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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Capitolo 11 "Il tempo delle anime di Franco Masini"
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franco123








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Località: Lucca
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MessaggioInviato: Sab Mar 05, 2016 4:34 pm    Oggetto:  Capitolo 11 "Il tempo delle anime di Franco Masini"
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11)- Babbo –

Poi venne babbo.
Attratto forse dall’andirivieni, anomalo sotto certi aspetti, o per aver sentito dire che ero stato in contatto con sua madre, mia nonna, invece di farsi vedere preferì assecondarmi, lasciandomi creder di essere morto.
Povero babbo com’era ridotto!
Solo, angosciato, magro, senza speranza, il mondo non lo aveva trattato bene da vivo figuriamoci da morto.
E pensare che tutte le volte che me lo ero sognato e per la verità non erano molte, gli avevo fatto dire una messa ma si vede che non era stato sufficiente.
Gli chiesi, ” come stai Babbo?” e lui di rimando, “io bene e tu?”.
Piangevo.
Piangevo di commozione perché anche al solo vederlo mi tornava il rimorso per tutte quante le volte che lo avevo fatto inquietare; che non gli avevo dato retta , mentre Lui attendeva che rinsavissi, che prendessi forma, rigore, serietà e capissi che la vita è dura e bisogna lottare.
”Babbo, babbino, dimmi come ti trovi quassù?”.
“Bene, figliolo, proprio bene e poi sai c’è la nonna, il nonno, e poi le zie, mio fratello e poi i bisnonni e così via in un raduno generale di famiglia e poi”, pausa, “presto verrai anche tu!”.
All’ascoltare quest’annuncio, formulato con così soave tranquillità, scorse a Franco un brivido lungo la schiena, ma riprese, “Babbo, si babbo volentieri verrò per star con te e tutti gli altri che hai nominati e ai quali voglio bene, ma certamente quando sarà il momento, no?” e nella voce che tremolava s’avvertiva un vago sentore di sgomento.
Non attese la risposta e continuò: “Dimmi babbo, dimmi, mi sto comportando bene oppure ci sarà qualche impedimento?”.
“Nessun impedimento”, rispose quello, “che sei meglio di tanti altri e poi l’hai visto quanto è facile salire”.
Ma mentre parlava, mi tornarono in mente tutte le cose dolci, struggenti e sane che soleva dire e piansi, piansi a dirotto.
“Babbo, babbo” disse Franco, “lo sai che mamma sta bene ed abita vicino e Brunella mentre Renzo va e viene dall’Inghilterra ed ha una casa ad Aquileia?”.
“Lo so, lo so”, rispose lui con calma, “lo so bene perché vi vedo e vi seguo sempre e in tutto e a proposito, mi raccomando, dì loro che si comportino bene altrimenti…” e fece una breve pausa ammonitrice, “è dura!” ma non chiarì il concetto né disse altro perché comunque si era fatto capire!
“Che avrà voluto dire con quell’è dura?”, pensò Franco preoccupato, “forse intendeva alludere all’inferno, quello dove vanno i dannati?”.
“Ma se non ve n’è nemmeno l’ombra d’inferno o almeno io non l’ho visto, nemmeno durante il mio lungo peregrinare!”, rifletteva Franco, ma intanto aveva perso di vista il babbo che però non tardò a farsi sentire: “allora, sei d’accordo con me che se avessi studiato un po’ di più, se ti fossi laureato, sarebbe stato tutto più facile?”.
Rimase di stucco Franco a questa precisazione e attese che finisse, poi di rimando, “O babbo, o babbino non ti logorare (logorare, parola toscana che sta per non ti preoccupare) ma vedi, se era destino che facessi così, così sarebbe stato, che ci vuoi fare?”.
“Lo so, lo so, perbacco”, rispose il babbo, “ma se appena, appena mi davi ascolto” e sospirò.
“Non ti logorare babbo, dammi retta perché vedi io sono contento lo stesso e poi lo sai anche te, che se uno si comporta bene, è onesto, é leale non gli succede nulla, anzi può davvero diventar qualcuno magari non in Terra ma qui, da voi in Cielo”.
“Bel discorsetto”, pensò mentre lo pronunciava, “e poi babbo non me l’hai insegnato proprio Tu che bisogna essere semplici, non desiderare troppe le cose della vita perché tutto quello che abbiamo in più va poi lasciato a terra?”.
E per chiarir meglio il concetto, “E’ come un viaggio in aereo dove si sa che il bagaglio appresso non deve superare un certo peso altrimenti si lascia a terra o alla peggio s’invia a parte, pagandoci però la differenza!”.
“Bella la metafora, l’esempio mi sembra calzante chissà babbo come l’ha presa?”, pensò.
“Si bello mio, hai proprio ragione a dire che il bagaglio in eccesso si deve lasciar a terra, ma quante cose avresti potuto fare, naturalmente di bene o anche solo sapere un po’ di più di quello che sai, che è un po’ pochino.
“Oh, se solo avessi studiato le materie fondamentali ossia quelle classiche”.
“Si babbo, lo ammetto ma a me il latino non mi piaceva e poi lo vedi anche tu che mi sono comportato bene”.
“Si, si è vero e vedo pure che tutti coloro che ti hanno avvicinato poi ti vogliono bene il che è buon segno ma dimmi, che n’è stato di Maria?”.
“Ma come non la vedi?”, rispose meravigliato Franco e poi, “mamma sta bene, gode anche di un certo successo, scrive e poi riceve gente, è sempre circondata da tante persone, soltanto che, e qui la voce gli si fece seria, “a me sembra che non la prenda tanto sul serio, sai cosa intendo… la morte, il trapasso e che non si prepari abbastanza, direi anzi che non ci pensa proprio all’aldilà, che non prega abbastanza e poi non va regolarmente in chiesa”.
“Lo so, lo so”, rispose tristemente il babbo, “dovresti farmi un piacere”, “quale”, rispose prontamente Franco che su quell’argomento si dimostrava veramente preoccupato, “dimmi”.
“Falle sapere” e qui la voce si fece rotta dalla commozione “intanto che le voglio e le ho sempre voluto bene, che apprezzo la sua lealtà anche dopo la mia morte e che vorrei si dedicasse un po’ di più al volontariato, sai ai malati o ai bambini poveri…”.
Ascoltava quelle raccomandazioni, Franco con sguardo contrito, le mani serrate a pugno e distese lungo i fianchi.
La faccia era seria perché si sentiva in colpa come se quei rimproveri fossero diretti a lui stesso; come se fosse stato lui e non lei a non far nulla, a non prepararsi, perché si sa, quando si parla male della mamma, ciascun figlio si sente partecipe e soffre.
“Va bene babbo, non mancherò, stai tranquillo ma sarà difficile purtroppo perché da come la conosco io, mamma è sempre stata una testarda”.
“Tenta, tenta e non ti stancare!”, disse e la sue parole sembravano pianto!
Colse appena il senso di quest’ultima frase, Franco, perché la sua voce si era fatta roca e mentre cominciava a sparire dalla sua vista, divenne sempre più flebile.
“Babbo, babbo, dove sei?”, gridò, preso da improvvisa angoscia, “aspetta che ti devo parlare, non ho ancora finito perché lo sai che c’è Brunella e poi Renzo che ti vorranno sicuramente salutare e poi ci sono io che ti ho sempre amato e vorrei poterti stare accanto!”.
Silenzio di tomba.
Nessuno ormai gli poteva più parlare.
Tutto era finito.
Il babbo era sparito.
“Ma che sarà successo?”, si chiedeva guardandosi disperatamente attorno e poi, “ecco che succede ad incontrare i morti, succede che poi spariscono lasciandoti dentro un gran vuoto, un gran dolore e un dispiacere immenso”.
“Forse era meglio se non l’incontravo, ma chi lo può mai sapere?”.
Intanto si era fatto tardi e giù nel sottoscala era buio pesto per cui Franco accese la luce.
“Ma guarda un po’ cosa mi tocca fare!”, esclamò dispiaciuto, “almeno ne fossi contento, di questi incontri, intendo”.
In realtà n’era contento salvo constatare che, tutte le volte che si realizzavano, dopo si sentiva stanco e gli ci voleva un giorno di riposo per riprendere il suo tono normale.
Finché non prese una decisione.
“Voglio vedere chi riesco ad incontrare di là”, esclamò una sera quando, pieno di coraggio e di vigore si stava preparato a scendere le scale.
Come al solito era il gatto a determinare l’ora della fuga infatti, di lì a poco, saranno state le 2 e mezza, ecco che il micio si fa vivo con l’inconfondibile verso che significa “Vorrei uscire”.
“Miahooo”, e il gatto si avvia deciso verso la porta con Franco dietro in pigiama e ciabatte.
“Il meccanismo è questo”, si concesse di rammentare Franco: “inizio a scendere le scale, aspetto finché nonna scende, quindi la seguo!”.
Strano a dirsi, ma queste manovre a Franco non facevano paura, non recavano disturbo né spavento ma solo un grande desiderio di sapere.
“Lei entra nel sottoscala senza aprire la porta mentre per me è diverso perché io non posso certo attraversare i muri e la porta la devo necessariamente aprire!”.
“E’ già, è già”, borbottò fra se e se, pensieroso, “io la devo aprire mentre per lei è diverso, completamente diverso perché nel suo caso la materia come noi la concepiamo non esiste e Lei passa attraverso le porte e i muri senza alcun problema!”.
“Beata Lei”, si disse ma intanto si era fermato ed era rimasto aggrappato alla ringhiera in attesa di quella che a ben vedere poteva essere considerata la “via per l’altro mondo!”.
Eccola, poco dopo, finalmente.
“Si, é proprio nonna!”, si disse guardandola attentamente.
Silenziosa, diafana, alta ma non altera che nemmeno in vita doveva mai esserlo stata, eccola la nonna tanto amata che scende le scale silenziosamente.
Con quel classico fruscio di stoffa leggera.
Seta suppongo, sicuramente con il fascino delle cose antiche e che fosse sua nonna era fuori discussione!
Figurina risorgimentale: abitino bianco, lungo, tutto veli e tulle, solino increspato, gonna a pieghe larghissima fino a coprirle i piedi calzati da scarpine a punta, lunghe e sottili e poi i capelli, belli che s’indovinava esser lunghissimi ma raccolti sul capo a mo di crocchia come usava nei primi novecento e che facevano tenerezza.
Osò chiamarla: “Nonna o nonna, nonnina mia, mi senti?”.
Nulla.
La sua figura eterea e vagamente luminosa, procedeva giù per le scale speditamente come avesse fretta, imperterrita e indifferente al grido d’amore del nipote.
“Nonna, nonnina mia, mi senti?” ripeté ancora Franco e poi, “va bene, se non mi senti poco importa perché vorrà dire che ti seguirò come ho fatto sempre”.
E detto questo prese fiduciosamente a seguirla scendendo l’ultima rampa di scale.
Lei, come previsto, trapassò la porta mentre lui l’aprì o meglio la socchiuse e piano, piano, con circospezione penetrò nel locale.
Non era grande, anzi era angusto quel locale ma nel momento in cui avveniva la metamorfosi si trasformò, da angusto e pieno di squallide cianfrusaglie qual’era, ad una immensa cavità piena di ombre.
La volta larga, ampia e tanto alta da non vederne la fine.
Tutto quello che vi si trovava: vecchie valige, scope, arnesi da muratore, uno slittino, stracci per lavare, si trasformava, come per incanto, in pietre e roccia.
Roccia calcarea, grigia, luccicante di quarzo, di umori; inesistente, o almeno così credo, qui a Lucca e dintorni.
Appartenuta probabilmente ad un altro mondo.
Al posto della nonna, che intanto era sparita, ora c’era la cornice!
La cornice dorata dove troneggiava una sua foto.
Vestita a lutto, capelli neri e raccolti sulla testa, bocca vagamente sorridente, sguardo sereno e un po’ ironico.
E lo guardava!
Anche lui, come affascinato, la guardava.
Si riscosse e con un piccolo ed agile saltello, scavalcò la cornice che nel frattempo si era dilatata allargandosi tanto da occupare la parete.
In una frazione infinitesimale di tempo atterrò, se così si può dire considerando il piccolo dislivello, sull’erba di un prato di colore verde.
A fare da sfondo, in lontananza non si poteva fare a meno di notare il profilo dei soliti monti neri che con la distanza sfumavano al grigio.
Cime innevate, ma così lontane da non poterne stabilire con certezza né la forma, né la distanza, né l’ altezza!
Vicino al luogo dove era atterrato, scorrevano le acque leggermente increspate di un fiumiciattolo di colore scuro e tutt’attorno c’era una distesa di alta erba, fastidiosa per chi, come lui, mentre camminava, vi strusciava contro le gambe.
Camminava! Ma verso dove?
Verso chi o che cosa si stava muovendo Franco a passi così svelti e decisi da sembrar uno che è padrone del territorio?
In realtà non lo sapeva affatto, ma pretendeva, questo si, di incontrare prima o poi qualcuno, magari uno dei suoi amici o conoscenti oppure e meglio, uno dei suoi parenti per esempio il nonno, la stessa nonna, quella vera s’intende e poi i nonni materni e di nuovo il babbo al quale voleva dire ancora alcune cose e gli zii, le zie e così via in una lunga lista di nominativi che a volerli soddisfare tutti gli ci sarebbe voluta l’intera vita!
“Si sa che i morti non hanno fretta!”, si ripeteva per giustificare la propria lentezza.

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Nel disperato bisogno di espandere la sua poersonalità, Franco Masini scrive per condividere i suoi ricordi, i sogni, le speranze con altri che non siano solo banali ripetitori di luighi comuni....!
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MessaggioInviato: Sab Mar 05, 2016 4:34 pm    Oggetto: Adv






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