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Guida Poetica-Letteraria. - Il Dialogo come mezzo narrativo e descrittivo

Monia Di Biagio - Gio Apr 19, 2007 12:13 pm
Oggetto: Il Dialogo come mezzo narrativo e descrittivo
Il Dialogo come mezzo narrativo e descrittivo

di Marco Ceroni

"Uno dei problemi più evidenti per chi scrive racconti è la stesura dei dialoghi. Questo, perché da una parte vi è la tendenza di imitare le discussioni del parlare reale (che è spesso lento, banale, pieno di silenzi, intercalari e ripetizioni); mentre dall’altra vi è la tendenza a imitare discorsi da film. Molti sono tanto imbarazzati da evitare persino questo strumento che, anzi, è potentissimo.

Ovviamente, è potente se usato in modo corretto. Diciamo subito che solitamente il narratore si limita a usare il dialogo per descrivere quasi solo gli aspetti psicologici. Il personaggio medio del narratore medio è un individuo che con la bocca dice chi è, e con le mani spiega cosa fa (e talvolta neppure quello). Ciò non va bene: Se un personaggio dice “Io sono coraggioso”, mica me lo dimostra: lo dimostra agendo come tale.

Come nella vita, solo un ingenuo si fiderebbe di chi dice “io sono degno di fiducia”, poiché vogliamo che conquisti CON I FATTI il nostro rispetto.

Questo inciso lo faccio perché sia chiaro come spesso è usato –o abusato, o usato male- il dialogo. Il dialogo non sostituisce l’azione. Ma non è neppure un puro “mettere in bocca”: è anzi posto IN FUNZIONE della narrazione.

Il Dialogo non è molto diverso da quegli altri mezzi narrativi che già utilizzi. Esattamente come ogni altro strumento, esso serve per portare avanti la storia. Il suo uso però risulta spesso parziale; la verità è che molti scrittori sono menomati nel dialogo, poiché usano solo una parte delle possibilità narrative che offre.

Il dialogo infatti permette di presentare:


A) -Aspetti psicologici-
a. Idee del personaggio
b. Sentimenti del personaggio
c. Raggiri o proposte del personaggio
d. Caratterizzazione del personaggio

B) -Aspetti Narrativi-
a. Usi e costumi
b. Luogo, caratteristiche, tempo
c. Avvenimenti


C) -Aspetti psicologici-
a) Idee del personaggio: Molto usato. Il personaggio espone le proprie idee, come si mettesse in cattedra. Ciò può andare bene, ma solo se il vostro è un racconto filosofico alla stregua di quelli composti duecento anni fa. Se invece il vostro personaggio fa dei concioni per convincere le folle, come avviene nella letteratura araba o nei racconti di Gibran, allora non ci siamo (ciò perché quel tipo di esposizione è proprio di una cultura orale, cui noi non apparteniamo e difficilmente comprendiamo). Le idee sono tali perché hanno influenza nella nostra vita: nel Vangelo (Gv,17), Gesù non si limita a dire d’esser uguale ai propri discepoli, ma lo dimostra attraverso la lavanda dei piedi. Se il vostro personaggio ha determinate idee, allora imitate Giovanni: non fategli esporre un concetto etico o politico, ma fatelo agire in modo che manifesti, nei fatti, questa idea. A meno che egli non sia come Seneca che razzolava male: questa però è solo una semplice variazione sul tema.
b) Sentimenti del personaggio: Il personaggio prova delle emozioni. Ed è logico le esprima. Anche qua spesso i personaggi sembrano dipinti come attori di tragedie greche, che restano immobili sul palco a dire “Quanto sono innamorato” senza dimostrarlo con alcuna azione. Tuttavia, questo aspetto è, assieme al precedente, tra i più usati e di facile uso.
c) Raggiri o proposte del personaggio: In tal caso siamo di fronte a dialoghi più o meno credibili, la cui credibilità dipende anche dall’esperienza dello scrittore. Non c’è molto da dire
d) Caratterizzazione del personaggio: Qui c’è da dire parecchio, poiché siamo di fronte una cosa spesso ignota che è la Mimesi. Il personaggio è logico abbia una cultura sua propria: non è credibile che il prete, il nobile, la serva, un uomo di 70 anni e una ragazzina di 15 si esprimano tutti alla stessa maniera con tutti. Il dialogo può permettere qui di illustrare il rango della persona, la sua reputazione, in modo efficace. Esattamente come l’eros e l’ethos vanno dimostrate con i fatti, così la reputazione va mostrata attraverso l’atto suo proprio: la parola. Dire “Egli era fortemente rispettato” va benissimo, ma è assai più efficace se la gente si rivolge al personaggio chiamandolo “Signore”. Se il personaggio è rispettato, e due righe dopo il servitore lo apostrofa dicendo “Hey, tu”, è chiaro che si scende nel ridicolo.


D) -Aspetti narrativi-
a) Usi e costumi: Scarsamente usato. Intendiamoci: si può non usarlo, ma sapere che esiste significa disporre di uno strumento molto valido e spesso inesplorato. Scrivere che XYZ “scoprì a proprie spese che” certe azioni erano sbagliate va benissimo. Ma anche il dire che il personaggio conosce questa o quella legge fa spesso molto deux ex machina. Il dialogo toglie dall’imbarazzo e rende più credibile la narrazione. Un “Si misero carta sotto i vestiti per combattere il freddo” è conciso, ma non rende. Meglio “«Perché metti quella carta sotto la giacca?» «Invece di chiedere dovresti fare come me, che per strada ci vivo da più tempo» «Ma non capisco perché» «Perché protegge dal caldo, ecco perché»”. Magari il passaggio è più lungo e ripetitivo, ma dà occasione di descrivere meglio i personaggi, e permettere al lettore di vivere la scena.
b) Luogo, caratteristiche, tempo: Come sempre. Noi non impariamo dove siamo perché abbiamo la scienza infusa e un satellitare conficcato nel cervello: se siamo in una città che non conosciamo, non è guardando una mappa, ma chiedendo ai passanti. “«Che ore sono, scusi?» «E’ l’una»” è senza dubbio più reale di un prosaico “era l’una”. Anche qui: usare il dialogo è un consiglio, se non altro perché talvolta è più efficace. Ma come prima, per usare questo stile bisogna ricordarsi che esiste (fatto per nulla scontato)
c) Avvenimenti: Le azioni che capitano in un romanzo. Noi possiamo tranquillamente dire che Mario andò a fare la spesa: ma possiamo dire anche «Dove vai?» «A fare la spesa, perché?». In tal caso siamo riusciti a illustrare un avvenimento dalle pure parole del personaggio. Se provi a leggere le tragedie greche, o anche le opere teatrali di Shakespeare, o Arthur Miller, vedi subito come in esse sia spesso comprensibile l’azione. L’azione non è narrata: è denunciata. Potremmo raccontare la storia di Hamlet e dire che questi stava affacciato alla finestra a rimuginare sull’essere e il non essere, e che Ophelia in punta di piedi entrò nella stanza, ascoltandolo, il cuore tremante vedendo l’uomo che amava farneticare di morte e suicidio. Potremmo farlo, perché non è necessario, è tutto nell’opera teatrale. Anzi, l’assenza di narrazione rende più forti quelle parole, le rende più cariche, più violente.

Assenza della narrazione

A questo punto un punto va tenuto presente: l’assenza di narrazione. La narrazione è un riempitivo, che colma lacune narrative. Talvolta è necessaria; talvolta no. In questo secondo caso, essa toglie tutto alla fantasia. Hamlet era alla finestra? O guardava il fuoco di un camino? O ancora, camminava attorno un tavolo? (o per finire teneva in mano il teschio di Yorich, come si vede nelle pubblicità… Teschio che impugna solo nel cimitero, alla morte di Ophelia… cioè parecchi giorni più tardi?). L’opera di Shakespeare non ce lo dice, ci da però tratti bastevoli per immaginare la scena. Di modo che il mondo di Hamlet non è il mondo di Shakespeare: ma è un mondo costruito da Shakespeare + il lettore. Il lettore partecipa alla costruzione del mondo: è qui la forza di questo uso del dialogo. Una risorsa però spesso non utilizzata.

-Ambientazione: usare una ambientazione non convenzionale complica le cose. Nel caso, il lettore deve essere informato di quegli aspetti peculiari che caratterizzano quel mondo. Se già è complicato creare una ambientazione usando solo il dialogo, lo è maggiormente se l’ambientazione è molto particolare.

-Oralità: Un racconto fatto di puro dialogo va pensato come andasse recitato. Dovrebbe esser scritto per le orecchie, mentre questo è stato scritto soprattutto con gli occhi. Letto ad alta voce, certi dialoghi paiono ridicoli.

-Personaggi: dovrebbe esser chiaro chi sono i personaggi in campo. Il lettore deve sapere chi parla.

-ESEMPIO:

"Una rosa per lei"

A- "Non muoverti John."
B- "No, non ci pensare nemmeno di usare un portale per scappare. Ho proiettili ad ombrello per canali magici; sai di quelli che sentono le vibrazioni magiche, le seguono e quando sono vicini all'obbiettivo si aprono lasciando fuoriuscire tanti pallini di piombo da saturare l'aria."

Il dialogo di B è per metà inutile: è presumibile che John sappia benissimo cosa fanno quei proiettili. E’ un dialogo funzionale al lettore, ma non alla storia. Meglio togliere la spiegazione; o inventarsi si tratti di un nuovo tipo di proiettile. In tal caso sarà John a chiedere di cosa si tratta, e il dialogo acquisterebbe una credibilità che le manca.

J- "E chi pensa di scappare amico. Qualcosa da bere?"
A- "Eravamo amici! John, hai rapinato la banca di El Paso... ed io sono un tutore della legge."
B- "Vieni con me John. Ti porto dentro."

La battuta di A è troppo scopertamente funzionale. Meglio fargli dire ad esempio: «John, io non sono solo tuo amico, sono anche lo sceriffo. Non posso far finta di nulla, quando tutti qui intorno sanno che hai rapinato una banca, lo capisci?»

In tal modo verrebbe inserito di straforo il concetto che A arresterà John solo perché tutti si aspettino lo faccia, e non per dovere nei confronti della giustizia.

B- invece dice: vieni con me. Non Noi. Questo perché lo sceriffo è uno solo
J- "Domani verrò impiccato, lasciami finire il bicchiere... e se ti va cavami quel cannone dalla testa!"
A- "Non ci penso minimamente di spostare la mia amica. Per il goccetto lo puoi finire, ma prima mettiti queste manette di stasi... annulleranno la magia dal tuo corpo."
J- "Ok, passa..."

Errore nella trama: John sa che sarà impiccato domani, prima ancora di essere arrestato. Per quanto ingiusti o celeri possano essere i processi, una frase così è dubbia. Sarebbe più credibile parlasse col condizionale: «Domani potrebbero avermi già impiccato”.

A questo punto, -A- chiama «amica» la propria pistola. Questa non solo è una battuta che ci aspetteremmo di sentire solo in film di seconda categoria, ma è anche inappropriata. John è un amico dello sceriffo: e non si vede perché lo sceriffo debba avere preoccupazioni machistiche di questo tipo con lui.

J- "Sai Bill... mi manca Shona... mi manca da morire."
A- "È morta mentre tu rapinavi El Paso. Potevi starle vicino!"
J- "Non potevo."

A questo punto sappiamo che lo sceriffo è Bill. Da notare anche che il secondo sceriffo, B, è svanito: da cui emerge l’errore iniziale nelle battute.

Il dialogo si apre inaspettato su Shona. John è affranto per la morte di Shona. Forse accetta di morire proprio perché non ha senso vivere ora che Shona è morta. Tutti elementi che possono esser sviluppati.

Tuttavia qui l’autore non segue questa possibilità narrativa, ma opta per una risposta cinica e improbabile in bocca a un amico. Anziché dire «Lo so, era una donna straordinaria» o così via, fondamentalmente dice a John: E’ morta per colpa tua.

A- "Ti posso raccontare una storia?! Uno sciamano Navajo un giorno mi contatta al sorgere del sole, come sai l'alba ed il tramonto sono i due momenti in cui il nostro potere è più forte. Questo sciamano mi dice che ha in mano una ciocca dei capelli di mia moglie, che devo derubare la banca di El Paso, la più ricca d'America, farlo per lui ed i suoi amici o mia moglie sarebbe morta."
J- "Dovevi sentire quell'urlo... Shona stava dormendo, ma non poteva fare nulla contro la magia."

Il bicchiere si svuotò.

A- "Conoscevo quella magia... non l'uomo che mi era apparso, ma la magia si. Quei maiali avevano lanciato una maledizione su mia moglie, sarebbe morta se non l'avessero rimossa."

A questo punto John racconta una storia. Perché ho messo A? Perché il lettore inizialmente crede sia lo sceriffo (è una nuova battuta, e John ha appena finito di parlare). Poi si scopre che la moglie è la moglie di John, e quindi che è John qui a parlare. Qui è presente dunque una situazione narrativamente caotica.

Passando a vedere come viene narrato, ci accorgiamo che il dialogo di John è senza senso. «Ti posso raccontare una storia? Un bel giorno, uno sciamano mi contatta» è una battuta assurda, come se il personaggio stesse facendo pura accademia mentre anzi sta parlando della morte di sua moglie. Più credibile avesse esordito con qualcosa del tipo: «Shona era stata maledetta. Antica magia Navajo. Quei cani! Mi dissero che sarebbe morta, non avessi dato loro del denaro».

Di tutto questo discorso, l’aspetto importante non è l’esser stati o meno contattati dai Navajo, ma che la moglie sarebbe morta e che a ucciderla era una magia.

Da notare la frase “Il bicchiere si svuotò”. E’ una delle poche frasi non di dialogo del racconto. Ed è anche sbagliata. Lo è perché 1) il bicchiere non si svuota da solo; 2) perché è al passato remoto. (ci sono motivi per collocare il racconto al passato? Un racconto tutto dialogo potrebbe esser posto al presente o al limite all’imperfetto, che è un tempo indefinito.

Ad esempio la frase poteva essere all’imperfetto: John fissava il bicchiere vuoto sul bancone; al presente: Gli occhi di John che osservano il bicchiere vuoto. Non sono esempi perfetti, ma evitano di spezzare il tempo del racconto). Da notare che nel racconto più avanti Enrico usa il presente (Le manette cadono da sole) perché è un tempo più adatto.

Proseguire non avrebbe senso perché significherebbe evidenziare errori già notati in questo pezzo di racconto. Sono errori comuni, dovuti da una parte alla difficoltà dell’ambientazione e dall’altra all’inesperienza di Enrico.

Ciò detto, il commento spero possa aiutare chiunque voglia cimentarsi in questo modo di esporre a non fare i medesimi errori.

Questo non è un commento esaustivo, ma limitato a evidenziare errori tipici in un dialogo: chi parla; descrizione, uso del tempo verbale, pensiero scritto anziché pensiero orale.

Probabilmente vi sono anche elementi diversi che posso non aver inserito (vuoi per non tematici, vuoi perché mi sono sfuggiti) o che non ho chiarito correttamente. In tutti i casi, siete invitati a farmelo sapere via forum o commentando questo articolo, sì da correggerlo in base ai suggerimenti e indicazioni che darete.

A questo punto un punto va tenuto presente: l’assenza di narrazione.

La narrazione è un riempitivo, che colma lacune narrative. Talvolta è necessaria; talvolta no. In questo secondo caso, essa toglie tutto alla fantasia. Hamlet era alla finestra? O guardava il fuoco di un camino? O ancora, camminava attorno un tavolo? (o per finire teneva in mano il teschio di Yorich, come si vede nelle pubblicità… Teschio che impugna solo nel cimitero, alla morte di Ophelia… cioè parecchi giorni più tardi?).

L’opera di Shakespeare non ce lo dice, ci da però tratti bastevoli per immaginare la scena. Di modo che il mondo di Hamlet non è il mondo di Shakespeare: ma è un mondo costruito da Shakespeare + il lettore.

Il lettore alla costruzione del mondo: è qui la forza di questo uso del dialogo. Una risorsa però spesso non utilizzata.

a) Scarsamente usato. Intendiamoci: si può non usarlo, ma sapere che esiste significa disporre di uno strumento molto valido e spesso inesplorato. Scrivere che XYZ “scoprì a proprie spese che” certe azioni erano sbagliate va benissimo. Ma anche il dire che il personaggio conosce questa o quella legge fa spesso molto .

Il dialogo toglie dall’imbarazzo e rende più credibile la narrazione. Un “Si misero carta sotto i vestiti per combattere il freddo” è conciso, ma non rende. Meglio “«Perché metti quella carta sotto la giacca?» «Invece di chiedere dovresti fare come me, che per strada ci vivo da più tempo» «Ma non capisco perché» «Perché protegge dal caldo, ecco perché»”.

Magari il passaggio è più lungo e ripetitivo, ma dà occasione di descrivere meglio i personaggi, e permettere al lettore di vivere la scena.

b) Come sempre. Noi non impariamo dove siamo perché abbiamo la scienza infusa e un satellitare conficcato nel cervello: se siamo in una città che non conosciamo, non è guardando una mappa, ma chiedendo ai passanti. “«Che ore sono, scusi?» «E’ l’una»” è senza dubbio più reale di un prosaico “era l’una”. Anche qui: usare il dialogo è un consiglio, se non altro perché talvolta è più efficace. Ma come prima, per usare questo stile bisogna ricordarsi che esiste (fatto per nulla scontato)

c) Le azioni che capitano in un romanzo. Noi possiamo tranquillamente dire che Mario andò a fare la spesa: ma possiamo dire anche «Dove vai?» «A fare la spesa, perché?». In tal caso siamo riusciti a illustrare un avvenimento dalle pure parole del personaggio.

Se provi a leggere le tragedie greche, o anche le opere teatrali di Shakespeare, o Arthur Miller, vedi subito come in esse sia spesso comprensibile l’azione. L’azione non è narrata: è denunciata. Potremmo raccontare la storia di Hamlet e dire che questi stava affacciato alla finestra a rimuginare sull’essere e il non essere, e che Ophelia in punta di piedi entrò nella stanza, ascoltandolo, il cuore tremante vedendo l’uomo che amava farneticare di morte e suicidio. Potremmo farlo, perché non è necessario, è tutto nell’opera teatrale.

Anzi, l’assenza di narrazione rende più forti quelle parole, le rende più cariche, più violente.A questo punto un punto va tenuto presente: l’assenza di narrazione. La narrazione è un riempitivo, che colma lacune narrative. Talvolta è necessaria; talvolta no. In questo secondo caso, essa toglie tutto alla fantasia. Hamlet era alla finestra? O guardava il fuoco di un camino? O ancora, camminava attorno un tavolo? (o per finire teneva in mano il teschio di Yorich, come si vede nelle pubblicità… Teschio che impugna solo nel cimitero, alla morte di Ophelia… cioè parecchi giorni più tardi?).

L’opera di Shakespeare non ce lo dice, ci da però tratti bastevoli per immaginare la scena. Di modo che il mondo di Hamlet non è il mondo di Shakespeare: ma è un mondo costruito da Shakespeare + il lettore. Il lettore alla costruzione del mondo: è qui la forza di questo uso del dialogo. Una risorsa però spesso non utilizzata.
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Marco Ceroni
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