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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Soffio.
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Aquilone







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Sito web: http://aquilonedellepa...

MessaggioInviato: Dom Mag 23, 2010 9:35 am    Oggetto:  Soffio.
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©SOFFIO di Sergio De Angelis

Una notte come tante, sempre uguale sempre buia. La luce intermittente della locanda si spegneva alle due, quando ormai anche gli ultimi ubriachi tornavano a casa. Di fronte alla mia finestra, la casa dei signori della notte, così li chiamavo io, perché usavano il buio per vivere, sempre presi a sbrigare faccende di ogni genere. Non avevo sonno. Le prime piogge di aprile avevano dato già il vero assaggio della stagione di mezzo, tra l’inverno e l’estate. La luce fioca e pallida della mia stanza illuminava appena il mio letto, sempre da rifare e sudicio di pensieri.
Quella notte accadde qualcosa di diverso, d’insolito, qualcosa che mi avrebbe cambiato la vita. Passato l’attimo del leggere, del pensare al passato e al futuro, chiusi la luce e il buio come pece si adagiò su tutto, anche su di me. Afferrai il cuscino bucato dai sogni e stropicciato dalle fantasie e lo abbracciai. Mi addormentai come un bambino, i rumori della notte cullarono i miei sogni.

Come un soffio, un sogno s’impossessò di me, portandomi là, dove avevo sempre sognato di andare. Luogo esistente in natura, la mia città; i sorrisi che solitamente rubavo alle donne in quel sogno erano diversi, illuminati evidenti come il nero su di un foglio bianco. Mi girai una prima volta, per cambiare scena, mi ritrovai nel mio solito bar, quello all’angolo, dove la gente rubacchia qualcosa meglio in fretta, mangiando una brioche sempre la stessa, chiedendo al banco il solito. Una voce strana e diversa ruppe quella frenesia brulicante di fiati e profumi; era una donna: chiedeva qualcosa. Non capivo, ero lontano, ma rimasi affascinato dal movimento delle sue labbra rosse. Fuori il cielo sembrava una tavolozza e le nuvole si rincorrevano come greggi senza pastore. Ero sereno quel mattino, in quel sogno. Avevo l’aria sognante e quella donna mi mise allegria, non uscii subito aspettai che Lei, femminile più di tutte, rendesse il locale solitario. Rimanemmo soli, Io e Lei, fra tanta gente. Scomparvero i rumori, la scena cambiò ancora. Mi girai una seconda volta nel letto per cercare la comodità della nuova situazione. Mi accorsi delle sue caviglie affusolate e tornite, dei suoi fianchi precisi e truffaldini. Volevo conoscere quella donna, forse la amavo già. Presi il coraggio nella tasca più profonda, quella bucata dalle chiavi dell’ufficio, buco ormai incancrenito e lacerato; trovai nell’angolo nascosto la parola da elargire. Mi avvicinai soltanto, Lei sorrise. 'Ma allora sa già che la amo, come avrà fatto?' Il sogno si faceva movimentato e dai capelli sentivo uscire il nettare del pensatore, il sudore; potrebbe essere anche il nettare del lavoratore, ma a me piaceva pensare, quindi pensatore. In fondo pensare era anche quello un mestiere, difficile per giunta. Presi un nichel e lo poggiai sul bancone, ritmando la mia voce chiesi un caffè, ne avevo preso da poco uno. 'Non importa tanto è un sogno, posso prenderne quanti ne voglio.' Strano, l’eccitazione che saliva aveva l’aria già di due caffè, forse non stavo sognando: era la prima volta che pensavo alla realtà.
Quando il sorriso fu ricambiato, parola banale scontata e di circostanza, riempì la mia bocca e il tempo fu l’argomento trattato. Un altro sorriso illuminò il mio viso. 'Oltre a sapere che l’amo, le piace la mia ironia.' Stanco di lucidare il bancone, utilizzai la forza questa volta, per offrire una sigaretta, forse non fumava, ma accettò. Uscimmo sulla strada e una bomba di rumori si prese gioco dei nostri pensieri. Cercammo di sfuggire a quel frastuono distraente. Trovammo un angolo fra l’edicola e il banco della lotteria, accesi prima la sua sigaretta poi la mia. Il fumo saliva lento e cambiava direzione, secondo il camminare dei passanti. Volevo lasciare a Lei la parola, aveva due occhi magici e penetranti, ero in pensiero per la mia fragilità. Mi girai nel letto una terza volta, la scena cambiò e all’improvviso tutto scomparve. Cavolo! Mi ero svegliato, erano già le sette. Mi voltai stropicciando gli occhi e, come di consueto, il sogno era solo un’illusione. Presi a fare le mie cose prima di andare al lavoro. Al solito angolo il solito bar, fuori l’edicola e il banco della lotteria completavano la cornice grigia del marciapiede. Stesse cose, stessi colori come nel sogno, ma Lei non c’era. Il lavoro mi distrasse per tutto il tempo, ma nella pausa qualcosa accadde ancora. Una donna lontano da me, appoggiata alla finestra, con i ricordi sul davanzale cercava il nulla, fuori, nell’infinito; era Lei, vestita come nel sogno, capelli occhi e sorriso uguali. Non mi rimase che raggiungerla. Attraversai tutta la stanza, ma quando arrivai lì, sul davanzale, solo una cicca abbandonata. Di Lei nulla più. Un sogno cavolo! Di nuovo un sogno! A occhi aperti.
Tornai a casa, con il pensiero al sogno, mi mangiai le ore velocemente, per fare arrivare quella mia, del sonno (sogno). Cercavo il mio solito libro. Aspettai le due, quando la locanda spense l’insegna e mi aggiustai quel cuscino maltrattato. Il sonno arrivò subito. Il sogno poco dopo. 'Bene,' mi dissi 'questa notte la bacerò. Sicuro la bacerò.' Preso da questa enfasi, mi girai la prima volta e mi addormentai. Il sogno s’impadronì ancora di me e ripresi a sognare proprio da lì, da quelle sigarette che ormai erano quasi cicche. I sorrisi complici si moltiplicavano e alcune volte nei gesti le mani si sfioravano percependo appena il suo calore. Con audacia questa volta, le afferrai la mano, era piccola, affusolata e pallida, come il suo viso, ma le sue labbra erano rosso fuoco. Un soffio di vento mi aiutò a farla distrarre, si voltò quasi disturbata. Imitai ancora quel soffio e strinsi la mano con forza invitandola a camminare. Pochi passi, mi girai una seconda volta nel letto, la scena cambiò, ci ritrovammo nel giardino, quello pubblico, che di pubblico aveva solo un monumento, il resto era alla mercé di pochi. Adocchiammo quasi contemporaneamente una panchina solitaria, sotto un tenero tiglio. Ci sedemmo, e per farlo dovetti cedere la mano, peccato; era così bello tenerla per mano! Ecco un altro soffio e Lei si appoggiò come se il vento avesse ceduto un ceffone, leggero. Cadde sulla mia spalla, quel gesto fece svolazzare i capelli, lasciando a me il profumo intenso di gelsomino. Esitai, poi, misi la mano intorno al suo collo. Mi dovetti girare ancora. No, adesso no, la scena era quella giusta! Ma nulla da fare: mi ero svegliato di nuovo, erano le sette. 'Accidenti, perché il tempo passa così velocemente quando si sogna?' Turbato arrabbiato e non rasato, mi avviai al solito posto, al solito lavoro. Pensai magari la rivedrò come ieri Per la pausa pranzo scelsi lo stesso locale; la finestra, il davanzale, di Lei neanche l’ombra. Aspettai fino all’ultimo, nulla. Dopo avere speso tutto il tempo disponibile, mi diressi alla mia solita scrivania ormai piena di pensieri. Sul tavolo il sogno. Quel sogno. Mi tormentavo come nel letto, provavo a girare spesso sulla sedia, come se la posizione fosse importante per materializzare quel sogno, ormai sempre più lontano. I pensieri si accartocciavano come carta da cestino, e nelle mani una penna frenetica si muoveva come una spada. Appena potei fuggire, da quel luogo quasi estraneo a me, corsi a casa per bruciare in fretta le solite ore che precedevano la notte, quella fonda, dove si nascondono i sogni in attesa di essere colti e consumati. Sul divano un cuscino e sul tavolo la clessidra, sembrava inceppata, le gocce di tempo ferme, come il mio orologio sulla parete. Ormai fisso alla stessa ora, di una settimana prima, quando la sua energia era finita.Avevo solo voglia di vedere completo quel sogno, come se fosse diventato mio unico obiettivo. Non badavo a quando mangiavo e cosa. Tutto intorno mi sembrava selvaggio e sconosciuto. Volevo quel sogno per completarlo. Quella notte, tradito dalla comodità, mi addormentai sul divano. Nel frangente lo sleep della Tv fece la sua parte, il mio sonno fece il resto. Mentre i colori si tracciavano in dissolvenza, i visi e i contorni lentamente presero vita. La panchina sotto il Tiglio. Noi eravamo lì, la mia mano intorno al collo, la mia bocca vicino alla sua, poco spazio fra noi. Ora la bacio. Ero già ad occhi chiusi per prendermi tutto il nettare di quell’attimo, volevo e dovevo baciarla. Sentivo ormai che anche per Lei era la stessa cosa: aspettava. I colori si trasformarono in grandi sfumature, come in un quadro astratto, sbiaditi dal tempo. La pace accolse quel momento, il silenzio si barricò dietro di noi, il Tiglio appoggiò i suoi rami intorno per nasconderci da occhi indiscreti. L’aria leggera alzata dal vento, soffiò sui capelli e sulle gote. Arrossì e mi strinse la mano. Era giunto quel momento che aspettavo, appoggiai delicatamente le labbra sulle sue. Un fremito percorse il mio corpo, facendolo vibrare un po’. Quel gesto fece arricciare la pelle ispessita dall’attesa. Mi aspettavano le sue labbra ormai turgide. Abbracciai forte il piccolo cuscino del divano, lo stropicciai. Feci attenzione a non girarmi per paura di cambiare scena, questo gesto sembrava funzionasse, rimasi immobile. Ormai ero vicino a quel momento tanto atteso e cercato. Nella stanza il silenzio aveva dato spazio al trillo del telefono. Lo sentii squillare ripetutamente, quel rumore insistente fermò la scena come in un film. Immobile, anche un po’ nervoso, cercavo di girarmi, come infastidito, ma il divano subito finì, e caddi a terra svegliandomi. Luce netta e chiara nella stanza, il telefono squillava ancora, a stento lo trovai tastando le cose che lo circondavano. Presi la cornetta, una voce amica mi ricordava l’ora. Erano quasi le dieci, il sogno sarebbe durato ancora, avrei potuto baciarla, invece tutto era finito e o rimandato. Accidenti è tardissimo, non potevo perdere altro tempo. La strada mi sembrava come un fiume in piena, sarei arrivato ancora più tardi e intanto dovevo trovare una giustificazione, quale era la più appropriata per essere credibile? I marciapiedi affollati non mi sembravano gli stessi, abituato a vedere serrande semiaperte e bar fumanti. Raggiunsi la mia postazione di lavoro. Sembrava che nessuno si fosse accorto di me, del mio arrivo, della mia assenza. Certo loro stanno sognando per permettere a me di arrivare puntuale alla realtà ormai già un po’ consumata. Scavai fra le carte per cercare i disegni del giorno prima, quelli di quando la penna come spada combatteva con la mano. Trovai le labbra ben disegnate, un albero, credo un tiglio, con le foglie a forma di cuore. Tutto mi rese nervoso e distratto. 'Devo studiare il modo per sognare a lungo, è l’unica maniera per completarlo.' Sfogliai il web come se leggessi un giornale per documentarmi. 'Nulla! Troppo complicato, si entra nella psicologia. Io volevo solo completare un sogno non farne un’analisi.'
Sulla strada del ritorno mi venne un’idea: cercai con gli occhi il giardino pubblico e quella panchina, per un attimo pensai davvero che esistessero. Parcheggiai scorretto e distratto, mi avviai a piedi in quello che assomigliava a un giardino pubblico, sembrava lo stesso. Girai il volto come una civetta e trovai in fondo un monumento. 'Accidenti. Ci sono!' Cercai il tiglio e la panchina, trovai anche quella. La fissai come se vedessi seduto lì qualcuno. Era la stessa panchina, mi sedetti come nel sogno, nella stessa posizione, imitando i gesti. 'Lei dov'è?' Per la prima volta che mi feci una domanda vera, reale. Preso dalla mia stessa pazzia, rimasi con le mani nei pochi capelli, accesi una sigaretta limitandomi a guardare il fumo che saliva lento. Passò qualche minuto, mi alzai e in fretta raggiunsi la mia macchina. Quando arrivai a casa il disordine regnava sovrano e indisturbato. Mi limitai a sbuffare, per un attimo avrei voluto essere una persona normale. Un lavoro sereno, magari una donna, che arrivato a casa mi avesse abbracciato coccolato, vedere un ordine disgustoso e pignolo, ma delicato e piacevole. 'Voglio davvero tutto questo?' Seconda domanda reale. Forse no, sognavo ancora ad occhi aperti, combattevo dentro me come in una guerra per il territorio della normalità. Io non avevo mai conosciuto la normalità.
'Già come il mio sogno! Credo sia normale baciare una bella donna, quella bellissima donna che cerco ogni notte. Ogni notte mi sfugge, come quando la nebbia sale dalle pianure e valli.' Allo stesso modo il dubbio saliva dentro me, non riuscivo a capire il limite dei sogni. Quella sera stanco mentalmente, mi distesi sul divano, accesi svogliatamente la tv, ma dopo qualche minuto la spensi. Gesti nevrotici mi rapivano le mani e il corpo. Volevo fare qualcosa, ma non avevo voglia neanche di pensare a cosa fare. Mi alzai, spalancai la finestra e feci entrare aria fresca. Forse stordito dall’ossigeno iniziai a mettere ordine in casa, accesi un po’ di musica, la mia. Presi a imitare il cantante, mi sentivo leggero. In poco tempo riuscii a rimettere ordine in tutte le stanze, mi appoggiai sul telaio della porta e sorrisi, non avevo mai visto una casa così in ordine. Come se mani femminili avessero spostato le cose e nel giusto ordine, grado e colore. Anche i libri allineati e spolverati. Stanco ma soddisfatto me ne andai a letto, un letto grande, due cuscini e una coperta fiorita come un prato. Portai un bicchiere d’acqua per la notte, lo poggiai sul comodino e presi il mio libro, qualche pagina indietro e cominciai la mia lettura. Il silenzio mi aiutava nella concentrazione, non pensavo più al sogno. Poco dopo vidi spegnersi l’insegna della locanda, solo allora mi girai per vedere l’ora: 'le due, precisi come un orologio svizzero'. Nella mente prese posto il pensiero del sogno, chiusi il libro spensi la luce e abbracciai quel cuscino quasi perfetto quella sera. Mi addormentai subito, la stanchezza questa volta fece il resto. Non seppi mai quanto tempo passò da quel momento fino a quando il sogno riprese vita. La panchina avvolta in una nuvola si intravedeva appena. Io abbracciato al mistero di quella donna dalle labbra rosse, attaccato alla sua bocca, assaporavo il bacio, quel bacio cercato nelle notti e voluto con tutto me stesso. Non seppi mai neanche quanto durò. Il suo profumo mi entrò dentro rimettendo in circolazione quei ricordi dimenticati, forse mai vissuti. Quanti dubbi e quanta tenerezza avvolse il momento, non staccai neanche per un attimo le mie labbra, sembrava che non avessi bisogno di respirare. Rimasi immobile nel letto senza cambiare posizione, per paura di vedere svanita quella magia. Le mie mani strinsero le sue in un intreccio di cannucce sul canestro antico. Nel corpo sentivo salire un tiepido calore, come se qualcuno avesse acceso un piccolo fuoco, poco distante da lì. Sorridevo nel sonno e il mio corpo vibrante e soddisfatto si rilassava sotto quella immagine di colori e emozioni. Mi sentivo come sopra una nuvola, accarezzato dal vento tiepido, illuminato dal sole complice di questo incontro. Un rumore sordo mi distrasse da quel momento, la fece voltare riportandola in quella realtà lontana dal mio sogno. Aprii gli occhi anche Io, davanti a me il soffitto della mia stanza, un corpo silenzioso dormiva al mio fianco: una donna. Preso dal panico la mia voce si fermò nella trachea, e la razionalità fece da padrona in quella scena, Lei era nel mio letto, quello con la coperta a fiori il bicchiere di acqua, e l’ordine nella stanza. Il cuore iniziò a battere velocemente, tanto che i pensieri non riuscivano a stargli dietro. Iniziai a sudare come fossi in un forno, le mani si raffreddarono, avevo paura del risveglio di quella donna, di Lei. Mi alzai dal letto e mi diressi nel salone tutto era a posto, una cornice racchiudeva un ricordo: Io e Lei; labbra rosse capelli uguali e vestito come nel sogno. Lasciai cadere dalle mani quella cornice, finì in frantumi e ruppe il silenzio di una notte ormai giunta quasi alla fine. Vidi una luce che si accese, poco dopo una voce: "Giorgio! Sei Tu? Cosa succede?"
Rimasi immobile e muto, muovevo le labbra senza fare uscire neanche un suono, qualche secondo mi sembrò una eternità; tutto tornò all’improvviso famigliare, anche quella casa che sapevo disordinata e solitaria. Vivevo con una donna complice dei miei sogni. Un soffio alzò la tenda come se qualcosa o qualcuno dovesse entrare. La tenda si ricompose immediatamente, e dalle mie labbra sillabai, con rassicurazione, la risposta:
"Sì, sono Io, mi è scivolata dalle mani la cornice della nostra foto."
Aspettai un istante e continuai:
"Stai tranquilla Serena, adesso torno subito a letto."
Giorgio, Serena, eravamo noi in quella foto, Serena dormiva nel mio letto, sognavo la stessa donna ogni notte, non sapendo che Lei era la donna con cui vivevo da anni. Non riuscii a dire altro, mi sedetti nel divano e presi i miei pensieri cercando una risposta a tutto ciò. Sognavo una donna, la stessa con cui di giorno vivevo. Ma certo! Il sogno era il mio vivere e quello che credevo realtà era un sogno. Sicuro di non sbagliarmi, cercai nella casa le prove certe della mia constatazione. Ne trovai abbastanza, tanto da farmi capire che avevo sognato la mia realtà. Amare una donna e sognarla a tal punto da non accorgermi che fosse la stessa dei miei sogni. Tornai a letto, la mia paura ormai era passata e mi sentivo sereno. Lei al mio fianco con i capelli sparsi sul cuscino. Il suo respiro riempiva il silenzio, mi rassicurò. Amavo Serena con tutto me stesso e tutte le notti sognavo di desiderarla e la mancanza di lei mi faceva stare male. Non avevo dubbi: avevo accanto il mio unico grande amore. Nulla sfuggì da quei pensieri, ripresero a cadere quelle gocce di sabbia nella clessidra, e l’orologio ricominciò il suo lento movimento. La locanda aveva le luci spente e i suoi capelli profumavano come il ricordo che di loro rimaneva nei miei sogni senza donna. L'abbracciai. Il silenzio si impossessò dei miei pensieri portandoli lontano. Le mie mani ripresero il giusto calore e i miei piedi accarezzavano dolcemente quelli di Serena. La baciai sulla fronte, sorrise. Mi addormentai cercando di completare il sogno della mia vita. Come un soffio sulla candela accesa, così quella notte si riprese le giuste ore, traghettandomi fino all’alba. Un raggio come un soffio accarezzò il mio volto carambolando sul viso di Lei che ora aveva un nome, Serena il mio grande amore.

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MessaggioInviato: Dom Mag 23, 2010 9:35 am    Oggetto: Adv






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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Gio Mag 27, 2010 9:33 am    Oggetto:  
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Rispondi citando

Credo veramente che i sogni possano essere per ognuno di noi una sorta di seconda vita! Mi sono persa in questo tuo bel racconto, proprio come accadrebbe in un sogno dettagliato e verissimo. Trovo inoltre che l'immagine del tiglio e della panchina sia quella che più resta impressa anche dopo, da svegli!

Ciao Sergio e grazie per questa tua nuova pubblicazione, qui su Scritturalia!

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