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Ugo Foscolo: Vita&Opere
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 6:26 pm    Oggetto:  Ugo Foscolo: Vita&Opere
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Ugo Foscolo: Vita

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Dipinto di Ugo Foscolo, 1813, di François- Xavier-Pascal Fabre presso la Biblioteca Nazionale di Firenze

Niccolò Ugo Foscolo (Zacinto, 6 febbraio 1778 – Turnham Green, Londra, 10 settembre 1827) è un celebre poeta italiano; uno dei principali letterati del Neoclassicismo e del Pre-Romanticismo.

Zacinto, denominata anche Zante, una delle isole Ionie, appartenenti allora alla Repubblica veneta.

Indice [in questa pagina]:

1 Biografia
1.1 Gli studi
1.2 I primi versi e il contatto con la società letterata
1.3 Primi fervori patriottici
1.4 La delusione e l'esilio a Milano
1.5 Il trasferimento a Bologna
1.6 L'arruolamento nella Guardia Nazionale
1.7 L'intensa attività letteraria tra il 1801 e il 1804
1.8 Gli anni in Inghilterra: 1804-1806
1.9 L'incarico all'Università di Pavia
1.10 Il ritorno a Milano e le difficoltà
1.11 Il soggiorno sereno e produttivo a Bellosguardo
1.12 Il ritorno a Milano e l'esilio in Svizzera
1.13 Gli ultimi anni di vita in esilio a Londra

************

Biografia

Ugo Foscolo era figlio del veneziano Andrea Foscolo, medico di vascello, e dalla greca Diamantina Spathis, donna molto bella e soave.
Il piccolo Niccolò (iniziò a chiamarsi Ugo dal 1795) proveniva pertanto da una famiglia patrizia che nel secolo XVI si era stabilita a Candia e, quando questa nel 1669 cadde in mano ai Turchi, passò alle isole Ionie che fin dal secolo XIV erano sottomesse a Venezia per riunirsi, nel 1805 su volere di Napoleone, alla Dalmazia e all'Istria.
Foscolo ricorderà sempre la sua nascita greca e più volte cantò la sua isola natale. Egli scriveva il 29 settembre del 1808 al letterato prussiano J.S.Bartholdy:

«Quantunque Italiano d'educazione e di origine, e deliberato di lasciare in qualunque tempo le ceneri sotto le rovine d'Italia, anziché all'ombra delle palme d'ogni altra terra più gloriosa e più lieta, io, finché sarò memore di me stesso, non oblierò mai che nacqui da madre greca, che fui allattato da greca nutrice, e che vidi il primo raggio di sole nella chiara e selvosa Zacinto, risonante ancora de' versi con che Omero e Teocrito la celebrarono»

Gli studi

Trascorse parte della sua fanciullezza a Zacinto (l'attuale Zante) e nel 1785 si trasferì con la famiglia a Spalato, dove il padre esercitava la sua professione di medico con un salario modesto, e presso il seminario arcivescovile di quella città compì come esterno i suoi primi studi, seguito da monsignore Francesco Gianuizzi fino a quando la morte improvvisa del padre, avvenuta nell'ottobre del 1788, lo costrinse a ritornare a Zama dove continuò la scuola e apprese i primi elementi del greco antico dimostrandosi però allievo ribelle alla disciplina e non troppo propenso allo studio.

Nei primi mesi del 1789 la madre si trasferì a Venezia con la figlia Rubina e Costantino, mentre Ugo e Gian Dionigi (Giovanni) rimasero a Zante. Giovanni presso la nonna materna e Ugo presso una zia fino al 1793 quando, accompagnato dal Provveditore dell'isola, Paolo Paruta, poté raggiungere la madre e i fratelli.

Tra il 1793 e il 1797 frequentò le Scuole di San Cipriano a Murano dove Gasparo Gozzi era stato provveditore ed ebbe modo di seguire le lezioni del latinista Ubaldo Bregolini e del grecista G. B.Galliccioli che assecondano le velleità letterarie del giovane. La linea dei suoi studi fu all'inizio tradizionale con la lettura dei classici, gli esercizi di traduzione soprattutto da Saffo, Anacreonte, Alceo e Orazio per passare a più ampie letture, tra le quali quelle degli autori del Settecento e numerose altre, aiutato nella scelta e nella guida dal bibliotecario J. Morelli che lavorava alla Marciana frequentata assiduamente dal Foscolo.

I primi versi e il contatto con la società letterata

Nel 1794 trascrisse una quarantina dei suoi componimenti poetici, in parte originali e in parte frutto di traduzioni, che risentivano degli influssi arcadici soprattutto nel metro e nel linguaggio e che inviò all'amico Costantino Naranzi. Nel frattempo venne ospitato, come autore di versi, nell'"Anno poetico" dal classicista gozzano, l'abate Angelo Dalmistro, che era un appassionato della letteratura inglese.

Introdotto nei salotti delle nobildonne veneziane, quello della dotta Giustina Renier Michiel e della sua rivale, la bella Isabella Teotochi Albrizzi (prima grande passione amorosa del poeta), conobbe il Pindemonte e altri poeti di successo come il Bertola. Importanti furono anche i contatti che egli ebbe fuori Venezia con il gruppo degli amici bresciani, aperti alle influenze francesi e rivoluzionarie, e con il Cesarotti, traduttore dei Canti di Ossian, del quale seguiva a Padova le lezioni universitarie e al quale, il 30 ottobre del 1795, aveva scritto allegandogli, per avere un giudizio, la sua prima tragedia, intitolata il Tieste, di carattere alfieriano e viva di fervori giacobini.

Risale al 1796 un documento della prima formazione letteraria del Foscolo, un ambizioso Piano di Studi comprendente "Morale, Politica, Metafisica, Teologia, Storia, Poesia, Romanzi, Critica, Arti" dove il giovane registrava le letture, i primi scritti, gli abbozzi delle opere da scrivere. In esso si trova l'accenno ad un romanzo, "Laura, lettere" che verrà poi assorbito dall'Ortis. Durante l'anno il Foscolo scrisse alcuni articoli sul "Mercurio d'Italia" che destarono i sospetti del governo veneto e il giovane, per prudenza si rifugiò sui colli Euganei.

Primi fervori patriottici

Il 4 gennaio del 1797 al Castel Sant'Angelo venne rappresentata la tragedia il "Tieste" che ottenne grande entusiasmo e consensi patriottici ma che gli procurò anche controlli e interrogatori da parte della polizia.
Il 12 maggio del 1797 era intanto finita in modo inglorioso la Repubblica oligarchica ed era stata istituita a Venezia una municipalità provvisoria. Ma il Foscolo, già nell'aprile, non sentendosi sicuro era fuggito nella Repubblica Cispadana e si era arruolato nel corpo dei Cacciatori a cavallo che si era formata a Bologna. Aveva intanto scritto e pubblicato l'ode panegerica a "Bonaparte liberatore" e quando giunse la notizia della liberazione di Venezia, ritornò esultante nella città e venne dichiarato socio della Società d'Istruzione Pubblica con l'incarico di redigere i verbali. In questo periodo scrisse il sonetto "A Venezia" e l'"Ode ai Novelli repubblicani" oltre ad alcune orazioni contro le posizioni dei moderati veneziani.

La delusione e l'esilio a Milano

Ma il 17 ottobre di quel 1797 così esultante, terminò con il Trattato di Campoformio con il quale Bonaparte vendeva Venezia all'Austria e il giovane Ugo, pieno di sdegno, dimessosi dagli incarichi pubblici partì in volontario esilio e si recò a Milano.

A Milano conobbe il Parini e il Monti, che difese dalle accuse che gli si rivolgevano per la sua attività di poeta alla corte romana, di cui amava la moglie, Teresa Pilker, collaborò con Melchiorre Gioia per qualche mese al "Monitore Italiano", un periodico battagliero che venne sospeso dal Direttorio nel 1798 e compose alcuni sonetti uno dei quali "Te nutrice alle muse, ospite e Dea" il cui spunto gli era stato dato dalla proposta fatta al Gran Consiglio dal cittadino Giuseppe Lattanzi perché sostituissero nelle scuole l'insegnamento latino con quello francese.

Il trasferimento a Bologna

Senza lavoro e infelice per il travagliato amore per Teresa Pikler, la moglie del Monti, nell'estate del '98 il poeta si trasferì a Bologna dove iniziò la sua collaborazione a "Il Genio Democratico" fondato dal fratello Giovanni e poi riassorbito dal "Monitore bolognese". Fu per un breve periodo aiutante del cancelliere per le lettere del Tribunale dove iniziò le stampe, fino alla lettera XLV, del romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis che dovette interrompere per l'occupazione di Bologna da parte degli Austro-Russi nell'aprile del 1799 e che vide comunque, a sua insaputa, la luce completato e tagliato in varie parti da Angelo Sassoli per conto dell'editore Marsigli.

L'arruolamento nella Guardia Nazionale

Foscolo nel frattempo si arruolò nuovamente nella Guardia Nazionale e combatté con le truppe francesi fino alla battaglia di Marengo. Ferito nella battaglia di Cento venne arrestato durante la fuga e liberato a Modena dalle truppe del McDonald partecipando in seguito alla battaglia della Trebbia e ad altri scontri. Partecipò alla difesa di Genova assediata e in questo periodo ripubblicò l'ode "A Bonaparte liberatore" aggiungendovi una premessa nella quale esortava Napoleone a non diventare un tiranno, rifece l'ottava strofa dove afferma con chiara coscienza l'idea dell'unità d'Italia erede di Roma e tra l'estate e l'autunno del 1800 compose l'ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo.

Dopo la vittoria napoleonica gli vennero dati numerosi incarichi dall'esercito che lo condussero in varie città italiane tra le quali Firenze dove s'innamora di Isabella Roncioni.

Nel 1801 il Foscolo si recò a Milano dove accolse, nel mese di giugno, il fratello più giovane, Giulio, che gli era stato affidato dalla madre e lo avviò alla carriera militare. (Giulio finirà suicida in Ungheria nel 1838). Il 23 luglio, dopo essersi più volte lamentato perché non riceveva regolarmente la paga militare, inviò una lettera al Ministro nel quale chiedeva le dimissioni, che però non gli furono concesse. In compenso ottenne la paga di capitano aggiunto, passando in tal modo al servizio della Repubblica Italiana, e fu incaricato di compilare una parte del Codice militare.

L'intensa attività letteraria tra il 1801 e il 1804

Gli anni tra il 1801 e il 1804 furono anni di intensa attività letteraria ma anche di grande dolore per la morte del fratello Giovanni che si era ucciso a Venezia l' 8 dicembre del 1801 con un colpo di pugnale, sotto gli occhi della madre, per sottrarsi al disonore di non poter pagare una grossa somma persa al gioco e che aveva preso in prestito dalla cassa di guerra.
Nel 1802 pubblicò l'"Orazione a Bonaparte" in occasione dei Comizi di Lione e la raccolta di liriche che comprendevano otto sonetti e una ode, rielaborò e portò a termine l'"Ortis", compose l'ode All'amica risanata per Antonietta Fagnani Arese, suo nuovo ardente amore, e nel 1803 stampò l'edizione definitiva dei Sonetti con l'aggiunta dei quattro più famosi("Alla sera", "A Zacinto", "In morte del fratello Giovanni", "Alla Musa") e l'ode "All'amica risanata". Risale allo stesso anno la traduzione e la pubblicazione della "Chioma di Berenice" di Catullo da Callimaco con l'aggiunta di un inno alle Grazie che attribuisce al poeta alessandrino Fanocle accompagnata da quattordici "Considerazioni" che racchiudono i lineamenti principale della sua poetica neoclassica.

Gli anni in Inghilterra: 1804-1806

Nel 1804, come capitano di fanteria, ottenne di seguire l'armata anti-inglese che si radunava a Valenciennes, in Francia e nella Francia del nord visse fino al 1806. A Valenciennes conobbe una inglese, Lady Mary Hamilton, dalla quale ebbe una figlia, Mary, ma che egli chiamerà sempre Floriana, che rivedrà dopo molti anni in Inghilterra e che sarà il conforto dei suoi ultimi anni.

Malgrado i continui spostamenti per motivi di servizio, il Foscolo riuscì a continuare la sua attività letteraria con alcuni saggi di traduzione dall'Iliade, con l'epistola in sciolti al Monti, Se fra' pochi mortali a cui negli anni e con la traduzione del "Sentimental Journey" di Sterne che l'avrebbe condotto alla stesura, nel 1812, dei sedici capitoletti scritti in una prosa ironico-allusiva della "Notizia intorno a Didimo Chierico".

L'incarico all'Università di Pavia

Nel 1806, essendo fallito il progetto di Napoleone dell'invasione inglese, il Foscolo fece ritorno a Milano dopo essere stato a Parigi, dove conobbe il giovane Manzoni, a Venezia dove rivide i familiari e, presso Treviso la Teodochi Albrizzi. A Padova si incontrò con il Cesarotti e a Verona vide in giugno il Pindemonte dai colloqui con il quale nacque l'idea iniziale del poema Dei Sepolcri che, scritto tra l'agosto del 1806 e l'aprile del 1807 verrà pubblicato in questo anno, a Brescia, dall'editore Bettoni.

Sollevato intanto dagli incarichi militari su interessamento dell'allora ministro Caffarelli, il Foscolo si candidò alla cattedra di eloquenza dell' Università di Pavia che si era resa vacante (la cattedra era stata tenuta in precedenza da Vincenzo Monti e in seguito da Luigi Cerretti) e la ottenne il 18 marzo 1808. Qui pronunciò la sua celebre orazione inaugurale, "Dell'origine e dell'ufficio della letteratura", e poche lezioni perché la cattedra venne subito dopo soppressa da Napoleone, ormai reso sospettoso di ogni libero pensiero.

Il ritorno a Milano e le difficoltà

Tornato a Milano ebbe inizio per il Foscolo un periodo di difficoltà economiche reso più amaro a causa dei contrasti con i letterati di regime che non gli dispensarono le polemiche e le malevoli insinuazioni. Alla rottura con il Monti si aggiunse l'insuccesso della tragedia Aiace che, rappresentata alla Scala il 9 dicembre 1811, non ebbe successo e venne inoltre vietata dalla censura per le allusioni antifrancesi che conteneva.

Il soggiorno sereno e produttivo a Bellosguardo

Abbandonata Milano nell'agosto del 1812 il poeta ripara a Firenze per un soggiorno alla villa di Bellosguardo e qui trascorse, fino al 1813 un periodo di intensi affetti, di soddisfazioni mondane e di lavoro creativo. Egli infatti ottenne l'amore della senese Quirina Mocenni Magiotti, frequentò il salotto della contessa d'Albany, l'amica di Alfieri, scrisse la tragedia Ricciarda che venne rappresentata a Bologna nel 1813, riprese la traduzione del "Viaggio sentimentale" che pubblicò nel 1813 corredato della "Notizia intorno a Didimo Chierico", tradusse altri canti dell'Iliade e stese alcuni frammenti del poemetto "Le Grazie".

Il ritorno a Milano e l'esilio in Svizzera

Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, nel novembre del 1813 il Foscolo ritornò a Milano e riprese il suo grado nell'esercito per difendere il Regno Italico, ma con l'arrivo in città degli Austriaci nel 1814 egli si rese conto che la sua speranza di una futura Italia indipendente era cosa vana.
Ebbe un momento di esitazione quando il governatore austriaco feldmaresciallo Bellegarde gli offrì di collaborare con il nuovo governo dirigendo una rivista letteraria, la futura "Biblioteca italiana". Foscolo accettò e stese il programma della rivista, ma intervenne l'obbligo di giuramento al nuovo regime e, la notte della vigilia il 31 marzo del 1815, Foscolo lasciò l'Italia e prese la via del volontario esilio per rifugiarsi a Hottinger, in Svizzera.

Malgrado le varie peregrinazioni in terra svizzera per sfuggire ai controlli della polizia austriaca, egli riuscì a stampare a Zurigo, nel 1816 le "Vestigi della storia del sonetto italiano", il libretto satirico contro i letterati milanesi "Didimi clerici prophetae minimi Hypercalypseos liber singularis" (l'Ipercalisse), la terza edizione dell'"Ortis" e scrivere gli appassionati "Discorsi sulla servitù d'Italia" che verranno pubblicati postumi.

Gli ultimi anni di vita in esilio a Londra

Nel frattempo l'Austria insisteva nel reclamare la sua estradizione e quando l'ambasciatore d'Inghilterra a Berna, per gli uffici di Guglielmo Stewart Rose a cui il Foscolo aveva dedicato l'Ipercalisse, ebbe l'ordine di rilasciargli, come a nativo jonio, il passaporto per la Gran Bretagna egli, con il denaro ricavato dalla vendita dei suoi libri a Milano e con quello che il fratello Giulio, a quei tempi in Ungheria, gli aveva fornito, poté partire.

Il 12 settembre 1816 il poeta giunse a Londra dove trascorrerà l'ultimo periodo della sua vita con non lievi difficoltà economiche e morali.
Durante il periodo londinese il Foscolo si dedicò prevalentemente all'attività editoriale e giornalistica e si impegnò nello studio storico-critico di alcuni momenti, testi e personaggi della letteratura italiana, soprattutto Dante, Petrarca e Boccaccio. Risalgono a questi anni nuovi saggi sulle traduzioni omeriche, la quarta edizione dell'"Ortis" (1817), l'elaborazione delle "Grazie" e le incompiute "Lettere scritte d'Inghilterra" ('16-'18) di cui una parte edita postuma con il titolo il "Gazzettino del bel mondo" e la "Lettera apologetica" anch'essa pubblicata postuma.

La vita troppo signorile e alcune speculazioni avventate in affari ridussero però il poeta al dissesto economico tanto che, nel 1824, venne per breve tempo incarcerato per debiti. Liberato, sarà costretto a sopravvivere nei quartieri più poveri di Londra, celandosi spesso sotto falso nome per sfuggire ai creditori. Aveva intanto ritrovato la figlia Floriana che lo assisterà con devozione durante i suoi ultimi anni.

Povero e debole, Foscolo si ritirò nel piccolo sobborgo londinese di Turnham Green dove, ammalato di idropisia, morirà il 10 settembre del 1827 a soli quarantanove anni. Dal cimitero di Chiswich dove fu sepolto, le sue spoglie saranno traslate in Santa Croce a Firenze, che aveva tanto lodato nel carme "Dei Sepolcri," nel 1871. Del Foscolo ci resta un ricchissimo "Epistolario", documento assai importante della sua vita tumultuosa.

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(Biografia tratta da Wikipedia, l'enciclopedia libera:
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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 6:48 pm    Oggetto:  Ugo Foscolo: Opere
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Ugo Foscolo: Opere

Le opere di Ugo Foscolo, così come la sua biografia, sono esemplari per capire le passioni, gli ideali, i problemi di quella generazione di giovani intellettuali che vissero nel periodo napoleonico.

Primo periodo: dal 1796 al 1803

Foscolo iniziò precocemente la sua attività letteraria e anche se i risultati di questa produzione sono scarsi essi rimangono tuttavia importanti. In essi infatti si possono già cogliere alcuni tratti della formazione del poeta che incideranno sulla sua futura evoluzione.

La separazione tra l'esperienza autobiografica e quella letteraria è decisamente netta. Infatti, se sul piano autobiografico, come emerge dalle lettere, si scorge un animo appassionato e ribelle dominato da un senso triste della vita, legato agli affetti familiari e ossessionato dal pensiero della morte, sul piano letterario il Foscolo agiva in un'altra direzione, esercitandosi, con un utile apprendistato tecnico, su modelli come il Metastasio e l'Arcadia in generale.

Solamente tra il 1795 e il 1797 il Foscolo inizia ad esprimersi con degno valore stilistico mettendo a frutto le sue vaste conoscenze enciclopediche, ma soprattutto liberando l'animo da quella materia sentimentalmente bruciante e non ancora del tutto definita che scaturiva dalla sua indole ribelle e nello stesso tempo venata di tristezza.

Risalgono a questo periodo i quattro sonetti "In morte del padre", l'elegia "In morte di Amaritte" e "Le Rimembranze" , dove si sente l'influsso del preromanticismo inglese (nella prima viene ricordato Young e in due terzine della seconda, si sentono gli echi della "Lettera di Eloisa ad Abelardo" del Pope e delle "Notti" dello stesso Young). In questa seconda elegia, dove si fa cenno del sofferto amore del poeta per una Laura, viene rappresentata una scena simile a quella rappresentata nella lettera di Jacopo Ortis del 14 maggio 1798, che prova in modo indiretto che nelle "Ultime lettere" si trova traccia del romanzo di Laura (Laura, lettere) menzionato nel Piano di studi.

Sempre a questo periodo appartengono le odi "Ai novelli repubblicani" e "A Bonaparte liberatore", la sua prima tragedia intitolata "Tieste", il "Sesto tomo dell'io" e gli sciolti "Al Sole" che risentono d'echi ossianeschi e younghiani ma segnano un passo verso l'originalità.
Terminato in un certo senso il suo apprendistato poetico, Foscolo si cimenta nella prima opera importante, le "Ultime lettere di Jacopo Ortis", che rappresentano un punto chiave del suo percorso spirituale e letterario.

Tieste

Composta probabilmente nell'ottobre del 1795, revisionata da Melchiorre Cesarotti e rappresentata per la prima volta il 4 gennaio 1797 al Teatro Sant'Angelo di Venezia e data alle stampe nello stesso anno, è la tragedia intitolata "Tieste" che ricalca il modello alfieriano, priva in realtà di grande pregio artistico, ma che diede fama al giovanissimo poeta e lo fece conoscere al pubblico

A Napoleone Bonaparte liberatore

"A Napoleone Bonaparte liberatore" fu pubblicata nel 1799 durante l'assedio di Genova accompagnata da una lettera dedicatoria rivolta a Bonaparte nella quale lo esortava a soccorrere gli italiani. La lettera è piena di amore patrio, in difesa della libertà contro il trattato di Campoformio e contro i pericoli della dittatura. Dopo i comizi di Lione il poeta non volle più pubblicare l'ode fra i suoi componimenti.

Sesto tomo dell'io

Il "Sesto tomo dell'io" composto tra il 1799 e il 1801 è un abbozzo di romanzo autobiografico rimasto incompiuto nella forma di silloge di brani.

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis

Le "Ultime lettere di Jacopo Ortis", che dopo varie vicende vennero pubblicate nella sua veste definitiva nel 1802 a Milano, rappresentano la prima vera espressione dell'opera artistica di Foscolo. Scritto in forma epistolare e a carattere chiaramente autobiografico, il romanzo segna il momento estremo del pessimismo foscoliano. Se pur debole dal punto di vista artistico, l'Ortis ha un grande valore nella storia della nostra letteratura come primo libro romantico intriso dal mal du siècle che aveva contagiato l'Europa. Esso, condotto sotto l'influenza del Werther di Goethe e degli eventi di Campoformio, ebbe grande diffusione in tutta Europa ed il merito di far conoscere il Foscolo più della sua grande poesia.

Le Odi

Nello stesso periodo dell'"Ortis" e dei "Sonetti" risale la composizione delle due "Odi" che esaltano la bellezza femminile scritte, la prima, "A Luigia Pallavicini caduta da cavallo" nel 1800, la seconda "All'amica risanata" nel 1802 e pubblicate insieme ai Sonetti e in edizione definita nel 1803.

A Luigia Pallavicini caduta da cavallo (caduta dalle coglie)

"A Luigia Pallavicini caduta da cavallo" è la prima ode di carattere neoclassico del Foscolo composta a Genova nella primavera del 1800, dove il poeta era capitano dell'esercito napoleonico comandato dal generale Masséna e assediato dagli austro-russi. Lo spunto viene dato all'autore da una fatto di cronaca che si riferiva alla caduta da cavallo di una giovane gentildonna, Luigia Pallavicini, durante una cavalcata sulla riviera di Sestri Levante che le aveva causato la deturpazione del viso.

Il Foscolo scrive così un'"augurale consolatoria" per la contessa che, cadendo, aveva subito una deturpazione della sua bellezza. Ne nasce un componimento che, escludendo il dramma, si trasferisce in'aura remota e favolosa in una specie di Eden dove le donne si trasformano in dee e dove il mito di Adone, come simbolo della caducità della bellezza individuale e quello di Artemide, simbolo della caducità della bellezza universale, innalzano l'ode ad un più alto significato. Il Foscolo non celebra in questa ode solamente una donna, ma la bellezza come espressione di un mondo armonioso nel quale poter rifugiarsi, dove la bellezza femminile viene contemplata con trepidazione perché non è un bene immobile ma continuamente minacciato.

All'amica risanata

"All'amica risanata", scritta nel 1802 in occasione della guarigione da una malattia di Antonietta Fagnani Arese, è un canto pieno di gioia per la salute che l'amica, della quale lo scrittore era perdutamente innamorato, riacquista.

Come nell'ode precedente, il tema è quello della bellezza minacciata e risorgente e del suo alto valore consolatorio nella vita.
Come "In Luigia Pallavicini" il motivo è solo un pretesto per cantare non tanto una donna ma l'idea pura della bellezza come contemplazione che aiuta ad elevarsi a pura idealità.

Nell'ode compare anche un altro tema, fondamentale poi in tutte le opere del Foscolo, quello della poesia eternatrice che rende sublime il nostro vivere, la bellezza e i valori dell'umanità.

I sonetti

Sul fascicolo IV dell'ottobre 1802 del "Nuovo Giornale dei letterati" di Pisa, il Foscolo pubblicò nel 1802, con il titolo "Poesie" otto sonetti, per lo più di carattere amoroso, nei quali si sente il senso della tristezza ineluttabile e dove si affronta il tema della bellezza come ristoratrice per l'animo del poeta: "Non son chi fui, perì di noi gran parte", "Che stai?", "Te nutrice alle Muse", "E tu ne' carmi avrai perenne vita", "Perché taccia il rumor di mia catena", "Così gl'interi giorni in luogo incerto", "Meritamente, però ch'io potei", "Solcata ho la fronte".

Solo nell'edizione definitiva, che venne pubblicata a Milano il 2 aprile 1803 con dedica all'amico fiorentino Giovanni Battista Niccolini, sempre con il titolo "Poesie", egli aggiunse altri quattro sonetti che vengono considerati i più belli della letteratura italiana: "Alla sera", "A Zacinto", "Alla Musa", "In morte del fratello Giovanni".

Malgrado l'apparente organicità i dodici sonetti riflettono i momenti differenti della loro produzione e ottengono anche risultati diversi.

Secondo periodo: dal 1803 al 1806

Il periodo della lirica, intenso ma breve, finirà proprio con l'ode "All'amica risanata" e il Foscolo non ritornerà più alle forme chiuse del sonetto e dell'ode ma cercherà di coordinare, in un insieme organico e strutturato, i convincimenti maturati in quegli anni di carattere filosofico, morale, politico e civile.

Per tre anni la poesia tace completamente e lascia il posto all'attività dello studioso e del traduttore.

Pubblica infatti, nel 1803, la traduzione in endecasillabi sciolti della "Chioma di Berenice" di Catullo e lavora intanto alla traduzione dell'Iliade (sarà del 1807 "L'esperimento di traduzione dell'"Iliade"" di Omero) e del "Viaggio sentimentale" di Sterne, dal quale nascerà l'ispirazione del personaggio di "Didimo Chierico".

Dedicandosi così a questa intensa elaborazione culturale egli si impadroniva della tecnica dell'endecasillabo sciolto che sarà il metro usato nei "Sepolcri" e nelle "Grazie" e che egli sperimenterà nella lettera, scritta in versi a Boulogne-sur-mer tra il 1804 e il 1806, "A Vincenzo Monti".

Terzo periodo: dal 1806 al 1809

Durante gli anni dei Sepolcri il Foscolo si era nuovamente impegnato nella vita politica e nell'attività educativa come docente all'Università di Pavia e ciò era servito ad allontanare la disperazione che lo rendeva inerte e a sperare ancora nel futuro con rinnovato ardore. In questo clima aveva potuto nascere l'opera civile "Dei Sepolcri" e l'orazione inaugurale al corso che aveva tenuto a Pavia nell'anno 1808-1809 dal titolo "Dell'origine e dell'ufficio della letteratura" che lesse il 22 gennaio del 1809.

Dei sepolcri

I Sepolcri o come lo intitolò il Foscolo, "Dei Sepolcri" è un carme composto da 295 endecasillabi sciolti scritto tra il giugno e il settembre del 1806 che venne pubblicato nel 1807 a Brescia. In seguito al decreto napoleonico di Saint-Cloud del 1804 nel quale si imponeva per motivi igienici la sepoltura dei morti al di fuori dalle mura cittadine in cimiteri costruiti appositamente e che avessero, per una questione di democrazia, lapidi di uguale grandezza, erano nate accese discussioni. Il poeta, di ritorno dal soggiorno nelle Fiandre aveva discusso dell'argomento con l'amica Isabella Teotochi Albrizzi e soprattutto con Ippolito Pindemonte, che stava scrivendo il poema in ottave dal titolo i "Cimiteri", per riaffermare il senso del culto cristiano.

Non si possiede una esatta documentazione riguardo l'elaborazione del carme e la maggior parte dei critici ritiene che il Foscolo abbia composto i Sepolcri sotto forma di lettera indirizzata al Pindemonte e in varie riprese in un arco di tempo che va dall'agosto 1806 al gennaio del 1807.

L'opera, che venne stampata a Brescia nel 1807, si accosta alla poesia preromantica anglosassone che si ispirava al tema dei cimiteri (soprattutto alle "Notti" di Edward Young e all'"Elegy Written in a Country Churchyard " di Thomas Gray), e a quel tipo di poesia e prosa che aveva per argomento i sepolcri ed era nata in Francia al tempo del Direttorio, ma con un intento nuovo rivolto soprattutto ad esaltarne la funzione civile.

Dell'origine e dell'ufficio della letteratura

Nell'appassionata orazione sull'importanza della parola, che il Foscolo legge il 22 gennaio 1809 alla lezione inaugurale del corso che è chiamato a tenere all'Università di Pavia, si trovano tutte le linee della sua poetica. In modo intenso e appassionato il poeta riassume nel discorso fatto ogni tappa del suo pensiero e della sua poetica. Il fulcro tematico dell'orazione è l'esaltazione della parola che l'autore ritiene uno strumento insostituibile per rappresentare il pensiero e dare forma alla fantasia. Egli sostiene che l'esigenza di comunicare è tipica dell'uomo e ha una funzione sociale perché aiuta a mantenere l'ordine e l'armonia. Con la parola, dice il Foscolo, si fanno nascere le leggi, vengono fondate le religioni, si tramandano le conoscenze. Se la società si sviluppa è perché c'è stato lo sviluppo della lingua che è indice di progresso, di civilizzazione e di letteratura. Nell'orazione il Foscolo tratta anche del rapporto tra scienza e letteratura che ritiene essere complementari e quindi necessarie. Infine prende in analisi il fiorire delle lettere nella Grecia antica e le cause della sua corruzione che individua nell'opera dei sofisti che ridussero la poesia in retorica e condannarono il pensiero di Socrate.

Quarto periodo: dal 1809 al 1812

Proprio quando pareva al Foscolo di aver trovato la serenità, la cattedra di eloquenza da lui tenuta venne soppressa e la mancanza di contatto con i giovani e le nuove difficoltà economiche segnano un'altra svolta nella sua vita.

Nel frattempo anche l'involuzione della politica di Napoleone in senso antiliberale e imperialista aumentano la convinzione che i suoi ideali civili e letterari siano solamente delle illusioni e il pessimismo del poeta si fa più radicale allontanandolo dalla scena politica e chiudendolo in uno stanco isolamento. Le opere che scrive in questo periodo, "Sull'origine e i limiti della giustizia", i "Discorsi sulla servitù d'Italia", la "Lettera apologetica", fanno ben intendere in che stato di solitudine nel campo delle ideologie politiche si trovasse il poeta.

Il pessimismo di questo periodo lo spinge ad esaltare, sulla scorta di Machiavelli e di Hobbes, l'autorità del principe e il diritto del più forte a primeggiare sulla plebe come dimostra nella tragedia "Ajace" e nelle lettere di questo periodo.

Aiace

La tragedia in cinque atti intitolata l'Aiace venne composta tra il 1810 e il 1811 e rappresentata nel dicembre di quest'ultimo anno alla Teatro alla Scala di Milano con insuccesso perché la polizia, avendovi trovato delle allusioni a Bonaparte, ne proibì ogni altra rappresentazione.

Quinto periodo: dal 1812 al 1816

Con la rappresentazione dell'"Ajace" Foscolo esce dalla vita politica e lascia Milano e cerca un rifugio tranquillo a Firenze dove, con un animo più staccato e sereno, lavora alle traduzioni.

Negli anni tra il 1812 e il 1813 scrive un'altra tragedia, la "Ricciarda", e compone la "Notizia intorno a Didimo Chierico" che rappresenta un documento dal quale si può capire quale fosse la predisposizione d'animo di Foscolo in quegli anni.

È lo stesso stato d'animo con il quale egli compone il carme le "Le Grazie" e che, quale fenomeno non isolato, gli aveva già fatto scrivere precedentemente il "Sesto tomo dell'io", l'epistola in versi "A Vincenzo Monti" che ritornerà nell'"Hipercalipsis" del 1815 e nelle "Lettere dall'Inghilterra" che verranno pubblicate postume nel 1850 con il titolo "Gazzettino del bel mondo".

Notizia intorno a Didimo Chierico

Didimo Chierico è un personaggio immaginario dal quale la Francia avrebbe ricevuto il manoscritto della traduzione del Viaggio sentimentale di Sterne con un invito a renderlo pubblico. L'immagine che il Foscolo ritrae nel Didimo, che è poi una sua nuova immagine ideale, è distacata ed ironica. Come scrive il Fubini[1] "Didimo è l'anti-Ortis, o per meglio dire l'Ortis sopravvissuto, divenuto letterato, traduttore, commentatore, meglio disposto all'indulgenza verso sé e verso gli altri, ma con nell'animo integri gli ideali e i sentimenti di un giorno: un Ortis che, scrutato a fondo, si rivela a dir del suo autore, più disingannato che rinsavito".

Ricciarda

La Ricciarda, terza tragedia del Foscolo in cinque atti e in endecasillabi sciolti, venne composta nel 1813 e rappresentata nello stesso anno a Bologna al "Teatro del Corso" il 17 settembre dello stesso anno ottenendo l'insuccesso già toccato all' Aiace. La pubblicazione della tragedia risale invece al 1820 quando il Foscolo abitava già a Londra da quattro anni.

Sesto periodo: dal 1816 al 1827

L'esilio del poeta, dopo Firenze, continuò in Inghilterra dove il Foscolo trovò inizialmente una buona accoglienza negli ambienti liberali di Londra e dove, costretto dalle necessità economiche, si dedicò prevalentemente all'attività editoriale e giornalistica.

Progressivamente questo suo esilio londinese lo allontanò dalle vicende politiche d'Italia anche perché egli non riuscì a stabilire buoni contatti con gli altri esuli che in quegli anni erano confluiti in Inghilterra, come Confalonieri, Berchet, Santarosa e altri. L'allontanamento dalla politica accentuò il suo interesse di saggista e di critico della letteratura italiana sia contemporanea che antica. Risalgono a questi anni, oltre a nuovi saggi di traduzioni omeriche, la quarta edizione dell'"Ortis" pubblicata a Londra nel 1817, la lunga elaborazione di una raccolta che rimase incompiuta di saggi di costume - "Lettere scritte dall'Inghilterra", - di cui una parte edita postuma con il titolo "Gazzettino del bel mondo", la "Lettera apologetica" che venne anch'essa pubblicata postuma e inoltre i saggi di critica letteraria tra i quali il "Saggio sullo stato della letteratura contemporanea in Italia" pubblicato nel 1818, "Della nuova scuola drammatica italiana" del 1826, i "Saggi sul Petrarca" del 1821, "Epoche della lingua italiana" del 1823, il "Discorso sul testo del poema di Dante" del 1825, il "Discorso storico sul testo del Decamerone" dello stesso anno.

Il Gazzettino del bel mondo

Scritto nei primi anni di esilio a Londra con la data 1817 il saggio è formato da otto lettere, con l'aggiunta di alcuni frammenti, indirizzate al conte Cicogna nelle quali il Foscolo fa un paragone tra la realtà inglese e quella italiana e discute di moda, letteratura e politica.
L'opera, che nell'intento dell'autore doveva essere più ampia, rimase incompiuta e pubblicata solamente nel 1850.

Lettera Apologetica

La lettera, rimasta incompiuta, consiste in una narrazione poco serena delle vicende politiche dell'autore dal 1814 in poi con la quale egli intendeva difendersi dalle calunnie dei suoi nemici. Essa può considerarsi il suo testamento politico che, per bellezza artistica, può gareggiare con la "Notizia intorno a Didimo Chierico.

***************

-Componimenti poetici-

-A Napoleone Bonaparte liberatore, ode (1799)
-A Luigia Pallavicini caduta da cavallo, ode (1800)
-All'amica risanata, ode (1802)
-Non son chi fui, perì di noi gran parte, sonetto (1802)
-Che stai?, sonetto (1802)
-Te nutrice alle Muse, sonetto (1802)
-E tu ne' carmi avrai perenne vita, sonetto (1802)
-Perché taccia il rumor di mia catena, sonetto (1802)
-Così gl'interi giorni in luogo incerto, sonetto (1802)
-Meritamente, però ch'io potei, sonetto (1802)
-Solcata ho la fronte, sonetto (1802)
-Alla sera, sonetto (1803)
-A Zacinto, sonetto (1803)
-Alla Musa, sonetto (1803)
-In morte del fratello Giovanni, sonetto (1803)
-Dei Sepolcri, carme (1806)
-Le Grazie, carme incompiuto
-Numerosi componimenti poetici non approvati

-Opere teatrali-

-Tieste, tragedia (1795)
-Aiace, tragedia (1810-1811)
-Ricciarda, tragedia (1813)

Altri scritti

-Epistolario-

-Ultime lettere di Jacopo Ortis, romanzo epistolare (1797)
-Chioma di Berenice, traduzione del carme di Catullo, (1803)
-Viaggio sentimentale, traduzione del romanzo di Laurence Sterne, (1807)
-Iliade, traduzione del poema omerico, (1807)
-Dell'origine e dell'ufficio della letteratura (1809)
-Discorso sul testo della Divina Commedia
-Essays on Petrarch
-Discorso storico sul testo del Decamerone
-Della nuova scuola drammatica in Italia, incompiuto

**********

Ugo Foscolo (opere che seguiranno):

-Alla sera
-Ultime lettere di Jacopo Ortis
-All'amica risanata
-A Luigia Pallavicini caduta da cavallo
-Sesto tomo dell'io
-Tieste (Foscolo)
-Aiace (Foscolo)
-Ricciarda (Foscolo)
-Dei Sepolcri

***************

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 1:53 pm    Oggetto:  Ugo Foscolo - Sonetti - "Alla sera"
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Ugo Foscolo - Sonetti - "Alla sera"

Alla sera è un sonetto composto da Ugo Foscolo nel 1803 e inserito dallo stesso in testa ai dodici sonetti nella definitiva edizione delle Poesie. Esso rappresenta infatti una sorta di premessa generale al momento di disagio umano e politico che Foscolo sta attraversando.

La sera offre un'immagine momentanea della quiete eterna dopo la morte: riesce a dare la pace al poeta e a placare le passioni che agitano il suo animo mentre il pensiero va al "nulla eterno" in un presagio di pace duratura che nessuna delusione potrà mai turbare.
L'idea della morte che nasce spontanea allo spegnersi di ogni forma di vita nel silenzio immobile della sera non è più sentita dal poeta come una drammatica sfida al destino ma come il perdersi dolce di una vita travagliata nella dimenticanza del nulla. Un nulla che però non è vissuto in senso materialistico o con disperata rinuncia, ma come possibilità dell'uomo, e quindi del poeta stesso, a capire l'universo nella sua vicenda continua di nascita, morte e trasformazione e ad accettare con un senso di pace il proprio destino.

********************

Alla sera

Forse perché della fatal quïete
tu sei l'immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
4le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all'universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
8vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
11questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
14quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.

**************

Non son chi fui, perì di noi gran parte

Non son chi fui; perì di noi gran parte:
questo che avvanza è sol languore e pianto.
E secco è il mirto, e son le foglie sparte
4del lauro, speme al giovenil mio canto.

Perché dal dì ch'empia licenza e Marte
vestivan me del lor sanguineo manto,
cieca è la mente e guasto il core, ed arte
8la fame d'oro, arte è in me fatta, e vanto.

Che se pur sorge di morir consiglio,
a mia fiera ragion chiudon le porte
11furor di gloria, e carit à di figlio.

Tal di me schiavo, e d'altri, e della sorte,
conosco il meglio ed al peggior mi appiglio,
14e so invocare e non darmi la morte.

***********

Te nudrice alle Muse

Te nudrice alle muse[1], ospite e Dea
le barbariche genti che ti han doma
nomavan tutte; e questo a noi pur fea
4lieve la varia, antiqua, infame soma.

Ché se i tuoi vizi, e gli anni, e sorte rea
ti han morto il senno ed il valor di Roma,
in te viveva il gran dir che avvolgea
8regali allori alla servil tua chioma.

Or ardi, Italia, al tuo Genio ancor queste
reliquie estreme di cotanto impero;
11anzi il Toscano tuo parlar celeste

ognor più stempra nel sermon straniero,
onde, più che di tua divisa veste,
14sia il vincitor di tua barbarie altero.

Note
↑ Per la sentenza capitale proposta nel gran consiglio cisalpino contro la lingua latina.

****************

Perché taccia

Perché taccia il rumor di mia catena
di lagrime, di speme, e di amor vivo,
e di silenzio; ché pietà mi affrena
4se di lei parlo, o di lei penso e scrivo.

Tu sol mi ascolti, o solitario rivo,
ove ogni notte amor seco mi mena,
qui affido il pianto e i miei danni descrivo,
8qui tutta verso del dolor la piena.

E narro come i grandi occhi ridenti
arsero d'immortal raggio il mio core,
11come la rosea bocca, e i rilucenti

odorati capelli, ed il candore
delle divine membra, e i cari accenti
14m'insegnarono alfin pianger d'amore.

*******************

Così gl'interi giorni

Così gl'interi giorni in lungo incerto
sonno gemo! ma poi quando la bruna
notte gli astri nel ciel chiama e la luna,
4e il freddo aer di mute ombre è coverto;

dove selvoso è il piano più deserto
allor lento io vagabondo, ad una ad una
palpo le piaghe onde la rea fortuna,
8e amore, e il mondo hanno il mio core aperto.

Stanco mi appoggio or al troncon d'un pino,
ed or prostrato ove strepitan l'onde,
11con le speranze mie parlo e deliro.

Ma per te le mortali ire e il destino
spesso obblïando, a te, donna, io sospiro:
14luce degli occhi miei chi mi t'asconde?

******************

Meritamente

Meritamente, però ch'io potei
abbandonarti, or grido alle frementi
onde che batton l'alpi, e i pianti miei
4sperdono sordi del Tirreno i venti.

Sperai, poiché mi han tratto uomini e Dei
in lungo esilio fra spergiure genti
dal bel paese ove meni sì rei,
8me sospirando, i tuoi giorni fiorenti,

sperai che il tempo, e i duri casi, e queste
rupi ch'io varco anelando, e le eterne
11ov'io qual fiera dormo atre foreste,

sarien ristoro al mio cor sanguinente;
ahi vota speme! Amor fra l'ombre e inferne
14seguirammi immortale, onnipotente.

*****************

Solcata ho fronte

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
labbro tumido acceso, e tersi denti,
4capo chino, bel collo, e largo petto;

giuste membra; vestir semplice eletto;
ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;
8avverso al mondo, avversi a me gli eventi:

talor di lingua, e spesso di man prode;
mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,
11pronto, iracondo, inqu ïeto, tenace:

di vizi ricco e di virtù, do lode
alla ragion, ma corro ove al cor piace:
14morte sol mi darà fama e riposo.

********************

E tu ne' carmi avrai perenne vita

E tu ne' carmi avrai perenne vita
sponda che Arno saluta in suo cammino
partendo la città che dal latino
4nome accogliea finor l'ombra fuggita.

Già dal tuo ponte all'onda impaurita
il papale furore e il ghibellino
mescean gran sangue, ove oggi al pellegrino
8del fero vate la magion si addita.

Per me cara, felice, inclita riva
ove sovente i pie' leggiadri mosse
11colei che vera al portamento Diva

in me volgeva sue luci beate,
mentr'io sentia dai crin d'oro commosse
14spirar ambrosia l'aure innamorate.

********************

A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
4del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
8l'inclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
11baci ò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
14il fato illacrimata sepoltura.

****************

In morte del fratello Giovanni

Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
4il fior de' tuoi gentili anni caduto.

La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
8e sol da lunge i miei tetti saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
11e prego anch'io nel tuo porto qu ïete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
14allora al petto della madre mesta.

**************

Alla musa

Pur tu copia versavi alma di canto
su le mie labbra un tempo, Aonia Diva,
quando de' miei fiorenti anni fuggiva
4la stagion prima, e dietro erale intanto

questa, che meco per la via del pianto
scende di Lete ver la muta riva:
non udito or t'invoco; ohimè! soltanto
8una favilla del tuo spirto è viva.

E tu fuggisti in compagnia dell'ore,
o Dea! tu pur mi lasci alle pensose
11membranze, e del futuro al timor cieco.

Però mi accorgo, e mel ridice amore,
che mal ponno sfogar rade, operose
14rime il dolor che deve albergar meco.

******************

Che stai?

Che stai? già il secol l'orma ultima lascia;
dove del tempo son le leggi rotte
precipita, portando entro la notte
4quattro tuoi lustri, e obblio freddo li fascia.

Che se vita è l'error, l'ira, e l'ambascia,
troppo hai del viver tuo l'ore prodotte;
or meglio vivi, e con fatiche dotte
8a chi diratti antico esempi lascia.

Figlio infelice, e disperato amante,
e senza patria, a tutti aspro e a te stesso,
11giovine d'anni e rugoso in sembiante,

che stai? breve è la vita, e lunga è l'arte;
a chi altamente oprar non è concesso
14fama tentino almen libere carte.

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 2:19 pm    Oggetto:  Ugo Foscolo - Ultime lettere di Jacopo Ortis
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Ugo Foscolo - Ultime lettere di Jacopo Ortis

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis è un romanzo epistolare di Niccolò Ugo Foscolo in cui sono raccolte le lettere che Jacopo avrebbe mandato all'amico Lorenzo Alderani che, dopo la morte dell'amico avvenuta per suicidio, le avrebbe date alla stampa corredandole di una presentazione e di una conclusione.

L'idea dell'opera risale al 1796 quando il Foscolo, nel suo Piano di studi dove tentava di dare una sistemazione organica alla sua cultura, nominava un romanzo dal titolo "Laura, lettere" che si ispirava al suo amore per Isabella Teotochi Albrizzi.

Il primo Ortis vide l'inizio della pubblicazione a Bologna nel 1798 ma venne interrotto a causa della guerra contro gli Austro-russi alla quale il Foscolo partecipò. L'editore volle che l'opera venisse completata e la affidò ad un certo Angelo Sassoli facendola poi pubblicare nel 1799 cambiando il titolo con "Vera storia di due amanti infelici" e modificandone alcune parti sia per farla accettare al grosso pubblico, sia per evitare il sequestro della censura.

Nel 1802 il Foscolo, dopo aver sconfessato l'edizione del Sassoli, riprese l'opera e la pubblicò a Milano.

In seguito il romanzo veniva stampato prima a Zurigo nel 1816 con l'aggiunta di una lettera polemica contro Napoleone, alcune modifiche più che altro di forma e una interessante "Notizia bibliografica" e in seguito a Londra nel 1817.

Il romanzo si ispira alla doppia delusione avuta dal Foscolo nell'amore per Isabella Roncioni che gli fu impossibile sposare e per la patria, ceduta da Napoleone all'Austria in seguito al Trattato di Campoformio.
Il romanzo ha, quindi, chiari riferimenti autobiografici. Nella forma e nei contenuti è molto simile a I dolori del giovane Werther di Goethe; per questo motivo alcuni critici hanno addirittura definito il romanzo una brutta imitazione del Werther.

**************

Trama

Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell'opera.

Jacopo Ortis, il cui nome è nelle liste di proscrizione, dopo aver assistito al sacrificio della sua patria si ritira, triste e inconsolabile, sui colli Euganei dove vive in solitudine, trattenendosi a volte con il curato, con il medico e con altre persone buone e leggendo ad essi e ai contadini che si affollano intorno a lui le "Vite" di Plutarco.

Jacopo conosce il signor T., Odoardo, e poi Teresa e la sua piccola sorella Isabellina e ne comincia a frequentare la casa. È questa, per Jacopo, che è sempre tormentato dal pensiero della sua patria schiava e infelice, una delle poche consolazioni.

Un giorno di festa aiuta i contadini a trapiantare i pini sul monte, commosso e pieno di malinconia, un altro giorno con Teresa e i suoi visita il sepolcro del Petrarca ad Arquà. I giorni trascorrono e Jacopo sente che il suo amore impossibile per Teresa diventa sempre più grande.

Jacopo viene a sapere dalla stessa Teresa che essa è infelice perché non ama Odoardo al quale il padre l'ha promessa in sposa per calcolo, malgrado l'opposizione della madre che ha perciò abbandonato la famiglia.

Ai primi di dicembre Jacopo si reca a Padova, dove si è riaperta l'Università. Conosce le dame del bel mondo, trova i falsi amici, s'annoia, si tormenta e, dopo due mesi, ritorna da Teresa.

Odoardo è partito ed egli riprende i dolci colloqui con Teresa e sente che solo lei, se lo potesse sposare, potrebbe dargli la felicità. Ma il destino ha scritto: "l'uomo sarà infelice" e questo Jacopo ripete tracciando la storia di Lauretta, una fanciulla infelice, nelle cui braccia è morto il fidanzato ed i suoi hanno dovuto fuggire dalla patria.

I giorni passano nella contemplazione degli spettacoli della natura e nell'amore per Teresa e la prima volta che lei lo bacia è felice. Sente che lontano da lei è come essere in una tomba ed invoca l'aiuto della divinità. Si ammala e, al padre di Teresa che lo va a trovare, rivela il suo amore per la figlia.

Appena può lasciare il letto scrive una lettera d'addio a Teresa e parte. Si reca a Ferrara, Bologna, Firenze, Milano, portandosi sempre dietro l'immagine di Teresa e sentendosi sempre più infelice e disperato.

Vorrebbe fare qualcosa per la sua infelice patria ma il Parini, con il quale ha un ardente colloquio, lo dissuade da inutili atti d'audacia.
Inquieto e senza pace decide di andare in Francia ma, arrivato a Nizza, si pente e ritorna indietro.

Quando viene a sapere che Teresa si è sposata sente che per lui la vita non ha più senso. Ritorna ai colli Euganei per rivedere Teresa, va a Venezia per riabbracciare la madre, poi ancora ai colli e qui, dopo aver scritto una lettera a Teresa e l'ultima all'amico Lorenzo Alderani, si uccide, piantandosi un pugnale nel cuore.

***************

INCIPIT

«Il sacrificio della patria nostra è consumato.»

Questo l’incipit delle "Ultime lettere di Jacopo Ortis", un inizio capace di condensare quella convinzione definitiva che l’autore proietta nel proprio individuo letterario, l’Ortis per l’appunto. Nel domandarsi il perché di una così pesante sentenza che conduce inevitabilmente ad una vita fatta di estenuanti sciagure fino alla inevitabile autosoppressione e a dove si trova la speranza del rinsavimento e del riscatto, bisogna ricordare che Ugo Foscolo è figlio del Settecento, perciò il razionalismo borghese e dunque il materialismo divengono assi portanti della sua educazione alla vita.

Se a questa componente si aggiunge la nascita greca dello scrittore, che ha sicuramente aiutato in lui la nascita di una componente di classicismo messianico, quasi fosse un novello Tito Andronico in viaggio verso l’Italia frammentata, quale paese da unificare e patria da creare, ci troviamo di fronte ad un accesa disputa storico-esistenziale che anima gli eroici intenti di Foscolo e che egli di fatto trasmette al personaggio Jacopo Ortis.

Più che l’edificazione di un protagonista questa scrittura pare piuttosto la presa convinta di uno pseudonimo, una enunciazione in prima persona di un'intima visione della propria vicenda personale. Infatti galeotto fu quel famigerato "Trattato di Campoformio" che tradì le speranze libertarie di Foscolo, il quale aveva investito addirittura il proprio giacimento letterario nei confronti del confidato liberatore, quel Napoleone Bonaparte cantato nell’ode "A Bonaparte liberatore", resosi autore di un autentico delitto storico nei confronti dei veneti, tra i quali lo scrittore di Zante.
L’Ortis è dunque il Foscolo deluso, che dopo aver subito la beffa, si sente condannato al vagabondaggio nell’Italia ferita e assoggettata più ad un proprio servilismo che alla dominazione straniera.

Eloquente da questo punto di vista è il passo riguardante il problema della classe dirigente del Belpaese, responsabile secondo l’Ortis di un "infame perpetuo servaggio", da cui egli dichiara di essere fuori, anzi, se potesse esprimersi liberamente potrebbe azzardare una ricetta per l’Italia, quella di abbandonare la Francia e il proprio sanguinoso giacobinismo, che ha soltanto accumulato vittime in nome di una finta libertà.
Questo passo è stato aggiunto da Foscolo al corpus dell’Ortis soltanto nell’edizione zurighese del 1816. È importante notare come questo epistolario venga rieditato più volte dal proprio autore, prendendo una forma definitiva solo nell’edizione londinese del 1817.

Non si tratta di un fatto fine a sé stesso, il Foscolo adopera l’Ortis come un diario della propria delusione, e lo riprende in grembo ogni qualvolta vuole sopprimere questo continuo sconforto. Infatti l’Ortis muore suicida, mentre il Foscolo continua a vivere, un esorcismo del proprio nichilismo espresso solo attraverso le pagine dell’epistolario e non oltre. Infatti gli anni di pubblicazione di questo scritto saranno gli anni di una partecipazione critica dell’autore alla storia del proprio tempo.

Il colloquio con Parini rappresenta una altra chiave di volta del romanzo. In questo passo, infatti, nonostante la delusione per il tradimento napoleonico, l’Ortis mostra ancora un certo desiderio d’azione, esempio di un eroismo che serpeggia costante nella propria ambizione.
Ma il Parini, da vecchio saggio qual è, a causa anche delle esperienze storiche che l’hanno penetrato, è abile a smontare questo foga del giovane rivoluzionario le cui parole "frutterà dal nostro sangue il vendicatore" paiono più come un grido d’illusa speranza che il preludio per un effettiva azione di lotta.

La validità di Parini è infatti quella di inficiare il mito dell’incontaminata purezza dell’eroe, che l’Ortis invece propugna, cavalcando sommamente gli ideali della Rivoluzione Francese. Quel leggendario fatto storico s’è ammutolito nel sangue del giacobinismo e nella dittatura napoleonica, sottolineando come la Rivoluzione ogni qualvolta vada al potere finisca per sfociare nella sanguinosa arbitrarietà della propria legge cieca.

In realtà L’Ortis è conscio del vicolo cieco in cui si ritrova il panorama politico italiano, e forse questo suo inno alla rivolta è dettato più da un fatto di abnegazione che dal concreto sposalizio con una giusta causa.

Tornando alla tragica conclusione del romanzo, dove l’Ortis si uccide dopo la notizia delle nozze di Teresa, il suo impossibile amore borghese, quella che avrebbe dovuto - e qui il parallelismo col Werther di Goethe è fortissimo - sancire la pacificazione tra quell’uomo e la società del tempo attraverso il suo massimo esempio simbolico, cioè la famiglia, ci troviamo di fronte alla fatale soluzione che rappresenta più che un indirizzo lungo tutto il romanzo. La morte intesa come annullamento totale è la via d’uscita forzata per l’Ortis dal calvario della propria calamità.

Eppure il Foscolo non vuole tracciare una soluzione assoluta per il destino dell’eroe tragico, anzi il cammino dell’Ortis è più utile come autopsicanalisi per lo scrittore, il quale cerca di obbiettare le proprie tendenze al disfattismo mortale continuando ad operare, seppur criticamente, nell'aspro conflitto sociopolitico del proprio periodo.

Anche il tema della sepoltura non si presenta a senso unico nell’Ortis, ovvero glissato come nulla eterno e nient’altro. Infatti al di là del nichilismo totale, i due passi sulla "Sepoltura lacrimata" riescono a mostrare la morte come una forma di sopravvivenza, (fatto che poi Foscolo saprà palesare meglio nei Sepolcri), attraverso il legame con il mondo dei vivi e il loro affettuoso ricordo del defunto e soprattutto nel suo lato più fisico, nel legame con la terra, che l’individuo senza patria ha sognato in vita per molto tempo, e che ora, quasi in una forma di patto naturale col trapasso, lo risarcisce custodendo in eterno le proprie spoglie.

Questa strada, che assume i toni di rivalsa verso un'inerzia vitale, dunque una svalutazione della realtà che il nichilismo traccia inesorabilmente, pur venendo accarezzata nell’Ortis, non ne diviene il nucleo fondante, anzi il nulla eterno riprende presto il sopravvento contro codesto tentativo di rifusione. Saranno le produzioni future "I Sepolcri" su tutti a forgiarsi intorno a questa concezione della morte, più in stile con il proseguo tangibile della vita dello scrittore veneto.

L’importanza delle "Ultime lettere di Jacopo Ortis" nella storia della letteratura è notevole, tanto che questo romanzo epistolare diverrà un vero e proprio milieu per alcune importanti opere letterarie del XX secolo. In particolare il tema dell’eroe che sperimenta sulla propria pelle i drammi di una cocente delusione storica farà breccia tra i letterati formatisi nel crogiuolo delle rivoluzioni giovanili tra il ‘68 e il ‘77.

**************

Ultime lettere di Jacopo Ortis (1802) - introduzione

-Al lettore-

Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virtù sconosciuta; e di consecrare alla memoria del solo amico mio quelle lagrime, che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura. E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell'eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto.

Lorenzo Alderani

Libertà va cercando, ch'è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.


------------------------------------

-Da' colli Euganei, 11 Ottobre 1797-

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch'io per salvarmi da chi m'opprime mi commetta a chi mi ha tradito? Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci. Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace? Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati? E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl'italiani. Per me segua che può. Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da' pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de' miei padri.

***************

-LINK ESTERNO PER LEGGERE:

WikiSource contiente le "Ultime lettere di Jacopo Ortis" (1802) di Ugo Foscolo:

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Gio Set 06, 2007 2:57 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 2:27 pm    Oggetto:  Ugo Foscolo - All'amica risanata.
Descrizione:
Rispondi citando

Ugo Foscolo - All'amica risanata.

All'amica risanata è un'ode scritta da Ugo Foscolo nell'aprile del 1802 e pubblicata nel 1803 per la guarigione della contessa milanese Antonietta Fagnani Arese. L'ode è composta da sedici strofe, di sei versi ciascuna, cinque settenari e un endecasillabo.

Al confronto con l'ode precedente, "All'amica risanata" è di gran lunga poeticamente più perfetta e intensa. Se nell'ode "A Luigia Pallavicini caduta da cavallo" il poeta cantava la trepidazione per la bellezza che è in pericolo, in questa ode egli esulta per quella che risorge. Il canto diventa libero da ogni forma descrittiva e svela il nucleo romantico del mito neoclassico della Bellezza che non è da intendere come sola gioia per gli occhi, ma come rasserenamento e consolazione dell'animo.

Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell'opera.

Così, come Lucifero la stella più cara a Venere, si alza brillante a fuggire le tenebre, così l'amica si alza, guarita, dal letto e in lei rinasce quella bellezza che faceva trepidare. Le ore, durante la malattia dispensatrici di medicine, le porgono ora i bei vestiti e gli ornamenti in modo che, quando ella ritornerà nei luoghi notturni, tutti la potranno ammirare come se fosse una dea.

La bellezza della donna non morrà ma durerà eterna se un poeta la canterà, così come per Diana, cacciatrice mortale, che il canto dei poeti rese immortale.

Foscolo, che è nato in quel mare dove regnò Venere e dove va errante lo spirito di Saffo, trasporterà nella poesia italiana i ritmi della poesia eolica per cantare la donna amata che sarà venerata come dea dalle donne lombarde.

************

Ugo Foscolo - Le odi

PARTE I

-A Luigia Pallavicini caduta da cavallo-

I balsami beati
per te Grazie apprestino,
per te i lini odorati
che a Citerea porgeano
quando profano spino 5
le punse il piè divino,

quel dì che insana empiea
il sacro Ida di gemiti,
e col crine tergea,
e bagnava di lacrime 10
il sanguinoso petto
al ciprio giovinetto.

Or te piangon gli Amori,
te fra le Dive liguri
Regina e Diva! e fiori 15
votivi all'ara portano
d'onde il grand'arco suona
del figlio di Latona.

E te chiama la danza
ove l'aure portavano 20
insolita fragranza,
allor che, a' nodi indocile,
la chioma al roseo braccio
ti fu gentile impaccio.

Tal nel lavacro immersa, 25
che fiori, dall'inachio
clivo cadendo, versa,
Palla i dall'elmo liberi
crin su la man che gronda
contien fuori dell'onda 30

Armonïosi accenti
dal tuo labbro volavano,
e dagli occhi ridenti
taluceano di Venere
i disdegni e le paci, 35
la speme, il pianto, e i baci.

De! perché hai le gentili
forme e l'ingegno docile
vôlto a studj virili?
Perché non dell'Aonie 40
seguivi, incauta, l'arte,
ma i ludi aspri di Marte?

Invan presaghi i venti
il polveroso agghiacciano
petto, e le reni ardenti 45
dell'inquïeto alipede,
ed irritante il morso
accresce impeto al corso.

Ardon gli sguardi, fuma
la bocca, agita l'ardua 50
testa, vola la spuma,
ed i manti volubili
lorda, e l'incerto freno,
ed il candido seno;

e il sudor piove, e i crini 55
sul collo irti svolazzano;
suonan gli antri marini
allo incalzato scalpito
della zampa, che caccia
polve e sassi in sua traccia. 60

Già dal lito si slancia
sordo ai clamori e al fremito;
già già fino alla pancia
nuota::: e ingorde si gonfiano
non più memori l'acque 65
che una Dea da lor nacque.

Se non che il re dell'onde
dolente ancor d'Ippolito
surse per le profonde
vie dal tirreno talamo, 70
e respinse il furente
col cenno onnipotente.

Quel dal flutto arretrosse
ricalcitrando e, orribile!
sovra l'anche rizzosse; 75
scuote l'arcion, te misera
su la pietrosa riva
strascinando mal viva.

Pera chi osò primiero
discortese commettere 80
a infedele corsiero
l'agil fianco femmineo,
e aprì con rio consiglio
novo a beltà periglio!

Ché or non vedrei le rose 85
del tuo volto sì languide;
non le luci amorose
spiar ne' guardi medici
speranza lusinghiera
della beltà primiera. 90

Di Cinzia il cocchio aurato
le cerve un dì traeano,
ma al ferino ululato
per terrore insanirono,
e dalla rupe etnea 95
precipitàr la Dea.

Gioìan d'invido riso
le abitatrici empie,
perché l'eterno viso,
silenzïoso e pallido, 100
cinto apparia d'un velo
ai conviti del cielo.

Me ben piansero il giorno
che dalle danze efesie
lieta facea ritorno 105
fra le devote vergini,
e al ciel salì più bella
di Febo la sorella.

*****************

PARTE II

-All'amica risanata-

Qual dagli antri marini
l'astro più caro a Venere
co' rugiadosi crini
fra le fuggenti tenebre
appare, e il suo vïaggio 5
orna col lume dell'eterno raggio;

sorgon così tue dive
membra dall'egro talamo,
e in te beltà rivive,
l'aurea beltate ond'ebbero 10
ristoro unico a' mali
le nate a vaneggiar menti mortali.

Fiorir sul caro viso
veggo la rosa, tornano
i grandi occhi al sorriso 15
insidïando; e vegliano
per te in novelli pianti
trepide madri, e sospettose amanti.

Le Ore che dianzi meste
ministre eran de' farmachi, 20
oggi l'indica veste
e i monili cui gemmano
effigïati Dei
inclito studio di scalpelli achei,

e i candidi coturni 25
e gli amuleti recano,
onde a' cori notturni
te, Dea, mirando obliano
i garzoni le danze,
te principio d'affanni e di speranze: 30

o quando l'arpa adorni
e co' novelli numeri
e co' molli contorni
delle forme che facile
bisso seconda, e intanto 35
fra il basso sospirar vola il tuo canto

più periglioso; o quando
balli disegni, e l'agile
corpo all'aure fidando,
ignoti vezzi sfuggono 40
dai manti, e dal negletto
velo scomposto sul sommosso petto.

All'agitarti, lente
cascan le trecce, nitide
per ambrosia recente, 45
mal fide all'aureo pettine
e alla rosea ghirlanda
che or con l'alma salute April ti manda.

Così ancelle d'Amore
a te d'intorno volano 50
invidïate l'Ore.
Meste le Grazie mirino
chi la beltà fugace
ti membra, e il giorno dell'eterna pace.

Mortale guidatrice 55
d'oceanine vergini,
la parrasia pendice
tenea la casta Artemide,
e fea terror di cervi
lungi fischiar d'arco cidonio i nervi. 60

Lei predicò la fama
Olimpia prole; pavido
Diva il mondo la chiama,
e le sacrò l'elisio
soglio, ed il certo telo, 65
e i monti, e il carro della luna in cielo.

Are così a Bellona,
un tempo invitta amazzone,
die' il vocale Elicona;
ella il cimiero e l'egida 70
or contro l'Anglia avara
e le cavalle ed il furor prepara.

E quella a cui di sacro
mirto te veggo cingere
devota il simolacro, 75
che presiede marmoreo
agli arcani tuoi Lari
ove a me sol sacerdotessa appari,

Regina fu, Citera
e Cipro ove perpetua 80
odora primavera
regnò beata, e l'isole
che col selvoso dorso
rompono agli Euri e al grande Ionio il corso.

Ebbi in quel mar la culla, 85
ivi erra ignudo spirito
di Faon la fanciulla,
e se il notturno zeffiro
blando sui flutti spira,
suonano i liti un lamentar di lira: 90

ond'io, pien del nativo
Aër sacro, su l'itala
grave cetra derivo
per te le corde eolie,
e avrai divina i voti 95
fra gl'inni miei delle insubri nipoti.

********************
PARTE III

-A Bonaparte liberatore-

Dove tu, diva, da l'antica e forte
dominatrice libera del mondo
felice a l'ombra di tue sacre penne,
dove fuggivi, quando ferreo pondo
di dittatoria tirannia le tenne 5
umìl la testa fra servaggio e morte?
Te seguìr le risorte
ombre de' Bruti, ai secoli mostrando
alteramente il brando
del padre tinto e del figliuol nel sangue; 10
te, o Libertà, se per le gelid'onde
del Danubio e del Reno
gisti fra genti indomite guerriere;
te se raccolse nel sanguineo seno
Brittannia e t'ascondea mortifer angue; 15
te se al furor di mercenarie spade
de l'Oceàno da le ignote sponde
t'invitàr meste, e del tuo nome altere
le americane libere contrade;
o le batave fonti, 20
o tu furo ricetto
coronati di gel gli elvezi monti;
or che del vero illuminar l'aspetto
non è delitto, or io te, diva, invoco:
scendi, e la lingua e il petto 25
mi snoda e infiamma di tuo santo foco.

Ma tu l'alpi da l'aërie cime,
al rintronar di trombe e di timballi
Ausonia guati e giù piombi col volo;
anelanti ti sieguono i cavalli 30
che Palla sferza, e sul latino suolo
Marte furente orme di foco imprime:
odo canto sublime
di mille e mille che vittoria, o morte
da l'italiche porte 35
giuran brandendo la terribil asta;
e guerrier veggo di fiorente alloro
cinto le bionde chiome
su cui purpuree tremolando vanno
candide azzurre piume; egli al tuo nome 40
suo brando snuda e abbatte, arde, devasta;
senno de' suoi corsier governa il morso,
ardir li 'ncalza, e de' marziali il coro
Genj lo irraggia, e dietro lui si stanno
in aer librate con perpetuo corso 45
Sorte, Vittoria, e Fama.
Or che fia dunque, o diva?
Onde tal'ira? e qual fato te chiama
a trar tant'armi da straniera riva
su questa un dì reina, or nuda e schiava 50
Italia, ahi! solo al vituperio viva,
al vituperio che piangendo lava!

E depor le corone in Campidoglio,
e i re in trionfo tributari e schiavi
Roma già vide, e rovesciati i troni: 55
re-sacerdoti or con mentite chiavi
di oro ingordi e di sangue, altri Neroni,
grandeggiar mira in usurpato soglio:
siede a destra l'Orgoglio
cinto di stola, e ferri e nappi accoglie 60
sotto le ricche spoglie,
vendendo il cielo, ai popoli rapite;
sgabello al seggio fanno e fondamento
cataste di frementi
capi co gli occhi ne le trecce involti, 65
e tepidi cadaveri innocenti,
cui sospiran nel fianco alte ferite
pel fulminar di pontificio labbro;
e misti in pianto e in sangue, atro cemento,
calcati busti e cranj dissepolti 70
fanvi; e lo Inganno di tal soglio è fabbro:
quindi, al Solopossente
la folgore è strappata,
eran d'Orto terrore e d'Occidente,
e si pascean di regni e di peccata. 75
Non più. - Dio disse: e lor possa disparve;
pur ne l'Ausonia ancor egra e acciecata
passeggian truci le adorate larve.

Passeggian truci, e 'l diadema e il manto
de' boreali Vandali ai nepoti 80
vestendo, al scettro sposano la croce;
onde il Tevere e l'Arno a te devoti,
Libertà santa dea, cercan la foce
sdegnosamente in suon quasi di pianto;
e la turrita Manto 85
offre scampo ai tiranni, e il bel Sebeto
irriga mansueto
le al Vesuvio soggette auree campagne
e ricche aduna a usurpator le messi;
abbevera il Ticino 90
Ungari armenti, e l'ospitali arene
non saluta il Panaro in suo cammino;
t'ode gridar oltre le sue montagne
la subalpina donna e l'elmo allaccia
e s'alza e terge i rai nel suol dimessi, 95
ma le gravano il piè sarde catene,
onde ricade e copresi la faccia;
e le a te care un giorno
città, nettunie, or fatte
son di mille Dionisj empio soggiorno: 100
Liguria avara contro sè, combatte;
e l'inerme leon prostrato avventa
ne' suoi le zampe e la coda dibatte
e gli ammolliti abitator spaventa.

De! mira, come flagellata a terra 105
Italia serva immobilmente giace
per disperazïon fatta secura:
or perché turbi la sua dolente pace,
e furor matto e improvida paura
le movi intorno di rapace guerra? 110
Piaghe immense rinserra
nel cor profondo; a che piagar suo petto,
forse d'invidia oggetto,
per chi suo gemer da lontan non sente?
ma tu, feroce Dea, non badi e passi, 115
e a l'armi chiami, a l'armi,
e al tuon de' bronzi e al fulminar tremendo
e a l'ululo guerrier perdonsi i carmi.
Cede Sabaudia, e in alto orribilmente
del tuo giovin Campion splende la lancia; 120
tutto trema e si prostra anzi i suoi passi,
e l'Aquila real fugge stridendo
ferita ne le penne e ne la pancia.
Gallia intuona e diffonde
di Libertade il nome 125
e mare e cielo Libertà risponde:
l'Angel di morte per le imbelli chiome
squassa ed ostende coronata testa:
Libertà! grida a le provincie dome,
del Re dei folli Re vendetta è questa. 130

Del Re dei Re! - Quindi tra il fumo e i lampi
s'involve in sen di tempestosa nube,
che occupa e offusca di Germania il suolo;
donde precorsa da mavorzie tube
balda rivolge e minacciosa il volo 135
l'Aquila, e ingombra di falangi i campi;
e par che Italia avvampi
di foco e guerra, di ruina e morte:
né spezzar sue ritorte
osa, né armarsi del francese usbergo. 140
Ma s'affaccia l'Eroe; sieguonlo i prodi
repubblicano in fronte
nome vantando con il sangue scritto;
ecco d'estinti e di feriti un monte,
ecco i schiavi aleman ch'offrono il tergo 145
e la tricolorata alta bandiera
in man del Duce che in feral conflitto
rampogna, incalza, invita, e in mille modi
passa e vola qual Dio di schiera in schiera:
pur dubbio è marte; ei dove 150
più de' cavalli l'ugna
nel sangue pesta, e sangue schizza e piove,
e regna morte in più ostinata pugna
co' suoi si scaglia, e la fortuna sfida
guerriero invitto, e tra le fiamme pugna 155
e vince; e Italia libertade grida.

E del Giove terren l'augel battuto
drizza a l'aere natio tarpati i vanni
e sotto il manto imperïal si cela:
ma il vincitor lo inceppa, e gli alemanni 160
colli che borea eternamente gela,
senton lo altero vertice premuto
dal Guerrier cui tributo
offre atterrita dal suo cenno e doma
la pontificia Roma, 165
dal Guerrier che ad Esperia i lumi terge
e falla ricca de' tuoi puri doni,
o Libertà gran dea,
e l'uom ritorna ne gli antichi dritti
che prepotente tirannia premea. 170
In vetta a l'Aventin Cesare s'erge
tirannic'ombra rabbuffata e fera,
e mira uscir di Libertà campioni
popoli dal suo ardir vinti e sconfitti,
ond'alza il brando, e cala la visiera... 175
Ombra esecranda! torna
sitibonda di soglio
ove lo stuol dei despoti soggiorna
oltre Acheronte a pascerti d'orgoglio:
eroe nel campo, di tiran corona 180
in premio avesti, or altro eroe ritorna,
vien, vede, vince, e libertà, ridona.

Italia, Italia, con eterei rai
su l'orizzonte tuo torna l'aurora
annunziatrice di perpetuo sole; 185
vedi come s'imporpora e s'indora
tuo ciel nebbioso, e par che si console
de' sacri rami dove a l'ombra stai!
I desolati lai
non odi più di vedove dolenti, 190
non orfani innocenti
che gridan pane ove non è chi 'l rompa: -
ve' ricomporsi i tuoi vulghi divisi
nel gran Popol che fea
prostrare i re col senno e col valore, 195
poi l'universo col suo fren reggea;
vedi la consolar guerriera pompa
e gli annali e le leggi e i rostri e il nome!
Come, non più del civil sangue intrisi,
vestonsi i campi di feconde messi 200
e di spiche alla pace ornan le chiome!
E come benedice
il cittadin villano
tergendo il fronte, Libertà felice!
Come dovizïanti a l'oceàno 205
fendon gl'immensi flutti onusti pini,
cui commercio stranier stende la mano
sin da gli americani ultimi fini!

Ma de l'Italia o voi genti future, me vate udite cui divino infiamma
libero Genio e ardor santo del vero: 210
di Libertà la non mai spenta fiamma
rifulse in Grecia sin al dì che il nero
vapor non surse di passioni impure;
e le mura secure
stettero, e l'armi del superbo Serse 215
dai liberi disperse
di civico valor fur monumento:
ambizïon da le dorate piume
sanguinosa le mani,
e di argento libidine feroce, 220
e molli studj, piacer folli e vani
a libertà cangiar spoglia e costume.
Itale genti, se Virtù suo scudo
su voi non stende, Libertà vi nuoce;
se patrio amor non vi arma d'ardimento, 225
non di compre falangi, il petto ignudo,
e se furenti modi
dal pacifico tempio
voi non cacciate, e sacerdozie frodi,
sarete un dì a le età misero esempio: 230
vi guata e freme il regnator vicino
de l'Istro, e anela a farne orrido scempio;
e un sol Liberator dievvi il destino.

***********

( Odi tratte da Wikipedia, l'enciclopedia libera:
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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 2:31 pm    Oggetto:  Ugo Foscolo - "Sesto tomo dell'io".
Descrizione:
Rispondi citando

Ugo Foscolo - "Sesto tomo dell'io".

Il Sesto tomo dell'io (1799-1801) è un abbozzo di romanzo autobiografico di Ugo Foscolo rimasto incompiuto nella forma di silloge di brani. Può essere considerato come il tentativo fino ad allora più ardito di riforma del romanzo italiano ed è un "luogo" privilegiato della produzione foscoliana in cui è possibile cogliere l'influenza di Sterne, ed in particolar modo del Tristram Shandy.

In questi brani l'autore fa riferimento a sé stesso con il nome di Lorenzo: abbastanza scontati i riferimenti al personaggio dell'Ortis e al nome di battesimo di Sterne, ovvero Laurence. Nelle intenzioni di Foscolo il Sesto tomo doveva raccontare il ventitreesimo anno di vita dell'autore-protagonista ed essere parte di un più vasto progetto (l'Io appunto) che ne raccontasse tutta l'esistenza. Quello che possiamo leggere oggi è solo un insieme di brani slegati, ma in questi è possibile individuare in modo piuttosto evidente la lezione sterniana, che si palesa nel ricorso alla scrittura ironica e dissacrante, nel punto di vista autoironico, nelle frequenti digressioni e riflessioni metanarrative.

**************

Collegamenti esterni:

-Il testo del Sesto tomo:
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(Articolo tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.)

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 2:41 pm    Oggetto:  Ugo Foscolo - Dei Sepolcri - 1807
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Ugo Foscolo - Dei Sepolcri - 1807

Dei sepolcri, o I sepolcri come più comunemente lo si chiama, è un carme scritto da Ugo Foscolo tra il 1806 e il 1807. La prima edizione dei Sepolcri fu stampata nell'officina tipografica Bettoni di Brescia, nella primavera del 1807.

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d'erbe famiglia e d'animali, 5
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l'ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né piú nel cor mi parlerà lo spirto 10
delle vergini Muse e dell'amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a' dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte? 15
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l'obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe 20
e l'estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.

Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l'illusïon che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite? 25
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l'armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de' suoi? Celeste è questa
corrispondenza d'amorosi sensi, 30
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l'amico estinto
e l'estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo 35
porgendo, sacre le reliquie renda
dall'insultar de' nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli. 40

Sol chi non lascia eredità d'affetti
poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
fra 'l compianto de' templi acherontei,
o ricovrarsi sotto le grandi ale 45
del perdono d'lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove né donna innamorata preghi,
né passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura. 50
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
contende. E senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro 55
con lungo amore, e t'appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de' buoi
che dagli antri abdüani e dal Ticino 60
lo fan d'ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov'io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi 65
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch'or con dimesse frondi va fremendo
perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d'ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi 70
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la citta, lasciva
d'evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l'ossa 75
col mozzo capo gl'insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando; 80
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l'úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l'immonda accusar col luttüoso
singulto i rai di che son pie le stelle 85
alle obblïate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d'umane
lodi onorato e d'amoroso pianto. 90

Dal dí che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
all'etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura 95
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a' fasti eran le tombe,
ed are a' figli; e uscían quindi i responsi
de' domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento: 100
religïon che con diversi riti
le virtú patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d'anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
fean pavimento; né agl'incensi avvolto 105
de' cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; né le città fur meste
d'effigïati scheletri: le madri
balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l'amato capo 110
del lor caro lattante onde nol desti
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando 115
perenne verde protendean su l'urne
per memoria perenne, e prezïosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte, 120
perché gli occhi dell'uom cercan morendo
il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e vïole 125
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentía qual d'aura de' beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti 130
de' suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
che tronca fe' la trïonfata nave 135
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
e sien ministri al vivere civile
l'opulenza e il tremore, inutil pompa
e inaugurate immagini dell'Orco 140
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi 145
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l'amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi e di liberal carme l'esempio. 150

A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande 155
che temprando lo scettro a' regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l'arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide 160
sotto l'etereo padiglion rotarsi
piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
onde all'Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento:
- Te beata, gridai, per le felici 165
aure pregne di vita, e pe' lavacri
che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell'aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti, e le convalli 170
popolate di case e d'oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi:
e tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
e tu i cari parenti e l'idïoma 175
désti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d'un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste;
ma piú beata che in un tempio accolte 180
serbi l'itale glorie, uniche forse
da che le mal vietate Alpi e l'alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t' invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto. 185
Che ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all'Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a' patrii Numi, errava muto 190
ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
desïoso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l'austero; e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza. 195
Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
fremono amor di patria. Ah sí! da quella
religïosa pace un Nume parla:
e nutria contro a' Persi in Maratona
ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi, 200
la virtú greca e l'ira. Il navigante
che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
vedea per l'ampia oscurità scintille
balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche 205
d'armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all'orror de' notturni
silenzi si spandea lungo ne' campi
di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti 210
scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Felice te che il regno ampio de' venti,
Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l'antenna 215
oltre l'isole egèe, d'antichi fatti
certo udisti suonar dell'Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retèe l'armi d'Achille
sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi 220
giusta di glorie dispensiera è morte;
né senno astuto né favor di regi
all'Itaco le spoglie ardue serbava,
ché alla poppa raminga le ritolse
l'onda incitata dagl'inferni Dei. 225

E me che i tempi ed il desio d'onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de' sepolcri, e quando 230
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l'armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Troade inseminata 235
eterno splende a' peregrini un loco,
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
talami e il regno della giulia gente. 240
Però che quando Elettra udí la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
mandò il voto supremo: - E se, diceva,
a te fur care le mie chiome e il viso 245
e le dolci vigilie, e non mi assente
premio miglior la volontà de' fati,
la morta amica almen guarda dal cielo
onde d'Elettra tua resti la fama. -
Cosí orando moriva. E ne gemea 250
l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne 255
sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
da' lor mariti l'imminente fato;
ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dí mortale,
venne; e all'ombre cantò carme amoroso, 260
e guidava i nepoti, e l'amoroso
apprendeva lamento a' giovinetti.
E dicea sospiranda: - Oh se mai d'Argo,
ove al Tidíde e di Läerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta 265
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; ché de' Numi è dono 270
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure 275
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l'altare.
Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre 280
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto 285
splendidamente su le mute vie
per far piú bello l'ultimo trofeo
ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante 290
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane. 295


*******************

L'ispirazione politico-culturale

Lo spunto per la composizione del carme fu dato al Foscolo dall'estensione all'Italia dell'editto napoleonico di Saint-Cloud (1804) avvenuta il 5 settembre del 1806 che stabiliva delle regole per gli usi cimiteriali oltre a proibire la sepoltura dei morti all'interno del perimetro della città e per ragioni democratiche stabiliva che le lapidi dovessero essere tutte della stessa grandezza e le iscrizioni controllate da una commissione apposita. L'estensione del decreto all'Italia aveva acceso vivaci discussioni sulla legittimità di questa legislazione di impronta illuministica che era contraria a tradizioni ormai radicate nel nostro paese.
Il Foscolo si era trovato presente ad una di queste discussioni nel maggio del 1806 nel salotto veneziano di Isabella Teodochi Albrizzi e aveva affrontato il problema con Ippolito Pindemonte, che stava lavorando ad un poemetto, I cimiteri, con il quale intendeva riaffermare i valori del culto cristiano. Ne era nata una disputa perché il Foscolo, in quell'occasione, lo aveva contraddetto con considerazioni scettiche e materialistiche. Più tardi, riesaminando la questione da un altro punto di vista, era nata in lui l'idea del carme che aveva voluto indirizzare

« per fare ammenda del mio sdegno un po' troppo politico »

al suo interlocutore di una volta. Da ciò nasce la forma esterna del carme che si presenta come un'epistola poetica al Pindemonte.

Durante la permanenza in Francia il Foscolo aveva infatti avuto occasione di seguire tutto un filone di discussioni che si erano sviluppate sull'argomento tra il 1795 e il 1804 e che tendevano alla rivalutazione dei riti e delle tradizioni funerarie, del culto dei morti e del ricordo perpetuo delle loro virtù.

L'ispirazione letteraria e le motivazioni interiori

Ma queste occasioni di carattere politico-culturale non costituiscono certamente l'unico motivo dell'ispirazione foscoliana sul quale agiscono due componenti. Da una parte gli influssi della poesia sepolcrale inglese che in quel periodo era molto in voga soprattutto grazie alle traduzioni del Cesarotti e dall'altra le motivazioni interiori assai più remote che avevano trovato espressione, dall'Ortis ai sonetti, sul tema della morte e sul significato consolatorio della tomba.

Foscolo, nel riprendere il discorso interrotto con Pindemonte, affronta l'argomento da una diversa prospettiva che non ha più nulla da vedere con le discussioni di carattere giuridico e con la difesa della religione cristiana, ma si sofferma sul significato e la funzione che la tomba viene ad assumere per i vivi impostando il carme come una celebrazione di quei valori e di quegli ideali che possono dare un significato alla vita umana.

Questo non significa che il Foscolo abbia mutato le sue convinzioni materialistiche che sono sempre presenti, perché il mondo è materia e materia è l'uomo compresa l'anima e la morte non è altro che il disfacimento totale. Ma se il Foscolo accetta con la ragione questa legge ineluttabile egli la respinge con il sentimento e cerca di superarla con il richiamo a un ordine umano di affetti e istituzioni che possano in qualche modo vincere la morte stabilendo tra i vivi e i defunti una corrispondenza di sentimenti amorosi.

«I monumenti, inutili ai morti, giovano ai vivi, perché destano affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone dabbene.» vv. 1-40

Dal concetto materialistico al concetto di "illusione"

Il carme si apre infatti con la negazione di ogni trascendenza riaffermando la validità del pensiero materialistico e, se inizia con l'asserire l'inutilità delle tombe per i morti, ne afferma l'utilità per i vivi procedendo verso affermazioni sempre più alte che vanno dal loro valore civile e patriottico fino ad esaltare le tombe come ispiratrici della poesia che è, per il Foscolo, la scuola più alta dell'umanità.

Al centro di queste meditazioni vi è il concetto di "illusione" che riafferma sul piano del sentimento quanto viene negato dall'intelletto che può negare l'immortalità dell'anima ma non quegli affetti ai quali tutti gli uomini, per vivere, devono credere.

Così, anche se la vita dell'individuo ha fine nella materia, le illusioni, gli ideali, i valori e le tradizioni dell'uomo vanno oltre la morte perché rimangono nella memoria dei vivi consentendo a chi ha lasciato eredità d'affetti una sopravvivenza dopo la morte.

Il Foscolo svolge nel carme questo concetto seguendo una linea ascendente che va dalla tomba come centro sul quale si uniscono la pietà e il culto degli amici e dei parenti, alla tomba come simbolo delle memorie di tutta una famiglia attraverso i secoli realizzando una continuità di valori da padre in figlio, dalla tomba come segno di civiltà dell'uomo stesso, alla tomba che porta in sé i valori ideali e civili di tutto un popolo e, infine, alla tomba i cui valori sono resi eterni dal canto dei poeti.

La struttura del carme

Nell'estratto che accompagna la "Lettera a Monsieur Guillon sulla sua incompetenza a giudicare i poeti italiani", scritta nel 1807, in risposta alla critica che l'abate francese Amato Guillon aveva pubblicato contro il carme nel "Giornale Ufficiale di Milano" del 22 giugno del 1807, il Foscolo fornisce la struttura quadripartita del carme: I (vv. I-90), II (91-150), III (151-212), IV (213-295).

Attenzione: di seguito viene rivelata, del tutto o in parte, la trama dell'opera.

Prima sezione - vv. I-90

Il sonno della morte, afferma l'autore, non è certamente meno duro nei sepolcri curati e confortati dall'amore dei vivi e quando, per il poeta, le bellezze della vita saranno perdute, non sarà certo una tomba, che distingua le sue ossa dalle numerose altre sparse in terra e in mare, a compensarne la perdita.

Anche la speranza, che è l'ultima dea, abbandona i sepolcri e l'oblio trascina con sé ogni cosa.

Ma il poeta si chiede perché l'uomo deve togliersi l'illusione di vivere, anche dopo la morte, nel pensiero dei suoi cari se il suo sepolcro sarà curato e onorato nella sua terra natale da chi è rimasto in vita.

Solamente coloro che morendo non lasciano affetti o rimpianti possono trarre poca gioia dalla tomba.

Una legge ostile toglie oggi i sepolcri agli sguardi dei pietosi e tenta di strappare il nome ai morti e così il Parini, che in vita pur nella povertà adorò la poesia ed ispirato da Talia fustigava i signorotti di Milano, giace senza tomba.

La Musa sta cercando la sua salma nei cimiteri suburbani perché Milano non gli ha eretto un sepolcro tra le sue mura ed ora, forse, le ossa del grande poeta si trovano nella desolata campagna mescolate a quelle di un ladro qualunque.

Seconda sezione - vv. 91-150

Gli uomini, iniziando ad istituire forme legali come le nozze, le leggi e la religione, diventarono civili e cominciarono a seppellire i morti e a considerare le tombe sacre. I morti non furono sempre seppelliti nelle chiese o abbandonati per le vie con il terrore delle madri che temevano la vendetta dei loro congiunti sui loro figli, ma le tombe furono anche curate con alberi, fiori e lampade e i vivi indugiavano spesso a parlare con i cari estinti nella pietosa illusione che rende piacevoli alle giovani inglesi i confortevoli cimiteri suburbani dove esse pregano i numi perché facciano ritornare in patria Nelson.

Dove però non esiste più il desiderio di gesta eroiche e lo Stato è servo di chi comanda, le tombe sono inutile pompa, come nel Regno d'Italia dove i dotti, i mercanti e i possidenti sono sepolti nelle loro reggie mentre il poeta desidera solamente una semplice tomba dove poter riposare in pace dopo aver lasciato agli amici una poesia libera.

Terza sezione - vv. 151-212

Le tombe dei forti rendono bella la terra che li ospita e spingono a grandi opere. Quando il Foscolo vide in Santa Croce le tombe di Machiavelli, di Michelangelo, di Galilei inneggiò a Firenze considerandola beata per la bellezza della sua terra e per aver dato i genitori e la lingua al Petrarca, ma ancora più beata perché ha conservato in un tempio le glorie d'Italia che sono le uniche che ci sono rimaste dopo che gli stranieri ci hanno rapito tutto tranne la memoria. In Santa Croce, dove ora riposa, veniva l'Alfieri per cercare di dar pace alla sua anima tormentata.
La pace che ispira le tombe ha alimentato il valore dei Greci contro i Persiani a Maratona dove gli Ateniesi, caduti in quella battaglia, furono seppelliti.

Quarta sezione - vv. 213-295

Probabilmente durante i suoi lunghi viaggi il giovane Pindemonte varcò l'Egeo e sentì dire che la marea aveva trasportato le armi gloriose di Achille, che erano state assegnate ingiustamente ad Ulisse, sopra la tomba di Aiace dal momento che solo la morte è dispensatrice della gloria. Il Foscolo, che è costretto a fuggire di gente in gente, spera che un giorno le Muse, che conservano la memoria dei defunti anche quando il tempo ne abbia distrutto le tombe, lo chiamino ad evocare gli eroi.
Dove un giorno sorse Troia si trova un luogo che Elettra ha reso eterno, quando supplicò, morendo, Giove, di farla vivere nel ricordo dei posteri e il dio rese sacra la sua tomba. In quel luogo furono sepolti Erittonio ed Ilio e Cassandra predisse la distruzione di Troia e insegnò ai nipoti un canto d'amore e di pietà nel quale li assicurava che, nella distrutta città, sarebbero rimaste in eterno le ombre degli eroi troiani nelle loro tombe circondate e protette dagli alberi coltivati con lacrime e devozione. E Omero si sarebbe ispirato ad esse per rendere eterni in tutto il mondo i principi di Argo ed Ettore, l'eroe troiano tra i più valorosi e infelici.

La poetica e l'arte

Attraverso il susseguirsi di esempi opportunamente scelti, che esprimono in un concetto quanto prima il poeta ha enunciato in forma epigrammatica, le tesi del Foscolo, si chiariscono in veri e propri miti.

Alla tesi che:

«Sol chi non lascia eredità d'affetti/ poca gioia ha dell'urna»

segue il caso del Parini la cui tomba ignota ne confonde forse l'ossa con qualche ladro; alla tesi che con il nascere degli affetti è nata la santità delle tombe, segue l'immagine poetica dei cimiteri inglesi; la tesi che

«A egregie cose il forte animo accendono l'urne de' forti»

ispira il passo sulle tombe di Santa Croce; dall'elogio di Firenze nasce la descrizione di Vittorio Alfieri e a legare queste immagini vi è la descrizione del campo di Maratona che rafforza, con il suo mito, la convinzione che nella religiosa pace delle tombe dei grandi parli un Nume.

E ancora, nella tesi che la morte è:

«giusta di glorie dispensiera»

per le anime nobili, si ritrova il mito di Aiace che, pur essendo stato privato delle armi di Achille da Ulisse se le ritrova, portate dal mare, sulla sua tomba. E infine la tesi conclusiva, che la grande poesia sia ispirata dalle tombe dei grandi, genera il mito della predizione di Cassandra, della tomba di Elettra, della distruzione di Troia, di Omero.

Il Foscolo riprende tutti questi simboli dagli scrittori o dalla mitologia classica o li inventa traendo lo spunto da materiale classico o moderno e li presenta al lettore in modo che essi possano rimanere impressi profondamente nel loro animo.

Lo stile

Il carme è strutturato per episodi e non per concetti che si susseguono logicamente perché il poeta, che intende cantare gli eroi, procede con la logica della fantasia. Il Foscolo concentra un intero mondo di pensieri, sentimenti, immaginazioni e miti in modo stringato senza eccedere in parole non necessarie e riuscendo, in poco meno di trecento versi, a passare dalle tombe senza nome ai cimiteri medievali e quelli inglesi, dalle tombe di Santa Croce al campo di battaglia di Maratona, dal Parini e Alfieri a Omero, da Nelson ad Aiace, dal mondo di Vico all'Italia di oggi e a Troia distrutta, con il medesimo impeto di affetti e di tesi che aveva adoperato nei Sonetti e che conferisce al suo stile quell'impronta originale che è connaturata alla forza della sua personalità.

La lingua e lo stile di cui si serve il Foscolo nei Sepolcri è personale e individuale: lo stile è lapidario ed energico e tende ad imprimere le sentenze nella mente e nel cuore di chi legge; la lingua, anch'essa improntata a una conclusione energica e vibrante, si avvale della esperta conoscenza dei classici antichi e italiani permettendosi di utilizzare modi di dire nuovi.

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