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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

"Scritturalia" è la terra delle parole in movimento, il luogo degli animi cantori che hanno voglia di dire: qui potremo scrivere, esprimerci e divulgare i nostri pensieri! Oh, Visitatore di passaggio, se sin qui sei giunto, iscriviti ora, Carpe Diem!

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Capitolo 9 "Il tempo delle anime di Franco Masini"
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franco123








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Località: Lucca
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Impiego: marinaio


MessaggioInviato: Ven Feb 26, 2016 4:20 pm    Oggetto:  Capitolo 9 "Il tempo delle anime di Franco Masini"
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Capitolo 9)- L’altro mondo..

Durante il tragitto, che contro ogni previsione fu abbastanza veloce, i due sonnecchiarono alternativamente.
Mentre dormivano, vennero superati da tutta una serie di creature umane ma anche animali che salivano velocemente e mentre salivano, ridevano a crepapelle.
Ragli, barriti, sibili ed altri versi in una cacofonia di suoni che nemmeno Togni avrebbe potuto decifrare !
Si svegliarono.
Non per i rumori, che ormai ci avevano fatta l’abitudine, ma per il fatto inattendibile che la scala si era fermata.
“Si è fermata!”, gridò tutto eccitato il morto, “la scala si è fermata”.
“Si, si, lo vedo”, rispose Franco e si alzò in piedi.
Scrutò in torno e…“Non ce ne siamo accorti perché dormivamo ma abbiamo sforato le nuvole e ora siamo fermi al capolinea!”.
“Al capolinea?”, replicò l’altro con costernazione, “o che vuole dire?”.
“Sinceramente non lo so, ma credo che lo sapremo presto visto che qualcuno si sta avvicinando”.
Videro infatti un tizio, o la sagoma di quello che pareva un uomo, che si stava lentamente avvicinando.
Ma era lontano e ancora non riuscivano a distinguerlo.
Mentre si avvicinava lemme, lemme, con la tipica espressione di noncuranza in viso, di sottecchi li osserva.
Si capiva che doveva appartenere a un alto rango.
“Deve trattarsi di qualcuno che conta!”, mormorò Franco.
Poi si chetò, perché temeva che lo potesse sentire.
Nel frattempo quello si era fermato.
“O chi siete voi due?” esclamò.
“Mi presento perché ho fatto per primo la domanda: Io sono il guardiano di questi posti e voi chi siete?”.
“Chi siamo?”, rispose mostrando meraviglia Franco, “come non lo sapete?”.
“No, io non so nulla”, rispose premurosamente l’altro che però, intanto, si era messo in guardia.
“Mica si deve sapere tutto a questo mondo, no?”.
“A questo mondo?”, chiese Franco al quale la singolarità della frase non era sfuggita, “di quale mondo si tratta?”.
“Del mondo, del mondo…”, rispose vagamente l’altro, “da dove venite voi due da non sapere nemmeno in che mondo siamo?”.
“Dio santo!”, gridò Franco, ma poi si trattenne e chiese, “come non lo sappiamo” e poi quasi a porsi agli stesso la domanda, “ perché, lo dovremmo sapere?”.
“Certo”, rispose l’altro imperturbabile.
“Ci mancherebbe altro che uno che viene quassù non sappia nemmeno dove si trova!”.
“Questa è bella”, riprese Franco al quale tutto questo stornellare di domande e risposte aveva creata un po’ di confusione.
“Insomma, me lo volete dire o no dove ci troviamo, o vi prude?”.
Appena pronunciata questa parola, si pentì.
Capì che non era stata una bella presentazione.
Quella frase, decisamente fuori luogo, era di troppo, ma ormai si era compromesso e con apprensione attese linevitabile reazione.
Invece nulla, perché l’altro o non sentì o fece finta di non aver sentito e invece di protestare, rispose: “siete nell’unico mondo conosciuto, quello vero, quello s’intende, nel quale avete scelto di venire !”.
Franco rimase allibito.
Ma il significato della frase era chiaro e …non c’era nulla da obiettare!
Secondo lui, secondo quel signore, il vero mondo era questo e, sempre secondo le sue affermazioni, l’avevano scelto loro!
“L’abbiamo scelto noi?”, esclamò Franco e quando finalmente ne comprese il significato aggiunse, “ma come, allora se ne poteva anche fare a meno?”.
“Certo”, rispose l’altro mentre lo osservava con un misto di pietà e meraviglia, “perché non lo sapevi ?”.
“No, francamente non lo sapevo”, rispose Franco e il tono della sua risposta era trasognato.
Si sentiva alla stessa maniera di uno che stesse discutendo un affare.
“Certo che se l’avessi saputo non ci sarei venuto” e sottolineò quel “venuto” per far intendere quanto faticoso fosse stato l’arrivarci.
“Va bene”, tagliò corto l’altro che non gradiva perdere tempo.
“Ora che siete qui, scendete dalla scala e venite con me”.
“D’accordo, scendiamo ma dove ci porti?”, rispose Franco senza nemmeno rendersi conto che gli aveva dato del “tu”.
“Vi porto, vi porto… a casa mia”, rispose tranquillamente l’altro, “poi si vedrà”.
“Va bene”, rispose Franco interpretando il silenzio del morto come un consenso.
Pensò: “tanto non ci sono alternative!”.
“Arriviamo!”, esclamò poi con falsa sicumera mentre scendeva lo scalino più basso e più vicino al suolo.
Poi si avviò dietro al tizio seguito a breve distanza dal morto o da quello che si faceva ritenere tale!
In silenzio, camminando in fila indiana, percorsero una stradina che più che altro pareva un viottolo (una “Redola” che in toscano significa: viottolo senza sbocco).
Circondata com’era da ciuffi d’erba incolta gli vricordava ad una compagna che ben conosceva.
Giunti in prossimità di un casolare si fermarono.
La fermata avvenne così bruscamente da farli urtare l’uno contro l’altro e fu da questa ridicola posizione che ristettero tutti e due, imbambolati, a guardare.
Giunta dinanzi ad una porta, la guida si voltò e disse: “Venite, entrate”, e aprì la porta del casolare.
Poi fece loro segno di seguirlo.
E i due, obbedienti, gli andarono dietro.
Entrarono.
Li per lì, niente di ignoto, di strano perché alla prima impressione sembrava trattarsi di uno stanzone posto al pian terreno di una casetta di legno, tipo Far-West, o bungalow, piena di crepe e di lesioni dalle quale filtrava la luce del giorno.
Franco si guardò attorno.
Nello stanzone scuro e poco areato da finestrelle strette, c’era un camino di pietra e al centro un tavolo con 6 sedie impagliate.
Poche o pochissime le suppellettili.
Notò una credenza dove poggiava uno specchio e appese alla parete alcune foto incorniciate e scure come quelle già viste nelle case d campagna toscane.
Tutto ciò dava all’ambiente, invero molto semplice e spartano un carattere noto; un “Dejà Vue” .
Notò lo specchio annerito dal tempo, la scala che indubbiamente portava al primo piano (o in soffitta) e poche altre cose.
Ma mentre si voltava per chiedere qualche spiegazione, ascoltò il tizio che diceva: “Presumo che siate rimasti sorpresi di trovarvi in questo luogo”,
“ma non vi biasimo perché la casa si presenta in uno stato decadente; in verità questa è la casa di campagna del mio padrone e come vedete è anche disabitata, pertanto, pur essendo poco raffinata, ve l’assegno per poterci dormire”.
“Grazie, grazie”, si affrettò a rispondere Franco al quale premeva più che altro di compiacerlo, “ne siamo veramente compiaciuti e poi la casa è… bellissima”.
Capì di aver un po’ esagerato quando ormai aveva pronunciata l’ultima vocale, ma ormai non gli rimaneva altro da fare che accettare lo sguardo di cinica sorpresa con il quale l’altro lo fulminò.
E così tacque.
“Va bene”, sorvolò l’altro, “prendetevela comoda e mentre riposate, riflettete su quanto vi ho detto e… ha si, un’altra cosa, smettetela di parlarmi come fossi San Pietro, in verità io non lo sono, non ancora e poi voi non siete in Paradiso!”.
“D’accordo, d’accordo”, si precipitò a rispondere Franco come se avesse ascoltato le parole più naturali del mondo, “come non detto, dora in poi starò più attento a non abusare di un linguaggio moderno come il nostro, va bene?”.
“Come il vostro, attuale, laggiù sulla Terra?”, chiese l’altro pensoso, “no, no, può andar bene a meno che non sia troppo ossequioso, sa com’è noi non siamo abituati a quelle strane parole, preferiamo le espressioni semplici come quelle della lingua inglese”.
“Lingua inglese?”, esclamò Franco con malcelata meraviglia, “toh questa poi non me l’aspettavo” e seguitò, ”ma come, anche qui si usa l’inglese?” e rivolto al compagno, “hai sentito caro, devi saper parlare l’inglese anche in Paradiso” e ripeté come in un ritornello, “questa poi è bella davvero!” e rise contento.
Sebbene in modo più amaro, anche l’altro rise, ma poi si fermò e se ne uscì con un gemito che pareva uscirgli dal cuore, “ma io l’inglese mica lo conosco!”.
“Va bene, va bene”, rispose frettolosamente il tizio che a tutta questa manfrina non aveva obbiettato, “non occorre sapere l’inglese, ma l’ho detto semplicemente per farvi intendere che tipo di linguaggio si preferisce ossia semplice e poco ampolloso, quindi come l’inglese, capito ora?”.
“D’accordo”, acconsentì Franco un po’ intimorito, “ho capito, niente inglese ma solo un linguaggio di poche parole, OK?”, disse e intanto si metteva a sedere….
…imitato dal morto che evidentemente cominciava ad accusare la stanchezza.
“Allora, arrivederci e mi raccomando, state tranquilli e non vi preoccupate che al mio ritorno sarete informati”.
“Informati di che”, rispose Franco che sebbene fosse letteralmente distrutto voleva sapere qualcosa di più, “non vorrei che al suo ritorno si dovesse ricominciare tutto da capo, sa com’è io non sono come l’altro” e indicò il morto, “sono vivo e vorrei tornarmene a casa e possibilmente, tutto intero”.
“Va bene, va bene, poi si vedrà, intanto state comodi e riposate, arrivederci”.
Detto questo e dopo essersi chiusa accuratamente la porta alle spalle, uscì e presumibilmente si allontanò.
“Hai visto”, bisbigliò Franco non appena quello se ne fu andato, “sembrava San Pietro ma non voleva che lo si dicesse”
“Già, già”, rispose l’altro, “altro che San Pietro ma lo sai a chi appartengono le foto attaccate al muro? Le hai viste?”, “no, io non le ho viste, ma insomma a chi appartengono?”, tagliò corto Franco al quale premeva di dormire, “a me!”, rispose l’altro pensieroso e triste e un cupo silenzio calò su di loro.
Penosamente Franco riprese a parlare. “Lo vedi che succede a salire quassù senza averne titolo?” pausa, “Quando penso che in questo preciso momento sarei a casa mia, intento a scrivere il mio romanzo mentre tu te ne stavi nel mondo che ti compete e in santa pace, invece no, mi ci hai voluto trascinare e guarda con quale risultato”.
“Quale risultato e risultato”, ebbe la forza di rispondere il morto, “secondo te io da solo avrei potuto affrontare tutto questo?”.
“Che me ne frega di quello che tu avresti potuto affrontare o meno, il fatto è che tu sei morto, quindi in regola col paesaggio mentre io no, ne sono fuori, out, capito?”.
Poi si calmò perché sapeva che l’altro era innocente, ignaro.
Era stato lui semmai, a decidere di venire lassù, nessuno lo avrebbe potuto costringere, quindi….
“Va bene, va bene”, tagliò corto, “lasciamo correre tanto ormai siamo in ballo e dobbiamo ballare e a proposito che cos’è questa storia delle foto di famiglia?”.
“Le foto appese alla parete sono quelle dei miei parenti, te l’assicuro, credimi!”.
“Ma come è possibile”, “ ma se nessuno ti conosce e prima d’ora quassù non ci sei mai stato!”.
“Che ne so, io”, rispose l’altro piagnucolando, “eppure sono di mia madre, poi c’è mio padre e anche mio nonno e poi vedi quella?” e ne indicò una un po’ più chiara, “quello sono io all’età di 3 anni!”.
“Non è possibile”, fu tutto quello che Franco si sentì in vena di dire poi si sdraiò su una specie d’ottomana, peraltro assai consunta e sporca, e si accomodò per dormire.
“Rimandiamo tutto a dopo e… buona notte”, disse e chiuse gli occhi.
Probabilmente si addormentò davvero perché sognò di essere in campagna, fuori casa, fra le galline, i polli, i maiali e poi c’era il frinire delle cicale, il rumore di un trattore lontano che arava oppure era una falciatrice? Non importa, nel sogno vedeva sua madre che lo chiamava e poi l’Angelina, la padrona di casa, custode delle villa Boccella in quel di San Giusto di Brancoli, Lucca, dove aveva trascorso gli anni della guerra che paradossalmente erano stati anche i più felici.
Quella era la stessa villa che ci aveva accolti ogni anno a venire, durante le vacanze scolastiche e per tutto il tempo che era stato giovane quando ci tornavano a villeggiare tutti assieme.
Lui, i suoi genitori ed i suoi fratelli.
C’era anche il babbo, con i suoi occhiali da miope e la voce suadente, pacata e professionale che qualche volta ci riprendeva, ma sempre con tono bonario, acquiescente e sempre sul tema a lui più gradito, a noi un po’ meno, quello dello studio.
C’era la mamma che preparava da mangiare e l’Angelina che avendo fatti i maltagliati, li gettava nell’acqua bollente.
Il paiolo era appeso al gancio che sporgeva sul fuoco del camino (naturalmente durante l’inverno), ma questa è un’altra storia!
Si risvegliò.
Faceva freddo.
C’era silenzio, un silenzio mortale e la casa scricchiolava come non mai “ma che ha questa casa da scricchiolare tanto?”, mormorò Franco poi udì la voce dell’altro che rispondeva: “Non lo so ma è già un po’ che l’ascolto”.
Si fece forza, si alzò e si avvicinò a una finestra.
Ne ripulì con il gomito il vetro reso opaco dalla polvere, vide e gridò, “Vieni a vedere, corri” ma l’espressione del suo viso non era delle migliori.
“Gesù Maria”, gridò l’altro non appena ebbe data un’occhiata, “siamo soli… nell’Universo!”.
“Pare proprio di si”, mormoro Franco con un filo di voce e poi, “ma che scherzo è questo?”.
In effetti aveva notato delle luci lontane, che poi si rivelarono essere delle stelle e nient’altro.
Intorno, nulla!
Sembrava proprio che la casetta galleggiasse nel vuoto, in mezzo agli astri in una specie di volo interplanetario sicuramente inventato, irreale e forse preparato per spaventarli e se questa era stata la loro intenzione, ebbene, chiunque ne fosse stato l’artefice, c’era riuscito pienamente!
Il morto cominciava ad agitarsi.
Franco lo blandiva con adeguate ma false parole di conforto; in effetti nemmeno lui sapeva esattamente cosa stesse accadendo finché furono interrotti dal rumore di un battito alla porta: “Toc, toc”.
Si zittirono di colpo.
Il morto smise di piagnucolare, Franco di blandire e tutti e due ristettero in silenzio ad ascoltare quel nuovo e inaspettato suono.
“Bussano”, disse banalmente Franco, “vai ad aprire”.
“O, no, vacci tu”, rispose prontamente l’altro che non brillava certo per coraggio.
“Va bene, ci vado io”, rispose Franco e si avvicinò alla porta.
Pose la mano sulla maniglia, la girò e dopo averne spalancato uno dei battenti rimase lì, impalato, a bocca aperta, senza parole.
Non riusciva ad emettere né un suono né un grido.
Sull’uscio di quella che doveva essere stata, stando alle regole e ai fatti fin’ora accaduti, una semplice dependance del Paradiso, se ne stava in piedi, radiosa e sfavillante, sua nonna!

_________________
Nel disperato bisogno di espandere la sua poersonalità, Franco Masini scrive per condividere i suoi ricordi, i sogni, le speranze con altri che non siano solo banali ripetitori di luighi comuni....!
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MessaggioInviato: Ven Feb 26, 2016 4:20 pm    Oggetto: Adv






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