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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

"Scritturalia" è la terra delle parole in movimento, il luogo degli animi cantori che hanno voglia di dire: qui potremo scrivere, esprimerci e divulgare i nostri pensieri! Oh, Visitatore di passaggio, se sin qui sei giunto, iscriviti ora, Carpe Diem!

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felicità (per modo di dire)
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nero








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MessaggioInviato: Sab Ago 27, 2011 10:37 am    Oggetto:  felicità (per modo di dire)
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Felicità (per modo di dire)


I lapàri li devono scannare a tutti. Neanche le nove e già sparpagliano nell’aria lacrime napulitane, jo stongo carcerato e mamma more, con lo stereo a palla. E bandìano le verdure coll’altoparlante. Broccoli patate scalora. Le femminelle li chiamano dalle finestre: «Principale, si fermasse, si fermasse», e loro inchiodano il mezzo frenando a disgraziadiddìo , smerciano la scalora e ripartono con uno sgroscio che pare un rantolo di morte.
E io non posso dormire.
Una volta in questo momento della giornata mi facevo dieci flessioni, tanto per farmi coraggio e testimoniare a me stesso d’essere in forze. Ormai niente: troppo vino. La carne floscia mi pende dalle ossa come una gelatina tremolante… Perciò non appena i lapàri mi scippano dal sonno, il primo pensiero è solo di bere. Se ho in casa un cartone di Tavernello mi alzo e me lo vado a scolare con la passione avida di un vampiro che affonda i denti nel collo di una vergine.
Vino industriale, il Tavernello. Un euro al cartone. Ogni cartone contiene un litro di acquarella rossiccia, aggiustata con le polverine, insapore come l’urina degli angeli. Ma è alcolica e se ne scolo abbastanza soddisfa uguale il mio bisogno di stordirmi, di spegnermi. È l’unico vino che posso permettermi. Il peggio è quando non ho soldi nemmeno per un cartone di questa provvidenziale schifezza. Allora aprire gli occhi la mattina significa entrare in una vasca d’ansia e restarci a mollo tutta la giornata.
Oggi però mi va di lusso: Tavernello vero, originale al 100%. Ho una bellissima scorta di sei cartoni, e perciò mi sento sicuro e tutelato come uno che lavora alle Poste. Un cartone per la verità è già smezzato, perché sono alzato da venti minuti…
Niente.
Mi sono messo subito a scrivere, di capo mattina. Certe volte mi fa l’effetto del Tavernello. Scrivere dico. Oddìo, oddìo: proprio del Tavernello, non lo so... All’asciutto non posso starci, non se ne discute. Senza scrivere invece posso starci benone. Ma comunque buttare parole sul foglio, narrare, un poco mi aiuta a raggiungere le cinque del pomeriggio, quando apre il supermercato, e io allora esco di casa a fare scorta della mia pozione magica. In genere aspetto seduto al tavolo della cucina, dove un giorno sì e uno no scrivo queste minchiatelle. Ma certe volte le parole ristagnano nella penna, allora faccio scarabocchi su dei fogli a quadri. Oppure faccio calcoli: quanti interessi tira chi ha quattrocentomila euro in BOT, di quanti fanti era formata una legione romana, quante volte mediamente vado al gabinetto in un anno… Tavernello e minchiatelle, Tavernello e scarabocchi, Tavernello e calcoli. E alle cinque il supermercato. È la mia vita. E non ho nemmeno la scusa di qualche sventura grossa: lutto corna fallimenti, non ne ho sperimentati mai.
Un’epoca in cui io pure avevo un futuro c’è stata. Mi figuravo capace di scrivere capolavori e di sedurre donne. Mi pareva possibile raddrizzare le cose storte di questo mondo, come Lancillotto.
O almeno fare i soldi.
Le giornate, cariche di promesse e seduzioni.
Poi niente.
Il cielo ostile cominciò a custodire un segreto impenetrabile.
Mi spuntò una barba malaticcia e la noia ingiallì ogni cosa.
Ipermercati, video porno, carri armati, bastoncini Findus e molte altre meraviglie nel vasto e molteplice mondo.
Ma io, niente.
Presi a bere.
Non so se c’entra il posto in cui sono nato e vivo: quattro case gettate come mondezza sul ciglio di un dirupo da cui non si vede che l’abbandono torrido delle montagne e un brulicame di motopale che le scava e le sterra per fare brecciolino e sabbia.
Forse la magagna è essere nati, qui o a Persèpoli non fa molta differenza.
A un certo momento uno fa a legnate col niente, e vince il niente. Allora viene il tempo del valiu.m o dell’acquarella rossa.
Non so…
Può essere che se avevo un pezzo di lavoro io non bevevo. O forse bevevo uguale, chi lo può dire… E se avevo una femmina può darsi che non bevevo… Oppure bevevo e la pestavo… Allora meglio che non ce l’ho, una femmina.
Sì, molto meglio.
Ma poi, perché non devo bere? Se non bevo, che ci guadagno? Se qualcuno mi vuole astemio deve darmi ottanta milioni. E un villino a Taormina. E ancora non so se posso accettare…
Mi piacerebbe avere soldi, tanti soldi, anche se credo che non cambierebbe molto, dico riguardo al bere.
La sera, prima di affondare in un sonno catarroso e labile, mi ballano nella mente terni, quaterne, sei al Superenalotto, improvvise eredità da zii sconosciuti, milioni, miliardi.
Del mondo non mi importa più.
Dei soldi sì, mi importa.
Al niente nudo e miserabile preferirei un niente luccicante e ovattato, pieno di comforts e di gadgets. Ma mi tocca stare coi gomiti su questo tavolino di fòrmica, in queste due stanze luride, in questa strada di case sgangherate che sembrano congelate da una fata un momento prima di crollare. Niente malinconia, no. È una finezza poco adatta a chi passa la giornata in un paio di mutande lorde e col portafoglio vacante.
Solo malumore, nero malumore.
Il niente è irreparabile e uno ci fa il callo. Alla miseria invece uno il callo non ce lo fa. Io non ce lo faccio, il callo.
Ottanta milioni di euro dovete darmi, se volete farmi stare senza bere..., e ancora non so se bastano…
Mi arriva da fuori una ventata improvvisa di male parole: la Rissa, l’Eterno conflitto tra la signorina Zina e Ninetta La Pupa torna di nuovo a divampare. I carusi escono veloci di casa, attrezzati con pane e nutella, e si appostano per non perdere lo spettacolo.
Tutto è cominciato secoli fa, quando la signorina Zina ha affittato il piano terra a Ninetta La pupa, due buchi e un bagno annegati dall’umidità. E Ninetta La Pupa ha cominciato a pagare la mesata prima in ritardo, poi in ritardissimo e alla fine mai. Alla scadenza di ogni mese ne nasce una scerra famosa che attira, come moschette su una pera invermata, anche i cristiani dei quartieri vicini.
La signorina Zina, bianca come la morte, appoggia la pancia sulla ringhiera del terrazzo, si sporge pericolosamente, agita le mani e lancia verso Ninetta La Pupa una litania avvelenata:«Canazza bastarda mi devi dare i soldi il signoreggesù misericordioso ti mandasse una botta nella panza che devi crepare mangiata dai vermi assassina la casa in affitto te l’ho data per la mia rovina ti mando i carabinieri ti faccio assaggiare la galera TI MANDO A CHI DICO IO E TI FACCIO SPARARE NELLA BOCCA».
Ninetta La Pupa, grassa e placida come una vacca al pascolo, non si impressiona, e per fare la superiore manco risponde. Sta davanti alla porta mostrando al popolo il petto orgoglioso che le gonfia la pezza scarsa della camicetta made in China. Ridacchia, sputa, canta mafiosa tirollallèro lallèro, cerca con gli occhi l’approvazione dei carusi che leccano la nutella sul pane.
Nel frattempo nel budello di case losche e intasate di popolo arrivano un po’ di cristiani, che fanno finta d’essere capitati lì per caso. Sì, per caso! Vengono apposta, vengono. E se qualche volta ci scappa il sangue, sono tutti contentissimi. E io pure, oggi… un po’ di sangue a colazione non sarebbe male. Mi metto perciò alla finestra.
Ninetta La Pupa è entrata in casa a prendere la scopa, e ora la fa ballare in aria, tipo il bastone delle maggiorette. E questo significa un’offesa terribile e anche peggio. Perché la scopa, se la metti fuori dalla porta colla spazzola in aria, vuol dire solo che sei lagnata alla morte con una vicina e non ci vuoi più avere a che fare; ma se la fai ballare in un certo modo, vuol dire che scopi il malaugurio, il Brutto Bestia, e lo mandi tutto alla tua nnimìca .
La signorina Zina vede la scopa che balla e comincia a masticare lastime e recumaterni di scongiuro.
Poi scompare…
Ora è di nuovo sul terrazzo.
Occhio, occhio! Regge una secchia piena d’acqua!
È un attimo, ed ecco il goccione che vola, sputazzata di Polifemo, sgriccio di vipera gigantissima... e cala come LA VENDETTA DI DIO su Ninetta la Pupa.
Splasc, governo bastardo.
Ninetta si rintana colla vestina fradicia appiccicata sulla pelle, mentre la signorina Zina ride e ride e ride, tipo che qualcuno le fa dichi dichi sotto le ascelle. Ora la signorina Zina si rivolge a Nunziata Scassalapignata, che si sta guardando lo spettacolo dal suo balcone, e le domanda: «Ho fatto bene?»
E si risponde da sola:«Benissimo ho fatto! Anzi ci dovevo tirare una pietrata nel mezzo della fronte, una fucilata nelle spalle dovevo tirarci, altro che acqua fresca…»
Nunziata Scassalapignata scompare in casa, perché non vuole sprecarsi a dire la sua così per niente, col rischio che poi la strascinano a gratis dentro la scerra, proprio lei che, per politica, è amicona di tutti e nnimìca di nessuno.
Ora si sentono dei rumori.
Sembrano colpi di martello.
Sì, sono colpi di martello dati su cose che rintronano, tubi o pezzi di lamiera.
L’attesa quaglia nell’aria: Nunziata Scassalapignata ricompare sul balcone, colla scusa di appendere due maglie ad asciugare; i carusi si danno gomitate di contentezza perché capiscono che si sta preparando qualcosa di grosso. E perfino i passeri appollaiati sui fili della luce sembrano stare lì per vedere come va a finire.
La signorina Zina ad ogni colpo di martello storce la bocca, si prende la testa fra le mani e piange la disgrazia grandissima che il signoreggesù le ha mandato.
E sbotta: «Assassina mi spascia la roba prostituta bastardissima chiamate i carabinieri aiuto aiuto tutta la casa mi sta scassando»
Ed ecco ricomparire Ninetta la Pupa, ancora bagnatizza per la secchiata d’acqua che l’ha investita come una scoppola: abbraccia UN CESSO ROSELLA.
Lo regge a stento.
Il cesso rosella.
Lo ha staccato a martellate per vendicarsi con uno sfregio alla proprietà della signorina Zina.
Il CESSO….ha staccato IL CESSO: lo vedo con i miei occhi ma non ci credo…
Ed ecco, lo lascia andare in mezzo alla strada.
Aiutato dalla lieve pendenza, il cesso viene a depositarsi proprio davanti alla mia porta.
Lo guardo e all’improvviso mi sembra di capire qualcosa, il perché del Tavernello, il perché degli scarabocchi. Ma non è una rivelazione chiara e definitiva. È un lampo che subito si dilegua. Se alzo gli occhi, il cielo è ancora grigio, e il suo segreto non lo spiattella.
Le cose di questo mondo non sono una chiave: sembra certe volte che indichino una pista, che denuncino l’imbroglio.
Ma è una truffa.
Il fatto è che non c’è più niente da capire, da svelare, nessuna pista da seguire. Nessun mistero. Tutto è banale, ordinario.
Il mio vino è squallido e mai più diventerà sangue di Cristo.
Ci sono vite umane che valgono meno di un insetto, potrebbero essere cancellate dal mondo con un clic e la quantità di energia totale presente nell’universo resterebbe inalterata.
Sono milioni di vite, sì.
E in mezzo c’è la mia.
I carusi hanno fatto cerchio attorno al cesso e sghignazzano come iene soddisfatte. Nell’aria galleggia, come un palloncino scappato di mano, una canzone di Al Bano e Romina: «Felicità è andare lontano, è tenerti per mano la felicità»… Ah Cristo! «È mangiare un panino con un bicchier di vino la felicità». Questo sì, questo sì: un bicchier di vino è esattamente quel che ci vuole.
Basta! Oggi, ho deciso, esco prima delle cinque!
Uno si deve aprire al mondo, no?
Sì, faccio due passi.
Parlo con qualcuno, anche se ormai non mi sembra che ci sia granché da dire.
Anzi esco subito.
Ora mi vesto ed esco.
Mi do prima una lavata, mi faccio una doccia.
E poi esco.
Sì…
È che…, non so.
Forse meglio che non mi vesto.
Meglio che non esco.
Che cosa devo fare, io, là fuori? chi devo cercare?
No, mi sa che non esco.
Essere visto è un tormento.
Significa fare i conti con i conoscenti, che mi aspettano al varco come ragni che si dondolano affamati nella ragnatela.
Mi adocchiano, vengono a tirarmi per la giacca, e rapidamente mi imbozzolano nel filo appiccicoso della loro chiacchiera: fingono una grande meraviglia perché è assaissimo che non mi vedono — dicono, e subito mi domandano il curriculum.
Vogliono sapere se sono sposato, se ho finito gli studi, che lavoro faccio, quanto guadagno. Naturalmente, non vogliono saperlo per davvero. Anche perché si deduce all’istante da come sono vestito, dalla barba molliccia che mi infesta la faccia, dagli occhi rossi e gonfi di sonno, che sono un fallito. Il preoccupato interesse che cola dai loro discorsi è solo un pretesto per esibire soddisfatti la loro vita di cristiani sistemati . Quando un cristiano sistemato, moglie laurea posto fisso, trova uno come me, è per lui un giorno memorabile, un festino. Può finalmente gonfiare le penne, sentirsi qualcuno in un mondo in cui non è nessuno, sottolineare la differenza di livello: lui sopra; io, che non mi sono sposato, non ho finito gli studi , non sono sistemato, sotto.
È per questo che mi servono ottanta milioni di euro, per vendicarmi del ghigno di commiserazione col quale mi danno pacche sulle spalle mentre soddisfatti annotano che ho le scarpe scassate, l’alito putrido e le mani che tremano…
No, mi sa che non esco.
E poi devo ancora riprendermi dall’ultima uscita, due mesi fa.
Davanti al Bar Eden mi beccò Gino Polipolì, uno che in quel bar ci ristagna a vita con le tasche imbottite di Raudi, le bombette. Le va sparando sotto le macchine, tanto per così. Fanno un botto fortissimo. Certe volte le fa scivolare nelle tasche delle femmine che passano: il botto le fa saltare all’aria come cavallette disperate in mezzo alle vampe.
Per Gino Polipolì è uno spasso.
Questo qui iniziò a infilarmi un discorso da crepare, una roba che mi calava negli intestini come una crespella unta e acida:

Lui:«Eppure un sistema c’è.»
Io: «Un sistema per cosa?»
Lui:«Un sistema per fare i milioni.»
Io:«?»
Lui:«Quanti siamo nel mondo?»
Io: «Una marea».
Lui:«Se tutti mi mandavano a me dieci centesimi, mi facevo un autobusso di euri».

Poi,dopo un po’ di bestemmie masticate piano per sottolineare la novità e bontà del ragionamento, di nuovo:

Lui: «Eppure un sistema c’è.»
Io: «?»
Lui «Dico un sistema per fare i soldini »
Io «?»
Lui:«Se tutti mi mandavano a me dieci centesimi, mi facevo un autobusso di
euri, e ce la mettevo nel darrère a tutti quanti.»
Io: «Ma a te, i cristiani, per quale motivo te li devono mandare dieci centesimi?»
Lui: «So io.»

Ancora bestemmie di soddisfazione. Poi, come per una magherìa che lo condannava a quel discorso senza senso:

Lui:«Eppure, porcamadosca, un sistema c’è.»
Io «?»
Lui: «Se tutti mi mandavano a me dieci centesimi, o anche soltanto cinque centesimi, io mi facevo un autobusso di euri»
Io: «Ma a te, i cristiani, per quale motivo te li devono mandare cinque centesimi? »
Lui «Perché sì.»
Io «?»
Lui: «Me li devono mandare perché ho la minchia grossa. E basta.»

Niente, per oggi non esco.
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MessaggioInviato: Sab Ago 27, 2011 10:37 am    Oggetto: Adv






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