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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Capitolo 17 " I marinai"
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franco123








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Località: Lucca
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MessaggioInviato: Sab Giu 25, 2016 5:15 pm    Oggetto:  Capitolo 17 " I marinai"
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Capitolo 17)- I marinai.

“Accidenti a me come sono maldestro!”, si lamentò, “...potevo anche farmi male”, poi, mentre si girava per guardare indietro ... notò delle persone che lo stavano seguendo.
Si accorse che lo seguivano perché dal momento in cui si era fermato si erano fermate pure loro.
“Toh, o quelli chi sono”, mormorò leggermente preoccupato, “sarà meglio mantenerli a distanza” e riprese velocemente a camminare.
Ma ben presto si avvide che anche loro acceleravano il passo.
Avevano l’evidente scopo di arrivargli vicino.
Arrancava Franco, e correndo a piedi nudi sulla sabbia ansimava (un principio d’asma iniziava ad agire).
Di tanto in tanto si voltava indietro, ma poi, stanco di correre, rallentò.
Poi si fermò.
Orami era rassegnato.
Non voleva pensare al peggio anche perché loro erano tanti e lui solo e non poteva fare nulla.
Però non era agitato, non aveva paura perché sapeva che in quel mondo la violenza non esiste !
Attese quindi tranquillamente che lo raggiungessero e quando sentì vicini i passi degli inseguitori si voltò e vide che lo avevano messo in mezzo.
Era stato circondato e pur non volendo si dovette fermare.
Si mise sulla difensiva.
Difensiva verbale, s’intende che di quella fisica, lo abbiamo già detto, non ve n’era bisogno.
“Scusate ma che volete da me?” chiese, poi, sebbene avesse sempre un po’ di paura, lo ripeté con voce più ferma.
“Nulla, però vogliamo ricordarti chi eravamo da vivi ossia da morti, rinfrescarti la memoria, prova a pensare!”, rispose uno di quelli e mentre Franco lo guardava gli tornò in mente “Ah, si, ora ricordo, tu sei il Comandante dell’Estrella, Trifone Quadrelli, quello di Cattaro, quello che teneva l’immagine della Madonna di Loreto nella pancera per guarire l’ulcera, come va?” chiese educatamente.
“Si, si, grazie, va meglio”, rispose sorridendo l’altro, poi, divertito continuò:
“sono proprio io ed ora prova a ricordare chi sono gli altri”.
“Gli altri, gli altri”, cominciò a cantilenare Franco che pur non essendo a corto di memoria, voleva stare al gioco, assecondarli.
Li scrutò uno ad uno, attentamente, come si fa per il riconoscimento di un criminale, poi disse: “ora ricordo” e così facendo ne indicò uno piuttosto basso e robusto, ma decisamente brutto, con un occhio semichiuso, vestito d’un paio di pantaloncini corti sfilacciati, una maglietta bisunta e una fascia fatta di canovaccio attorcigliato stretta attorno alla fronte.
“Tu devi essere Scuticchio Foca di Lussin Piccolo, il fuochista del Portorose che ritrovai, in seguito, anche su altre navi. Ora rammento”.
“Si ma e gli altri?”, fu il ritornello che continuava a tormentargli la mente, “chi sono?”.
“Sono, sono “ e in un gioco che non gli sembrava più tanto innocente, la fronte imperlata di sudore, Franco si sforzò di rammentare, cercò di ricordare, di richiamare alla memoria un nome con l’aiuto dell’associazione visiva tra il volto e ilnome.
Ma al momento non ci riusciva.
Poi gliene venne in mente un altro, “Tu” e indicò col dito uno spilungone, cicciotto e pieno di efelidi, allampanato e biondo, “devi essere proprio il terzo ufficiale, sempre del Portorose, che mi tormentava tanto, è vero?”.
E attese la risposta.
Adesso era lui, Franco, il severo, il duro, l’intimidatorio perché quell’episodio di vera crudeltà mentale e di sopraffazione (oggi si definirebbe “mobbing”), che aveva dovuto subire per 6 mesi e per mano di quel fesso, lo faceva ancora ribollire di sdegno.
Notando che l’altro si adombrava, aggiunse: “non te la prendere, ormai è passato tanto tempo…!”.
Con quel gesto di perdono, di generosità, si sentì grande, ma poi ripensandoci, “Però me la facesti grossa, quella di mandarmi fuori bordo a pitturare le lancia, a Djbouty (Somalia Francese), non ricordi? Col pescecane sotto che non aspettava altro che papparmi!”.
“E’ vero, hai ragione, sono stato un incosciente ma ora perdonami che altrimenti non posso proseguire il viaggio e sarebbe un bel guaio!”.
Franco si chetò.
Era perplesso; ora non aveva più importanza ricordare i nomi, sapere quei signori chi fossero, ma era importante capire dove stessero andando e perché.
“Come sarebbe a dire, non puoi proseguire?”, chiese Franco e attese.
Silenzio.
Che dopo poco venne interrotto da una vocina che via, via si faceva sempre più decisa.
Era di quello del gruppo che per primo aveva iniziato a parlare.
“Siamo qui in attesa della partenza, sai la partenza verso il nuovo universo…”.
Tacque.
“Ah si”, rispose laconicamente Franco.
Faceva le viste di sapere, di esserne a conoscenza, di sorvolare.
“Per dove?”.
La sua era una domanda sfuggente, di quelle che non sembrano importanti mentre invece fanno restare in angosciosa attesa della risposta.
Quello del gruppo che aveva già parlato intanto, nascondendosi dietro ai suoi compagni si eclissò e così non rimase altro da fare che rivolgere di nuovo la domanda agli altri indistintamente e attendere che qualcuno rispondesse.
L’attesa si stava protraendo troppo a lungo quando inaspettatamente uno di loro, un certo Nino, di Marzara (del Vallo), motorista, che pareva lo conoscesse perché, come diceva, avevano navigato assieme sul Maria Teresa G. (Gestione Esercizio Navi), ma del quale, per quanti sforzi facesse, non riusciva a rammentare il nome, disse: “Si, Franco, hai ragione, bisogna dirtelo, perché, vedi” e il tono divenne paternamente bonario, “noi qua siamo precari e presto o tardi ci invieranno in un altro mondo, quello susseguente a questo” poi precisò, “ma prima al tuo!”.
“Si, si, ho capito”, insistette Franco.
Ma in cuor suo e soprattutto a causa di quest’ultima parola, non aveva capito proprio un bel niente e questa pantomima non gli piaceva affatto.
“Ma insomma, me lo volete dire dove, come, quando e perché vi muovete e che centra il mio mondo?”.
Seguì un gran silenzio fino a che un vocina flautata e flebile, quasi una voce bianca , disse: “Parlo io per tutti e ascolta bene perché non te lo ripeterò due volte: come tu sai e se non lo sai te lo dico io, noi morti siamo in attesa di emigrare verso un’altra vita dove, dopo un periodo di tempo ragionevolmente lungo, passeremo in un’altra dimensione e così via fintanto che non saremo così vicini al Signore e Padrone di tutte le cose da poterci parlare!” (vedere no, perché completamente fuori della nostra portata).
“E perché allora tutta questa migrazione da un posto all’altro?”, si azzardò a domandare Franco, “non si potrebbe arrivare a destinazione prima?”.
“Già, bravo furbo”, rispose l’altro, sorridendo, “già è difficile, per non dire impossibile, guardarlo in faccia (il Signore) anche alla fine della migrazione….”.
Pausa.
“….perché in qualsiasi modo tu lo pensi, non potrai mai immaginare come sia, né potrai mai vederlo direttamente”.
Silenzio.
Poi a mo di spiegazione: “Sai, un Dio non può essere visto se non da un altro Dio e noi, stai certo, non potremo mai diventarlo, figuriamoci poi senza un adeguato periodo di quarantena, di spurgo, di purificazione o che so io, di catarsi!”.
Si fermò.
Come a riprender fiato o coraggio o tutti e due assieme, riprese, “immagina che ci possano essere fra noi anche dei delinquenti che sai com’è, magari all’ultimo momento si sono convertiti ma in quanto a sentimenti …” e fece una breve pausa rivelatrice, ”…. sono delle belve!” e ammiccando verso la gente che costituiva il gruppo, rise furbescamente.
“Ho capito”, disse a questo punto Franco, “ora ho capito”.
“Ho capito che siete ben lontani dalla fine del viaggio e che ci vogliono secoli e millenni per non dire ere, fra voi e il risultato conclusivo….della vita”.
E per chiarire meglio il concetto, “Quella terrena”, aggiunse, “quella che nasce e muore sulla Terra, intendo, quella che dura poco, al massimo 100 anni ma c’é la vostra, che si protrae assai più della prima e si può, a ben vedere, definire alla stregua di una seconda vita e poi c’è la terza, la quarta, la quinta e così via in un continuum che tende fastidiosamente all’infinito ed è quello che mi preoccupa”, disse e rimase in silenzio.
Proprio in quel mentre, gli balenò in mente un’altra idea.
“Mi rendo conto che, prima di ottenere l’ambito premio, ci vuole del tempo, molto tempo”, riprese fiato e continuò, ”ditemi dunque, ma non siete un po’ delusi da questo affannoso e continuo emigrare da un universo all’altro, senza una sosta né una fine e tutto ciò per ottenere il premio eterno, non sarà che il premio è rappresentato dalla migrazione stessa?”.
Si aspettava Franco un coro di proteste, una risposta irosa ma dovette attendere a lungo perché dopo la domanda ne seguì un glaciale silenzio.
L’uomo che aveva già parlato e del quale non ricordava il nome, ma le gesta, disse: “Si, Franco avresti ragione tu se ragionassimo in termini terreni, dove cioè un’ora è un’ora e un anno è un anno ma qui” e parlando girava il dito in modo da abbracciare i dintorni, “il tempo non ha senso e può durate indistintamente un’ora, un istante o un anno, in conformità della persona che lo vive e per dirla in breve, dipende tutto da noi stessi!”.
Queste ultime parole lo colpirono e ne volle ottenere altre, “Come sarebbe a dire che dipende da voi stessi?”, chiese.
“Il tempo, qui da noi non è assoluto, ossia uguale per tutti, ma è relativo e dipende, al solito, da noi stessi, ossia da come ci comportiamo, da come siamo corretti, educati, buoni ….”, poi, prima di proseguire, si guardò attorno con circospezione “c’è sempre qualcuno che ci spia!”.
“Che vi spia?”, chiese Franco che aveva notato il gesto.
E poi aggiunse, “Come vi spia, se qui non c’è nessuno?” , “ma allora qui vige un regime poliziesco?”.
Voleva sentire cosa avrebbe risposto su un punto delicato come questo e attese con trepidazione perché dalla risposta che avrebbe ricevuta sarebbe stato in grado finalmente di formulare un giudizio.
Capiva che se le cose fossero andate come stava constatando, poteva ragionevolmente concludere che era in pericolo.
Sarebbe stato pericoloso, infatti, anche solo parlare quindi, piuttosto che continuare a chiedere e far chiasso, preferì rimanere in silenzio.
Conoscendo bene l’animo umano, sapeva che presto o tardi una risposta gliela avrebbero sicuramente data.
E infatti, di lì a poco, la risposta venne, ma non per bocca del motorista di Marzara, ma di un altro che inaspettatamente si fece avanti: “Sono quel tal Le Boffe di La Spezia col quale hai navigato nel 62 sul Maria Teresa G., il Postalino che faceva la spola tra Glasgow e i grandi laghi americani, rammenti?”, esordì.
“Si, si mi ricordo”, rispose trepidante Franco dopo averci pensato un po’.
Non disse che al suo nome aveva associato la figura un po’ patetica di un uomo un po’ fissato, che parlava solo delle sue nipotine e con un’insistenza che già a quel tempo gli era sembrata sospetta.
“Va bene, parla”.
“Si, voglio parlare perché incidentalmente, a quel tempo e proprio su quella nave, non dandoti un appoggio durante il contenzioso sorto fra te e il Comandante, mi comportai assai male, ti rammenti?”
Pausa, poi di nuovo Franco, che nel frattempo cominciava a ricordare, “Quel tal Comandante Isola di Lerici che voleva fare il furbo?”.
“Si, proprio lui, rammenti?”.
“Si, si, rammento”, rispose prontamente Franco che naturalmente non ci pensava affatto e prima che l’altro cominciasse, aggiunse, “Ma scusa, che centra?”.
“Centra, centra”, rispose l’altro, “perché vedi quando tu protestasti perché ti ritenevi innocente e in effetti il whisky non lo avevi preso né tanto meno bevuto, mentre lui invece ne aveva fatta man bassa e ti voleva incriminare, io non ti appoggiai”.
“Non mi appoggiasti, va bene e allora?”, chiese Franco al quale però ancora sfuggiva il motivo del discorso.
“Il fatto è che commisi una grave scorrettezza, una cattiva azione e l’ho dovuta scontare perché, sia pure dopo tanto tempo, vengo ancora tenuto sotto osservazione e sai ….!” e mentre la voce gli diventava bassa, prese a guardasi attorno in modo circospetto “per quella sorta di vigliaccata, che fra colleghi non si dovrebbe fare, per il non averti voluto aiutare con la mia testimonianza (in effetti aveva infranto l’ottavo comandamento: non dire falsa testimonianza…!), mi toccherà star qui ancora chissà per quanto tempo!”.
“Figurati!”, rispose Franco al quale tutta quella storia pareva un pretesto, “ma che vuoi che sia, ormai è passato tanto tempo e chi vuoi che se ne ricordi!”.
“Chi se lo ricordaaaa!”, rispose l’altro sorpreso da tanta stoltezza “altroché se se lo ricordano, pensa che a causa di questo fatto, che a te sembra lontanissimo nel tempo e banale, per Loro (e calcò la voce sulla parola loro) è come fosse avvenuto ieri e poi in tutta confidenza ti dico che la vigliaccheria, la slealtà, il dolo e la falsa testimonianza, quassù…” e così dicendo col dito indicava l’alto, non piace e non c’è pena che basti”.
Una volta ascoltato lo sfogo del povero Ufficiale, Franco, diventò serio e rispose, “Ah ma allora se è così, sai che ti dico?” , “che ti perdono e ti rendo l’onore!” e a mo di suggello, aggiunse, “OK?”.
“OK, Ok, grazie ma non basta perché vedi, d’ora in avanti mi devo comportare bene altrimenti mi lasciano qua a bocca asciutta e mi tocca attendere un’altra infornata”.
“Levami una curiosità!”, chiese a questo punto Franco, che si cominciava a scocciare della piega presa dal discorso e preferiva cambiare argomento, “Ma quando sarete partiti da qui” e indicò con il dito i dintorni, “chi ci rimane?”.
“Non ci rimane nessuno salvo quelli che, come me, non sono stati scelti, ovvero che, per motivi vari non sono stati reputati idonei alla partenza!”.
“E tradotto in percentuale?”, chiese Franco al quale la cosa interessava, “in percentuale, sicuramente circa il 70% se ne va, del rimanente 30%, un buon 20% si redime in poco tempo, il resto purtroppo o viene rimandato indietro oppure sosta qua all’infinito”.
“All’infinito?”, chiese costernato Franco, “come all’infinito?”.
“All’infinito, all’infinito ma che credi, che siamo tutti uguali? Non pensi ai ladri, ai delinquenti, agli assassini?”.
“Si, si, ci penso ma credevo o almeno mi avevano detto che bastava redimersi anche all’ultimo momento per potere salire al cielo, non è così?”.
“No, non lo è affatto, anzi, mi meraviglio che in Terra dicano ste puttanate”, disse l’altro con foga ma poi, guardandosi con circospezione attorno, si corresse, “ste baggianate!”.
“Si, si, va bene e lascia pure stare la forma, ma dimmi, come mai allora esiste questa diceria?”.
“C’è perché fa comodo che ci sia, ma stammi bene a sentire: chi per voi è reo deve scontare la pena, no? Se si, ebbene anche qui non si sfugge alla regola e semmai, se posso dirlo, più che di una pena si tratta di un lungo periodo di ravvedimento, sai come la patente a punti?”, rispose quello.
“La patente a punti, che ci azzecca?”, chiese meravigliato Franco, “oh, questa poi me la devi proprio spiegare!”.
“Si, si, proprio la patente a punti nel senso che se tu commetti un’infrazione ti levano dei punti e poi devi studiare ossia ripassare la parte per recuperarli, non è così?”.
“Si, si, è così e allora?”, rispose ansiosamente Franco e l’altro continuò, “Prova a capire: precipitando il reo confesso fra le fiamme che voi chiamate inferno, come si pensava una volta, gli si farebbe un favore perché vedi” e qui la voce gli divenne roca, “chi commette reato non è come noi, come te e me, intendo dire, ma viene assimilato al maligno, fa parte della squadra del Diavolo, intendi? E se è dalla parte del Maligno e fa parte della sua schiera, buttandolo fra le fiamme non è che verrebbe maltrattato, anzi, ne godrebbe!”, “…. e poi”, continuò, “suonerebbe come un favore, non trovi?”.
“Si, si, capisco”, rispose Franco che intanto era rimasto strabiliato dalla rivelazione davvero scioccante che aveva testé udito, “ma allora, come lo si punisce?”.
“Semplicemente facendolo tornare sulla Terra, come se tornasse a scuola per imparare a vivere civilmente, ma soprattutto per accostarsi in modo idoneo al prossimo.
“Ama il prossimo tuo come te stesso…” recita il santo Vangelo e chiunque non lo fa e muore, deve risalire quassù, ricominciare tutto da capo e così via, fino ad ascendere finalmente in Cielo”.
“Bella soluzione”, pensò Franco, ma per non polemizzare, lo disse fra se e se e poi cogitabondo pensò, “dove andranno a finire sti matti?”.
Ma pareva proprio che gli si potesse legger nel pensiero perché il primo della squadra che aveva parlato e che sembrava il più sveglio, disse, “Non ti preoccupare del dove andremo a finire noi, ma del fatto che di sicuro andremo, di questo si che ti devi preoccupare che altrimenti, a rimenare qui in eterno, sarebbe grave, non trovi?”.
Rifletté bene Franco prima di rispondere e preferì dire, “Si, si, hai ragione, sarebbe grave assai, mentre così c’è sempre la speranza di andare avanti, di crearsi una nuova vita, migliore della prima, sicuramente già collaudata da qualcuno che c’è stato prima di noi, ma a proposito di quest’ultimo pensiero, rimane memoria di noi nel nuovo mondo?”.
Era una bella domanda, una di quelle domande da un milione di dollari come si suole dire, ma l’altro, che sembrava avesse sempre la risposta pronta: “Si, v’è memoria o almeno così risulta, però…” e fece una pausa ad effetto “…rimane per poco che poi si dimentica e si rinasce di nuovo, come tu giustamente dici, a nuova vita, scordando completamente la prima”.
“Tutto questo andare e ritornare dalla Terra al primo Cielo ad espiare o purgarsi, come voi dite, che tu sappia, ha nulla a che vedere con la reincarnazione, tanto cara agli Induisti?”
“Si, c’è qualche attinenza, sai com’è, il modo di pensare di quella gente non è scevro di saggezza nel senso che se lo vanno predicando da secoli e millenni vuol dire che c’è qualche cosa di vero però non nel senso che intendono loro bensì nel nuovo senso ossia quello che la gente che emigra come noi stiamo per fare ha tutto l’interesse a dimenticare, non trovi?”.
“Trovo, trovo”, rispose Franco il quale veramente non trovava niente… da ridire quasi su tutto, ma preferì non esplicitarlo per non passar da scemo e continuò, “ah, dunque è così, quando dicono che si sono reincarnati alludono ai morti, ai loro morti?”.
“Si, si, è probabile che fraintendano nel senso di dire che i loro morti si sono reincarnati con persone, animali o cose in una specie di ciclo vitale che non ha mai fine, ma non è così perché vedi Franco, per vedere il Signore ci vuole ben altro che un povero animale anzi sai che ti dico?” e fece una breve pausa rivelatrice, ”ti dico che questa credenza forse allude proprio a quelli dichiarati rei confessi e sono costretti a tornare sulla Terra per espiare e cambiandosi in uomini o donne o addirittura animali od oggetti, assumendo cioè una nuova veste, quasi sempre umile, piano, piano migliorano”.
“Può essere, può essere”, rispose Franco meditabondo, ma poi, ripensandoci, “ah, ecco spiegato perché tutti quelli che dicono di avere già vissuto un’altra vita, di solito alludono ad una situazione migliore di quella presente”.
“Dicono quasi sempre di essere stati grandi imperatori o nel caso di donne, concubine d’alto bordo e se chiedi loro di essere più precise parlano quasi sempre di Cleopatra, Messalina, Poppea ….!”, “mai e poi mai a donne di servizio, serve o poveri cristi, dal che deduco che sono proprio loro le più emerite canaglie”.
“Embé che te ne importa”, rispose quello, “però vedo che sembri molto preoccupato” e lo sguardo gli si era fatto indagatore, “per caso sei uno di loro?”.
“No, no”, si affrettò a negare Franco, “niente affatto o almeno non credo, sai com’è, alle volte qualche cosa ti sfugge o non lo sai o commetti un reato d’intenzione e poi bisogna vedere come viene considerato…”, disse e la voce già incerta si affievolì sempre più, fino al punto che l’altro la sentiva appena.
“Non credere, caro mio, il reato è reato e non una quisquilia, quindi tu lo sai benissimo quando lo commetti e sai pure, e la coscienza te lo dice, che lo stai commettendo”.
“Si, hai ragione ma pensavo….”, rispose Franco con voce incerta.
“Non pensare, agisci, ossia reagisci, vai avanti e sappi ….”, continuò con un tono alterato, “che nella scala delle virtù, la forza e il coraggio sono al più alto posto. Vedi i Santi!”.
“I Santi, i Santi ma io che c’entro, mica sono un santo!”.
“Non lo dire, non lo dire mai cosa sarai o cosa potresti essere, fino all’ultimo momento. C’è gente che all’ultimo istante della propria vita ha reagito, si è ribellata ed ha dato la vita piuttosto che cedere e sottostare all’ingiustizia”.
“L’ingiustizia? Se è per questo è la cosa che più mi fa rabbrividire, mi fa digrignare i denti dalla rabbia tanto che spesso mi devo trattenere per non commetterne una anch’io!”.
“Ad esempio?”, chiese l’altro con fare indagatore, “quale tipo d’ingiustizia conosci?”.
“Quella sociale o politica come la vuoi chiamare, ossia quella per cui si preferisce non correggere una certa cosa che andrebbe invece corretta per non creare disdoro al partito o ad i propri eletti!”.
“E sarebbe?”, “per esempio le barriere architettoniche che per legge andrebbero eliminate mentre le autorità comunali, gli assessori al sociale in primis o per risparmio o per disinteresse, non le vogliono togliere”.
“E allora?”, indagò quello, “le associazioni di categoria, naturalmente, si lamentano e indicono un convegno favorito dal comune stesso che, guarda caso, è il primo inadempiente, comprendi?”.
E mentre Franco parlava gli balenava lo sguardo e gli tremava la voce, “Credo che mai si sia arrivati a tanto, cioè ad un così alto livello di cinismo e d’ipocrisia sociale!”.
“Va bene, va bene”, rispose l’altro frettolosamente, “ho capito che tipo sei, ma dimmi un po’, non vuoi sapere proprio altro? Perché vedi tra poco me ne devo andare”.
“Si, ci sarebbe un’altra cosa che desidererei sapere ossia dove sono finiti tutti gli altri?” e aggiunse, “dov’è finita tutta quella gente che nel frattempo è defunta, dove si trova?”.
“E’ la”, rispose prontamente quello.
A queste parole, Franco, reagì come se conoscesse già la risposta, “Come là, dove?”.
“Laggiù dietro quella collina, vai a vedere” e indicò la vetta della collina che stava alle sue spalle.

_________________
Nel disperato bisogno di espandere la sua poersonalità, Franco Masini scrive per condividere i suoi ricordi, i sogni, le speranze con altri che non siano solo banali ripetitori di luighi comuni....!
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MessaggioInviato: Sab Giu 25, 2016 5:15 pm    Oggetto: Adv






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