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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Pensare la Morte
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Autore Messaggio
Marco








Registrato: 08/06/09 14:55
Messaggi: 14
Marco is offline 






MessaggioInviato: Ven Giu 12, 2009 9:43 pm    Oggetto:  Pensare la Morte
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Pubblico qui questo mio articolo che dovrebbe essere pubblicato nel numero del mese di Luglio de "Il Saggio",mensile di cultura della città di Eboli.Ogni informazione,critica o semplice parere è bene accetto,anzi sarebbe davvero gradito :)

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"Chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire.”
Cosi’ inneggiava Giacomo Leopardi nel celebre Zibaldone,il suo personale diario di scritti e appunti,forse a sottolineare il coraggio necessario per affrontare la morte.Si,proprio lei,la Morte.Per quanto noi moderni occidentali oggi ci sforziamo pateticamente di crederci onnipotenti e invincibili,grazie soprattutto allo sviluppo inarrestabile della medicina,della scienza e della tecnologia,ci ritroveremo prima o poi dinanzi alla vecchia Signora con la falce,che ci piaccia o no.Oserei dire che è proprio la consapevolezza di finire all’altro mondo che ci riconduce alla nostra dimensione ancestrale,primordiale,quella che ci rende uguali ad un uomo primitivo,ad un mercante vissuto nel ‘500 o ad un borghese di fine ‘800.
A partire dagli anni ’70 si è innescato un processo di individualizzazione dilagante in ogni parte della società.La fine dei conflitti mondiali,i diritti conquistati dopo il ’68 con i movimenti studenteschi e femministi,la maggior partecipazione politica hanno ribadito al mondo,o meglio al Nord del mondo,il valore della vita dell’individuo come qualcosa di incomparabile,di assolutamente primario.Insomma,il bene della persona è oggi al di sopra di tutto e non è un caso che la maggior parte delle costituzioni occidentali europee si basino sul diritto dell’individuo come bene inestimabile.
Questo però ha prodotto un inaspettato quanto inevitabile effetto perverso:se è vero che l’importanza dell’individuo è al di sopra di tutto,allora ognuno di noi è al di sopra di tutto,allora IO sono al di sopra di tutto.E’ facile capire,quindi,come ciascuno di noi veda il proprio mondo come unico,speciale,irripetibile;veda il proprio dolore come il più forte;veda la propria morte come la più ingiusta,assurda e immeritata,quasi a chiederci «perché proprio io? » .
La morte oggi è un tabù:se ne parla poco,si evita nei ragionamenti,nominarla in pubblico provoca il più delle volte fastidio,dissenso,disagio,paura.Già,oggi pensare la morte è impensabile,concedetemi il gioco di parole.Eppure anche questo a noi sembra ovvio,pensiamo che sia sempre stato cosi’.Ma ci sbagliamo.
Certo,da sempre la fine della vita è vista come un’atroce pena,un fardello sconcertante,ma tuttavia dobbiamo convenire sul fatto che in passato la morte era più “accettata”.Esatto,la morte veniva addomesticata,addolcita,interiorizzata.Nel ‘500 o nel ‘600,per esempio,i bambini si riunivano intorno al letto del padre in fin di vita tornato dalla guerra,piangevano tutti insieme,la famiglia si stringeva intorno al caro e pregavano,recitavano il loro ultimo saluto,lo affidavano ad un dio.Lo strazio rendeva onore al caro morente.Era un eore e lo era anche nella morte.C’era nell’animo della gente quella oscura consapevolezza che non ci fosse niente da fare,che doveva andare cosi’,che era destino.Il fato non si poteva controllare.Certo,è vero,la presa sulle coscienze da parte della religione era molto più penetrante e riusciva a convincere molto più intimamente rispetto ad oggi,ma culturalmente “morire“ non era niente di anormale.
Oggi tutto ciò si è perso.Si è perso,a causa dell’atomizzazione della società,il senso di comunità,il senso dei legami personali,il senso dell’agire comune collettivo.In sostanza ci sentiamo molto più soli dei nostri nonni e dei nostri genitori,sentiamo distanti e lontane le vecchie generazioni.Siamo convinti di non avere niente in comune con i nostri avi,come se loro non fossero uomini o lo fossero in modo diverso.
Riconsiderare invece da una prospettiva globale la morte servirebbe a tutti noi per sentirci parte di una catena biologica,di un sistema di essenze vitali che non è nato con noi e che con noi non finirà.Sentirci più simili agli altri servirebbe a farci accettare la terribile verità che la nostra esistenza è finita,che in un modo o nell’altro moriremo anche noi,e che soprattutto in questo non c’è niente di non umano.
Concludo citando il sempreverde Woody Allen,che credo riassuma benissimo e con simpatia l’angoscia contemporanea legata al sentimento della morte:
“Non è che ho paura di morire.E’ che non vorrei essere li’ quando succede”.

Marco Vivolo
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Adv



MessaggioInviato: Ven Giu 12, 2009 9:43 pm    Oggetto: Adv





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romina







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Registrato: 08/10/07 11:21
Messaggi: 108
romina is offline 

Località: bari




MessaggioInviato: Lun Giu 22, 2009 1:39 pm    Oggetto:  
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Ciao Marco, benvenuto!

Trovo il tema da te affrontato molto interessante, come il tuo approccio... piuttosto critico, se per critica s'intende andare a fondo, per cogliere il senso più profondo dei fenomeni etc etc.
Un approccio il tuo, oserei dire, a metà strada.
La morte il mistero dei misteri.
Decisi di dare un esame, ricordo, perchè trattava proprio questo tema.

Non so se hai avuto modo di leggerlo... ti consiglio comunque un libro che calza a pennello:
è di
Jankelevitch Vladimir e si intitola
Pensare la morte?

Ciao!
Ro
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Marco








Registrato: 08/06/09 14:55
Messaggi: 14
Marco is offline 






MessaggioInviato: Ven Giu 26, 2009 4:30 pm    Oggetto:  
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grazie mille per la lettura e per il libro,cercherò di leggerlo.Io ne ho letto uno davvero interessante intitolato La Morte,Gianfranco Pecchinenda.
Te lo consiglio,visto che siamo in ambito di letture consigliate.
Grazie e a presto!
Marco
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