73 D. Il secondo piede ha anaclasi)

Pentametro coriambico

Il pentametro coriambico catalettico (— ∪ ∪ — | — ∪ ∪ — | — ∪ ∪ — | — ∪ ∪ —|∪ — —) può essere usato come verso autonomo: Mario Vittorino riferisce che Cratino se n'è servito di frequente, e i frammenti di lui noti ce lo mostrano sia in forma pura che con anaclasi.

Es. τοῦτο μὲν αὐτῷ κακὸν ἕν, κᾆθ' ἕτερον νυκτερινὸν γένοιτο (Aristofane, Acarnesi 1150)

Esametro coriambico

L'esametro coriambico catalettico ( — ∪ ∪ — | — ∪ ∪ — | — ∪ ∪ — | — ∪ ∪ — | — ∪ ∪ —|∪ — —) è una creazione della poesia alessandrina, in particolare del poeta Filico, che per primo scrisse componimenti interi in tale metro; per tale ragione questo verso è talvolta denominato philicius versus dai grammatici antichi.

Es. καινογράφου συνθέσεως τῆς Φιλίκου, γραμματικοί, δῶρα φέρω πρὸς ὑμᾶς (Filicio, fr. 2 D)

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:41 pm
Oggetto: METRICA
Cretico

Il cretico è un piede della metrica greca.

Si compone di una sequenza di una sillaba lunga, una sillaba breve e una sillaba lunga (— ∪ —) ed è di conseguenza un piede di cinque more, appartenente al génos hemiólion, in quanto il rapporto tra arsi e tesi è di 2:3; non è possibile definirne il ritmo come ascendente o discendente, dal momento che l'arsi è incastonata in mezzo alla tesi.

Le due sostituzioni naturali del cretico sono il peone primo ( — ∪ ∪ ∪) e il peone quarto (∪ ∪ ∪ ∪ —), originati dalla risoluzione di una delle sillabe lunghe del cretico; è anche possibile risolvere entrambe le sillabe lunghe, formando la sequenza ∪ ∪ ∪ ∪ ∪, che dai grammatici antichi è definita orthios o aríthmos). Soprattutto quando associato con i docmiaci, la sillaba breve può essere sostituita da una lunga irrazionale, dando origine a un molosso (— — —)

Origini ed uso

L'etimologia del nome cretico lo riconnette all'isola di Creta: tale ritmo sarebbe stato in uso nelle musiche di quella regione, secondo le testimonianze degli antichi ed inoltre sarebbe stato un cretese, il poeta e musicista Taleta, a servirsene per primo; il suo utilizzo sarebbe stato principalmente riservato ai canti che accompagnano la danza, gli iporchemi.

Il nome peonio, invece, deriva da peana, l'inno religioso cantato in onore di Apollo, composto di preferenza in questo metro: tale diversità di utilizzo dei metri cretici è più apparente che reale, dal momento che in epoca arcaica la distinzione tra peana ed iporchema era molto labile, quanto inesistente.

Sin dalle sue origini, il cretico è un verso strettamente collegato alla lirica corale: il primo esempio di cretico conosciuto è contenuto in un frammento di Alcmane, e [[Bacchilide compose interi composizioni solo in metri cretici. Raro invece è il suo uso nella tragedia, mentre Aristofane, soprattutto nelle sue prime commedie, lo utilizza di frequente, non di rado associato a metri trocaici.

Il cretico era una sequenza particolarmente raccomandato nelle clausule della prosa a partire da Trasimaco tanto nell'oratoria greca che poi in quella romana (anche Cicerone lo utilizza spesso), a causa della sua rarità nella poesia, che consentiva all'oratore di utilizzarlo per dare ritmo alle sue frasi senza dare per questo l'impressione di scrivere in versi. Tale preferenza era poi favorita dal fatto che secondo la trattatistica antica questo tipo di verso era particolarmente vigoroso e robusto.

Metri cretici

Monometro cretico

Il monometro cretico si incontra, talvolta all'inizio di qualche colon o verso eolo-coriambico, o in qualche altra costruzione metrica particolarmente rara.

Dimetro cretico

Il dimetro cretico (— ∪ —| — ∪ —) si incontra come elemento costitutivo di sistemi di estensione variabile: presenta spesso il fenomeno della sinafia. Nei tragici invece compare invece a volte formato di due peoni quarti.

Ad esempio, in questi versi tratti dai Cavalieri di Aristofane, vv. 222 segg, i primi tre dimetri sono uniti tra loro da sinafia.

Ἆρα δῆτ' οὐκ ἀπ' ἀρ-
χῆς δήλους ἀναί-
δειαν ἥπερ μόνη
προστατεῖ ῥητόρων

In Aristofane inoltre si incontra anche la forma catalettica (estremamente rara) del dimetro ( — ∪ —| — X ∧), normalmente con il primo piede risolto in un peone.

Trimetro cretico

Il trimetro cretico ( — ∪ —| — ∪ —| — ∪ —) si incontra talvolta come colon o verso isolato, o in unione con cola docmiaci; il suo utilizzo prevalente è però nei periodi cretici.

Es. φρόντισον καὶ γενοῦ πανδίκως (Eschilo, Supplici, 418, cretici puri)

Tetrametro cretico

Il tetrametro cretico ( — ∪ —| — ∪ —||— ∪ —| — ∪ —) per la sua estensione può essere impiegato come verso stichico, che ammette lo iato e la sillaba indifferens alla fine, e il cretico può essere sostituito con un peonio in tutti i piedi, tranne l'ultimo. La dieresi centrale è usuale, ma non è sempre rispettata.

Es. οὐδὲ τῶ Κνώκάλω οὐδὲ τῶ Νυρσύλα (Alcmane, fr.61 D.)

Tetrametro cretico catalettico

Il tetrametro cretico catalettico (— ∪ —| — ∪ —| — ∪ —| — X ∧) è un verso raro.

Es. Kρησίοις ἐν ῥυθμοῖς παῖδα μέλψωμεν; (Lyrica adespota (PMG), 49)

Pentametro cretico

Il pentametro cretico acatalettico (— ∪ —| — ∪ —|| — ∪ —| — ∪ —|— ∪ —) chiamato anche teopompeo, dal poeta comico Teopompo è anch'esso assai raro.

Esametro cretico catalettico

Questo raro metro (— ∪ —| — ∪ —| — ∪ —||— ∪ —| — ∪ —| — ∪ —|) è stato adoperato da Alcmane.

Es. Ἀφροδίτα οὐκ ἔστι, μάργος δ' Ἔρως οῖα παῖς παίσδει (Alcmane, fr. 36 D)

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:46 pm
Oggetto: METRICA
Dattilo

Il dattilo (dal gr. δάκτυλος, "dito", a causa della somiglianza dello schema — ∪ ∪ alla forma del dito), è un piede della poesia greca e latina.

Caratteristiche

Si compone di una tesi di una sillaba lunga e di un' arsi di due sillabe brevi; di conseguenza appartiene al génos íson e il suo ritmo è discendente. La sua durata è di quattro morae; può essere in genere liberamente sostituito dallo spondeo (— —) la cui durata è uguale e il cui ritmo può essere discendente o ascendente a piacere; al contrario, l'anapesto ( ∪ ∪ —), piede sempre di quattro more, ma di ritmo ascendente, e il proceleusmatico (∪ ∪ ∪ ∪), di quattro more senza ritmo definito, sono sostituiti al dattilo solo molto raramente, ed esclusivamente nei versi destinati alla poesia lirica.

Forme

Si distinguono due gruppi di versi dattilici:

-versi dattilici puri: sono quei versi costruiti secondo le normali regole della metrica classica. Costituiscono il gruppo di gran lunga più grande e di maggior uso.

-versi dattilo eolici: sono versi dal ritmo dattilico, ma costruiti secondo le regole della metrica eolica, il cui uso è per lo più limitato alla poesia lirica monodica.

Cola e versi dattilici puri

I metri dattilici puri ha due principali usi nella poesia greca:

nella poesia epica, didattica ed elegiaca, e in certe forme della poesia religiosa (inni e oracoli): in questo genere di poesia, i versi impiegati (esametro e pentametro) contano cinque o sei piedi, che non sono combinati in sizigie, le sostituzioni con lo spondeo sono frequenti e l'ultimo piede è sempre catalettico.
nella poesia lirica. In questo caso, i versi contano un numero di piedi variabile, contato di preferenza per metri, la sostituzione con lo spondeo è meno frequente o eccezionale (nel caso dei dattilo-epitriti) e l'ultimo piede può essere anche non catalettico.

Monometro dattilico

Il suo schema base è: — ∪ ∪ : — ∪ ∪. Questo è lo schema puro: quando compare in questa forma, il monometro dattilico è anche detto metrum hymenaicum (metro imeneo), in quanto usato nei canti delle processioni nuziali (imenei). La sostituzione con lo spondeo è possibile in uno o in entrambi i piedi.

Es. Δενδροκόμους ἳνα (Aristofane, Nuvole, 280; si tratta di un verso imenaico)

Del monometro dattilico esiste anche una forma catalettica, dallo schema — ∪ ∪ ; X; (X sta per sillaba anceps) che si incontra nelle strofe di dattilo epitriti.

In questo tipo di versi è anche possibile una forma con anacrusi, del tipo: — : — ∪ ∪ : —

È bene osservare che queste forme (ad eccezione dell'hymenaicum) tendono a confondersi con altri schemi metrici e solo il contesto metrico complessivo consente di identificarli come dattili.

Tripodia dattilica

Si incontra come κῶλον isolato o ripetuto più volte. Il suo schema è:

— ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — ∪ ∪

Ad es. τοιάδε σήματα, δείματα — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ (Euripide, Elena, 456)

Talvolta l'ultimo piede si presenta catalettico in duas syllabas, ammettendo come soluzione tanto lo spondeo che il trocheo (— ∪), in tal caso, la tripodia dattilica diviene indistinguibile dal ferecrateo.

Tripodia dattilica catalettica o hemiepes

La tripodia dattilica può apparire anche nella forma catalettica in syllabam:

— ∪ ∪ : — ∪ ∪ X;

Tale struttura metrica è più nota con il nome di hemiepes o penthemimeres, che le viene attribuito perché è identica alla prima parte dell'esametro diviso dalla cesura pentemimera. (Si veda esametro e pentametro per maggiori notizie)

Es. αἰὲν ἀοιδέ, μέλος (Alcmane, fr. 1 B)

Prosodiaco

Una tripodia dattilica catalettica in syllabam con anacrusi, (che corrisponde alla seconda metà del verso esametrico tagliato dalla cesura pentemimere, supponendo il terzo piede spondaico) è nota invece con il nome di prosodiaco (da πρόσοδος, processione rituale in cui l'uso di questo verso era frequente). Il suo schema è questo:

X : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : X;

Es. Ὁ τᾶς θεοῦ ὃν Ψαμάθεια [sch. ∪ : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : X] (Pindaro, V Nemea, 13)

Il prosodiaco, quando l'anacrusi si presenta lunga, non è distinguibile dal paremiaco (dimetro anapestico catalettico)con primo piede spondaico: solo il contesto indica se ci si trova di fronte a un ritmo dattilico o anapestico. In sistemi prosodiaci, tanto la tripodia dattilica che l'hemiepes possono comparire, il primo come forma acefala del prosodiaco, il secondo come forma acefala e catalettica; sono anche possibili forme ipercatalettiche del prosodiaco piano e del prosodiaco acefalo, secondo gli schemi:

X : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — — : X

Es. Νικᾷ στεφαναφορίαν κρείσσω (Euripide, Elena, 862)

— ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — — : X

Es. μὲν βάσις ἀγλαΐα ἀρχά (Pindaro, Pitica I, 2)

Nel prosodiaco, i dattili sono sostituiti solo eccezionalmente da spondei. Tanto il prosodiaco che l'hemiepes sono stati impiegati già da Archiloco nei suoi asinarteti ed epodi; entrambi i versi si incontrano poi nella lirica corale.

Dimetro dattilico

È il κῶλον più comune nei sistemi dattilici; si incontra anche nelle strofe dattiliche e negli asinarteti. Il suo schema base è:

— ∪ ∪ : — ∪ ∪ | — ∪ ∪ : — ∪ ∪

Es. Μῶσ' ἄγε, Καλλιόπα, θύγατερ Διός (Alcmane, Fr. 45 B)

Quando il dimetro dattilico compare con l'ultimo piede spondaico e gli altri dattilici, è noto come metrum archilocheum, perché Archiloco se ne è servito nei suoi epodi.

Es. Φαινόμενον κακὸν οἴκαδ' ἂγεσθαι [schema — ∪ ∪ : — ∪ ∪ | — ∪ ∪ : — — ] (Archiloco, fr. 98 B.)

Il dimetro dattilico può anche comparire nella forma catalettica in duas syllabas,:

— ∪ ∪ : — ∪ ∪ | — ∪ ∪ : — X.

ma si tratta di un metro raro, e spesso non distinguibile dal dimetro dattilico normale.

Il dimetro dattilico catalettico in syllabam è più frequente, ed è normalmente designato come metrum alcmanium o alcmanio; si può incontrare tanto in periodi eterogenei di versi misti, che in periodi di dattilo-epitriti o di dattili puri. Lo schema è:

— ∪ ∪ : — ∪ ∪ | — ∪ ∪ : X

Es. πολλὰ βροτῶν διαμειβομένα (Eschilo, Supplici, 543)

Ne esiste anche una forma con anacrusi, ma è estremamente rara.

Pentapodia dattilica

Lo schema è:

— ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ :

Questo metro si incontra talvolta nelle strofe dattiliche; prese il nome di metrum simieum dal poeta alessandrino Simia, che scrisse un poemetto con questi versi. Negli esempi più antichi le sostituzioni con lo spondeo non sono infrequenti, mentre in epoca alessandrina diventano più rari.

Es. Χαῖρε, ἅναξ, ἕταρε ζατέας μάκαρ Ἥβας (Simia, fr. 6 D.)

— ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — —

La forma catalettica in syllabam e la forma catalettica in syllabam con anacrusi sono possibili, ma rare. Questi gli schemi:

Catalettico in syllabam: — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : X Es. τῶν μεγάλων Δαναῶν ὕπο κλῃζομέναν (Sofocle, Aiace, 224)
Catalettico in syllabam con anacrusi: X: — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : — ∪ ∪ : X

Trimetro dattilico

Il suo schema è:

— ∪ ∪ : — ∪ ∪ | — ∪ ∪ : — ∪ ∪ | — ∪ ∪ — ∪ ∪

Quando compare nella sua forma pura, il trimetro è chiamato metrum ibyceum (dal poeta Ibico). Nella sua forma normale, il verso non ha cesura.

Es. Ἄθλιον ὧδέ σοι οὐκετι χρησόμενον τὸ μεθύστερον (Sofocle, Filottete, 1132-33)

Se l'ultimo dattilo è risolto in uno spondeo, diviene però molto difficile distinguere questo metro dall'esametro. Solitamente si considerano trimetri dattilici quelli che compaiono in contesti lirici, ma esistono casi accertati in cui anche i poeti lirici si sono serviti dell'esametro eroico: così fecero Terpandro nei suoi nomoi, Alcmane nei suoi parteni, Saffo nei suoi epitalami.

Dattili eolici

Sotto questo nome vengono inclusi alcuni metri, di forma dattilica, che rispondono alle caratteristiche principali della metrica eolica: isosillabismo (il dattilo non ammette la sostituzione con lo spondeo) e base eolica iniziale.

Lo schema di base di questi metri è comune ed è così composto:

base eolica (X X): può essere resa con un trocheo, un giambo, un pirrichio o uno spondeo. Le forme più frequenti sono quella trocaica e spondaica.
parte dattilica: l'ultimo dattilo è catalettico in duas syllabas
un giambo finale, di cui, nelle forme catalettiche non resta che una sillaba indifferens.

Eptapodia eolica catalettica

Schema: ( X X |— ∪ ∪ — ∪ ∪ — ∪ ∪ — ∪ ∪ — | X)

Si tratta del verso più esteso tra i dattili eolici. Efestione cita questo esempio:

κέλομαί τινα τὸν χαριέντα Μένωνα κάλεσσαι (Alceo, fr. 99 D; in questo caso la base è un pirrichio)

Esapodia eolica

Schema: X X| — ∪ ∪ — ∪ ∪ — ∪ ∪ — | ∪ X

Chiamato anche σαπφικὸν τεσσαρακαιδεκασύλλαβον, questo metro di quattordici sillabi è il più utilizzato tra i metri eolici: tutto il secondo libro di Saffo era scritto in questo metro, usato come verso stichico. L'idillio XXIX di Teocrito è scritto in tale metro.

Es. Ἐράμαν μὲν ἐγὼ σέθεν, Ἄτθι πάλαι πότα (Saffo, fr. 40 D)

Di questo metro esiste anche la forma catalettica ( Schema: X X| — ∪ ∪ — ∪ ∪ — ∪ ∪ — | X), anche se è più rara.

Es. Ἦρος ἄγγελος ἰμερόφοντος ἀήδων (Saffo, fr. 121 D)

Pentapodia eolica

Schema: X X |— ∪ ∪ — ∪ ∪ — ∪ ∪ —| ∪ X

Questo metro, di undici sillabe, è stato impiegato abbastanza di frequente da Saffo.

Es. Ἅ με ψισδομένα κατελίμπανε (Saffo, fr. 96, 3 D)


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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:49 pm
Oggetto: METRICA
Decasillabo

Nella metrica italiana, il decasillabo è un verso nel quale l'accento principale si trova sulla nona sillaba: quindi, se l'ultima parola è piana comprende dieci sillabe, mentre se è tronca o sdrucciola ne ha rispettivamente nove oppure undici.

Gli accenti metrici sono generalmente:

_ _ ' _ _ ' _ _ ' _

con accenti secondari sulla terza e sesta sillaba.

Esempi di versi decasillabi

Il decasillabo non è un verso molto comune in italiano: come l'ottonario ha una struttura costante che tende alla cantilena, ma con un ritmo ternario che rende più difficile trovare le parole giuste.

Un esempio molto noto è il coro da Il conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni:

S'ode a destra uno squillo di tromba
a sinistra risponde uno squillo


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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:51 pm
Oggetto: METRICA
Dialefe

In metrica, la dialèfe è il conteggio della vocale finale d’una parola e della vocale iniziale di quella successiva come appartenenti a due sillabe diverse.

che la diritta viaˇera smarrita. (Dante, Inferno, I ,3)

Voci correlate

Il contrario della dialefe è la sinalèfe.
Si vedano inoltre: sinèresi e dièresi.


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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:55 pm
Oggetto: METRICA
Dieresi

Dieresi (dal greco διαίρεσις, divisione) è un termine tecnico tipico della fonosintassi, branca della linguistica comune alla metrica e alla fonologia.

Metrica latina e greca

Nella metrica classica per dieresi si intende anche una pausa, nella scansione dei versi più lunghi, che cade tra un piede e l'altro.

Si ha al contrario la cesura quando invece essa cade all'interno del piede.

metrica italiana

In metrica italiana, per dièresi s’identifica la situazione fonosintattica nella quale due vocali all'interno di parola che dovrebbero normalmente appartenere alla stessa sillaba, vengono invece contate come due sillabe diverse.

Viene spesso indicata dal simbolo grafico della dieresi (¨).

la somma sapïenza e ’l primo amore. (Dante, :Inferno, III ,6)

La parola sapienza, secondo la comune sillabazione italiana, è un trisillabo (sa-pien-za); ma in questo verso è computata come quadrisillabo (sa-pi-en-za). Il fenomeno ricade nella categoria linguistica dello iato.

Al contrario della dieresi quando all'interno di parola due (o tre) vocali contigue normalmente appartenenti a sillabe distinte vengono computate come unica sillaba si ha la sinèresi.

I due fenomeni descritti, quando riguardano i confini di parole contigue si definiscono rispettivamente dialèfe e sinalèfe.

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 12:56 pm
Oggetto: METRICA
Discordo (componimento)

Il discordo è un componimento metrico che risale alle origini della poesia italiana e che prende il nome dal provenzale descort.

Lo schema del discordo è molto semplice: aab-aab-ccd-ccd-ccd (senario due volte, poi ternario e con stanze prevalentemente disuguali).

Il discordo si diffuse in Italia nel Duecento tramite la Scuola siciliana con la caratteristica di tratti astrofici e versi preferibilmente brevi con l'esclusione dell'endecasillabo.

Il contrasto poteva essere a tema: contrasto amoroso, contrasto tra il lamento d'amore e la melodia, contrasto tra schema poetico e melodico e contrasto pluri lingue.

Il carattere fortemente cortese del "discordo" spiega la sua diffusione in ambito siciliano e il suo scarso successo postsiciliano nella rimanente penisola.

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:10 pm
Oggetto: METRICA
Distico

Il distico è una coppia di versi. La parola deriva dal greco distichon, letteralmente «due volte» (dis) e «schera, fila» (stichon).

Nella metrica classica la forma più comune è quella del distico elegiaco, composta da un esametro seguito da un pentametro.

Secondo quanto riferisce la tradizione, il distico elegiaco originariamente era la base metrica di canti funebri; solo in epoche successive venne adottato dai poeti come metro per esprimere sentimenti quali l'amicizia, l'amore, la gioia, la tristezza, la consolazione e temi simili, discorsivi e vari nello stesso tempo, essendo il distico meno solenne dell'esametro e meno impetuoso, ritmicamente parlando, delle strofe liriche. Da questo punto di vista, la commistione di esametro e pentametro consentiva infatti ai poeti di smorzare il ritmo notoriamente solenne dell'esametro grazie alla cadenza tipica del pentametro, il cui secondo emistichio (= mezzo verso) era fisso (= dattilo + dattilo + sillaba finale accentata) e successivo a una cesura forte a conclusione del primo emistichio (= dattilo + dattilo + sillaba accentata; oppure: dattilo + spondeo + sillaba accentata; oppure spondeo + dattilo + sillaba accentata; oppure: spondeo + spondeo + sillaba accentata).

In più due delle cinque sillabe accentate del pentametro, collocate perfettamente al centro e alla fine del verso, consentivano al poeta di caratterizzare il contenuto con la sapiente, ma naturale per lui, disposizione delle vocali.

In pratica il pentametro fungeva da conclusione logica o continuazione di un discorso, iniziato in esametro, lieto, lamentevole, lugubre, di meraviglia, arioso e allegro (caratterizzato rispettivamente dalla presenza prevalente della sillaba accentata in "i" in "e", in "u", in "o", in "a" armonicamente e complementariamente distribuite).

I poeti latini accentuarono l'elemento soggettivo dell'elegia e usarono il distico anche nell'epigramma, sin dall'epoca di Ennio.

Una forma particolare di distico classico è il distico ecoico, in cui l'emistichio finale del pentametro è uguale a quello iniziale dell'esametro.

Nella poesia italiana il termine distico non indica necessariamente una struttura strofica. Esso è normalmente composta da due versi di eguale misura, in genere a rima baciata.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Distico" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:13 pm
Oggetto: METRICA
Endecasillabo

Nella metrica italiana, l'endecasillabo è un verso nel quale l'accento principale si trova sulla decima sillaba metrica.

Nella forma piana esso è dunque costituito da undici sillabe metriche, in quella tronca da dieci e in quella sdrucciola da dodici.

È l'equivalente del decasyllabe francese.

Tra i versi della poesia italiana, è quello in cui le sedi degli accenti secondari sono più varie. La sua forma canonica prevede tuttavia un accento secondario sulla quarta o sulla sesta sede, nel primo caso si l'endecasillabo si definisce a minore (ed il primo emistichio equivale ad un quinario), nel secondo caso si definisce a majore (ed il primo emistichio equivale ad un settenario).

Ciò non toglie che, soprattutto nel Novecento e nella versificazione precedente Petrarca (più di un caso si riscontra nella Commedia dantesca), si trovino endecasillabi con entrambe queste posizioni atone. Relativamente comuni, tra gli endecasillabi non canonici, sono i cosiddetti "endecasillabi di quinta", che presentano appunto la quinta sillaba tonica e sia la quarta che la sesta atone.

Per questa sua duttilità l'endecasillabo è stato a lungo il verso prediletto dei poeti italiani, nonché il più utilizzato.

Metrica classica

Nella metrica classica esistono alcune varietà di endecasillabo:

-Alcaico
-Saffico
-Falecio o Catulliano

Nel Settecento Paolo Rolli tentò di traspondere l'endecassilabo falecio dalla metrica classica. Ne uscì un quinario doppio, con uscita sdrucciola nel primo emistichio, e piana nel secondo.

Esempi di versi endecasillabi

Di endecasillabi è formato il sonetto e in terzine di endecasillabi è scritta la Divina Commedia. Eccone la terzina iniziale:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita


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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:15 pm
Oggetto: METRICA
Epodo

L'epodo (dal greco epoidós, composto di epi-, «in aggiunta», e un derivato di oidé, «canto»), nella metrica classica, è il secondo verso, pù breve, di una strofa distica e, per estensione, il carme composto in strofe distiche.

Inventore di questa struttura metrica fu considerato dalla tradizione Archiloco. A partire da Stesicoro, è presente nelle odi della citarodia e della lirica corale, dopo ogni coppia di strofe / antistrofe, da cui si differenzia metricamente, rispondendo invece agli altri epodi della stessa ode. Al contrario, nei canti corali della tragedia e della commedia non sempre alla coppia strofe / antistrofe segue l'epodo.

Con riferimento allo spirito mordace e ai metri della lirica di Archiloco, Giosue Carducci chiamò Giambi ed Epodi una raccolta di poesie di intento satirico e polemico.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:20 pm
Oggetto: METRICA
Esametro

L' esametro o più propriamente esametro dattilico, o esametro eroico è il più antico e il più importante dei metri in uso nella poesia greca e latina, usato in particolar modo per la poesia epica o poesia didascalica.

Secondo le definizioni della metrica classica esso consiste in una esapodia dattilica catalettica, ossia di un verso formato da sei piedi dattilici:

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,

di cui l'ultimo manca di una sillaba, (catalettico) secondo lo schema:

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Storia

L'origine dell'esametro rimonta alla protostoria del mondo greco: gli studiosi hanno vivacemente dibattuto sulla possibilità che esso fosse già in uso in età micenea, senza raggiungere risultati definitivi. Fosse già stato usato oppure no nel II millennio AC, l'esametro aveva senza dubbio alle spalle una storia di secolare elaborazione orale da parte degli aedi prima di approdare alla più antica forma a noi nota, quella omerica, una forma che, nonostante le numerose anomalie rispetto alle epoche posteriori, è frutto di una tecnica raffinata. Dopo Omero, nell'età arcaica fu ancora usato per la poesia eroica (poemi ciclici) e per quella didascalica di Esiodo; gli stessi poeti lirici lo usarono talvolta, non solo nel distico elegiaco, ma anche come metro autonomo, come è il caso degli epitalami di Saffo. Meno nota è invece la sua evoluzione in età classica, a causa delle numerose lacune della nostra conoscenza della letteratura dell'epoca.

Il verso conobbe poi un nuovo periodo di grande vitalità in epoca ellenistica, con la ripresa, da parte dei poeti alessandrini, della poesia epica (in particolare con Apollonio Rodio), dell'epillio (l'Ecale di Callimaco), degli Inni in stile omerico (gli Inni, sempre di Callimaco), e della poesia didascalica (Arato). Gli alessandrini, ed in particolare Callimaco, il cui esempio fece scuola, affinarono il verso omerico, restringendo il numero degli schemi ammessi rispetto a quello omerico; la tendenza al sempre maggior virtuosismo metrico restò una costante nella poesia di epoca romana e raggiunse il suo culmine, al termine dell'età antica, nelle Dionisiache di Nonno: rispetto ai 32 schemi dell'esametro omerico, Nonno ne ammette solo 9, in un'età in cui il senso della quantità andava perdendosi (sebbene si riscontri la tendenza sempre più pronunciata, soprattutto nella seconda parte di verso, a far coincidere ictus metrico e accento tonico delle parole).

Dalla Grecia, l'esametro in età ellenistica fu introdotto nella letteratura latina ad opera di Ennio, adattandosi alle diverse possibilità espressive della lingua latina (ad esempio le figure di suono giocano un ruolo molto più importante nella poesia latina che in quella greca), affinandosi progressivamente prima con Lucrezio e Catullo, e quindi con i poeti di età augustea, in primo luogo Virgilio ma anche Orazio, per poi restare in uso sino alla tardo antichità e oltre.

Uso

L'esametro, verso eroico per definizione, rimase sempre strettamente legato alla poesia epica, tanto in Grecia quanto a Roma: i poemi omerici, le Argonautiche, le Dionisiache, e a Roma l'Eneide sono i massimi capolavori di questo genere, a cui si affiancano l'epillio (come l'Ecale di Callimaco, o il carme 64 di Catullo) e, specialmente a Roma, l'epica storica, rappresentata tanto dai perduti Annales di Ennio che dalla Farsalia di Lucano. Accanto alla poesia epica, divenne, da Esiodo in poi, il metro della poesia didascalica: a Roma questo suo uso sarà sancito dal De rerum natura di Lucrezio, e si manterrà vivo sino all'età tardoantica; mentre prima con Lucilio e poi con Orazio, in un adattamento che è tipicamente romano, l'esametro diviene anche il metro della satira e dell'epistola in versi. Grazie all'opera di Teocrito e di Virgilio, esso divenne inoltre il metro della poesia bucolica. Raro invece fu il suo utilizzo nel campo della poesia lirica, sia nel mondo greco che nel mondo romano: Saffo però lo usò nei suoi epitalami, e fu ripresa in questo da Catullo.

Struttura

Lo schema di base dell'esametro, è, come si è detto: X.

Dal momento che la quantità dell'ultima sillaba è indifferente, l'ultimo piede può essere tanto uno spondeo quanto un trocheo; per gli altri piedi l'unica sostituzione ammessa al dattilo è lo spondeo. La soluzione del dattilo in uno spondeo è possibile in tutti i primi cinque piedi, ma non è egualmente frequente: il quinto piede, in particolare, è di norma un dattilo e la tendenza dell'esametro più tardo è quella di evitare sempre più le agglomerazioni di spondei, soprattutto nella seconda parte del verso. I piedi in cui lo spondeo si incontra più di frequente sono il terzo e il secondo.

A seconda dei differenti schemi metrici, si distinguono vari tipi di esametri:

-esametro olodattilico: un esametro composto solo di dattili. È uno schema abbastanza frequente.
esametro olospondaico: un esametro composto solo da spondei. È una forma rarissima.

-esametro spondaico: quando lo spondeo compare in quinta sede, posizione generalmente evitata, l'esametro si definisce spondaico. Non è un verso molto frequente, e nell'evoluzione del metro si fa sempre più raro. In Omero la sua presenza è ancora abbastanza significativa; i poeti ellenistici lo usano per lo più con intento arcaizzante, nell'epica di Nonno è completamente assente. In caso di esametro spondaico, il quarto piede è di norma un dattilo, e il verso si conclude con un trisillabo o quadrisillabo (inglobando così in parte o interamente il quinto piede)

Pause metriche

A causa della sua lunghezza, l'esametro necessita di una o due pause al suo interno, che possono assumere la forma di una dieresi o di una cesura. L'esametro ammette cinque pause:

-la cesura tritemimera o semiternaria, dopo il terzo mezzo piede, ossia dopo la tesi del secondo piede;

-la cesura pentemimera o semiquinaria, dopo il quinto mezzo piede, ossia dopo la tesi del terzo piede;

-la cesura κατὰ τὸν τρίτον τροχαῖον (ovvero del terzo trocheo) ossia tra le due sillabe brevi del terzo dattilo;

-la cesura eftemimera o semisettenaria: dopo il settimo mezzo piede, ossia dopo la tesi del quarto piede;

-la dieresi bucolica: (così chiamata perché particolarmente frequente nella poesia bucolica): tra il quarto e il quinto piede.

In generale, le pause più comuni sono la pentemimera e quella dopo il terzo trocheo; la tritemimera compare solo se nel verso è presente un'altra cesura, di solito un'eftemimera; anche la dieresi bucolica spesso appare in combinazione con un'altra pausa. La distribuzione di queste pause varia in maniera considerevole a seconda degli esempi considerati.

In Omero, la pentemimera è altrettanto frequente di quella dopo il terzo trocheo, ma la sua frequenza diminuisce nella poesia alessandrina e diviene ancora più rara nei poeti tardoantichi, che usano anche molto raramente la dieresi bucolica. Nell'esametro latino, al contrario, la cesura dopo il terzo trocheo è piuttosto rara, mentre non è infrequente l'eftemimera da sola, ed è ricercata la combinazione pentemimera-eftemimera; la dieresi bucolica è sempre preceduta da un'altra cesura.

Alcuni esempi di cesure

Μῆνιν ἄειδε θεά, || Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος (Iliade, I, 1) (pentemimera)

Ἄνδρα μόι ἔννεπε, Μοῦσα || πολύτροπον || ὃς μάλα πολλά (Odissea, I, 1) (cesura dopo il terzo trocheo e dieresi bucolica)

Διογενὲς || Λαερτιάδη || πολυμήχαν' Ὀδυσσεῦ (Iliade II 173) (tritemimera e pentemimera)

Arma virumque cano || Troiae qui primus ab oris (Eneide I 1) (pentemimera)

Flammam animaeque corpus || vita relinquit aegrum (Anonimo) (eftemimera)

Obruit Auster aqua involvens || navemque virosque (Eneide VI 336) (eftemimera)

Quidve dolens || regina deum || tot volvere casus (Eneide I 9 (tritemimera ed eftemimera)

Dic mihi, Damoeta, || cuium pecus? || An Moeliboei? (Bucoliche, III, 1) (pentemimera e dieresi bucolica)

Zeugmi

Per zeugma o ponte si intende un punto del verso in cui si evita di far terminare le parole. Nell'esametro, si possono riscontrare questi zeugmi:

Ponte di Hermann (dal nome del filologo che lo scoprì): c'è sempre zeugma tra le due sillabe brevi del quarto piede. Nella poesia greca, le eccezioni sono rarissime; la poesia latina, invece, non lo rispetta.
Lo zeugma è più o meno severo tra uno spondeo formato da una sola parola e il piede seguente. Questa regola è ferrea nel caso sia il terzo piede ad essere spondaico; non agisce invece se si tratta del primo piede.


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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:24 pm
Oggetto: METRICA
Giambo

Il giambo (ἰαμβος) è un tipo di piede adoperato nella metrica classica, dallo schema ∪ —.

Esso è formato da un'arsi di una sillaba breve e di una tesi di una sillaba lunga, conta tre more e appartiene al génos diplásion, dal momento che il rapporto tra arsi e tesi è 1:2.

Origini

L'etimologia del nome giambo resta ignota. Gli antichi accostavano la parola al nome di Ἰάμβη (Iambe), una vecchia serva del re di Eleusi Celeo, che con le sue battute e scherzi avrebbe indotto a ridere la dea Demetra, inconsolabile a causa della scomparsa della figlia; oppure lo si faceva derivare dal verbo ἰαμβίζω ("iambizō), che significa "scherzare, prendere in giro". Tali etimologie sono rifiutate dai moderni, che ritengono invece che sia il nome proprio sia il verbo derivino dal termine giambo, e che lo accostano a parole come thriambos e ditirambo, nomi di canti che si riferiscono al culto di Dioniso, e la cui etimologia è di origine non indoeuropea. La connessione del giambo a Demetra e ai culti della fertilità però non sembra casuale, come altre fonti sui misteri eleusini e sugli scherzi rituali ad essi collegati sembrano indicare. In ogni caso il giambo è associato, sin dalla sua presunta origine mitica, allo scherzo, alla battuta, al motteggio, come testimoniano i temi della poesia giambica.

Uso

I versi giambici sono, dopo l'esametro, tra i metri greci più antichi. Soli o in unione con altri metri epodici, i metri giambici furono largamente adoperati nella poesia giambica e nella metrica corale e continuarono ad essere usati sia nella poesia alessandrina che in quella latina; nell'età classica, inoltre, il trimetro giambico divenne il metro abituale delle parti parlate della tragedia e della commedia, e il modello da cui i romani trassero il senario giambico.

Particolarità

Di norma, quando il giambo compare in un numero pari di unità, si conta per metri, e non per piedi; cosa che non accade quando i giambi sono dispari. Il giambo ammette molteplici sostituzioni, anche se con forti variazioni a seconda del genere d'uso e del tipo di verso. L'equivalenza del giambo con l'anfibraco (∪ ∪ ∪) mantenendo la misura di tre more, non crea difficoltà; la soluzione spondaica (— —) in cui la prima sillaba lunga è detta irrazionale (si veda metrica classica), non è rara, ma nelle sizigie si incontra solo nel primo giambo di ogni metro; sono possibili anche soluzioni dattiliche (— ∪ ∪) o anapestiche (∪ ∪ —). Il tempo forte, in ogni caso, rimane nella seconda parte del piede. L'arsi, talvolta, poteva essere sincopata; non è chiaro però se la sillaba cadesse semplicemente o se e quando ci fosse protrazione sulla sillaba successiva.

Metri giambici

Monometro giambico

Questo colon ha schema ∪ — ∪ — ammette la sostituzione della prima breve con lunga irrazionale e di solito fa parte di periodi o di strofe di metro giambico o misto; prestandosi soprattutto ad esclamazioni, non di rado è inserito anche tra i trimetri del dialogo, ma può comparire anche in unione con un docmiaco o tra i dattilo epitriti. Es.

Ἰδοὺ ἰδού (Euripide, Eracle, ver. 904)

Del monometro, sono possibili anche:

la forma ipercatalettica:

∪ — ∪ — X, che si trova in qualche colon isolato o nei dattilo epitriti.
la forma catalettica: ∪ — X ∧ (in cui ∧ sta per la sillaba mancante), identica in apparenza a un baccheo (∪ — —)

Tripodia giambica

Non è un colon molto frequente, ma non è raro nella poesia drammatica e nella lirica corale. La sua forma pura è:

∪ — ∪ — ∪ —

e così compare, ad esempio, in un verso di Bacchilide (XVII 48)

τάφον δὲ ναυβάται

Da questo schema base, sono possibili varie sostituzioni:

con lunga irrazionale nel primo giambo: — — : ∪ — : ∪ —
con un anapesto nel primo giambo: ∪ ∪ — : ∪ — : ∪ —
con un tribraco iniziale: ∪ ∪ ∪ : ∪ — : ∪ —
con un dattilo iniziale — ∪ ∪ : ∪ —: ∪ — ∪ —
Altre sostituzioni sono possibili, ma più rare.

La tripodia dattilica può comparire in forma isolata, ma più spesso viene invece associato ad un docmio.

Dimetro giambico

Fra i metri giambici, il dimetro è il colon più frequente nei periodi o nei sistemi. Il suo schema puro è:

∪ — ∪ — | ∪ — ∪ —

La lunga irrazionale è normalmente ammessa solo nel primo piede di ogni metro; questo tipo di verso però può ammettere, a seconda dei casi, una grande varietà di soluzioni (tribraco, dattilo, anapesto), o presentarsi variamente sincopata.

Il dimetro giambico appare anche in forma catalettica (hemiambus):

∪ — ∪ — | ∪ — ∪ ∧

Qualora anche il primo piede dell'ultimo metro subisca sincope, si definisce brachicatalettico.

∪ — ∪ — | . — : — ∧

Il dimetro giambico catalettico è stato variamente usato nella poesia lirica (non corale):

Saffo, ad esempio, ne unisce due a formare un tetrametro dicatalettico, secondo lo schema

∪ — ∪ — | ∪ — X || ∪ — ∪ — | ∪ — X

Serie di dimetri giambici catalettici katà stìchon compaiono in alcune odi di Anacreonte e sono uno dei metri preferiti degli autori di Anacreontea

Il dimetro giambico possiede anche una forma ipercatalettica:

∪ — ∪ — | ∪ — ∪ —| X

Questa forma è particolarmente nota, in quanto appare come terzo verso della strofe alcaica, ma si incontra anche nei versi eolo-coriambici e nei dattilo epitriti.

Pentapodia giambica

La pentapodia giambica non è un verso comune. La sua forma base è:

∪ — ∪ — ∪ — ∪ — ∪ —

ma le sostituzione, in particolare lunghe irrazionali e tribraco, non sono rare. Lo si incontra nella lirica corale (Pindaro), in Sofocle ed Euripide.

Trimetro giambico

Si veda trimetro giambico.

Tetrametro giambico

Il tetrametro giambico è l'unione di due dimetri giambici, secondo lo schema:

∪ — ∪ — | ∪ — ∪ — ||∪ — ∪ — | ∪ — ∪ —

Questo tipo di verso si incontra già in Alcmane e in Alceo.

Un dimetro giambico seguito da un dimetro giambico catalettico forma un tetrametro giambico catalettico:

∪ — ∪ — | ∪ — ∪ — ||∪ — ∪ — | ∪ — ∪ ∧

Lo si incontra già tra i giambografi (Ipponatte) e lo si incontra di frequente nella Commedia Antica. Tale verso è molto libero nelle sostituzioni: negli esempi noti, solo il settimo piede è sempre giambico, mentre tutti gli altri possono assumere forma spondaica, dattilica o anapestica. È inoltre da notare che entrambi i tipi di tetrametro, in quanto composti da due cola, hanno normalmente la pausa (una dieresi, in questo caso) a metà verso, dove finisce un colon e inizia il secondo.

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:28 pm
Oggetto: METRICA
Ionico (piede)

Con il termine piede ionico si intendono due piedi in uso nella poesia greca e latina, lo ionico a minore (∪ ∪ — —) e lo ionico a maiore(— — ∪ ∪).

Entrambi questi piedi contano sei more, e appartengono al génos diplásion, in quanto il rapporto tra arsi e tesi è di 1:2; il ritmo è ascendente per lo ionico a minore e discendente per lo ionico a maiore. Benché le due sillabe lunghe formino nel loro insieme il tempo forte, è probabile che fosse la prima ad essere specialmente marcata.

Lo ionico a minore non subisce frequentemente sostituzioni: nel caso le due sillabe brevi siano sostituite con una lunga, si ha un molosso, ( — — —); nel caso invece una delle sillabe lunghe sia risolta con due brevi, si hanno gli schemi ∪ ∪ ∪ ∪ — e ∪ ∪ — ∪ ∪.

Per lo ionico a maiore queste sostituzioni sono invece più frequenti.

Fenomeno invece caratteristico dei piedi ionici è l'anaclasi:

negli ionici a minore, l'ultima sillaba lunga di un piede si scambia con la prima sillaba breve del piede successivo, creando la sequenza ∪ ∪ — ∪ — ∪ — —

negli ionici a maiore, invece l'anaclasi avviene all'interno del piede, che diviene un ditrocheo ( — — ∪ ∪ > — ∪ — ∪)
Rarissimi sono i metri ionici acefali: i tragici ne offrono qualche esempio. I metri sincopati invece non sono infrequenti nei sistemi strofici o nei periodi della lirica corale e della poesia drammatica.

Il nome del metro deriva dalle popolazioni ioniche dell'Asia Minore, presso le quali si incontrano le più antiche testimonianze dell'uso di questo metro (in particolare con Anacreonte); è probabile che tale metro fosse associato nei culti estatici di Dioniso e di Cibele.

Gli ionici a minore sono di uso più antico e si incontrano già nella lirica monodica arcaica; gli ionici a maiore appaiono invece più tardi, ed è quasi certo che iniziarono la loro esistenza come metro autonomo solo in età ellenistica.

Ionici a minore

Monometro ionico a minore

Questo colon, composto da un solo piede ionico, si incontra come elemento isolato sono nei dattilo-epitriti e composizioni simili.

Dimetro ionico a minore

I dimetro acatalettico di forma pura (∪ ∪ — — |∪ ∪ — —) o con anaclasi (∪ ∪ — ∪ — ∪ — —) è il colon ionico più frequente, spesso raddoppiato a formare un tetrametro.

Es. ἒμε δείλαν ἒμε παίσαν (Alceo, fr. 123,1 D) Es. πολιοὶ μὲν ἡμὶν ἤδε (Anacreonte, fr. 44 D, forma con anaclasi)

I primi esempi di dimetro si incontrano già in Alcmane e in Alceo; ma è grazie alle graziose canzoni di Anacreonte che deve la sua ininterrotta popolarità sino all'età tardoantica, nei numerosi autori di Anacreontea. In tali autori la percezione della natura ionica di questo verso (spesso chiamato semplicemente anacreonteo) si era perduta a causa dell'assoluto predominare della forma anaclastica, che era quindi stata reinterpretata come un metro giambico con anapesto iniziale e come tale era trattata, utilizzando le sostituzioni permesse nel giambo.

Del dimetro esiste anche una forma catalettica (∪ ∪ — — |∪ ∪ — ∧). Timocreonte la utilizzò in una serie di versi stichici:

Es. σικελὸς κομψὸς ἀνήρ (Timocreonte, fr. 4 D)

Trimetro ionico a minore

Questo verso si incontra in particolare nelle parti liriche del dramma, sebbene meno frequente del dimetro; già i poeti lirici ne avevano fatto uso, in forma pura (∪ ∪ — — | ∪ ∪ — — | ∪ ∪ — —) o con anaclasi. Un frammento di Anacreonte (39 D), presenta un primo verso puro, il secondo con anaclasi tra il primo e secondo piede, il terzo con anaclasi tra il secondo e il terzo:

ἀγανῶς οἶά τε νεβρὸν νεοθηλέα
γαλαθηνός, ὃς τ'ἐν ὕλῃ κεροέσσης
πολειφθεὶς ἀπὸ μητρὸς ἐπτοήθη

Del trimetro esiste anche una forma calalettica (∪ ∪ — — | ∪ ∪ — — | ∪ ∪ — ∧), con o senza anaclasi.

Es. Διονύσου σαῦλαι βασσαρίδες (Anacreonte, fr. 48; il secondo piede è un molosso)

Tetrametro ionico a minore

La forma acatalettica di questo metro è normalmente formata dalla giustapposizione di due dimetri, con dieresi mediana, secondo lo schema ∪ ∪ — — |∪ ∪ — — || ∪ ∪ — — |∪ ∪ — —

Es. ἐκατὸν μέν, Διὸς υἱόν, τάδε Μῶσαι κροκόπεπλοι (Alcmane, fr. 34 D)

L'anaclasi è frequente; non sempre c'è dieresi mediana.

Il tetrametro catalettico (∪ ∪ — — |∪ ∪ — — || ∪ ∪ — — |∪ ∪ X) o galliambo, era usato spesso come verso stichico nelle canzoni dedicate al culto della Grande Madre (il nome infatti gli viene dai galli, i sacerdoti evirati della dea). I poeti alessandrini, tra cui Callimaco, sono stati i primi a coltivare questo verso, che Catullo riprende nel famoso carme 63, in un tour de force metrico particolarmente difficile in lingua latina.

Es. Γαλλαὶ μητρὸς ὀρείης φιλόθυρσοι δρομάδες (frammento adespota, alex. 9 D)

Metri ionici a maiore

Tetrametro brachicatalettico a maiore o sotadeo

Questo metro (— — ∪ ∪ — — ∪ ∪ || — — ∪ ∪ — — ∪ ∪) deve il suo nome al poeta alessandrino Sotade; fu in seguito impiegato da Luciano e, tra i latini, da Ennio. Le forme che questo metro può assumere oscillano moltissimo: l'anaclasi, che trasforma lo ionico in ditrocheo è frequente, le risoluzioni della lunga in due brevi o delle due brevi in una lunga (formando un molosso) sono numerose; talvolta dal ditrocheo, tramite lunga irrazionale, si giunge alla forma dell'epitrito terzo o quarto, o lo ionico a minore sostituisce quello a maiore.

Es. Ἥρην ποτέ φασιν Δία τὸν τερπικέραυνος (Sotade, fr. 7 D, verso puro)

Dimetro a maiore

Nella sua forma acatalettica (— — ∪ ∪ — — ∪ ∪) questo verso, chiamato anche cleomacheo, dal poeta alessandrino Cleomaco, si incontra talvolta nella poesia alessandrina, ma è molto raro.

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Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:34 pm
Oggetto: METRICA
Metrica classica

Metrica classica è la definizione di quel particolare insieme di regole ritmiche operanti nella versificazione e nella cosiddetta prosa ritmica della letteratura greca e latina dell'età antica, basata sul principio dell'alternanza, secondo schemi prefissati, di sillabe lunghe e brevi (metrica quantitativa).

Metrica greca e metrica latina

Nei manuali dedicati all'argomento, la metrica latina e la metrica greca sono trattate ora assieme, ora in opere separate: tale scelta deriva dal modo in cui sono concepiti i rapporti tra la metrica latina e quella greca, che grazie al suo prestigio le servì da modello. A sostegno di una divisione delle due materie, si può osservare che le convenzioni prosodiche del latino non coincidono interamente con quelle del greco, e soprattutto in età arcaica, quando il processo di acculturazione da parte dei romani della più sofisticata cultura greca era in pieno svolgimento, i modelli greci furono adattati con grande libertà dagli autori latini (per fare un esempio, il senario giambico deriva dal trimetro giambico, ma non è esattamente la stessa forma metrica); a sostegno di una trattazione d'insieme, si può osservare come la tendenza, da parte dei poeti latini più tardi (di età tardo repubblicana, augustea e imperiale) fu quella di riprendere i modelli greci in maniera fedele, tanto che moltissimi metri greci hanno il loro esatto corrispondente in latino e le due metriche vengono in buona parte a coincidere. Si prende quindi qui come punto di riferimento la metrica greca, e sulla sua scorta si considerano i metri che le due letterature condividono; per i metri invece propri al latino, si veda invece metrica latina.

La metrica come scienza: una breve storia

La maggior parte dei metri greci, se non tutti, erano già noti ed usati in età arcaica. L'ampiezza e la varietà delle forme usate, in parte conseguenza dello stretto rapporto che nell'epoca più antica esisteva tra poesia e musica, rese necessario, con il venir meno di questa relazione, la nascita della metrica intesa come studio delle forme metriche.

Il primo metricologo di cui si ha notizia fu Damone, che ebbe Pericle come allievo; le fonti antiche ricordano anche Aristosseno di Taranto, discepolo di Aristotele, che studiò soprattutto la ritmica, e, in epoca ellenistica, Filosseno.

Di questi più antichi studiosi non si sa poco o nulla, maggiori notizie invece si dispongono degli studiosi di età imperiale, in particolare Eliodoro ed Efestione. Le vestigia del lavoro del primo sono stati conservati negli scoli metrici di Aristofane, mentre del secondo, autore di voluminosi trattati, è sopravvissuto il suo Ἐγχειρίδιον περὶ μέτρων (Encheiridion perì métron, manuale sui metri), che rimane il testo base per ogni studio sulla metrica antica. Altre notizie, per lo più poco originali, sono riferite dai numerosi testi dei grammatici latini; altre fonti, soprattutto per la prosa metrica, sono contenuti nei trattati di retorica, a partire da quelli di Cicerone e Quintiliano. Il trattato De musica di S. Agostino e in generale i frammenti degli antichi studiosi di musica contengono anch'essi informazioni preziose.

In epoca bizantina, anche se la conoscenza delle forme più complesse, come quelle della lirica corale, si era appannata, i grammatici continuarono a copiare, riassumere e rielaborare i testi scolastici degli autori più antichi, e si incontrano eruditi, come Demetrio Triclinio (prima metà del XIV secolo) con una conoscenza metrica sorprendente. Fu grazie a questi eruditi greci che la conoscenza metrica sopravvisse nel corso del medioevo e, dopo la caduta di Costantinopoli, furono loro a portare queste conoscenze in Italia e da lì si diffusero nel resto d'Europa.

Nei secoli successivi, la metrica non fu trattata che incidentalmente dai filologi; Richard Bentley e Richard Porson studiarono soprattutto i versi del dialogo drammatico, mentre la conoscenza dei metri lirici restava lacunosa. Fu il tedesco Johann Gottfried Hermann, all'inizio del XIX secolo, a porre le basi della metrica moderna, partendo dalle dottrine degli antichi, e aprendo la strada a tutti gli studi successivi: pionieristici in particolare furono i suoi studi sui metri della lirica corale. La fine del XIX secolo e l'inizio del XX vide invece l' applicazione del metodo storicistico alla metrica, da parte di Ulrich von Wilamowitz-Möllendorf e di O. Schröder, che si concentrarono soprattutto sull'origine dei versi conosciuti, ricercando un ipotetico "verso primordiale" (Urvers) da cui sarebbero derivati tutti gli altri, sebbene con risultati poco incoraggianti.

Nei primi decenni del XX secolo, anche gli studi sulla prosa ritmica hanno conosciuto un momento di grande sviluppo: si ricorda, fra tutti, il classico di Eduard Norden, Die Antike Kunstprosa, (La prosa d'arte antica), 1909.

La metrica: strutture generali

Secondo la tradizione antica lo studio della metrica si divide in tre branche:

Prosodia, che si occupa della quantità delle sillabe
Metrica vera e propria, che si occupa della combinazione delle quantità sillabiche nella versificazione.
Strofica, che si occupa delle combinazioni di versi in gruppi strutturati

Metrica: glossario di base

Si riportano qui di seguito le definizioni delle entità metriche, dalla più semplice alla più complessa: i collegamenti rimandano a una trattazione più approfondita dei singoli concetti.

-mora (gr. χρόνος): è l'unità di misura nella prosodia classica. Secondo le convenzioni in uso già tra gli antichi, una sillaba breve vale una mora, una sillaba lunga due more.

-sillaba breve: in generale, una sillaba è breve quando è aperta e contiene una vocale breve. Si veda prosodia.

-sillaba lunga: o
per natura: contiene una vocale lunga o un dittongo
per posizione (o meglio per convenzione): contiene una vocale breve seguita da due o più consonanti.

-piede (gr. ποῦς, lat. pes): unità metrico-ritmica di base, composta da due a quattro sillabe e lunga da due a più more.

-Elementum (it. elemento): è l'unità di misura dei tempi ritmici di cui è composto un piede. Si definiscono quattro elementa alla base della metrica classica:

-Elementum breve, (simboleggiato con ∪) unità di movimento corrispondente a una sillaba breve,

-Elementum longum, (simboleggiato con ∪∪) unità di movimento corrispondente a sillaba lunga sostituibile all'occorrenza con due brevi.

-Elementum anceps, (simboleggiato con X) unità di movimento in cui può comparire tanto un longum quanto un breve, realizzabile dunque con una sillaba breve, una sillaba lunga o due sillabe brevi

-Elementum indifferens, (simboleggiato normalmente con il simbolo musicale della corona, con Λ o con ∪), unità di movimento corrispondente a una sillaba o lunga o breve.

-metro (gr. μέτρον, lat. metrum): l'unità di misura del verso, che coincide con il piede (nel caso di piedi della durata superiore alla quattro more) o a due piedi (per quelli di durata uguale o inferiore alle quattro more, ad esclusione dell'esametro e del pentametro dattilico). Nel secondo caso, si chiama sizigia (gr. συζυγία) o meno chiaramente dipodia.

-colon plurale cola (gr. κῶλον, pl. κῶλα) o membro: formato da alcuni piedi o sizigie secondo uno schema metrico preciso che però non ha carattere indipendente, di durata in genere non superiore alle 18 more.

-verso (gr. στῖχος, lat. versus): entità formata da più piedi o sizigie, dotato di una autonomia ritmica che lo differenzia dal colon. Può contare fino a quattro sizigie (tetrametro) trenta more. Oltre tale limite è definito ipermetro (gr. ὑπέρμετρος, lat. hypermeter). Un verso (e così un periodo o una strofa o un sistema) è un'unità indipendente in quanto presenta le seguenti caratteristiche:

termina con una pausa
ammette iato con la sillaba iniziale del verso successivo
la sua sillaba conclusiva è sempre elementum indifferens, ossia può essere indifferentemente lunga o breve.

-asinarteto : è un particolare tipo di verso, formato da due cola di metro differente, separati da una dieresi.

-periodo (gr. περίοδος, lat. periodus/ambitus): un insieme indipendente di due o più cola, di ampiezza uguale o maggiore a quella del verso, ma senza carattere fisso.

-strofe (gr. στροφή, lat. stropha): entità metrica formata da due o più versi o periodi.

-sistema (gr. σύστημα): entità metrica composta di una successione di cola dalla struttura regolare (per lo più dimetri) di uno stesso metro di una estensione considerevole.

Talvolta cola e versi possono essere allungati o abbreviati rispetto al loro schema di base. Si definisce allora:

-acefalo: privo della sillaba iniziale
procefalo: allungato di una sillaba al suo inizio. Tale fenomeno è noto anche come anacrusi.

-catalettico (gr. καταληκτικός): privo della sillaba finale. In metri trisillabi, come il dattilo, se le sillabe mancanti sono due, si definisce catalettico in syllabam, se la sillaba mancante è una, invece, viene detto catalettico in duas syllabas. Due cola catalettici combinati assieme formano un verso dicatalettico

-ipercatalettico: allungato alla conclusione di una sillaba.
Altri fenomeni importanti:

-iato (lat. hiatus) successione di due vocali non fuse in un dittongo e dunque appartenenti a sillabe diverse. Normalmente, le lingue classiche evitano sempre lo iato, se non a fine di verso (o periodo, o strofa).

-sinafia: (gr. συνάφεια) fenomeno di continuità ritmica tra due cola, che consente a una parola di essere spezzata tra la fine di un colon e l'inizio dell'altro, o nel caso di due vocali contigue, appartenenti a due parole diverse, di essere unite in sinalefe.

-anaclasi (gr. ἀνάκλασις): fenomeno in cui una sillaba breve e una lunga all'interno di un piede o di una sizigia o tra due sizigie contigue invertono la loro posizione (per esempio, un metro giambico ∪ — ∪ — può, per anaclasi, divenire un coriambo — ∪ ∪ —).

-cesura (gr. κοπή, lat. caesura): incisione ritmica all'interno di un verso che divide in due parti un piede.

-dieresi (gr. διαίρεσις, lat. diaeresis): incisione ritmica all'interno di un verso che cade tra due piedi.

-zeugma o ponte (gr. ζεῦγμα, lat. zeugma): punto del verso in cui una parola non può terminare.

La natura dell'ictus e la lettura dei versi

Il greco, lingua dall'accento melodico, non intensivo, non possedeva un accento metrico nel senso moderno della parola; e quando i grammatici romani parlano di ictus metrico, che cadeva sul tempo forte del piede, non indicavano un accento intensivo, ma semplicemente che il tempo forte era il "tempo del battere", contrapposto al tempo debole, che era il "tempo di levare", quando si scandiva la lettura del testo con il piede o con il dito.

Quando, in età tardo antica, sia il greco che il latino persero la distinzione fonologica tra vocali lunghe e brevi, la comprensione dei principi della metrica classica divenne sempre più difficile e sia il greco bizantino, che il latino medioevale, assieme alle lingue romanze, svilupparono una nuova metrica, basata sull'isosillabismo, sulle posizioni degli accenti (che erano divenuti intensivi) e sulla rima.

Sempre a causa di questi mutamenti linguistici, si elaborò in ambito scolastico un sistema di lettura dei metri antichi, il cui ritmo era più percepito tramite un accento intensivo, anche quando contrario alla pronuncia corretta della parola, nel tentativo di restituire almeno una vaga impressione dell'antico ritmo, ancora insegnato nelle scuole.

Così, per fare un esempio, l'incipit dell'Eneide, che letto normalmente sarebbe:

"Árma virúmque cáno, Tróiae qui prímus ab óris" diviene
"Árma virúmque canó, Troiaé qui prímus ab óris" .

Tale sistema può essere utile per far percepire la diversità di lettura della poesia da quello della prosa nella letteratura antica, purché si tenga ben presente che mai gli antichi greci o latini lessero la loro poesia in questo modo. La percezione del sottile contrappunto che lega il decorso tonale del testo poetico e la successione ritmica delle durate sillabiche è per noi irrimediabilmente perduta.

La classificazione dei versi

In genere, sono possibili due schemi di classificazione dei versi: uno secondo lo schema metrico, un altro secondo il genere letterario in uso.

La classificazione secondo lo schema metrico è la seguente.

Versi κατὰ μέτρον (katà métron), basati su un solo tipo di piede:

Metri giambici
Metri trocaici
Metri dattilici
Metri anapestici
Metri ionici
Metri coriambici
Metri cretici
Metri bacchiaci
Metri docmiaci
Versi misti (composti da piedi differenti):
Dattili e anapesti logaedici
Dattilo-epitriti
Asinarteti

In tale classificazione, la metrica eolica può essere divisa tra i dattili e i coriambi o essere trattata con i versi misti.

Classificazione per genere:

Versi recitati:

esametro dattilico
trimetri giambici (trimetro giambico, scazonte, trimetro giambico catalettico)
tetrametro trocaico ed altri versi trocaici
Versi cantati (lirica monodica):
metri eolici
altri metri lirici (gli asinarteti archilochei, alcuni metri ionici)
metri diversi utilizzati nelle parti cantate della tragedia
Versi cantati (lirica corale): le complesse forme metriche, per lo più sotto forma di triade epodica, che si incontrano nella lirica corale e nei cori della tragedia.

Le forme del componimento poetico

I componimenti poetici greci potevano essere strutturati in varia maniera:

componimenti stichici κατὰ στῖχον (katà stíchon), ossia caratterizzati dalla successione ininterrotta del medesimo verso. È la struttura dell'esametro eroico o didascalico, spesso usata anche per il trimetro giambico o per il tetrametro trocaico.

se i versi, con la stessa base metrica, sono accoppiati a due a due, si ha un distico. Di questa tipologia, il distico elegiaco è il più diffuso, ma sono possibili altre combinazioni.

se versi di basi metriche diverse (ad esempio un verso dattilico e un verso giambico) sono accoppiati a due a due, si ha un epodo. Sono possibili varie forme epodiche, tra cui:

il giambico
l'archilocheo primo
l'archilocheo secondo
l'archilocheo terzo
il pitiambo primo
il pitiambo secondo

le strofe o versi κατὰ στροφήν(katà strophen): possono essere composte sempre dal medesimo verso oppure da combinazioni di versi diversi.

Nella lirica corale tali strofe possono essere create secondo schemi molto complessi, mentre maggiore uniformità si incontra nella lirica monodica, in cui, accanto a strofe ottenute accostando due distici epodici (come avviene nelle Odi di Orazio) sono possibili varie combinazioni.

Gli schemi più importanti sono:

la strofe saffica
la strofe saffica maggiore
la strofe alcaica
l'asclepiadeo primo
l'asclepiadeo secondo
l'asclepiadeo terzo
l'asclepiadeo quarto
l'asclepiadeo quinto

Questi sistemi strofici sono in uso nella lirica monodica, e più tardi nella poesia ellenistica e in quella latina. La lirica corale, e le parti corali della tragedia, usano invece strofe dalla struttura molto più complessa e che variano molto da un esempio all'altro.

i componimenti astrofici, privi di un qualsiasi schema fisso. In tale categoria rientrano i sistemi, i kómmoi del dramma (canti divisi tra il coro e gli attori), le monodie del dramma, i ditirambi e i nomoi della lirica corale.

I componimenti strofici, a seconda del loro ordine interno, sono poi ulteriormente divisi in:

componimenti monostrofici quando la stessa strofe si ripete identica per tutto il poema;

componimenti epodici, o triade epodica, quando ad una strofe e ad un'antistrofe dalla stessa struttura metrica segue un epodo di struttura differente. Nella lirica corale, l'epodo è sempre ripetuto, secondo lo schema A A B, A' A' B', ecc.; nella tragedia invece l'epodo compare di solito una volta sola, in posizione variabile.

La prosa ritmica e il cursus

Sebbene normalmente non vincolata agli schemi metrici anche la prosa può, in determinati casi, per motivi enfatici, piegarsi ai suoi schemi. In particolare nella teorizzazione e nella pratica retorica divenne uso comune, tanto nel mondo greco che nel mondo romano, dare particolar rilievo al punto più importante e sensibile del periodo, la clausola finale, facendole assumere un particolare ritmo. Tale abitudine sopravvisse alla fine della metrica quantitativa e nel corso del Medioevo rimase prassi comune, nella prosa latina, chiudere i periodi con clausule metriche, non più basate sulla quantità, ma sugli accenti, secondo diversi tipi standardizzati di cursus.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:36 pm
Oggetto: METRICA
Metrica eolica

Per metrica eolica, o versi eolici si intendono un insieme di versi in uso nella versificazione antica, i quali, per alcune loro caratteristiche, si differenziano dalla prassi metrica usuale, così come veniva intesa e praticata nella letteratura greca e latina.

Tale gruppo di versi ha ricevuto la denominazione di metri eolici perché sono stati introdotti nell'uso letterario, da poeti lirici che si servirono del dialetto eolico, come Terpandro, Alceo e Saffo.

Gli antichi attribuivano loro anche l'invenzione di questo tipo di metri, mentre i moderni per lo più ritengono che essi si limitarono a conferire dignità letteraria panellenica a metri e ritmi in uso tra le popolazioni eoliche; dopo i grandi esempi dei poeti di Lesbo, tali metri rimasero ampiamente in uso e godettero di grande fortuna, tanto nella Grecia dell'età ellenistica che nella poesia latina.

Le caratteristiche peculiari di questo tipo di versificazione sono:

-l'isosillabismo: la metrica eolica non ammette la soluzione di una lunga – con due brevi ∪ ∪, anche se può ammettere (talvolta), la lunga irrazionale.

-la presenza, all'inizio di questi versi, di un piede bisillabico, normalmente definito base eolica, la cui quantità è completamente indifferente: tale base può essere realizzata con un trocheo, un giambo, uno spondeo o un pirrichio, anche se alcune forme sono preferite ad altre.

-la parte ritmicamente marcata dei versi è di solito dattilica o coriambica, ma sono possibili combinazioni miste.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Metrica_eolica" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:39 pm
Oggetto: METRICA
Metro popolare

I metri popolari sono forme metriche utilizzate soprattutto nel Duecento o nel Trecento dai giullari ma anche da poeti colti.

Tra le forme popolari più conosciute vi sono:

-caccia: tratta del tema della caccia in versi di vario tipo rimati liberamente con endecasillabi, settenari, versi minori.

-contrasto: componimento sotto forma di dialogo, di solito tra due innamorati ma anche tra altre persone (dal tono solitamente scherzoso-realistico), tra cose, come la rosa e la viola, tra entità spirituali come il vivo e il morto, la vergine e il demonio. Nel contrasto le battute del dialogo vengono riprese dall'altro come replica e rinfaccio. Tipica nell'ambito realistico quello di Cielo d'Alcamo, nella poesia didattica quello di Bonvesin della Riva tra la rosa e la viola, nella poesia religiosa quello di Jacopone da Todi tra il vivo e il morto.

-frottola (frocta: affastellamento di parole): componimento privo di schema metrico regolare, composto da versi lunghi e brevi, rima variabile, coppie monorime: aa,bb,cc, ecc.). Utilizzato molto nella poesia giullaresca, ma ripreso nel Quattrocento dal Angelo Poliziano e da Lorenzo il Magnifico.

-ottava: usata fin dal Duecento soprattutto nei poemi epico cavallereschi viene spesso chiamata anche stanza ed è composta di versi endecasillabi, i primi sei a rima alternata, gli ultimi due a rima baciata: ABABABCC.

-strambotto: si tratta di una ottava a rima alternata nei primi versi e a rima baciata negli ultimi due. Viene usato nella poesia popolare del Duecento e ripreso nel Quattrocento da poeti colti, come il Poliziano. Questo metro, in Toscana, venne denominato rispetto (spicciolato, se composto da una sola ottava, continuato, se da più ottave).

-tenzone: simile al contrasto. Si tratta solitamente di una disputa poetica in sonetti. Il primo propone il tema (la proposta), al quale gli altri rispondono per le rime, cioè ripropongono lo schema metrico del proponente. Questo tipo di metro fu molto usato nel Duecento e nel Trecento dai poeti siciliani e stilnovisti, ma venne anche adoperata nella poesia realistica, come "rinfaccio". Famosa la tenzone tra Dante e Forese Donati.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Metro_popolare" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:42 pm
Oggetto: METRICA
Mora (fonologia)

Mora (plurale more o morae), è un'unità di suono usata in fonologia, che determina la quantità di una sillaba, che a sua volta determina l'accento, in alcuni linguaggi.

Come molti termini linguistici, l'esatta definizione è discussa. Il termine, che significa "ritardo", "indugio", è tratto dal latino.

Una sillaba contenente una mora è detta monomoraica, una con due more è detta bimoraica.

In generale, le more si computano come segue:

-l'attacco consonantico di una sillaba non rappresenta alcuna mora

-il nucleo sillabico, rappresenta una mora nel caso di una vocale corta, due more nel caso di una vocale lunga o dittongo. Nel caso di lingue in cui alcune consonanti possono servire da nucleo sillabico (sonante vocalica), rappresentano una mora se brevi e due more se lunghe.

-In alcune lingue, come il latino la coda consonantica di una sillaba rappresenta una mora, in altre, come l'irlandese, no.

-In alcuni linguaggi, una sillaba con una vocale lunga o dittongo nel nucleo e una o più consonanti nella coda è considerata trimoraica.

-In generale, le sillabe monomoraiche sono definite sillabe brevi, le bimoraiche sillabe lunghe, e le trimoraiche sillabe extralunghe. Molti linguisti credono che nessun linguaggio usi sillabe che contengono quattro o più more.

-Il giapponese è una lingua famosa per le sue quantità moraiche. La maggior parte delle sue varietà, inclusa la lingua standard, usano le more alla base del sistema fonetico piuttosto che le sillabe. Per esempio l'haiku in giapponese moderno, non segue lo schema 5 sillabe/7 sillabe/5 sillabe, come comunemente creduto, ma piuttosto quello 5 more/7 more/5 more.

Voci correlate

-metrica classica

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Mora_%28fonologia%29" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:46 pm
Oggetto: METRICA
Novenario

Nella metrica italiana, il novenario è un verso nel quale l'accento principale si trova sull'ottava sillaba metrica: quindi, se l'ultima parola è piana comprende nove sillabe metriche, mentre se è tronca o sdrucciola ne ha rispettivamente otto oppure dieci.

La forma più usata ha tre accenti, sulle sedi metriche seconda, quinta e ottava.

Esempi di versi novenari

Da "La mia sera" di Giovanni Pascoli

Il giorno fu pieno di lampi
ma ora verranno le stelle


Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Novenario" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:48 pm
Oggetto: METRICA
Ottava rima

L'ottava rima è il metro usato nei cantari trecenteschi e nei poemetti del Boccaccio (Ninfale fiesolano, Filostrato ...), chi l'abbia inventato per primo si discute ancora.

Diventerà poi il metro di poeti popolari, come Antonio Pucci, e colti come Franco Sacchetti che lasceranno poi al Pulci, al Boiardo, all'Ariosto e al Tasso, di elevarlo alle più alte cime.

La popolarità dell'ottava riuscì in questo modo a sostituire la terzina dantesca. È ancora questo metro che sarà utilizzato dai poeti estemporanei per i loro contrasti di improvvisazione fino ai nostri giorni.

L’ottava rima, detta anche ottava o stanza, è una strofa composta di otto endecasillabi rimati, che seguono lo schema ABABABCC, quindi i primi sei endecasillabi sono a rima alternata, e gli ultimi due a rima baciata ma diversa da quelle dei versi precedenti.

La cultura dell'oralità sopravvive ancora in Toscana e nel Lazio. Un interessante esempio è costituito dalla manifestazione "Incontri di poesia estemporanea" di Ribolla (Grosseto).
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:51 pm
Oggetto: METRICA
Ottonario

Nella metrica italiana, l'ottonario è un verso nel quale l'accento principale si trova sulla settima sillaba: quindi, se l'ultima parola è piana comprende otto sillabe, mentre se è tronca o sdrucciola ne ha rispettivamente sette oppure nove.

Gli accenti metrici si collocano generalmente sulle sedi dispari. Accenti secondari possono situarsi sulla seconda, quarta e sesta sillaba.

Esempi di versi ottonari

L'ottonario è stato definito "il verso più appiccicoso della lingua italiana", perché la sua accentazione non ti si leva più dalla testa.

Infatti è molto usato nelle filastrocche: un esempio famoso è Il Signor Bonaventura di Sergio Tofano:

Qui comincia l'avventura
Del signor Bonaventura


ma in generale tutti i distici del Corriere dei Piccoli erano di questo tipo.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:52 pm
Oggetto: METRICA
Pastorella (componimento)

La pastorella è un componimento poetico di forma dialogica di origine francese e in uso nella letteratura provenzale.

In esso si narra di un contrasto, su sfondo agreste, tra un cavaliere-trovatore e una giovane pastora che respinge più o meno sdegnosamente le proposte d'amore.

La "pastorella" si diffuse dalla Francia alla Spagna e, in Italia, ebbe qualche cultore come il Cavalcanti e il Sacchetti, anche se preferibilmente rivestì la forma della ballata minore.

"In un boschetto trova' pasturella
più che la stella bella, al mi' parere"


(Guido Cavalcanti)

Dalla forma metrica della pausa deriva la villanella e dal principio dialogico e scenico il dramma pastorale.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:54 pm
Oggetto: METRICA
Pentametro

Il pentametro dattilico o semplicemente pentametro, è una forma metrica della poesia greca e latina, il cui schema base può essere così rappresentato:

— ∪ ∪ — ∪ ∪ — || — ∪ ∪ — ∪ ∪ X


Di fatto il pentametro è un metro composto, essendo formato da due hemiepes, o tripodie dattiliche catalettiche. Il nome «pentametro» gli deriva dal fatto di essere la somma di due unità da 2 piedi e mezzo; poiché però è un metro dattilico, di ritmo discendente, il pentametro conta sei tesi o tempi forti.

Caratteristiche

Le principali caratteristiche del pentametro sono:

-l'ultima sillaba del primo hemiepes è sempre lunga, mentre quella del secondo hemiepes è indifferens

-la dieresi tra il primo e il secondo membro sono la norma. Tale dieresi non permette lo iato, ma non impedisce il fenomeno dell'elisione.

-la sostituzione del dattilo con lo spondeo è, di norma, permessa solo nel primo hemiepes. Eccezioni a tale regola sono possibili, ma restano rare.

Alcuni esempi di pentametro:

καὶ Μουσέων ἐρατὸν δῶρον ἐπιστάμενος (Archiloco, fr. 1, v.2).

Il suo schema è — — — ∪ ∪ — || — ∪ ∪ — ∪ ∪ X

ἱερά νῦν δὲ Διοσκουρίδεω γενεή (Callimaco, fr. 384a Pf.²).

Questo verso non ha la dieresi centrale.

Usi del pentametro

Il pentametro compare a volte nella poesia drammatica, o talvolta è stato impiegato in versi stichici, ma il suo utilizzo più importante rimane nel distico elegiaco, dove compare come secondo verso a seguito di un esametro.

L'uso del distico elegiaco è legato soprattutto a due generi letterari, strettamente legati tra loro che godettero di ininterrotta vitalità nel corso dell'epoca antica: l'elegia e l'epigramma.

Le più antiche elegie note risalgono al VII secolo AC: se in origine questo genere era legato al lamento funebre, nel corso del suo sviluppo si adattò a molteplici argomenti, dalla poesia erotica (da Mimnermo fino ai poeti latini, come Properzio e Tibullo), a quella politico sapienziale (Solone); da quella di esortazione guerresca (Tirteo), a quella di argomento mitologico ed erudito (gli Aitia di Callimaco).

Affine è lo sviluppo dell'epigramma (e d'altra parte non sempre i confini tra i due generi sono chiari): in origine componimento funebre iscritto sulle tombe dei defunti, fu trasformato ben presto in un genere letterario (sembra che fu Simonide il primo a coltivarlo), e dall'originario tema funerario fu adattato ai più vari argomenti, godendo di un'ininterrotta vitalità sino all'età tardoantica.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Pentametro" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 1:57 pm
Oggetto: METRICA
Pentametro giambico

(EN)
«O wild West Wind, thou breath of Autumn's being... »

(IT)
«O vento feroce di ponente, tu respiro dell'anima d'Autunno»

(Percy Bysshe Shelley, Ode to the West Wind, 1819)

Il pentametro giambico di cui sopra è riportato un esempio d'autore è il verso classico della poesia inglese, il blank verse di Christopher Marlowe, William Shakespeare, John Donne, ed è figlio dall’endecasillabo di Dante Alighieri e Francesco Petrarca.

La denominazione è mutuata dalla metrica classica, il suo nome indica che è formato da cinque piedi giambici, vale a dire ciascuno composto da una sequenza sillaba breve - sillaba lunga. Nella metrica accentativa tale sequenza diviene, per analogia, tra sillaba atona e sillaba accentata.

Forma

Nella sua forma base il verso si compone di dieci sillabe con accenti forti sulle sillabe pari.

"Il pentametro giambico è come un formichiere, alto dietro e con le zampe corte davanti", afferma Al Pacino, nel film-documentario Riccardo III - Un uomo, un re: Nella pratica della recitazione le sillabe iniziali del verso sono più alte e marcate, per poi sdrucciolare nel finale.

Pentametro giambico ed endecasillabo

L'endecasillabo italiano, come il blank verse, ha l’ultimo accento forte sulla decima sillaba e gli accenti principali quasi sempre sulle sedi pari; ma il pentametro giambico, come il decasyllabe francese, finisce prevalentemente con una parola tronca, talvolta piana, assai raramente sdrucciola.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:01 pm
Oggetto: METRICA
Piede (poesia)

Il piede è l'unità ritmica, codificata dalla dottrina metrica antica, alla base della versificazione basata sulla quantità sillabica greca e latina.

Un piede è composto da almeno due sillabe e lungo due (ma in realtà almeno tre) morae.


Classificazione dei piedi

Piedi di due morae

pirrichio: ∪ ∪

Piedi di tre morae

giambo: ∪ –
trocheo: – ∪
tribraco: ∪ ∪ ∪

Piedi di quattro morae

dattilo: – ∪ ∪
anapesto: ∪ ∪ –
spondeo: – –
anfibraco: ∪ – ∪
proceleusmatico: ∪ ∪ ∪ ∪

Piedi di cinque morae

peone primo: – ∪ ∪ ∪
peone secondo: ∪ – ∪ ∪
peone terzo: ∪ ∪ – ∪
peone quarto: ∪ ∪ ∪ –
baccheo: ∪ – –
palinbaccheo o baccheo rovesciato: – – ∪
cretico – ∪ –

Piedi di sei morae

digiambo: ∪ – ∪ –
ditrocheo: – ∪ – ∪
ionico a minore: ∪ ∪ – –
ionico a maiore: – – ∪ ∪
coriambo: – ∪ ∪ –
antispasto: ∪ – – ∪
molosso: – – –

Piedi di sette morae

epitrito primo: ∪ – – –
epitrito secondo: – ∪ – –
epitrito terzo: – – ∪ –
epitrito quarto: – – – ∪

Piedi di otto morae

docmio (forma base): ∪ – – ∪ –
ipodocmio: – ∪ – ∪ –
dispondeo: – – – –

Di questo ampio repertorio, alcuni piedi sono solo ipotetici o si incontrano eccezionalmente, come l'anfibraco, il peone terzo, l'antispasto, l'epitrito primo e quarto, il palinbaccheo, il dispondeo, il pirrichio o il peone secondo; alcuni piedi quadrisillabici si possono ridurre a sizigie di piedi bisillabi, come il digiambo, l'epitrito terzo e secondo, il ditrocheo; il pirrichio non ha esistenza propria ma costituisce parte o sostituzione di altri piedi; altri non hanno esistenza propria, ma esistono solo come risoluzione di una sillaba lunga in due sillabe brevi nei piedi più corti, come il tribraco, il proceleusmatico, il peone primo e quarto.

I dieci che restano sono detti prototipi ( o anche archigona sott. metra, in latino), in quanto sono i metri base per la formazione di tutti i tipi di cola e versi possibili.

Essi sono:

il giambo,
il trocheo,
lo spondeo,
l'anapesto,
il dattilo,
il cretico,
il coriambo,
il baccheo,
lo ionico (a minore e a maiore)
il docmio (che è considerato però un piede composto)

Il ritmo dei piedi

Ogni piede era, ritmicamente parlando, diviso in due parti: il tempo forte (di norma una o due sillabe lunghe, cioè almeno due more), portatore dell'accento metrico, e il tempo debole, (costituito da sillabe brevi o da una lunga), le quali venivano scandite, secondo la testimonianza degli antichi, dall'abbassare e alzare del piede o del dito. Per tale consuetudine, il tempo debole viene definito dagli autori antichi arsi (dal verbo aírō, sollevare) e il tempo forte tesi (dal verbo títhēmi, appoggiare).

N.B. I termini arsi e tesi hanno subito nella trattatistica medievale un processo di inversione semantica a seguito del passaggio dalla metrica quantitativa a quella accentuativa: il termine arsis da un originario sublatio pedis (sollevamento del piede o del dito) fu erroneamente reinterpretato sublatio vocis (cioè accento della voce, tempo forte), e thesis da un originario positio pedis (battuta, colpo del piede o del dito) fu reinterpretato come positio vocis (riposo o abbassamento della voce). Tale inversione è stata mutuata completamente nella dottrina musicale moderna. Su tale scorta nella trattatistica metrica moderna i due termini vengono spessissimo invertiti e tesi va indicare il tempo debole e l'arsi il tempo forte.

Quando l'arsi precede la tesi, il ritmo del piede è ascendente; quando invece la tesi precede l'arsi, il ritmo è discendente.

Il genere dei piedi

Inoltre, a seconda dei rapporti numerici esistenti tra arsi e tesi, gli antichi dividevano i piedi in quattro generi:

-il genos ison, a proporzione 1:1, come lo spondeo, l'anapesto, il dattilo e il coriambo

-il genos diplasion a proporzione 1:2, come il giambo, il trocheo, lo ionico a minore e lo ionico a maiore.

-il genos hēmiólion, a proporzione 2:3, come il cretico e il baccheo

-il genos epítrition, a proporzione 3:4, a cui appartengono gli epitriti se considerati come piedi indipendenti.

Trasformazioni dei piedi prototipici

I piedi prototipici possono subire, nel contesto di un verso, varie trasformazioni:

Possono perdere o acquisire una sillaba all'inizio a alla fine (piede acefalo, procefalo, catalettico, ipercatalettico)

possono subire anaclasi

possono essere rimpiazzati da un piede secondario dallo stesso valore metrico (ad esempio un giambo ∪– può essere sostituito da un tribraco ∪∪∪, che vale sempre tre morae)

in alcuni contesti, una sillaba breve può essere sostituita da una sillaba lunga (ad esempio, la prima lunga di un metro giambico). Tale lunga, che non ha una durata di due morae, ma ha un valore intermedio fra una e due morae, viene detta lunga irrazionale, in quanto la sua presenza turba i rapporti proporzionali del verso (se la proporzione del giambo è 1:2 e dello spondeo 1:1, la lunga irrazionale assume un valore intermedio, non esprimibile tramite numeri naturali).

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:02 pm
Oggetto: METRICA
Quadrisillabo

Nella metrica italiana, il quadrisillabo (detto anche quaternario) è un verso nel quale l'accento principale si trova sulla terza sillaba: quindi, se l'ultima parola è piana, il verso comprende quattro sillabe, mentre se è tronca o sdrucciola, ne contiene rispettivamente tre oppure cinque. Si ha in genere un accento secondario sulla prima sillaba.

Esempi di versi quadrisillabi

Il quadrisillabo non è un verso molto comune nella poesia italiana. Si può trovare un esempio arcaico, alternato a versi ottonari, in Damigella / tutta bella di Gabriello Chiabrera, musicata da Monteverdi nei suoi Scherzi Musicali a tre voci:

Damigella
tutta bella
versa versa quel bel vino,
fa che cada
la rugiada
distillata di rubino.


L'abbinamento con l'ottonario non è casuale. Si noti infatti come i distici di quadrisillabi non siano altro che ottonari con rima interna.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Quadrisillabo" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:03 pm
Oggetto: METRICA
Quantità (metrica)

La quantità è la lunghezza di una sillaba.

Nel greco antico, come del resto nella lingua latina, una sillaba può essere lunga o breve. Più precisamente:

-la quantità è lunga, se la parte vocalica della sillaba è costituita da una vocale lunga (η, ω, α lunga, ι lunga, υ lunga) o da un dittongo (ου, ει);

-la quantità è breve, se la parte vocalica della sillaba è costituita da una vocale breve (ε, ο, α breve, ι breve, υ breve).

Si rammenta però che i dittonghi αι e οι in fine di parola sono generalmente considerati brevi ai fini dell'accentazione
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:06 pm
Oggetto: METRICA
Quinario

Il Quinario è anche una moneta romana del valore di 1/2 denario

Nella metrica italiana, il quinario è un verso nel quale l'accento principale si trova sulla quarta sillaba: quindi, se l'ultima parola è piana comprende conque sillabe, mentre se è tronca o sdrucciola ne ha rispettivamente quattro oppure sei.

Gli accenti metrici sono generalmente

' _ _ ' _

- ' _ ' _

con un accento secondario sulla prima o sulla seconda sillaba.

Esempi di versi quinari

Esistono odi scritte in versi quinari, un esempio è dato da La melanconia, di Pindemonte, che inizia così:

Fonti e colline
chiesi agli Dei:
m'udiro alfine,
pago io vivrò.
Né mai quel fonte
co' desir miei,
né mai quel monte
trapasserò.


Ma anche nella poesia moderna il quinario è usato: ad esempio nella resa italiana di un haiku il primo e il terzo verso sono dei quinari.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Quinario" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:08 pm
Oggetto: METRICA
Rima (linguistica)

In poesia, la rima è la consonanza per identità di suono tra due o più parole a partire dalla vocale accentata.

Nella poesia, la rima si verifica per lo più tra le clausole dei versi. Altrimenti si definisce rima interna.

Nell'analisi metrica, i versi che rimano tra loro sono indicati mediante la stessa lettera.

La rima può essere:

-composta: una parola rima con l'insieme di due o piu` parole Es. oncia / non ci ha

-derivativa: tra due parole che hanno omogeneita` etimologica Es. guardi / sguardi

-rara: usa parole rare, insolite o straniere Es. bovindo / tamarindo
equivoca: parole di uguale suono ma significato diverso Es. campo / campo (terreno, verbo campare)

-franta: rima tra una parola e una mezza che finisce nel verso successivo Es. volgo / folgo-re

-grammaticale: ha identita` di desinenza Es. cantando / andando
identica: parola che rima con sé stessa

-imperfetta: assonanza: le vocali uguali e consonanti diverse Es. fame / pane consonanza: vocali diverse e consonanti uguali Es. amore / amaro
inclusiva: una delle due parole rientra nell'altra Es. assalto / alto
ipermetra: una delle due parole e` consideratasenza la sillaba finale Es. scalpito / Alpi

-interna: lega parole che si trovano a meta` o all'interno del verso

-perfetta: identita` di suono e` totale Es. pane / cane
per l'occhio: a uguaglianza di parole scritte non corrisponde uguaglianza delle parole all'orecchio Es. comando / mando`

-per l'orecchio: a uguaglianza di suono non corrisponde uguaglianza delle parole scritte Es. Nietzsche / camicie

-ricca: tra parole che condividono altri fonemi prima dell'ultima vocale tonica Es. chiostri / inchiostri

-sottintesa: che nasconde una parola, in alcuni casi oscena. Talvolta si trova in un verso privo dell'ultima parola la cui identità fonica è simile a quella del verso precedente (può costituire anche un'assonanza).

Una rima è:

La befana vien di notte,
con le scarpe tutte rotte.

Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:29 pm
Oggetto: METRICA
Senario

Nella metrica italiana, il senario è un verso nel quale l'accento principale si trova sulla quinta sillaba: quindi, se l'ultima parola è piana comprende sei sillabe, mentre se è tronca o sdrucciola ne ha rispettivamente cinque oppure sette.

Gli accenti metrici sono generalmente

_ ' _ _ ' _

con un accento secondario sulla seconda sillaba, ma è anche possibile la forma

' _ ' _ ' _

con accenti secondari su prima e terza sillaba.

Esempi di versi senari

I versi senari sono abbastanza comuni, e compaiono nei posti più inaspettati:

l'inno nazionale italiano.

Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è desta,
dell'elmo di Scipio
s'è cinta la testa [...]

la canzone Sapore di sale (Gino Paoli)

Sapore di sale,
sapore di mare
che hai sulla pelle
che hai sulle labbra [...]

(il che significa che li si può cantare con la melodia dell'altro!)

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Senario" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:31 pm
Oggetto: METRICA
Settenario

Nella metrica italiana, il settenario è un verso nel quale l'accento principale si trova sulla sesta sillaba: quindi, se l'ultima parola è piana comprende sette sillabe, mentre se è tronca o sdrucciola ne ha rispettivamente sei oppure otto.

Esempi di versi settenari

Il settenario, assieme all'endecasillabo, è uno dei versi più importanti nella poesia italiana, e quindi è molto facile trovare degli esempi.

Alessandro Manzoni ha molto amato il settenario.

Si pensi alle odi come Il Cinque Maggio:

Ei fu. Siccome immobile
dato il mortal sospiro
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta
[...]

dove si nota anche la varietà nel numero delle sillabe.

Forse è più interessante scoprire che anche un poeta come Ungaretti, che sembra rompere le convenzioni sui versi, nasconde settenari.

Prendiamo Mattina:

Mi illumino
d'immenso.


O anche Soldati:

Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.


Nel primo caso si ha un settenario diviso in due versi, nel secondo due settenari.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Settenario" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:34 pm
Oggetto: METRICA
Sinalefe

In metrica, la sinalèfe è il conteggio come una sola sillaba della vocale finale d’una parola e della vocale iniziale di quella successiva; a volte è anche detta elisione.

mi ritrovai per una selvaˆoscura (Dante, Inferno, I ,2)

Tale conteggio non è altro che un espediente teorico che non implica, nella lettura effettiva, la caduta (o assorbimento) della prima vocale coinvolta, né una velocità d’enunciato maggiore: il verso va declamato con ritmo e pause determinati in base alle implicazioni semantiche.

Per certi, l’«elisione» corrisponde solo a quelle sinalefi in cui sarebbe stata possibile l’elisione grafica e fonica:

Questaˆisoletta intorno ad imo ad imo (Purgatorio, I, 100)

per «Quest’isoletta»; in questo caso, la prima vocale può pure venire elisa.

N.B.: Nel seguente verso dell’Ariosto, è tecnicamente abusivo parlare di sinalefe o d’elisione dato che la i ha solo valore diacritico (per indicare il suono /ʎ/):

Le donne, i cavallier, l’arme, gliˆamori (L. Ariosto, Orlando Furioso, I, 1)

/'larmeʎ ʎa'mori/ con gli a- /ʎa-/ = una sola sillaba, che non andrebbe pronunciata /ʎia'mori/.

Voci correlate

-Il contrario della sinalefe è la dialèfe.
-Si vedano inoltre: sinèresi e dièresi.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Sinalefe" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:36 pm
Oggetto: METRICA
Sincope (metrica)

Nella metrica classica la sincope è un fenomeno metrico, con cui si indica, in particolar modo nei metri della lirica corale, la scomparsa, all'interno di un metro, dell'arsi di uno o più piedi; la mora o le more mancanti si pensa venissero ritmicamente recuperate allungando il successivo tempo forte.

Ad esempio, considerando un monometro giambico: ∪ — ∪ — è possibile che all'interno di una strofe, esso si trovi in responsione con un piede così strutturato: — ∪ — all'apparenza un cretico.

In realtà non si tratta di un vero cretico, ma di un monometro giambico di cui manca, per sincope, la prima sillaba ( . — ∪ —).

Tale anomalia probabilmente veniva ritmicamente compensata, nell'esecuzione musicale, allungando la sillaba successiva a quella caduta, che verrebbe così a contare tre more, salvaguardando la durata complessiva del verso.

Tale fenomeno di allungamento della sillaba è definito «protrazione».

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Sincope_%28metrica%29" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:37 pm
Oggetto: METRICA
Sineresi

In metrica, la sinèresi è il conteggio come appartenenti a un’unica sillaba di due vocali che la grammatica descrive come appartenenti a due.

mi ritrovai per una selva oscura (Dante, Inferno, I ,2)

Ritrovai, secondo la grammatica, ha quattro sillabe, in questo verso ne ha tre.

Voci correlate

-Il contrario della sineresi è la dièresi.
-Si vedano inoltre: dialèfe e sinalèfe.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Sineresi" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:39 pm
Oggetto: METRICA
Spondeo

Lo spondeo è un piede in uso nella metrica classica. Formato dalla successione di due sillabe lunghe (— —) è classificato come un piede quadrimoraico, appartenente al génos íson, in quanto il rapporto tra arsi e tesi è nella proporzione 1 a 1.

Tuttavia, esso non ha un ritmo proprio definito, dal momento che tanto la prima quanto la seconda sillaba possono fungere da tempo forte a seconda dei contesti, e sebbene sia considerato dagli studiosi moderni nel novero dei piedi prototipici (ossia, quei particolari piedi che stanno alla base di tutta la versificazione antica) non esistono metri basati sullo spondeo.

Esso però è ampiamente usato e svolge un ruolo importante nelle sostituzioni tanto degli altri metri appartenenti al génos íson, come il dattilo o l'anapesto, che di quelli invece annoverati nel génos diplásion (rapporto 1:2), come il trocheo (— ∪) e il giambo (∪ —): in questo caso, la sillaba lunga che sostituisce la sillaba breve dei metri originali è definita lunga irrazionale, (per la spiegazione di questo fenomeono si veda metrica classica).
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:41 pm
Oggetto: METRICA
Strofa

In termini letterari e linguistici, la strofa (o strofe) è un gruppo di versi, di numero e di tipo fisso o variabile che vengono organizzati secondo uno schema, in genere ritmico, seguito da una pausa.

Per poter definire i vari tipi di strofe occorre prendere in considerazione sia la successione delle rime che il numero dei versi.

La strofa può quindi essere considerata un sistema ritmico che viene stabilito dalla combinazione delle rime e dalla struttura metrica dei versi che la compongono.

Le combinazioni strofiche possono essere infinite. Esse sono legate a regole fisse di decodificazione del testo poetico ma anche alla capacità di innovazione e alla libertà del poeta.

I generi metrici più frequenti sono: il distico, la terzina, la quartina, la sestina, l'ottava.

Il distico

Il distico, formato da una strofa composta di due versi in genere uguali metricamente, é a rima baciata (AA).
Una variante del distico viene proposta da Giovanni Pascoli e da Giosuè Carducci con una serie di endecasillabi combinati secondo lo schema AB,AB sul modello dell' endecasillabo alessandrino o francese.

La terzina

La terzina, che ha di solito la rima incatenata (ABA BCB) e rappresenta il metro caratteristico della poesia didascalica e della poesia allegorica a cui appartiene anche la Divina Commedia di Dante Alighieri, è formata da una strofa di tre versi.

Nella terzina vengono usati più frequentemente gli endecasillabi (fu Giovanni Pascoli ad interrompere la tradizione costruendo terzine di novenari) dove il primo verso rima con il terzo e nella successione delle terzine il secondo verso rima con il primo della terzina che segue.

In alcuni autori dell'Ottocento e del Novecento la rima può non essere incatenata, come nel Pascoli di Myricae.

La quartina

La quartina, per lo più a rima incatenata (ABAB) o incrociata (ABBA) è una strofa composta da quattro versi che, come la terzina, può vivere autonomamente. Si possono cioè avere componimenti di sole quartine come nel caso della poesia Diana di Mario Luzi che è composta da quattro quartine che seguono lo schema ABAB/CDED/FGFG/HILI.
I versi che compongono la quartina di solito sono dello stesso metro e si hanno così quartine composte di 4 endecasillabi o di 4 settenari.
Sono state adottate soluzioni differenti solamente da quei poeti che hanno voluto imitare strofe di origine greco-latina. Un esempio ne è la strofa saffica che è composta da tre endecasillabi e un quinario, oppure la strofa alcaica composta di due doppi quinari, da un novenario e da un decasillabo.

La sestina

La sestina, che ha i primi quattro versi a rima alternata (ABAB) e gli altri due a rima baciata (CC), è un genere metrico composto da sei versi e si distingue tra sestina narrativa (o serventese ritornellato o sesta rima) composta da due distici a rima alternata o incrociata e da un distico a rima baciata (ABABCC;ABBACC) che viene spesso usata per gli argomenti leggeri e scherzosi e sestina lirica che è una variante della canzone con una struttura complessa che prevede sei stanze a strofe incatenate e parole-rima interamente ripetute. All'interno di una strofa le parole finali di ciascun verso non rimano tra di loro (ABCDEF) ma ritornano nei versi successivi secondo uno schema preciso chiamato retrogradatio cruciata: ultima, prima, penultima, seconda, terzultima, terza. Esempio: ABCDEF, FAEBDC, CFDABE, ECBFAD, DEACBF, BDFECA. Essa fu creata da Arnaldo Daniello, dai poeti provenzali, ed introdotta in Italia da Dante e da Francesco Petrarca. Essa fu usata da alcuni umanisti come Leon Battista Alberti e la vediamo apparire nei canzonieri del Cinquecento e Seicento e nelle raccolte dell'Arcadia.

Essa viene usata dai poeti tedeschi romantici nell' Ottocento e nel Novecento da Gabriele D'Annunzio, Giuseppe Ungaretti, Franco Fortini.

L'ottava

L'Ottava, che è formata dai primi sei versi a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata è il metro della poesia narrativa e in particolare dei poemi epici-cavallereschi, come l'Orlando furioso di Ludovico Ariosto e la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Essa vive il suo periodo più felice tra il Duecento e il Seicento, succesivamente ripresa, anche se occasionalmente, da Giuseppe Giusti, Niccolò Tommaseo e Gabriele D'Annunzio.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:44 pm
Oggetto: METRICA
Terza rima

La terza rima è una struttura metrica consacrata da Dante Alighieri, e portata alla fama con La Divina Commedia; per questa ragione viene anche chiamata "terzina dantesca".

La struttura metrica utilizzata è la seguente: ABA BCB CDC [...] YZY Z.. La lunghezza del testo è variabile: al suo interno ogni rima torna tre volte, tranne la A e la Z (prima e ultima).

La terza rima forma un'unità in sé, e contemporaneamente permette la continuità. La concatenazione delle unità è mantenuta grazie alla ripetizione della rima centrale della precedente terzina, che conferisce al testo poetico uno sviluppo pertinente e una coesione logica e ritmica.

Inoltre questa concatenazione vieta l'interpolazione dei copisti che a volte, aggiungevano versi nelle poesie.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Terza_rima" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:45 pm
Oggetto: METRICA
Terzina

Una terzina è in poesia una strofa composta da tre versi.

La terzina è una strofa tipica di componimenti come gli haiku, i sonetti (composti da due quartine e due terzine), le villanelle e la terza rima. Le terzine sono tipiche della poetica di Giovanni Pascoli. La Divina Commedia di Dante è un altro esempio di opera letteraria in terzine.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:47 pm
Oggetto: METRICA
Tetrametro trocaico

Il tetrametro trocaico è un verso della metrica classica, formato da quattro sizigie trocaiche con dieresi mediana.

Di questo tipo di verso esistono due varianti, una acatalettica, più rara, e una catalettica, dall'ampio utilizzo.

Tetrametro trocaico acatalettico

Il tetrametro trocaico acatalettico (— ∪ — ∪ | — ∪ — ∪ || — ∪— ∪ | — ∪ — ∪) è meno frequente della forma catalettica e non viene mai utilizzato come verso stichico: tendenzialmente, i due dimetri di cui è composto vengono considerati cola indipendenti, piuttosto che un unico verso. Non mancano però i casi in cui è utilizzato, talora usando come pausa non la dieresi centrale, ma una dieresi al terzo piede.

Es. Πῶλε Θρῃκίε τί δέ με λοξὸν ὄμμασιν βλέπουσα (Anacreonte, fr. 88 D)

Tetrametro trocaico catalettico

Il tetrametro trocaico catalettico è il terzo più usato fra i versi stichici: esso veniva sempre recitato in parakatalogé, come attesta Senofonte. I primi ad usarlo sono Archiloco e gli altri giambografi, seguiti dai poeti lirici. Era il verso parlato della tragedia nella sua fase più antica, prima di essere rimpiazzato dal meno emotivo e più razionale trimetro giambico: in Eschilo è ancora abbastanza presente, Sofocle non lo usa quasi, Euripide se ne serve soprattutto nelle sue tragedie più tarde. Nella commedia, è di uso frequente in ogni epoca, sia nella commedia siciliana (Epicarmo), che in quella attica: nella Commedia Antica, una parte della parabasi le era dedicata, ed è usato come verso di dialogo, a fianco del trimetro giambico.

Lo schema del tetrametro catalettico è:

— ∪ — ∪ | — ∪ — ∪ || — ∪— ∪ | — ∪ X ∧

La forma pura del tetrametro è piuttosto rara: la si incontra più di frequente tra i giambografi che tra gli scrittori drammatici.

Es. τὸν γέροντα τῶ γέροντι, τὸν νέον δὲ τῷ νέῳ (Aristofane, Acarnesi, 718)

La lunga irrazionale è frequente nei piedi pari, mentre le soluzioni delle sillabe lunghe non sono così frequenti che per il trimetro, e si riscontrano in maggior misura nella commedia e nella tragedia che non nei poeti giambici e nei tragici più antichi. Il limite massimo delle risoluzioni è tre per verso: versi di questo tipo si incontrano nei comici ed in Euripide, ma sono rari.

La dieresi mediana è sempre rispettata dai giambografi e trascurata solo di rado dai tragici, mentre tra i comici i versi privi di tale dieresi, rimpiazzata da un'altra cesura, sono più numerosi.

La divisione del verso tra vari attori è possibile, ma mentre nei tragici più antichi e in Aristofane tale divione avviene in concomitanza con la dieresi centrale, in Euripide e poi ancora di più in Menandro, il verso, è spezzato senza tener conto delle pause metriche, cercando di ottenere così un effetto di maggior immediatezza.

Lo zeugma di Porson (si veda trimetro giambico) è rigorosamente rispettato da Archiloco e nella tragedia, mentre non è vincolante per la commedia.

Ipponatte creò anche un tetrametro scazonte sul modello del trimetro giambico, sostituendo al trocheo uno spondeo nel penultimo piede: tale metro vuole, di solito, nel sesto piede, un trocheo puro.

Es. Ἀμφιδέξιος γάρ εἰμι κοὐκ ἀμαρτάνω κόπτων (Ipponatte, fr. 70 D)

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Tetrametro_trocaico" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:53 pm
Oggetto: METRICA
Trimetro giambico

Il trimetro giambico è un verso della poesia greca e latina formato da tre metri, o sizigie ciascuno formato a suo volta da due piedi giambici.

Di tale verso, esistono tre varianti metriche principali: il trimetro giambico acatalettico (o forma normale), il trimetro giambico catalettico, e il trimetro giambico "zoppo" o scazonte, o coliambo.

Caratteristica del trimetro è la sua versatilità: verso eponimo della poesia giambica, utilizzato nell'epigramma, è il principale metro parlato della tragedia, della commedia e del dramma satiresco, ma compare anche come verso cantato nelle parti liriche del dramma e nella lirica corale.

Trimetro giambico acatalettico

[modifica] Caratteristiche generali
Il trimetro giambico, nella sua forma pura, si presenta con lo schema:

∪ — ∪ — |∪ — ∪ — |∪ — ∪ —

Tale forma però è rara e nel trimetro il piede giambico può essere sostituito con uno spondeo (lunga irrazionale), un tribraco, un anapesto, o un dattilo (questi piedi, però, mantengono il ritmo ascendente del giambo): la quantità e il tipo di sostituzioni ammesse varia in maniera significativa a seconda del genere a cui il giambo appartiene. Verso di una certa estensione, il giambo presenta in genere (ma non sempre), una cesura.

Le pause più frequenti sono:

-pentemimera, o semiquinaria, dopo il quinto mezzo piede:

∪ — ∪ — | ∪ || — ∪ — | ∪ — ∪ — (è la più comune). Es. Εἴθ' ὤφελ' Ἀργος μὴ διαπτάσθαι σκάφος (Euripide, Medea, 1)

-eftemimera, o semisettenaria, dopo il settimo mezzo piede:

∪ — ∪ — | ∪ — ∪ || — | ∪ — ∪ — Es. Ὦ κοινὸν αὐτάδελφον Ἰσμήνής κάρα (Sofocle, Antigone, v.1)

-dieresi dopo il terzo piede (non frequentissima):
∪ — ∪ — | ∪ — || ∪ — | ∪ — ∪ — Es. Πεζῷ παραγγείλας ἄφαρ στρατεύματι

Il trimetro giambico possiede anche uno zeugma, il cosiddetto "ponte di Porson" (dal nome del filologo che lo scoprì).

Tale ponte prevede che se l'ultima parola del verso o l'ultimo gruppo di parole, presenta la forma di un cretico (— ∪ —) la sillaba precedente (la quart'ultima) non può essere lunga a meno che non si tratti di una parola monosillabica, o altrimenti formulato, se l'ultima sizigia inizia con una sillaba lunga, questa non si deve trovare a fine di parola. L'applicazione di questa legge è variabile a seconda del genere letterario in cui il trimetro è impiegato.

Il trimetro della commedia

Il trimetro della commedia si distingue per la libertà di trattamento.

Sue caratteristiche principali sono:

-lo zeugma di Porson è spesso trascurato;

-le sostituzioni con un dattilo o un anapesto sono ammesse in tutte le posizioni, tranne nell'ultimo piede, (il dattilo è escluso anche dal secondo e quarto piede);

-gli anapesti strappati, o spezzati (anapesti cioè le cui due brevi iniziali appartengono a due parole diverse), in genere evitati, si incontrano non di rado in Aristofane; Menandro li ammette più raramente.

-non c'è limitazione al numero di sostituzioni del giambo con un dattilo o un tribraco nel verso; e caso unico tra tutti i generi che usano il trimetro giambico, nella commedia si incontra anche la sostituzione con il proceleusmatico, sebbene rara;

-il verso può essere diviso in varie battute praticamente senza restrizione;

-i versi senza pausa interna non sono infrequenti.

Esistono poi scarti d'uso tra Aristofane e Menandro. Nel primo, gli anapesti sono più frequenti, mentre il secondo, che mira ad una maggiore aderenza del verso alla lingua parlata, è ancora più libero nell'uso delle pause; e spesso non fa coincidere la struttura del periodo con la struttura metrica, cosa che avviene invece nel poeta più antico.

Il trimetro del dramma satiresco

Il trimetro del dramma satiresco, come il genere a cui appartiene, si pone in posizione intermedia tra quello della commedia e della tragedia: più libero di quest'ultima, ma più regolato rispetto alla prima. Le infrazioni al ponte di Porson sono più frequenti che nella tragedia, il verso è spezzato più spesso tra attori diversi, la sillaba lunga del piede è risolta in due brevi più facilmente, e l'anapesto "strappato" non è sempre evitato.

Il trimetro della tragedia

Un maggiore rigore è la caratteristica dei trimetri della tragedia, anche se esistono scarti significativi tra un autore tragico e l'altro. In particolare, si può osservare:

Il ponte di Parson è osservato rigorosamente; le poche eccezioni per lo più sono solo apparenti

La risoluzione della sillabe lunghe in due brevi è meno usuale. Il dattilo non si incontra mai nel quinto piede; il tribraco vi è raro, l'anapesto è impiegato solo per i nomi propri, con l'eccezione del primo piede; non è invece mai ammesso nell'ultimo piede. Al contrario, la sostituzione del giambo con uno spondeo è molto frequente (sono rari i versi in cui ciò non avviene almeno una volta). In generale, Euripide ammette un maggior numero di soluzioni rispetto a Sofocle e a Eschilo.

L'anapesto, quando impiegato, coincide sempre con una parola tri- o polisillabica; l'anapesto "strappato" è sempre evitato.
Di norma, in un dattilo o in tribraco, le due sillabe brevi nate dalla soluzione di una sillaba lunga devono appartenere alla stessa parola, a meno che la prima sillaba breve non sia rappresentata da un monosillabo.
Eschilo evita la distribuzione di un verso in più battute (o ἀντιλαβαί); più tardi, le ἀντιλαβαί si incontrano più volte in Sofocle ed Euripide, ma la ripartizione delle battute di norma coincide con la pausa metrica

I versi privi di cesura o dieresi sono rarissimi.

In casi eccezionali (per lo più nomi propri che non si adattano allo schema giambico) un metro può subire anaclasi (da monometro giambico ∪ — ∪ — si passa a un coriambo — ∪ ∪ —

A parte rispetto ai tragici del V secolo AC si colloca l'Alessandra di Licofrone, la cui struttura è quella di una lunghissima "rhesis angeliké" (o discorso del messaggero), in cui il virtuosismo dell'autore si dichiara anche nella metrica: su 1474 trimetri, non ci sono che una ventina di soluzioni.

Il trimetro dei giambografi

In questa categoria si incontrano i trimetri più antichi che si conoscano; e la loro forma in genere è la più pura. Si nota in particolare (tenendo conto dello stato frammentario in cui questi autori ci sono noti) che:

-il ponte di Porson è sempre rispettato;

-la risoluzione delle sillabe lunghe è rara e mai più di una volta per verso;

-i trimetri puri sono più frequenti che nei tragici,

-le risoluzioni sono ammesse solo per parole di una certa lunghezza che contengono un accumulo di sillabe brevi

-la cesura o la dieresi sono sempre presenti

Gli autori di epigrammi seguono da vicino il modo dei giambografi: in generale, il trimetro degli autori tardoantichi è più rigoroso di quello degli autori del V secolo AC.

Trimetro giambico catalettico

Il trimetro giambico catalettico (schema ∪ — ∪ — |∪ — ∪ — |∪ — ∪ ∧), rimonta anch'esso, come uso, all'età arcaica, e lo si incontra sia nei giambografi che nei lirici.

Alcmane lo impiegò katà stíchon; Archiloco lo usa come secondo verso in un epodo; più tardi si incontra in periodi o strofe giambiche o eolo-coriambiche; il metro è impiegato anche nell'epigramma ellenistico.

Es. Πολλὴν κατ' ἀχλὺν ὀμμάτων ἔχευεν (Archiloco, fr. 103 B)

Scazonte

Il trimetro giambico scazonte ("zoppo") o coliambo, deve il suo nome alla sua particolare struttura metrica, così composta:

∪ — ∪ — |∪ — ∪ — |∪ — — ∪

Nell'ultimo piede il giambo è sostituito con un trocheo, provocando una brusca inversione metrica che fa "zoppicare" il verso. L'introduzione di questo verso è attribuita dalla tradizione antica ad Ipponatte; dopo di lui, fu usato da molti poeti, soprattutto in età ellenistica (Eronda e Callimaco tra gli altri).

Es. Ἀκούσαθ' Ἱππώνακτος· οὐ γὰρ ἀλλ' ἥκω (Ipponatte, fr. 13 B.)

Quando il quinto piede è spondaico, l'effetto di rottura ritmica è ancora più forte e il trimetro viene definito ischiorrogico (ossia "dalle anche spezzate"): l'introduzione di questo tipo di verso è attribuito ad Ananio, ma si trova già nei frammenti di Ipponatte.

In generale, le soluzioni dello scazonte sono più numerose che nel trimetro giambico acatalettico degli scrittori di giambi.

Note

Del trimetro giambico esiste anche una forma ipercatalettica (∪ — ∪ — |∪ — ∪ — |∪ — ∪ —| —): esso saltuariamente compare nelle strofe o nei sistemi lirici, soprattutto nei dattilo-epitriti.

Il trimetro giambico, sebbene verso prevalentemente recitato, compare anch'esso nei metri lirici, giambici, eolo-coriambii, o dattilo epitriti. In tal caso, come per gli altri metri lirici, le forme sincopate non sono infrequenti.

gggggg

Il trimetro giambico nella poesia latina

Verso tra i più importanti e prestigiosi della poesia greca, il trimetro giambico fu presto introdotto a Roma. Nella commedia di età arcaica, il suo equivalente è il senario giambico, che per alcuni aspetti si discosta dal modello greco.

Il modello dei giambografi arcaici e degli scrittori ellenistici fu ripreso invece da Catullo, che utilizzò a più riprese, per le sue nugae, tanto il coliambo (ad es. il famoso Miser Catulle, desinas ineptire) che il trimetro giambico acatalettico, non disdegnando anche tour de force metrici di gusto molto alessandrino (ad es. il carme n. 4, "Phaselus ille, quem videtis, hospites).

Dopo di lui, Orazio utilizzò questi metri nei suoi epodi, e Marziale negli epigrammi; e il trimetro è anche adottato da Seneca per le sue tragedie, secondo una struttura molto più regolare rispetto a quella del senario giambico arcaico.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Trimetro_giambico" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:54 pm
Oggetto: METRICA
Trisillabo (metro)

Nella metrica italiana, il trisillabo è un verso nel quale l'accento si trova sulla seconda sillaba: quindi, se l'ultima parola è piana comprende tre sillabe, mentre se è tronca o sdrucciola ne ha rispettivamente due oppure quattro.

Gli accenti metrici sono pertanto

_ ' _

Esempi di versi trisillabi

Questo verso è molto raro in italiano, e lo si trova generalmente frammischiato ad altri versi più lunghi. Palazzeschi sembra averlo apprezzato molto: si guardi l'inizio di Lasciatemi divertire.

Tri tri tri,
fru fru fru,
uhì uhì uhì,
ihù ihù ihù.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 2:59 pm
Oggetto: METRICA
Trocheo

Il trocheo è un piede usato nella poesia greca e latina.

Si compone di un elementum longum e di un elementum anceps (schematicamente ∪∪X) che nella sua forma pura si realizza ed è conosciuto come — ∪ di conseguenza, in base alla codificazione della metrica classica, si tratta di un piede di tre morae, bisillabo, di ritmo discendente, e appartenente al γένος διπλάσιον, in quanto la proporzione tra arsi e tesi è 2:1.

Origini

Gli antichi designavano il trocheo tanto con il nome τροχαῖος (dal verbo τρέχειν, correre) che χορεῖος, (da χορός, danza), in relazione alle caratteristiche ritmiche del metro, che si presta tanto al movimento rapido che alla danza. I primi versi trocaici a noi noti compaiono in Archiloco.

Uso

Come il giambo anche il trocheo è normalmente contato in metri o sizigie; La soluzione degli elementa di arsi e tesi rende possibile la sostituzione del trocheo con

il tribraco (∪ ∪ ∪)

lo spondeo, frequente: nelle sizigie è di solito ammessa solo nel secondo piede, formando uno schema — ∪ — —)

l'anapesto(∪ ∪ —)

il dattilo (— ∪∪) eccezionalmente.

Quando questi piedi compaiono in sostituzione del trocheo, metro di ritmo discendente, il loro tempo forte cade sempre sulla prima sillaba.

Inoltre il trocheo, come il giambo, è soggetto a sincope o ad anaclasi in alcuni schemi metrici complessi, dando origine alle seguenti variazioni:

per sincope:

— — ∪ = — [∪] — ∪
— ∪ — = — ∪ — [∪]
— — = — [∪] — ∪ [∪]
per anaclasi
— ∪ ∪ — = — ∪ — ↔ ∪
∪ — — ∪ = — ↔ ∪ — ∪

I versi trocaici più lunghi, in particolare il tetrametro trocaico, sono usati nella poesia recitata, sia dai giambografi, che nelle parti recitate della commedia e della tragedia: anzi, secondo la testimonianza di Aristotele, questo uso del tetrametro trocaico sarebbe più antico rispetto al trimetro giambico, che lo soppianta in epoca classica. I κῶλα trocaici sono usati inoltre anche nella poesia lirica corale, e nelle parti liriche della tragedia.

Versi trocaici

Monometro trocaico

— ∪ — ∪

Il monometro trocaico compare principalmente in periodi eterogenei, come le strofe eolocoriambiche. Può ammettere varie forme di risoluzione in uno o entrambi i piedi e talvolta appare come clausola alla fine di un periodo.

Es. Ἄμμε πότμος (Pindaro, Nemea, VI 6b)

Quando appare nella forma — ∪ — — (equivalente all'epitrito secondo) è uno dei costituenti base dei versi dattilo epitriti.

Il monometro trocaico catalettico è, nella sua forma — ∪ — equivalente a un cretico: lo si incontra a fianco di altri κῶλα più estesi, prevalentemente dello stesso metro, e soprattutto in clausola.

Tripodia trocaica

— ∪ — ∪ — ∪

La tripodia trocaica è rara: tutti i κῶλα trocaici che sembrano averne l'aspetto sono in realtà degli itifallici (vedi sotto).

Es. Εἰ δὲ δή τιν' ἄνδρα (Pindaro, Olimpica I, 54)

La forma catalettica, al contrario è molto più frequente, sia nella forma forma standard che con varie sostituzioni:

— ∪ — ∪ —

A causa della sua somiglianza con il docmio, tale metro è chiamato ipodocmio, e si trova spesso in associazione con i metri docmiaci. Questo però non è il suo unico uso: lo si può incontrare anche ripetuto κατὰ στίχον come verso indipendente, o in connessione con versi eolo-coriambici.

Es. πορφύρεα φάρεα (Euripide, Ippolito, 126)

Dimetro trocaico

Il dimetro trocaico nella sua forma acatalettica è il κῶλον di cui ordinariamente sono composti i periodi e sistemi trocaici.

Dimetro trocaico acatalettico

— ∪ — X | — ∪ — ∪

Es. κλαύσεταί τις τῶν ὄπισθεν (Aristofane, Vespe, 1327)

Questo verso si incontra spesso tanto nella commedia che nella tragedia; solo o in unione con il dimetro trocaico catalettico; solo in Sofocle è raro. Ammette in genere un ampio numero di sostituzioni; rari i casi di sincope, con o senza protrazione. Può apparire in serie di cola trocaici, in unione con versi eolo-coriambici, o nei dattilo epitriti. I casi di sincope, con o senza protrazione, sono rari; si possono invece verificare casi di anaclasi, con un dimetro che inizia così con un giambo

— ∪ — ∪ diviene ∪ — — ∪

E' un metro di uso antico, che si trova già in Alcmane.

Dimetro trocaico catalettico o lekythios

— ∪ — X | — ∪ ∪

Il dimetro trocaico catalettico è un verso di ampio uso, sia in sistemi con il dimetro trocaico acatalettico che in sistemi misti. E' anche detto lecizio o euripideum, per il famoso passaggio delle Rane di Aristofane, (v. 1200 e seguenti) in cui il poeta ridicolizza il trimetro giambico euripideo aggiungendo dappertutto, dopo la cesura, la formula

ληκύθιον ἀπώλεσεν (perse il vasetto),

formula che è, appunto, un dimetro trocaico catalettico.

Questo κῶλον si incontra già in Archiloco, che lo usò in un asinarteto, preceduto da un dimetro giambico; è presente in Alcmane e nella lirica corale, e nella poesia drammatica; può essere usato come verso indipendente o strettamente associato al colon successivo. In generale, comunque, non ammette molte soluzioni.

Talvolta, il piede iniziale può subire anaclasi (così in Eur., Troiane, v. 560 segg.).

Il κῶλον è utilizzato da Plauto come tetrapodia piuttosto che come dimetro, mentre Orazio imita più da vicino l'uso greco usandolo nel cosiddetto "sistema ipponatteo" in coppia con il trimetro giambico catalettico in Carm. II, 18

Dimetro trocaico brachicatalettico o itifallico

— ∪ — ∪ — —

Nel dimetro trocaico brachicatalettico, anche il penultimo piede perde la sua arsi. Questo κῶλον è tradizionalmente noto con il nome di itifallico, in quanto utilizzato nei canti delle processioni per il dio della fertilità.

Es. δεῦρο δηῦτε Μοῖσαι (Saffo, fr. 84 B)

La sua forma potrebbe far pensare a una tripodia, ma poiché lo si incontra anche in responsione con dimetrici trocaici acatalettici, si deve pensare a una sincope del penultimo piede.

I suoi usi sono molteplici: esso compare come secondo elemento di molti asinarteti o come clausula alla fine di sistemi di κῶλα trocaici e non.

Tale verso ammette soluzioni nel primo metro e il qualche caso anaclasi (anche se in tal caso si confonde con un dimetro bacchiaco).

Pentapodia trocaica

— ∪ — X — ∪ — X — ∪

La pentapodia trocaica è un metro che appare piuttosto raramente.

Es. Ἱμέρῳ χρίσασ' ἄφυκτον οἰστόν (Eur., Medea, 634)

Appena un po' più frequente è la sua versione catalettica

— ∪ — X — ∪ — ∪ —

entrambi appaiono solo nei periodi e sistemi lirici; le sostituzioni in genere non sono molte.

Es. νῦν πρόπεμπ' ἀπ' οὐρανοῦ θόαν (Bacchilide, XVII, 55)

Trimetro trocaico

— ∪ — X | — ∪ — X | — ∪ — ∪

Anche il trimetro trocaico acatalettico non è un verso di uso molto comune. Non compare mai come verso stichico, ma è usato occasionalmente nei periodi trocaici, anche se spesso in tali contesti viene considerato un monometro + un dimetro.

Es. δεῖ δὲ ταύτης τῆς ὕβρεως ἠμῖν τὸν ἄνδρα (Aristofane, Tesmoforiazuse, 465

Nella sua forma epitritica

— ∪ — — | — ∪ — — | — ∪ — ∪

si incontra nei dattilo epitriti. Questo schema è definito dagli scolii metrum stesichorium (dal poeta arcaico Stesicoro).

Es. ἀφθόνων ἀστῶν ἐν ἰμερταῖς ἀοιδαῖς (Pindaro, Olimpica VI, 7)

trimetro catalettico

— ∪ — X | — ∪ — ∪ | — ∪ —

si incontra più di frequente. La sua prima attestazione è in Archiloco; appare in seguito insieme ad altri κῶλα trocaici in sistemi lirici.

Es. Ζεῦ πάτερ γάμον μὲν οὐκ ἐδαισάμην (Archiloco, fr. 99 B)

Tetrametro trocaico

Per approfondire, vedi la voce tetrametro trocaico.

— ∪ — X | — ∪ — X || — ∪ — X | — ∪ ∪

E' il verso principale delle parti dialogate dei drammi sia greci che latini. Nel dramma latino il verso è chiamato settenario trocaico, ammettendo sostituzioni in tutte le sedi. La forma più documentata è quella catalettica, che deriva da una forma acatalettica di origine lirica.

Pentametro trocaico

— ∪ — X | — ∪ — X |— ∪ — X | — ∪ — X | — ∪ ∪ Callimaco sperimenta in un suo epigramma questo tipo di verso

Es. Ἔρχεται πολὺς μὲν Αἰγαῖον διατμήξας ἀπ' οἰνηρῆς Χίου (Callimaco, Frag. 400 Pfeiffer)

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Trocheo" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 3:02 pm
Oggetto: METRICA
Verso

Il verso è l'unità funzionale e strutturale che definisce la "forma-poesia".

Tipograficamente è delimitato dalla discesa a capo.

La divisione di un testo in versi indirizza subito il lettore verso un'interpretazione del testo focalizzata non solo sul suo significato ma anche sul modo in cui questo è espresso e organizzato, in altre parole sulla dialettica tra forma e contenuto.

La segmentazione versale entra in relazione con quella linguistica in un gioco di corrispondenze e sfasature che a loro volta vengono ad assumere un rilievo espressivo e formale.

Raggruppamenti di versi

I versi possono essere raggruppati in strofe.

Coppie di versi della stessa misura, posti sulla stessa riga e preferibilmente separati da un trattino orizzontale, creano i versi doppi.

Coppie di versi, posti sulla stessa riga ma di differente misura, creano i versi composti.

I versi della poesia italiana

La poesia italiana tradizionale si basa sui versi che vanno dal quadrisillabo all'endecasillabo. Molto raro è l'utilizzo di versi più brevi e più lunghi.

I più usati, nella poesia di stile elevato, sono l'endecasillabo e il settenario, sovente abbinati tra loro e al quinario. Questi tre versi imparisillabi, infatti, condividono per lo più il profilo ritmico, con una prevalenza di accenti sulle sedi pari e la frequente (obbligatoria nel caso del quinario) accentazione della quarta sillaba metrica.

I versi parisillabi (quadrisillabo, senario, ottonario e decasillabo) hanno un andamento più cadenzato e un tono più popolare.

Il verso novenario, messo all'indice dalla poesia classica, presenta lo stesso ritmo cantilenante dei versi parisillabi in forma ancora più accentuata.

Voci correlate

-Metrica
-Poesia
-Verso libero

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Verso" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 3:03 pm
Oggetto: METRICA
Verso libero

Il verso libero è quel verso che non rientra negli schemi metrici tradizionali.

Essi si chiamano liberi perché non si basano su un numero fisso di sillabe e si possono applicare a diverse realtà metriche.

Questo tipo di verso, che viene così a non possedere una costante identità metrica, si ritrova nella poesia delle origini, nei laudari del Duecento o nella poesia del Novecento.

Nella poesia del Novecento

Soprattutto nella poesia italiana del Novecento nei confronti delle tradizionali forme metriche si è attuato un rapporto molto più libero.

Sotto il nome di verso libero viene compresa ogni forma di versi che, a differenza di quanto avveniva fino all' Ottocento, non rispondono alla regolarità di sillabe, accenti e forme strofiche e che comprendono diversi tipi di metro.

La categoria del verso libero può essere schematizzata in tre differenti tipologie, anche se la realtà risulta essere molto più flessibile potendo essere quasi tutti i tipi di verso libero mescolati.

Si distinguono principalmente:

-La polimetria, che consiste nell'uso di versi regolari, per quanto riguarda le sillabe e il ritmo, ma che all'interno della poesia si susseguono in modo imprevedibile, senza costituire strofe regolari.

-L'anisosillabismo, quando si formano, su una struttura ritmica regolare, un numero di sillabe maggiori o minori, rispetto a quelle tradizionali, determinando una lunghezza variabile del verso.

-Il verso-frase, che varia per numero di battute, accenti ed estensione e che coincide con la pausa creando effetti sentenziosi.

-Il verso lineare, il cui carattere metrico viene affidato solamente allo spazio bianco e che può essere rappresentato con una pausa nella dizione.

Il fenomeno del verso libero si evidenzia soprattutto nel periodo tra l' Ottocento e il Novecento nel momento di una accentuata rivoluzione del linguaggio dell'arte che non interessa solamente la letteratura ma anche la pittura, la scultura e la musica.
Monia Di Biagio - Mer Nov 08, 2006 3:04 pm
Oggetto: METRICA
Zeugma (metrica)

Nella metrica classica greca, lo zeugma (da non confondersi con la figura retorica con lo stesso nome) è un punto del verso in cui una parola non può terminare.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Zeugma_%28metrica%29" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
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