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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

"Scritturalia" è la terra delle parole in movimento, il luogo degli animi cantori che hanno voglia di dire: qui potremo scrivere, esprimerci e divulgare i nostri pensieri! Oh, Visitatore di passaggio, se sin qui sei giunto, iscriviti ora, Carpe Diem!

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"Il tempo delle anime di Franco Masini"
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franco123








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franco123 is offline 

Località: Lucca
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MessaggioInviato: Sab Feb 20, 2016 6:29 pm    Oggetto:  "Il tempo delle anime di Franco Masini"
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Capitolo 7)- Partenza.

E così l’estremo viaggio ebbe inizio.
Mentre le pareti bianche della stanza iniziavano a tremolare.
Il cielo, fuori, si era fatto plumbeo; il letto a catafalco si sfibrava in mille strisce lunghe e sottili del materiale che l’aveva composto; i fiori piegandosi tristemente sullo stelo, prima impallidirono e poi sparirono del tutto lasciando però una chiazza per terra; mentre la luce dicevo, che fino a quel momento era entrata copiosamente dalla finestrella aperta ed ora era grigia e fredda come un fanale stradale, tutto ciò che si trovava all’interno della stanza, comprese le persone sedute e quelle in piedi, le poche ed essenziali suppellettili, l’effige del Volto Santo alla parete, l’inginocchiatoio, il quadro sempre alla parete, la mosca che svolazzava impertinente, il battito di un orologio al polso di qualcuno, quello del cuore dell’unica persona che in quella stanza l’amava, si bloccarono.
“Nel tempo e nello spazio”, come recita la profezia, ossia rimasero immobili rispetto al morto pur continuando, rispetto ai vivi, il loro normale corso.
Roteando intorno ad un invisibile perno, quasi che il tutto si fosse trasformato in una giostra o nell’ingranaggio di un orologio, le figure di cui sopra si confusero, si rimescolarono e comportandosi come i colori dell’iride che quando vengono agitati, tendono al bianco, divennero prima neutri, poi grigiastri per sparire del tutto.
Tutto questo avveniva mentre il morto, spingendo coi gomiti all’indietro, si sollevava e si metteva a sedere a pié del letto.
“E’ la resurrezione dei morti!”, mormorò Franco, preso da un arcano e mistico timore poi vide che il morto, che intanto si era sollevato dal letto, si guardava attorno con cipiglio strano.
Era certo che non vedendo nulla o poco, cercasse di riconoscere l’ambiente.
Spinto di lato il sudario nero a frange d’oro; buttate con mossa decisa le gambe giù dal letto, prima prudentemente tastò con i piedi il pavimento, infine fece le viste di alzarsi.
Pavimento che aveva la forma e la consistenza di un agglomerato rugoso e molle, quasi un pantano.
“Il viaggio a inizio”, mormorò Franco che fin’ora aveva assistito alla metamorfosi in silenzio.
L’espressione stupita e un po’ preoccupata del morto, stimolò Franco a chiedere: “Come stai? Non ti preoccupare, é la palude della morte” ma intanto si manteneva prudentemente a una certa distanza e solo quando si avvide che la metamorfosi era completa, si spostò, dalla posizione laterale che occupava, verso il morto, appoggiandogli una mano, con gesto affettuoso e tranquillizzante, sulla spalla.
“Non avere timore”, gli disse, “è solo apparenza, formalismo, simbolismo, iconografia e pia illusione, ma in effetti tutto si riduce ad entrare in sintonia con la nuova dimensione spazio tempo”.
E poi, quasi a giustificare quella messa in scena, aggiunse, “….capisco che per uno come te non sia cosa da poco!”.
A questa affermazione, l’altro lo guardò torvo.
Evidentemente non aveva gradito.
Il fatto è che era palesemente spaventato.
Tutta quella roba strana, le esalazioni del corpo che ridiventa caos, la luce livida del cielo, il fondo scuro delle montagne e degli alberi scheletrici che non conosceva, nulla sapeva di gaio e di ridente come invece era abituato a vedere sulla Terra e forse solo in questo momento si rendeva conto di essere tragicamente “impreparato” all’evento.
“Chissà cosa avverrà dopo”, ebbe l’ardire di mormorare e poi, guardandosi attorno con sguardo incerto e timido.
“Non succede altro?”, esclamò con aria di sfida.
“Lo so, lo so”, rispose sorridendo Franco, “è il pensiero che colpisce quasi tutti i trapassanti ma ripeto: meglio sarebbe stato se….”. “Va bene, va bene”, tagliò corto l’altro, “non ricominciare, oramai sono qua e devo ballare e poi ci sei tu, no?”.
Stranamente, fra tutta quella sceneggiata fatta di luci, sagome indefinite ed ombre, mancava il suono, della qual cosa il morto, che evidentemente se ne era accorto, ne chiese subito ragione. “Come mai non si sente volare una mosca?”.
“Non si sente nulla”, si precipitò a rispondere Franco, “per non spaventarti!”.
“Come per non spaventarmi, che centra?”, esclamò il morto che in quanto a passare da debole e pauroso, sembrava piuttosto suscettibile, “Spiega”.
“Credo si tratti”, mormorò Franco con fare misterioso, “di un ultimo atto di clemenza, di misericordia e di pietà, di un Dio che, per quanto tu abbia malamente giudicato, cerca sempre di lenirti il dolore e la paura”.
“Che vuol dire, che significa?”, esordì il morto questa volta con voce veramente spaventata.
Si capiva che le prediche che di tanto in tanto Franco gli elargiva, se gli erano andate bene quando era a letto (anche se mortuario!) a questo punto della storia stavano invece facendo l’effetto opposto.
Si rendeva conto il tapino che oltre alla conoscenza delle cose presenti, cominciavano ad entrare in gioco le regole della sua coscienza.
Ma Franco lo tranquillizzò: “Volevo semplicemente dire che se anche solo per un istante sentissi il rumore o meglio lo stridore, il boato, il ruggito di quegli elementi che si trasmutano al passaggio da uno stato all’altro, potresti impazzire!”.
“Ma allora non si sentirà mai nulla, tutto quanto si svolge nel silenzio?”.
“Si, per tua fortuna”, ribadì Franco che di queste cose aveva a suo tempo già fatta ampia esperienza e aggiunse, “perché vedi, ti succederebbe come a coloro che vogliono indagare troppo e vanno ben oltre la nostra realtà vivente”.
Silenzio.
Poi con voce flebile, “Che vuoi dire, che dici?”.
Evidentemente l’altro o non aveva capito od era troppo preoccupato per farlo, ma Franco non se n’avvide o fece finta di non avvedersene e quasi recitando, continuò a dire: “Se troppo guardi fra le nascenti stelle e dove la materia prima dello spazio si raggruma, si torce e spasima in un turbinio di atomi e di soli là, dove ardono i fuochi immani degli astri e dove il rombo del tuono, che per fortuna a noi non giunge, è così fuori del nostro immaginario, a causa sua, potresti perdere il senno”, e allargando le braccia figurò l’immane onda sonora e tradusse, “se non fosse per il vuoto o la scarsità di materia che pervade l’universo che provvidenzialmente non consente il passaggio e la diffusione del suono e ci protegge, ne potremmo restare annichiliti!”
“Bene”, esclamò con alquanto ardire e a questo punto il morto, “meno male che qualche cosa di favorevole c’è”.
“Si, si”, si permise di aggiungere Franco, “ma se non fosse per Colui che hai tanto disprezzato, altro che tappi per le orecchie, allora si che n’avresti sentite delle belle!” e con quel commento vagamente minaccioso, lo lasciò.
Si fa per dire, lo lasciò, perché non appena si fu allontanato di pochissimi passi ecco l’altro reagire allarmato: “Dove vai, mica vorrai lasciarmi solo proprio ora?”.
“No, no, stai tranquillo è che dovevo fare un bisognino, sai com’è, sono ancora umano io” e calcò la voce su quell’IO, “ed ho le mie esigenze mentre te invece”, ed ammiccò, “fortunato te che d’ora in avanti non n’avrai più bisogno!”.
Replicò il morto, al quale non mancava la verve, “Chiamala fortuna quella di non poter pisciare, magari potessi farlo ancora una volta…” ma poi si chetò perché aveva notato la scala.
“E’ già”, mormorò Franco che pur avendola vista già da tempo non aveva detto nulla, “la lunghissima e luminosa scala che dalla valle di lacrime si erge fino al cielo”.
“Che dici, che dici mai, valle di lacrime, scala e di che scala si tratta?”, ribatté in modo concitato il morto.
“Della scala che dovrai salire”, rispose Franco, “a meno che” e fece una pausa ad effetto, “non desideri rinunciare e prendere una scorciatoia”.
“Scorciatoia?”, ribatté il morto, “quale scorciatoia e poi perché dovrei prendere una scorciatoia?”.
“Ma”, obbiettò con noncuranza Franco, “dipende”.
“Dipende da che cosa?”.
“Dalla tua preparazione, infatti, se l’essere adeguatamente preparato farebbe si che il salire la scala potrebbe essere uno scherzo, al contrario sarà uno strazio” e godette per la bella assonanza di quelle parole.
“Preparato in che senso e poi che ha questa maledetta scala da farti parlare così?”.
“Nulla, nulla”, si premurò di spiegare Franco, nel tentativo di calmarlo,
“E’ che la scala rappresenta la sommatoria delle penalità che oggettivamente sono state registrate durante l’arco della tua vita, mentre la scorciatoia è la via maestra delle persone per bene”.
“Ci risiamo!”, esclamò con acrimonia il morto, “hai sempre da ridire sui trascorsi della mia vita terrena”.
“No, no, non te la prendere”, si affrettò a precisare Franco, “d’altra parte, ormai, quello che è fatto è fatto e raccoglierai quello che hai seminato”.
“Si signore!”, dimostrando di non mancare di un certo carattere, rispose spavaldamente il morto “e poi sono fatti miei”.
“Perfetto”, parafrasò Franco e detto questo, con una leggera spintarella della mano, lo invitò a proseguire.
“Andiamo”, disse e fece il primo passo in avanti, ma l’altro, “te che sai tutto, dimmi un po’, ma io che ci faccio qua e poi chi mi dice dove devo andare?”.
“Non ti preoccupare”, rispose Franco incamminandosi verso la scala che luminosa si ergeva alla fine della valle, “è là che devi andare e stai tranquillo che nessuno ti farà del male perché ormai tutto è dimenticato e tu vivi e vivrai in un mondo nuovo nel quale ti comporterai diversamente”.
“Come, diversamente?”, rispose tradendo una certa ansia il morto, “Ah, perché allora chi è reo non paga?”.
“Non paga, non paga”, rispose Franco come un ritornello, “certo che non si paga salvo” e fece una strizzatina d’occhio, “la mia parcella”, e rise compiaciuto della battuta.
“Non scherzare, te ne prego”, disse il morto, “e dimmi invece che cosa significa tutto ciò”.
“Significa, significa”, rispose un po’ seccato Franco, “che avresti fatto meglio ad informarti prima; a seguire qualche corso di teologia, sai di quelli che si tenevano nella tua città, alla scuola diocesana, allora si che avresti avuto delle spiegazioni, non ora che è troppo tardi!”.
“Dimmelo lo stesso!”, supplicò il morto e allora Franco, preso da compassione, riprese a parlare.
“Il fatto è che è ormai stata sfatata la storia del purgatorio e dell’inferno, nonché del paradiso, così come inteso dagli antichi perché, qui lo dico e qui lo nego, non si tratta di una “condizione” bensì di uno “stato”, ossia di un mondo nuovo nel quale tu, dopo un certo periodo di prova o meglio di preparazione, vieni immesso e chi invece o per sua natura o per sua volontà ci si è già preparato, farà naturalmente meno fatica ad adattarcisi mentre chi, come te, non ha fatto nulla se non addirittura lo ha ostacolato, trova maggiori difficoltà di adattamento”.
“Tutto qui”, rispose il morto con l’aria di essersi tolto un bel peso dallo stomaco, “temevo peggio!”.
“Peggio, peggio”, rispose Franco col volto corrucciato, “perché, credi che sia bello emigrare in un mondo nuovo e sconosciuto, senza prima averne fatta alcuna conoscenza, solo soletto e poi pensare di viverci in eterno?”.
E continuò, ”e per giunta, portandosi dietro i propri ricordi, quelli belli ma anche quelli brutti, la vergogna delle proprie malefatte, le ingiustizie arrecate che ci vengono sbattute in faccia dalle nostre vittime, dal momento che certamente le incontreremo e poi farsi vedere da coloro ai quali abbiamo fatto del male e che qua non hanno remore a parlare, ad accusarci?”, declamò con enfasi mentre l’altro rimaneva zitto ad ascoltare.
“Va bene, va bene”, si affrettò a precisare il morto, “non lo sapevo, perdonami, non lo dirò più, stanne certo”.
Intanto si erano avvicinati ai piedi della scala e Franco, mentre si faceva da parte, lo invitava a salire, “Mi dispiace ma qui termina il mio compito e ora tocca a te, su, sali”.
“Come”, disse guardandolo con ansia il morto, “devo salire da solo?”.
“Da solo, da solo”, precisò Franco e poi, “naturalmente se vuoi ti posso aspettare qui, se per caso non ce la facessi….” e lasciando la frase in sospeso lasciò intendere che c’era un’altra via, un’ altra possibilità che il morto colse prontamente al volo, “allora esiste una scappatoia, lo dicevo io che ci doveva essere!” e sembrava felice.
“Non tanto una scappatoia”, ci tenne a precisare Franco, “quanto la seconda via cioè quella di restare all’infinito qua, in questo paradigma oscuro di materia informe!”.
Silenzio.
Evidentemente il morto stava valutando le varie possibilità che gli si presentavano davanti e cercava di sceglierne una, possibilmente la più valida, attento, soprattutto, a non sbagliare!
“Va bene”, disse a mo di conclusione e dopo un lungo e sofferto monologo, “cercherò di salire, anche perché solo l’idea di restare qua con questo freddo e sto buio non mi va per nulla”.
“Bene, hai scelto bene”, lo incoraggiò Franco, “vai, su” e lo spinse.
“No, no”, rispose l’altro, “questa volta, mi dispiace ma vieni anche tu”.
“Anch’io?”, rispose prontamente Franco, “fossi matto!” e si scostò bruscamente col fare tipico di chi non vuole occuparsene, “Ti pare che io abbia voglia di salire sulla scala, la scala della vita, prima del tempo stabilito?”.
“Embè?”, rispose l’altro sfoderando un accento che tradiva una certa origine romana, “che male c’è, alla peggio ridiscendi, no?”.
“Bé, si, in effetti non ci avevo mai pensato”, rispose perplesso Franco e si vedeva che la curiosità era più forte del timore e che non era immune al fascino della scoperta, per cui, “va bene, per questa volta salgo anch’io ma poi”, si precipitò a precisare, “ridiscendo subito, capito?”.
“D’accordo, d’accordo”, rispose l’altro con fare furbesco, “vedrai come ci divertiremo, insieme nel viaggio più fantastico del mondo!” e pronunciando quest’ultima parte della frase, non riuscì a nascondere un sorriso che non era chiaro se di amicizia o frode.
Che Franco colse al volo e interpretò, “Bene, vedo che ti sei ripreso!”, pensò, ma non disse.
“Si, si, ora che ci sei te, sono tranquillo e ci vado volentieri, non ti preoccupare, ti darò il tuo e in più un bonus per la trasferta” esordì l’altro al quale premeva, nemmeno a dirlo, di averlo con se e a questa battuta rise.
Anche Franco, sebbene a denti stretti e brontolando un “sarà poi vero che mi pagherà?”, rise ma s’incamminò su per la scala.
Naturalmente Franco, aveva fatto in modo che l’altro lo precedesse.
“A scanso di equivoci”, pensava, “me la squaglio e lui rimane lassù”.

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Nel disperato bisogno di espandere la sua poersonalità, Franco Masini scrive per condividere i suoi ricordi, i sogni, le speranze con altri che non siano solo banali ripetitori di luighi comuni....!
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MessaggioInviato: Sab Feb 20, 2016 6:29 pm    Oggetto: Adv






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