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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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"Il tempo delle anime di Franco Masini"
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franco123








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Località: Lucca
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MessaggioInviato: Sab Feb 20, 2016 6:19 pm    Oggetto:  "Il tempo delle anime di Franco Masini"
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Capitolo 4) - L’uomo politico -

Questa “strana” attività fino a quel momento non gli aveva creato seri problemi salvo una volta in cui si imbatté in un uomo, ma lo seppe solo dopo, che si occupava di politica!
Il tizio era ricoverato all’ospedale cittadino nel reparto di oncologia.
In un primo momento sembrava stesse “bene”, si fa per dire e stava per essere dimesso, quando inaspettatamente fu colpito da un ictus e ci restò.
Franco lo venne a sapere e si precipitò al reparto dove gli fu detto che era già stato trasferito all’obitorio.
Corse all’obitorio dove lo rintracciò, ormai cadavere e disteso sul catafalco, ma in buona compagnia!
In che senso?
Nel senso che attorno a lui si era raccolta molta gente della quale alcuni, presumibilmente i parenti, pregavano o almeno sembrava lo facessero, mentre gli altri, stranamente vestiti di una sorta di uniforme, in modo cioè l’un l’altro molto similare, sembravano distratti, annoiati o mentalmente assenti.
Questi ultimi stavano alcuni in piedi, altri seduti in disparte, ma sempre in pose strane, innaturali, come se, pronti ai ceppi di partenza, fossero in procinto di partire.
Franco, li per lì non ci fece caso e si diresse, cosa che in quel momento riteneva urgente, verso il catafalco dove cercò di leggere il nome di colui che l’occupava.
Il nome, stampato a lettere d’oro sullo sfondo nero del nastro della corona mortuaria, naturalmente non gli diceva nulla, nel senso che non lo conosceva, ma valutando dalla ricchezza degli addobbi, lo aiutò a farsi un’opinione!
“E’ meglio non fare gaffe e cercare di capire chi sia”, pensò, ma poi, “attento, Franco”, si disse, “che l’abito non fa il monaco!” e si allontanò.
Poi, tanto per far passare il tempo, si guardò attorno e facendo finta di nulla provò a leggere nei loro pensieri.
Stava giusto cercando di capire che tipo di gente fosse quando inaspettatamente trovò una strana resistenza e non vi riuscì.
Urtava contro una sorta di blocco mentale, una barriera fatta di pensieri estranei all’oggetto in questione e che nulla lasciavano trapelare in fatto di emozioni e sentimenti.
“Strano” pensò perplesso, “sembrerebbe un muro di ghiaccio, una barriera di menti ciniche e sospette che si guardano fra loro in cagnesco”.
Eppure, al vederli addobbati alla stessa maniera: giacca blu, pantaloni grigi, cravatta a righine gialle e scarpe nere e lucide, veniva da pensare a dei colleghi, a degli amici tristemente riuniti per onorare il morto.
Non era esattamente così e quando lo comprese ci rimase male.
Poi, dopo un attento esame della sensazione, si rese conto che quell’atteggiamento derivava proprio dal fatto che il morto, in vita, era stato un uomo politico importante e i presenti, evidentemente, erano i suoi compagni di partito.
E che compagni!
Durante tutta la sua vita, salvo per fortuna la parentesi scolastica, il morto era stato un parlamentare e non aveva fatto altro che sgomitare a destra e a manca.
Aveva promesso piaceri a tutto campo, fornito coperture a criminali e ad imbroglioni d’ogni risma promettendo, in cambio di raccomandazioni, una qualsiasi utilità.
Magari non era nemmeno una cima, un uomo intelligente, ma abile a farsi largo, senz’altro.
Ed ora che era defunto non stava facendo altro che raccogliere quanto aveva seminato, ossia il disprezzo dei restanti.
Quei presunti amici che, in quanto colleghi di partito, amici non lo erano affatto, erano in lotta fra loro per la successione e per nulla preoccupati dalla sua presenza (quella di Franco), che ai loro occhi doveva apparire insignificante, pensavano solo al potere.
“Ma guarda che gente e che congrega!”, non poté fare a meno di pensare Franco, “sembrano mastini napoletani pronti a sbranarsi fra loro per un osso, ma chi è quella personcina laggiù così teneramente addolorata?”.
Per nulla imbarazzato e fingendo di essere un conoscente, Franco si avvicinò al gruppo di quelli che riteneva fossero parenti.
Parenti veri, come ovvio ce n’erano, ma se ne stavano in disparte, non osando con la loro modesta presenza inimicarsi quella banda di Proci.
Seduta su una sedia, in disparte, c’era in effetti una personcina vestita di nero, in gramaglie come si direbbe, china su se stessa, apparentemente intenta a pregare.
Per non destare sospetto, le si avvicinò cautamente e vide che si trattava di una giovane donna, ancora bella.
“Sicuramente la moglie”, pensò, “oppure, data l’apparente età giovanile, una figlia”.
“Carina, però”, pensò Franco e fu proprio in quel momento che proveniente dal catafalco, udì una voce.
“E’ mia nipote, furbone e lasciala stare, te lo consiglio”.
Era un vocione dal timbro profondo, cavernoso, che dava l’idea di provenire da un megafono, dalla gola di un basso o da qualcuno con un volume toracico importante.
Si volse e guardando vagamente verso la parete, cioè verso il catafalco, balbettò, “va bene, va bene, ma non volevo proprio fare nulla di male”.
Ovviamente non lo disse ma lo pensò e rivolgendosi al luogo di provenienza della voce si accorse che partiva dal catafalco dove ovviamente, coperto da un drappo di velluto nero frangiato in oro e con una bella sigla “R” al centro, lunga distesa s’intravedeva la figura del morto.
Si riprese dalla sorpresa e: “Se mi permette, Masini e lei?”.
“Sono il cav. Emilio Rossi, del PSI”, rispose pomposamente l’altro, “e sebbene defunto mi sento ancora in forze”.
“Non lo metto in dubbio”, rispose Franco conciliante, “solo che al momento mi era sfuggito il suo nome e non volendo fare una gaffe lo stavo per chiedere ad un suo congiunto”.
“Ma che congiunto e congiunto,” rispose prontamente l’altro, “sono tutte balle perché in realtà a lei, come a tutti gli altri, interessa solo la successione e nient’altro”.
“Manco per niente”, rispose prontamente Franco che su certe cose reagiva con vigore, “a me della sua successione non me importa un bel niente e semmai è a Lei che potrebbe importare quello che ho da offrirle”.
Involontariamente Franco aveva usato il Lei con la L maiuscola.
Era il retaggio di una certa timidezza, senso d’inferiorità, timore verso chi aveva senza dubbio saputo “navigare” nella vita meglio e più prepotentemente di lui e che quindi conservava intatta tutta la sua protervia.
In conseguenza di ciò e in ossequio al tizio, si trattenne e seguitò a parlare con voce suadente e insolitamente dolce: “mi scusi se l’ho fatta arrabbiare, ma se ora mi può concedere un po’ del suo prezioso tempo Le vorrei raccontare una storia”.
“Ma che storia e storia”, rispose burbero l’altro, “a me delle sue storie non interessa niente, però se proprio insiste e visto che non ho niente da fare, le concedo 10 minuti, non di più, è?”.
“Vada per 10 minuti”, rispose Franco conciliante e attaccò col preambolo: “se si sente sicuro come sembra non badi a quello che le sto dicendo e faccia come ha sempre fatto, ossia da solo, altrimenti mi stia a sentire attentamente”.
Detto questo, Franco s’interruppe per ascoltare se l’altro avesse da obbiettare qualcosa, ma non sentendo niente, continuò, “Sono un accompagnatore necroforo professionale”, disse e più sommessamente, “di morti”, aggiunse a mo di precisazione e si fermò.
Aveva parlato in maniera circospetta, quasi in sordina, come se temesse una reazione violenta, imprevedibile che invece non venne.
Lo guardò, per vedere se il suo discorsetto, che era solo il preambolo, avesse avuto un effetto.
Ma una volta che si rese conto che l’altro era rimasto a sentire imperterrito così com’era, ossia lungo disteso rigido e impassibile come giustamente deve essere un morto, “Bene”, esclamò “visto che il mio annuncio non le ha fatto alcun effetto, vado avanti”.
Non lo voleva ammettere ma era rimasto veramente sorpreso da quella arrendevolezza… o indifferenza?
Dopo la premessa un po’ scioccante, si aspettava che come minimo l’altro insorgesse e che, sconvolgendo gli astanti e al tempo stesso l’ordine naturale delle cose, si alzasse dritto sul catafalco.
Poi immaginò che da quella posizione gli avrebbe lanciato una querela, una sfida a duello.
Invece, nulla di tutto questo.
Non una mossa, non una parola, ma solo un impalpabile ma profondo silenzio!
“Che sia proprio morto?”, mormorò Franco perplesso, ma poi si rese conto dell’enormità di quello che aveva detto e si corresse: “per essere morto è morto di sicuro ed é normale che si comporti così ma che significa questo silenzio?” e subito dopo, “non sarà mica già partito?”.
Piuttosto preoccupato da questo insolito comportamento ma pur sempre intenzionato a non perdere il cliente, Franco riprese timidamente il discorso.
“Se mi permette e mi vuole ascoltare, le concedo l’alternativa a lasciarmi dire a quella che, se dico fesserie, mi può interrompere in qualsiasi momento con un gesto” e così dicendo accennò un gesto della mano, ma poi si corresse, “no, non così che altrimenti gli altri, i presenti, se ne potrebbero accorgere”, e sorrise fra se della trovata, “sarebbe bella che il morto alzasse una mano per chetarmi”, ripeté ridendo.
“Va bene, va bene”, rispose “sto ascoltando…. le sue “fesserie” e dal tono di come lo disse si capiva che era dubbioso “ma prosegua”.
Incoraggiato almeno da quell’ammissione di presenza ed esaurita la comicità della battuta, Franco riprese, “il mio è un aiuto non del tutto disinteressato”, esordì con tono imbarazzato, ma siccome l’altro, nonostante la pausa lasciata a bella posta per sollecitare un’eventuale commento, non interloquiva, proseguì: “naturalmente Lei può anche recedere e non accettare ciò che le vado offrendo ma si ricordi”, disse e il tono gli si fece duro, “che una volta sottoscritto il contratto, NON” e calcò bene la voce sulla negazione, “si può esimere dall’onorare il saldo, intesi?”.
“Non ho detto ancora nulla e lei si sta già scaldando, non se n’è accorto?”, fu il sardonico commento.
E intanto ammiccava.
Rimase sorpreso Franco, dalla freddezza di quelle parole ma poi, conscio dell’indelicatezza che aveva usata, si corresse, “ lo so, l’ho capito che Lei è un gran signore ma sa com’é, nel mio mestiere, quante volte mi sono imbattuto in lestofanti di bell’aspetto e ci sono rimasto fregato?”.
“Bene”, rispose imperterrito l’altro, “non è il mio caso e di lestofanti non ne so nulla né lo voglio sapere, so solo, però, che si deve sbrigare altrimenti me ne vado da solo”, e a mo’ di giustificazione aggiunse, “perché come lei sa il tempo concessoci per rimanere su questa terra è poco, non più di un’oretta” e concluse, “poi bisogna andare, dove poi non si sa, ma so di certo che non posso rimanere qui in eterno” e rise contento di aver esordito anche lui con una facezia, una battuta.
Probabilmente si aspettava che alla battuta seguisse una risata ma non fu così.
“Mentre invece ci sarebbe da piangere!”, pensò Franco però senza dirlo e riprese il discorso
“Ecco, appunto!”, esclamò “proprio lì sta il problema!”.
“Quale problema?”, obbiettò l’altro che evidentemente non dormiva affatto, “di che problema si tratta?” e quasi in risposta aggiunse: ”che cos’è questa storia di pagare, pagare poi per che cosa?”.
Ma non era nell’ordine naturale delle cose fornire una risposta a tale quesito e Franco lo sapeva perché, prima di tutto gli premeva parlare del servizio e poi e solo qualora l’altro avesse accettato, del compenso.
Era la classica strategia del venditore o meglio del promotore d’affari, come oggi si usa dire, ma anche dell’imbonitore, come si diceva una volta parlando del classico venditore di oggetti da poco conto.
Dalla tele vendita di materassi al “Lattice”, aspirapolvere, cosmetici e libri a rate (mestiere che Franco aveva fatto e che conosceva benissimo) nonché di piatti e chincaglierie al mercato ed alle fiere di paese, come ben si sa il tono era quello.
“Mi dica, egregio, mi dica”, continuava con tono sardonico e suadente intanto il morto, “come se la cava fra i vivi, visto che riesce a stabilire così bene un contatto con i morti?”.
A questa insolita domanda, Franco, rimase per un po’ in silenzio.
Franco era perplesso.
Non, si badi bene, per il fatto che il morto parlasse , cosa alla quale ormai si era abituato, ma dell’interrogativo assai imbarazzante che gli aveva posto.
Prima di allora, a nessuno era mai venuto in mente di porre una simile domanda, di indagare il perché del suo potere e delle sue capacità extrasensoriali e forse nemmeno lui, accettando la cosa con rassegnazione, se l’era mai posto.
In fondo, il perché e il percome fosse venuto in possesso o avesse scoperto di possedere quei poteri non costituiva il vero problema ma il fatto di riuscirvi a piacimento quello si che contava e soprattutto contavano i soldi che riusciva in quel modo inusuale a guadagnare.
“Veramente“, balbettò Franco, “la cosa nacque quasi per caso, per gioco”.
“Ero a casa mia, a Lucca e stavo scendendo le scale, sa le scale di casa, al mio indirizzo ossia in quella corte dove avevo trascorsi i primi anni della mia vita e dove, moltissimi anni dopo son tornato”.
Prima di continuare però Franco, per sincerasi di non star annoiandolo, s’interruppe e rimase in attesa di essere incoraggiato.
“Vada avanti, continui, che m’interessa”, rispose l’altro .
E Franco riprese il racconto: “Dunque, stavo dicendo, a si, che il mio gatto, quel fetente, ha la pessima abitudine di uscire alle quattro di mattina, per rientrare alle 7 e 30….”.
“Scusi ma che centra il gatto?”.
“Centra, centra”, rispose Franco seccato per l’interruzione.
Poi proseguì: “sebbene fossi terribilmente assonnato, (avevo mangiato pesante quella sera), venni svegliato dal miagolar del gatto, che nel suo solito modo mi invitava a farlo uscire di casa.
Aveva imparato che un breve e modulato miagolio (come si sa i gatti hanno imparato sembra 10, 20 modi di miagolare per ottenere qualche cosa dai loro padroni), non solo mi avrebbe svegliato dal torpore, ma anche invitato ad aprirgli la porta.
Altra interruzione utile e necessaria per raccogliere le idee e poi, “Dunque, vediamo, ha si, ora rammento; mentre scendevo le scale, una rampa di soli 17 scalini, quella che dal mio pianerottolo scende fino alla loggia e quindi al portone del palazzo, col gatto che trotterellando mi precede, sento scendere dai piani superiori il classico rumore di chiusura di una porta dopo di che, sento dei passi. Passi di una persona che sta scendendo”.
“Mi meravigliai e non poco che a quell’ora insolita un inquilino dei piani alti scendesse le scale, ma della cosa non mi preoccupai più di tanto”, esordì Franco e aggiunse, “pensai: sono affari suoi, solo mi secca farmi trovare in pigiama!”.
Breve pausa d’effetto quindi Franco riprende: “Sentii il rumore dei passi avvicinarsi e voltandomi, notai una forma umana, biancastra, fluttuante, un po’ sfumata, addobbata con una gran massa di veli vaporosi che tenendosi con la mano destra al corrimano, scendeva ad uno ad uno i gradini, lentamente, badando bene dove posare il piede, come se fosse impacciata o titubasse.
Mentre pensavo in buona fede che si trattasse di un’inquilina mattiniera, mi feci prontamente da parte per lasciarle rispettosamente il passo e fu allora che giratomi a guardare, notai le forme, i lineamenti e persino il volto che a me parve bellissimo e soave.
Era un bel viso di donna, quello che vedevo e non sorridente ma severo.
Lo sguardo era rivolto altrove ed evidentemente non mi vedeva, non mi guardava nemmeno.
Notai il vestito che mi parve insolitamente lungo e i capelli raccolti in alto, sulla testa, a mo di crocchia e mi parvero di uno sconcertante “fuori moda” assieme alle scarpine, incredibilmente minuscole, che sembravano quelle di una bimba.
Il fatto che non fosse né carnevale né l’ultimo dell’anno e che non l’avessi mai vista prima d’ora, mi fece escludere che fosse un’inquilina dello stabile quindi pensai a una persona impegnata nella lavorazione di un film d’epoca, magari una ospite di qualcuno.
“Comunque non sono affari miei”, mi dissi ma subito dopo mi corressi, “toh! Ma che vedo? Rassomiglia molto a…a mia nonna!”, mormorai e rimasi impietrito…. dall’orrore.
Quando mi passò vicino, perché scendendo più velocemente di me, mi aveva superato, mi sfiorò e a quel contatto senti un brivido di freddo corrermi lungo la schiena.
Istintivamente mi ritrassi.
“Ma chi la sorpassava?”, facendolo sobbalzare, l’interruppe il morto, “si spieghi meglio”.
“Ha ragione, forse sono stato troppo precipitoso e poco chiaro, ma rimedio subito”, rispose prontamente Franco al quale, vista la brevità del tempo a disposizione, premeva di concludere il racconto in fretta.
“Deve sapere” e calcò la voce su quel deve, “che in quella casa, al terzo ed ultimo piano, dove tra l’altro ci avevo abitato anch’io in tempo di guerra, ci aveva trascorsa tutta o quasi la sua esistenza anche mia nonna, mio zio, le zie, mio nonno e mio padre da giovane e così pure tutta la mia famiglia, con mamma, papà, i miei fratelli e come già detto, anch’io che nascendo però nel 37, non l’ho conosciuta e non la potevo ricordare perché proprio allora, ossia quando nacqui, morì di cancro”.
A questo punto Franco, pensando, a ragione, di essere stato un po’ prolisso e con tutti quei personalismi, pure noioso e forse anche un po’ banale, cosa che fra tutte aborriva di più, fece un’altra interruzione e solo dopo l’incoraggiante e atteso “va bene, va bene, continui pure, non si fermi”, dell’altro, riprese il discorso.
“Mio zio, mi dicono e c’è scritto anche nel libro della sua vita, é stato considerato da tutti ma soprattutto da chi lo conosceva bene, un santo, e proposto per diventare “Beato” perché pare abbia fatto dei miracoli; mia nonna, invece, che di miracoli ne aveva fatti anche lei, ma é sempre stata considerata solo una pia donna mentre, in quanto a santità, forse lo era anche più di lui, non è mai stata proposta per la beatificazione”.
“Ma chi può dirlo?”, aggiunse Franco, “Ma che mi dice”, interruppe l’altro, “ma allora lei ha dei parenti santi?”.
“No, non ufficialmente perché vede, siccome la famiglia non ha voluto spingere la causa di beatificazione, sa com’è, per ritegno o per altri motivi o sentimenti che non conosco”, e ammiccò, “lo sappiamo solo noi familiari e pochissimi altri, altrimenti “ e qui si fece serio, “sarebbe stato conclamato pubblicamente perché i miracoli, mio zio, li ha fatti davvero” e calcò bene la voce su quel davvero per indicare che non ammetteva repliche.
“Insomma, ma che cosa aveva fatto quello zio per meritarsi il titolo di beato?”.
Punto sul vivo e stimolato da una questione che gli era sempre stata a cuore, Franco, senza farselo dire due volte, replicò.
“Mio zio era medico ma anche socio della Società San Vincenzo de Paoli e prodigandosi per curare un malato di tisi che nessuno, visto il pericolo, voleva curare, ne rimase contagiato e dati i tempi e la poca efficacia delle medicine, s’infettò e ne morì” e aggiunse, a mo’ di epilogo, “all’età di appena 30 anni!”.
All’enfasi di queste parole dettate più dal sentimento che dalla ragione, l’altro ristette in silenzio, poi, “va bene per lo zio ma la nonna?”.

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Nel disperato bisogno di espandere la sua poersonalità, Franco Masini scrive per condividere i suoi ricordi, i sogni, le speranze con altri che non siano solo banali ripetitori di luighi comuni....!
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MessaggioInviato: Sab Feb 20, 2016 6:19 pm    Oggetto: Adv






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