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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Case e parole
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romina







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MessaggioInviato: Lun Apr 19, 2010 10:49 am    Oggetto:  Case e parole
Descrizione:
Rispondi citando

Case su case su case. I sogni: l'altra faccia della realtà; quella nascosta, dei segreti più reconditi.
Quella dell'amore e della paura; l'inizio e la fine del desiderio.


Certi giorni si è stanchi, si è stanchi anche di dormire, quando il sogno ci imbroglia e decide di spingerci oltre, nel subconscio. E' sempre quello che crea problemi, è sempre lì che trovi ispirazione, provi passione e da lì che ami per la prima volta.
“Guardo gli occhi di mio figlio. Quando dorme sono diversi; assomigliano a quelli di suo padre. Quando li apre, invece, hanno il mio stesso sguardo. Quanto è bello, quanto è puro. Lo guarderei per ore ed ore, quando lo allatto, quando ride.”

L'amore di una madre forse comincia dal desiderio di voler vedere sempre la felicità dei propri figli.
“Non ho mai venduto qualcosa che mi appartenesse, ma ho visto altri vendere a fatica i loro oggetti e, con quelli, i loro affetti.”

Un uomo provato vende la sua casa, la dimora che lo aveva reso felice con sua moglie.
Anche lui era giovane, bello, e aveva investito tutto il suo amore per la felicità di avere una famiglia.
Poi un sogno. Distrutto in mille pezzi, da un incidente, dal caso. Sua moglie un altro oggetto da tenere con cura, da non rompere. E poi l'abbandono, con la sua morte.
Quell'uomo risiede sempre lì, in quella casa, piena di luce. Ma le sue finestre non aprono più la sua mente, alla vista non più infiniti orizzonti, soltanto muri bianchi sui quali sembra ancora tutto da scrivere.
Quello che già era stato non è più, i farmaci cancellano il passato, inebriano e illudono i sentimenti e li rendono totalmente disanimati... come questa pietra.
Gli occhi non mentono, contorno di rosse cicatrici lo fanno cieco, e trascrivono il dolore sul suo volto. Ma quanto è speranzoso di sentire che tutto ciò che è suo, lo è stato per davvero, anche se per un tempo brevissimo, in cui era... “bravissimo”e che... lo è tutt'ora.

Hai ancora voglia di vedere il male? Il mare? Il sole? Di sentire il calore penetrare nel cuore?
Ma questa è un'altra storia di un'altra vita. Come sempre, ce ne sono tante che non conosciamo e che ignoriamo; è giusto così.
E che quando si cerca casa, tutto quello che si percepisce sembra già vecchio. Allora, soltanto con un'attenta rivalutazione è possibile proiettare le proprie cose in quello scorcio di vita altrui, negli appartamenti già vissuti e abbandonati... che danno inizio a un'altra storia.

“Ho vent'anni e mi sembra di aver visto tutto del mondo, ma non ho visto ancora nulla, soltanto adesso me ne rendo conto.”

Da quando era nata , non aveva mai conosciuto la sua famiglia. Erano scappati tutti, anche sua madre, la sua adoratissima madre; aveva preferito respirare un po' d'aria nel suo ufficio, incrementando le sue ambizioni. Staccava la spina e si buttava nel lavoro per non pensare al degrado del suo amore. Svilito, inorridito, agguerrito, ferito.
Lui un giovane senza scrupoli, che credeva di amare e che non aveva mai imparato a mettersi in discussione. Abbandonò la moglie e la figlia per l'inutile vagare fra salotti e ristoranti, alla guida di automobili, in affitto anche quelle.

“La lentezza non è una mia virtù, sebbene riesca ad annullare il tempo qualche volta.
Devo sforzarmi per essere prudente; il mio premio la serenità, la quotidianità.
Vanità. Da quando son nata è il mio peccato. L'ho ereditato tutto da mio padre, ma non gliene faccio una colpa. Forse è l'unico difetto che vorrei di lui. Forse è l'unica corazza che mi ripara dai colpi violenti e mi fa credere di essere bella e di non voler cambiare da quella che sono.
Attenzione: mi fa credere ho detto. Perché l'umiltà è l'altra faccia della bellezza, quella che nella mia vita ho sempre cercato di non dimenticare, per essere davvero fiera di me stessa... e che davvero mi faceva diversa da mio padre.”

La bambina, sua figlia, che tanto desiderava le braccia di suo padre, era alla finestra della cameretta. Si affacciava sulla strada di quel quartiere di città ancora nudo, periferia del suo mondo, dormitorio per il suo amore. E poteva, salendo sulla sediolina di vimini, diventare più alta, guardare la via e ammirare il mare che, in inverno, diventava irrequieto, dai colori glaciali.
Si affacciava alla sua finestra molto spesso, ma, in particolare, la domenica, quando il padre doveva andare a riprenderla per trascorrere con lei un po' di tempo.
L'attesa divenne, inconsapevolmente, lo stato del suo essere. Quella bambina diventò donna e ancora attendeva, alla finestra.

“Le onde s'increspano fino a raggiungere la riva della mia finestra.
Sono lì, in piedi, davanti ai suoi capricci; il vetro dinanzi a me non specchia la mia immagine.
Mi apre la strada per l'infinito.”

Da lì, poté vederne di tutti i colori e il copione si ripeteva se suo padre si dimenticava dell'appuntamento domenicale.
Quel copione si ripeteva se il suo fidanzato faceva tardi, e lei era lì che attendeva il suo arrivo.
Piuttosto passiva agli eventi, la sua adolescenza trascorse moltiplicando le mancanze e le ferite. Agguerrita, poi, si rese conto di quanto valesse la sua persona e la sua bellezza. Ma ciò accadde dopo un paio d'anni, e dopo essersi iscritta all'università.
Poi, dopo aver trovato un lavoro, decise di scrivere un il libro. Propose all'editore un libro che parlasse dell'attesa nel senso più ampio del termine.
Interpretò a suo modo “l'attesa” e sviluppò il tema in tutte le direzioni possibili: per il suo significato religioso e spirituale, per ciò che tutt'oggi significa sia psicologicamente, sia ginecologicamente.
Impiegò un po' di tempo per scriverlo, ma il risultato fu eccellente, e di grande interesse anche per il docenti universitari, tanto che decisero di adottarlo. Poi nelle migliori librerie fu inserito nella collana femminile e lanciato da famose donne di spettacolo, tra le quali preponderanti furono gli interventi di alcune psichiatre.
La bambina che tanto aveva aspettato, fece del suo dolore un'opera d'arte, dell'“attesa” un'ispirazione. E fu così che la gradì, già, dopo tanti anni, a cinquanta suonati comprese il senso della sua storia e ringraziò Dio.

“Allora? Non vuoi tuffarti in questa vita?”

Quando l'amore di una famiglia non basta a scacciare i fantasmi del passato.
Quando non basta, non si è pronti ad apprezzare la vita, la bellezza del creato e l'amore di tuo figlio.

Un ragazzo che studiava medicina andò via di casa nonostante il Policlinico si trovasse a pochi passi.
Decise di andare a studiare a casa di un amico che affittava una stanza agli studenti.
Decise di spendere dei soldi in più per restare solo e per studiare, soprattutto.
Spese soldi per non abitare più con la sua famiglia, per non sentire più la voce di sua madre. Che strillava e strillava, come se anche a casa dovesse fare la professoressa, come se i suoi figli e suo marito avessero problemi di udito. Li ebbero, in effetti, ma dopo la giovinezza, in età adulta. Quando decisero di chiudere le porte a tutte le persone che li amavano.
Stacanovista, a cinquant'anni, lo studente, divenuto dottore, lavorava lavorava lavorava. Tutto il giorno e tornava a casa (dalla sua presunta famiglia) alle dieci di sera, senza fare pause, neanche per pranzare. Dai suoi pazienti veniva elogiato, considerato un vero medico, in grado di fare del bene senza approfittare del suo titolo, rappresentava una sorta di ideale nel loro immaginario... ed in effetti, quell'uomo scostante e introverso era estremamente attento alla sua condotta professionale.
Solo alla sua condotta professionale appunto.
“Non ne posso più! Basta, basta! Io sono esausta del tuo modo di fare... come puoi evitare i tuoi parenti, i miei parenti!
Tuo figlio! Non ti vede mai... e quando sei a casa, ti chiudi in quella stanza. Domenica si festeggerà il battesimo di tuo nipote, Maria ha invitato anche te. Cosa hai intenzione di fare?”
Si fece rosso e mettendo le mai sulla faccia cominciò a scuotere la testa.
“No, non vengo.”
Questa era la solita risposta quando la moglie lo invitava ad accompagnarla ai compleanni e a tutte le altre feste e, si sa, in una grande famiglia, numerosa e affiatata, di occasioni per festeggiare ce ne sono tante. Suo marito, ormai, da quasi dieci anni, e senza alcun motivo, si era chiuso in se stesso. Non era in grado di stare con la gente, di guardare un bambino, di scherzare. La maniacalità e la troppa sensibilità, forse, avevano oscurato tutta la sua dolcezza.
Ma quell'uomo amava sua moglie, forse più di quanto sua madre l'aveva amato.

“Tanti auguri per la nuova vita insieme. Da oggi cominciamo a costruire il nostro futuro, nella nostra NUOVA casa.”

Angela è un angelo, un angelo terreno naturalmente.
Quando tornò da Rimini le sembrò tutto diverso. Ma lì ci era stata per altri motivi, non per andare a ballare al “Cocoricò”; solo per fare del volontariato presso “La Capanna” dei barboni, con la sua amica di scuola.
Oggi è cambiata, si è liberata dalle catene, ha interpretato e rivissuto il suo passato, rivisto e assecondato le scelte di suo padre, apprezzato sua madre e compreso la sua patologia, lasciato i rimorsi e la pudica quotidianità che la “zia” adottiva le aveva imposto.
Oggi è una donna realizzata, fa l'assistente sociale, il lavoro che da ragazza aveva sempre sognato, per vendicarsi di tutte quelle “assistenti” che avevano trattato il suo caso, insufficientemente, quando ancora alle scuole elementari lei e sua sorella minore furono affidate alla loro maestra, dopo che la madre aveva tentato il suicidio e dopo che il padre ebbe un altro figlio dalla compagna, con la quale tutt'ora convive. Da quel momento, la sua vita cambiò radicalmente: dalle popolari del San Paolo, il tanto rinomato Cep di Bari, si trasferì in pieno centro, in un pentavani di un palazzo che tutti conoscono come “la piramide bianca”.
Fu costantemente seguita nei compiti e, alle scuole superiori, fu iscritta in un istituto privato femminile, gestito dalle suore; fu una scelta della ex maestra, la nuova “zia”adottiva, nubile e con un evidente complesso di castrazione che, per noi donne, Freud ai suoi tempi aveva definito “invidia del pene”.
Per andare a scuola, le ragazze del Santa Rosa prendevano il pullman. Ogni giorno, alle otto di mattina.
Angela, ogni giorno, pronunciava un “Buon giorno” a trentadue denti. Tutte le sue compagne si chiedevano cosa trovasse di bello, che ormai andare a scuola, dopo quattro anni di obblighi, era diventata una tortura.
L'unica novità di quell'anno fu rappresentata dallo “strappo” del grembiule modello “bidella” che le studentesse avevano indossato fino alla maggiore età.
Angela sorrideva sorrideva e sorrideva. Ma non poteva uscire, non poteva andare alle feste, tanto meno truccarsi come facevano le altre.
Le era assolutamente vietato conoscere ragazzi, soprattutto se amici delle amiche di scuola, le era concesso soltanto andare in Parrocchia e frequentare le persone che anche la zia conosceva.
Ma anche oggi Angela sorride sorride sorride per aver abbandonato a malincuore la casa della zia, per essersi laureata e, dopo una serie di concorsi, aver finalmente trovato il suo posto di lavoro nella sua città, in una delle Circoscrizioni.
Per aver avuto il coraggio di prendere quello che di buono le aveva dato la sua maestra, ovvero il metodo di studio e la costanza, e quello che le sue compagne e le persone di cui si era circondata le avevano fatto capire, nel bene e nel male, compresi i barboni della Capanna di Betlemme.
Oggi Angela sorride per la famiglia che sta formando con il suo prossimo marito, per i figli che desidera avere e per la casa nuova tutta da arredare e da vivere. La zia è morta, ma anche lei, poco prima di chiudere gli occhi, avrebbe voluto tanto abbracciarla e ringraziarla per aver condiviso un pezzo di vita nella sua “piramide bianca”.

Un filtro invisibile ci fa vedere tutto quello che potremmo conoscere, ma non adesso, solo dopo, in quell'altra vita.
Un dono divino è il libero arbitrio, un dono divino è la rinuncia alla libertà, quella effimera, però, che non lascia spazio a null'altro, che si sazia e si riempie di se stessa.
Che seduce e incute timore.
Cose su cose su cose ammassate sulle sedie, nei cassetti. Che quando son troppe non riesci ad aprirli, che quando son troppe si appoggiano al caso.
Poi arriva il momento di rovesciarle, di piegarle e di rimetterle a posto.
La foga ti prende e allora t'immergi nelle cose da fare nelle case da abitare.
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MessaggioInviato: Lun Apr 19, 2010 10:49 am    Oggetto: Adv






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