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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Aturro (e pazienza…)
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Patonsio








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MessaggioInviato: Mer Giu 29, 2016 6:27 pm    Oggetto:  Aturro (e pazienza…)
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Se avete in animo di conoscere un uomo,
allora non dovete far attenzione al modo in cui sta in silenzio,
o parla, o piange; nemmeno se è animato da idee elevate.
Nulla di tutto ciò! - Guardate piuttosto come ride.

(Fëdor Michajlovič Dostoevskij)

L’uomo è il solo animale che piange e ride,
perché è il solo animale che è colpito
dalla differenza tra come le cose sono
e come dovrebbero essere.

(William Hazlitt)

Aturro
(e pazienza…)

Beh, sì, è vero… Chi mi incontra oggi avrebbe qualche difficoltà a riconoscere in me la stessa persona che fino a quattro o cinque anni fa versava in condizioni non poi tanto floride quali quelle attuali.
È fuor di dubbio che tutto ciò si deve – se lo annotino, gli imbecilli – ai miei meriti.
Brillanti, meriti, visto che – lasciatemi affermare – si può salutare nella mia persona il brioso inventore del Modulo Basculante di Rinforzo applicato alla struttura viscoelastica degli anti-concezionali ricavati dall’eviscerazione degli ovini trattati per afta epizootica con esito negativo.
Ma… non parliamo dei miei successi… In fondo, non posso negare che, in gran parte, li devo all’osservazione dei frequenti incidenti causati dal sonnambulismo psicotico del mio blasfemo compagno di stanza, un suonatore di sitar .
Eppure! potrei forse non ricordare quei tempi senza provare una trafittura di nostalgia proprio qui, – vedete? – nel mio costato di vecchio saltafossi?
Giorni indimenticabili, quelli, pur nelle ristrettezze – ah! Giovinezza mia che te ne sei andata, insegnandomi a barattare le mie paure d’allora con i miei sogghigni di adesso..!

***

All’epoca dunque, le mie risorse illusorie mi costringevano ad abitare in un alberghetto un po’… alla buona, lo “Scarafaggio illustrato”.
La clientela dello stabile proveniva principalmente dal mondo: dei viaggiatori di commercio destituiti, degli attori di scalcagnate compagnie teatrali scavalca-montagne, delle giovanette – o meno – non propriamente santerelline, delle seconde scelte e dei rimpiazzi del sottobosco del mondo dello spettacolo con ingaggio variabile o più spesso chimerico, dei fenomeni da baraccone impiegati instabilmente, degli artisti di strada prossimi alla zoppia.
Una variopinta congrega insomma, perlopiù radicalmente mutilata di qualsiasi aspettativa pensionistica e previdenziale. Ma: orgogliosa, la combriccola! nessun d’essi era riuscito, nella vita.

***

Lo confesserò? ero amareggiato e scontroso in quel periodo: non a tutti piacevo, e non tutti mi piacevano. Ah, ma… era necessario, del resto: con quale altro riparo avrei potuto proteggere la mia solitudine se non mi fossi reso sgradevole?
Ma ne è passata tanta, di acqua sotto i ponti, da allora, e oggi conservo un ricordo affettuoso, di quella corte dei miracoli!
Alla fin fine – si veda – siamo un po’ tutti ridicoli commedianti: sopravviviamo buffonescamente ai nostri drammi.

***

È tra quelle strette scale, tra gli angusti pianerottoli – affumicati da ogni genere di povere cucine improvvisate – che ho incontrato dei mangiafuoco di Bergamo, ho incrociato tenori di Napoli, ho conosciuto comici di Fidenza, ho blandito una incantatrice di serpenti di Abbiategrasso; e poi ancora mangiatori di cocci di Trapani e ingoiatori di spade di Rieti, attori retrocessi di Lecce, ipnotisti con la cefalea cronica di Teramo, truccatori funebri di Perugia, testatori di creme per ascelle di varia provenienza, sarti, costumisti, decoratori… Oh! Hai voglia!
E poi… lì conobbi Aturro. Che sagoma!
Aturro, non lo ricordate? Non posso crederlo.
Ne avrete sentito parlare… Aturro, il ”ricordo” malinconico e sgangherato d’un comico da avanspettacolo… Aturro, il siciliano, straordinario nell’accrocco anomalo della fisionomia…
Ah, Aturro..! ancor oggi mi sorprendo a pensare al tuo muso strambo di clown che non aveva bisogno di trucco..! Aturro, quanto riuscivi ad esser bizzarro nella gestualità, nella parlata, nelle movenze..!
Egli non era stato mai informato di parecchi rudimenti della lingua, ma… quando si ha dalla propria una tale mimica!
Ma attenzione: lo sconforto ancestrale che traspariva dal suo sorriso rinviava al mistero accennato dalla smorfia impenetrabile delle mummie.
Aturro il grande (senza saperlo)..!
E poi, soprattutto, c’era LEI.
C’era Amalia, la “padrona”! Oh, se l’adoravo..!
Uno splendore di femmina. Non più giovanissima, un po’ abbondante nelle forme, ma così fresca, appetitosa… occorre dirlo? morivo, per lei.
Dava la febbre.
Metteva voglia, solo a guardarla, di svenirle in grembo, fra sgomenti di voluttà e presagi di collisioni di pianeti sfuggiti alle loro orbite originarie.
Bastava una delle sue famose occhiatine sorridenti, furbette, per gettarvi in una tensione irrisolta, uno spasmo delle ghiandole, una nevrosi dei sensi eccitati talmente potente da fornire ad un pizzicagnolo sciancato i fremiti di un condottiero cartaginese nell’attimo precedente alla disfatta sul terreno di battaglia.
Ah! La “padrona”! Amalia! Questa, era.
Il pensiero delle sue opulenze, quanti giovanotti avrà smagrito? Non è dato saperlo.
Impossibile salutarli stringendo loro la mano, immaginando i fonemi arrochiti suscitati in loro dalla rigogliosa Amalia! E pazienza…

***

– «Aturro,» – un giorno gli dissi – «è un nome ben strano, il vostro…»
– «Ǿeh! Eh! Hè! Mȇeh! È pecché…» – e mi raccontò allora (difficilissimo trattenere il riso al solo sentirlo parlare, al solo vedere le singolari contrazioni del muso disordinato) che, in origine, il suo nome era Arturo, ma una sera, poco prima di entrare in scena per un suo spettacolo di clowneria, la sarta incaricata di cucire le lettere (donna devotissima ai rituali del sollevamento del gomito) si sbagliò nella disposizione, e frettolosamente gli consegnò il costume con questo nome: “Aturro”.
Bisogna sapere che Aturro era un uomo religioso, e molto credente. Credeva molto, infatti, che il Padreterno, sin dai primi istanti della creazione, avesse già deciso ogni cosa: il destino di ogni uomo, pianta o animale. Dio aveva certamente predisposto finanche la foggia e il colore dei calzini che egli avrebbe portato nel corso della vita.
Ebbene, accettò questa congiuntura, e se la fece anche piacere.
E poi, “Aturro”, ancora, non era stato preso.

***

Io, ero sicuramente dello stesso partito di Aturro: egli amava la “padrona” d’un amore incondizionato, cosmico.
Avrebbe estratto il suo fegato con un temperino per farne tartine, se lei n’avesse avuto il capriccio; e, forse, per ciò stesso, con tutto il suo cuore aborriva Amedeo, il “padrone”, il marito della divina Amalia.
Di costui, ometto malaticcio, giallognolo – in fin dei conti: inesistente – ne aveva fatto, in cuor suo, un nemico preferito.
Eh, sì, perché nonostante le profonde incisioni scalpellate nel volto dagli anni, il cuore di Aturro era ancor giovane, e pertanto, non avrebbe potuto accontentarsi di quel che passa il convento: lui, un nemico appropriato, se l’era scelto per bene.
Certamente al “padrone” non era assegnata alcuna simpatia nel cartellino di Aturro.
Anzi, è presto detto chiaramente: era odiato.
Ma integralmente, eh..? senza dubbi o tentennamenti, senza appello.
Era forse, questa profonda avversione, il frutto di una ponderata elaborazione, di notti insonni, la lenta secrezione d’un fiele velenoso? Ah, no, non lo credo.
Aturro era un puro: mai avrebbe scandagliato le pericolose profondità di un’idea – seppur di grand’importanza. Sarebbe stato mortificarla, privandola del suo fascino nascosto.
Al mattino – estirpato dal loculo che lui chiamava “La Mia Càmmara” da chissà quali impegni – Aturro transitava davanti il bancone, mettendo invariabilmente in atto due comportamenti alternativi:
 Condizione A: il bancone copriva per metà la figura di Amalia (c’è forse bisogno di dire che, l’altra metà visibile, da sola bastava a dipingere sulla facciona di Aturro un incantamento estatico?).
Il mesto clown iniziava a trasformarsi completamente nel fisico, oltre che nel grugno: sono sicuro che vivesse un’esperienza così intensa che l’intera sua fisiologia ne partecipava, di conseguenza.
Povero Aturro! Al pari di nuova sventura che lo insediasse, quella “sveglia” – per lui sconcertante – lo rendeva apparentemente frivolo, mutandone il contegno e il controllo di sé: cominciava a fare il ballo dell’orso, dondolandosi sul posto, pencolando esaltato.
Prendeva a pavoneggiarsi al modo d’una scimmietta scervellata: la sua persona era in quei minuti del tutto soppressa dalla comparsa del “personaggio”.
Ecco che l’azzurro del settimo cielo trovava riflesso nei suoi occhi e la sua bocca si arrotondava a culo di gallina, come disturbato da un sapore troppo intenso.
Avreste dovuto sentire, quello che gli usciva, dalla medesima bocca:
– «Ǿeh! Eh! Hè! Mȇeh! Bongiònno Signò Amalie, ieccome stapete? L’avite passate ‘bbona la nuttàte? Ekkè lo sapite ke accomo oggi non hàto stato mai accussì amurùsa e sciaqqua¬tunàzza ?»
E un violento rictus lo costringeva a ridacchiare nervosamente, stolido e pazzo.
– «Ah – ahah – ahah… Ecchèssi dice? Chèssi dice? Ah – ahah – ahah… Tuuutto apòsto, nevèro? Cheffà cose ’bbòne, oggi, Signò Amalie..? eh, nevèro..? Ah – ahah – ahah…»
Impressionante a vedersi.
 Condizione B: un nuovo giorno sul pianeta Terra iniziava, invece, con la visione del marito Amedeo dietro il bancone.
Aturro si tramutava – era di sicuro una magia da circo – in un cane da pastore dell’Anatolia: il suono rauco del suo ringhio metteva i brividi.
Era persino possibile valutare a vista il ritrarsi delle gengive.
Calcava il cappello sugli occhi, rialzava il bavero del soprabito logoro, andava via, via, lon-tano, lontano, sibilando brontolii sordi, rabbiosi, temibili.
Non era un bello spettacolo (specie per creature impressionabili o donne in gravidanza).
Quale che fosse la circostanza, durante i passaggi di Aturro presso il bancone, Amalia era in ogni caso sconquassata da vere e proprie crisi, per il riso incontenibile.

***

Un giorno Aturro discendeva allegro le scale, quando il mormorio d’una conversazione lo fece arrestare immediatamente.
Arretrò di un paio di gradini per ascoltare, non visto, la voce argentina di Amalia che si intervallava con quella di un inquilino.
– «E come sta il signor Amedeo?» – diceva il tipo.
– «Ah, non troppo bene, poveretto! Sono costretta a mandare a chiamare il medico… È da ieri sera che…»
Una mina anti-uomo dovette esplodere sotto i piedi di Aturro: non si può spiegare altrimenti il balzo che sollevò la bislacca creatura di altri due gradini.
Soffocò, boccheggiò.
Si riprese; scivolò; riuscì ad aggrapparsi al corrimano. Le gambe gli si attorcigliarono e piroettò; poi saltellò perdendo l’equilibrio; lo riguadagnò con un colpo di reni.
Qualcosa però andò storto, perché rovinò dalle scale fragorosamente al suolo, spaventando gli occupanti della sala d’ingresso sottostante.
– «Che succede, mio Dio?!?» – sobbalzò Amalia, sospettando si trattasse di una batteria di casseruole dentro un sacco, lasciate rotolare per le scale.
Ruzzolavano, invece, le ossa del tristo individuo, che aveva preferito capitombolare ancora per qualche metro, prima di scattare in piedi all’improvviso – un meccanismo a molla! – dall’altra parte del bancone sorvegliato da Amalia.
– «Ǿeh! Eh! Hè! Mȇeh! Bongiònno Signò Amalie..! Ah – ahah – ahah…Ché che Signò Ama-tèu che no stàpe benissimamènte..
– «Eh, già, signor Aturro…» – rispose la donna, già preda d’un arrembaggio di risate che volevano montare prepotentemente su dalla pancia per esplodere attraverso i filari perlacei dei denti e quelle che – col soffio d’un sospiro – chiameremo (eh… pazienza) labbra, colorite del succo delle ciliege selvatiche.
Almeno parzialmente contenne i singulti, e riuscì a esprimere:
– «…tutta la notte “mi ha fatto” una tosse! Ma poveretto! Sapesse…»
– «Ǿeh! Mȇeh! Eh! Hè! Capàc’ ke ci vòle ’a medecìne oppuraménte, mȇeh..!»
– «Eh, sì, grazie, sto provvedendo, infatti…» – ma lo sforzo per non ridere le procurava una irriducibile lacrimazione, insieme a scatti convulsi.
Aturro la credette incalzata dalla preoccupazione.
Roteò sul posto di novanta gradi, alla maniera di un soldatino di piombo nelle mani d’un bimbo.
Si defilò impettito, con grande dignità.

***

La sera, al rientro, si riversò sul bancone, al cospetto di Amalia, che già a vederlo, ovviamente, sapeva di dover frenare gli accessi di ilarità. E non si sbagliava: Aturro congiunse rumorosamente le mani e rovesciò gli occhi all’indietro, con l’intenzione di rivolgerli al cielo in segno di invocazione; le singolari iniziative servivano a porgere, con commovente sollecitudine, la richiesta di nuove informazioni sulla salute del marito.
– «Oh, signor Aturro, è molto gentile a preoccuparsi! La ringrazio, sta un po’ meglio…»
– «Mȇeh! Ah! Meno méle! Ǿeh! Nno è buono che uno stape male, pure ki è Amateu! È meglio assaione che uno stapesse molto benissimamente nella sua carne pessonàle! Eh! Che nò?!?»
Amalia era buona e cara, ma, dinanzi a quella folle pantomima, a questo punto cominciò a singhiozzare, emettendo un sibilo perforante: i suoi sforzi di trattenersi erano falliti.
Soffocava, oppressa dal riso che non voleva concederle respiro. Si accasciò a sedere priva di forze.
– «Mȇeh! Nno è che stapete méle anca lei? Mȇeh!» – Aturro la osservava (altalenando il capoccione sgraziato da una spalla all’altra) con lo stupore incredulo di un poppanteche vedesse San Giovanni decollato far numero di giocoleria, facendo volteggiare destramente tre o quattro teste.
Più Aturro la guardava attonito, facendo pendolo col testone, più Amalia si strozzava per le risate, diffondendo tutt’intorno, per la sofferenza ai fianchi, uno stridio acuto, lancinante.
Dopo un po’ che non riemergeva da sotto il bancone, Aturro credette discreto allontanarsi, per lasciarla in privato – “Ǿeh, mischìna!” – a combattere una pena così struggente.
(Designiamo “A” il punto di partenza sito presso il banco di accoglienza e “B” l’inizio delle scale disadorne conducenti verso i mini-gironi danteschi attestati nelle camere dell’albergo).
Una coppia derelitta di gemelli siamesi trapezisti (disoccupati invero, per l’infortunio di uno dei due), là presenti, – dichiaratisi “sghibottiti!”– assistettero quindi alle seguenti manovre, nell’ordine:
movimento 1= Rotazione (: 90° d’ordinanza – movimento meccanico eseguito per mezzo di rotore interno, nascosto, nel punto “A”);
movimento 2 = Adduzione arti inferiori (: passo dell’oca, di ridotta estensione, impiegato per traslare la carcassa (vedi movimento 4);
movimento 3 = Distacco (: viene rilasciato ogni ormeggio fisico e spirituale che àncora lo sgorbio desolato al banco d’accettazione presieduto dal corpo ora esanime di Amalia. Non si prenda alla leggera questa fase. È la più delicata: il soggetto patisce il disagio emotivo di un processo intrusivo transizionale, la Sindrome da abbandono);
movimento 4 = Rimozione carcassa (: spostamento spaziale delle spoglie bislacche dell’individuo dalla triste figura dal punto “A” al punto “B”);
movimento 5 = Moto a luogo (: le manovre precedenti perfezionano l’esito complessivo della definitiva uscita di scena, compiuta nel punto “B”).
(Non cala la tela, ma poco ci manca. E pazienza…).

***

Ci fu, un miglioramento di Amedeo, ma non durò.
In breve tempo, l’aggravamento delle condizioni.
Ancora un nuovo peggioramento. Amalia era provata. Mostrava il viso stanco, tirato, ma poi Aturro richiedeva – a suo modo – aggiornamenti, ed ella era costretta, nonostante il dispiacere, a torcersi per le risate.
Corse la staffetta delle settimane, durante le quali miglioramenti e peggioramenti battagliavano senza sosta.
Una sera, Aturro rientrò, e la scena che egli era apparecchiata dinanzi dimostrava che il momento era grave: Amalia era circondata da persone affaccendate in cure e premure varie: taluno si faceva compagno di dolore, altri, riuniti in piccoli capannelli, sentenziavano gravemente sulle “cose della vita”, qualcheduno anche sospirava derelitto, interprete della sciagura.
Altri ancora prostravano espressioni ed atteggiamenti.
Parve adeguato ad Aturro assumere un’espressione contrita, nella quale si rimarcava la de-pressione degli angoli della bocca e la geometria spiovente dei sopracciglioni irsutissimi.
– «Ǿeh, Signò Amalie..!» – disse.
E Amalia, lo sentì.
E peggio ancora, lo vide, in tutta la sua grottesca complessione.
Nella sala cadde allora un silenzio terrificante: chiunque era impegnato un attimo prima quanto meno a respirare, obbedendo ad un comando soprannaturale, cessò di farlo.
Amalia fissò Aturro con occhi arrossati, abitati da follia.
Aturro dondolò il capoccione, annuendo, per significare la sua comprensione.
E fu lì che un gigantesco fulmine crepò le pareti tutt’intorno.
Però non era proprio un fulmine, era piuttosto una spaventosa scossa tellurica che scaturiva dalle viscere della donna.
Quando tale sommovimento raggiunse potenza incontrollabile, il viso bello di Amalia si contrasse ferocemente: si sarebbe detto che ne sarebbe quindi esploso un grido, uno schianto della terra, un pianto rovinoso.
Aturro scrollava le mani congiunte, in sincrono col testone.
Amalia lo trafisse con uno sguardo indescrivibile.
Infine, la bomba, scoppiò.
Tutto l’albergo fu scosso, fin dalle fondamenta, da un suono ultraterreno: era la risata estrema di Amalia.
– «Ah ah ah ah!Ih-ih-ih!» – mitragliava, tra singhiozzi “che nulla avevano di umano” – «…è morto! Ah ah ah! È morto! Ah ah ah ah! Oh-oh! Ah ah ah ah! Ah ah ah ah! Ih-ih-ih!»
(Imbarazzo, apprensione generale).
Cominciava a serpeggiare il convincimento che fosse impazzita.
(Sguardi imbarazzati, perplessità, confusione, inquietudine dilagante).
– «Ah ah ah! Ih-ih-ih! Ah ah ah ah! è morto! Amedeo è morto! Ah ah ah! Ih-ih-ih! Ah ah ah ah!» – ormai straziata dalle risate.
Impossibile governare la situazione: qualcuno, più suggestionabile, non riuscì a trovare scampo dal contagio:
– «Mmmh-mmh-khrrumpfh… Ih-ih-ih! Aaah ah ah!» – scappò ad una presente.
Diventarono due, tre, dieci; cinquanta. Millanta conati.
– «Ah ah aaah! Ih-ih-ih! Ah ah aaah ah! Ah ah ah ah! Ah ah ah ah!» – Un coro, unanime.
Ondeggiavano mobili, suppellettili, soffitti. Le tende sussultavano agitate dallo sganasciamento universale.
– «Aaah ah ah! Oh-oh! Ah ah ah ah! Ah ah ah ah! Ih-ih-ih! Oh-oh! Ah aaah ah ah!»
Per strada, molti vennero richiamati dal boato. Chi si appressava alla fonte del clamore stra-biliante, senza intuirne la causa, veniva travolto dall’onda sproporzionata del riso.
– «Ah ah ah! Ah ah ah ah! Ah ah ah ah!» – tuonava Amalia, devastata – «è morto! Amedeo è morto! Ah ah! Ah ah ah ah! Ah ah ah ah! Ih-ih-ih!Ah ah ah ah! Ah ah ah ah! Ah ah ah ah! Ah ah ah ah! Ah ah! Ah ah ah ah! Ah ah! Ah ah ah ah! Ah ah! Ah ah ah ah! Ih-ih-ih! Ah ah! Ah ah ah ah!»
L’apocalisse.
– «Aaaah ah ah ah! Oh-oh! Ah ah ah ah! Ah ah ah ah! Oh-oh! Ah ah ah ah! Ah ah ah ah! Ah ah ah ah! Ah ah ah ah! Ih-ih-ih! Ih-ih-ih! Ah ah! Aaah ah ah ah! Ah ah! Ah ah ah ah! Ah ah! Ah ah ah ah! Ah ah! Ah ah ah ah! Ih-ih-ih! Ah ah! Ah ah ah ah! Ah ah! Ah ah ah ah! Ih-ih-ih! Ah ah! Ah ah ah ah! Ih-ih-ih! Ah ah ah ah! Aaah ah ah ah!»
Bah..! Pazienza.
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MessaggioInviato: Mer Giu 29, 2016 6:27 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Mer Giu 29, 2016 11:06 pm    Oggetto:  
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Caro Patonsio come sempre un bel racconto da leggere, soprattutto perché scritto bene... Breve parentesi: che bello ri-commentarti qui!

Lo considero come il racconto di Inaugurazione del rinato, riaperto, rinnovato, Scritturalia.

Bentornato a casa amico mio, e grazie.

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MessaggioInviato: Gio Giu 30, 2016 9:07 am    Oggetto:  
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Bentornato a casa... dal "figliuol prodigo" in poi... è una delle cose migliori che ci si può sentir dire..!
Grazie cara Monia!
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Gio Giu 30, 2016 9:35 am    Oggetto:  
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Rispondi citando

...Vedi? In altri ben più conosciuti mondi internettiani ti avrei risposto con una manina con il pollice in su, qui invece sono "obbligata " a scriverti per risponderti... e il bello è tutto qua: qui si scrive!

Speravo che il "bentornato a casa" ti piacesse e speriamo piacerà anche a tutti gli altri, dato che sto inviando una e-mail di "riapertura battenti" a tutti i vecchi iscritti di Scritturalia... E speriamo che almeno alcuni di loro siano disposti a lasciare anche solo per qualche minuto al giorno, la loro villetta unifamiliare su FB, per tornare a VIVERE E RESPIRARE un po' d'aria frizzante e nuova, in questo condominio, un tempo vispo e frenetico, speriamo. Io come sempre ci provo!

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MessaggioInviato: Gio Giu 30, 2016 11:48 am    Oggetto:  
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Tanto, m'è piaciuto. E, infattissimo, ti dedico un pensierino:

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