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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Capitolo 12 "Il tempo delle anime di Franco Masini"
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franco123








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Località: Lucca
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MessaggioInviato: Dom Mar 06, 2016 5:50 pm    Oggetto:  Capitolo 12 "Il tempo delle anime di Franco Masini"
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Capitolo 12) - Ritorno.

“Ora pensiamo al ritorno”, mormorò Franco affrettando il passo.
E mentre camminava pensava.
Aveva diversi motivi per camminare a passo svelto.
Per prima cosa, forse la più importante, il desiderio di tornare a casa poi, incredibile a dirsi, ma plausibile ora che il compagno se ne era andato, il fatto incontestabile di sentirsi solo.
Solo come del resto era vissuto per gran parte della sua vita in Terra, ma in modo diverso perché mentre a casa, nella sua città, vedeva e poteva incontrare tanta gente, qui non vedeva nessuno
Non c’era nessuno!
E se anche avesse visto o incontrato qualcuno, non sarebbe stato lo stesso.
Chi gli avrebbe assicurato infatti che la persona incontrata fosse reale?
Che non fosse un simulacro messo lì giusto per confonderlo e magari fargli scoprire i sentimenti?
Mentre così ragionava aveva lasciata la stradina stretta che fino a quel momento aveva percorsa e si era addentrato nel bosco.
Peraltro non particolarmente fitto, che altrimenti non ci sarebbe entrato, ma sufficientemente denso da farlo stare in “campana”, come si suole dire, ossia attento.
Ora camminava a passi lenti e cauti, badando bene a dove posare i piedi, a non sbattere la testa (contro un ramo), a non cadere in una buca del terreno.
“Non devo assolutamente farmi male”, mormorava convinto che quella fosse la soluzione del problema, “altrimenti, chi ci esce più di qua?”.
Obiettivamente era vero perché senza la salute sia di spirito che di corpo, nulla é possibile e nello specifico, avrebbe potuto mancare sia l’andata che, cosa ben più importante, il ritorno!
Ve l’immaginate un disperso nell’altro mondo e per giunta ferito?
Ad un’eventualità di questo tipo Franco non voleva nemmeno pensare.
Pensate all’imbarazzo della Farnesina a dover comunicare alla stampa che un italiano è disperso in un altro mondo.
Alla battuta rise, ma poi gli venne in mente una cosa: “Un’altra volta, sarà meglio che me li scelga meglio i miei clienti”, “altrimenti sono più i dolori, alias guai, che le gioie”.
Ma intanto scendeva in direzione del fondo valle e quando si rese conto che imbruniva, accelerò il passo.
Poi si mise a correre.
Corri, corri, salta, salta, Franco prese un granchio, pardon, una storta a una caviglia e si mise a zoppicare.
“Ci mancava anche questa”, mormorò con una smorfia di dolore.
“Era meglio se camminavo piano!”, fu il tardivo pentimento, ma ormai era tardi e il guaio era fatto.
Pensò anche che l’infortunio potesse essere foriero di disgrazie.
Finalmente la vide.
“La cornice" gridò, " meno male che c’è ancora”mormorò “allora è certo, posso tornare a casa!” e si mise a gridare a più non posso.
E mentre gridava correva e quando incontrò l’orlo di quella cosa che spuntava fra i fili d’erba del prato, si fermò di botto.
La cornice, per esserci c’era e questo era fuori discussione, ma ne mancava un pezzo, una parte, quella che la chiude in alto.
Mancava la parte alta.
Si mise a pensare.
Non sapendo cosa fare, si mise attentamente ad osservare i montanti che dritti e slanciati si perdevano nell’oscurità del cielo notturno.
“Funzionerà?”, si chiese ,“che si sia rotta con l’uso esagerato che ne ho fatto?”.
Al momento non sembrava eccessivamente preoccupato.
Tranquillamente, il che denotava la lunga famigliarità con quell’oggetto, ne scavalcò senza fatica la parte orizzontale, quella che spuntava dalla terra.
“Non pensiamoci più e facciamo come si è sempre fatto”, e poi, “chi se ne frega se si è rotta, l’importante è che funzioni !”.
Non aveva ancora posato il piede a terra, quello che aveva usato per scavalcarla, che si bloccò di colpo.
Aveva notato che le immagini che si vedevano attraverso, tremolavano.
Non fece in tempo a chiedersi cosa stesse succedendo che vide il panorama cambiare aspetto.
Da dorato a grigio.
Grigio come il ghiaccio grattato; grigio come di solito si pensa sia un tunnel, una caverna, sebbene nella parte alta del fondale, quella mancante perché la cornice era assente, si vedessero ancora degli alberi.
Immagini che, probabilmente, vi erano rimaste intrappolate.
Il tunnel, perché di questo si trattava, ad una prima occhiata dava l’impressione di scendere, scivolare verso il basso proprio come fa un budello, un tubo o una condotta forzata.
Non era una vera e propria discesa, non nel senso comune che di solito si dà a questa parola, ma uno scivolo, una specie di tubo o condotta, a forma di ferro di cavallo.
Per meglio comprendere l’idea, basti pensare alle condotte delle centrali elettriche, per chi le ha viste, che scendendo da una diga di montagna servono a convogliare l’acqua nella centrale.
“Bene, ora entro!”, mormorò fiducioso e si lasciò cadere a terra.
Quando osservò che conduceva in basso, si sentì tranquillo.
Quasi subito cominciò a scendere.
Gli venne un sospetto “In basso, quanto e dove?”.
Ma quando lo scoprì era tardi.
Aveva cominciato a scendere, da prima lentamente, poi in modo sempre più veloce, quando gli venne in mente la mostruosa idea che quel tubo potesse portarlo in un altro mondo.
Non nel suo.
“Come faccio ad essere certo che mi riporti sulla Terra e non ad esempio su Marte o su Nettuno?”.
E al pensiero di aver scambiato il tubo con un altro, istintivamente puntò i piedi per fermarlo.
Reagiva con la classica posizione del Bobbista (Bob da ghiaccio) quando frena.
Gambe larghe e piedi puntati a terra.
Ma ormai era troppo tardi.
Qualsiasi pentimento, se mai ve ne fosse stato il tempo, era tardivo perché stava precipitando come dentro un pozzo.
I capelli scomposti dal vento; la bocca distorta dalla velocità, gridando, scivolava verso il basso velocissimamente.
E mentre sballottava da una parete all’altra delle pareti (del tunnel), si rese conto di non potere fare più niente.
Fu così che, per la prima volta, sentì in bocca il sapore della paura!
“E così sia!”, gridò per coprire il rumore della corsa "e se ne esco vivo non mi vedranno mai più da queste parti!”
Questo fu quanto riuscì a pensare mentre volava, o meglio s’intubava a velocità folle.
Poi si fermò.
Si fermò di botto, come se avesse urtato contro un muro.
La violenza dell’urto fu tale che pensò di essersi rotto qualche osso.
Per un pò rimase fermo, immobile, intontito e stanco, ma sano come se non fosse successo niente.
Volendo lasciare quella scomoda posizione, si alzò e traballando sulle gambe malconce, si mise in piedi.
Reagiva come uno Zombi, un automa, senza riguardi per la sue ossatura, le sue membra.
La testa gli doleva, ma fortunatamente era intatta.
Scavalcò l’orlo della cornice e come sempre si ritrovò….nel sottoscala.
Era buio pesto.
Faceva freddo.
Il silenzio rasentava il nulla.
Poi percepì un rumore, un piccolo accenno di grattare, di furtiva raschiatura come quella di un animaletto.
“Chi è la?”, esclamò.
Gli tremava la voce.
Forse la tensione.
“Miao!”, fece il gatto.
Sporgendo timidamente il capo dallo spiraglio della porta si affacciò il musetto baffuto e furbo del suo gatto.
Il timore svanì.
“Ha! Sei tu”, disse Franco rincuorato, “vieni che si va a casa a mangiare” e si incamminò su per le scale preceduto dal gatto che in fatto di strada la sapeva lunga!
Per giorni e giorni, Franco, non volle più uscire.
Per prima cosa tolse il quadro della nonna dal sottoscala e lo portò a casa dove lo attaccò ad una parete in modo da poterlo tenere d’occhio e lì è rimasto e c’è ancora.
Quest’ultima avventura lo aveva scosso e non aveva nessuna voglia di riprovare. “Semmai più avanti”, si disse, “quando la paura mi sarà passata”.
Ma non gli passava e di conseguenza anche la voglia.
Una sera che se ne stava in casa al caldo in compagnia di un film nella TV, gli venne un’idea.
“Perché non tentare con i soldati che in Iraq muoiono a frotte?”.
L’idea, che lì per lì poteva sembrare buona, era invece irrealizzabile.
Primo perché bisognava raggiungere il paese, che é assai lontano, e poi per ovvii motivi di sicurezza.
Ultimo, ma assai importante, perché bisognava conoscere bene la lingua, cioè l’Americano!
A quei soldati, infatti, come avrebbe parlato, in italiano?
“Si, così oltre al resto non ci potremmo neanche capire!” e rise.
Scartò l’idea definendola balzana e pensò ad altro.
Si sobbarcò le feste di Natale, poi la fine dell’anno, quindi il Carnevale, la Quaresima, poi, finalmente, venne la Primavera e fu allora che gli si presentò il caso ideale.

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Nel disperato bisogno di espandere la sua poersonalità, Franco Masini scrive per condividere i suoi ricordi, i sogni, le speranze con altri che non siano solo banali ripetitori di luighi comuni....!
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MessaggioInviato: Dom Mar 06, 2016 5:50 pm    Oggetto: Adv






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