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Torquato Tasso: Vita&Opere
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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 1:10 pm    Oggetto:  Torquato Tasso: Vita&Opere
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Torquato Tasso: Vita&Opere.

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Torquato TassoTorquato Tasso (Sorrento, 11 marzo 1544 – Roma, 25 aprile 1595) è stato uno scrittore e poeta italiano del Cinquecento.

La sua opera più importante e conosciuta è la Gerusalemme liberata (1575), in cui vengono descritti gli scontri tra cristiani e musulmani alla fine della Prima Crociata, durante l'assedio di Gerusalemme.

Indice [in questa pagina]:

1 Vita
2 Poetica
2.1 Aminta
2.2 Re Torrismondo
2.3 Il "Rinaldo"
2.4 Gerusalemme liberata

***************

Vita

Nacque a Sorrento l'11 marzo 1544. La nascita in tale località fu determinata da ragioni casuali; né il padre, né la madre erano campani. Infatti la madre, Porzia de' Rossi, era discendente da una nobile famiglia toscana, mentre il padre Bernardo, proveniente da un'altrettanto nobile famiglia bergamasca, era conosciuto come uno dei più eleganti uomini letterati. Ciò favorì il sentimento costante di sradicamento da parte di Torquato, che proseguiva e radicalizzava la tradizione - già aperta da Petrarca - di nascite "in esilio" e di scrittori senza patria. All'età di 6 anni ha fatto un viaggio in Sicilia e ha frequentato la Scuola Siciliana dove ha coltivato profondi interessi riguardo il Manierismo. Negli anni seguenti durante un breve viaggio a Venezia si avvicina alla pittura nordica.

Aveva dieci anni quando, nel 1554, raggiunse a Roma il padre Bernardo, segretario del principe di Salerno; la madre, rimasta a Napoli, morì due anni dopo, forse assassinata dai suoi stessi fratelli. Il padre lo mandò inizialmente a Bergamo da alcuni parenti e successivamente lo richiamò ad Urbino. Nel 1559 si trasferì col padre a Venezia dove a 15 anni cominciò a scrivere il suo primo poema (il Gierusalemme) poi interrotto. Frequentò l'università a Padova, dove studiò prima diritto poi letteratura e filosofia. Il 1565 segna una data importante per la sua carriera di intellettuale: infatti in quell'anno si trova a Ferrara, dove entra nella corte estense al servizio del cardinale Luigi d'Este. In questo periodo riprende il poema sulla prima crociata che terminerà nel 1575. Con la terminazione del poema però termina anche il periodo più felice della vita di Tasso.

Infatti, preoccupato del fatto che il suo poema non rispettasse le convenzioni di genere, sottopose l'opera al giudizio di cinque autorevoli letterati che criticarono l'opera. Il Tasso anche se da una parte difendeva il suo poema dall'altra condivideva le critiche e revisionò il poema cambiando il titolo da Gerusalemme liberata a Gerusalemme conquistata e rimuovendo tutte le scene amorose. Inoltre cominciò a soffrire di manie di persecuzione. Ci furono vari espisodi che confermano questa tesi: aggredì con un coltello un servo, accusandolo di seguirlo e spiarlo. Fu inizialmente spedito dal duca nel convento di S. Francesco, dal quale però riuscì a fuggire. Andò dalla sorella travestito e le disse che suo fratello era morto, così da vedere la sua reazione; quando vide che la sorella era estremamente addolorata, le svelò la sua vera identità.

Nel 1579 ritornò a Ferrara. Poiché però fu accolto freddamente dal signore di Ferrara lo insultò in pubblico e il duca lo fece rinchiudere nell'Ospedale Sant'Anna nella celebre Cella del Tasso, dove rimase per sette anni. Grande documento della sua clausura è il ricco epistolario e gran parte dei Dialoghi, che ebbero luogo proprio a Sant'Anna. Scrisse anche varie lettere a vari signori pregandoli di liberarlo. Durante la prigionia fu pubblicata, senza il suo consenso, un'edizione scorretta della Gerusalemme che comprendeva solo i primi 14 canti (su 20) e chiamata Goffredo di Buglione (dal nome del suo protagonista). Lui decise allora di pubblicare la Gerusalemme liberata, che uscì nel 1581. Nel 1586 fu liberato per intercessione dei Gonzaga. Morì a Roma nel 1595 a 51 anni, poco prima di ricevere la laurea poetica promessagli da Ippolito Aldobrandini.

Poetica

-Aminta-

«L'Aminta non è un dramma pastorale e neppure un dramma. Sotto nomi pastorali e sotto forma drammatica è un poemetto lirico, narrazione drammatizzata, anzi che vera rappresentazione, com'erano le tragedie e le commedie e i così detti drammi pastorali in Italia. ... Essa è in fondo una novella allargata a commedia, di quel carattere romanzesco che dominava nell'immaginazione italiana, aggiuntavi la parte del buffone, che è il Ruffo, la cui volgarità fa contrasto con la natura cavalleresca de' due protagonisti, Virginia e il principe di Salerno. Gli avvenimenti più strani si accavallano con magica rapidità, appena abbozzati, e quasi semplice occasione a monologhi e capitoli, dove paion fuori i sentimenti dei personaggi misti alla narrazione. ... L'Aminta è un'azione fuori del teatro, narrata da testimoni o da partecipi con le impressioni e le passioni in loro suscitate. L'interesse è tutto nella narrazione sviluppata liricamente e intramessa di cori, il cui concetto è l'apoteosi della vita pastorale e dell'amore: "s'ei piace, ei lice". Il motivo è lirico, sviluppo di sentimenti idillici, anzi che di caratteri e di avvenimenti. Abbondano descrizioni vivaci, soliloqui, comparazioni, sentenze, movimenti appassionati. Vi penetra una mollezza musicale, piena di grazia e delicatezza, che rende voluttuosa anche la lacrima. Semplicità molta è nell'ordito, e anche nello stile, che senza perder di eleganza guadagna di naturalezza, con una sprezzatura che pare negligenza ed è artificio finissimo. Ed è perciò semplicità meccanica e manifatturata, che dà un'apparenza pastorale a un mondo tutto vezzi e tutto concetti. È un mondo raffinato, e la stessa semplicità è un raffinamento. A' contemporanei parve un miracolo di perfezione, e certo non ci è opera d'arte così finamente lavorata.»

(Francesco De Sanctis)

L'aminta è una fabula pastorale composta nel 1573 e pubblicata nel 1580 ca.

-Trama-

Un pastore, Aminta, si innamora di una ninfa, Silvia, ma non viene ricambiato. Dafne, amica di Silvia, gli consiglia di recarsi alla fonte dove si bagna di solito Silvia. Silvia viene aggredita alla fonte da un fauno che la sta violentando quando arriva Aminta che la salva. Ma lei ingrata scappa senza ringraziarlo. Aminta trova un velo appartenente a Silvia sporco di sangue e pensa che sia stata sbranata dai lupi. Addolorato per la presunta morte dell'amata decide di suicidarsi gettandosi da una rupe. Silvia, che in realtà non è morta, ricevuta la notizia del suicidio di Aminta, presa dal rimorso si avvicina al corpo piangendo disperata. Ma Aminta è ancora vivo perché un cespuglio ha attutito la caduta e riprende i sensi sentendo Silvia piangere. La vicenda si conclude con il matrimonio dei due.

**************

Re Torrismondo

Intorno al 1573-1574 Tasso scrisse una tragedia, Galealto re di Norvegia, che però interuppe alla quarta scena del secondo atto. Tasso la riprese e la completò negli anni successivi alla liberazione dall'Ospedale di Sant'Anna cambiando però il titolo, diventato Re Torrismondo, e nome dei personaggi. L'ambientazione è nordica: frequenti le immagini di distese boschive. In questo, il Tasso mostra la sua forte curiosità per le leggende nordiche, come ad esempio la lettura dell' "Historia de gentibus septentrionalibus" di Olao Magno.

-Trama-

Torrismondo è intimamente segnato dal conflitto tra amore e amicizia: il sovrano ama Alvida, che però promette in sposa all'amico Germondo, re di Svezia. Ma quando Torrismondo scopre che la donna amata non è altri che la sorella, la situazione culmina nel suicidio dei due.
La tragedia del "Re Torrismondo" è molto importante perché anticipa le tragedie barocche, nelle quali si riprendono alcune caratteristiche fondamentali delle tragedie senecane: la "meditatio mortis" e il gusto dell'orrido. Nel Tasso, però, ciò che compare fortemente e caratterizza le sue tragedie, è il conflitto intimo che dilania l'animo dei personaggi; l'uomo si sente intrappolato dal fato, poiché impossibilitato all'agire, a modificare il corso degli eventi ormai già predisposti.

************

Il "Rinaldo"

All’età di diciotto anni Tasso riprese la materia del romanzo cavalleresco e nel 1562 pubblicò il “Rinaldo”, che narra in dodici canti la giovinezza del paladino della tradizione carolingia e le sue imprese di armi e di amori. Nella prefazione al poema Tasso dichiara di voler imitare in parte gli “antichi” (Omero e Virgilio), in parte i “moderni” (Ariosto). Si concentra però su un unico protagonista, secondo le esigenze di unità proposte dall’aristotelismo. Si tratta di un’opera tipicamente giovanile, ancora priva di originalità, ma compaiono già alcuni temi e toni fondamentali che caratterizzeranno il Tasso maturo.

***************

Gerusalemme liberata

La Gerusalemme liberata è considerata il capolavoro del Tasso. Il poema tratta di un avvenimento veramente accaduto cioè la prima crociata. Tasso iniziò a scrivere l'opera con il titolo di Gierusalemme nel 1559 durante il soggiorno a Venezia e la concluse nel 1575. L'opera fu pubblicata integralmente nel 1581 con il titolo di Gerusalemme liberata. In seguito alla pubblicazione del poema il poeta rimise mano all'opera e la riscrisse eliminando tutte le scene amorose e accentuando il tono religioso e epico della trama. Cambiò anche il titolo in Gerusalemme Conquistata.

-Trama-

Goffredo di Buglione nel sesto anno di guerra raduna i crociati, viene eletto comandante supremo e stringe d'assedio Gerusalemme. Uno dei guerrieri musulmani decide di sfidare a duello il crociato Tancredi. Chi vince il duello vince la guerra. Il duello però viene sospeso per il soppraggiungere della notte e rinviato. I diavoli decidono di aiutare i musulmani a vincere la guerra. Uno strumento di Satana è la maga Armida che con uno stratagemma riesce a rinchiudere tutti i migliori eroi cristiani in un castello incantato tra cui Tancredi. L'eroe Rinaldo per aver ucciso un altro crociato che lo aveva offeso fu cacciato via dal campo. Il giorno del duello arriva e poiché Tancredi è scomparso viene sostituito da un altro crociato aiutato da un angelo. I diavoli aiutano il musulmano e trasformano il duello in battaglia generale. I crociati sembrano perdere la guerra quando arrivano gli eroi imprigionati liberati da Rinaldo che rovesciano la situazione e fanno vincere la battaglia ai cristiani. Goffredo ordina ai suoi di costruire una torre per dare all'assalto Gerusalemme ma Argante e Clorinda (di cui Tancredi è innamorato) la incendiano di notte. Clorinda non riesce a entrare nelle mura e viene uccisa in duello proprio da colui che la ama, Tancredi, che non l'aveva riconosciuta. Tancredi è addolorato per aver ucciso la donna che amava e solo l'apparizione in sogno di Clorinda gli impedisce di suicidarsi. Il mago Ismeno lancia un incantesimo sul bosco in modo che i crociati non possano ricostruire la torre. L'unico in grado di spezzare l'incantesimo è Rinaldo, prigioniero della maga Armida. Due guerrieri vengono inviati da Goffredo per cercarlo e alla fine lo trovano e lo liberano. Rinaldo vince gli incantesimi della selva e permette ai crociati di assalire e conquistare Gerusalemme.

******************

( Biografia tratta da Wikipedia, l'enciclopedia libera:
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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Ven Set 14, 2007 12:07 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 1:10 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 1:14 pm    Oggetto:  Torquato Tasso: Opere
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Torquato Tasso: Opere

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-A Bergamo - Torquato Tasso - 1586/1587-

Terra che 'l Serio bagna e 'l Brembo inonda,
che monti e valli mostri a l'una mano
ed a l'altra il tuo verde e largo piano
or ampia ed or sublime ed or profonda;

perch'io cercassi pur di sponda in sponda 5
Nilo, Istro, Gange o s'altro è piú lontano,
o mar da terren chiuso o l'oceano
che d'ogni intorno lui cinge e circonda,

riveder non potrei parte piú cara
e gradita di te, da cui mi venne 10
in riva al gran Tirren famoso padre,

che fra l'arme cantò rime leggiadre;
benché la fama tua pur si rischiara
e Si dispiega al ciel con altre penne.

***************

( Brano tratto da:
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MessaggioInviato: Ven Set 14, 2007 12:25 pm    Oggetto:  Torquato Tasso: Gerusalemme liberata.
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Gerusalemme liberata - Torquato Tasso - 1575

-Indice (seguiranno)-

-Canto primo
-Canto secondo

( Brani tratti da WIKISOURCE, il sito contiene tutti e 20 i CANTI della "Gerusalemme Liberata" di Torquato Tasso:
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*****************

-Canto primo-

1 Canto l'arme pietose e 'l capitano
che 'l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò co 'l senno e con la mano,
molto soffrí nel glorioso acquisto;
e in van l'Inferno vi s'oppose, e in vano
s'armò d'Asia e di Libia il popol misto.
Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.

2 O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ma su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto, e tu perdona
s'intesso fregi al ver, s'adorno in parte
d'altri diletti, che de' tuoi, le carte.

3 Sai che là corre il mondo ove piú versi
di sue dolcezze il lusinghier Parnaso,
e che 'l vero, condito in molli versi,
i piú schivi allettando ha persuaso.
Cosí a l'egro fanciul porgiamo aspersi
di soavi licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e da l'inganno suo vita riceve.

4 Tu, magnanimo Alfonso, il quale ritogli
al furor di fortuna e guidi in porto
me peregrino errante, e fra gli scogli
e fra l'onde agitato e quasi absorto,
queste mie carte in lieta fronte accogli,
che quasi in voto a te sacrate i' porto.
Forse un dí fia che la presaga penna
osi scriver di te quel ch'or n'accenna.

5 È ben ragion, s'egli averrà ch'in pace
il buon popol di Cristo unqua si veda,
e con navi e cavalli al fero Trace
cerchi ritòr la grande ingiusta preda,
ch'a te lo scettro in terra o, se ti piace,
l'alto imperio de' mari a te conceda.
Emulo di Goffredo, i nostri carmi
intanto ascolta, e t'apparecchia a l'armi.

6 Già 'l sesto anno volgea, ch'in oriente
passò il campo cristiano a l'alta impresa;
e Nicea per assalto, e la potente
Antiochia con arte avea già presa.
L'avea poscia in battaglia incontra gente
di Persia innumerabile difesa,
e Tortosa espugnata; indi a la rea
stagion diè loco, e 'l novo anno attendea.

7 E 'l fine omai di quel piovoso inverno,
che fea l'arme cessar, lunge non era;
quando da l'alto soglio il Padre eterno,
ch'è ne la parte piú del ciel sincera,
e quanto è da le stelle al basso inferno,
tanto è piú in su de la stellata spera,
gli occhi in giú volse, e in un sol punto e in una
vista mirò ciò ch'in sé il mondo aduna.

8 Mirò tutte le cose, ed in Soria
s'affisò poi ne' principi cristiani;
e con quel guardo suo ch'a dentro spia
nel piú secreto lor gli affetti umani,
vide Goffredo che scacciar desia
de la santa città gli empi pagani,
e pien di fé, di zelo, ogni mortale
gloria, imperio, tesor mette in non cale.

9 Ma vede in Baldovin cupido ingegno,
ch'a l'umane grandezze intento aspira:
vede Tancredi aver la vita a sdegno,
tanto un suo vano amor l'ange e martira:
e fondar Boemondo al novo regno
suo d'Antiochia alti princípi mira,
e leggi imporre, ed introdur costume
ed arti e culto di verace nume;

10 e cotanto internarsi in tal pensiero,
ch'altra impresa non par che piú rammenti:
scorge in Rinaldo e animo guerriero
e spirti di riposo impazienti;
non cupidigia in lui d'oro o d'impero,
ma d'onor brame immoderate, ardenti:
scorge che da la bocca intento pende
di Guelfo, e i chiari antichi essempi apprende.

11 Ma poi ch'ebbe di questi e d'altri cori
scòrti gl'intimi sensi il Re del mondo,
chiama a sé da gli angelici splendori
Gabriel, che ne' primi era secondo.
È tra Dio questi e l'anime migliori
interprete fedel, nunzio giocondo:
giú i decreti del Ciel porta, ed al Cielo
riporta de' mortali i preghi e 'l zelo.

12 Disse al suo nunzio Dio: "Goffredo trova,
e in mio nome di' lui: perché si cessa?
perché la guerra omai non si rinova
a liberar Gierusalemme oppressa?
Chiami i duci a consiglio, e i tardi mova
a l'alta impresa: ei capitan fia d'essa.
Io qui l'eleggo; e 'l faran gli altri in terra,
già suoi compagni, or suoi ministri in guerra."

13 Cosí parlogli, e Gabriel s'accinse
veloce ad esseguir l'imposte cose:
la sua forma invisibil d'aria cinse
ed al senso mortal la sottopose.
Umane membra, aspetto uman si finse,
ma di celeste maestà il compose;
tra giovene e fanciullo età confine
prese, ed ornò di raggi il biondo crine.

14 Ali bianche vestí, c'han d'or le cime,
infaticabilmente agili e preste.
Fende i venti e le nubi, e va sublime
sovra la terra e sovra il mar con queste.
Cosí vestito, indirizzossi a l'ime
parti del mondo il messaggier celeste:
pria sul Libano monte ei si ritenne,
e si librò su l'adeguate penne;

15 e vèr le piagge di Tortosa poi
drizzò precipitando il volo in giuso.
Sorgeva il novo sol da i lidi eoi,
parte già fuor, ma 'l piú ne l'onde chiuso;
e porgea matutini i preghi suoi
Goffredo a Dio, come egli avea per uso;
quando a paro co 'l sol, ma piú lucente,
l'angelo gli apparí da l'oriente;

16 e gli disse: "Goffredo, ecco opportuna
già la stagion ch'al guerreggiar s'aspetta;
perché dunque trapor dimora alcuna
a liberar Gierusalem soggetta?
Tu i principi a consiglio omai raguna,
tu al fin de l'opra i neghittosi affretta.
Dio per lor duce già t'elegge, ed essi
sopporran volontari a te se stessi.

17 Dio messaggier mi manda: io ti rivelo
la sua mente in suo nome. Oh quanta spene
aver d'alta vittoria, oh quanto zelo
de l'oste a te commessa or ti conviene!"
Tacque; e, sparito, rivolò del cielo
a le parti piú eccelse e piú serene.
Resta Goffredo a i detti, a lo splendore,
d'occhi abbagliato, attonito di core.

18 Ma poi che si riscote, e che discorre
chi venne, chi mandò, che gli fu detto,
se già bramava, or tutto arde d'imporre
fine a la guerra ond'egli è duce eletto.
Non che 'l vedersi a gli altri in Ciel preporre
d'aura d'ambizion gli gonfi il petto,
ma il suo voler piú nel voler s'infiamma
del suo Signor, come favilla in fiamma.

19 Dunque gli eroi compagni, i quai non lunge
erano sparsi, a ragunarsi invita;
lettere a lettre, e messi a messi aggiunge,
sempre al consiglio è la preghiera unita;
ciò ch'alma generosa alletta e punge,
ciò che può risvegliar virtù sopita,
tutto par che ritrovi, e in efficace
modo l'adorna sí che sforza e piace.

20 Vennero i duci, e gli altri anco seguiro,
e Boemondo sol qui non convenne.
Parte fuor s'attendò, parte nel giro
e tra gli alberghi suoi Tortosa tenne.
I grandi de l'essercito s'uniro
(glorioso senato) in dí solenne.
Qui il pio Goffredo incominciò tra loro,
augusto in volto ed in sermon sonoro:

21 "Guerrier di Dio, ch'a ristorar i danni
de la sua fede il Re del Cielo elesse,
e securi fra l'arme e fra gl'inganni
de la terra e del mar vi scòrse e resse,
sí ch'abbiam tante e tante in sí pochi anni
ribellanti provincie a lui sommesse,
e fra le genti debellate e dome
stese l'insegne sue vittrici e 'l nome,

22 già non lasciammo i dolci pegni e 'l nido
nativo noi (se 'l creder mio non erra),
né la vita esponemmo al mare infido
ed a i perigli di lontana guerra,
per acquistar di breve suono un grido
vulgare e posseder barbara terra,
ché proposto ci avremmo angusto e scarso
premio, e in danno de l'alme il sangue sparso.

23 Ma fu de' pensier nostri ultimo segno
espugnar di Sion le nobil mura,
e sottrarre i cristiani al giogo indegno
di servitù cosí spiacente e dura,
fondando in Palestina un novo regno,
ov'abbia la pietà sede secura;
né sia chi neghi al peregrin devoto
d'adorar la gran tomba e sciòrre il voto.

24 Dunque il fatto sin ora al rischio è molto,
piú che molto al travaglio, a l'onor poco,
nulla al disegno, ove o si fermi o vòlto
sia l'impeto de l'armi in altro loco.
Che gioverà l'aver d'Europa accolto
sí grande sforzo, e posto in Asia il foco,
quando sia poi di sí gran moti il fine
non fabbriche di regni, ma ruine?

25 Non edifica quei che vuol gl'imperi
su fondamenti fabricar mondani,
ove ha pochi di patria e fé stranieri
fra gl'infiniti popoli pagani,
ove ne' Greci non conven che speri,
e i favor d'Occidente ha sí lontani;
ma ben move ruine, ond'egli oppresso
sol construtto un sepolcro abbia a se stesso.

26 Turchi, Persi, Antiochia (illustre suono
e di nome magnifico e di cose)
opre nostre non già, ma del Ciel dono
furo, e vittorie fur meravigliose.
Or se da noi rivolte e torte sono
contra quel fin che 'l donator dispose,
temo ce 'n privi, e favola a le genti
quel sí chiaro rimbombo al fin diventi.

27 Ah non sia alcun, per Dio, che sí graditi
doni in uso sí reo perda e diffonda!
A quei che sono alti princípi orditi
di tutta l'opra il filo e 'l fin risponda.
Ora che i passi liberi e spediti,
ora che la stagione abbiam seconda,
ché non corriamo a la città ch'è mèta
d'ogni nostra vittoria? e che piú 'l vieta?

28 Principi, io vi protesto (i miei protesti
udrà il mondo presente, udrà il futuro,
l'odono or su nel Cielo anco i Celesti):
il tempo de l'impresa è già maturo;
men diviene opportun piú che si resti,
incertissimo fia quel ch'è securo.
Presago son, s'è lento il nostro corso,
avrà d'Egitto il Palestin soccorso."

29 Disse, e a i detti seguí breve bisbiglio;
ma sorse poscia il solitario Piero,
che privato fra' principi a consiglio
sedea, del gran passaggio autor primiero:
"Ciò ch'essorta Goffredo, ed io consiglio,
né loco a dubbio v'ha, sí certo è il vero
e per sé noto: ei dimostrollo a lungo,
voi l'approvate, io questo sol v'aggiungo:

30 se ben raccolgo le discordie e l'onte
quasi a prova da voi fatte e patite,
i ritrosi pareri, e le non pronte
e in mezzo a l'esseguire opre impedite,
reco ad un'altra originaria fonte
la cagion d'ogni indugio e d'ogni lite,
a quella autorità che, in molti e vari
d'opinion quasi librata, è pari.

31 Ove un sol non impera, onde i giudíci
pendano poi de' premi e de le pene,
onde sian compartite opre ed uffici,
ivi errante il governo esser conviene.
Deh! fate un corpo sol de' membri amici,
fate un capo che gli altri indrizzi e frene,
date ad un sol lo scettro e la possanza,
e sostenga di re vece e sembianza."

32 Qui tacque il veglio. Or quai pensier, quai petti
son chiusi a te, sant'Aura e divo Ardore?
Inspiri tu de l'Eremita i detti,
e tu gl'imprimi a i cavalier nel core;
sgombri gl'inserti, anzi gl'innati affetti
di sovrastar, di libertà, d'onore,
sí che Guglielmo e Guelfo, i piú sublimi,
chiamàr Goffredo per lor duce i primi.

33 L'approvàr gli altri: esser sue parti denno
deliberare e comandar altrui.
Imponga a i vinti legge egli a suo senno,
porti la guerra e quando vòle e a cui;
gli altri, già pari, ubidienti al cenno
siano or ministri de gl'imperii sui.
Concluso ciò, fama ne vola, e grande
per le lingue de gli uomini si spande.

34 Ei si mostra a i soldati, e ben lor pare
degno de l'alto grado ove l'han posto,
e riceve i saluti e 'l militare
applauso, in volto placido e composto.
Poi ch'a le dimostranze umili e care
d'amor, d'ubidienza ebbe risposto,
impon che 'l dí seguente in un gran campo
tutto si mostri a lui schierato il campo.

35 Facea ne l'oriente il sol ritorno,
sereno e luminoso oltre l'usato,
quando co' raggi uscí del novo giorno
sotto l'insegne ogni guerriero armato,
e si mostrò quanto poté piú adorno
al pio Buglion, girando il largo prato.
S'era egli fermo, e si vedea davanti
passar distinti i cavalieri e i fanti.

36 Mente, de gli anni e de l'oblio nemica,
de le cose custode e dispensiera,
vagliami tua ragion, sí ch'io ridica
di quel campo ogni duce ed ogni schiera:
suoni e risplenda la lor fama antica,
fatta da gli anni omai tacita e nera;
tolto da' tuoi tesori, orni mia lingua
ciò ch'ascolti ogni età, nulla l'estingua.

37 Prima i Franchi mostràrsi: il duce loro
Ugone esser solea, del re fratello.
Ne l'Isola di Francia eletti foro,
fra quattro fiumi, ampio paese e bello.
Poscia ch'Ugon morí, de' gigli d'oro
seguí l'usata insegna il fer drapello
sotto Clotareo, capitano egregio,
a cui, se nulla manca, è il nome regio.

38 Mille son di gravissima armatura,
sono altrettanti i cavalier seguenti,
di disciplina a i primi e di natura
e d'arme e di sembianza indifferenti;
normandi tutti, e gli ha Roberto in cura,
che principe nativo è de le genti.
Poi duo pastor de' popoli spiegaro
le squadre lor, Guglielmo ed Ademaro.

39 L'uno e l'altro di lor, che ne' divini
uffici già trattò pio ministero,
sotto l'elmo premendo i lunghi crini,
essercita de l'arme or l'uso fero.
Da la città d'Orange e da i confini
quattrocento guerrier scelse il primiero;
ma guida quei di Poggio in guerra l'altro,
numero egual, né men ne l'arme scaltro.

40 Baldovin poscia in mostra addur si vede
co' Bolognesi suoi quei del germano,
ché le sue genti il pio fratel gli cede
or ch'ei de' capitani è capitano.
Il conte di Carnuti indi succede,
potente di consiglio e pro' di mano;
van con lui quattrocento, e triplicati
conduce Baldovino in sella armati.

41 Occupa Guelfo il campo a lor vicino,
uom ch'a l'alta fortuna agguaglia il merto:
conta costui per genitor latino
de gli avi Estensi un lungo ordine e certo.
Ma german di cognome e di domino,
ne la gran casa de' Guelfoni è inserto:
regge Carinzia, e presso l'Istro e 'l Reno
ciò che i prischi Suevi e i Reti avièno.

42 A questo, che retaggio era materno,
acquisti ei giunse gloriosi e grandi.
Quindi gente traea che prende a scherno
d'andar contra la morte, ov'ei comandi:
usa a temprar ne' caldi alberghi il verno,
e celebrar con lieti inviti i prandi.
Fur cinquemila a la partenza, e a pena
(de' Persi avanzo) il terzo or qui ne mena.

43 Seguia la gente poi candida e bionda
che tra i Franchi e i Germani e 'l mar si giace,
ove la Mosa ed ove il Reno inonda,
terra di biade e d'animai ferace;
e gl'insulani lor, che d'alta sponda
riparo fansi a l'ocean vorace:
l'ocean che non pur le merci e i legni,
ma intere inghiotte le cittadi e i regni.

44 Gli uni e gli altri son mille, e tutti vanno
sotto un altro Roberto insieme a stuolo.
Maggior alquanto è lo squadron britanno;
Guglielmo il regge, al re minor figliuolo.
Sono gl'Inglesi sagittari, ed hanno
gente con lor ch'è piú vicina al polo:
questi da l'alte selve irsuti manda
la divisa dal mondo ultima Irlanda.

45 Vien poi Tancredi, e non è alcun fra tanti
(tranne Rinaldo) o feritor maggiore,
o piú bel di maniere e di sembianti,
o piú eccelso ed intrepido di core.
S'alcun'ombra di colpa i suoi gran vanti
rende men chiari, è sol follia d'amore:
nato fra l'arme, amor di breve vista,
che si nutre d'affanni, e forza acquista.

46 È fama che quel dí che glorioso
fe' la rotta de' Persi il popol franco,
poi che Tancredi al fin vittorioso
i fuggitivi di seguir fu stanco,
cercò di refrigerio e di riposo
a l'arse labbia, al travagliato fianco,
e trasse ove invitollo al rezzo estivo
cinto di verdi seggi un fonte vivo.

47 Quivi a lui d'improviso una donzella
tutta, fuor che la fronte, armata apparse:
era pagana, e là venuta anch'ella
per l'istessa cagion di ristorarse.
Egli mirolla, ed ammirò la bella
sembianza, e d'essa si compiacque, e n'arse.
Oh meraviglia! Amor, ch'a pena è nato,
già grande vola, e già trionfa armato.

48 Ella d'elmo coprissi, e se non era
ch'altri quivi arrivàr, ben l'assaliva.
Partí dal vinto suo la donna altera,
ch'è per necessità sol fuggitiva;
ma l'imagine sua bella e guerriera
tale ei serbò nel cor, qual essa è viva;
e sempre ha nel pensiero e l'atto e 'l loco
in che la vide, esca continua al foco.

49 E ben nel volto suo la gente accorta
legger potria: "Questi arde, e fuor di spene";
cosí vien sospiroso, e cosí porta
basse le ciglia e di mestizia piene.
Gli ottocento a cavallo, a cui fa scorta,
lasciàr le piaggie di Campagna amene,
pompa maggior de la natura, e i colli
che vagheggia il Tirren fertili e molli.

50 Venian dietro ducento in Grecia nati,
che son quasi di ferro in tutto scarchi:
pendon spade ritorte a l'un de' lati,
suonano al tergo lor faretre ed archi;
asciutti hanno i cavalli, al corso usati,
a la fatica invitti, al cibo parchi:
ne l'assalir son pronti e nel ritrarsi,
e combatton fuggendo erranti e sparsi.

51 Tatin regge la schiera, e sol fu questi
che, greco, accompagnò l'arme latine.
Oh vergogna! oh misfatto! or non avesti
tu, Grecia, quelle guerre a te vicine?
E pur quasi a spettacolo sedesti,
lenta aspettando de' grand'atti il fine.
Or, se tu se' vil serva, è il tuo servaggio
(non ti lagnar) giustizia, e non oltraggio.

52 Squadra d'ordine estrema ecco vien poi
ma d'onor prima e di valor e d'arte.
Son qui gli aventurieri, invitti eroi,
terror de l'Asia e folgori di Marte.
Taccia Argo i Mini, e taccia Artù que' suoi
erranti, che di sogni empion le carte;
ch'ogni antica memoria appo costoro
perde: or qual duce fia degno di loro?

53 Dudon di Consa è il duce; e perché duro
fu il giudicar di sangue e di virtute,
gli altri sopporsi a lui concordi furo,
ch'avea piú cose fatte e piú vedute.
Ei di virilità grave e maturo,
mostra in fresco vigor chiome canute;
mostra, quasi d'onor vestigi degni,
di non brutte ferite impressi segni.

54 Eustazio è poi fra i primi; e i propri pregi
illustre il fanno, e piú il fratel Buglione.
Gernando v'è, nato di re norvegi,
che scettri vanta e titoli e corone.
Ruggier di Balnavilla infra gli egregi
la vecchia fama ed Engerlan ripone;
e celebrati son fra' piú gagliardi
un Gentonio, un Rambaldo e due Gherardi.

55 Son fra' lodati Ubaldo anco, e Rosmondo
del gran ducato di Lincastro erede;
non fia ch'Obizzo il Tosco aggravi al fondo
chi fa de le memorie avare prede,
né i tre frati lombardi al chiaro mondo
involi, Achille, Sforza e Palamede,
o 'l forte Otton, che conquistò lo scudo
in cui da l'angue esce il fanciullo ignudo.

56 Né Guasco né Ridolfo a dietro lasso,
né l'un né l'altro Guido, ambo famosi,
non Eberardo e non Gernier trapasso
sotto silenzio ingratamente ascosi.
Ove voi me, di numerar già lasso,
Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,
rapite? o ne la guerra anco consorti,
non sarete disgiunti ancor che morti!

57 Ne le scole d'Amor che non s'apprende?
Ivi si fe' costei guerriera ardita:
va sempre affissa al caro fianco, e pende
da un fato solo l'una e l'altra vita.
Colpo che ad un sol noccia unqua non scende,
ma indiviso è il dolor d'ogni ferita;
e spesso è l'un ferito, e l'altro langue,
e versa l'alma quel, se questa il sangue.

58 Ma il fanciullo Rinaldo, e sovra questi
e sovra quanti in mostra eran condutti,
dolcemente feroce alzar vedresti
la regal fronte, e in lui mirar sol tutti.
L'età precorse e la speranza, e presti
pareano i fior quando n'usciro i frutti;
se 'l miri fulminar ne l'arme avolto,
Marte lo stimi; Amor, se scopre il volto.

59 Lui ne la riva d'Adige produsse
a Bertoldo Sofia, Sofia la bella
a Bertoldo il possente; e pria che fusse
tolto quasi il bambin da la mammella,
Matilda il volse, e nutricollo, e instrusse
ne l'arti regie; e sempre ei fu con ella,
sin ch'invaghí la giovanetta mente
la tromba che s'udia da l'oriente.

60 Allor (né pur tre lustri avea forniti)
fuggí soletto, e corse strade ignote;
varcò l'Egeo, passò di Grecia i liti,
giunse nel campo in region remote.
Nobilissima fuga, e che l'imíti
ben degna alcun magnanimo nepote.
Tre anni son che è in guerra, e intempestiva
molle piuma del mento a pena usciva.

61 Passati i cavalieri, in mostra viene
la gente a piede, ed è Raimondo inanti.
Regea Tolosa, e scelse infra Pirene
e fra Garona e l'ocean suoi fanti.
Son quattromila, e ben armati e bene
instrutti, usi al disagio e toleranti;
buona è la gente, e non può da piú dotta
o da piú forte guida esser condotta.

62 Ma cinquemila Stefano d'Ambuosa
e di Blesse e di Turs in guerra adduce.
Non è gente robusta o faticosa,
se ben tutta di ferro ella riluce.
La terra molle, lieta e dilettosa,
simili a sé gli abitator produce.
Impeto fan ne le battaglie prime,
ma di leggier poi langue, e si reprime.

63 Alcasto il terzo vien, qual presso a Tebe
già Capaneo, con minaccioso volto:
seimila Elvezi, audace e fera plebe,
da gli alpini castelli avea raccolto,
che 'l ferro uso a far solchi, a franger glebe,
in nove forme e in piú degne opre ha vòlto;
e con la man, che guardò rozzi armenti,
par ch'i regni sfidar nulla paventi.

64 Vedi appresso spiegar l'alto vessillo
co 'l diadema di Piero e con le chiavi.
Qui settemila aduna il buon Camillo
pedoni, d'arme rilucenti e gravi,
lieto ch'a tanta impresa il Ciel sortillo,
ove rinovi il prisco onor de gli avi,
o mostri almen ch'a la virtú latina
o nulla manca, o sol la disciplina.

65 Ma già tutte le squadre eran con bella
mostra passate, e l'ultima fu questa,
quando Goffredo i maggior duci appella,
e la sua mente a lor fa manifesta:
"Come appaia diman l'alba novella
vuo' che l'oste s'invii leggiera e presta,
sí ch'ella giunga a la città sacrata,
quanto è possibil piú, meno aspettata.

66 Preparatevi dunque ed al viaggio
ed a la pugna e a la vittoria ancora."
Questo ardito parlar d'uom cosí saggio
sollecita ciascuno e l'avvalora.
Tutti d'andar son pronti al novo raggio,
e impazienti in aspettar l'aurora.
Ma 'l provido Buglion senza ogni tema
non è però, benché nel cor la prema.

67 Perch'egli avea certe novelle intese
che s'è d'Egitto il re già posto in via
inverso Gaza, bello e forte arnese
da fronteggiare i regni di Soria.
Né creder può che l'uomo a fere imprese
avezzo sempre, or lento in ozio stia;
ma, d'averlo aspettando aspro nemico,
parla al fedel suo messeggiero Enrico:

68 "Sovra una lieve saettia tragitto
vuo' che tu faccia ne la greca terra.
Ivi giunger dovea (cosí m'ha scritto
chi mai per uso in avisar non erra)
un giovene regal, d'animo invitto,
ch'a farsi vien nostro compagno in guerra:
prence è de' Dani, e mena un grande stuolo
sin da i paesi sottoposti al polo.

69 Ma perché 'l greco imperator fallace
seco forse userà le solite arti,
per far ch'o torni indietro o 'l corso audace
torca in altre da noi lontane parti,
tu, nunzio mio, tu, consiglier verace,
in mio nome il disponi a ciò che parti
nostro e suo bene, e di' che tosto vegna,
ché di lui fòra ogni tardanza indegna.

70 Non venir seco tu, ma resta appresso
al re de' Greci a procurar l'aiuto,
che già piú d'una volta a noi promesso
e per ragion di patto anco è dovuto."
Cosí parla e l'informa, e poi che 'l messo
le lettre ha di credenza e di saluto,
toglie, affrettando il suo partir, congedo,
e tregua fa co' suoi pensier Goffredo.

71 Il dí seguente, allor ch'aperte sono
del lucido oriente al sol le porte,
di trombe udissi e di tamburi un suono,
ond'al camino ogni guerrier s'essorte.
Non è sí grato a i caldi giorni il tuono
che speranza di pioggia al mondo apporte,
come fu caro a le feroci genti
l'altero suon de' bellici instrumenti.

72 Tosto ciascun, da gran desio compunto,
veste le membra de l'usate spoglie,
e tosto appar di tutte l'arme in punto,
tosto sotto i suoi duci ogn'uom s'accoglie,
e l'ordinato essercito congiunto
tutte le sue bandiere al vento scioglie:
e nel vessillo imperiale e grande
la trionfante Croce al ciel si spande.

73 Intanto il sol, che de' celesti campi
va piú sempre avanzando e in alto ascende,
l'arme percote e ne trae fiamme e lampi
tremuli e chiari, onde le viste offende.
L'aria par di faville intorno avampi,
e quasi d'alto incendio in forma splende,
e co' feri nitriti il suono accorda
del ferro scosso e le campagne assorda.

74 Il capitan, che da' nemici aguati
le schiere sue d'assecurar desia,
molti a cavallo leggiermente armati
a scoprire il paese intorno invia;
e inanzi i guastatori avea mandati,
da cui si debbe agevolar la via,
e i vòti luoghi empire e spianar gli erti,
e da cui siano i chiusi passi aperti.

75 Non è gente pagana insieme accolta,
non muro cinto di profondo fossa,
non gran torrente, o monte alpestre, o folta
selva, che 'l lor viaggio arrestar possa.
Cosí de gli altri fiumi il re tal volta,
quando superbo oltra misura ingrossa,
sovra le sponde ruinoso scorre,
né cosa è mai che gli s'ardisca opporre.

76 Sol di Tripoli il re, che 'n ben guardate
mura, genti, tesori ed arme serra,
forse le schiere franche avria tardate,
ma non osò di provocarle in guerra.
Lor con messi e con doni anco placate
ricettò volontario entro la terra,
e ricevé condizion di pace,
sí come imporle al pio Goffredo piace.

77 Qui del monte Seir, ch'alto e sovrano
da l'oriente a la cittade è presso,
gran turba scese de' fedeli al piano
d'ogni età mescolata e d'ogni sesso:
portò suoi doni al vincitor cristiano,
godea in mirarlo e in ragionar con esso,
stupia de l'arme pellegrine; e guida
ebbe da lor Goffredo amica e fida.

78 Conduce ei sempre a le maritime onde
vicino il campo per diritte strade,
sapendo ben che le propinque sponde
l'amica armata costeggiando rade,
la qual può far che tutto il campo abonde
de' necessari arnesi e che le biade
ogni isola de' Greci a lui sol mieta,
e Scio pietrosa gli vendemmi e Creta.

79 Geme il vicino mar sotto l'incarco
de l'alte navi e de' piú levi pini,
sí che non s'apre omai securo varco
nel mar Mediterraneo a i saracini;
ch'oltra quei c'ha Georgio armati e Marco
ne' veneziani e liguri confini,
altri Inghilterra e Francia ed altri Olanda,
e la fertil Sicilia altri ne manda.

80 E questi, che son tutti insieme uniti
con saldissimi lacci in un volere,
s'eran carchi e provisti in vari liti
di ciò ch'è d'uopo a le terrestri schiere,
le quai, trovando liberi e sforniti
i passi de' nemici a le frontiere,
in corso velocissimo se 'n vanno
là 've Cristo soffrí mortale affanno.

81 Ma precorsa è la fama, apportatrice
de' veraci romori e de' bugiardi,
ch'unito è il campo vincitor felice,
che già s'è mosso e che non è chi 'l tardi;
quante e qual sian le squadre ella ridice,
narra il nome e 'l valor de' piú gagliardi,
narra i lor vanti, e con terribil faccia
gli usurpatori di Sion minaccia.

82 E l'aspettar del male è mal peggiore,
forse, che non parrebbe il mal presente;
pende ad ogn'aura incerta di romore
ogni orecchia sospesa ed ogni mente;
e un confuso bisbiglio entro e di fore
trascorre i campi e la città dolente.
Ma il vecchio re ne' già vicin perigli
volge nel dubbio cor feri consigli.

83 Aladin detto è il re, che, di quel regno
novo signor, vive in continua cura:
uom già crudel, ma 'l suo feroce ingegno
pur mitigato avea l'età matura.
Egli, che de' Latini udí il disegno
c'han d'assalir di sua città le mura,
giunge al vecchio timor novi sospetti,
e de' nemici pave e de' soggetti.

84 Però che dentro a una città commisto
popolo alberga di contraria fede:
la debil parte e la minore in Cristo,
la grande e forte in Macometto crede.
Ma quando il re fe' di Sion l'acquisto,
e vi cercò di stabilir la sede,
scemò i publici pesi a' suoi pagani,
ma piú gravonne i miseri cristiani.

85 Questo pensier la ferità nativa,
che da gli anni sopita e fredda langue,
irritando inasprisce, e la ravviva
sí ch'assetata è piú che mai di sangue.
Tal fero torna a la stagione estiva
quel che parve nel gel piacevol angue,
cosí leon domestico riprende
l'innato suo furor, s'altri l'offende.

86 "Veggio" dicea "de la letizia nova
veraci segni in questa turba infida;
il danno universal solo a lei giova,
sol nel pianto comun par ch'ella rida;
e forse insidie e tradimenti or cova,
rivolgendo fra sé come m'uccida,
o come al mio nemico, e suo consorte
popolo, occultamente apra le porte.

87 Ma no 'l farà: prevenirò questi empi
disegni loro, e sfogherommi a pieno.
Gli ucciderò, faronne acerbi scempi,
svenerò i figli a le lor madri in seno,
arderò loro alberghi e insieme i tèmpi,
questi i debiti roghi a i morti fièno;
e su quel lor sepolcro in mezzo a i voti
vittime pria farò de' sacerdoti."

88 Cosí l'iniquo fra suo cor ragiona,
pur non segue pensier sí mal concetto;
ma s'a quegli innocenti egli perdona,
è di viltà, non di pietade effetto,
ché s'un timor a incrudelir lo sprona,
il ritien piú potente altro sospetto:
troncar le vie d'accordo, e de' nemici
troppo teme irritar l'arme vittrici.

89 Tempra dunque il fellon la rabbia insana,
anzi altrove pur cerca ove la sfoghi;
i rustici edifici abbatte e spiana,
e dà in preda a le fiamme i culti luoghi;
parte alcuna non lascia integra o sana
ove il Franco si pasca, ove s'alloghi;
turba le fonti e i rivi, e le pure onde
di veneni mortiferi confonde.

90 Spietatamente è cauto, e non oblia
di rinforzar Gierusalem fra tanto.
Da tre lati fortissima era pria,
sol verso Borea è men secura alquanto;
ma da' primi sospetti ei le munia
d'alti ripari il suo men forte canto,
e v'accogliea gran quantitade in fretta
di gente mercenaria e di soggetta.

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-Canto Secondo-

1 Mentre il tiranno s'apparecchia a l'armi,
letto Ismeno un dí gli s'appresenta,
men che trar di sotto a i chiusi marmi
ò corpo estinto, e far che spiri e senta,
men che al suon de' mormoranti carmi
n ne la reggia sua Pluton spaventa,
i suoi demon ne gli empi uffici impiega
r come servi, e gli discioglie e lega.

2 Questi or Macone adora, e fu cristiano,
i primi riti anco lasciar non pote;
zi sovente in uso empio e profano
nfonde le due leggi a sé mal note,
or da le spelonche, ove lontano
l vulgo essercitar suol l'arti ignote,
en nel publico rischio al suo signore:
re malvagio consiglier peggiore.

3 "Signor," dicea "senza tardar se 'n viene
vincitor essercito temuto,
facciam noi ciò che a noi far conviene:
rà il Ciel, darà il mondo a i forti aiuto.
n tu di re, di duce hai tutte piene
parti, e lunge hai visto e proveduto.
empie in tal guisa ogn'altro i propri uffici,
mba fia questa terra a' tuoi nemici.

4 Io, quanto a me, ne vegno, e del periglio
de l'opre compagno, ad aiutarte:
ò che può dar di vecchia età consiglio,
tto prometto, e ciò che magica arte.
i angeli che dal Cielo ebbero essiglio
nstringerò de le fatiche a parte.
dond'io voglia incominciar gl'incanti
con quai modi, or narrerotti avanti.

5 Nel tempio de' cristiani occulto giace
sotterraneo altare, e quivi è il volto
Colei che sua diva e madre face
el vulgo del suo Dio nato e sepolto.
nanzi al simulacro accesa face
ntinua splende; egli è in un velo avolto.
ndono intorno in lungo ordine i voti
e vi portano i creduli devoti.

6 Or questa effigie lor, di là rapita,
glio che tu di propria man trasporte
la riponga entro la tua meschita:
poscia incanto adoprerò sí forte
'ognor, mentre ella qui fia custodita,
rà fatal custodia a queste porte;
a mura inespugnabili il tuo impero
curo fia per novo alto mistero."

7 Sí disse, e 'l persuase; e impaziente
re se 'n corse a la magion di Dio,
sforzò i sacerdoti, e irreverente
casto simulacro indi rapio;
portollo a quel tempio ove sovente
irrita il Ciel co 'l folle culto e rio.
l profan loco e su la sacra imago
surrò poi le sue bestemmie il mago.

8 Ma come apparse in ciel l'alba novella,
el cui l'immondo tempio in guardia è dato
n rivide l'imagine dov'ella
posta, e invan cerconne in altro lato.
sto n'avisa il re, ch'a la novella
lui si mostra feramente irato,
imagina ben ch'alcun fedele
bia fatto quel furto, e che se 'l cele.

9 O fu di man fedele opra furtiva,
pur il Ciel qui sua potenza adopra,
e di Colei ch'è sua regina e diva
egna che loco vil l'imagin copra:
'incerta fama è ancor se ciò s'ascriva
arte umana od a mirabil opra;
n è pietà che, la pietade e 'l zelo
an cedendo, autor se 'n creda il Cielo.

10 Il re ne fa con importuna inchiesta
cercar ogni chiesa, ogni magione,
a chi gli nasconde o manifesta
furto o il reo, gran pene e premi impone.
mago di spiarne anco non resta
n tutte l'arti il ver; ma non s'appone,
é 'l Cielo, opra sua fosse o fosse altrui,
lolla ad onta de gl'incanti a lui.

11 Ma poi che 'l re crudel vide occultarse
el che peccato de' fedeli ei pensa,
tto in lor d'odio infellonissi, ed arse
ira e di rabbia immoderata immensa.
ni rispetto oblia, vuol vendicarse,
gua che pote, e sfogar l'alma accensa.
orrà," dicea "non andrà l'ira a vòto,
la strage comune il ladro ignoto.

12 Pur che 'l reo non si salvi, il giusto pèra
l'innocente; ma qual giusto io dico?
colpevol ciascun, né in loro schiera
m fu giamai del nostro nome amico.
anima v'è nel novo error sincera,
sti a novella pena un fallo antico.
su, fedeli miei, su via prendete
fiamme e 'l ferro, ardete ed uccidete."

13 Cosí parla a le turbe, e se n'intese
fama tra' fedeli immantinente,
'attoniti restàr, sí gli sorprese
timor de la morte omai presente;
non è chi la fuga o le difese,
scusar o 'l pregare ardisca o tente.
le timide genti e irrisolute
nde meno speraro ebber salute.

14 Vergine era fra lor di già matura
rginità, d'alti pensieri e regi,
alta beltà; ma sua beltà non cura,
tanto sol quant'onestà se 'n fregi.
il suo pregio maggior che tra le mura
angusta casa asconde i suoi gran pregi,
de' vagheggiatori ella s'invola
le lodi, a gli sguardi, inculta e sola.

15 Pur guardia esser non può ch'in tutto celi
ltà degna ch'appaia e che s'ammiri;
tu il consenti, Amor, ma la riveli
un giovenetto a i cupidi desiri.
or, ch'or cieco, or Argo, ora ne veli
benda gli occhi, ora ce gli apri e giri,
per mille custodie entro a i piú casti
rginei alberghi il guardo altrui portasti.

16 Colei Sofronia, Olindo egli s'appella,
una cittade entrambi e d'una fede.
che modesto è sí com'essa è bella,
ama assai, poco spera, e nulla chiede;
sa scoprirsi, o non ardisce; ed ella
lo sprezza, o no 'l vede, o non s'avede.
sí fin ora il misero ha servito
non visto, o mal noto, o mal gradito.

17 S'ode l'annunzio intanto, e che s'appresta
serabile strage al popol loro.
lei, che generosa è quanto onesta,
ene in pensier come salvar costoro.
ve fortezza il gran pensier, l'arresta
i la vergogna e 'l verginal decoro;
nce fortezza, anzi s'accorda e face
vergognosa e la vergogna audace.

18 La vergine tra 'l vulgo uscí soletta,
n coprí sue bellezze, e non l'espose,
ccolse gli occhi, andò nel vel ristretta,
n ischive maniere e generose.
n sai ben dir s'adorna o se negletta,
caso od arte il bel volto compose.
natura, d'Amor, de' cieli amici
negligenze sue sono artifici.

19 Mirata da ciascun passa, e non mira
altera donna, e innanzi al re se 'n viene.
, perché irato il veggia, il piè ritira,
il fero aspetto intrepida sostiene.
engo, signor," gli disse "e 'ntanto l'ira
ego sospenda e 'l tuo popolo affrene:
ngo a scoprirti, e vengo a darti preso
el reo che cerchi, onde sei tanto offeso."

20 A l'onesta baldanza, a l'improviso
lgorar di bellezze altere e sante,
asi confuso il re, quasi conquiso,
enò lo sdegno, e placò il fer sembiante.
egli era d'alma o se costei di viso
vera manco, ei diveniane amante;
ritrosa beltà ritroso core
n prende, e sono i vezzi esca d'Amore.

21 Fu stupor, fu vaghezza, e fu diletto,
amor non fu, che mosse il cor villano.
arra" ei le dice "il tutto; ecco, io commetto
e non s'offenda il popol tuo cristiano."
ella: "Il reo si trova al tuo cospetto:
ra è il furto, signor, di questa mano;
l'imagine tolsi, io son colei
e tu ricerchi, e me punir tu déi."

22 Cosí al publico fato il capo altero
ferse, e 'l volse in sé sola raccòrre.
gnanima menzogna, or quand'è il vero
bello che si possa a te preporre?
man sospeso, e non sí tosto il fero
ranno a l'ira, come suol, trascorre.
i la richiede: "I' vuo' che tu mi scopra
i diè consiglio, e chi fu insieme a l'opra."

23 "Non volsi far de la mia gloria altrui
pur minima parte"; ella gli dice
ol di me stessa io consapevol fui,
l consigliera, e sola essecutrice."
unque in te sola" ripigliò colui
aderà l'ira mia vendicatrice."
ss'ella: "È giusto: esser a me conviene,
fui sola a l'onor, sola a le pene."

24 Qui comincia il tiranno a risdegnarsi;
i le dimanda: "Ov'hai l'imago ascosa?"
on la nascosi," a lui risponde "io l'arsi,
l'arderla stimai laudabil cosa;
sí almen non potrà piú violarsi
r man di miscredenti ingiuriosa.
gnore, o chiedi il furto, o 'l ladro chiedi:
el no 'l vedrai in eterno, e questo il vedi.

25 Benché né furto è il mio, né ladra i' sono:
ust'è ritòr ciò ch'a gran torto è tolto."
, quest'udendo, in minaccievol suono
eme il tiranno, e 'l fren de l'ira è sciolto.
n speri piú di ritrovar perdono
r pudico, alta mente e nobil volto;
'ndarno Amor contr'a lo sdegno crudo
sua vaga bellezza a lei fa scudo.

26 Presa è la bella donna, e 'ncrudelito
re la danna entr'un incendio a morte.
à 'l velo e 'l casto manto a lei rapito,
ringon le molli braccia aspre ritorte.
la si tace, e in lei non sbigottito,
pur commosso alquanto è il petto forte;
smarrisce il bel volto in un colore
e non è pallidezza, ma candore.

27 Divulgossi il gran caso, e quivi tratto
à 'l popol s'era: Olindo anco v'accorse.
bbia era la persona e certo il fatto;
nia, che fosse la sua donna in forse.
me la bella prigionera in atto
n pur di rea, ma di dannata ei scorse,
me i ministri al duro ufficio intenti
de, precipitoso urtò le genti.

28 Al re gridò: "Non è, non è già rea
stei del furto, e per follia se 'n vanta.
n pensò, non ardí, né far potea
nna sola e inesperta opra cotanta.
me ingannò i custodi? e de la Dea
n qual arti involò l'imagin santa?
'l fece, il narri. Io l'ho, signor, furata."
i! tanto amò la non amante amata.

29 Soggiunse poscia: "Io là, donde riceve
alta vostra meschita e l'aura e 'l die,
notte ascesi, e trapassai per breve
ro tentando inaccessibil vie.
me l'onor, la morte a me si deve:
n usurpi costei le pene mie.
e son quelle catene, e per me questa
amma s'accende, e 'l rogo a me s'appresta."

30 Alza Sofronia il viso, e umanamente
n occhi di pietade in lui rimira.
che ne vieni, o misero innocente?
al consiglio o furor ti guida o tira?
n son io dunque senza te possente
sostener ciò che d'un uom può l'ira?
petto anch'io, ch'ad una morte crede
bastar solo, e compagnia non chiede."

31 Cosí parla a l'amante; e no 'l dispone
ch'egli si disdica, e pensier mute.
spettacolo grande, ove a tenzone
no Amore e magnanima virtute!
e la morte al vincitor si pone
premio, e 'l mai del vinto è la salute!
piú s'irrita il re quant'ella ed esso
piú costante in incolpar se stesso.

32 Pargli che vilipeso egli ne resti,
ch'in disprezzo suo sprezzin le pene.
redasi" dice "ad ambo; e quella e questi
nca, e la palma sia qual si conviene."
di accenna a i sergenti, i quai son presti
legar il garzon di lor catene.
no ambo stretti al palo stesso; e vòlto
il tergo al tergo, e 'l volto ascoso al volto.

33 Composto è lor d'intorno il rogo omai,
già le fiamme il mantice v'incita,
and'il fanciullo in dolorosi lai
oruppe, e disse a lei ch'è seco unita:
uest'è dunque quel laccio ond'io sperai
co accoppiarmi in compagnia di vita?
esto è quel foco ch'io credea ch'i cori
dovesse infiammar d'eguali ardori?

34 Altre fiamme, altri nodi Amor promise,
tri ce n'apparecchia iniqua sorte.
oppo, ahi! ben troppo, ella già noi divise,
duramente or ne congiunge in morte.
acemi almen, poich'in sí strane guise
rir pur déi, del rogo esser consorte,
del letto non fui; duolmi il tuo fato,
mio non già, poich'io ti moro a lato.

35 Ed oh mia sorte aventurosa a pieno!
fortunati miei dolci martíri!
impetrarò che, giunto seno a seno,
anima mia ne la tua bocca io spiri;
venendo tu meco a un tempo meno,
me fuor mandi gli ultimi sospiri."
sí dice piangendo. Ella il ripiglia
avemente, e 'n tai detti il consiglia:

36 "Amico, altri pensieri, altri lamenti,
r piú alta cagione il tempo chiede.
é non pensi a tue colpe? e non rammenti
al Dio prometta a i buoni ampia mercede?
ffri in suo nome, e fian dolci i tormenti,
lieto aspira a la superna sede.
ra 'l ciel com'è bello, e mira il sole
'a sé par che n'inviti e ne console."

37 Qui il vulgo de' pagani il pianto estolle:
ange il fedel, ma in voci assai piú basse.
non so che d'inusitato e molle
r che nel duro petto al re trapasse.
presentillo, e si sdegnò; né volle
egarsi, e gli occhi torse, e si ritrasse.
sola il duol comun non accompagni,
fronia; e pianta da ciascun, non piagni.

38 Mentre sono in tal rischio, ecco un guerriero
hé tal parea) d'alta sembianza e degna;
mostra, d'arme e d'abito straniero,
e di lontan peregrinando vegna.
tigre, che su l'elmo ha per cimiero,
tti gli occhi a sé trae, famosa insegna.
segna usata da Clorinda in guerra;
de la credon lei, né 'l creder erra.

39 Costei gl'ingegni feminili e gli usi
tti sprezzò sin da l'età piú acerba:
i lavori d'Aracne, a l'ago, a i fusi
chinar non degnò la man superba.
ggí gli abiti molli e i lochi chiusi,
é ne' campi onestate anco si serba;
mò d'orgoglio il volto, e si compiacque
gido farlo, e pur rigido piacque.

40 Tenera ancor con pargoletta destra
rinse e lentò d'un corridore il morso;
attò l'asta e la spada, ed in palestra
durò i membri ed allenogli al corso.
scia o per via montana o per silvestra
orme seguí di fer leone e d'orso;
guí le guerre, e 'n esse e fra le selve
ra a gli uomini parve, uomo a le belve.

41 Viene or costei da le contrade perse
rch'a i cristiani a suo poter resista,
nch'altre volte ha di lor membra asperse
piaggie, e l'onda di lor sangue ha mista.
quivi in arrivando a lei s'offerse
apparato di morte a prima vista.
mirar vaga e di saper qual fallo
ndanni i rei, sospinge oltre il cavallo.

42 Cedon le turbe, e i duo legati insieme
la si ferma a riguardar da presso.
ra che l'una tace e l'altro geme,
piú vigor mostra il men forte sesso.
anger lui vede in guisa d'uom cui preme
età, non doglia, o duol non di se stesso;
tacer lei con gli occhi ai ciel sí fisa
'anzi 'l morir par di qua giú divisa.

43 Clorinda intenerissi, e si condolse
ambeduo loro e lagrimonne alquanto.
r maggior sente il duol per chi non duolse,
ú la move il silenzio e meno il pianto.
nza troppo indugiare ella si volse
un uom che canuto avea da canto:
eh! dimmi: chi son questi? ed al martoro
al gli conduce o sorte o colpa loro?"

44 Cosí pregollo, e da colui risposto
eve ma pieno a le dimande fue.
upissi udendo, e imaginò ben tosto
'egualmente innocenti eran que' due.
à di vietar lor morte ha in sé proposto,
anto potranno i preghi o l'armi sue.
onta accorre a la fiamma, e fa ritrarla,
e già s'appressa, ed a i ministri parla:

45 "Alcun non sia di voi che 'n questo duro
ficio oltra seguire abbia baldanza,
n ch'io non parli al re: ben v'assecuro
'ei non v'accuserà de la tardanza."
idiro i sergenti, e mossi furo
quella grande sua regal sembianza.
i verso il re si mosse, e lui tra via
la trovò che 'ncontra lei venia.

46 "Io son Clorinda:" disse "hai forse intesa
lor nomarmi; e qui, signor, ne vegno
r ritrovarmi teco a la difesa
la fede comune e del tuo regno.
n pronta, imponi pure, ad ogni impresa:
alte non temo, e l'umili non sdegno;
glimi in campo aperto, o pur tra 'l chiuso
le mura impiegar, nulla ricuso."

47 Tacque; e rispose il re: "Qual sí disgiunta
rra è da l'Asia, o dal camin del sole,
rgine gloriosa, ove non giunta
a la tua fama, e l'onor tuo non vòle?
che s'è la tua spada a me congiunta,
ogni timor m'affidi e mi console:
n, s'essercito grande unito insieme
sse in mio scampo, avrei piú certa speme.

48 Già già mi par ch'a giunger qui Goffredo
tra il dover indugi; or tu dimandi
'impieghi io te: sol di te degne credo
imprese malagevoli e le grandi.
vr'a i nostri guerrieri a te concedo
scettro, e legge sia quel che comandi."
sí parlava. Ella rendea cortese
azie per lodi, indi il parlar riprese:

49 "Nova cosa parer dovrà per certo
e preceda a i servigi il guiderdone;
tua bontà m'affida: i' vuo' ch'in merto
l futuro servir que' rei mi done.
don gli chieggio: e pur, se 'l fallo è incerto
i danna inclementissima ragione;
taccio questo, e taccio i segni espressi
de argomento l'innocenza in essi.

50 E dirò sol ch'è qui comun sentenza
e i cristiani togliessero l'imago;
discordo io da voi, né però senza
ta ragion del mio parer m'appago.
de le nostre leggi irriverenza
ell'opra far che persuase il mago:
é non convien ne' nostri tèmpi a nui
'idoli avere, e men gl'idoli altrui.

51 Dunque suso a Macon recar mi giova
miracol de l'opra, ed ei la fece
r dimostrar ch'i tèmpi suoi con nova
ligion contaminar non lece.
ccia Ismeno incantando ogni sua prova,
li a cui le malie son d'arme in vece;
attiamo il ferro pur noi cavalieri:
est'arte è nostra, e 'n questa sol si speri."

52 Tacque, ciò detto; e 'l re, bench'a pietade
irato cor difficilmente pieghi,
r compiacer la volle; e 'l persuade
gione, e 'l move autorità di preghi.
bbian vita" rispose "e libertade,
nulla a tanto intercessor si neghi.
asi questa o giustizia over perdono,
nocenti gli assolvo, e rei gli dono."

53 Cosí furon disciolti. Aventuroso
n veramente fu d'Olindo il fato,
'atto poté mostrar che 'n generoso
tto al fine ha d'amore amor destato.
dal rogo a le nozze; ed è già sposo
tto di reo, non pur d'amante amato.
lse con lei morire: ella non schiva,
i che seco non muor, che seco viva.

54 Ma il sospettoso re stimò periglio
nta virtú congiunta aver vicina;
de, com'egli volse, ambo in essiglio
tra i termini andàr di Palestina.
, pur seguendo il suo crudel consiglio,
ndisce altri fedeli, altri confina.
come lascian mesti i pargoletti
gli, e gli antichi padri e i dolci letti!

55 Dura division! scaccia sol quelli
forte corpo e di feroce ingegno;
il mansueto sesso, e gli anni imbelli
co ritien, sí come ostaggi, in pegno.
lti n'andaro errando, altri rubelli
rsi, e piú che 'l timor poté lo sdegno.
esti unírsi co' Franchi, e gl'incontraro
punto il dí che 'n Emaús entraro.

56 Emaús è città cui breve strada
la regal Gierusalem disgiunge,
uom che lento a suo diporto vada,
parte matutino, a nona giunge.
quant'intender questo a i Franchi aggrada!
quanto piú 'l desio gli affretta e punge!
perch'oltra il meriggio il sol già scende,
i fa spiegare il capitan le tende.

57 L'avean già tese, e poco era remota
alma luce del sol da l'oceano,
ando duo gran baroni in veste ignota
nir son visti, e 'n portamento estrano.
ni atto lor pacifico dinota
e vengon come amici al capitano.
l gran re de l'Egitto eran messaggi,
molti intorno avean scudieri e paggi.

58 Alete è l'un, che da principio indegno
a le brutture de la plebe è sorto;
l'inalzaro a i primi onor del regno
rlar facondo e lusinghiero e scòrto,
eghevoli costumi e vario ingegno
finger pronto, a l'ingannare accorto:
an fabro di calunnie, adorne in modi
vi, che sono accuse, e paion lodi.

59 L'altro è il circasso Argante, uom che straniero
'n venne a la regal corte d'Egitto;
de' satrapi fatto è de l'impero,
in sommi gradi a la milizia ascritto:
paziente, inessorabil, fero,
l'arme infaticabile ed invitto,
ogni dio sprezzatore, e che ripone
la spada sua legge e sua ragione.

60 Chieser questi udienza ed al cospetto
l famoso Goffredo ammessi entraro,
in umil seggio e in un vestire schietto
a' suoi duci sedendo il ritrovaro;
verace valor, benché negletto,
di se stesso a sé fregio assai chiaro.
cciol segno d'onor gli fece Argante,
guisa pur d'uom grande e non curante.

61 Ma la destra si pose Alete al seno,
chinò il capo, e piegò a terra i lumi,
l'onorò con ogni modo a pieno
e di sua gente portino i costumi.
minciò poscia, e di sua bocca uscièno
ú che mèl dolci d'eloquenza i fiumi;
perché i Franchi han già il sermone appreso
la Soria, fu ciò ch'ei disse inteso.

62 "O degno sol cui d'ubidire or degni
esta adunanza di famosi eroi,
e per l'adietro ancor le palme e i regni
te conobbe e da i consigli tuoi,
nome tuo, che non riman tra i segni
Alcide, omai risuona anco fra noi,
la fama d'Egitto in ogni parte
l tuo valor chiare novelle ha sparte.

63 Né v'è fra tanti alcun che non le ascolte
me egli suol le meraviglie estreme,
dal mio re con istupore accolte
no non sol, ma con diletto insieme;
s'appaga in narrarle anco e le volte,
ando in te ciò ch'altri invidia e teme:
a il valore, e volontario elegge
co unirsi d'amor, se non di legge.

64 Da sí bella cagion dunque sospinto,
amicizia e la pace a te richiede,
l' mezzo onde l'un resti a l'altro avinto
a la virtú s'esser non può la fede.
perché inteso avea che t'eri accinto
r iscacciar l'amico suo di sede,
lse, pria ch'altro male indi seguisse,
'a te la mente sua per noi s'aprisse.

65 E la sua mente è tal, che s'appagarti
rrai di quanto hai fatto in guerra tuo,
Giudea molestar, né l'altre parti
e ricopre il favor del regno suo,
promette a l'incontro assecurarti
non ben fermo stato. E se voi duo
rete uniti, or quando i Turchi e i Persi
tranno unqua sperar di riaversi?

66 Signor, gran cose in picciol tempo hai fatte
e lunga età porre in oblio non pote:
serciti, città, vinti, disfatte,
perati disagi e strade ignote,
ch'al grido o smarrite o stupefatte
n le provincie intorno e le remote;
se ben acquistar puoi novi imperi,
quistar nova gloria indarno speri.

67 Giunta è tua gloria al sommo, e per l'inanzi
ggir le dubbie guerre a te conviene,
'ove tu vinca, sol di stato avanzi,
tua gloria maggior quinci diviene;
l'imperio acquistato e preso inanzi
l'onor perdi, se 'l contrario aviene.
n gioco è di fortuna audace e stolto
r contra il poco e incerto il certo e 'l molto.

68 Ma il consiglio di tal cui forse pesa
'altri gli acquisti a lungo ancor conserve,
l'aver sempre vinto in ogni impresa,
quella voglia natural, che ferve
sempre è piú ne' cor piú grandi accesa,
aver le genti tributarie e serve,
ran per aventura a te la pace
ggir, piú che la guerra altri non face.

69 T'essorteranno a seguitar la strada
e t'è dal fato largamente aperta,
non depor questa famosa spada,
cui valore ogni vittoria è certa,
n che la legge di Macon non cada,
n che l'Asia per te non sia deserta:
lci cose ad udir e dolci inganni
d'escon poi sovente estremi danni.

70 Ma s'animosità gli occhi non benda,
il lume oscura in te de la ragione,
orgerai, ch'ove tu la guerra prenda,
i di temer, non di sperar cagione,
é fortuna qua giú varia a vicenda
ndandoci venture or triste or buone,
ai voli troppo alti e repentini
gliono i precipizi esser vicini.

71 Dimmi: s'a' danni tuoi l'Egitto move,
oro e d'arme potente e di consiglio,
s'avien che la guerra anco rinove
Perso e 'l Turco e di Cassano il figlio,
ai forzi opporre a sí gran furia o dove
trovar potrai scampo al tuo periglio?
affida forse il re malvagio greco
qual da i sacri patti unito è teco?

72 La fede greca a chi non è palese?
da un sol tradimento ogni altro impara,
zi da mille, perché mille ha tese
sidie a voi la gente infida, avara.
nque chi dianzi il passo a voi contese,
r voi la vita esporre or si prepara?
i le vie che comuni a tutti sono
gò, del proprio sangue or farà dono?

73 Ma forse hai tu riposta ogni tua speme
queste squadre ond'ora cinto siedi.
ei che sparsi vincesti, uniti insieme
vincer anco agevolmente credi,
ben son le tue schiere or molto sceme
a le guerre e i disagi, e tu te 'l vedi;
ben novo nemico a te s'accresce
co' Persi e co' Turchi Egizi mesce.

74 Or quando pure estimi esser fatale
e non ti possa il ferro vincer mai,
ati concesso, e siati a punto tale
decreto del Ciel qual tu te l' fai;
nceratti la fame: a questo male
e rifugio, per Dio, che schermo avrai?
bra contra costei la lancia, e stringi
spada, e la vittoria anco ti fingi.

75 Ogni campo d'intorno arso e distrutto
la provida man de gli abitanti,
'n chiuse mura e 'n alte torri il frutto
posto, al tuo venir piú giorni inanti.
ch'ardito sin qui ti sei condutto,
de speri nutrir cavalli e fanti?
rai: `L'armata in mar cura ne prende.'
i venti dunque il viver tuo dipende?

76 Comanda forse tua fortuna a i venti,
gli avince a sua voglia e gli dislega?
'l mar ch'a i preghi è sordo ed a i lamenti,
sol udendo, al tuo voler si piega?
non potranno pur le nostre genti,
le perse e le turche unite in lega,
sí potente armata in un raccòrre
'a questi legni tuoi si possa opporre?

77 Doppia vittoria a te, signor, bisogna,
hai de l'impresa a riportar l'onore.
a perdita sola alta vergogna
ò cagionarti e danno anco maggiore:
'ove la nostra armata in rotta pogna
tua, qui poi di fame il campo more;
se tu sei perdente, indarno poi
ran vittoriosi i legni tuoi.

78 Ora se in tale stato anco rifiuti
'l gran re de l'Egitto e pace e tregua,
iasi licenza ai ver) l'altre virtuti
esto consiglio tuo non bene adegua.
voglia il Ciel che 'l tuo pensier si muti,
a guerra è vòlto, e che 'l contrario segua,
che l'Asia respiri omai da i lutti,
goda tu de la vittoria i frutti.

79 Né voi che del periglio e de gli affanni
de la gloria a lui sète consorti,
favor di fortuna or tanto inganni
e nove guerre a provocar v'essorti.
qual nocchier che da i marini inganni
dutti ha i legni a i desiati porti,
ccòr dovreste omai le sparse vele,
fidarvi di novo al mar crudele."

80 Qui tacque Alete, e 'l suo parlar seguiro
n basso mormorar que' forti eroi;
ben ne gli atti disdegnosi apriro
anto ciascun quella proposta annoi.
capitan rivolse gli occhi in giro
e volte e quattro, e mirò in fronte i suoi,
poi nel volto di colui gli affisse
'attendea la risposta, e cosí disse:

81 "Messaggier, dolcemente a noi sponesti
a cortese, or minaccioso invito.
'l tuo re m'ama e loda i nostri gesti,
sua mercede, e m'è l'amor gradito.
quella parte poi dove protesti
guerra a noi del paganesmo unito,
sponderò, come da me si suole,
beri sensi in semplici parole.

82 Sappi che tanto abbiam sin or sofferto
mare, in terra, a l'aria chiara e scura,
lo acciò che ne fosse il calle aperto
quelle sacre e venerabil mura,
r acquistarne appo Dio grazia e merto
gliendo lor di servitú sí dura,
mai grave ne fia per fin sí degno
porre onor mondano e vita e regno;

83 ché non ambiziosi avari affetti
spronaro a l'impresa, e ne fur guida
gombri il Padre del Ciel da i nostri petti
ste sí rea, s'in alcun pur s'annida;
soffra che l'asperga, e che l'infetti
venen dolce che piacendo ancida),
la sua man ch'i duri cor penètra
avemente, e gli ammollisce e spetra.

84 Questa ha noi mossi e questa ha noi condutti,
atti d'ogni periglio e d'ogni impaccio;
esta fa piani i monti e i fiumi asciutti,
ardor toglie a la state, al verno il ghiaccio;
aca del mare i tempestosi flutti,
ringe e rallenta questa a i venti il laccio;
indi son l'alte mura aperte ed arse,
indi l'armate schiere uccise e sparse;

85 quindi l'ardir, quindi la speme nasce,
n da le frali nostre forze e stanche,
n da l'armata, e non da quante pasce
nti la Grecia e non da l'arme franche.
r ch'ella mai non ci abbandoni e lasce,
co dobbiam curar ch'altri ci manche.
i sa come difende e come fère,
ccorso a i suoi perigli altro non chere.

86 Ma quando di sua aita ella ne privi,
r gli error nostri o per giudizi occulti,
i fia di noi ch'esser sepulto schivi
e i membri di Dio fur già sepulti?
i morirem, né invidia avremo a i vivi;
i morirem, ma non morremo inulti,
l'Asia riderà di nostra sorte,
pianta fia da noi la nostra morte.

87 Non creder già che noi fuggiam la pace
me guerra mortal si fugge e pave,
é l'amicizia del tuo re ne piace,
l'unirci con lui ne sarà grave;
s'al suo impero la Giudea soggiace,
'l sai; perché tal cura ei dunque n'have?
' regni altrui l'acquisto ei non ci vieti,
regga in pace i suoi tranquilli e lieti."

88 Cosí rispose, e di pungente rabbia
risposta ad Argante il cor trafisse;
'l celò già, ma con enfiate labbia
trasse avanti al capitano e disse:
hi la pace non vuol, la guerra s'abbia,
é penuria giamai non fu di risse;
ben la pace ricusar tu mostri,
non t'acqueti a i primi detti nostri."

89 Indi il suo manto per lo lembo prese,
rvollo e fenne un seno; e 'l seno sporto,
sí pur anco a ragionar riprese
a piú che prima dispettoso e torto:
sprezzator de le piú dubbie imprese,
guerra e pace in questo sen t'apporto:
a sia l'elezione; or ti consiglia
nz'altro indugio, e qual piú vuoi ti piglia."

90 L'atto fero e 'l parlar tutti commosse
chiamar guerra in un concorde grido,
n attendendo che risposto fosse
l magnanimo lor duce Goffrido.
iegò quel crudo il seno e 'l manto scosse,


"A guerra mortal" disse "vi sfido";

'l disse in atto sí feroce ed empio
e parve aprir di Giano il chiuso tempio.

91 Parve ch'aprendo il seno indi traesse
Furor pazzo e la Discordia fera,
che ne gli occhi orribili gli ardesse
gran face d'Aletto e di Megera.
el grande già che 'ncontra il cielo eresse
alta mole d'error, forse tal era;
in cotal atto il rimirò Babelle
zar la fronte e minacciar le stelle.

92 Soggiunse allor Goffredo: "Or riportate
vostro re che venga, e che s'affretti,
e la guerra accettiam che minacciate;
s'ei non vien, fra 'l Nilo suo n'aspetti."
commiatò lor poscia in dolci e grate
niere, e gli onorò di doni eletti.
cchissimo ad Alete un elmo diede
'a Nicea conquistò fra l'altre prede.

93 Ebbe Argante una spada; e 'l fabro egregio
else e 'l pomo le fe' gemmato e d'oro,
n magistero tal che perde il pregio
la ricca materia appo il lavoro.
i che la tempra e la ricchezza e 'l fregio
ttilmente da lui mirati foro,
sse Argante al Buglion: "Vedrai ben tosto
me da me il tuo dono in uso è posto."

94 Indi tolto il congedo, è da lui ditto
suo compagno: "Or ce n'andremo omai,
a Gierusalem, tu verso Egitto,
co 'l sol novo, io co' notturni rai,
'uopo o di mia presenza, o di mio scritto
sere non può colà dove tu vai.
ca tu la risposta, io dilungarmi
inci non vuo', dove si trattan l'armi."

95 Cosí di messaggier fatto è nemico,
a fretta intempestiva o sia matura:
ragion de le genti e l'uso antico
offenda o no, né 'l pensa egli, né 'l cura.
nza risposta aver, va per l'amico
lenzio de le stelle a l'alte mura,
indugio impaziente, ed a chi resta
à non men la dimora anco è molesta.

96 Era la notte allor ch'alto riposo
n l'onde e i venti, e parea muto il mondo.
i animai lassi, e quei che 'l mar ondoso
de liquidi laghi alberga il fondo,
chi si giace in tana o in mandra ascoso,
i pinti augelli, ne l'oblio profondo
tto il silenzio de' secreti orrori
pian gli affanni e raddolciano i cori.

97 Ma né 'l campo fedel, né 'l franco duca
discioglie nel sonno, o almen s'accheta,
nta in lor cupidigia è che riluca
ai nel ciel l'alba aspettata e lieta,
rché il camin lor mostri, e li conduca
la città ch'al gran passaggio è mèta.
rano ad or ad or se raggio alcuno
unti, o si schiari de la notte il bruno.

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( Brani tratti da WIKISOURCE, il sito contiene tutti e 20 i CANTI della "Gerusalemme Liberata" di Torquato Tasso:
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