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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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La casa degli Omicidi
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Anya







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MessaggioInviato: Gio Nov 25, 2010 8:44 pm    Oggetto:  La casa degli Omicidi
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Salve... Non sono pratica di scrivere racconti perchè mi sono da sempre prolungata molto e non riesco bene a scriverli, infatti penso che sia abbastanza lungo come racconto e anche l'horror non è il mio genere xD A voi la scelta... XD spero vi piaccia.
Buona lettura

1.

Me ne vado.
Basta, non voglio più averci a che fare con questa casa. Una casa in cui i morti sono vivi. E io? Si, io ho paura… perché io sono carne ed ossa ma loro… loro mi sentono quando parlano. Mi sfiorano con quelle mani gelate. Mi sussurrano frasi agghiaccianti, di quelle che non dimentichi mai e che ti fanno dormire la notte. Ma quando mi accorgo di ciò è troppo tardi. Sono già morta.

2.

Quando mi trasferii nella nuova casa, non avevo idea di ciò che mi aspettava.
Dicembre, pochi giorni prima di Natale.
Il capo dell’agenzia mi aveva trasferito in un'altra città e, l’unica casa che ero riuscita a comprarmi a poco denari, era una casa che stava per cadere a terra. Due piani di casa, vecchia, di un colore impercettibile. Una volta doveva esser stata verde, quella casa.
Mentre l’uomo me la presentò, rimasi di stucco. Beh, in realtà la casa non mi piaceva per nulla eppur ero eccitata al pensiero di vivere in una casa così antica.
L’Agente immobiliare mi aprì la porta e mi fece spazio per entrare. Ero indecisa. Perché comprare quella casa sarebbe stato bello, però… c’era qualcosa che non mi piaceva particolarmente. Ma mi decisi ad entrare.
Il dentro della casa era impolverato. Chissà quanto tempo era rimasta disabitata. Fissai ogni angolo della casa.
<<Qui può vedere la stanza da pranzo…>> la presentò l’agente. <<E qui la stanza da letto…>> ma non mi importava come la descriveva lui, io avrei cambiato ogni cosa.
<<Quanto è?>> chiesi infine, fissai con le iridi castane quelle di lui nere. Sembrava non capire la mia domanda. Forse ero l’unica a chiedere il prezzo? O forse ero l’unica a volerla comprare. <<Quanto è?>> ripetei, sperando che si sarebbe svegliato.
<<Umh… se vuole facciamo il contratto>> mi rispose, finalmente.
Annuii alla sua richiesta, e ci trasferimmo nella cosi detta “stanza da pranzo” dove regnava ancor il tavolone. Prese dalla sua ventiquattro ore dei fogli e una penna. La premura mi avrebbe indotto a non leggere ma c’era qualcosa di alquanto strano. Il fatto che nessuno avesse voluto comprare la casa era abbastanza strano. E anche che l’uomo fosse rimasto così tanto tempo perplesso alla mia richiesta.
<<Come mai tanta perplessità?>> chiesi infine stringendo la penna fra la destra e tenendo il foglio con la sinistra. Alzai lo sguardo per fissarlo. Lui era normale, con quei occhi che sembravano sinceri, come se non avesse nulla da nascondere.
<<Dopo ciò che è successo mi sembra strano che qualcuno abbia ancor il coraggio di comprarla>> ecco, sapevo che c’era qualcosa di strano. Ma cosa?
<<Cosa è successo?>> la curiosità mi spinse a far quella domanda. Non pensai alla decisione presa dopo aver sentito l’accaduto, ma volevo saperlo.
<<Dei vari omicidi>> disse, senza specificare molto. Ma forse nei miei occhi si leggeva l’insistenza del sapere, perché dopo pochi secondi, continuò: <<Sono morte parecchi persone qui. Una dopo l’altra. Il motivo non si sa, né chi le ha uccise, ma sono state trovate in uno stato pietoso.>>
Rimasi perplessa. Un assassino che uccideva in quella casa… veramente macabro. Posai un secondo la penna. Da giornalista qual’ero, era importante per me sapere i particolari. <<C’è altro?>> chiesi curiosa più che impaurita.
<<No>> rispose. Quel NO lasciava spazio ad altro, lo sapevo già. <<Firma o no?>> mi chiese in seguito. No nervoso, ma sicuramente impaurito dalla mia decisione.
E io? Cosa dovevo fare? Se c’era un pazzo che uccideva tutte le persone dell’abitazione, presto sarebbe venuto anche a sapere di me. E allora? Avrei rischiato la vita comprando quella casa centenaria? Alzai gli occhi per fissarla meglio, angolo per angolo, crepa dopo crepa. Emanava qualcosa quella casa, e volevo scoprire cosa.
Presi la penna fra le mani e firmai.

3.

I primi giorni della casa furono abbastanza tranquilli. Rassettai la casa con i miei gusti, mettendo un po’ di colore in quella che sembrava una casa di morte. Un po’ di rosa qui, un po’ di viola là, dei fiori sopra il tavolo… ed eccola come nuova. I vicini di casa erano abbastanza cordiali. Una signora anziana mi portò il terzo giorno una torta di mele augurandomi una buona permanenza.
Nessuno, e dico nessuno, mi diceva ciò che realmente era successo. E alla fine mi convinsi che le parole dell’agente non erano poi tanto vere.
Ogni giorno andavo nel mio ufficio scrivendo le notizie del giorno. Scrivevo giorno e notte nel mio portatile per far un buon lavoro e mai mi allontanavo dal mio ufficio, tranne la sera per tornare a casa. Era li che trovavo la vera propria pace. La pace per scrivere ciò che volevo io e non quello che mi dicevano gli altri. Così, dopo mangiato, prendevo il mio portatile e mi mettevo a scrivere storie inventate da me su omicidi e suicidi.
Fu allora che mi venne un idea. In quella casa erano accaduti vari omicidi… chissà che la cosa non mi potesse inspirare per un manoscritto? Ero contenta, perché finalmente vivevo in una casa capace di accogliermi.
E davanti al mio portatile, il mondo diventava piccolo. Si chiudeva dentro in una stanza, oppure in una sola città. L’esterno non esisteva più. Solo i pochi protagonisti, qualche arma e una singola stanza in cui commettere il delitto.
TUM!
Un rumore sordo mi fece sobbalzare. Immaginazione o realtà? Perché quando si scrive non si capisce mai quando una cosa è successa realmente o meno. Mi voltai per vedere cosa era caduto. Nulla… era tutto come al solito. Mi voltai immediatamente scuotendo il capo. In qualche modo quel rumore mi aveva spaventato. E se quel maniaco fosse entrato? Mi alzai lentamente andando verso la porta d’ingresso per vedere se qualcuno era li fuori. L’aprii socchiudendola e presi un coltello da carne fra le mani. Non c’era da esser sicuri, lì. Aspettai qualche secondo facendo una singola preghiera, per poi aprire di scatto.
Nessuno.
Non c’era nessuna anima viva. Uscii la testa per esserne sicura. Nulla.
Rientrai e chiusi la porta alle spalle. Ero sudata e internamente sentivo troppo caldo, sebbene fosse pieno inverno e pochi giorni prima di Natale. Percorsi nuovamente il corridoio e mi sedetti dinanzi al pc. Mossi il mouse per togliere lo stanbye. Qualche secondo dopo riecco la facciata con il mio manoscritto. Lo rilessi e trovai nuovamente qualcosa di strano. Quello che stavo leggendo non l’avevo scritto io. C’erano frasi che non avevo digitato io, era tutto completamente diverso. No, impossibile! Cosa era quella cosa che stavo leggendo? Perché si trovava nel mio pc?!
Il sudore mi colava sulla fronte quando lessi l’ultima frase. “Ti cacceremo via… ti cacceremo via come abbiamo fatto con gli altri. È una promessa!” e poi il pc si spense.

4.

Quella frase mi aveva lasciato chiaramente sconvolta. Erano molte le domande che mi ponevo.
Chi era stato?
Chi era entrato a casa mia?
Il messaggio era per me?
Perché volevano cacciarmi?
E chi erano “questi”?!
Ogni giorno andavo a lavorare e adesso era quello il mio posto di pace.
Quella casa era strana e mi rendevo conto adesso che non ero stata furba a comprarla. Avrei dovuto aspettare. Come prima cosa mi misi a cercarne un'altra. Ogni giorno chiedevo ai miei colleghi e leggevo vari giornali. Ma nessuno era conveniente e nessuno era al centro della città dove lavoravo.

5.

Ritornai a casa stremata. Aprii la porta e la chiusi alle mie spalle tenendo fra le mani i vari documenti. Posai il tutto sul tavolo e andai verso la cucina per cucinarmi qualcosa. Era tardi ma avevo una fame da lupi. Presi dal frizzer una fetta di carne congelata e la gettai sulla padella aspettando che si scongelasse. Restai in piedi con una cucchiaia di legno girando la carne o semplicemente muoverla nella pentola.
Improvvisamente sentii dei cigolii strani.
Fermai il mio fare voltandomi. Nuovamente quel caldo interno e quel sudore sulla fronte. Un blocco dentro il mio stomaco stava a indicare il mio terrore. La fame mi era passata.
TUM!!
Di nuovo quel rumore! Mi voltai di scatto con il cuore che mi martellava come un tamburo impazzito dentro la cassa toracica. Fissai il corridoio senza poter far a meno di gemere a ogni cigolio. Tremavo e non di freddo. Ero terrorizzata al pensiero di poter trovarmi faccia a faccia con l’assassino. Quindi, mi armai nuovamente di coltello e mi avviai verso le scale. Il rumore proveniva da sopra. E se l’assassino si fosse sistemato li sopra per aspettarmi e uccidermi? Dio, che paura!!
Ogni passo era uno scricchiolio delle scale e ogni mio gemere che cercavo di frenare per non farmi sentire.
La mano destra teneva strettamente il manico del coltello ma stremava come una foglia, tanto che temevo che cadesse per terra lasciandomi disarmata.
Arrivai nel pianerottolo e mi fermai un sol secondo per respirare. Era complicato respirare, perché la paura mi si stagliava allo stomaco e non sapevo cosa fare. Feci un passo in avanti pregando Dio che non ci fosse nessuno in realtà. Chiusi un attimo gli occhi per prendere respiro e coraggio.
TUM!!
Di nuovo! Un altro battito. Non c’era bisogno di uno specchio per sapere che la mia carnagione era diventata come quella di un cadavere.
<<C’è… c’è qual… cuno?>> balbettai sotto voce. Dio, che stupida!! Anche se ci fosse qualcuno, non l’avrebbe detto di certo a me!
Tremante, mi avvicinai alla porta della stanzetta. Mi stanziai li per qualche secondo prima di aprirla di scatto mettendo la lama sopra la testa.
Era tutto normale.
No, non tutto.
La finestra era aperta. Il TUM! era provocato dalla finestra aperta che sbatteva. Abbassai la lama sospirando di sollievo mentre andavo a chiuderla.
Strano: io non l’avevo lasciata aperta.

6.

Altri due giorni passarono.
Vigilia di Natale.
I miei erano fuori dalla città e io, anche quel giorno, dovevo lavorare. Un'altra persona era morta nelle mie vicinanze a causa di un incidente stradale. E io dovevo scriverne l’articolo. Ci mettevo passione nel mio lavoro, ma il pensiero che avrei passato la nottata del Natale da sola, mi faceva sentire tanto sola quanto terrorizzata.
<<Va a casa>> mi disse il capo regalandomi una bottiglia di spumante. <<Va a festeggiare>> mi disse, con un sorriso sulle labbra.
Festeggiare… con chi?
Tuttavia, presi lo spumante ringraziandolo con un sorriso e, prendendo la mia roba, uscii dal mio studio.

7.

Arrivata a casa, posai la bottiglia sul tavolo e presi un insalata gia fatta. Aprii la busta e la versai in una ciotola mettendo solo un po’ di sale e olio.
Il telefono indicava dei messaggi in segreteria.
Premetti il bottone per ascoltare.
<<Ciao tesoro!! Sono la mamma! Volevo augurarti un buon Natale anche senza di noi. Esci di casa e va per negozi, tu che puoi farlo! Trovati qualcuno e divertiti, non lavorare come una dannata! Ti voglio bene, mamma>>
Sempre così la mamma. Alle volte non so chi sia la madre o la figlia. Io sono più responsabile e lei, cinquantenne, mi dice di andare per negozi la notte di Natale e di divertirmi. Scoppiai a ridere sottovoce, premendo il pulsante per ascoltare l’altro messaggio.
<<Ciaoooooooooooooooooo!! Ehi, sorella! Come te la passi nella nuova casa? Noi qui stiamo bene, anche Judy, che ha rotto i primi dentini. Le è salita la febbre ma sta bene e le manca la zia.>> una piccola risata e dei mugugni di Judy <<Ti saluta anche Mark che, al momento, non è in casa.>> uno sbuffo <<E’ andato a comprare la pizza>> si fermò un attimo per rimproverare Judy <<Senti, ti saluto ma ti chiamo presto. Ti voglio bene, ciao!>>
Sorrisi anche a questo messaggio. Non c’era altro, quindi decisi di mettermi a sedere e mangiare la mia lattuga.
AHHHHHHHHHHHHHHHHHH!!
L’urlo mi fece agghiacciare il sangue nelle vene. Mi ferma di scatto di mangiare, con la lattuga fra le labbra e la spalle curve sul mangiare. Gli occhi sbarrati su qualcosa di ignoto.
Non era stata la mia immaginazione, l’avevo sentito veramente. Qualcuno aveva urlato, ma il silenzio si era regolarizzato. Ma adesso era proprio quel silenzio a farmi paura. Non avevo nemmeno la forza per alzarmi, non avevo la forza di reagire. Volevo andare via da quella casa. La forchetta mi cadde dalla mani quasi da sola. Il cuore sembrava essersi fermato e il mio respiro era lento.
Decisi di alzarmi, ma non volevo vedere cosa stava succedendo. Avevo troppo paura.
Sarebbe stata l’ultima notte che avrei passato in quella casa. Poi non mi importava, avrei preso la macchina e sarei scappata.
Con il cuore in gola, presi dal ripostiglio le valigie e andai nella mia camera per prendere tutto ciò che mi era necessario. Avrei inviato un email l’indomani all’agente immobiliare per dirgli che non la volevo più. Avrebbe capito il mio disagio, almeno lo sperai. Presi le magliette, pantaloni, scarpe…
Improvvisamente un fruscio di aria gelida proveniente dalla mie spalle, mi fece rizzare i capelli. Mi voltai per vedere se la porta era aperta. Si, lo era. Era meglio lasciarla aperta, sicuramente. Tanto, fra meno di trenta minuti, sarei stata fuori da quella casa orribile.
TUM!!
Mi voltai immediatamente dopo il sordo rumore. La porta. La porta si era chiusa. Il mio cuore ricominciò a battere impazzendo di paura. Andai verso la porta velocemente, ma quando cercai di aprirla essa rimase chiusa.
<<Apriti, dannata porta!>> imprecai di rabbia. La sbattei varie volte, ma quella restava invariabile.
Un altro fruscio dietro la schiena mi fece voltare. Avevo gli occhi zeppi di lacrime e volevo piacere dallo spavento, ma asciugai le lacrime.
Sussurri. C’erano dei sussurri li dentro. Sussurri gelati che mi entravano dentro l’orecchio e restavano dentro la mente. Ricominciai a battere nella porta cercando di aprirla.
Non puoi aprirla… sei nostra…
Quel sussurro mi fece sobbalzare e urlai quanto potei. Le lacrime mi scolarono sole sulle gote pallide.
<<Lasciami stare, chiunque tu sia!>> urlai, prendendo la valigia piena di roba e scaraventandola verso la porta. Niente, non si apriva. <<Ti prego, non ho fatto nulla di male!!!>> ormai era impossibile fermare il mio pianto di terrore.
Lo sappiamo.
Non era una. Erano tanti. Ma tanti cosa??!! Io non vedevo nessuno, eppur sentivo una forte presenza. Era impossibile per me credere di esser terrorizzata da spettri. Io non ci credevo, non credevo in nulla.
Finalmente, dopo aver forzato la porta, si aprì scaraventandomi a terra. Il cuore mi faceva quasi male, batteva troppo forte e pensai che fra poco tempo me lo sarei ritrovato fra le mani.
Mi alzai uscendo dalla stanza con la valigia nelle mani, catapultandomi dalle scale.
Non puoi scappare. Sei nostra.
Ancora quei sussurri. Mi facevano rizzare i peli sulle braccia e anche quelli dei capelli.
Volevo andar alla porta d’ingresso ma uno di loro mi chiuse la porta proprio mentre stavo per uscire. <<NO!>> urlai per il nervoso. Lasciai a terra la valigia e presi a calci la porta. <<Fammi uscire!!>>
Le risate degli estranei mi travolsero. Ridevano, e le loro risate erano fatte di gelo. Gelo che si stagliava nel mio corpo e che dentro me diveniva paura, odio, nervoso… tutti e tre sentimenti insieme con qualcosa in comune.
Mi incamminai verso la sala da pranzo facendo rumore. Se non potevo uscire dalla porta sarei uscita dalla finestra. Ma, quando arrivai li, qualcuno urlò e le lampade e lampadine scoppiarono tutte. Urlai anche io dalla paura tappandomi le orecchie per non sentire e, indietreggiando, mi ritrovai con le spalle al muro.
Sola, con il buio che mi circondava. Odiavo quella situazione. Il silenzio mi metteva timore, quasi come tutti quei sussurri che galleggiavano sopra la mia testa. Scoppiai in lacrime di nuovo, singhiozzando. Mi sedetti per terra con il cuore in sussulti.
<<Cosa… cosa vuoi da… me?>> chiesi balbettando. <<Cosa vuoi da me!!??>> urlai dopo.
Ucciderti.
Una singola parole che fece scuotere dentro di me altri sentimenti oltre il terrore e l’odio. Sentimento che non avevo mai provato. Ed ecco nuovamente quel mattone di panico. Mi alzai andando a tentoni in cucina, prendendo nuovamente il coltello. Sapevo che non potevo far nulla con quello, ma mi sentivo protetta.
Altre risate macabre.
Con i brividi che mi salivano sulla spina dorsale, mi misi al centro della sala da pranzo girandomi da ogni parte.
Quando il mio sguardo finì sulla finestra. Le tendine oscillarono e quello che vidi mi scioccò più di ogni altra cosa, anche se la visione era durata un solo secondo. Un viso, un viso estraneo dalla pelle bianca, capelli nerissimi e un ghigno sulle labbra viola. Urlai e il coltello mi cadde dalle mani. Non vedevo nulla e potevo solo indietreggiare. Ogni cosa che toccavo con le spalle era un sussulto e un urlo da parte mia.
Basta giocare.
Ma chi aveva voglia di giocare!
Non ebbi il tempo di pensare altro. Una forza estranea mi spinse talmente forte che mi scaraventai al muro. Temetti per le mie ossa.
I miei occhi erano fissi sulla lama. Era animata. Si avvicinava a me lentamente. Gemetti finchè non vedetti la lama a pochi centimetri dal mio viso. Cercai di scappare ma qualcuno mi prese per la gola sbattendomi con forza al muro. Non respiravo. Cercai di prendere con forza chi mi stava soffocando, ma non potevo. Era invisibile e, quindi, intoccabile. Vidi la lama alzata sopra di me.
Buona notte cara. Presto avrai una nuova famiglia. Non sei contenta?
Quella voce era sprezzante, terrorizzante, sarcastica. Indemoniata.
Cercai di urlare, ma non avevo ossigeno.
Sentii la lama del coltello strisciare sopra la mia gamba, lentamente, senza farmi male. Improvvisamente una fitta mi fece urlare di dolore. Abbassai il viso. La lama era entrata nella carne e si contorceva. Sangue, vedendo tanto sangue, ed era il mio!
Mi lasciò – chiunque sia – e io mi fissai la gamba grondante di sangue. Piangevo e urlavo. Possibile che nessuno nelle vicinanze mi sentisse?!
<<Aiutoooooooooo!>> urlai fra le lacrime <<Qualcuno mi aiuti, voglio uscireeee!>>
Tolsi con dolore la lama sanguinante dalla mia gambe e la gettai per terra. Non potevo vedere l’orario. Era tutto troppo buio. I miei singhiozzi si confondevano con i sussurri degli estranei.
Cercai di alzarmi, ma il dolore alla gamba era estenuante. Misi una mano sulla ferita e mi alzai. Lentamente la destra si riempì di sangue. M’incamminai nuovamente verso il centro della sala e un altro suono, piccolo e flebile, colse la mia attenzione. Mi voltai scattante verso lo specchio e lo vidi appannare come se qualcuno ci alitasse sopra. Poi una scritta comparve lentamente. Come se qualcuno passasse un dito sopra l’appanno. I miei occhi fissavano terrorizzata la scena e i singhiozzi si placarono. Ogni lettera era un sussulto. Ogni stridio provocato dallo strisciare del dito sopra il vetro, era un battito accelerato del mio cuore.
E finalmente la parola venne fuori.
MORTE.
La parola mi rimase impressa nella testa mentre il mio sangue sporcava la casa.
Indietreggiai nuovamente mentre i miei pianti si divulgavano per la casa. <<Perché….>> sussurravo fra i pianti <<Perché io…>>
L’orologio a pendolo batté la mezzanotte, e rintoccò.
I miei occhi rossi si voltarono su di esso.
Fruscii che provenivano da ogni parte, mi fecero venire i brividi alla pelle e sentii il sangue raggelare dentro le vene.
È la tua ora!
Per un secondo rividi il viso della finestra e, dopo un ultimo urlo, non vidi più nulla.

8.

Quando mi svegliai l’indomani, sembrava tutto normale. Dinanzi a me il pc. Mi ero addormentata scrivendo qualcosa.
Mi guardai il corpo.
Nulla.
Né ferite, né dolori, né lividi.
Stavo bene ed ero viva.
Risi come una folle fissando la casa come l’avevo lasciata.
Quindi, prendendo la mia roba, lavandomi e portandomi il pc portatile, uscii dalla casa.
<<Buon giorno, signora Smith!>> urlai verso l’anziana vecchietta. Aveva un velo nero sopra la testa e non alzò nemmeno il capo per salutarmi. Strano. Ma non ci feci molto caso.
Mi avviai verso il lavoro.
Arrivata all’ufficio e salutai tutti malgrado loro non ricambiassero.
Ma cosa avevano tutti? Perché non mi degnavano di uno sguardo? Puzzavo per caso?
No, c’era qualcos’altro.
<<Ehi, John!>> sentii dire a un mio collega <<Hai visto il giornale d’oggi?>>
<<No, fa vedere>>
Presero entrambi il giornale <<No, non ci posso credere>> disse John. Era diventato pallido. <<Ma… quando è successo?>>
Cos’era successo? <<Ehi, ragazzi!? Che combinate?>> chiesi io, avviandomi verso loro. Avevano il giornale aperto e quindi poté vedere tutto benissimo. Il mio sorriso scomparve immediatamente mentre leggevo l’annuncio.
Il mio nome era in prima riga, scritto in grassetto. Sotto una foto. Una foto orribile. Una ragazza con gli occhi sbarrati dal dolore e terrore e una ferita che partiva dall’ombellico in su. Una ferita sulla gamba destra e le mani piene di sangue, così come il viso.
Quella ragazza ero io.
Urlai.
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MessaggioInviato: Gio Nov 25, 2010 8:44 pm    Oggetto: Adv






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Monia Di Biagio

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Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Sab Nov 27, 2010 11:24 am    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Anche questo racconto mi è piaciuto moltissimo: bello e agghiacciante, con finale a sorpresa... Insomma un gran bel thriller: Brava Anya!

PS Ribadisco il concetto che in qualsiasi sezione di Scritturalia tu ti accingi a scrivere e pubblicare, è sempre un piacere leggerti, perchè scrivi veramente bene!

smile 3 Sicura di avere solo 18 anni? XD LOL

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Anya







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MessaggioInviato: Sab Nov 27, 2010 11:57 am    Oggetto:  
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Ciao Monia...
eh si... purtroppo ho 18 anni... Dico purtroppo perchè vorrei essere più piccola e non viceversa XD Mi basterebbe avere 15 anni... a vita, però! ahhaha... Mi fa sempre piacere leggere i tuoi commenti almeno vede che a qualcuno sulla faccia della terra, piace quello che scrivo... anche se magari sono banali -.-
Grazie, Monia...un bacio.

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