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Sibilla Aleramo: Vita&Opere
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MessaggioInviato: Mer Set 05, 2007 4:53 pm    Oggetto:  Sibilla Aleramo: Vita&Opere
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Sibilla Aleramo: Vita&Opere

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Sibilla Aleràmo pseudonimo di Rina Faccio (Alessandria, 14 agosto 1876 – Roma, 13 gennaio 1960) è stata una scrittrice italiana.

Figlia di Ambrogio Faccio, professore di scienze, e di Ernesta, casalinga, era la maggiore di quattro fratelli. Trascorse l'infanzia a Milano fino all'età di 12 anni, quando il padre ottenne un posto di dirigente al porto di Civitanova Marche.

Indice [in questa pagina]:

1 Infanzia e adolescenza - La prima vita
2 La seconda vita
3 La terza vita
4 Una tormentata storia d'amore
5 Il compromesso con il fascismo
6 La quarta vita
7 Bibliografia

***********

Infanzia e adolescenza - La prima vita.

L'adolescenza della giovane Rina fu tutt'altro che felice: il matrimonio dei genitori fu un fallimento e la madre, psichicamente instabile, tentò pure il suicidio. La giovane reagì con un atteggiamento anticonformista e già a 16 anni cominciò a lavorare come bibliotecaria nella fabbrica del padre.

Imprigionata in una realtà infelice, entrò in crisi e tentò il suicidio, gettandosi dal balcone di casa, rimanendo anche in seguito soggetta a sbalzi depressivi.

Giovanissima, fu costretta ad un matrimonio riparatore con Ulderico Pierangeli, di cui era rimasta incinta, gravidanza che non portò a termine per un aborto spontaneo. Prigioniera di un matrimonio non voluto e di un marito manesco, cercò una via di fuga in una nuova gravidanza, che portò alla nascita del figlio Walter.

Ma la nascita del bambino non migliorò le cose e Rina tentò di avvelenarsi. Cominciò così a scrivere racconti e articoli e a collaborare con riviste femministe (Vita moderna), nonostante il suo titolo di studio fosse solo la licenza elementare.

La seconda vita

Trasferitasi a Milano con la famiglia del marito, nel 1899 le fu offerta la direzione della rivista Italia femminile. Desiderosa di separarsi, fu obbligata con le percosse a rimanere. Solo nel 1901 abbandonò il marito e il figlio, condizione per la separazione, e cominciò una nuova vita. Il suo allontanamento dal figlio fu una decisione molto sofferta, di cui sono testimonianza le pagine di Una donna.

Si legò dapprima al poeta Damiani; ebbe poi una lunga relazione con lo scrittore Giovanni Cena, direttore della rivista letteraria Nuova Antologia.

Nel 1906, pubblicò il suo primo libro, Una donna, fortemente autobiografico. Con quest'opera la scrittrice assunse il nome di Sibilla Aleramo.

La terza vita

Terminata la relazione con Cena, condusse una vita piuttosto errabonda. Ebbe una relazione con la giovane intellettuale ravennate Lina Poletti, nel 1911 soggiornò a Firenze, collaborando al Marzocco. Nel 1913, a Milano, si avvicinò ai Futuristi. A Parigi (1913-1914) conobbe Guillaume Apollinaire e Verhaeren, a Roma Grazia Deledda. In questo periodo ebbe numerose e brevi relazioni sentimentali: il primo fu Vincenzo Cardarelli, seguito da altre personalità già celebri o che lo diverranno: Papini, Boine, Clemente Rebora, Umberto Boccioni, Franco Franchi.

Una tormentata storia d'amore

Durante la prima guerra mondiale conobbe Dino Campana. Il poeta non era al fronte, ufficialmente in cura a causa di una nefrite, ma in realtà perché già era stata diagnosticata la sua malattia mentale quando era stato in cura nell'ospedale di Marradi nell'estate del 1915. I due erano molto diversi: lei estremamente mondana e frequentatrice di salotti, lui schivo e appartato. Per Campana, poi, la relazione era essenzialmente di tipo fisico. Il rapporto fu quindi estremamente tormentato, e i due giunsero spesso a battersi. La Aleramo lo portò anche da un noto psichiatra dell'epoca, visita che segnerà la fine del rapporto. Il rapporto tra i due è il soggetto del film Un viaggio chiamato amore (2002), diretto da Michele Placido, con Laura Morante e Stefano Accorsi.

Nel 1919 pubblicò Il passaggio e nel 1921 la sua prima raccolta di poesie, Momenti. Nel 1920 è a Napoli, dove scrive Endimione, dedicato a D'Annunzio. L'opera, ispirata alla sua vicenda amorosa con il giovane atleta Tullio Bozza, finita tragicamente con la morte di lui, riscosse successo nella rappresentazione parigina, ma non in quella torinese, dove al teatro Carignano fu fischiata.

Femminista, pacifista e comunista, la scrittrice Sibilla Aleramo era solita concedersi a qualunque artista e per ciò fu definita da Giuseppe Prezzolini "lavatoio sessuale della cultura italiana".

Il compromesso con il fascismo

Nel 1925 è firmataria del Manifesto degli intellettuali antifascisti e, poiché conosceva Anteo Zamboni, l'attentatore del duce, fu persino arrestata, ma in seguito, ottenuto un colloquio con lo stesso Benito Mussolini, ne uscì indenne. Le fu anzi concesso un mensile di mille lire e un premio di cinquantamila lire dell'Accademia d'Italia. Nel 1927 uscì il romanzo epistolare Amo dunque sono, raccolta di lettere, non spedite, a Giulio Parise.

Nel 1928, ormai ridotta in povertà, tornò a Roma. Del 1929 è la raccolta Poesie. Un anno dopo pubblicò un volume di prose, Gioie d'occasione. Tra il 1932 e il 1938 uscì un romanzo, Il frustino, e un'altra raccolta di poesie, Sì alla terra, ed una nuova serie di prose, Orsa minore. Nel 1933 si iscrisse all'"Associazione nazionale fascista donne artiste e laureate".

La quarta vita

Nel 1936 si innamorò di Franco Matacotta, uno studente di quarant'anni più giovane di lei, a cui restò legata per 10 anni.

Al termine della seconda guerra mondiale si iscrisse al PCI, impegnandosi intensamente in campo politico e sociale e collaborando con l'Unità.

Morì a Roma nel 1960, dopo una lunga malattia. Aveva 83 anni.

Bibliografia

-Una donna (1906)
-Il passaggio (1919)
-Momenti (1921)
-Andando e stando (1921)
-Amo dunque sono (1927)
-Poesie (1928)
-Gioie d'occasione
-Il frustino (1932)
-Sì alla terra (1935)
-Orsa minore (1938)
-Dal mio diario (1946)
-Selva d'amore (1947)
-Il mondo è adolescente (1949)
-Aiutami a dire (1951)
-Luci della mia sera (1956)
-Lettere a Elio (Elio Fiore, postumo 1989)
-Anna Cavalli, Sibilla Aleramo, in Nuova Alexandria Anno IV N° 1 pag.32, Ugo Boccassi Editore, Alessandria, 2000

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( Biografia tratta da Wikipedia, l'enciclopedia libera:
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MessaggioInviato: Mer Set 05, 2007 4:53 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Mer Set 05, 2007 4:56 pm    Oggetto:  "UNA DONNA" di Sibilla Aleramo.
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Una donna

Una donna è un romanzo di Sibilla Aleramo composto tra il 1901 e il 1904 che ebbe immediata fortuna soprattutto per il tema affrontato. Si tratta infatti di uno dei primi libri femministi apparsi in Italia.

Il romanzo all'inizio venne rifiutato dagli editori Treves, Baldini & Castoldi e fu pubblicato da Treves solamente nel novembre del 1906 anche se riportava la data del 1907.

Il romanzo è chiaramente autobiografico ed è composto di ventidue capitoli ed in esso la protagonista narra in prima persona la sua vita, partendo dagli anni della fanciullezza fino alla maturità.

Indice [in questa pagina]:

1 Trama
2 Curiosità

**************

Trama

Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell'opera.

Nelle prime pagine emerge la figura paterna e l'autrice rievoca il suo rapporto con il padre che ha per lei una grande preferenza e che le trasmette gli ideali di forza e indipendenza nei quali egli crede.

Il contatto con la madre appare invece più sbiadito perché con lei la fanciulla non riesce ad entrare pienamente in contatto e ne giudica il carattere debole e sottomesso.

Quando Sibilla ha circa quindici anni, il padre, che è ingegnere, decide di lasciare Milano per andare a dirigere un'industria chimica nel meridione e così tutta la famiglia si trasferisce.

Sibilla è felice e con tutto l'entusiasmo e la curiosità dei suoi quindici anni collabora in modo attivo alla fabbrica come segretaria suscitando nella gente del paese meraviglia e critiche per il suo atteggiamento anticonvenzionale e sprezzante tra gli operai.

Tra il padre e la madre della protagonista intanto si accumulano le tensioni già esistenti nel periodo milanese che sfociano in un tentato suicidio della madre, la quale sopravvive, ma rimane vittima di una demenza progressiva.

La ragazza scopre poi che il padre ha una relazione extraconiugale e da quel momento prende verso di lui una posizione aperta e giudicante che causerà la rottura del rapporto affettivo con lui.
Questa brusca realtà e l'inizio di una storia amorosa con un giovane impiegato della fabbrica e la violenza sessuale della quale è vittima, fanno entrare con durezza la protagonista nel mondo adulto.

Costretta al matrimonio, che accetta senza gioia, vive l'esperienza come un'ulteriore perdita di libertà anche perché il marito si dimostra ben presto una persona meschina e molto lontana dai suoi interessi.

Nascerà un bambino che non servirà a modificare la situazione tra i coniugi.

Per aver risposto alle attenzioni di un uomo, il marito la maltratta brutalmente e la chiude in casa per un certo periodo durante il quale lei si rende conto che il suo vero ed unico affetto è il bambino, ma la depressione aumenta e, in un momento di sconforto, tenta il suicidio.

A causa di un dissapore con il suocero, il marito decide di lasciare la fabbrica e di trasferirsi a Roma per intraprendere un'attività commerciale.

L'avvio di una collaborazione giornalistica con una rivista femminile rende maggiormente cosciente la protagonista che una donna deve poter esprimere anche al di fuori della famiglia la sua identità e conquistarsi una vita indipendente.

Il pensiero della madre, che ha sacrificato ai figli e ad un uomo-padrone la sua esistenza infelice, l'aiuta a ripercorrere un cammino difficile ma necessario di rigenerazione.

Conosce un uomo che ha intrapreso un cammino di ricerca spirituale e trova conforto nella conversazione con lui, ma il marito, sospettoso di quella relazione, la maltratta nuovamente e l'unico motivo che la trattiene dal lasciare il tetto coniugale è il timore di non riuscire a portare con sé il bambino.

Ma quando scopre che il marito è affetto da una malattia venerea, contratta evidentemente da altre donne, e oppressa dalle sue continue scenate di gelosia, prende la decisione di andarsene per non ripetere una via di secolare soggezione e per dignità verso sé stessa. Dopo un doloroso percorso interiore, decide quindi di abbandonare la casa e il bambino al quale è dedicato il libro nella speranza che possa comprendere la tormentata strada che l'autrice-protagonista ha sentito di dover percorrere.

Il romanzo rappresenta molto fedelmente la vita dell'autrice, che si firma per la prima volta con il nome di Sibilla Aleramo, ma pur essendo una autobiografia è strutturato con un impianto letterario tale da poter essere considerato, come dice Maria Corti, un vero romanzo.

Curiosità

L'opera ebbe un largo consenso di pubblico e di critica e a causa della tematica femminista fu al centro di accesi dibattiti.

Esso fu tradotto, fra l'altro, in francese, in tedesco, in inglese, spagnolo, svedese, polacco, danese e olandese.

Nel 1977, è stato tratto dal romanzo uno sceneggiato televisivo che la Rai ha mandato in onda con la regia di Gianni Bongiovanni e la sceneggiatura di Bongiovanni stesso e di Carlotta Wittig. Protagonista dello sceneggiato: Giuliana De Sio; altri interpreti Ileana Ghione, Biagio Pelligra, Ivo Garrani, Emilio Cigoli.

***************

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Set 05, 2007 5:08 pm    Oggetto:  Sibilla Aleramo & Dino Campana.
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Sibilla Aleramo & Dino Campana.

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"Chiudo il tuo libro,
snodo le mie trecce,
o cuor selvaggio,
musico cuore…
con la tua vita intera
sei nei miei canti
come un addio a me.

Smarrivamo gli occhi negli stessi cieli,
meravigliati e violenti con stesso ritmo andavamo,
liberi singhiozzando, senza mai vederci,
né mai saperci, con notturni occhi.

Or nei tuoi canti
la tua vita intera
è come un addio a me.

Cuor selvaggio,
musico cuore,
chiudo il tuo libro,
le mie trecce snodo."


(Sibilla Aleramo a Dino Campana, Mugello, 25-7-1916)

****************

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In un momento

Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose.

(Dino Campana a Sibilla Aleramo, 1917)

************

Articolo di Francesca Santucci, tratto da
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E’ tutta compresa fra queste due poesie, presenti nel tumultuoso carteggio, l’intensa, appassionata, difficile storia d’amore e di tormento, intrecciata alla follia, vissuta senza risparmio di emozioni, fra gioie e dolori, botte ed insulti, separazioni e riappacificazioni, dal 1916 al 1918, dai due poeti, Dino Campana, il poeta maudit, e Sibilla Aleramo: lui aveva 31 anni, lei 40.

Dino Campana era nato a Marradi, presso Faenza, il 20 agosto del 1885, da una famiglia d'estrazione piccolo borghese. Dopo il liceo, terminato faticosamente, si iscrisse alla facoltà di chimica dell’Università di Bologna, ma, come più tardi dichiarò, non comprese mai nulla dell’astruso formulario scientifico. E fu proprio a Bologna che uno psichiatra, per i sintomi palesati, definiti “nevrastenia” dallo stesso poeta, gli diagnosticò “una forma psichica a base di esaltazione”, per la quale prescriveva riposo intellettuale, isolamento affettivo e morale e l’uso di bromuro, e che il poeta venne ripetutamente internato in manicomio.

Manifestazione del suo disagio era soprattutto l’irrequietezza, che lo portava spesso a viaggiare come un nomade, incapace di collocarsi in un luogo preciso e di relazionarsi socialmente in modo stabile; per questo fu in Argentina, in Ucraina, e poi girovago per l’Italia, esercitando i mestieri più disparati, come il pianista, il poliziotto, il pompiere, il fabbro, l’operaio, economicamente sostenuto anche dalla famiglia.

La sua attività poetica iniziò nel 1912, con una pubblicazione sul “Papiro”, ma è del 1913 l’episodio inquietante dello smarrimento del manoscritto dei suoi “Canti orfici”, affidato a Papini e Soffici, che Campana, dopo un momento iniziale di rabbia feroce, riscrisse a memoria e pubblicò poi a proprie spese nel 1914.

Nell’estate del 1916 esplose la passione per Sibilla Aleramo, trasformatasi poi da “un viaggio chiamato amore” in vero e proprio calvario.

Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, era nata il 14 agosto del 1876 ad Alessandria. La sua vita era stata segnata dal tentativo di suicidio della madre e dalla violenza sessuale subita a 16 anni, che l’aveva costretta a sposare il suo seduttore, sopportando un matrimonio impossibile al quale aveva trovato scampo abbandonando il tetto coniugale ed il figlio, che mai più riuscì ad avere in custodia.

Quando conobbe Dino Campana, Sibilla, socialmente impegnata e già famosa per aver pubblicato il romanzo autobiografico “Una donna”, in cui definiva oppressiva e frustrante l’istituzione matrimoniale, era considerata la donna più bella d’Italia.

Ammirata e corteggiata, libera, ardimentosa e lontana dalle convenzioni, spesso era lei a prendere l’iniziativa con gli uomini dai quali era attratta, in perenne bisogno d’amore, derivatole, per sua stessa ammissione, "in parte da mia madre e in parte dalla perpetua nostalgia di mio figlio", forse innamorata dell’idea stessa dell’amore, aveva avuto già molte storie con letterati ed intellettuali.

La prima volta che le scrisse, attratto dalla donna, e lusingato dal fatto che una scrittrice famosa s’interessasse a lui, un solitario e squattrinato dalla vita simile a quella d’un barbone, e che fino ad allora aveva avuto solo la compagnia di donne di malaffare, Dino le disse: “Non mi parli del suo impegno sociale, non mi racconti del socialismo. Mi interessa lei. La passione e niente altro, tutto il resto è fuori, tutto il resto viene dopo, non importa quando.

Vogliamo intanto vederci per un giorno a Marradi? Se non v’annoia troppo, se non siete troppo lontano. Io potrei venire, mettiamo, mercoledì o giovedì, col primo treno (8,55) e voi dirmi dove m’aspettereste. Credo che ci si riconoscerebbe facilmente. Mi racconterete a voce quali altri tic bisogna perdonarvi, oltre a quelli che bisogna ignorare"..
Affascinata dalle prime lettere scambiate con lui, Sibilla andò da Dino, da “Cloche”, come talvolta amava firmarsi.

Lei era bellissima, con il volto ovale, i capelli biondi, la bocca sensuale; lui aveva i capelli tra il biondo e il rosso, la pelle rosea, i baffi spioventi su labbra carnose, gli occhi cangianti: la scintilla scoccò all’istante e immediata fu tra loro anche la passione fisica.

La vicenda d’amore si snodò fra alti e bassi, fra la fitta corrispondenza, i silenzi di lui, gli allontanamenti ora dell’uno ora dell’altro, le liti, le riappacificazioni, il peggioramento dei disturbi nervosi, le suppliche di entrambi per una riconciliazione, gli arresti di Dino continuamente scambiato per un tedesco, fino all’ultimo fermo, quello che lo condusse nel manicomio di San Salvi.

Fu Sibilla a troncare la relazione con Dino, romantico, fragile, ma anche violento, geloso del passato che lei non gli nascondeva, e instabile (nella stessa giornata scriveva “Cara signora, spero che lei abbia capito che tra noi è finita” e poi, tre ore dopo, "Amore mio, mi manchi, ti prego, vieni da me”) e pervaso da una carica autodistruttiva alla quale lei, ansiosa di vivere, non volle mai piegarsi.

"Rose calpestava nel suo delirio
E il corpo bianco che amava.

Ad ogni lividura più mi prostravo,
oh singhiozzo, invano, oh creatura!

Rose calpestava, s’abbatteva il pugno,
e folle lo sputo su la fronte che adorava.

Feroce il suo male più di tutto il mio martirio.

Ma, or che son fuggita, ch’io muoia del suo male."


(S. Aleramo)

***************

Fu davanti al cancello del manicomio che terminò definitivamente il doloroso viaggio chiamato amore.

-Scrisse Sibilla: “L’ho riveduto così, dopo nove mesi, attraverso una doppia grata a maglia. Non ero mai entrata in una prigione. E’ stato un colloquio di mezz’ora, i carcerieri avevan quasi l’aria di patire sentendo lui singhiozzare e vedendo me irrigidita”.

-Scrisse Dino: "Mi lasci qua nelle mani dei cani senza una parola e sai quanto ti sarei grato. Altre parole non trovo. Non ho più lagrime. Perché togliermi anche l’illusione che una volta tu mi abbia amato è l’ultimo male che mi puoi fare”.

Sibilla era stata il primo ed unico amore di Dino, ma anche lei lo aveva molto amato; su quell'amore la scrittrice non riuscì mai a scrivere un solo rigo, tanto grandi erano state le emozioni fra loro, e la testimonianza di quella passione restò affidata tutta al carteggio.

Dino Campana morì il 1° marzo del 1932 nell’Ospedale psichiatrico di Castel Pulci, dov’ era stato internato 15 anni prima, a quarantasette anni, probabilmente per setticemia causata dal ferimento con un filo spinato durante un tentativo di fuga; Sibilla Aleramo morì a Roma il 13 gennaio del 1960, scrivendo ed amando fino alla fine dei suoi giorni.

(Relazione Letteraria di Francesca Santucci)

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MessaggioInviato: Mer Set 05, 2007 5:22 pm    Oggetto:  GLI AMORI DI SIBILLA...DETTI CON LE SUE PAROLE...
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GLI AMORI DI SIBILLA...DETTI CON LE SUE PAROLE: "Che cosa io sarei senza questi incontri, senza le strade che ho percorso" (Sibilla).

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Articolo a Cura di Bruna Conti:
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-1910 Felice Guglielmo Damiani:

"...il tuo viso era chiaro e fiamme erano i tuoi capelli e bello trovai per la prima volta l'ardore virile..." ("Il passaggio", 42)

-1902 Giovanni Cena:

"...In un giorno di settembre del 1910 io lasciai Cena. Il nostro legame s'era già allentato da oltre un anno, ma nessuno dei due aveva mai creduto che si sarebbe veramente spezzato..." ("Un amore insolito", 320)

-1909 Lina Poletti:

"...Ella supponeva a se stessa un maschio a cuore; e foggiata s'era veramente a strana ambiguità......" ("Il passaggio",117)

"...Ed ecco un giorno una forma umana singolare mi viene incontro, mi saluta...E' per l'inguarita nostalgia di quel ch'io non sono stata che mi sento attratta ora verso questa fanciulla dai modi virili..." ("Diario di una donna",396)

-1910 Vincenzo Cardarelli:

"...Pietà... di te ne ho, sì, almeno quanta ne ho di me, e forse, sì, di più. Io non so quel che c'è di vero in tutto ciò che contraddittoriamente hai detto e fatto di te e di me fino ad oggi, non lo so e non lo saprà mai, e accetto Questa oscurità... umilmente, so che sei disgraziato, che sei infelice, e davanti a questo il lamento per me stessa tace, istintivamente. Questo è l'amore Vincenzo..." ("Lettere d'amore a Sibilla Aleramo",287)

-1912 Giovanni Papi:

"...La verità... è che tu avevi incontrato una donna che era uguale per anima e per intelligenza, e che ti era superiore per carattere, per tempra. E che sei fuggito, perché, sì, sei troppo debole per l'amore..." ("Sibilla Aleramo e il suo tempo",76)

"...Scrivo ad Arno. Sublimità..., puerilità...? Lo amo, d'un amore assurdo..."("Gioie d'occasione e altre ancora",15)

-1912 Joe Luciani:

"...C'è già un ragazzo (...) che mi adora..." ("Sibilla Aleramo e il suo tempo",76)

"...Aveva diciannove anni...e i due più vividi occhi verdemare ch'io abbia mai veduti..." ("Diario di una donna",194)

-1913 Vincenzo Gerace:

"...Fra gli uomini che ho amato è forse quello a cui ripenso più raramente, strano. Forse tutto si consumò nel grande incendio di quel semestre..." ("Diario di una donna",301)

-1913 Umberto Boccioni:

"Il tuo sorriso/ Vibrazione che aduna la vita/ e la sconfina./ C'è il tuo genio nel tuo sorriso..." ("Selva d'amore",21)

"...E tu m'hai amata proprio per la mia sensibilità..., per la mia assurda passionalità..., per il mio genio, credulo e mai stanco cuore. In che cosa mi son smentita, in che cosa t'ho deluso, amore..." ("Diario di una donna",467)

"...Ti dicevo stasera che vorrei affrettare la mia morte (...) Lo sai che sei il solo uomo forte che ho incontrato?..." ("Sibilla Aleramo e il suo tempo",100)

-1914 Michele Cascella:

"...Un fanciullo m'amava, migrante arcangelo, in vertigine di luce spada bella; e lo vidi colpito piegarsi, accettar la sorte, accettar di sparir..." ("Il passaggio",156)

"...Come era caro, allora, trasognato come un Aligi, abruzzese delle montagne, mistico e panteista, pieno di grazia e così felice in quei pochi mesi in cui mi illusi d'amarlo.." ("Diario di una donna",193)

-1915 Giovanni Boine:

"...Per Boine col quale non vissi che pochi giorni, lasciai per sempre Casella, che m'aveva data una stagione di gioia..." ("Diario di una donna", 432)

"...Alla fin fine la verità... è questa, che ti amo, e tu mi hai amata e t'ho visto felice, mio mentre da lei torni per centomila cose che non sono l'amore..." ("Carteggio",440)

-1915 Fernando Agnoletti:

"Il mio sangue,/ ho sentito il mio sangue cantare,/ un'ora / e il tuo gli rispondeva/ ed un'allodola, che intanto/ salutava l'aurora..." ("Selva d'amore",44)

-1916 Raffaello Franchi:

"...aveva sopportato con infinita abnegazione d'essere sacrificato all'amore per Campana..." ("Le mie sono fatte per essere bruciate",93)

"...Raffaello m'ha amato come forse nessun altro, forse come neppure Cena..."("Diario di una donna",235)

-1916 Dino Campana:

"...Forse Dino fu l'uomo che più amai..." ("Diario di una donna",435)

"...Tutta la sera m'è ondeggiata alla memoria, l'immagine di lui, della sua pazzia, e di quel altipiano deserto, in quelle prime poche notti estive del nostro amore che son rimaste le più pervase d'infinito ch'io abbia vissuto..." ("Diario di una donna",392)

"...E amai perdutamente Campana per non lasciarlo solo nella sua follia..."
("Le mie lettere sono fatte per essere bruciate",27)

-1918 Giovanni Merlo:

"...con la sua pazzia allegra, così remota da quella di Campana, col suo amore elementare, mi teneva in un vortice di vita per me nuovissimo, entro il quale mi dibattevo fra compiacente e vergognosa..." ("Diario di una donna",250)

-1920 Tullio Bozza:

"...Un giorno vidi l nudo atleta nel suo sonno./ Rugiada al mio sguardo/ quell'arco perfetto dell'omero/ che il respiro felice solleva..." ("Selva d'amore",109)

"Di Endimione mi innamorarono esclusivamente la bellezza e la grazia: erano invero eccezionali, tanto da formare attorno a lui, per me contemplante, un alone di mito..." ("Diario di una donna",271)

-1924 Tito Zaniboni:

"Su la mia bocca/ da la bocca d'uno/ mai prima veduto,/ un bacio/ un bacio violento/ oggi è caduto rapinoso..." ("Poesie",114)

"...Fui una notte in carcere, dopo l'attentato compiuto da Zaniboni..." ("Diario di una donna",251)

-1925 Julius Evola:

"...il mago! Il giorno della presentazione s'era inchinato, con uno strano tremore visibile in tutto il volto (...) Io avevo detto a me stessa: "Costui mi vuole". Avevo soggiunto: "Perché‚ no?" ("Amo dunque sono",127)

"...Disumano qual è, gelido architetto di teorie funambolesche, vanitoso, perverso, s'è trovato dinanzi a me come a cosa tutta viva, tutta schietta, mentre aveva fantasticato chissà... quale avventura necrofila. E questa cosa tutta schietta l'ha turbato, l'ha commosso, segretamente..." ("Amo dunque sono",104)

-1926 Giulio Parise:

"...con la chioma di viola, col tuo sguardo d'aquilotto, col corpo perfetto che non ha voluto denudarsi per me e donarsi alla sete del mio..." ("Amo dunque sono",32)

"...Mi dicesti che normalmente il rapporto fisico con la donna ti estrania da lei ancor più. Ma io voglio che il nostro amore sii più forte della tua 'norma'..." ("Amo dunque sono",152)

-1933 Enrico Emanuelli:

"Oscilla,/ nel vento,/ nel vuoto spazio,/ giunco e non uomo,/ ed io m'illusi, / or dannato lo vedo..." ("Selva d'amore",162)

-1934 Salvatore Quasimodo:

"...L'amore era stato per noi una sorda vana battaglia..." ("Un amore insolito",91)

"...Se mai un giorno ti risveglierai dal tuo sonnambulismo, avrai orrore della 'pietà...' intermittente onde amanti la tua miseria. Per ora l'orrore è tutto mio..." ("Sibilla Aleramo e il suo tempo",261)

-1936 Franco Matacotta:

"Odore dei tuoi vent'anni/ che su te respiro ben desta/ e l'aurora t'è intorno,/ sei tu stesso aurora..."("Sibilla Aleramo e il suo tempo",263)

"...Mi sento atterrita dinanzi alla grandezza di quella mia - ultima per fortuna - illusione d'amore..." ("Diario di una donna",339)

***************

Riferimenti bibliografici

-Sibilla Aleramo, "Il passaggio", Fratelli Treves, Milano 1919
-"Amo dunque sono", Mondadori, Milano 1927
-"Poesie", Mondadori, Milano 1929
-"Il frustino", Mondadori, Verona 1932
-"Selva d'amore", Mondadori, Verona 1947
-"Gioie d'occasione e altre ancora", Mondadori, Verona 1954
-"Diario di una donna", a c. A.Morino, Feltrinelli, Milano 1978
-"Un amore insolito", a c. di A.Morino, Feltrinelli,Milano 1979
-"Sibilla Aleramo e il suo tempo", a c.di B.Conti e A.Morino,Feltrinelli, Miano, 1981
-Dino Campana, "Le mie lettere sono fatte per essere bruciate", a c. di Gabriel
-Cacho Millet, All'insegna del pesce d'oro, Milano 1978 Giovanni Bobine, "Carteggio", vol. IV, a c. di M. Marchiane e S.E. Scalia, ed.Storia e Letteratura, Roma 1979
-Vincenzo Cardarelli, "Lettere d'amore a Sibilla Aleramo, a c. di G. A. Cibotto e B. Blasi, Newton Compton, Roma 1974.

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mer Set 05, 2007 5:32 pm    Oggetto:  "Amo dunque sono" - Sibilla Aleramo
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"Amo dunque sono" - Sibilla Aleramo

Sibilla, cinquantenne, scrive lettere a Luciano, ventiquattrenne, che si allontana da lei in una sorta di ritiro iniziatico per la sua arte di mago. Le lettere raccontano l'amore che lei prova, lo strazio della separazione, le gioie e le sconfitte quotidiane, l'ansia dell'attesa.

"Forse, più ancor di lui ero io stata disumana. Perchè l'umanità che avevo mortificata in me tutto quel tempo di dedizione, era più ricca della sua. Tanto ricca che aveva assistito al proprio strazio senza interiormente impoverirsi. Egli scorgeva in me soltanto i gesti, il pianto, le mani che supplicavano, il corpo che si offriva pronto ad esser spezzato, e non quello che in me egli non poteva distruggere."

"Soffia sul nostro capo il caldo vento, lo scirocco imperiale. Vedremo il cielo stasera rigato da stelle filanti? Quali prati ci aspettano, verdi, folti, iridati di genziane, per affondarvi insieme i nostri volti? Su quali rivi o fiumi o laghi susciterai per me, come promettesti, lo spirito delle acque? Mi svelerai gli arcani che ora stai penetrando. Tornerai con le mani ricolme, con le risposte più meravigliose ai perchè più audaci. Perchè si ama? Perchè si piange? Perchè si canta?"

(Amo dunque sono - Sibilla Aleramo)

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