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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Racconto: “Il vestito celeste”
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Ott 13, 2006 4:14 pm    Oggetto:  Racconto: “Il vestito celeste”
Descrizione:
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“Il vestito celeste”

**********

Sinossi

Bisogna immaginarsi questo Soggetto Cinematografico come un susseguirsi ed inanellarsi di scene storiche e di repertorio in bianco e nero, congiuntamente a scene a colori di vita di una bambina, Anna, dal momento della sua nascita (1922) fino ai suoi primi 16 anni (1938) anno in cui si svolge lo straordinario avvenimento di “Il vestito celeste”, e lei, con la sua forza di volontà, riuscirà a cambiare il corso degli eventi e salvare dallo sfacelo la sua numerosa famiglia. Il Periodo storico di riferimento, infatti è proprio quello che va dal 1922-1938!

Vorrei qui brevemente ricordare il perché dell’importanza di queste due date: nel 1922 Mussolini con le comunicazioni e la radio soprattutto, voleva “piegare” l'opinione pubblica per ottenerne il consenso, che gli permise di avvolgere, con le sue strutture assistenziali, culturali, ricreative e le sue azioni in certi casi anche intimidatorie (scioglimento dell'Azione Cattolica), tutto il paese. Inizia così in questo anno 1922, il regime fascista mussoliniano. Un appoggio però quello del popolo relativo e ininfluente, perché le grandi masse presto suscitarono il suo disprezzo "Sono stupide e sporche, non lavorano abbastanza e si accontentano del piccolo.... Hanno il dovere di obbedire". Caduto nel 1938 l'appoggio del blocco del potere borghese che gli aveva permesso la scalata, cade (e la guerra accentuò questa caduta) il consenso anche delle masse. Commise il 18 settembre e il 25 ottobre di quel 1938, due errori, quello delle "leggi antiebraiche" (perdeva così il grande capitale) e di attaccare e scagliarsi contro la borghesia (che fiutata l'aria stava portando i capitali all'estero). Li apostrofò questi ultimi: "....quel mezzo milione di vigliacchi borghesi che si annidano nel paese". Tutto quello che venne dopo, fu la conseguenza. Il fascismo era finito il 25 ottobre 1938, lo stesso giorno di 16 anni prima quando decise di marciare su Roma. In entrambi i casi aveva mandato un messaggio chiaro. Nel '22 voleva difendere gli interessi degli industriali. Nel '38 gli rimproverò di avergli voltato le spalle. Nel primo caso lo sostennero, nel secondo lo scaricarono.

Quindi alle numerose immagini di supporto, per percorrere storicamente il Fascismo dal suo inizio alla sua fine, si accosteranno le immagini di quella bambina coraggiosa, Anna, che si trova a vivere proprio quel periodo del ventennio fascista in Italia. Dando così vita ad una “storia nella storia”, quella personale e particolare, riversata in quella general nazionale. Il racconto ha appunto inizio nell’Anno 1922, precisamente nel mese di Maggio, a Canino, un piccolo paese della Bassa Maremma in provincia di Viterbo, impoverito e martoriato dalla guerra. Fino ad arrivare tra varie vicissitudini all’anno 1938, precisamente nel mese di Giugno, anno in cui Anna e la sua famiglia, composta da padre, madre in cinta dell’ultima figlia, Assunta che sarebbe nata ad Agosto, 5 figli ed il vecchio nonno, stanno per essere prepotentemente sfrattati di casa, perché il destino, sottoforma di un abuso di potere, si torse loro contro!

La pacata voce dell’autrice, come il cantastorie di turno, che solletica la fantasia e la memoria storica, ci condurrà attraverso le vicende, a volte amare, a volte toccanti ed emozionanti, a tratti divertenti, di questa famiglia, non trascurando ogni particolare, come s’ella stessa fosse stata lì, a quel tempo, o come se questo racconto, subito dopo esserne venuta a conoscenza, avesse lasciato un segno indelebile nella sua Anima e nel suo cuore!

Tanto da farglielo raccontare e re-raccontare e raccontare ancora, senza stancarsi mai di farlo, affinché umana, corruttibile memoria, non possa più dimenticare. In quanto è questa del “Vestito Celeste”, una storia vera, autentica, una storia di famiglia, raccontata anni or sono proprio da Anna a sua nipote, Monia, che ora l’ha messa nero su bianco per tutti voi!

Perché “Il vestito Celeste” come Titolo? Perché questo era l’abitino che Anna, mia nonna, indossava in quel lontano 1938, il giorno in cui riuscì a cambiare il corso del Destino suo e della sua amata Famiglia!

Dedica dell’autrice:

E visto che Monia Di Biagio sono proprio io, non mi resta altro che augurare a Voi: Buona Lettura! E dedicare questa mio Soggetto Cinematografico a mia nonna Anna, oggi di anni 87, ma in gamba proprio come in quei suoi trascorsi 16 anni! Donna instancabile, di grandi sentimenti, stimabilissimi ideali e Maestra di Vita. Nella speranza di essere riuscita a raccontare questa sua personale storia, con la stessa intensità e con le medesime emozioni con cui lei a suo tempo la raccontò a me.

Grazie Nonna, questo è per te!


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“Il Vestito Celeste”

PREAMBOLO

Allora cominciamo così: capita a volte, che il destino ci rincorra, ci metta alla prova, e noi dobbiamo essere pronti, audaci a cogliere i suoi segni, i suoi suggerimenti ad agire, ad ogni età. Perché in una decisione affrettata o ragionata, sono le basi, le premesse per un futuro diverso, forse migliore. Il destino gioca con noi e giocare con lui significa semplicemente “VIVERE”!

Anno 1922, precisamente nel mese di Maggio, a Canino, un piccolo paese della Bassa Maremma in provincia di Viterbo.
Dovete sapere che un tempo, ovvero molto ma molto tempo fa, e prima dei fatti che sto per raccontarvi, è curioso sapere che anche per questo paese, come per molti altri, non manca una fantasiosa ipotesi sull’origine del nome. Infatti secondo le memorie del 1700, l’originario nome di Carino fu cambiato in quello di Canino, per l’odio e le inimicizie che per lungo tempo tormentarono i suoi abitanti. Un piccolo paese di provincia le cui antiche vie, scorci di edifici, porte, archi e loggiati sono i testimoni in primis di mille e mille eventi che si sono verificati qui attraverso i secoli. Una gioia per gli occhi e per il cuore è percorrere silenziosi ed estasiati da tanta bellezza architettonica le viuzze di questo paesino di confine tra Etruria e Maremma toscana. Grande fu la mia primissima ammirazione quando, quasi all’improvviso, svoltato l’angolo mi ritrovai dinnanzi al complesso architettonico della chiesa di S. Francesco con l’annesso ex convento dei Frati Minori Osservanti; o ancora appresso alla minuta, ma di egregia fattura la Chiesetta dell’Annunziata. Immagini di bugnati, stemmi, basamenti a scarpa e fregi, si districavano dinnanzi a me e precedevano i miei passi, testimoniandomi di volta in volta l’antico nobile passato di Canino ed i potentati che ivi si sono succeduti. I preziosi ed ineguagliabili ornamenti, che attestavano il prestigio e la ricchezza delle varie famiglie e delle chiese, si susseguono, in un portentoso andirivieni nelle strette vie e svincolati ormai dalla dipendenza di chi li ha voluti, sono divenuti presenze amiche, quasi, diremmo, numi tutelari che vegliano sul paese. Ma quello che più ci lascia immaginare come doveva essere vivere qui in quel lontano 1922 sono i momenti di vita, che appaiono, ancor oggi, di tanto in tanto, lungo questa mia passeggiata, durante la quale ci si sente trasportati in un tempo parallelo, non quello scandito dalla frenesia moderna, perché il ritmo di un’esistenza, tra le case del borgo più antico, ha un fluire più lento e sereno. Basta, infatti, inoltrarsi nel centro storico e fare due passi in un vicolo, per avere ancora oggi la netta percezione di questo mutamento di atmosfera: la tensione e la fretta si attenuano, le forsennate cadenze della vita moderna non sembrano più aver alcun senso, è improvvisamente, possibile riassaporare il gusto di scambiare quattro parole con calma! Un elemento saliente del paese, che sembra opportuno mettere subito in risalto, è l’abitudine al contatto umano nelle vie. La vita quotidiana si allarga dalla casa al vicolo, dove si può passeggiare o riposare, conversare o sbrigare qualche piccola faccenda, osservare fanciulli intenti a divertirsi con semplici giochi di un tempo. Ed è forse proprio quest’ultima la migliore testimonianza dell’umanità e spontanea simpatia della gente, che, ad ogni età, sa muoversi in una dimensione comprensibile, aperta e cordiale. Un paese che ottant’anni fa doveva di certo essere di agricoltori e di braccianti, tanto è estesa ancora oggi la cultura dell’Ulivo, bello allora e bello ancora adesso. Un paese all’epoca di povera gente che cercava come il resto d’Italia di risollevarsi dalla guerra e dai bombardamenti del ‘15-’18, che pur l’Italia aveva vinto!

ATTO I

Proprio questo luogo, dove il tempo sembra essersi fermato e che ho cercato di descrivere come i miei stessi occhi l’hanno colto in tutta la sua ammaliante beltà è il paese dove in quel passato 1922 abitava la famiglia Mariottini, composta a quel momento dal padre Luigi Mariottini, la madre Teresa Cecchini ed il Nonno materno Francesco Cecchini, nato nel 1873, e che dopo la morte della moglie, Anna, esattamente un anno prima, nel 1921, si trasferisce a casa della figlia Teresa e del genero Luigi. Ma la storia di Nonno Francesco e di sua figlia Teresa ha inizio ancor prima che lei nascesse, quindi prima del 1903, quando lui giovanissimo decise di immigrare con la moglie ed un figlio piccolo, Domenico, in America. Dopo una lunghissima traversata transoceanica durata alcuni giorni, decisero di sbarcare e fermarsi a San Paolo del Brasile e lì cercare un lavoro. Lo trovarono entrambi in una ditta per la lavorazione del caffè. A San Paolo del Brasile nacque nel 1895 Maria, sorella di Teresa che doveva ancora essere concepita. Ai Coniugi cecchini però mancava terribilmente l’Italia così due o tre anni dopo la nascita di Maria decisero di tornare in Italia, e precisamente a Canino dove con i sonanti soldi americani risparmiati comprarono un grande appezzamento di terreno coltivato ad ulivi e la madre Anna diede luce alla sua terzogenita Teresa, era il 1903, e al suo quartogenito Arduino. Nonno Francesco lavorò sempre il suo bell’appezzamento di terreno, fino alla veneranda età di 80 anni e forse più, inoltre faceva il bracciante, sempre nei campi, per i Principi Torlonia. Anche Luigi Mariottini faceva il bracciante nei campi: era lui che si occupava della mietitura del grano e trasportava il frutto del suo lavoro, con il carretto del padrone, trainato da due muli, dalla tenuta di campagna fino al paese, dove portava il raccolto nei magazzini, e da dove poi sarebbe stato venduto ai vari esercizi presenti in paese e nella provincia. All’epoca la sua paga era di 7 stare di grano al mese e 200 lire. Con quelle stare di grano, dopo averlo fatto macinare al mulino, Teresa faceva il pane per tutta la famiglia, che si faceva lievitare nella madia e poi si portava al forno. Noto è l’aneddoto, risalente a quando la famiglia era ormai al completo e numerosa (9 persone!), che vuole che Luigi ogni sera si stupisse che il pane era già finito e chiedesse dubbioso a Teresa: <<Ma quanto pane hai fatto ieri?>> <<Come sempre Luigi, otto filoni!>> <<Eh, Cara Teresa se qui il Signore non ci aiuta con qualche febbretta!!??>> Ed a parte la “storica battuta” bisogna di certo dire che la povertà all’epoca era proprio tanta e con essa la fame pure! Anche Teresa lavorava, lei era un po’ la tutto fare della casa, oltre a fare la sarta per tutto il paese, ma soprattutto per i suoi figli, un altro simpatico aneddoto vuole, che lei tagliasse per i suoi figli i vestiti la notte e glieli facesse indossare belli e pronti la mattina, al momento di vestirli per andare a scuola. Dicevo oltre a cucire, faceva le pulizie a casa dei più benestanti, ed andava a lavare i panni al fontanile, per chi poteva permettersi di non lavarli da solo. Lei cucinava per tutti: in primis naturalmente per la sua famiglia, ma nel periodo della trebbiatura anche per tutti i braccianti colleghi di lavoro del marito e per i soldati, nei giorni in cui, nel piccolo paese giungevano campi militari del Regio Esercito Italiano, loro le davano la materia prima (si sa che ai militari non mancava mai nulla!) uova, farina, e lei faceva per loro la pasta-sfoglia, e loro si sentivano un po’ come a casa loro, non essendo costretti a mangiare sempre il solito rancio! Ma in questo 1922 Francesco Cecchini, che portava ancora il lutto per la scomparsa della moglie un anno prima, Babbo Luigi, Mamma Teresa e sua Sorella Maria erano felici ed ansiosi, come non mai, perché Teresa era in cinta della sua prima figlia e stava per partorire!

E’ il 29 maggio 1922 quando, in casa, nasce Anna, che prese appunto il nome della nonna materna, dipartita esattamente un anno prima la sua nascita! Il Parto è andato benissimo, a casa Mariottini, con quel poco a disposizione, si festeggia la nascitura. Dopo di lei arriveranno i fratelli e le sorelle: Alfio Nato il 24 Agosto del 1924; Silvia, nata il 26 Settembre del 1926; Maria nata il 3 Aprile del 1931; Alderio, nato il 9 gennaio del 1934; e l’ultima, Maria Assunta nata il 15 Agosto del 1938. Tutti nati a casa ed accuditi nel trapasso alla vita da una levatrice e da vicini amorosi!

ATTO II

Siamo proprio nel 1931 al momento della nascita della sorellina Maria, in casa ci sono già, Alfio e Silvia, ma questa è la prima nascita ricordata da Anna, in quanto lei in questo momento ha 9 anni, e quindi inizia ad avere ricordi lucidi della sua infanzia, che può raccontare! Ricorda infatti chiaramente quel giorno, anche perché mentre la sorellina nasceva, lei stava per morire! Erano le otto del mattino, del 3 aprile, Teresa ha le doglie, Luigi esce di corsa di casa e va a chiamare la Levatrice e poi la cognata Maria, entrambe arrivano, lui va al lavoro, dopo ore di travaglio, nasce Maria, che prende il nome della nonna paterna. Quel giorno in casa con loro c’era presente anche la loro nobile, carissima vicina, la Contessa Valentini, che non era sposata ma viveva nel palazzo di fronte con il fratello. Appena seppe che Teresa aveva appena partorito, corse subito a casa Mariottini a cui era estremamente legata, ed anche dopo il parto, si fermò ancora un po’ per insegnare ad Anna “tutto il da farsi” ad un neonato: le insegnò a cambiarlo e a preparargli le pappette! Anna la ricorda come una donna buona e disponibilissima che addirittura dopo il parto e nei giorni seguenti si mise lei a rassettare e pensare a casa Mariottini. Così, Anna seguendo a dismisura i consigli della Contessa Valentini, resta tutto il giorno vicino a sua madre ed alla sorellina appena nata, si da’ da fare, la sera però stanca si sdraia un po’ sul letto vicino alla mamma. Ma improvvisamente si fa cadaverica in volto, non riesce più a respirare…. Viene chiamato subito il Dottore, medico di famiglia, che dopo averla visitata dice: <<La bambina è grave, ha la difterite!>>, una malattia infettiva e contagiosa che colpisce le mucose della gola! Non c’è tempo di portarla all’ospedale, il più vicino centro ospedaliero attrezzato è a Viterbo a ben 40 chilometri da Canino, un enormità per i mezzi d’allora! Non resta che curare Anna in casa: le viene fatta una puntura, il resto dei giorni per riprendersi passerà la convalescenza in casa lontana dai fratelli più piccoli e soprattutto da Maria appena nata! Ma la sua fibra è già forte: si salverà!

ATTO III

1932: purtroppo è l’ultimo anno di scuola di Anna! Lei si ricorda ancora bene e felicemente, quando aveva iniziato a frequentare la scuola elementare nel 1928, dove in realtà erano iscritti pochissimi bambini, e quanto era fiera di poter imparare a leggere e scrivere! Fu così che cominciò a frequentare la scuola con grande profitto, ed ogni anno portava a casa un premio per lo studio e la buona condotta!
Ma proprio quest’anno la famiglia Mariottini non poteva più permettersi di comprare libri e quaderni anche per lei, che era la più grande: <<Una Donnina!>> le si diceva spesso, era così giunto il tempo per lei di iniziare a pensare alla casa ed a fare da seconda mamma ai più piccoli, anche perché Teresa lavorava dalla mattina alla sera e tornava a casa, qualche volta, solo per pranzo! Tra l’altro l’anno prima nel 1931 non era riuscita a passare l’esame finale, di terza Elementare, che doveva ripetere questo anno. E non è che non lo passò per impreparazione o cattiva volontà, ma perché ad esaminarla fu proprio la maestra che meno apprezzava i Mariottini tutti e soprattutto Anna, perché non tenendo conto della povertà, si stupiva ogni giorno di come si potesse andare a scuola trasandati a quel modo! In realtà neanche questo era proprio del tutto vero, ho già raccontato quanto mamma Teresa tenesse al vestiario dei suoi figli, tanto da cucire gli abitini nuovi per loro la notte, solo che come ricorda Anna: “Quella strega di maestra era attenta anche al particolare, e spesso sotto le scarpe non sempre avevamo le calze….” e questo per lei, la cattiva maestra, era una grave imprecisione nel vestire, mentre invece, più semplicemente: era solo povertà…. Così quell’anno, nonostante la buona preparazione di Anna, decise di bocciarla, perché alla sua domanda: <<Cosa producono le Api?>> la piccola Anna rispose subito, ma solo: <<Il Miele.>> dimenticandosi di dire secondo, la burbera insegnante, anche: <<E la cera.>> Naturalmente e ancora una volta ironicamente riportando questo fatto, quello fu additato come: un errore gravissimo, imperdonabile e la bocciò! Ma in questo anno 1932, Anna era pronta a ripetere l’esame di terza, e poi ad esaminarla quest’anno c’era una maestra che apprezzava moltissimo le doti della bambina e che non avrebbe mai voluto che lei lasciasse la scuola, ma all’epoca si sa erano pochi quelli che potevano studiare!

Accadde così che proprio il giorno dell’esame la severa maestra dell’anno passato, incontrò per il corridoio della scuola la nuova insegnante insieme ad Anna e proprio davanti a lei le chiese: <<Allora chi è la più brava della classe: l’allieva Bianchi (figlia di un maestro di musica) o l’allieva Archibusacci (la figlia di colui che diventerà podestà di Canino e che larga parte avrà in questa storia)?>> E la neo maestra, probabilmente meno parziale nel giudizio della prima, pronta rispose: <<Si sbaglia signora collega: la più brava e la più intelligente è la Mariottini!>> La sconfitta bruciava, ma anche in quel momento, l’arpia volle l’ultima parola: <<Eh sì, questi Mariottini sono molto intelligenti, è vero…. Ma quanto sono “sciorni” (trasandati)!>> Ciò nonostante, la sua riconosciuta bravura, passione per lo studio e per la lettura: alla fine dell’anno scolastico, la povera Anna, pur avendo passato l’esame con il massimo dei voti, dovette irrimediabilmente lasciare la scuola ed occuparsi delle faccende domestiche e dei fratelli. Anche quest’ultimi uno dopo l’altro furono costretti a lasciare la scuola: Silvia arrivò fino alla seconda, poi, più grandicella, seguì il padre nei campi; Maria arrivò fino alla quarta elementare; Alfio fino alla quinta; solo Alderio riuscì a completare gli studi fino al Ginnasio, diplomandosi all’Istituto dei Carissimi, dove uscì con l’attestato di Insegnante Elementare!

ATTO IV

9 gennaio 1934: nasce il quarto fratello Alderio! In quella settimana nasceranno a Canino 6 bimbe e lui l’unico maschietto! Anna ha 12 anni, stavolta tocca a lei correre a chiamare la levatrice, la signora Leontina. Ancora una volta presente la Contessa Valentini, che di Alderio sarà anche la Madrina di Battesimo, perché stavolta nel momento in cui il bambino vide la luce c’era anche lei ad assistere la partoriente. Ma l’aneddoto di quest’anno è proprio riferito al Battesimo di Alderio e quindi al nome che per lui volle suo padre Luigi.
Difatti passarono alcune settimane prima che anche in Comune si decidessero a segnare il neonato con quello “strano” nome. All’anagrafe non si fidavano, non capendo il significato di quel nome proprio, pensavano potesse far chiaro riferimento ad un qualcosa di “antifascista”, dunque non potevano correre rischi, registrandolo! Per questo motivo chiamarono diverse volte Luigi in comune per farsi spiegare l’origine di quel nome, perché i signori lì presenti avevano degli inestricabili dubbi, che nascevano anche dal fatto che Luigi in paese era conosciuto da tutti come un noto Antifascista! Così alla solita domanda: <<Da dove hai preso questo nome?>> Luigi rispose: <<Dalla Pastorella di Natale!>> <<Ah. Un canto di chiesa dunque?>> Con quest’ultimo interrogativo dell’impiegato dell’anagrafe, si credé comunque che il qui pro quo fosse chiarito una volta per tutte, ed anche l’enigma di quel “rischioso appellativo”! Così il bambino si chiamò finalmente Alderio, anche se questo nome, in realtà, nel canto natalizio non era affatto presente!

ATTO V

1935: E’ l’anno in cui Anna sta per essere adottata! E già, proprio così…. Sebbene la cosa non possa sembrare possibile, i fatti così andarono: due ricchi signori della capitale, senza figli, si innamorarono di lei e se la volevano portare, ad ogni costo, a Roma con loro! Purtroppo per loro però Luigi e Teresa, per nessun prezzo al mondo e per nessun motivo, avrebbero acconsentito a realizzare questo desiderio di persone per bene si, ma all’epoca dei fatti a loro poco più che sconosciuti! Accadde però un giorno, che Anna, preparando il pranzo, si rovesciò una pentola di brodo bollente addosso, da capo fino a piedi, venne subito portata d’urgenza all’ambulatorio del primo soccorso del paese, dove le vennero riscontrate delle ustioni del 3° grado su gran parte del corpo, ed in particolar modo sulle gambe! Caso volle che lì presenti, ci fossero anche due signori di Roma, i Signori Grumelli, che venivano di tanto in tanto a Canino, in visita ai loro parenti e uno di questi era proprio il segretario dell’ambulatorio medico comunale: Carlo Buccelli. Così, quando Anna venne ivi condotta con grande urgenza, loro informati erano già lì ed impressionati dal pianto di dolore, per le atroci sofferenze, presero da subito la bambina a cuore! La signora Penelope Grumelli la accudiva ogni giorno, in quel suo lettino di ospedale. Passarono i giorni ed i Signori Grumelli seppur a Roma avevano un’attività che li aspettava non se la sentivano più di ripartire almeno fino a quando Anna non si fosse rimessa, del tutto, in forze! Passò parecchio tempo, e poi finalmente Anna poté tornare a casa. Era così, giunto anche il giorno della partenza di Vincenzo e Penelope Grumelli, i quali si recarono a casa Mariottini, ormai le due famiglie erano molto unite da una forte amicizia e scambievole affetto, per salutare i loro cari amici caninesi. Ma, appena prima di partire, la Signora Penelope non si diede per vinta e convinse mamma Teresa e babbo Luigi a far sì che “Annuccia”, andasse un po’ di giorni con loro a Roma, per riprendersi meglio, perché la vedeva ancora troppo pallida e gracile, e le possibilità di cura e di ripresa totale nella capitale erano maggiori! Così fu: Anna per curarsi partì con loro. E da quel giorno, Anna restò in casa dei signori Grumelli, insieme alla loro vecchia mamma e la terribile scimmietta Bibi, sempre vestita di tutto punto e gelosissima, perché era stata soppiantata da una bimba vera, per quasi un anno: fino al 1936, quando….

ATTO VI

1936: Luigi è stato richiamato, sotto le Armi, la sua annata di nascita, 1899, è l’ultimo scaglione ad essere richiamato, e lui parte per la Guerra in Somalia. Fu così che Luigi dopo aver acconsentito e firmato il foglio di “ferma volontaria” doveva di lì a poco partire arruolato nella divisione Tevere, per Mogadiscio. La stessa divisione che le cronache del tempo ironicamente ricordano come la “divisione bevere” perché si dice che questi uomini avessero poco da mangiare, ma per superare la paura, molto da bere!

Luigi aveva già partecipato alla Prima Guerra Mondiale e non appena tornato a casa sano e salvo si era sposato la sua Teresa! In quell’occasione, la guerra del ‘15/18 raccontò sempre ai suoi figli, senza vergogna alcuna, ma con grande realismo e sincerità, che sul Piave, alla vista dei cannoni che sparavano a ripetizione, si mise a piangere, aveva solo 19 anni, e come tutti i suoi commilitoni non era affatto addestrato e pronto a “giocare alla Guerra”! Però stavolta, prima di partire, imbarcato per l’Africa, c’era ancora una cosa importantissima da fare: andò a Roma a riprendersi Anna, queste le uniche parole che seppe dire con ferma decisione sul momento ai signori Grumelli: <<La guerra ci ha tolto tutto, ma i miei figli, i miei figli…. Io me li sono fatti per me, mi spiace Anna torna a casa!>> Nonostante ciò, i rapporti con i signori Grumelli, che evidentemente con grande intelligenza e dignità capirono appieno quella situazione estrema, furono sempre amichevoli nei confronti dei cari Mariottini, che spesso di ritorno a Canino, andavano a trovare, e vedremo proprio nel 1938 quanto questa “parentale amicizia”, sarà utile ad Anna ed alla sua Famiglia! Detto-fatto: Anna tornò a casa e Luigi partì! Proprio durante questo periodo di arruolamento del padre, Anna ricorda ancora bene le prime lettere che ricevettero da parte sua, dalla Somalia, e che tanto la facevano ridere: nella prima Luigi descriveva quanto erano brutti e neri, i loro “nemici”, tanto da spaventarli a morte, a lui ed i suoi commilitoni; nell’ultima invece Anna, non senza una bella risata ricorda bene che lui scrisse: -Cara Teresa, presto tornerò conte!- invece che “con te”, tanto che la moglie esclamò: <<Ma speriamo che lo faranno marchese!>>

ATTO VII

1937: è l’anno in cui Anna, precocemente per oggi, ma non per allora si fidanza, con l’uomo che poi diverrà suo marito, il mio caro nonno Giuseppe, dipartito nel 1992. A quel tempo Teresa era solita ospitare in casa una famiglia di Capodimonte, un paese vicino, la famiglia Papi, composta da madre Marzietta, padre Gaspare e l’unico figlio ventenne Giuseppe, che si recavano ogni anno a Canino per la raccolta delle olive. Anna ricorda bene come, sua madre ogni qualvolta giungesse in paese la famiglia Papi, si destreggiava come una maga a sistemare i suoi figli per la notte: chi dormiva in un cassetto del comò, chi nell’ultimo cassetto ai piedi dell’armadio, chi, i più “lunghi”, sul lungo tavolo della cucina; mentre alla famiglia Papi era riservata una piccola stanzetta. Gli amici capodimontani, come ogni autunno, arrivarono anche quest’anno, però diversamente dal solito, solo i genitori, perché Giuseppe, ventiduenne, era arruolato come Allievo Sottoufficiale dell’Esercito a Trieste. Fu proprio in questa occasione della mancata presenza del baldo giovane che i quattro genitori organizzarono l’incontro tra i loro due ragazzi: Anna e Giuseppe. Cosicché la prima licenza che Giuseppe ottenne, si recò a Canino a conoscere Anna. Per quanto fosse per così dire un incontro “da altri voluto”, fortunatamente e senza costrizioni di sorta, tra i due fu subito colpo di fulmine, l’amore sbocciò intenso ed improvviso, e durerà ben sei anni di fidanzamento: tre dei quali Giuseppe resterà tra Trieste e Verona, e gli altri tre li passerà in guerra a Tripoli, scrivendo alla sua amata Anna ben due lettere a settimana! Appena tornato dalla guerra si sposeranno trasferendosi a Capodimonte, il 29 Aprile del 1943! Il loro viaggio di nozze, straordinariamente lungo per l’epoca, durò ben un mese, una lunga visita, in treno a vapore, che li portò nelle principali città italiane: Roma, Firenze, Venezia, romantica città in cui si fermarono per una settimana e Trieste per altri dieci giorni. Ogni loro pasto era scandito, in ogni ristorante dove si fermavano per pranzo o per cena, dallo staccare un bollino dalla tessera annonaria, consegnata dal regime ad ogni cittadino italiano ed utilizzabile in caso di vitto e di spesa in qualunque esercizio commerciale. Per quanto riguarda questa speciale tessera di acquisto, un simpatico quanto rischioso aneddoto è da ricordare: la vigilia delle nozze la famiglia Mariottini, per festeggiare il lieto avvenimento aveva preparato dei deliziosi pasticcini da portare al forno per la cottura. Essendo però farina e zucchero tesserati, ciò significava che ogni famiglia poteva acquistare una determinata quantità di questi due ingredienti e non oltre, mamma Teresa era stata praticamente costretta a preparare questi dolci per la figliola, sposina novella, acquistando questi ingredienti alla “borsa nera”. Fu così che la cottura illecita, per una “spiata”, venne scoperta dalle guardie del paese ed interrotta dalla fuga con le teglie al braccio, nel cuore della notte, verso la casa di amici contadini, che puntualmente finirono di prepararli per il successivo giorno di festa! Ai neo coniugi Papi non mancò di certo la gioia di avere figli: nel 1944, nacque il loro primo figlio maschio. E nel 1948 la secondogenita femmina: mia madre.

...CONTINUA: ULTIMO ATTO.

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Gio Mar 19, 2009 1:45 pm, modificato 2 volte in totale
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MessaggioInviato: Gio Mar 19, 2009 1:48 pm    Oggetto:  Il vestito celeste: ultimo atto.
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ATTO VIII

1938: Ed eccoci giunti all’anno in cui viene annoverato l’episodio di “Il Vestito Celeste”, e che porta a compimento questi primi 16 anni di vita di Anna! Ma state a sentire: siamo nel mese di giugno, Teresa era in cinta dell’ultima figlia, Assunta, che sarebbe nata ad Agosto, la famiglia Mariottini come sempre è povera ma felice, ma…. Un terribile destino pende sulle loro teste: stanno per essere prepotentemente sfrattati di casa! La famiglia Mariottini, abitava all’epoca una casa assegnata dal comune, al quale ogni anno pagavano la pigione. Ma presto il destino, sottoforma di un abuso di potere, si torse loro contro: infatti il Podestà, che facendo un collegamento temporale, oggi, in uno stato democratico, chiameremo Sindaco, voleva buttarli fuori di casa, per assegnare la stessa ad una guardia comunale. La famiglia Mariottini venne avvisata tramite lettera di questo “sfratto esecutivo”. Come avrebbero fatto due genitori con 5 figli, una che stava per nascere ed un vecchio a carico, senza casa? Teresa era terribilmente in ansia: <<Luigi, come faremo?>> Ma Luigi, con la lettera, che riportava la brutta ed imminente notizia, tra le mani era abbattuto, non aveva neanche la forza di rispondere per rassicurare sua moglie, perché sapeva che in certe situazioni a volte non si può fare proprio nulla, quando a comandare sono i più forti e a rimetterci sempre i più deboli! Luigi, con quella lettera stropicciata e strettamente impugnata, diede un colpo sul tavolo, cercando di scaricare in un modo qualsiasi la sua rabbia. Intanto Teresa, con gli occhi lucidi ed un gran pancione impastava il pane per il giorno dopo. A quel rumoroso gesto di rabbia Teresa ribatté veloce con uno: <<Scccccc….! Svegli i bambini! Non ti arrabbiare Luigi vedrai che in qualche modo faremo! Dio e tutte le Anime buone del Paradiso ci aiuteranno!>> Le mani di Teresa e Luigi, quella bianca di farina di lei, e quella tremolante e scoraggiata di lui si sovrapposero, in segno di conforto, su quella spianatoia per fare il pane, l’unico pasto di sempre, a volta accompagnato con qualche cipolla. Ma quella era un famiglia buona, impoveriti dalla guerra, ma infinitamente buoni, e anche se non avevano nulla, e tra un po’ non dimentichiamo che non avrebbero più avuto neanche un tetto sulla testa, tanto era l’amore che li legava, che era come se avessero tutto! Il violento pugno sul tavolo però evidentemente richiamò l’attenzione di Anna, che preoccupata giunse in cucina, mamma Teresa, la vide entrare: <<Nannina e tu che fai ancora alzata?>> Ed Anna: <<Ho appena finito di mettere a letto i bambini e volevo aiutarti, mamma!>> <<Ma Nannina non preoccuparti, qui ci penso io, vai a riposare hai fatto già tanto oggi!>> <<No, mamma, tanto non ho ancora sonno, credo che mi metterò qui accanto alla stufa, a rammendare qualche paio di calzini ai miei fratelli, poi quando anche tu avrai finito ci andremo a coricare…. Babbo, voi andate a riposarvi, faccio io compagnia alla mamma!>> Babbo Luigi, uscì dalla cucina, ma non prima di aver fatto una carezza sulla testa alla sua saggia Anna ed aver donato l’ultimo sorriso del giorno a sua moglie. Nel cucinino le due donne, madre e figlia erano affaccendate, ma ognuna persa negli stessi pensieri ed in silenzio, poi Anna che per la notizia dello sfratto non riusciva proprio a darsi pace, piangendo di rabbia, ruppe quel pesante silenzio esclamando:

<<Mamma ti prego, non dobbiamo dargliela vinta a quel prepotente del Podestà…. Ti sembra giusto che lui che può avere tutto, basta che faccia una telefonata dove sa, deve cacciare proprio noi? Per una guardia poi, che con il suo stipendio potrebbe anche permettersi un appartamento più grande di questo…. Io non lo sopporto, perché mamma, perché?>> Nella voce di Anna, volutamente soffocata, per non fare baccano e svegliare tutti gli altri, c’era tanta rabbia e risentimento, ma anche tutta la sua innocenza ed il senso di giustizia di un’adolescente cresciuta troppo in fretta, ed entrata per bisogno ante-tempo nel modo dei grandi! <<Nannina….>> Supplicò sconsolata mamma Teresa, seppur ferma nei suoi insegnamenti: <<Non dire così, non dobbiamo farci prendere né dalla rabbia, né dallo sconforto, in ogni cosa che si fa, bisogna agire con intelligenza e prontezza, in pace con la propria coscienza, poi quello che sarà, è perché doveva capitare proprio così! Proveremo a parlare ancora una volta con il Podestà e speriamo che anche se in petto gli batte un cuore burbero, scenda a compassione!>>

La mattina dopo, era domenica. Destino volle, che la famiglia Mariottini tutta, riunita in un giorno di festa, che loro però evidentemente vivevano tristemente, con il cuore sanguinante tra le mani, perché a quella affilata spada di Damocle che pendeva sulle loro teste non vedevano possibili e concrete soluzioni! Recatesi comunque al giardino comunale sotto casa, per far distrarre i figlioletti più piccoli, per i quali quell’aria di depressione totale che regnava in famiglia era alquanto malsana, qui incontrarono a passeggio tutto computo e soddisfatto di sé, con la fronte alta ed il naso all’aria, il Podestà a passeggio. Subito il capofamiglia lo bloccò, ma trattandosi di un uomo infinitamente buono e sottomesso alle leggi, si fece presto convincere che per loro non c’era altra possibilità che lasciare a tempo debito quella casa. Alle sue richieste di pietà seguirono solo le altezzose chiacchiere ed i comandamenti prepotenti del podestà.
Egli asseriva infatti: <<Che vi devo dire, la casa vostra serve, una delle mie guardie ne ha necessità.…Voi fatevi una capanna!>> Quanto squallore in quelle insensibili parole, in quelle di colui che pure la fame l’aveva conosciuta, perché prima di diventare Podestà non era niente e nessuno, solo un manovale di scarso prestigio, ed ora invece si osannava di quella fascia che portava sempre in bella mostra al petto, e utilizzava a malo modo quel suo potere da poco ottenuto per mettere i poveri del paese a ferro e fuoco senza nessuna compassione. Anna dall’alto dei suoi 16 anni, dopo quelle terribili presuntuose parole che l’uccisero dentro ed il silenzio abbattuto e sottomesso di suo padre, non poteva proprio continuare a tacere perché quella risposta del Podestà la irritò terribilmente, così rapita dall’innocenza e dalla fierezza dei suoi pochi anni non ce la fece a stare zitta e rispose a tono a quel pallone gonfiato: <<Dovete sapere che Mussolini, sta facendo costruire delle case ai contadini, con acqua, luce e bagni, delle vere e proprie ville…. Ai carbonari invece ancora non ci ha pensato, quindi forse sono loro che devono andare ad abitare nelle capanne!>> Il Podestà infatti era un ex Carbonaro e mai risposta fu per lui più mirata e meritata! Poi per girare ancor di più il coltello nella ferita appena inferta, così proseguì Anna: <<Se non bastasse poi…. Sappiate che questa casa ci serve…. Ed io andrò da Mussolini a dirgli quello che ci state facendo!>> Evidentemente a quell’arrogante del Podestà non gli bastava, e permaloso com’era quando la sua ultima parola veniva intaccata e ferito dalla frase ironica di quella presuntuosa ragazzina, egli volle così replicare agli avvertimenti di una sedicenne, e ridendo cattivamente, sghignazzò: <<Ah, Ah, Ah…. E come farai tu piccola insolente, ad arrivare alla “fonte viva”? Me lo vuoi spiegare? Non sei all’altezza tu! Preparate i bagagli sabato vi voglio fuori!>> E con una risata sonante, ancora, lasciò lì colpita nell’orgoglio la famiglia Mariottini. Ma Anna non voleva darsi per vinta, gliele avrebbe fatte rimangiare tutte quelle offese, avrebbe difeso i giusti diritti della sua numerosa famiglia!
Quella Domenica stessa, subito dopo il fatidico incontro con chi li voleva lasciare senza un tetto sulla testa, infatti, andò dal signor Ugo, un Fante della cavalleria Reale, il fratello della Contessa Valentini e gli chiese di scrivere una lettera per Mussolini da parte loro! Di corsa per strada Anna quasi si scontrò con la commare Lucia, che stava riportando a casa, appena sfornate delle pagnotte di pane caldo, raccolte in un fagotto sulla testa: <<Annuccia…. Ma dove corri?>> Anna fermatesi solo per un istante rispose: <<Buongiorno signora Lucia vado dal Cavaliere!>> Fu in quel momento che la Signora Lucia gridò, mentre con un movimento brusco ed avventato per prendere per un braccio Anna, le caddero tutti i panini dal fagotto: <<La carrozza del podestààààà! Anna attenta!>> E mentre tutte e due giacevano sedute a terra sul marciapiede, o meglio cadute entrambe per lo strattone improvviso della signora Lucia, Anna, in silenzio, stentava a riprendersi dallo spavento, mentre il podestà, dopo aver fatto fermare di colpo l’autista della sua autovettura nera d’ordinanza gridò, come sempre arrogante e divertito, sbraitando con le braccia all’aria, affacciandosi dal finestrino: <<Stupida ragazzina…. E’ così che vuoi arrivare alla “fonte viva”? La prossima volta non mi fermo!>> Anna ancora sotto shock per l’accaduto, non pronunciò verbo, si limitò a lanciare uno sguardo duro come il granito e freddo come il ghiaccio a quel presuntuoso che era già ripartito di corsa! La Signora Lucia, spaventatissima, mentre aiutava Anna a rialzarsi, rassettandole il vestito, e lei a raccogliere tutte le sue cose rotolate a terra, disse: <<Annuccia, ma che mi combini, eppure sei una donnina così sensata, non ti ho mai visto così, che ti succede, cos’è questa fretta che rischia di farti ammazzare? E poi che significa “fonte viva”?>> Anna rispose, mentre aiutava, la signora Lucia a rimettersi il fagotto caldo e profumoso sulla testa: <<Signora Lucia perdonatemi, vi ringrazio tanto, per quello che avete fatto oggi, mi dispia…..>> E non riuscì a terminare la frase, perché scoppiò in lacrime per sfogarsi almeno un po’, poi piangendo riprese con rabbia il suo discorso: <<Quel pallone gonfiato vuole buttarci fuori casa…. Ma glielo farò vedere io…. Andrò da Mussolini…. E gli racconterò tutto quello che fanno i suoi sottoposti a noi poveracci…. E’ lui la fonte viva! Ma quanto è vero che mi chiamo Anna Mariottini, io l’incontrerò presto. Solo mi serve l’aiuto del cavaliere, per farmi suggerire le giuste parole che dovrò dire quando mi troverò dinnanzi al Duce.>> E tra un singhiozzo e l’altro, riuscì a completare la famigerata frase! Alla notizia di quell’improbabile progetto la Signora Lucia, non poté che esclamare, affinché tutti i santi del Paradiso venissero in soccorso di quell’intraprendente ragazzina: <<Oh, santissimi Aplorum, Ioannis et Andreas!>> Sono i nomi dei santi a cui è dedicata l’Universitas di Canino! Infatti Anna e Lucia stavano parlando proprio sotto questo palazzo. <<Ma come farai ad arrivare così in alto? Beh, Annuccia io ti auguro di riuscirci…. E adesso vai e sbriga il tuo dovere…. Brava! Arrivederci Anna, saluta da parte mia i tuoi genitori!>> <<Presenterò signora Lucia e…. Grazie ancora!>>

Ora Anna, di corsa era su per le scale del palazzo del Cavalier Ugo, una vocina interna le suggeriva che non c’era più un momento da perdere! Anna dinnanzi la porta della stanza del Signor Ugo bussò (toc-toc): << è permesso Cavaliere? Sono Anna Mariottini, Nannina, potete ricevermi?>> <<Certo cara, entrate accomodatevi. Gradite un po’ di tè?>> <<No Cavaliere, vi ringrazio….io….>> <<Su senza complimenti! Un biscotto all’uovo, allora…. Sfornati da Rosina poco fa?>> <<Cavaliere, vi ringrazio ma non ho appetito….>> E così dicendo Anna si toccò lo stomaco, che in realtà le stava brontolando, per farlo tacere e non smentirla, cercò di azzittirlo, pigiando con la mano! <<E poi, Cavaliere avrei premura di parlarvi di una cosa importante con una certa urgenza…. Permettetemi Cavaliere….>> Mentre pronunciava queste ferme parole, Anna, proprio come esse, era ancora ritta ed immobile al centro della stanza, mentre il cavaliere seduto in poltrona ed in “panciolle” accanto ad una finestra, sorseggiava il suo tè, e poggiava di tanto in tanto la tazza fumosa sul tavolinetto, che aveva di fronte. <<All’urgenza, Nannina, un biscotto non può far male, anzi può solo riuscire a meglio esplicare un discorso complicato, come mi par di aver capito esser il vostro! Su siediti accanto a me, e prendine uno, poi ti ascolterò!>> E mentre Anna si stava delicatamente sedendo, per non sembrare sgarbata, attese che il Signor Ugo le porgesse il piattino con i biscotti odorosi, ne mangiò uno con calma, si pulì la bocca, ora addolcita, con un fazzolettino ricamato che portava sempre in tasca, perché anche se il suo abbigliamento comodo da faccendiera, poteva risultare a volte trasandato, lei non rinunciava mai ad essere in ordine e pettinata, e con quel fazzolettino profumato di lavanda nella tasca, anche se dopo l’accaduto di pochi minuti prima, forse oggi lo era meno del solito! Poi raccolse le idee ed iniziò a parlare ed ad esporre i fatti, ma solo dopo che il Cavaliere le diede il via per farlo: <<Allora Annuccia, raccontami tutto cos’è che ti turba tanto, ed io farò per voi quel che posso, per farvi tornare il sorriso in questi occhi belli….>> <<Cavaliere…. Devo salvare la mia famiglia, prima che il Podestà ci butti in mezzo ad una strada io devo far sapere al Duce, quanto la mia famiglia in questi anni ha fatto per il regime, ma soprattutto devo fargli sapere che se ci buttano fuori di lì, con la forza, noi non abbiamo dove altro andare, poi mia madre lo sapete è in cinta…Cavaliere scrivetemi voi una lettera….Voi scrivete così bene…. Poi provvederò io personalmente a portarla a Roma. Vi prego Cavaliere aiutateci! Poi se Voi permettete con il vostro telefono dovremo chiamare quei parenti di Roma, per chiedergli se potranno ospitarmi per qualche giorno….>> Il Cavalier Ugo rimasto attonito da così inenarrabili fatti e facili risoluzioni come quelle di scrivere una lettera, chiese: <<E quando avresti intenzione di partire Annuccia?>> <<Domani mattina presto, non si può perdere un attimo di tempo, oggi è domenica e Sabato prossimo saremo fuori casa!>> <<Figlia mia…. Io la lettera te la scrivo pure, ma come farai tu a farla avere a Mussolini?>> <<Signor Ugo non vi preoccupate, a questo penserò io, dopo….Voi scrivete semplicemente che mio padre ha combattuto in Africa, era una Camicia Nera, che ha 5 figli, che la moglie è incinta del sesto o sesta, che con noi abita un nonno malato, e che ci vogliono togliere la casa e mandarci a vivere in una capanna!>> Per quanto quel progetto apparisse al Cavalier Ugo senza capo né coda: la lettera era ora scritta e la telefonata fatta! Anna allegra ed esultante per aver portato a termine la prima parte del suo diligente piano di salvezza, stava appena uscendo dal portone del palazzo del Cavaliere Ugo quando mamma Teresa la vide e la chiamò. Anna le si fece incontro ed iniziò a raccontare: <<Mamma è fatta, ora so come salvare la nostra casa, domani mattina prendo la prima corriera e parto per Roma, con il Cavaliere abbiamo già scritto la lettera per Mussolini ed abbiamo già telefonato ai Signori Grumelli, mi verranno a prendere domani in orario al capolinea, quando arriverò in città, poi hanno detto che sanno loro come recapitare la lettera al Duce!>> Mamma Teresa non poteva credere alle sue orecchie, presa in contropiede da quell’esporre i fatti appena accaduti, tutti d’un fiato, era rimasta praticamente sbalordita: <<Oh, Annuccia, ma che dici, vuoi partire, ti perderai in città, tu non la conosci Roma, come farai….Oh, mio Dio che idea ti sei messa in testa! E chi ti accompagnerà poi i tuoi fratelli sono troppo piccoli e tuo padre deve andare a lavorare lo sai che se lasci troveranno subito un altro al suo posto…. E come faremo a dirgli questa cosa…. Non ti lascerà mai partire da sola!>> <<Dovrà farlo mamma! Questa è la nostra unica possibilità! Diciamogli solo che i signori Grumelli vogliono rivedermi, perché la Signora Penelope non sta molto bene…. E vedrai che non potrà dire di no!>> <<Oh, Nannina in che situazione mi metti…. Ma hai ragione, mi fido di te! Dobbiamo almeno provarci! Ma mi raccomando a Roma fai molta attenzione! Oh, santo cielo, che ti sto facendo fare! Nannì lo sai che se ti capitasse qualcosa non potrei mai più perdonarmelo…. Non potrei più vivere?>> <<Mamma non ti preoccupare! Vedrai che sarò diligente ed attenta a tutto! Poi ti chiamerò da casa dei Signori Grumelli, chiamerò a casa del Cavaliere e lui ti terrà informata, già siamo d’accordo!>> <<Oh, Nannì mi raccomando, sale nella zucca!>> Ed insieme varcarono come due complici dello stesso segreto, il portone di casa loro!

L’indomani Anna partì per Roma, dove l’avrebbero accolta il signor Vicenzo e la signora Penelope Grumelli. Questi bravi signori romani erano rimasti molto attaccati alla famiglia Mariottini e come dei parenti stretti non vedevano l’ora di riabbracciare Anna! Ma il caso volle che Anna giunta a Roma sbagliasse fermata dell’autobus, il pullman da Canino faceva due fermate: la prima a Via Cesare Beccaria e la seconda a Via Principe Amedeo; lei scese alla prima, ma i signori Grumelli l’attendevano alla seconda, cioè il capolinea! Così lei accortasi dell’errore, decise di fare la stessa strada del pullman, ma a piedi. In mano una valigia, in testa un cesto di mele e di arance, che all’altezza di Muro Torto, le caddero tutte a terra iniziando a rotolare sulla strada in discesa! Queste, erano il pensiero, il regalo, l’unico che i Mariottini, potessero permettersi, per i Signori Grumelli…. Che disastro! Fortuna volle, che passasse di lì un camion di militari, che vedendola in estrema difficoltà e quasi in lacrime, si fermarono per aiutarla a raccogliere il tutto! <<Signori’, vi serve aiuto? L’esercito italiano, pronto al vostro servizio!>> Un soldato più veloce degli altri le si avvicinò e subito si chinò ed iniziò a raccogliere le arance e le mele, mentre gli altri commilitoni raccoglievano quelle più lontane. E Anna che bene conosceva i gradi militari, perché tanti ne aveva cuciti sin da piccolissima sulle giacche dei soldati del paese, in tempo di guerra, disse: <<Sergente, non v’affaccendate per me…. Faccio da sola, Voi avrete missioni più importanti da fare?>> Il Sergente, un ragazzetto giovane-giovane, ancora sbarbato, gentile e divertito replicò: <<Magari Signori’, tutte le missioni fossero belle come questa, io vengo da Napoli e voi? Camerati, sbrighiamoci con queste arance e queste mele…. Su forza!>> In lontananza si udì un giocoso: <<Agli ordine Sergente!>> Gridarono in coro i commilitoni, e con tono scherzoso, mentre si divertivano a raccogliere i frutti e lanciarseli, e lasciassero il tempo debito al Sergente di raccogliere i suoi, dal cuore della bella giovincella! <<Io…. Io…. Abito qui a Roma, a San Giovanni.>> Anna pensò di dire una mezza verità, ripensando alle ultimissime parole di mamma Teresa “Sale in zucca!” <<Allora se permettete vi accompagniamo noi…. San Giovanni è lontano da qui….>> Ma Anna sempre più restia: <<No, non vi preoccupate camerata, io poi non devo arrivare fino a San Giovanni, ma qui vicino a Via Principe Amedeo….Dove una persona mi sta aspettando….>> <<Ah…. Ho capito il vostro innamorato, allora sarà meglio che non vi veda con noialtri…. Comunque, lieto di avervi reso questo servizio, e di essere stato ripagato col vostro sguardo bello!>> Anna si era tolta dagli impicci con quella bugia, ma ora le dispiaceva un po’, di aver mentito a quel bravo e cortese militare…. Ma lei aveva altro a cui pensare! L’allegra brigata riparte, mette in moto la camionetta e con il clacson suonato ripetutamente, a mo’ di melodia, saluta Anna, che intanto si era rimessa in cammino verso l’agognata meta! La scatola, legata ora più fermamente con lo spago, contenente la frutta, era ancora tra le sue mani, grazie a quei disciplinati e volenterosi militari, Anna poteva continuare la sua strada, arrivare da Piazza del Popolo sino alla Stazione Termini. Lì avrebbe controllato se i signori Grumelli c’erano ancora, ovvero se stavano ancora aspettandola a Via Principe Amedeo, anche perché, dopo tutto quel ritardo, forse se ne erano andati! Ma in quest’ultimo caso, Anna avrebbe pensato da sola a raggiungerli a casa loro, prendendo, sempre lì nei pressi della stazione, il tram N° 19, che l’avrebbe accompagnata a S. Giovanni! Giunta sul posto, invece e con sua grande gioia vide che il Signor Vincenzo era ancora lì, in pena, ad attenderla, mentre la Signora Penelope, non c’era, seppe poi dal Signor Vincenzo che era tornata a casa prima, nel caso in cui Anna si fosse ricordata la strada per conto suo e fosse giunta a casa prima di loro. Anna subito corse incontro al Signor Grumelli e dopo una breve ramanzina dovuta, ed un forte e affettuoso abbraccio di gioia, insieme presero il tram numero 19 e si recarono a casa, dove Penelope li aspettava ansiosa! Il Signor Vincenzo Grumelli, in tono preoccupato e di rimprovero disse: <<Annuccia ma cos’hai combinato è un ora che fremo….Va bene non fa niente, l’essenziale è che tu si qui….Andiamo Penelope ci aspetta, è tanto ansiosa e contenta di rivederti sai?>> Anna avrebbe voluto discolparsi in qualche modo ma dopo quel caloroso abbraccio e quelle affettuosissime parole, disse solo: <<Sono tanto, tanto felice di rivedervi, andiamo…. Andiamo a casa!>> Queste parole riempirono di gioia il Signor Vincenzo, perché lui subito rammentò che Anna considerava ancora la loro casa, come casa sua…. Ed ad onor del vero come già sappiamo, un giorno passato avrebbe potuto esserla davvero! Ce l’avevano fatta, finalmente erano giunti a casa! Dove Penelope tra baci, lacrime ed abbracci, l’accolse! Ed anche la scimmietta Bibi, sembrava essere impazzita, un po’ per contentezza un po’ per rinata gelosia, per il ritorno di Anna! Saltava infatti da un lampadario di cristallo, all’altro, poi sul tavolo, poi su un armadio, poi sulla sua spalla, gridando con quel suo tipico verso “ih,ih,ih,ih”! Le risa a tale spettacolo e dimostrazione di affetto furono generali, ma poi a queste, prese subito il posto, l’angoscioso racconto della terribile situazione che da qualche giorno attanagliava lei e la sua famiglia a Canino! Ma come questi signori avrebbero potuto salvare la sua famiglia? Una mezza idea c’era, ovvero da chi farsi aiutare, per consegnare la lettera nelle mani giuste, ma da subito si capì che portare a termine tale piano, non sarebbe stato facile…. Per di più che il Signor Grumelli era un antifascista dei più tremendi e dei più noti! Ad ogni modo dovevano cercare di aiutare l’incolumità familiare della loro figlioccia. L’unica soluzione era chiamare, al telefono, il Segretario politico del Rione Appio, quello che gestiva anche la zona di S. Giovanni appunto. Il segretario, al telefono, così espose ai signori Grumelli ed ad Anna presente, la possibile soluzione: <<Ogni Venerdì il responsabile Rionale, cioè io, deve recarsi al rapporto a Palazzo Venezia da Mussolini. Quindi ci risentiamo telefonicamente Giovedì sera, per definire l’orario, in cui passerò a prendere la lettera ed Anna per poi recarci all’appuntamento settimanale con Mussolini!>> Queste furono le ultime parole con il segretario rionale, ma Anna poteva aspettare fino al giovedì, sapendo che il suo termine ultimo per lasciare quella preziosa casa sarebbe stato sabato? Aveva solo 16 anni, ma la sua voglia di salvare la sua famiglia dalla strada era troppo forte, non ce la faceva ad attendere, doveva agire subito!

Così il mattino dopo di buon ora uscì di casa, indossò l’unico vestito buono che si era portata per l’occasione, e spedita si recò da San Giovanni a Campo de’ Fiori dove era sita la Federazione Fascista! Lì, forse, con un po’ di fortuna avrebbe incontrato o Mussolini o Starace! Giunta sul posto Anna fermò un passante per chiedere informazioni: <<Scusate buon uomo, sapete indicarmi quale tra questi è il Palazzo della delegazione?>> <<E no ‘o vedi aregazzì è quelo co’ ‘o stemma der fascio!>> <<Grazie signore!>> <<Eddeché? Ma statt’ attenta aregazzì…. Mica o so, si a te, te fanno ‘ntrà!>> <<Si, grazie, grazie….>> Poi tra sé e sé, facendosi il segno della croce, pensò e ripetè sottovoce: <<Speriamo bene!>> Era arrivata, entrò in quell’immenso palazzo, nessuno la fermò, poi salì una prima rampa di scale, ritrovandosi in un piano dove molte persone erano intente a scrivere, ma cosa scrivevano? Le si avvicinò un Ufficiale della Milizia: <<E lei Signorina cosa cerca qui?>> <<Io devo consegnare una lettera a Starace o Mussolini!>> Per quanto fosse emozionata di essere arrivata fino a lì, non si fece prendere dal panico e di botto disse quello che realmente era, ma l’ufficiale gli rispose che allora quello non era il posto giusto, per una commissione così importante doveva, recarsi al Palazzo del Littorio, al Corso Vittorio Emanuele, dove il Duce riceveva. Oh, no doveva ripartire come avrebbe fatto ad entrare lei sola al Palazzo del Littorio senza prima essere annunciata da qualcuno più importante e più in alto di lei sulla scala sociale, la stessa che come l’aveva definita l’onnipotente podestà, era quella su cui all’ultimo gradino era posta la “Fonte Viva”? Si fece coraggio, doveva comunque tentare, ridiscese le scale e nell’atrio, caso fortuito volle che incontrasse un suo compaesano, il Sig. Biondelli, che faceva l’usciere alla Federazione: <<E tu che ci fai qui?>> Anna spiegò al suo conoscente Caninese il tragico motivo che l’aveva spinta fino a lì, e dove ora si doveva recare per portare a compimento la sua missione non facile. Il Sig. Biondelli allora le disse: <<Se avessi almeno a disposizione un giovane Fascista, gli chiederei di accompagnarti, comunque, arrivata al Corso devi entrare nel Littorio e chiedere della stanza numero 25…. Ah, eccone uno, Camerata, accompagna subito questa mia compaesana al Palazzo del Littorio, stanza N° 25, da Starace.>> Anna ringraziò infinitamente il suo concittadino, e si avviò scortata dal Giovane Fascista, che destino infausto volle, fosse un balbuziente, “ed ora se deve annunciarmi come faremo, appena aprirà bocca ci cacceranno via a pedate!”, rifletteva Anna incerta e preoccupata lungo il tragitto. Ma il Giovane fascista ne fece una ancora più grossa che parlare pronunciando frasi sconnesse o mangiandosi le parole…. Infatti giunti sul posto, invece di seguire i consigli di Biondelli, e quindi varcare la soglia di Palazzo del Littorio e lì chiedere della stanza N° 25, egli evidentemente impulsivo e poco preparato su un certo comportamento di inquadramento da tenere, notò il n°25 scritto su una finestra, estrasse il manganello, per arrivarci meglio e bussò sul vetro! Oh, Santo Cielo…. Anna era divenuta paonazza in viso, avrebbe voluto sprofondare sotto il selciato, e tremava per la paura delle possibili reazioni a quel gesto insensato, che non si fecero per nulla attendere! Difatti dalla finestra in questione, subito si affacciò un tale in divisa tremendamente violaceo, dalla rabbia, in volto, che da quei vetri poco più in alto delle loro teste, iniziò a sbraitare: <<Animaleeee! Come osi disturbare Sua Eccellenza?! E tu, con lui, chi sei?>> Ora sempre con tono irritato ed austero si era rivolto ad Anna, lei si sentiva che tutto era perduto grazie a quell’insano gesto, ma raccolse le ultime parole che gli erano rimaste bloccate in gola e per farle uscire tutte, di getto disse: <<Mi manda la Federazione e devo consegnare una lettera a Mussolini o Starace!>> Il tale in divisa sempre affacciato alla finestra numero 25, ordinò: <<Allora tu entra…. E tu animale vattene prima che ci ripenso e ti faccio arrestare!>> Anna ce l’aveva fatta era dentro al Palazzo, nel grande atrio antistante la grande porta n° 25. Ma qui presto si accorse che non era la sola ad attendere di dover parlare con Mussolini! Una moltitudine di gente, infatti, affollava il piano, erano donne e bambini tutti vestiti di nero a lutto, seppe poi che quel giorno il Duce riceveva gli orfani e le vedove di Guerra, per dar loro l’ assegno vitalizio di sostentamento e venire incontro alle loro esigenze di vita e richieste. Ma in mezzo a questa deforme macchia nera piangente, triste eppur incredibilmente silenziosa, Anna era l’unica ad indossare un delizioso vestitino celeste, la borsetta abbinata contenente l’importante lettera, i capelli ordinatamente raccolti sulla nuca ed un fiocco al collo. “Che tragedia pensò”, tanto si sentiva osservata e con mille occhi puntati addosso perché spiccava come un raggio di sole in mezzo a quella folla tenebrosa! Ma neanche questo la fece retrocedere neanche di un passo, ancora una volta si fece coraggio, e compilò uno di quei tanti foglietti, con nome, cognome, luogo di provenienza e richiesta da inoltrare, che poi vennero raccolti e portati nella grande stanza dietro la porta chiusa, N° 25. Ad uno ad uno tutti i nomi vennero chiamati a varcare quella soglia, e le persone ascoltate, ma per far questo passarono delle ore, Anna era lì dalle 12.00 ed erano ormai le 20.00 della sera, quando stremata toccò a lei! Ad un tratto un Cavaliere della Milizia, lo stesso che ore prima aveva risposto alterato dalla finestra, di nuovo affacciato alla porta n° 25 con un foglio in mano chiamò: <<Anna Mariottini da Canino!>> Anna con le membra stanche dall’attesa, ma ancor fiera nello spirito, si diede una svelta sistemata a capelli ed abito ed entrò nella grande stanza. Salutò i presenti con il capo leggermente chinato che accennava ad un sentito e rigoroso contegno, era ora in piedi con il busto ben eretto, davanti ad un lunghissimo tavolo, a capo del quale dalla parte opposta, a dove si trovava lei, vi erano una Donna e due Uomini, uno dei due indossava una fascia a tracolla. Ma Mussolini non c’era! Le chiesero di presentarsi, e lei con voce ferma lo fece, e senza dubbiose pause, tutta d’un fiato, raccontò l’imminente situazione che stava opprimendo lei ed i suoi famigliari, poi alla fine del discorso amabilmente enucleato, disse della lettera. Fu allora che la Donna si alzò in piedi per farsela consegnare, ella era un’Ispettrice dei Fasci di Combattimento Femminili. Ma Anna contegnosa rispose: <<Mi spiace Signora, ma io questa lettera la posso solo consegnare a Starace o a Mussolini!>> Così l’Ispettrice dei Fasci di Combattimento Femminili, austera ribadì: <<Ma questo è l’ufficio di Starace, se tu la imbuchi nella cassetta fuori la porta vedrai che certamente giungerà nelle sue mani!>> Ma Anna solo apparentemente ancor più decisa, confermò: <<Mi spiace Signora Ispettrice ma non posso, la lettera devo consegnarla a Starace!>>
Fu a quel punto che intervenne l’uomo in fondo al tavolo, quello decorato della fascia, che fino ad allora era rimasto silenzioso ad ascoltare, forse colpito da tanto giovanile fervore: <<E va bene Anna Mariottini, dalla a me ed è come se Starace già l’avesse tra le mani!>> Anna a quel punto si fece convinta e consegnò la lettera all’austero Signore. Quest’ultimo poi prima di congedarla le chiese: <<Dove alloggi in città?>> <<A casa di conoscenti, a San Giovanni.>> <<Hai soldi per tornare al tuo paese?>> <<Sì Signore, ho già pagato il biglietto di andata e ritorno!>> <<La tua famiglia ha bisogno di un sostegno economico?>> <<No signore, la ringrazio molto, ma noi abbiamo solo bisogno della casa, poi lavoriamo ed anche se siamo tanti ce la facciamo a tirare avanti!>> <<Ebbene, Anna Mariottini, torna pure tranquilla al tuo paese e vedrai che sabato arriverà da voi, inviata dalla Federazione di Viterbo, una delegazione d’inchiesta Fascista che sistemerà tutto!>> Anna era ora fuori da quella stanza, ma era terribilmente preoccupata…. Sì, le avevano appena detto di non esserlo, ma lei credé che la lettera ormai, consegnata nelle mani sbagliate fosse perduta! All’uscita del palazzo del Littorio c’era Biondelli, preoccupatissimo, era infatti ormai buio pesto: <<Anna, tutto questo tempo, ti aspetteranno angosciati a casa, vieni ti accompagno alla fermata!>> Difatti, chi ancor di più era preoccupato per lei, erano i Signori Grumelli, che dal mattino non sapevano più nulla della loro figlioccia! Il Signor Biondelli, la mise sul tram giusto che la portò direttamente a San Giovanni. Intanto lì a casa: i signori Vincenzo e Penelope erano distrutti dalla preoccupazione e dalla lacerante attesa del ritorno a casa della loro “Annuccia”, stavano difatti per chiamare la polizia credendo che Anna si fosse perduta nei meandri della Capitale. A casa loro era arrivato agitato e preoccupato anche il Segretario fascista del Rione Appio…. Anna bussò all’uscio di casa Grumelli, la signora Penelope accorse ad aprire aspettandosi il peggio, ma appena la vide esultò per la gioia in un attimo ritrovata: <<Anna! Anna! Sei tornata finalmente…. Eravamo in pena hai detto “una passeggiata”, ma da questa mattina che manchi…. Non sapevamo più cosa pensare…. Oh, Annuccia finalmente sei qui!>> Anche il signor Vincenzo Grumelli accorse nell’atrio: <<Anna, cara, ma si può sapere dove sei stata tutto questo tempo?>> Così Anna che solo ora, tutta presa da quella sua importantissima missione, si era veramente resa conto di quanto li aveva fatti penare, con un filo di voce, rispose: <<Al Palazzo del Littorio…. Nella Stanza di Starace…. Ma lui non c’era e non c’era neppure Mussolini!>> Così intervenne il Segretario fascista del Rione Appio pensando che ormai tutto fosse perduto e che neanche lui potesse più nulla: <<Benedetta ragazza perché hai voluto fare di testa tua, ti avevo detto che avrei pensato a tutto io!>> Anna profondamente, lacerata da tutte quelle intense emozioni della giornata, scoppiò a piangere, quasi a volersi sfogare finalmente, e tra le lacrime disse: <<Lo so, lo so…. Ho sbagliato, la lettera ormai è perduta…. Hanno voluto che la consegnassi, me l’ha presa il signore con la fascia a tracolla, in fondo al tavolo.>> E mentre lei continuava a singhiozzare in un pianto dirotto e liberatorio, il Segretario generale, le mostrò una foto che sempre portava con sé: <<A chi di questi signori hai consegnato la lettera?>> E Anna roca rispose: <<A questo qui!>> <<E questo è Starace! Cara Anna, hai fatto più di quanto avrei potuto fare io! Torna tranquilla dalla tua Famiglia che tutto è sistemato!>>L’indomani Anna lasciò la bella casa dei Signori Grumelli, quella fu l’ultima volta che li vide, e tornò al paese. Qui ad attenderla tutta la sua famiglia, ansiosa di sapere come erano andate le cose a Roma. <<Tutto bene!>> Anna raccontò loro, tutto nei minimi particolari: <<Sabato arriva per noi la Delegazione da Viterbo!>>

Il sabato mattina infatti, il parroco, Don Giovanni Severi si recò a casa Mariottini a radunare tutta la Famiglia per accompagnarli in municipio, dove il Podestà ed altri Fascisti li attendevano. Don Giovanni Severi con voce agitata ed ansiosa: <<Dovete venire con me, non c’è tempo da perdere…. C’è un’intera federazione che vi attende su al comune…. Non lo so perché vi cercano…. Ma io mi trovavo lì, per il campanile e…. Il Podestà mi ha subito inviato a chiamarvi. Forza figlioli, non c’è un momento da perdere! Ma che avrete mai combinato, anime belle?>> E mentre di corsa uscivano di casa Don Severi, Padre, Madre ed Anna, per recarsi all’atteso appuntamento, Anna era sorridente perché tra poco avrebbe assaporato il gusto della vittoria e della giustizia fatta, così sussurrò all’orecchio di Don Giovanni Severi: <<Non temete padre Giovanni, non sono qui per noi, ma per il Podestà!. Ecco perché aveva fretta di trovarci. E se l’intuito non mi inganna forse ha furia di porgerci le sue scuse davanti a chi di dovere, prima che per lui sia troppo tardi!>> Don Giovanni dubbioso chiese: <<Chiedervi scusa…. E che vi ha fatto?>> E Anna con soddisfazione nella voce rispose: <<Venite con noi padre e lo saprete presto!>> Prima di entrare in municipio il parroco preoccupato da tutto quell’incomprensibile scambio di parole quasi in codice per lui, fece solo in tempo ad aggiungere: <<Oh, San Mamiliano aiutaci tu…. Su via, siamo arrivati, entriamo!>>

Era infatti realmente arrivata la Federazione da Viterbo. A parlare furono solo i Federati, che imposero al Podestà di non intaccare più d’ora innanzi l’Onore della Famiglia Mariottini. La Casa sarebbe rimasta loro per sempre, e per un anno avrebbero avuto pure la pigione pagata! Un gran risultato raggiunto! Il podestà era come un cane bastonato, al quale avevano calpestato ripetutamente la coda, di fronte la commissione Fascista aveva sempre tenuto lo sguardo basso, non l’alzò neanche per guardare dritta negli occhi quella ragazzina che gliela aveva fatta, e come se gliela aveva fatta! Tanto che Anna non poté uscire dalla stanza senza attirare su di sé la sua attenzione e replicare a quell’offesa che portava ormai da giorni nel cuore: <<Hai visto, Carbonaro, che ci sono arrivata alla fonte viva!>>

Trovarono così conclusione, in quegli anni di guerra, di fame, e di povertà, le peripezie scaturite da un abuso di potere, che per una settimana la Famiglia Mariottini, aveva dovuto subire! Ah, a proposito, come avrete ben capito questa non è una storia di fantasia o di sola ambientazione storica, ma un storia di vita veramente vissuta, e quella audace ragazzina di 16 anni, oggi con mio profondo orgoglio è mia Nonna!

Dedicato al grande cuore di mia nonna, Maestra di vita!

Monia Di Biagio


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NOTE AL RACCONTO: “Il vestito celeste” racconto con il quale, Monia Di Biagio, ha partecipato al Premio di Letteratura inedita “Il racconto ritrovato”, una seconda versione inedita di questo racconto è stata rivisitata con l’aggiunta di dialoghi per farne una versione cinematografica, per il prestigioso Premio G.S.Open 2003. Quella che è preceduta è la versione completa, così realizzata e composta per farne (al buon cuore di qualche Regista) un soggetto cinematografico.
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Questo racconto è tratto da “Destini”: Racconti di Vita, di Sogni, d’Amore e di Fantasia. Copyright © 2009 [Monia Di Biagio]. ® Tutti i diritti riservati.

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Gio Mar 19, 2009 1:51 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Gio Mar 19, 2009 1:49 pm    Oggetto:  
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smile 124 Ho ultimamente revisionato, aggiornato, rivisto, corretto e modificato questo racconto.... Un bel "Total Lifting" insomma: e ora mi piace di più!
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