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Il Manoscritto Voynich
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mer Mar 26, 2008 11:35 am    Oggetto:  Il Manoscritto Voynich
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Ho seguito l'altra sera su Voyager questa interessante e affascinante storia di un libro misterioso... Ve la ripropongo qui di seguito ;0) .

Manoscritto Voynich

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Una delle piante raffigurate nella sezione cosiddetta botanica, pagina 34.

Il manoscritto Voynich è un libro in forma di manoscritto: contiene descrizioni di piante sconosciute scritte in una lingua misteriosa ed indecifrabile, cosa che lo ha messo al centro di numerose speculazioni legate alla sua origine misteriosa.

È un tomo di dimensioni piuttosto ridotte: 16 cm di larghezza, 22 di altezza e 4 di spessore. Consta di 102 fogli, per un totale di 204 pagine. La rilegatura porta tuttavia a ritenere che originariamente comprendesse 116 fogli e che 14 si siano smarriti. Tutto il manoscritto è fittamente coperto da una scrittura sconosciuta; si è calcolato che sono quasi 250.000 i caratteri che formano il misterioso testo, le cui principali caratteristiche quantitative sono le seguenti: le "parole" sono 4182; di queste 1284 sono presenti più di una volta; 308 appaiono da otto volte in su; 184 da quindici volte in su; 23 sono presenti da cento volte in su.

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Estratto del manoscritto

Fanno da corredo al testo una notevole quantità di illustrazioni a colori, ritraenti i soggetti più svariati: proprio i disegni lasciano intravedere la natura del manoscritto, venendo di conseguenza scelti come punto di riferimento per la suddivisione dello stesso in diverse sezioni, a seconda del tema delle illustrazioni:

Sezione I (fogli 1-66): chiamata botanica, contiene 113 disegni di piante sconosciute.
Sezione II (fogli 67-73): chiamata astronomica o astrologica, presenta 25 diagrammi che sembrano richiamare delle stelle. Vi si riconoscono anche alcuni segni zodiacali. Anche in questo caso risulta alquanto arduo stabilire di cosa effettivamente tratti questa sezione.
Sezione III (fogli 75-86): chiamata biologica, nomenclatura dovuta esclusivamente alla presenza di numerose figure femminili nude, sovente immerse fino al ginocchio in strane vasche intercomunicanti contenenti un liquido scuro.
Subito dopo questa sezione vi è un foglio ripiegato sei volte, raffigurante nove medaglioni con immagini di stelle o figure vagamente simili a cellule, raggiere di petali e fasci di tubi.

Sezione IV (fogli 87-102): detta farmacologica, per via delle immagini di ampolle e fiale dalla forma analoga a quella dei contenitori presenti nelle antiche farmacie. In questa sezione vi sono anche disegni di piccole piante e radici, presumibilmente erbe medicinali.
L'ultima sezione del Manoscritto Voynich comincia dal foglio 103 e prosegue sino alla fine. Non vi figura alcuna immagine, fatte salve delle stelline a sinistra delle righe, ragion per cui si è portati a credere che si tratti di una sorta di indice.

La teoria oggi consolidata è che il manoscritto sia stato creato ad arte come falso nel XVI secolo, per perpetrare una truffa: molto probabilmente il truffatore sarebbe stato l'astrologo mago e falsario inglese Edward Kelley aiutato dal brillante filosofo John Dee e la vittima sarebbe stata Rodolfo II.

Il manoscritto Voynich, del quale non esistono copie, è attualmente conservato presso la Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell'Università di Yale, negli Stati Uniti.

Indice [in questa pagina]:

1 Il ritrovamento
2 Analisi crittografiche
3 L'ipotesi della lingua filosofica
4 Una possibile soluzione del mistero
5 Note
6 Bibliografia
7 Voci correlate
8 Collegamenti esterni

Il ritrovamento

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Alcune delle figure femminili della sezione biologica, pag. 81.

Il manoscritto Voynich, universalmente noto come il libro più misterioso del mondo, deve il suo nome a Wilfrid Voynich, un mercante di libri rari statunitense che lo acquistò dai gesuiti di Villa Mondragone, nei pressi di Frascati, nel 1912. I gesuiti necessitavano di fondi per restaurare la villa, e vendettero a Voynich trenta volumi, tra cui quello misterioso.

Voynich rinvenne, all'interno del libro, una lettera di Johannes Marcus Marci (1595-1667), medico reale di Rodolfo II di Boemia, con la quale egli inviava questo libro a Roma presso l'amico poligrafo Athanasius Kircher perché lo decifrasse.

Voynich affermò che lo scritto conteneva minuscole annotazioni in greco antico e datò il volume come originario del XIII secolo.

Nella lettera, recante l'intestazione "Praga, 19 agosto 1665" (o 1666), Marci affermava di aver ereditato il manoscritto medievale da un suo amico (che in seguito le ricerche riveleranno essere un non meglio noto alchimista di nome Georg Baresch), e che il suo precedente proprietario, l'imperatore Rodolfo II, lo aveva acquistato per 600 ducati (una cifra molto elevata), credendolo opera di Ruggero Bacone.

La datazione reale del testo sarebbe controversa, ma è possibile posizionare la stesura del testo intorno agli inizi del XVII secolo: un'analisi all'infrarosso ha rivelato la presenza di una firma successivamente cancellata: Jacobi a Tepenece, al secolo Jacobus Horcicki, morto nel 1622 e principale alchimista al servizio di Rodolfo II. Avendo egli ricevuto il titolo di Tepenece nel 1608, questa prova renderebbe inverosimili le ipotesi di chi vorrebbe far risalire l'acquisizione del manoscritto a date antecedenti.

Inoltre, una delle piante raffigurate nella sezione "botanica" è quasi identica al comune girasole, giunto in Europa all'indomani della scoperta dell'America, e quindi successivamente al 1492.

Analisi crittografiche

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Un'altra pagina del manoscritto.

In molti, nel corso del tempo, e soprattutto ultimamente, hanno cercato di decifrare la lingua sconosciuta del Voynich. Il primo ad aver affermato di essere riuscito nell'impresa fu William Newbold, esperto di filosofia medievale. Negli anni '20 propose un elaborato ed arbitrario procedimento con cui tradurre il testo, che sarebbe stato scritto in un latino "camuffato". La conclusione a cui Newbold arrivò con la sua traduzione fu che già nel tardo medioevo sarebbero state conosciute nozioni di astrofisica e biologia molecolare. Newbold analizzando il manoscritto però si accorse che le minuscole annotazioni in realtà altro non erano che crepe nella carta invecchiata.

Negli anni quaranta i crittografi Joseph M. Feely e Leonell C. Strong applicarono al documento dei sistemi di decifratura sostitutiva, cercando di ottenenere un testo con caratteri latini in chiaro: il tentativo produsse un risultato che però non aveva alcun significato. Il manoscritto fu l'unico a resistere alle analisi degli esperti di crittografia della marina statunitense, che alla fine della guerra studiarono ed analizzarono alcuni vecchi codici cifrati per mettere alla prova i nuovi sistemi di decodifica.

Nel 1945 il professor William Friedman, attorniato da vari studiosi, optò per un approccio più metodico e oggettivo, nell'ambito del quale emerse la cospicua ripetitività del linguaggio del Voynich. Tuttavia, a prescindere dall'opinione maturatagli nel corso degli anni in merito all'artificialità di tale linguaggio, all'atto pratico la ricerca si risolse in un nulla di fatto: a niente servì infatti la trasposizione dei caratteri in segni convenzionali, che doveva fungere da punto di partenza per qualsiasi analisi successiva.

Il professor Robert Brumbaugh, docente di filosofia medievale a Yale, e lo scienziato Gordon Rugg, in seguito a ricerche linguistiche, sposarono la teoria che vedrebbe il Voynich come un semplice espediente truffaldino, volto a sfruttare il successo che a quel tempo le opere esoteriche solevano riscuotere presso le corti europee.

Nel 1978 il filologo dilettante John Stojko credette di aver riconosciuto la lingua, e affermò che si trattasse di ucraino, con le vocali rimosse. La traduzione però pur avendo in alcuni passi un apparente senso (Il Vuoto è ciò per cui combatte l'Occhio del Piccolo Dio) non corrispondeva ai disegni.

Nel 1987 il fisico Leo Levitov attribuì il testo a degli eretici Catari, pensando di aver interpretato il testo come un misto di diverse lingue medievali centroeuropee. Il testo tuttavia non corrispondeva con la cultura catara, e la traduzione aveva poco senso.

Lo studio più significativo in materia resta ad oggi quello compiuto nel 1976 da William Bennett, che ha applicato la casistica alle lettere ed alle parole del testo, mettendone in luce non solo la ripetitività, ma anche la semplicità lessicale e la bassissima entropia: il linguaggio del Voynich, in definitiva, non solo si avvarrebbe di un vocabolario limitato, ma anche di una basilarità linguistica riscontrabile, tra le lingue moderne, solo nell'hawaiano. Il fatto che le medesime "sillabe", e perfino intere parole, vengano ripetute con una frequenza tale da rasentare il beffardo, è attinente più ad una concezione inconsciamente accomodante, che non volutamente criptica.

L'alfabeto che viene usato, oltre a non essere stato ancora decifrato, è unico. Sono però state riconosciute 19-28 probabili lettere, che non hanno nessun legame con gli alfabeti attualmente conosciuti. Si sospetta inoltre che siano stati usati due alfabeti complementari ma non uguali, e che il manoscritto sia stato redatto da più persone. Imprescindibile quanto significativa in tal senso è poi l'assoluta mancanza di errori ortografici, cancellature o esitazioni, elementi costanti invece in qualunque altro manoscritto.

In alcuni passi ci sono delle parole ripetute anche 4 o più volte consecutivamente, una disposizione priva di riscontri in qualsiasi lingua nota.

L'ipotesi della lingua filosofica

Le parole contenute del manoscritto presentano frequenti ripetizioni di sillabe. Ciò spinse due studiosi (William Friedman e John Tiltman) ad ipotizzare che fosse scritto in una lingua filosofica, ossia in una lingua artificiale in cui ogni parola è composta da un'insieme di lettere o sillabe che rimandano ad una divisione dell'essere in categorie[citazione necessaria].

L'esempio più noto di lingua artificiale è l'idioma analitico di John Wilkins, anche grazie all'omonimo racconto di Borges. In questa lingua, tutti gli enti sono catalogati in 40 categorie, suddivise in sotto categorie, e ad ognuna è associata una sillaba o una lettera: in questo modo, se la classe generale dei colori è indicata con 'robo-', allora il rosso si chiamerà 'roboc', il giallo 'robof', e così via.

Questa ipotesi spiegherebbe la ripetizione di sillabe, ma fino ad oggi nessuno è riuscito a dare un senso razionale ai prefissi ed ai suffisi usati nel Voynich. Inoltre, le prime lingue filosofiche sembrano risalire a epoche successive alla probabile compilazione del manoscritto. A quest'ultimo proposito, è però facile obiettare che l'idea generale di lingua filosofica è tutto sommato semplice, e poteva preesistere.

Un'ipotesi contraria, molto più azzardata, è che sia stata proprio la visione del manoscritto a suggerire la possibilità di una lingua artificiale. Certo è che Johannes Marcus Marci era in contatto con Juan Caramuel y Lobkowitz, il cui libro 'Grammatica Audax' costituì l'ispirazione per l'idioma analitico di Wilkins [1].

Una possibile soluzione del mistero

Recentemente, grazie a tecniche di ragionamento esperto, è stata avanzata un'ipotesi che chiarirebbe il motivo dell'inspiegabilità del testo, e della sua resistenza a qualsiasi tentativo di decifrazione: Gordon Rugg, nel luglio 2004, ha individuato un metodo che potrebbe essere stato seguito dagli ipotetici autori per produrre "rumore casuale" in forma di sillabe.

Questo metodo, realizzabile anche con strumenti del 1600, spiegherebbe la ripetitività delle sillabe e delle parole, l'assenza delle strutture tipiche della scrittura casuale e renderebbe credibile l'ipotesi che il testo sia un falso rinascimentale creato ad arte per truffare qualche studioso o sovrano.

Già in passato lo studioso Jorge Stolfi della Università di Campinas (Brasile) aveva proposto l'ipotesi che il testo fosse stato composto mischiando sillabe casuali da delle tabelle di caratteri. Questo avrebbe spiegato le regolarità e le ripetizioni, ma non l'assenza di altre strutture di ripetizione, ad esempio le lettere doppie ravvicinate. Rugg partì dall'idea che il testo fosse stato composto con metodi combinatori noti negli anni tra il 1400 e il 1600: uno di questi metodi, che attirò la sua attenzione, fu quello della cosiddetta griglia di Cardano creata da Girolamo Cardano nel 1550.

Il metodo consiste nel sovrapporre ad una tabella di caratteri o ad un testo una seconda griglia, con solo alcune caselle ritagliate in modo da permettere di leggere la tabella inferiore. La sovrapposizione oscura le parti superflue del testo, lasciando visibile il messaggio. Rugg ha ricondotto il metodo di creazione ad una griglia di 36x40 caselle, a cui viene sovrapposta una maschera con 3 fori, che compongono i tre elementi della parola (prefisso, centrale e suffisso).

Il metodo, molto semplice da usare, avrebbe permesso all'anonimo di realizzare il testo molto rapidamente partendo da una singola griglia piazzata in diverse posizioni. Questo ha rimosso il principale dubbio correlato alla teoria del falso, cioè che un testo di tali proporzioni con caratteristiche sintattiche simili sarebbe stato molto difficile da realizzare senza un metodo di questo tipo.

Rugg ha ottenuto alcune "regole base" del Voynichese, riconducibili a caratteristiche della tabella usata dall'autore: ad esempio la tabella originale aveva probabilmente le sillabe sul lato destro più lunghe, cosa che si riflette nella maggiore dimensione dei prefissi rispetto alle altre sillabe.

Rugg ha tentato anche di capire se ci fosse un messaggio segreto codificato nel testo, ma l'analisi lo ha portato ad escludere questa ipotesi: per via della complessità di costruzione delle frasi e delle parole, è quasi certo che la griglia sia stata usata non per codificare, ma per comporre il testo.

Ricerche storiche seguenti a questo studio hanno portato ad attribuire a John Dee e ad Edward Kelley il testo. Il primo, studioso dell'epoca Elisabettiana, avrebbe introdotto il secondo (noto falsario) alla corte di Rodolfo II intorno al 1580. Kelley era mago, oltre che truffatore, quindi ben conosceva i trucchi matematici di Cardano, e avrebbe realizzato il testo per ottenere una cospicua cifra o favori dal sovrano.

Note

^ La Gramatica Audax de Juan Caramuel y las Corrientes Linguisticas del siglo XVII, p.107-133, Maria Dolores Martinez Gavilan, Universidad de Leon, Spain

Bibliografia

(EN) M. E. D'Imperio, The Voynich Manuscript: An Elegant Enigma, National Security Agency/Central Security Service, 1978 (ISBN 0894120387) ;
(EN) Robert S. Brumbaugh, The Most Mysterious Manuscript: The Voynich 'Roger Bacon' Cipher Manuscript, 1978 ;
(EN) John Stojko, Letters to God's Eye, 1978 (ISBN 0533041813) ;
(EN) Leo Levitov, Solution of the Voynich Manuscript: A liturgical Manual for the Endura Rite of the Cathari Heresy, the Cult of Isis, Aegean Park Press, 1987 (ISBN 0-89412-148-0) ;
(ES) Marcelo Dos Santos Bollada, El manuscrito Voynich, 2005 (ISBN 84-03-09587-2) ;
(ES) Mario M. Pérez-Ruiz, El manuscrito Voynich y la búsqueda de los mundos subyacentes, 2003 (ISBN 84-7556-216-7) ;
(EN) Genny Kennedy, Rob Churchill, Voynich Manuscript, 2004 (ISBN 075285996X) ;
(EN) James E. Finn, Pandora's Hope: Humanity's Call to Adventure : A Short and To-the-Point Essential Guide to the End of the World 2004 (ISBN 1-4137-3261-5) ;
(EN) Lawrence et Nancy Goldstone, The Friar and the Cipher: Roger Bacon and the Unsolved Mystery of the Most Unusual Manuscript in the World, 2005 (ISBN 0767914732).
(FR) Le Code Voynich, prefazione di Pierre Barthélémy, Jean-Claude Gawsewitch éditeur, 2005 (ISBN 2350130223) ;
(ES) ABC del Manuscrito Voynich, Francisco Violat Bordonau, 2006, Ed. Asesores Astronomicos Cacerenos.
(IT) Codice Voynich, Claudio Foti, 2008, Lulu.com

Voci correlate

-Codex Seraphinianus:
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-Lingua artificiale:
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Parole misteriose

Ovvero l'enigma del "Manoscritto Voynich"

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Manoscritto Voynich: scritto ma non per essere capito.

Gli studiosi di tutto il mondo non sapranno darsi pace. Ma a quanto pare non si arriverà mai a decifrare quanto scritto nel "Manoscritto Voynich". Le parole presenti nelle pagine di questo documento, risalente molto probabilmente al '500, non apparterrebbero infatti ad alcuna lingua finora conosciuta.

Il primo a scoprire l'esistenza di questa reliquia, oggi di proprietà della biblioteca dell'Università di Yale alla quale è stata donata nel 1969 da un libraio antiquario, fu Wilford W. Voynich, un mercante di libri statunitense di origine polacca. Prima di allora però, il documento aveva fatto parte della ricca collezione privata dell'imperatore Rodolfo II per poi diventare, nel 1912, di proprietà dei padri gesuiti del collegio di Villa Mondragone, a Frascati.

Del manoscritto, che consta di 234 pagine, risulterebbero comprensibili soltanto le immagini. Queste riprodurrebbero in modo inequivocabile piante, foglie e radici appartenenti ad arbusti tipici del continente europeo. Ma sul libro comparirebbero anche simboli e figure molto simili a quelle presenti negli antichi diagrammi alchimisti ed ermetici. Nessuno finora sarebbe stato invece in grado di comprendere il contenuto dell'opera.

Il testo sembrerebbe infatti scritto con un alfabeto di 29 simboli sconosciuti, anche se molto simili a quelli usati nei testi di occultisti e spiritisti. A questo punto, dopo i diversi tentativi di dare un senso al manoscritto, si sarebbe giunti a una conclusione. L'ipotesi più accreditata nell'ambiente scientifico è quella di essere di fronte a un testo senza alcun significato. Siamo comunque certi del fatto che il "Manoscritto Voynich" continuerà a suscitare interesse e che nessun ricercatore si fermerà di fronte a questa conclusione anche perché quale enigma è più intrigante di uno senza alcun senso?

(Marcella Gaudina)

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