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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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"TRA FANTASIA E REALTA': L'ITALIA SI RACCONTA"
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maristella







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maristella is offline 

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Impiego: scrittrice
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MessaggioInviato: Mer Feb 11, 2009 2:49 am    Oggetto:  ecco il mio racconto!
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Allora questo è il racconto che ho scritto, spero che vi piaccia!

LA CASERMA MALEDETTA

Erano tempi pieni di sole. Erano tempi di gelati, caramelle e patatine; erano tempi colorati e appiccicaticci. Erano notti di nascondino e stelle cadenti, era così tutte le estati, immancabilmente, sempre uguali e bellissime. Sapevi cosa dovevi aspettarti…e questo era semplicemente meraviglioso.
Ad agosto ogni anno ci ritrovavamo tutti lì, nel nostro piccolo paese, affollato solo in quel mese, divertente come nessun’ altra cosa al mondo e noi eravamo speciali, spensierati e felici… più che mai.
Lì è tutto in miniatura, tutte le case, le ville e i giardinetti sembrano un solo grande palazzo; una volta, di notte, sono rimasta seduta da sola, al confine tra il mio paese e la stradina che lo collega al resto del mondo, ed era tutto magicamente immobile, illuminato dalla luce gialla dei lampioni, con le case ferme e colorate, sempre uguali e bellissime. Ero seduta nell’ultimo angolo di quel piccolo mondo, l’ultimo pezzo del mio territorio, e faceva caldo, ed era accogliente e anche se mi trovavo in piena notte e non c’era nessuno, mi sentivo protetta come dentro casa, così tanto che mi sarei potuta stendere su quel marciapiede e rimanere lì in attesa, di un sogno, di un principe azzurro, oppure soltanto in attesa di chiudere gli occhi e sentirmi in pace.
Ma poi i rumori della piazza mi hanno distratta e sono dovuta correre di nuovo giù, dai miei amici per incominciare un’altra serata, simile alle altre, ma sempre emozionante.
Siamo una ventina a contarci bene, qualcuno c’è sempre, altri a volte non si fanno vedere. Sono l’unica donna qui in mezzo, e mi piace . Sono un po’ maschiaccio, un po’ prima donna, sono fiera di essere solo io tra di loro, perché vuol dire che mi distinguo, che posso essere apprezzata come amica, vuol dire tante cose.
Tutti mi fanno un po’ la corte, chi più, chi meno, chi per anni, chi per una sola estate ed io non vedo in particolare nessuno, perché siamo felici e giochiamo e ci nascondiamo ovunque tutta la notte e abbiamo pochi anni per farlo, dopo cambierà tutto e non abbiamo tempo da perdere o baci da sprecare.
La notte quando tornavo a casa c’erano le mie sorelle e le me cugine sveglie; e noi insieme cucinavamo i tortellini a mezzanotte, di nascosto, e giocavamo a tennis nel nostro giardino che si trovava lì al secondo piano della nostra splendida casa antica e ridevamo tanto, fuori al freddo con le coperte sulle spalle dentro una tenda, ridevamo per nessuna cosa in particolare ed era tutto perfetto. E la musica di quelle estati era triste, e malinconica, così quando poi si ritornava in città a settembre lei mi rimaneva in testa e la nostalgia mi invadeva piano piano tanto da rendere buio tutto quello che mi stava intorno.
Il 16 di agosto organizzavamo scampagnate in un posto dove si raccoglievano le more e dove c’era ua grande fontana al centro e accanto un tavolo da pic nic; ricordo che in una di quelle mattinate assolate un mio amico una volta è caduto in un cespuglio pieno di spine,soltanto per prendermi una grande mora succosa e credo che abbia ancora quelle cicatrici addosso, ferme lì a ricordargli di quegli anni. Quel piccolo bosco si trovava proprio sopra ad un mattatoio e noi andavamo a sbirciare dalla porta semiaperta da dove vedevamo le pelli appese e annusavamo quell’odore strano di carne. Girano tante leggende su quel posto, si dice che lì la notte si riuniscano le streghe e noi a volte ci andavamo impauriti al buio per vedere cosa ci poteva succedere, pare che si sentissero delle voci o dei canti, ma purtroppo io non li ho sentiti mai. Ricordo che ero impaurita e stavo stretta stretta ai miei amici e mi sentivo così unita a loro, e mi fidavo così tanto da pensare che mai niente ci avrebbe divisi e che sarebbe stato sempre tutto così fresco e bello.
Un’altra cosa che ricordo di quelle estati è che adoravo le fragoline di bosco che crescevano in un angolo del mio giardino;la mattina le mangiavo tutte e dopo pranzo arrivavano i miei amici e passavamo il pomeriggio da me, perché io ho una casa molto grande e antica con dodici stanze in cui rincorrersi e in cui giocare a nascondino rischiando quasi di non trovarsi più. A tutti i miei amici ha sempre fatto un po’ paura, gira voce che nell’ultima stanza ci sia un fantasma in un angolo e forse è vero perché non ci va quasi mai nessuno ed io quando ci passo vicino posso sentire ancora un soffio freddo che proviene dalla porta e non ci entro per rispetto e per paura..saranno tanti anni che è lì, in fondo è un po’ camera sua.
Ed io e miei amici ci arrampicavamo sugli alberi, e passavamo giornate intere giù al fiume pieno di zanzare a tuffarci o a pescare. Una volta sono affondata fino alla vita e per il peso dei jeans inzuppati non riuscivo neanche a tornare a casa, mentre i miei amici si ribaltavano dalle risate. E nella mia casa , e nella mia splendida camera, mi rinchiudevo con la musica alta, per vorticare fino a farmi girare la testa e per pensare ai miei amori o ai miei sogni, per sentirmi male e poi lanciarmi sul mio splendido divano vede, rovinato dal tempo, profumato di polvere, antico anche lui come ogni cosa in quel posto, come lo sono anche io quando ci vado.
Il ritrovo era in piazza, c’era un bar e una sala giochi e a noi bastava questo, poi più tardi andavamo lontano, in un posto dove le stelle sembrano accarezzarti i capelli. Gli occhi si illuminano con quei pezzetti di luce che sono così grandi e vicini, che la notte di san lorenzo sembrano piombarti addosso. Quello è il posto più buio che conosco, e il più pieno di luce, e dopo aver espresso i nostri desideri passeggiavamo al buio fino ad arrivare al ponte per poi scappare nei campi di pannocchie e rubarne un po’.
Un altro evento importante erano le sagre, due ad agosto, dove a volte servivamo ai tavoli e in cambio potevamo avere tutte le bibite che volevamo e alla fine quando tutti se n’erano andati via, la piazza diventava la nostra sala da pranzo e mangiavamo tutti insieme, stanchi, affamati e divertiti.
Ed era bello anche passeggiare nei vicoli con le vecchiette sempre sedute ai soliti posti che ti scrutavani e ogni giorno ti domandavano chi eri e chi erano i tuoi parenti, sempre con le stesse domande e con le stesse espressioni sul viso, pronte ad interrogare chiunque passi nel loro territorio, come se fosse un rito, una dogana o qualcosa di doveroso da fare.

Ogni estate c’era una nuova avventura, il mio è un paese pieno di leggende. Sulle porte ci sono delle scope per allontanare le streghe e la cosa più misteriosa è la grande caserma abbandonata che affaccia direttamente sul mio giardino. Dove tutti hanno paura di andare di notte perchè nonostante lì dentro non ci sia corrente io da casa mia vedo delle luci accendersi e spegnersi di continuo…a volte.
Si dice che ci siano delle gocce di sangue sul pavimento e che le celle nascoste nelle segrete siano piene di trappole e di ossa.
Un mio amico giura che una goccia di quel sangue gli sia colata sulla mano una notte in cui aveva fatto una spedizione per scoprire se era vero quello che si diceva.
E siamo stati tutta una serata a guardare i cespugli che spuntavano dal cancello sempre aperto, perché i fiori bianchi che li coprivano sembravano occhi… e ci siamo convinti che quelli erano gli occhi del guardiano della caserma. Io l’ho visto sapete?
Con i miei di occhi…aveva dei capelli folti e grigi e spettinati e in un pomeriggio assolato era steso nel giardino di fronte all’edificio maledetto , tra le piante di rose e le erbacce, con le braccia piegate dietro la testa, a guardare il cielo o il mio giardino oltre la ringhiera.
Ci volle coraggio e varie riunioni per decidere di andare ad esplorarla, speravamo di trovare il cunicolo che la collegava con le segrete del castello, ormai distrutto, oppure i cunicoli che dovevano passare sotto tutto il paese come serpenti segreti . Decidemmo di fare questa spedizione di pomeriggio, perché col sole i fantasmi fanno meno paura. Eravamo in dieci, tutti impauriti e con la voglia di dimostrare che eravamo forti, soprattutto io, l’unica ragazza, quella che meno di tutti doveva far trapelare la paura. La porta era grande e verde, rotta da chissà chi e aperta, il giardino abbandonato era malinconico e bellissimo visto da vicino e se mi sporgevo un po’ dalla ringhiera vedevo casa mia e i miei fiori. Un bel respiro di gruppo e poi il più coraggioso spalanca la porta col battente di ferro e la testa di un leone. Il pavimento era bianco e scolorito, le pareti con ancora qualche traccia di blu e a terra c’era un’enorme crepa che tutti dovevamo aggirare lentamente per andare avanti e per non cadere, si vedevano le celle lì giù, con le porte tutte aperte come se i prigionieri fossero scappati tutti insieme senza richiudersele dietro.
Con la paura di precipitare giù arrivammo alle scale che portavano al piano superiore, dove c’erano corridoio luminosi e porte di legno tutte azzurre e scorticate. D’improvviso mi ritrovai sola e sentii un urlo, tutti incominciarono a correre all’impazzata fino ad arrivare a soccorrere il nostro amico che aveva urlato. Arrivammo trafelati in quella stanza per scoprirlo con in mano uno strano aggeggio di ferro, una specie di catena attaccata a qualcos’altro, forse una trappola o uno strumento di tortura, forse un pezzo di ferro qualunque, fatto sta che lui lo teneva in mano senza pensare che poteva essere la cosa più pericolosa e piena di sangue di tutto quel posto maledetto; e come se se ne fosse reso conto di colpo la lasciò andare e quella cosa cadde con un enorme tonfo, così forte che tutti ci aspettavamo di vederla bucare il pavimento e cadere giù. Scappamo tutti insieme verso un’altra scala, piccola e stretta senz’aria e dopo un numero incalcolabile di scalini arrivamo al piano di sopra. Passammo per una piccola finestra per poi sbucare in un altro piccolo giardino, ancora più in alto, ancora più colmo di rose e del loro profumo, tutte rosse e bianche, che si arrampicavano su una rete che ci proteggeva dal cadere giù ed io toccavo i petali e non potevo credere che tutto quello fosse maledetto, era così delicato e magico e il profumo mi rimase impresso per giorni interi, chissà se era il guardiano dai capelli grigi a curare quelle rose, chissà se era vivo oppure avevo visto un fantasma. Dovevamo andare via , perché era vietato entrare lì e qualcuno poteva vederci e allora corremmo indietro giù per le scale, fino alla stanzetta con lo strano strumento che magicamente non c’era più. Forse il guardiano l’aveva rimesso al suo posto o forse uno dei miei amici l’aveva nascosto per terrorizzarci, non lo so, so solo che scappammo ancora più forte senza dirci niente, rischiano quasi di cadere nelle celle che si intravedevano dal grosso buco al piano inferiore. E corremmo ancora, anche dopo essere usciti, spinti dalla paura e dall’adrenalina correvamo per i vicoli, sotto gli alberi, tutti insieme per fermarci molto dopo, esausti, tutti con lo stesso colore degli occhi e con le stesse mani…io con qualche petalo di rosa in tasca, per ricordarmi di quel giardino e di quella giornata, per portarne un pezzetto con me.
L’entrata del passaggio segreto per il castello non l’abbiamo mai trovata. La caserma è ancora lì e ancora mi affascina e mi inquieta allo stesso modo, rimane maledetta e magica, rimane quello che è, arancione e con le luci che si accendono e si spengono di notte; e quelle rose continuano a crescere e ad invadere tutto anche dopo tanti anni. Di sangue quel pomeriggio non ne abbiamo visto,anche se qualcuno dei miei amici può giurare di si, le ossa forse ormai si erano consumate e sgretolate come la vernice sui muri. Il castello è crollato, ma lei rimane ancora uguale ed imponente e nessuno in paese penserebbe di abbatterla o di riusarla altrimenti il guardiano potrebbe impazzire e riempirci di rose e di spine fino a far sparire tutto.
Conoscono ogni pietra di quelle strade, ogni crepa nel muro, e i miei amici sono cresciuti con me e torniamo ancora lì tutte le estati e anche se non è lo stesso, anche se le caramelle e le patatine non bastano più, anche se siamo cambiati , e ci siamo persi e allontanati, tutto questo ci legerà comunque, tutti i nostri ricordi si ripeteranno sempre uguali nella testa .
Anche se molti pezzi si sono persi o corrotti col tempo, e le invidie e gli amori si sono consumati, tutto questo rimarrà perfetto e intatto e pulito nel tempo. E i primi baci rimarranno cristallizzati tra quei prati e i miei occhi saranno sempre gli stessi ogni volta che poserò lo sguardo sul mio paese e sui miei amici. Ed io infondo resto sempre la stessa, con tanti sogni e qualche petalo di rosa non in tasca, ma nel cuore.

Maristella Occhionero
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MessaggioInviato: Mer Feb 11, 2009 2:49 am    Oggetto: Adv






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maddy80







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MessaggioInviato: Ven Feb 20, 2009 4:45 pm    Oggetto:  
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Salve a tutti!!!
ma mi chiedevo come sta andando questo progetto? Sta andando avanti?
Fateci sapere smile 4
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maristella







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MessaggioInviato: Sab Feb 21, 2009 1:03 am    Oggetto:  
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salve a tutti! anche io volevo sapere se sta andando avanti. volevo chiedere anche una cosa a monia, ti è arrivata l'email con i miei dati ?perchè poi non ho saputo più niente.
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francescogale







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MessaggioInviato: Sab Feb 21, 2009 2:47 pm    Oggetto:  
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Ciao Ragazze, scusate se sono io a rispondere al posto di Monia! A tale proposito vi dirò che anch'io ho mandato più d'una mail a Monia ma non ho avuto risposta!!! Riguardo a questo fatto ci tengo a precisare che è stata la stessa nostra Monia ad avvertire che aveva L'H. D. del suo pc in riparazione, sicchè bisogna pazientare!!!! Per il nostro progetto penso che vadi tutto bene: ci sono altri due mesi di tempo, alla scadenza prevista, e credo che ogni autore si regolerà in merito!!! "La calma è la virtù dei forti!" e noi siamo tuttti qui ad aspettare!!!! Ciao un salutone a tutti, intanto vi mando una mia poesia: andatela a leggere!!!! Francesco
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Feb 27, 2009 5:21 pm    Oggetto:  
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Grazie ragazzi SCUSATE IL RITARDO E L'ASSENZA!

MA BANDO ALLE CIANCE: ecco SIN DOVE SIAMO ARRIVATI (aprite l'allegato sotto)!

Ringrazio tutti i sinora presenti nel libro per il materiale (racconti, biografie, foto e liberatorie) SIETE GRANDIOSI!

Ora mi mancherebbero delle brevi Sinossi ai vostri racconti, troverete due esempi da seguire sul come scriverle (pressapoco) prima del mio racconto e prima di quello di Gian Battista Taddei.

Altre notizie in breve: io non ho ancora inserito la mia foto, perché me la devo ancora scattare con sullo sfondo il mio paese. Ma lo farò. Non tenete per ora conto di refusi o segni d'interpunzione nei racconti che passerò in seguito a rivedere più e più volte. Tenete conto che questa è una BOZZA e che potrà essere modificata sino a quella che verrà ritenuta la stesura definitiva. INFATTI qualsiasi cosa (che riguarda le vostre pagini personali) vorrete modificare potrà essere modificata!

Per ora GRAZIE A TUTTI VOI, ed ecco come procede la nostra raccolta:

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Mar Apr 21, 2009 12:14 pm, modificato 1 volta in totale
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Aquilone







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MessaggioInviato: Lun Mar 02, 2009 8:50 pm    Oggetto:  Il Lazio.
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Ciao Monia ciao Francesco, allego una storia della scrittrice Mariella Musitano che Io ho interpellato e Lei con gioia ha voluto partecipare mi faccio Io carico di postare il suo racconto aspettando il mio che spero arrivi presto ma a questo punto devo costruire sulla mia regione più vicina come l'umbria. Spero di averVi fato cosa gradita. Vi abbraccio come sempre e sto tornando piano piano....

Eva


La moto sfreccia veloce per le vie della città. Il sole si è lanciato da poco dietro l’orizzonte ed Eva si sente pervasa dalla frescura della sera che riesce a tonificarla in ogni parte del suo essere. La sensazione che prova quando si sente in sella al suo due ruote è di estrema libertà, riesce a percepire il vento, gli odori e i suoni di tutto ciò che la circonda. Le mette allegria e si diverte come una matta a sfrecciare fra le auto in fila, ferme in code interminabili mentre lei può dar sfoggio della sua abilità nel caos del traffico romano.
Guidare per lei è ritagliarsi uno spazio privato nel quale nessun altro può accedervi. Ed ora il suo cuore è ricolmo di gioia per quello che sente chiaramente vibrare nell’aria: ed è certa che questo suo sentore, che va al di là dei cinque sensi comunemente usati e maggiormente conosciuti, è reale quanto loro.
Passa le sue giornate dedicando nuovamente del tempo a se stessa. Sorride al pensiero di essere riuscita, dopo una brutta caduta dell’anima e un cuore andato letteralmente in frantumi, a riprendere in mano le redini della sua vita. Un brivido le percorre la schiena mentre scala la marcia dalla quarta alla terza e supera una macchina poco prima dell’inizio della curva che precede la via di casa. Si accosta alla destra della strada, rallenta e gira alla prima a destra.
Parcheggia la moto sotto la finestra del suo appartamento di periferia nel quale è vissuta da sempre e che è scenario della sua vita sempre diversa eppure sempre uguale. Ama il suo quartiere così colorato e simile ad un paese dove si sa tutto di tutti, dove nulla passa inosservato.
Trova così intimo vedere ancora i panni stesi fuori dalle finestre, le mille antenne che caratterizzano i tetti dei palazzi popolari. Nel cortile riecheggiano le grida dei bambini dove è possibile ancora respirare aria fresca sotto l’ombra degli alberi. Pietralata!
Quando era alle elementari la suora aveva coinvolto lei e i suoi compagni a raccontare del loro quartiere e così aveva scoperto che inizialmente si chiamava Pratalata perché considerato un immenso prato, poi, dopo la scoperta delle cave di tufo, il nome venne trasformato in quello attuale. Quanti scrittori avevano parlato di quelle vie, dei suoi abitanti, delle lotte per la sopravvivenza e delle attività di scolarizzazione affinché l’analfabetismo potesse essere solo un ricordo lontano, sottolineando i disagi di un quartiere di periferia? Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Alberto Moravia, lei li porta nel suo cuore e si sente orgogliosa di essere, grazie alle sue origini forse semplici ma che la fanno comunque sentire così ricca; questo ovviamente lo deve alla sua famiglia e ai sacrifici dei suoi genitori che le hanno permesso di giungere fin qua. Non lo può dimenticare ed è per questo che ha deciso di riprendere in mano le redini della sua vita, per dare il meglio, il massimo. Oggi ha deciso di non accontentarsi. Oggi ha dato un colpo di spugna al suo passato ed ora eccola sotto casa pronta a festeggiare in compagnia di chi le vuole bene.
Questa aria estiva, frizzante e avvolgente le dice che qualcosa cambierà, lo sente, lo vuole.
“È giunto il momento.” Dice tra se e se. Scende dalla moto e come sempre si toglie il casco, lo poggia sul manubrio e si rassetta i capelli che tiene legati per evitare che il vento glieli aggrovigli ancora di più, sono sempre più lunghi, ormai superano più di metà schiena. Chiude la moto e con lo sguardo si trova a guardar verso la finestra del salone: la luce è accesa, sua cugina è a casa che la aspetta per la loro serata a base di gelato, nutella e film strappalacrime. Lei ancora non sa delle importanti novità!
Con euforia si dirige saltellando come una bambina verso il portone incurante che qualcuno possa vederla prendendola per una matta e tenendo in bella vista il pacchetto contenente il gelato più buono di Roma come trofeo. Entra nel portone e sale le scale a due a due.
Rosa è intenta a leggere un libro sdraiata sul divano mentre lo stereo passa una canzone di Rino Gaetano, “nun t’aregghe chiu”.
“Quanti segni sul tuo cammino hai incontrato oggi?” L’apostrofa chiudendo il libro e fissandola con aria canzonatoria mentre Eva sorridente sistema il casco sull’appendi abiti. Nelle ultime settimane sembra infatti che l’unica cosa che rincorra siano i segni!!!
“Cara cugina, lo so che ti sembro matta, ma oggi l’universo mi ha inviato almeno una decina di segni!! Il più importante di tutti è stato quello di suggerirmi di passare da San Giovanni a comprare questa grande e buona vaschetta di gelato, senza conservanti che a te piace molto: mi sono permessa di scegliere come gusti il cioccolato, la meringa e per completare il quadretto un’ottima panna montata!!! Sono felice di riscoprirmi innamorata della vita. Oggi c’è da festeggiare!!! Non te l’ho ancora detto vero?”
“Cosa c’è da festeggiare e, soprattutto, no non me lo hai ancora detto.”
Eva incurante di proseguire il discorso, lascia Rosa seduta sul divano che la osserva incuriosita e rassegnata mentre lei si comincia a dar da fare per dare inizio alla festa. Preleva dalla cucina una bottiglia d’annata di un gustoso Nobile di Montepulciano, due bicchieri e il cavatappi.
Posa il tutto sul tavolo del salone, alza il volume dello stereo che nel frattempo sta trasmettendo la Bandabardò con la loro Disegnata e torna in cucina per prendere tutto l’occorrente per preparare due coppe di gelato.
Rosa si alza e le va incontro, apre la bottiglia di vino e lo versa.
“Considerando il tuo silenzio come un abile modo di farmi morire di curiosità, e notando la cura con cui stai preparando il tutto, sono certa che sarà una grande festa. Quindi sapendo cosa ti frulla per la testa da giorni mi viene da pensare che la buona novella sia l’averlo incontrato!!!”
Eva alza gli occhi dalla vaschetta del gelato e la guarda con aria interrogativa.
“E chi avrei dovuto incontrare?”
“Non l’hai incontrato suppongo. Certo che tutti questi segni sul tuo cammino allora proprio non riesco a capire a cosa servono.”
“Tu dici “Lui”? Oh no, ancora no, ma è una questione di giorni, ne sono certa, sento il suo odore nell’aria. Però non c’è solo Lui che conta nella mia vita!!! Come tu sai al primo posto ci sono Io e quindi oggi, mentre me ne stavo sulla riva del lago a scrivere il mio infinito Diario ho capito che è giunto il momento di rivoluzionare totalmente la mia vita!!! Resettamento generale. Ricomincio da capo. E quindi brindo al mio licenziamento!”
Con queste parole alza il bicchiere e lo avvicina a quello di Rosa per il brindisi. I suoi occhi brillano di nuova luce mentre pronuncia quelle parole. Sua cugina è più sconvolta dall’apprendimento della notizia che felice dell’inevitabile cambiamento che questa scelta comporta nella vita di Eva, pazza sempre di più a forza di inseguire segnali e cogliere segni.
“Di solito le persone brindano quando lo trovano un lavoro! No quando lo perdono! Ti sei persa un piccolo particolare, non trovi? Però se lo dici tu! Brindiamo alla tua nuova vita e soprattutto al tuo nuovo stato di disoccupata. Una in più in un Paese dove la mancanza di lavoro è la prerogativa dominante per noi giovani.”
“Oh Rosa, sei sempre stata troppo razionale, ma guardami: ho 29 anni, sono una bella ragazza nonché intelligente, ho una casa, una motocicletta e un piccolo gruzzoletto da parte. La vita mi sta sorridendo e io non posso deluderla accontentandomi di lavorare in un posto in cui non posso esprimere la mia arte, ma assecondare solo i grandi numeri delle vendite e del profitto della S.p.A. che mi ha assunta. E questo me lo ha suggerito proprio il lago di Martignano. E siccome ero dura di comprendonio me lo ha ripetuto più volte finché non ho fatto mio il suo consiglio proprio mentre sola soletta me ne stavo a nuotare nelle sue acque ancora non inquinate… lo sapevi infatti che è uno dei pochi laghi che resiste?”
Rosa è tornata a sedersi sul divano, ha poggiato il suo bicchiere vuoto sul tavolo ed ora è intenta a mangiarsi il gelato prima che si sciolga del tutto, mentre Eva pare non accorgersi di nient’altro oltre che dei suoi discorsi a volte logorroici e difficili da seguire.
“Il gelato!!! Si sta sciogliendo!”
La apostrofa semplicemente riportandola come solo lei sa fare alla realtà.
“Io capisco tutto, anche che tu ti sia stancata di servire cappuccini e caffè, ma non capisco cosa centri il lago con la sua acqua ancora incontaminata o quasi.”
Eva con la bocca piena di gelato non ce la fa a trattenere il suo entusiasmo:
“Centra eccome invece, io devo rimanere pura come le acque del lago e seguire il mio cuore. Cosa mi dice da una vita? Di credere in me stessa e di fare ciò che amo. Sono certa che troverò il lavoro adatto a me e finché non mi creo la giusta situazione di certo non lo posso trovare, quindi mi sono regalata i presupposti su cui lavorare.”
“Ovviamente smettendo di lavorare!!!”
“Ovviamente!”
“E la ricerca del tuo Lui?”
“Arriverà quando sarà il momento. Chissà che domani il lago non mi suggerisca anche dove potrò nuovamente incontrarlo!!!”
“Amo quel posto, ma se continui così dovrò proibirti di continuare ad andarci!!! I segnali sul tuo cammino ho paura che ti porteranno dritta dritta dentro un ospedale psichiatrico se continui così!”
“Ti piace il gelato?”
“Come sempre è il migliore di Roma!!!”
“Vedi che i segni allora non sbagliano?”
“Fra il comprare un gelato buono e licenziarsi c’è una grossa differenza.”
“Conosci il lago, la natura intorno a lui la fa da padrona con i suoi salici, i pioppi, le sue pietre vulcaniche e i cocci di un’epoca lontana che testimoniano quanto fosse importante quel posto già ai tempi dei romani; sono molto legata alla natura da sempre, stavo pensando di iscrivermi ad un corso di giardinaggio in autunno.
Oggi mi sono ritrovata a toccare la sabbia scura del lago, la prendevo fra le mie mani e la lasciavo ricadere lentamente. In questo semplice gesto ho sentito l’energia della Terra parlarmi mentre il sole con i suoi raggi mi scaldava e mi caricava di nuova forza. Oggi ero in sintonia con tutti gli elementi della Natura, il vento fresco mi scompigliava i capelli mentre i piedi erano immersi nelle acque di Martignano; la terra sprigionava il calore accumulato e il sole sembrava ardere dentro il mio cuore. Sono stata grata all’universo per le sensazioni che mi ha offerto e ho preso atto di me stessa. La vita è una per quel che ne sappiamo e il mondo ha bisogno di noi. Del meglio di noi e non di brutte copie sparse qua e là di qualcuno che non siamo. Se ognuno facesse quello per cui è stato spedito sul pianeta Terra, le cose non andrebbero poi così male. La Natura è importante per l’ecosistema di questo pianeta e per occuparci al meglio di lei dobbiamo imparare a conoscerla, a comprenderla. Voglio fare questo della mia vita.”
“Vuoi essere una paladina nella difesa dei diritti della natura? Giusto questo ci mancava a questo mondo. Come avremmo fatto se tu oggi non avessi avuto la tua illuminazione!!!”
“No, quello che voglio è imparare e conoscere le piante per poi insegnare alle persone il loro valore attraverso il mio lavoro e la mia parlantina, vorrei che la gente non si sentisse in imbarazzo nell’abbracciare un albero e si rendesse conto che senza di loro noi qui non ci saremmo perché tutto il nostro ecosistema è basato su questi esseri viventi belli e silenziosi che donano senza chiedere nulla in cambio.”
Rosa sospira ormai rassegnata, consapevole che non si può far nulla per riportare sua cugina sulla retta via della razionalità e del buon senso, si alza dal divano e si dirige verso il tavolo dove posa la coppetta del gelato e si mette a versare il secondo giro di vino. Il suo sdrammatizzare non vuol dire che non accetti le spiegazioni della cugina o che non le condivida, ma la fa sorridere il suo entusiasmo e la sua voglia di dare un senso alla sua vita. Non crede nei segni ed è dell’idea che la vita abbia poco di magico, ma poi quando sente la felicità di Eva riempire la stanza e ogni posto in cui lei si trova, allora un pochino spera di sbagliarsi e le augura con tutto il cuore che i segni siano segni e i sogni possano davvero colorare la tela della sua vita con i colori dell’arcobaleno.
Le porge il bicchiere e le sorride amorevolmente per poi brindare nuovamente con lei:
“Alla felicità!”

Mariella Musitano

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MessaggioInviato: Mar Mar 03, 2009 10:21 am    Oggetto:  
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Lascerò questo racconto on line, perché ben scritto, sebbene io non abbia il piacere di conoscere personalmente questa autrice. Ma sai più che bene, Sergio, che alle raccolte di Scritturalia, possono partecipare solo utenti (attivi e presenti, non solo nominalmente iscritti) di Scritturalia. Dunque, aspettiamo il tuo.
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MessaggioInviato: Ven Mar 06, 2009 6:04 pm    Oggetto:  
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grazie di aver pubblicato il mio racconto Sergio e grazie a te Monia per averlo lasciato... felice di far parte di Scritturalia!!!!
buongiorno a tutti
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occhiverdi








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MessaggioInviato: Lun Apr 20, 2009 4:10 pm    Oggetto:  
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Ecco finalmente il mio racconto, spero vada bene.

“UOMINI E LUPI”

E’ il racconto di una vicenda realmente accaduta, frammento di un passato lontanissimo e misterioso che attraverso le narrazioni di mia nonna e di mio padre è arrivato fino a me. Magicamente mi ha proiettata a ritroso nel tempo, un tempo senza date e senza altri riferimenti di rilievo, dove la fantasia ha colmato la lacune narrative, trasformando poche parole in una storia. Ed ecco uomini e lupi contrapposti nella lotta per la sopravvivenza e Zuanne, l’avo più lontano, che non s’è perso nell’oblio del passato.


Era una sera d’estate. Le abbondanti piogge primaverili avevano riempito i torrenti e i corsi d’acqua minori che solcavano le colline. Il gorgoglio nel fosso, che scorreva vicino alle case, rumoreggiava come una cascata.
Faceva caldo, più caldo del solito, ma forse era una sensazione condizionata dagli eventi. L’afa soffocante portava con sé un’umidità insopportabile.
Dal colle più alto un castello sovrastava la piana sottostante formata dall’incontro tra due valli, con una buona panoramica su una importante zona di collegamento tra pianura e montagna e tra pianura veneta e pianura friulana. Il castello era costituito dal mastio, situato sulla sommità del colle , e dal borgo sulle pendici sud-occidentali e meridionali, entrambi delimitati da una vasta cinta muraria. Al suo interno lo spazio era contrassegnato dalle case dei suoi abitanti, con gli orti, e i terreni recintati collocati su gradoni e dalle strade di uso comune.
Esternamente alle mura c’era il villaggio, formato da piccoli agglomerati di abitazioni sparsi qua e là. Fu in uno di questi che si svolse la vicenda qui narrata.

Un manipolo di persone : uomini, donne, vecchi e bambini, sopportavano con rassegnazione quell’atmosfera irrespirabile, il sudore impregnava le loro misere vesti appiccicandole alla pelle.
Nonostante ciò nessuno si sarebbe mosso dalla propria abitazione nella piccola borgata, un abitato di poche case che gridava la loro miseria, con il pavimento in terra battuta, ma che perlomeno davano un tetto ed un riparo.
Quella notte nessuno avrebbe dormito e neppure quelle successive, il sonno lo avevano perso da molto tempo e le notti erano perennemente tormentate. Avevano pregato e recitato rosari, perché era quello che potevano fare senza limiti, ma nulla sembrava esorcizzare quel demone che continuava ad infierire sulla loro disperazione.
Il lupo era considerato una presenza negativa, giudicato un castigo divino per chissà quali peccati, e la paura era una compagna inseparabile.
Ora però qualcosa era mutato, quella gente si era stancata di trascorrere le notti nel terrore, di subire ed accettare la sventura che la colpiva.
Tutto era stato deciso, tutto era pronto. Avevano lavorato fino a non sentire più le mani e le braccia, le schiene erano a pezzi, ed ora non rimaneva loro che aggrapparsi alla speranza che da quel momento diveniva più concreta.
Era l’occasione decisiva per stabilire chi fosse il più forte e sarebbe stato il padrone indiscusso di quelle terre e chi invece, al contrario, avrebbe dovuto soccombere e abbandonarle. Pertanto quella sera tutti erano ben svegli ed assorti ad ascoltare in lontananza ogni rumore.

Infine ecco lassù, dalla fitta boscaglia sulla collina, arrivano i primi ululati di richiamo. Gli uomini avevano ormai imparato a riconoscerli e a conoscere come si muoveva ed agiva il branco. Non doveva essere molto numeroso, quella era una zona piuttosto povera c’era a malapena cibo per gli esseri umani, figurarsi per i lupi: non erano però mai riusciti a contarli e questo aveva aumentato la prudenza.

Il capo branco si stava preparando alla discesa e tutti gli altri lo avrebbero seguito, tanto era forte in quelle fiere il senso della collettività. Rimanere uniti significava avere più possibilità di successo nella caccia e quindi non morire di fame.
In realtà la miseria non apparteneva solo agli uomini, anche i lupi sentivano la fame frustagli il corpo. Raramente erano stati avvistati di giorno. Si narrava che avessero sguardi che mettevano soggezione sino a paralizzare ogni muscolo. Il gioco di sguardi con la preda era il preludio all’aggressione.
Anche questo quegli uomini lo avevano imparato durante le veglie, nelle notti interminabili, ascoltando i racconti di chi aveva visto le belve e soprattutto di coloro che riportavano i passaparola, creatori di catene infinite e fantasiose.
Venivano riportate storie raccapriccianti di greggi attaccate di notte, ed occasionalmente anche di giorno, di persone dilaniate di cui solamente pochi resti trovavano sepoltura. Questi episodi coincidevano spesso con periodi di siccità, di carestia ed epidemie, quando trovare cibo si faceva problematico, così la foresta, le aree incolte e i pascoli potevano divenire luoghi di caccia e di raccolta sia per il lupo che per l’uomo.
Un giorno però giunse la notizia che altrove era stata avviata una vera e propria caccia all’animale, utilizzando trappole e metodi di vario genere.
C’era persino chi faceva il cacciatore di lupi di mestiere e questa cosa sembrava rendere bene. Ricevevano denaro per ogni capo ucciso e le femmine venivano pagate addirittura il doppio.
Dalla miriade di voci ed informazioni giunte a quella gente, cominciò a farsi reale la possibilità di una soluzione a quello che consideravano il maggiore dei loro mali.
Quella notte la paura, col trascorrere del tempo, era accresciuta diventando un peso soffocante,
tutti si stringevano gli uni agli altri, i piccoli infilavano la testa in grembo alle madri, tappandosi le orecchie con le piccole manine. In loro quelle emozioni si fondevano con l’eccitazione per un evento straordinario diverso dalla monotonia delle giornate sempre uguali.

Il branco cominciò a muoversi, gli ululati erano sempre più vicini, più acuti, più tremendi.
Poi tutto si fece quieto, ma la presenza delle fiere si percepiva nonostante la silenziosità e la fluidità dei movimenti.
Era solo questione di poco tempo ancora e si sarebbero sentiti i rumori di rami spezzati, di tonfi e di guaiti, di ululati di dolore e di ferite mortali.
Il primo a cadere nella fossa fu il capo branco e di seguito gli altri più prossimi a lui. L’animale scelto come vittima sacrificale aveva condotto il loro sensibilissimo olfatto fino alla trappola mortale.
Imbrogliati nei sensi, non videro oltre i rami messi ad arte sopra un intreccio di canne di palude per celare l’inganno.
Nel borgata nessuno sarebbe uscito ancora, bisognava attendere che il resto del branco, riconosciuto il pericolo, arretrasse di nuovo verso le alture e le proprie tane, quella non sarebbe stata notte per la caccia.
La fame che stringeva in una morsa dolorosa i loro corpi magri li rendeva disorientati e per un po’ incapaci di desistere, confusi da quel pericolo inatteso.
Gli ululati diventarono ringhi di rabbia e dolore, ma alla fine i pochi superstiti decisero di ritirarsi.
Albeggiava quando lentamente dalle case uscirono ombre di esseri umani coi volti tesi e stravolti, le mani strette a fucili, forconi, bastoni, tutto ciò che potesse essere necessario per difendersi.

Si avvicinarono al luogo da dove provenivano, ormai, solo guaiti. La paura aveva reso le loro gambe molli e malferme, le mani sudate scivolavano sugli attrezzi che stringevano con forza eccessiva.
Gli uomini si sporsero sugli orli delle buche, constatando con sollievo che erano della giusta profondità, da lì non sarebbe uscito nessuno, neppure se fosse sfuggito alle trappole che essi avevano collocato sul fondo delle fosse.
Le donne con i bambini rimasero sugli usci in ansiosa attesa.

Una leggera foschia nelle mattine precedenti, si era alzata dalle aree paludose avvolgendo tutta la pianura e salendo fino alle spesse mura che circondavano il castello.
Come ogni giorno Zuanne, un ragazzino che abitava in una delle borgate ai piedi delle colline, portò al pascolo le bastie che la famiglia possedeva, poche capre e pecore.
Attraversò alcuni terreni, si fermò nonostante le raccomandazioni del padre, ad ammirare gli alberi che offrivano sostegno ai tralci delle viti, erano olmi, aceri, frassini, e pioppi, sparsi in maniera più o meno fitta e regolare
Le viti erano tese tra un albero e l’altro e alcune legate su singole piante. Negli stessi terreni, accanto ai vigneti, veniva seminato il frumento, l’avena e il sorgo rosso.
Zuanne osservava tutto con grande interesse e fantasticava, come aveva sentito fare agli uomini, sulle previsioni per il raccolto di quell’anno.
Guardando i grappoli sognava il momento in cui passando di là né avrebbe rubato qualcuno, dagli acini dolcissimi, per acquietare la fame che né la colazione né il pranzo soddisfacevano.

Dal padre aveva imparato il nome delle piante, che crescevano su quella terra, e di ognuna ne conosceva l’utilità.
Qua e là c’era qualche albero da frutto, non molti e per questo motivo controllati a vista dai proprietari. Solo occasionalmente Zanne riusciva a rubare una mela o una pera.
Passando sul prato di un tale Silvestro, dove il foraggio falciato il giorno prima stava seccando, egli pensò che se l’estate continuava così la Perla avrebbe avuto di che sfamarsi anche per il prossimo inverno.

Quando il ragazzo raggiunse il fosso che separava due terreni confinanti, fece scendere gli animali, tra gli ontani, ad abbeverarsi e infine si fermò poco più in là tenendosi però vicino agli alberi e lasciò pascolare le bestie.
Le esortazioni di suo padre gli mettevano inquietudine, gli ripeteva di stare sempre in ascolto, vigile, di prestare attenzione a rumori strani, ma soprattutto gli aveva insegnato ad arrampicarsi sugli alberi velocemente e con agilità se si fosse trovato in una situazione di pericolo.
Quella dei lupi era un’ossessione, ma tutti, in quei giorni, sembravano presi da un’insolita frenesia .
Gli uomini stavano lavorando all’incrocio dove si congiungevano i sentieri che scendevano dalle colline. Da quel punto in poi si allargavano fino a diventare una stradina sterrata che portava direttamente alla principale via di collegamento con tutta la fascia pedemontana e la pianura antistante.

Quando Zuanne rientrò a casa quel pomeriggio, il sole era sceso fino all’orizzonte, rosso come il fuoco e come il fuoco era la tensione che infiammava gli animi, per tutto il borgo.
Intorno al focolare, prima di cena avevano recitato come al solito il rosario, e lì si sedettero dopo,
con un bicchiere di vino in mano come nelle grandi occasioni.
Zuanne guardò i fratelli e la sorella aggrappati alla madre e alla nonna, lui no, si sentiva grande, a lui affidavano i compiti più impegnativi.
Accompagnava il padre nella palude, con quel loro carretto sgangherato a caricarlo più del possibile
di strame e canne, dove aveva imparato a pescare qualche pesce che per un altro giorno, senza sfamarli, gli avrebbe permesso di andare avanti.
Anche quella sera sedeva accanto agli adulti, ascoltando in silenzio comprendeva la gravità del momento e l’importanza che avrebbe assunto quella notte, ma soprattutto cercava di nascondere la sua paura.
Non volle dormire e rimase ad ascoltare fino al mattino quando tutti gli uomini uscirono, muniti delle armi occasionali trovate in casa.
Si preparava a seguirli ma qualcuno lo fermò, rimase, così, deluso, sulla porta di casa ad aspettare.

E’ in questo modo che ho sempre immaginato fosse andata, mentre ascoltavo rapita i racconti di mia nonna e di mio padre, e nonostante le date e i riferimenti storici si siano persi con il trascorrere del tempo, non ho mai dubitato della veridicità del fatto accaduto.
Il tempo allora, appariva sempre uguale e misurarlo era l’ultimo dei pensieri. A scandirlo era il trascorrere delle stagioni, con gli stessi mestieri, le stesse incombenze, giorno dopo giorno, gesti sempre uguali divenuti rituali di vita, come le feste religiose e pagane che portavano un po’ d’allegria e distoglievano, per poco, dalla triste quotidianità.
La vita non dava garanzie di un futuro, ogni mattino era un dono del cielo. Le nascite e le morti venivano riportate nei registri parrocchiali e solo lì si conservavano le tracce del passaggio in questo mondo di quelle persone. Una di esse fu Zuanne.

Il borgo, ancora oggi, è abitato da alcuni discendenti di quegli uomini, che vollero dare a questa località un nome che ricordasse quanto vi era avvenuto. Da allora, si chiamò “ Bus dei Lof “ ossia buche dei lupi, nel dialetto locale.
Certo non per ricordare una vittoria o una sopraffazione, ma semplicemente a memoria di quell’avvenimento che, nella vita di una piccola comunità, lasciò un segno indelebile, segno da trasmettere, a chi sarebbe venuto in seguito, riportandolo sulla mappa storica del paese.
Quanto ai lupi, i sopravvissuti a quell’agguato, con molta probabilità, ormai allo sbando e senza più una guida, si allontanarono da quelle terre alla ricerca di un nuovo branco.
Quegli animali vissero le stesse sventure degli esseri umani, ma incarnarono nell’immaginario collettivo la figura del nemico, considerati alla stregua di un pericoloso fuorilegge.
Erano cacciatori coraggiosi ed intelligenti, con una notevole adattabilità, e non avevano intenzione di soccombere nella contesa del territorio e del cibo con l’uomo.
Si succedettero gli anni e le persecuzioni e la progressiva distruzione dell’habitat costrinsero i lupi ancora presenti ad arretrare sulle alture oltre le colline, relegati nei boschi finchè, molto tempo dopo, scomparvero.

Zuanne fu un mio avo che pur non sapendo scrivere, grazie al potere della tradizione orale, fece pervenire a mio padre questa storia, il quale l’affidò a sua volta ai propri figli con l’impegno di custodirla e mantenerla viva nella memoria.


Marisa Amadio
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Lun Apr 20, 2009 7:24 pm    Oggetto:  
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smile 20 Grazie Marisa, proprio un bel racconto sulla tradizione orale che io amo moltissimo ed è per questo che mi faccio sempre raccontare tante storie, specie da mia nonna, appena ne ho l'occasione.

Ora dovresti gentilmente inviarmi via e-mail a
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-una breve sinossi a questo racconto:
-10 righe di tua biografia;
-una tua foto, con sfondo il tuo paese in B/N;
-e la liberatoria alla pubblicazione.

Passerò poi ad inserire il tutto sulla raccolta, :0) compresa la mia di foto che finalmente ho avuto modo e tempo di scattarmi sulle rive del Lago di Bolsena!

A presto.

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MessaggioInviato: Mar Apr 21, 2009 11:19 am    Oggetto:  
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smile 20 Perfetto Marisa: veloce, puntuale e precisa come sempre. E' un piacere collaborare con te sul piano della scrittura e della lettura!

Ho salvato il tutto mi hai inviato nelle tua cartellina personale e ora passo a inserirlo in Raccolta.

Grazie infinite per la tua partecipazione, nella speranza per tutti che anche stavolta i nostri sforzi vengano premiati dalla pubblicazione cartacea.

P.S. Resto in attesa dello stesso materiale di cui sopra, da Maristella Occhionero, per l'inserimento in raccolta. Grazie.

NON RIESCO AD INSERIRE IN ALLEGATO: IL FILE AGGIORNATO DELLA RACCOLTA FIN DOVE SIAMO ARRIVATI ORA! SENTIRO' IL WEBMASTER PER SAPERE COSA DI TECNICO é ACCADUTO (...dato che io più di tanto sull'Administrator Panel, non OSO) INTANTO INVIO AGLI AUTORI PARTECIPANTI, L'ALLEGATO VIA E-MAIL. SCUSATE IL DISGUIDO, RISOLVEREMO PURE QUESTA ;0) !

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Gian Battista Taddei







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MessaggioInviato: Mar Apr 21, 2009 12:32 pm    Oggetto:  
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Monia,
Ho preso atto della situazione attuale in cui è il libro in nascita.
Io ho inoltrato tutto quanto dovevo, ma ora cosa devo fare?
Gian
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Apr 21, 2009 1:01 pm    Oggetto:  
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smile 30 Tu sei appostissimo Gian, attendiamo ora che anche gli altri Autori che si son fatti avanti, partecipino alla raccolta.

Ho appena inviato una e-mail con allegato il file aggiornato della raccolta a tutti voi.

Ciao Gian e buona giornata.

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maddy80







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MessaggioInviato: Sab Apr 25, 2009 7:49 pm    Oggetto:  
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Bene a piccoli passi, tassello dopo tassello, questo libro sta andando avanti con successo... smile 4
ho letto con piacere anche gli altri racconti, con stile di scrittura diversa, ciascuno di noi racconta una parte dell'Italia che gli appartiene, e con piacere dico che sono tutti dei belli racconti...
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