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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Capitolo 15 "Il Tempo delle anime di Franco Masini"
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franco123








Registrato: 18/10/05 18:59
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franco123 is offline 

Località: Lucca
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MessaggioInviato: Sab Apr 02, 2016 5:03 pm    Oggetto:  Capitolo 15 "Il Tempo delle anime di Franco Masini"
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Capitolo 15)- La casa.

Camminava già da troppo tempo, senza avere incontrata anima viva, quando su una collina, in lontananza, vide stagliarsi una casetta.
Si fermò a guardarla, “Ci sarà qualcuno?”.
Aveva parlato ad alta voce.
Più per farsi coraggio che per ragionare su una cosa ovvia.
Infatti chi avrebbe potuto generare quel fil di fumo che stava uscendo dal camino se non un essere umano?
“E’ come se qualcuno mi attendesse”, mormorò, “comunque, visto che sono venuto proprio per questo, voglio andare a vedere chi é” e si incamminò in quella direzione.
Da prima in modo rapido, poi lentamente, infine con cautela si mise a percorrere il viottolo che conduceva alla porta d’ingresso.
Quello che aveva or ora percorso non era un sentiero ben definito né delimitato da alcuna palizzata come di solito avviene nelle case di campagna, ma un viottolo, un accenno di strada, un vialetto sterrato.
“Redola”, si direbbe dalle nostre parti, quando si vuole indicare un sentiero che non mena da nessuna parte, ossia cieco, senza sbocco.
Franco procedeva con circospezione.
Sia a causa delle sue ultime disgrazie, sia perché oramai non si fidava più di nessuno, Franco era diventato molto prudente.
Era evidente che quel sentiero sembrava fatto apposta per incoraggiare ad essere percorso da persone che, come lui, si fossero trovate nei paraggi.
Uno che avesse titubato, che fosse stato incerto, non lo avrebbe nemmeno notato.
Ma pur avendolo visto, Franco non lo imboccò, non cedette alla lusinga, non lo considerò come sembrava essere, invitante, ma deviò prudentemente per i campi spostandosi verso un lato della casa.
Il lato destro rispetto all’ingresso principale.
Motivo? Eludere un eventuale controllo, un avvistamento.
Non fare brutti incontri.
Così, badando a non fare rumore (o almeno credendo di non farlo!) si avvicinò quatto, quatto alla casa e giunto in prossimità del muro, si affacciò ad una finestra per guardare, non visto, all’interno.
Sbirciò dentro e vide, semi nascoste dalla penombra, delle persone.
Se ne stavano ammucchiate dietro la porta in attesa che qualcuno entrasse!
E quel qualcuno sembrava essere lui stesso!
Lo dedusse dal fatto inequivocabile che lì attorno non c’era nessun altro e se è vero com’è vero che “Certezza” è quasi metà della ragione, questa deduzione era certa.
Guardando meglio vide che la maggior parte di quelle persone stava immobile e in silenzio.
Ombre lungo vestite, intangibili, alcune con delle cuffie; altre, presumibilmente uomini, in bretelle e con un cappellaccio floscio in testa.
Guardando meglio, notò che alcuni brandivano delle mazze, altre dei ramaioli o padelle ma tutti indistintamente parlottavano e ridendo sogghignando fra loro.
“Mi stanno aspettando”, mormorò mentre per non esser visto, sbirciava all’interno della stanza attraverso i vetri sporchi della finestrella.
La casa era così piccola e la finestra così bassa dal suolo da costringerlo a a starsene in ginocchio.
Quella casa (forse solo quella in particolare, ma Franco non poteva esserne certo), era di minime dimensioni, quasi lillipuziana o almeno così pareva.
Sia le finestre che le porte, ma anche l’altezza del soffitto interno, non doveva essere a suo giudizio più alto della metà di quelle di oggi (circa 2 metri!).
”Che sia una delle case del villaggio abbandonato della Baia Aguirre?”, mormorò perplesso.
Poi ebbe un sobbalzo.
Qualcuno o qualche cosa lo aveva toccato.
Si voltò di scatto.
Era un omaccione, simile a quelli che stavano la dentro, che si ergeva dritto, dietro le sue spalle.
Gli stava lanciando sguardi malefici da un occhio perché l’altro era nascosto da una benda.
La bocca era distorta in un sogghigno; lo sguardo che lo fissava dall’unico occhio aperto non prometteva nulla di buono.
“Non ho fatto nulla”, si affrettò a balbettare Franco preso dal panico.
“Va bene, va bene”, rispose l’altro bonariamente, “ma ora basta, vieni dentro e dicci chi sei”.
E lo sospinse verso l’ingresso.
Lo seguì Franco, senza opporre resistenza (e che altro avrebbe potuto fare!) e sebbene avesse notata la differenza di corporatura fra la sua e la loro (con tutto ciò che era in piedi e lui seduto, a mala pena arrivava all’altezza della sua testa) non pensò di reagire.
Di sottecchi, lo sbirciò “Sarà un ragazzo” pensò, ma poi vista la rugosità del viso, l’occhio infossato, le vesti pesanti, le mani nodose comprese che doveva trattarsi di un adulto.
Svoltato l’angolo della casa notò che sulla porta d’ingresso vi era infisso un cartello.
Istintivamente lo lesse.
“General Garibaldi” c’era scritto e rimase di stucco.
“Allora siamo nella Terra del Fuoco, nella Patagonia Argentina"disse "e nella baia Aguirre” e concluse “come avevo supposto”.
“Ed ora che mi ricordo, a quel tempo queste casette sembravano vuote, disabitate mentre in realtà erano piene”
“In effetti quando siete venuti voi sei, che io amo definire pazzi, non lo erano affatto”, rispose come se gli avesse letto nella mente, “ma ora si perché siamo in un momento precedente” e sorrise divertito all’espressione meravigliata di Franco.
“Ma allora sapete tutto della mia venuta, della spedizione e del naufragio nella Baia Aguirre?”.
“Ma certo, ma certo,” rispose bonariamente l’altro, “che credi, non siamo mica scemi !”.
“No, no”, rispose precipitosamente Franco, “non lo credo affatto solo che vedi, mi meraviglia e non poco che tu sappia di noi e non noi di voi, come me lo spieghi?” e lo guardò in attesa della risposta.
Faceva apposta Franco a chiedere lumi sia per guadagnare tempo che per darsi sicurezza.
Ma intanto stavano entrando…!
Varcarono la soglia dietro la quale Franco già sapeva che vi si nascondevano gli altri.
Si era messo in guardia.
Pur nell’oscurità che impediva di vedere, a sinistra entrando si notava una pesante scrivania, una bilancia e appoggiato alla parete uno scaffale a ripiani.
Ripiani in legno scuro, e come era d’uso nel secolo scorso, con gli angoli rinforzati di borchie di metallo.
I ripiano erano muniti di etichette tipo schedario postale ma pur guardando bene vide che non contenevano niente.
Notò anche che alcune persone stavano dritte in piedi ai lati della stanza mentre altre erano sedute su delle sedie a braccioli.
Quasi a non voler perdersi lo spettacolo avevano formato un semicerchio dove al centro c’era lui che intanto era entrato nella stanza.
Franco li osservò uno ad uno, poi spavaldamente “Bé, allora che si fa?”
“Non vorrei farvi del male perciò eviterei qualsiasi forma di violenza” .
Pausa.
Si misero a ridere.
Si vedeva che la battuta li aveva divertiti.
Uno di loro rispose “Ma che dici mai, siamo NOI a non volere farti del male, non tu“ e rise.
“Però ti vogliamo fare una domanda: come è avvenuto che quella casa, pardon “negozio”, laggiù in fondo al paese sia andata a fuoco?” e con una strizzata d’occhi aggiunse, “ma soprattutto, chi è stato?”.
Franco, che al proposito aveva la coscienza sporca, ammiccò, prese tempo, raccolse il fiato e le idee, infine disse, “va bene, lo confesso, siamo stati noi, ma non lo abbiamo fatto apposta”.

_________________
Nel disperato bisogno di espandere la sua poersonalità, Franco Masini scrive per condividere i suoi ricordi, i sogni, le speranze con altri che non siano solo banali ripetitori di luighi comuni....!
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MessaggioInviato: Sab Apr 02, 2016 5:03 pm    Oggetto: Adv






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