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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Racconto: Il messaggio degli Angeli.
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Gen 03, 2006 9:36 pm    Oggetto:  Racconto: Il messaggio degli Angeli.
Descrizione:
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Questo racconto è tratto da “Destini”: Racconti di Vita, di Sogni, d’Amore e di Fantasia. Copyright © 2009 [Monia Di Biagio]. ® Tutti i diritti riservati.

“Il messaggio degli Angeli”

Sinossi

Uno strano sogno forse “premonitore”, condurrà la protagonista, che poi è la stessa autrice del racconto, narrato appunto in prima persona, in un luogo Sacro e particolarissimo. Difatti: proprio Lei un giorno, in viaggio in macchina con suo marito, improvvisamente comincerà a rivivere quel sogno, su tutta la sua pelle. Iniziando così a dettare, al marito-guidatore, dettagli e indizi stradali molto particolareggiati…E proprio riguardanti quella stessa strada che per la prima volta, in vita loro, si trovavano a percorrere, fino a giungere…. Beh, per scoprirlo non vi resta che cominciare a leggere questo intrigante racconto!


**********

20-02-2002 (Già la data del suddetto avvenimento, ricordo e ci tengo a precisarlo reale, è tutto un programma!)

La mia giornata è appena cominciata, e di questo ringrazio Dio, per avermi dato la possibilità di viverne un’altra ancora. Guardo dalla finestra e il tempo non è dei migliori: rari e alquanto graditi sprazzi di sole vanno e vengono e si posano per pochi istanti su queste mie pagine, come un sorriso di partecipazione e condivisione, per quanto mi accingo a narrare. Sono sola in casa. Oggi è uno di quei giorni in cui: aprendo gli occhi, stiracchiandomi un po’, allungando una mano sull’altro guanciale (per sentire se mio marito fosse ancora lì vicino a me), accorgendomi invece, che era già uscito di casa…. Decido di dedicare l’intera giornata, non a me stessa, non alla casa, non alle faccende domestiche, ma interamente alla cura dello Spirito e in questo preciso momento all’attività che amo di più: Scrivere! Appena alzata, la prima cosa che ho fatto, mentre ancora un po’ assonnata e sbadigliante mi dirigevo in cucina per farmi un caffè, è stata salutare il mio Angelo Custode. Difatti tra uno sbadiglio e un sorriso sornione ad alta voce gli ho detto: <<Lo so, lo so che ci sei!>> Forse perché spiritualmente plasmata dalla credenza in Colui che sin da bambini ci hanno insegnato “cantilenando a pregare” e ascoltare, e comunque proprio come se Lui, un attimo prima che io mentalmente gli riferissi queste parole, mi avesse solleticato l’orecchio, chiedendomi: “Lo sai che non sei sola?” E’ dunque in questa nuova giornata da poco cominciata, che un felice ricordo, mi è tornato vivido alla mente, un pensiero che mi infonde gioia e che ancora oggi, a distanza di tempo dall’accaduto, mi stupisce profondamente e mi fa sorridere di cuore, perché ancora adesso non mi capacito di come tutto sia potuto accadere.

Tutto ebbe inizio una mattina di qualche mese fa, era esattamente il giorno 20-02-2002, quando mi risvegliai in preda ad una sensazione di disagio, come se l’armonia distorta che aveva tenuta occupata la mia mente durante il sonno e credo per quasi tutta la notte, proseguisse ora da sveglia e indaffarata a tiranneggiare i miei pensieri, mentre come ogni giorno portavo avanti le mie faccende domestiche e famigliari. Questa pesante sensazione era strettamente legata ad un sogno i cui fotogrammi, anche ora che ero desta e vigile perché completamente affaccendata, continuavano a scorrermi davanti agli occhi in un ciclo inarrestabile, quasi come se qualcuno mi stesse suggerendo di vedere e rivedere queste oniriche scene, per impararle a memoria e non dimenticarle più. Così fu. Raramente io mi ricordo i sogni al risveglio, almeno che non abbiano per me un profondo significato, ma proprio quel sogno di cui non sapevo spiegarmi il senso, tanto era strano e inverosimile apparentemente banale e senza alcun logico messaggio recondito, per molti giorni ancora mi restò dentro…. E anche se non lo “vedevo” e ripercorrevo più con il pensiero, ormai lui era lì, ben impresso nella mia memoria e non solo…. Considerando appunto, il segno profondo che avrebbe lasciato di lì a poco anche nella mia Anima! Infatti, qualche tempo dopo, l’orologio che scandisce gli attimi di un’intera esistenza avrebbe evidenziato, con un tic-tac più rumoroso e diverso dal solito, un preciso istante in cui quel sogno, improvvisamente (senza cioè che io me lo aspettassi perché assorta in altri pensieri), con tutta la sua forza e il suo peso sarebbe tornato a galla aiutandoci, a me e mio marito, nel momento del bisogno: nella quotidiana realtà di un giorno in particolare. Tant’è che ancora oggi, ormai a distanza di circa 10 mesi, è stampato nei miei ricordi come un qualsiasi fatto realmente vissuto, forse perché fu proprio in quella inaspettata circostanza che si materializzò, trasformandosi dallo stato “onirico” allo stato di “realmente accaduto”. E a questo punto paragonato a quanto grande sia stato il suo significato spirituale, credo che non lascerà più i miei pensieri per tutta la durata della mia vita, fosse essa di un giorno ancora o di 100 anni!

Sintetizzando di molto, il sogno in questione era questo: ci trovavamo su una strada statale, precisamente in un tratto oltre il quale non era possibile proseguire il viaggio. Così ci fermammo, e scendemmo tutti dall’auto. Tutti? Sì, tutti. Infatti, neanche avessimo avuto un autobus, mi accorsi che io e mio marito in quel viaggio non eravamo soli, ma a viaggiare con noi c’erano una decina di persone, tra famigliari e amici… Così sebbene la visione si facesse sempre più complicata nel poterla decifrare, dato che io mentre sogno mi pongo comunque delle domande circa quanto sto sognando, se le scene del sogno stesso si fanno troppo inverosimili e improponibili…. Non mi volli soffermare troppo su questo dettaglio e prosegui comunque a sognare. E ora, “tutti” fuori dalla nostra “super-auto” e oltremodo rumorosi e dubbiosi sulla piazzola di sosta, ci chiedevamo: come poter proseguire il viaggio? La cui meta era arrivare appunto al nostro paese natale, dove avremmo partecipato al Matrimonio di una mia cugina, cerimonia attesissima, che si sarebbe realmente svolta circa tre mesi dopo, questo strano divagare notturno della mia mente. Così facendo in modo che la compagnia di viaggio non si lasciasse prendere dall’ansia, mi voltai verso mio marito per chiedergli come pensava di fare, ma…. Lui indossava la divisa militare e io subito capii che sarebbe dovuto tornare al lavoro e non avrebbe potuto continuare il viaggio con noi. Per un istante, presa dallo sconforto, gli dissi polemicamente: <<Ho capito tocca di nuovo a me…. Suggeriscimi almeno la strada che devo imboccare, per poi riprendere l’autostrada!>>
Senza parlare, solo con l’ausilio del dito indice, lui mi indicò l’uscita della superstrada che avrei dovuto prendere per raggirare l’ostacolo e poi tornare sull’autostrada che ci avrebbe condotti fino a casa. Poi mi diede qualche consiglio tecnico sulla macchina e ricordo che parlò di freni con una frase del tipo: -Fai attenzione ai freni, che ci fanno più poco!- Suggeritomi ciò, ci abbracciammo forte, dandoci appuntamento per il giorno del Matrimonio, lui salì in macchina con dei commilitoni e se ne andò; io feci risalire sulla nostra mega-autovettura la rumorosa combriccola e “tutti noi” ripartimmo. Da quel momento in poi: il sogno fu un susseguirsi di strade ed incroci, di punti di riferimento stradali da tenere bene a mente, fino al momento in cui potei tirare un sospiro di sollievo…. Quando, finalmente, giunsi a riprendere la famigerata autostrada! Ma di questo parlerò più dettagliatamente in seguito.

Fatto sta, che molti giorni dopo arrivò per noi, realmente, il momento della partenza, ricordo che era Venerdì e Sabato avremmo partecipato all’ attesa e anche sognata, Cerimonia Nuziale. Caricammo la macchina con poche cose, visto che i giorni di soggiorno erano ridotti al minimo indispensabile, poi anche noi salimmo a bordo, ma nel momento in cui mio marito accese il motore a me venne immediato e spontaneo dire ad alta voce questa frase frammentata: <<Di Venere e di Marte non si viene e non si parte….>> eccetera, eccetera. Mio marito mi guardò incuriosito e anche io mi stupii sufficientemente per aver proferito ciò, senza quasi accorgermene, come se all’orecchio qualcuno me lo avesse suggerito, ricordato e io come una cantilena lo avessi subitamente ripetuto. Fu in quel preciso istante che nuovamente, in una misera frazione di secondo, le immagini del sogno afferrarono prepotentemente i miei pensieri e soprattutto la frase: -Fai attenzione ai freni!- cominciò a rimbombarmi nelle orecchie sin dai primi metri di strada percorsi! Con il risultato, che per buona prima parte del viaggio, annoiai mio marito ripetendogli fino alla paranoia: <<Vai piano, non superare…. E’ meglio andare piano, mantenendo la distanza di sicurezza, piuttosto che frenare!>> Lui poverino non ci capiva più niente, la macchina l’aveva fatta controllare a puntino il giorno prima, come poi è solito fare prima di affrontare qualsiasi viaggio lungo, quindi per lui non sussistevano problemi….
E questo almeno fino al momento in cui il pedale del freno diventò più duro e proprio nel punto in cui segnali stradali ci obbligavano ad accostare, perché? Perché appunto la strada era bloccata e non si poteva proseguire, per la chiusura totale della galleria di fronte a noi. Così ci fermammo sulla piazzola di sosta per decidere il da farsi. Dejà vù! Il sogno cominciava realmente a materializzarsi. Tanto che per un subitaneo istante, mi aspettai che anche altre persone scendessero dalla nostra macchina! Eravamo invece soli e seduti nuovamente in auto, mio marito mi guardò e senza pensarci disse: <<Eppure l’ho fatta controllare ieri e andava tutto bene…. Se non mi avessi detto anticipatamente di frenare e il pedale del freno non avesse cominciato a fare le bizze già metri prima, avrei proseguito diritto su quegli stessi cartelli che ora ci impediscono il passo e di proseguire!>> Poi con la pelle d’oca e lo sguardo di chi sta pensando: “Ma, lei, come faceva già a saperlo?” si voltò verso di me e io in quel momento tutta soddisfatta seppi solo rispondere al suo sguardo indagatore, con un presuntuoso sorrisetto da “Maga-Magò”. Dato che lo stesso suo onnisciente indice alzato del sogno, ora lo avevo io stampato sulle labbra e sulla faccia. Che soddisfazione! Poi, alla sua repentina domanda: <<Ed ora cosa facciamo?>> io pronta risposi: <<Vai, te la dico io la strada!>> e lui: <<Tu??? Ma se non siamo mai passati di qui…. Come fai a sapere che strada dobbiamo fare?>> e io, facendogli l’occhiolino: <<La so, la so…. Tu eri al lavoro!>> Son certa che questa mia risposta sicura lo abbia talmente spiazzato da non farglici capire più niente. Come pure fermamente credo che in quell’ora di viaggio, più di una volta gli sia passata per la mente l’ipotesi che io fossi completamente impazzita e comunque riuscì a completare il discorso solo con il suo classico: <<Maaaaah?! Che stai dicendo???>> frase sempre accompagnata dalla stessa espressione di incertezza che usa quando non si fida per niente di me, ma al tempo stesso vuole proprio stare a vedere, mettendomi comunque alla prova! Espressione del suo volto questa, che io adoro perché deliziosamente gli fa corrugare gli zigomi e gli apre e chiude una parentesi ai lati della bocca…. E perché mi piacciono le sfide! Comunque lui riaccese il motore, io invece cominciai mentalmente a dispiegare “l’onirica mappa” di quel percorso che avevo ripetuto, seppur involontariamente anzi quasi forzatamente, tante e tante volte e iniziai: <<Adesso prendi questa uscita, e ci troveremo dentro ad un centro abitato….>> Seppi da mio marito che quello era Livorno, cittadina marittima che sebbene sia stupenda e certamente da visitare, noi durante i nostri numerosi viaggi l’avevamo sempre volontariamente saltata, per non trovarci dentro al traffico cittadino e perché tale deviazione avrebbe rubato minuti importanti al nostro viaggio, che è già lungo di per sé. Comunque ora nostro malgrado eravamo lì e in un modo o nell’altro ne dovevamo pure uscire, fino poi a riprendere l’autostrada. Così continuai: <<Adesso sulla tua sinistra c’è un lungo muraglione, dovrebbe essere un convento di suore…. Devi percorrerlo tutto, poi girare a sinistra e fermarti all’incrocio, magari un po’ in anticipo…. Ricordati i freni che non funzionano bene!>> E dato che apposta lo ribadii, per sottolineare ancor più l’accaduto, qui scoppiai a ridere divertita! Soprattutto perché tutto combaciava all’onirica visione e io mi sentivo completamente pervasa da una strana saggezza, mentre ero lì seduta accanto a mio marito, a mo’ di umano-navigatore satellitare munito di una divertita “anima”! E proprio perché nel dispiegare la mappa che avevo in mente ero oltremodo allegra, proprio come se avessi bevuto un bicchiere di troppo che però non mi aveva ancora ubriacato completamente, anzi al contrario ero perfettamente cosciente di quello che dicevo…. Sebbene neanche io potevo credere che tutto ciò stesse realmente accadendo e che quel sogno “per me allora senza significato alcuno”, un giorno, ci sarebbe stato più che utile! Ora eravamo giunti all’incrocio, quello delle suore e il convento, con tanto di targa sull’ingresso, proprio come nel sogno c’era veramente! <<E adesso?>> mi chiese lui, <<Adesso….>> ripresi io <<Gira a sinistra, percorreremo circa duecento metri di strada poi incontreremo una rotatoria, faremo mezzo giro e proseguiremo diritti.>> Giunti alla rotatoria, mio marito non poteva credere ai suoi occhi e alle sue orecchie, e se non mi sapesse completamente fedele avrebbe potuto spiegarsi la cosa, pensando che io avessi precedentemente fatto quella strada, con qualcun altro! Del sogno lui non sapeva nulla e ora anche lui sorrideva tra l’incredulo e il divertito. Mi piaceva molto il ruolo di navigatore e a dire il vero, durante i nostri viaggi di piacere, con cartine autostradali alla mano, l’ho fatto più volte, ma ora era semplicemente qualcosa di diverso…. La mappa stradale era dentro me e solo io la conoscevo! Ripresi: <<Stai attento, adesso, perché ci siamo quasi, percorreremo questa strada tutta diritta, che è un bel po’ lunga, dalla mia parte ci sono molti capannoni di ditte, quando incontreremo quello della Fiat, poco più davanti, dovremo imboccare una strada sulla tua sinistra, da lì si riprende l’autostrada! Allora leggiamo: Peugeot, calzature, mobilificio, pompa di benzina…. Eccola: ecco la Fiat metti la freccia a sinistra, ecco laggiù la strada!>> Incredibile! La mia mente un videoregistratore e la realtà il film registrato qualche tempo prima, in sogno! Accadde però a questo punto, quasi come se la videocassetta si fosse riavvolta pochi istanti prima che terminasse la registrazione del film, che subito dopo la Fiat, voltando a sinistra, non c’era l’ingresso dell’Autostrada, bensì l’inizio di un’irta stradina campestre, completamente sterrata. <<Ohibò?!>> pensai tra me e me, perché questa incognita non l’avevo considerata e da quel momento in poi, anche io non sapevo più nulla. Eppure avevo ripetuto memonicamente così tante volte quel percorso…. Com’era possibile che l’autostrada non ci fosse? Ormai avevamo però comunque imboccato quella stradina, proprio tenendo fede a tutte le mie indicazioni esatte almeno sino a quel momento, ma sul bianco viottolo di campagna e per di più tutto in salita, nessun segnale verde indicava che più avanti c’era l’autostrada. <<Ops….>> disse mio marito: <<Questa volta la figlia segreta di Silvan, non ci ha preso!>> ed io convinta di non poter sbagliare proprio sul più bello, subito risposi: <<Eppure era qui, ne sono convinta, non posso sbagliare, vai ancora un po’ avanti!>> Ma l’unico cartello stradale che incontrammo, dopo svariati metri percorsi, fu quello che segnalava “strada chiusa” e accanto a questo uno turistico-informativo, reso quasi illeggibile dal tempo, che indicava ad 1 Km di distanza ancora da percorrere, il Santuario di Montenero. Così mio marito, anche lui come me amareggiato sul volto per questo inaspettato finale, fece inversione di marcia, e non senza fatica tanto quella stradina era stretta, e prendemmo a percorrere a ritroso il viottolo sterrato.... Tornammo sulla strada principale e solo cinquanta metri dopo, la Fiat, trovammo la deviazione, appunto a sinistra, che ci avrebbe direttamente condotto all’imbocco dell’Autostrada. Ma come era possibile, che avevo sbagliato per così pochi metri?

Così, ancora per niente convinta, sbottai: <<No, il sogno era proprio in quel modo, la strada era proprio quella ne sono certa!>> E mentre questi pensieri vocali assalivano la mia mente, altrettanto inaspettata mi giunse interiormente la risposta…. Ed anche questa la ripetei, mentre la stavo immaginando, subito ad alta voce: <<Dovevamo girare lì, proprio lì, non importa se non arrivavamo all’autostrada, se il sogno diceva che dovevamo andare lì, dovevamo proseguire!>> Era la seconda volta, che mi era scappata di bocca la parola “sogno”…. Difatti, mio marito subito mi chiese sconcertato: <<Un sogno?!>> Così per tutto il resto del viaggio volle vederci chiaro in questa storia e io gli raccontai per filo e per segno, la causa scatenante di quel raro e quanto mai strano susseguirsi di avvenimenti. Restava il fatto che: dato che ormai ero più che convinta e certa, che dovevamo svoltare proprio lì, seguire quel segnale, seppure non fosse quello verde “indicante l’autostrada che ci aspettavamo” e dovevamo proseguire comunque e arrivare al Santuario…. Iniziai ad assumere le sembianze di un disco rotto, ripetitivo e lagnoso. Ma ormai era troppo tardi, eravamo già in coda al casello autostradale, così ci ripromettemmo che saremmo andati a visitarlo “una prossima” Domenica.

Un’intera settimana trascorse. Dopo il Matrimonio di mia cugina, eravamo tornati nella nostra casa in Versilia. Così “proprio la Domenica successiva” mi svegliai felice e di buon ora, era per me il giorno della gita, il sole splendeva alto e caldo nel cielo di un celeste cristallino, non offuscato da nessuna morbida nuvola…. Così quando ero personalmente pronta con la colazione e poi alla partenza, per l’attesa passeggiata domenicale, svegliai anche mio marito e gli dissi: <<Andiamo?>> <<Dove?>> disse lui, mentre si stiracchiava sul letto, <<Naturalmente al Santuario di Montenero!>> esclamai, felice, io. Ancora assonnato, mio marito mi sorrise e sbadigliando riuscì solo a dirmi: <<Lo sapevo!>> Così a mezza mattinata eravamo di nuovo su quella stradina, non vedevo l’ora di scoprire cosa ci aspettava lassù, in cima a quel monte a picco sul mare. La sorpresa fu graditissima: una bella cittadina d’altri tempi, con negozietti di souvenirs, linde strade fatte di ciottoli, un’ accogliente ed ombreggiata piazza alberata con l’immancabile belvedere su un lato e al suo centro una maestosa scalinata di marmo bianco. <<La scalinata del Paradiso!>> esordì ridendo mio marito e porgendomi il braccio nell’appropinquarci a salirla, ma sarebbe meglio dire “scalarla”, tanto appariva vasta e alta quasi ad unirsi unicamente al cielo, proprio come se in cima non vi fosse null’altro che il cielo stesso. Soprattutto perché per il prepotente riverbero del sole sul candido marmoreo biancore, i nostri occhi non riuscivano proprio a scrutare oltre l’ultimo gradino, tanto da far sembrare per un gioco di luce e prospettiva che appunto la cima della gradinata carezzasse il cielo e avvolta dal turchese, esattamente lì trovasse la sua fine. Così in evidente contrasto con la fresca penombra di secolari pioppi che ci lasciavamo alle spalle, cominciammo a salire un gradino dopo l’altro, col cuore (almeno il mio) fremente, perché completamente rapito da una strana frenesia del cosa ci avrebbe accolto lassù? Salimmo i gradini lentamente. Io tenevo stretta la mano di mio marito, quasi a comunicargli che non avrei mai voluto far finire quell’istante di mirabile ascesa e quella bella sensazione, la stessa che si prova quando ci si sente che si sta per ricevere una sorpresa inaspettata, ma graditissima. Eccoci: l’ultimo gradino! E lì quasi a esclamare: “Purtroppo!” ci accorgemmo che il cielo era ancora sopra di noi e noi non immersi in esso. Sebbene, quasi per pari bellezza, a darci il benvenuto non fu proprio il Paradiso, ma un enorme piazzale, sui cui tre lati si dispiegavano elegantemente le colonne e le arcate del Santuario suggellate da volte architettoniche, anch’esse bianchissime, che ci accompagnarono, come in un gentile e caloroso abbraccio, fino all’entrata della Chiesa. All’interno del Santuario era in corso una funzione: il Sacerdote aveva già dato lettura alla Parola di Dio, alla quale stava facendo seguire la sua Predica, che nel coglierne alcune parole, era ormai evidentemente quasi conclusa…. Così da rispettosi ritardatari, soprattutto per non disturbare le persone già in ascolto e ivi raccolte in preghiera, tanto i nostri passi rimbombavano nel cuore di quella maestosa cattedrale, pian piano, in punta di piedi e comunque il più silenziosamente possibile, decidemmo di uscire. Involontariamente accadde però che una delle monetine che tenevo tra le mani e che avrei voluto depositare nel cassetta delle offerte, irrimediabilmente mi scivolò tra le dita, col suo acuto tintinnio e mentre velocemente mi accingevo a raccoglierla per fermarne il suono disturbatore del suo rimbalzare sul pavimento, mi accorsi in quello stesso momento di una grande porta sulla nostra sinistra sulla quale c’era scritto “Museo” ed era aperta. Velocemente vi entrammo: per sfuggire all’imbarazzo, ma anche per curiosare cosa ci fosse oltre questo nuovo portone spalancato. Appena varcata quella soglia, una mista sensazione di tristezza e commozione mi colse. Oserei dire “ci” colse…. Ma mi trattengo dall’esplicitarlo! L’ambiente poco illuminato, doveva essere immenso. Un susseguirsi di stanze e lunghi corridoi; le pareti piene zeppe di quadri, disegni, foto, lettere, abiti vecchi o strappati; un miscuglio di cose antiche e moderne, tutte rigorosamente disposte. Cosa erano tutti quegli oggetti? Ci avvicinammo alla prima delle innumerevoli pareti tappezzate e con un tuffo al cuore scoprimmo che erano tutti “Ex Voto, per Grazia Ricevuta” e che grazie, oserei dire! Al sol vedere, ad esempio: una vecchia maglia di lana con il buco di un proiettile proprio vicino al cuore, un elmetto militare anch’esso perforato proprio sulla parte frontale. E poi ancora muri interamente drappeggiati da lettere di ringraziamento; e una stanza piena di caschi e foto di moto distrutte; e un’altra piena di abiti da sposa, ognuno dei quali aveva appuntato un cartellino che riportava frasi del tipo: -Dono il mio abito più bello e prezioso, per Grazia Ricevuta.- Ora innanzi a noi un lungo corridoio, ai cui lati, fin sulle arcate delle porte erano appesi dipinti di avvenimenti dolorosi: alluvioni, incendi, ai quali le persone erano fortunosamente scampate, anche in tempi molto remoti. In silenzio proseguivamo mano nella mano, nell’osservare tutto ciò, mentre una domanda in noi nasceva spontanea: “Perché, un sogno ci aveva guidato fino a quel posto, di grande gioia ma anche di immenso dolore?” La risposta più plausibile, non certo quella più razionale, bensì quella dettata dal cuore e soprattutto dagli ultimi incredibili avvenimenti, che avevano scosso la nostra tranquilla vita di coppia, poteva forse essere che: anche noi, in un modo o nell’altro, eravamo stati graziati, ma “quando” e “come”, ciò era stato possibile se non ce ne eravamo neppure accorti? Questi interrogativi ancora oggi non hanno una risposta, ma quello che accadde subito dopo, certamente servì a rafforzare questa mia tesi. Ad ogni modo, nell’ultima stanza c’era un grande tavolo con sopra un voluminoso libro in cuoio, era il diario degli ospiti e io mi avvicinai per scrivere una frase e i nostri nomi, perché sentivo che anche noi avremmo dovuto lasciare il segno del nostro passaggio in quei luoghi, e in qualche modo il nostro personale ringraziamento per un qualcosa che forse era già accaduto o forse doveva ancora avvenire, difatti, in fin dei conti noi non avevamo ancora le prove tangibili della nostra Grazia Ricevuta. Così scrissi semplicemente, per entrambi:

“Uno strano sogno, ci ha condotto sin qui, e se tutto questo ha un senso, ecco il nostro più profondo e sentito Grazie, per quello che è già accaduto o forse deve ancora accadere. Monia & David.”

Ammutoliti e raccolti ognuno nei propri pensieri, dopo tanta visione che ancora ci stringeva il cuore, uscendo da quella cripta di Anime pie e debitrici, giungemmo nuovamente sull’enorme piazzale, dove decidemmo di scattare qualche foto, desiderosi di immortalare quell’esperienza, ma anche, dopo un così lungo peregrinare mentale, di tornare alla realtà. Però sulla piazza non c’era “anima viva” che potesse aiutarci e non trovavamo nemmeno un punto rialzato dove poggiare la macchinetta fotografica, per farci così una foto con l’autoscatto. Allora decidemmo, come al solito, che io mi sarei messa in posa al centro della piazza e mio marito avrebbe scattato la foto. Sebbene, per scherzare un po’: io non abbia mai capito perché non facciamo mai al contrario, dato che io in foto vengo male non essendo affatto fotogenica, mentre lui (a mio avviso) le foto non le sa proprio fare! Ad ogni modo fatta questa breve seppur non importante digressione, improvvisamente dietro di lui “apparirono” due figure, e mai verbo fu più appropriato, presto ne spiegherò anche il perché: un uomo e una donna di mezza età. Il signore, con repentino gesto e senza tanti complimenti afferrò dalle mani di mio marito la nostra macchinetta; mentre la signora, forse sua moglie, rideva divertita dello spavento che ci avevano appena fatto prendere, con quell’ alquanto ipotetico “scippo”…. Che poi fortunatamente non si rivelò tale! Fatto sta, che in una comunione di intenti e di pensieri, ci confidammo poi con mio marito, che in quel preciso istante fu solo una la domanda che spontanea nacque in noi, all’unisono: “Ma da dove erano uscite fuori quelle due persone, se fino a pochi istanti prima sul piazzale c’eravamo solo noi?” Non dalla gradinata: che io tra l’altro avevo proprio di fronte a me al momento della lunga messa in posa e dello scatto; non da dietro le arcate: sulla destra di mio marito, erano infatti fermi alla sua sinistra….
E comunque da ogni dove, nello stesso momento in cui fossero arrivati dietro le sue spalle io li avrei di certo notati! Tanto meno erano passati accanto a me e quindi ancora dalla mia destra, perché anche se impegnata in una posa plastica e a guardare avanti fin dentro l’obbiettivo, avrei di certo dovuto perlomeno udire il ticchettio dei loro passi sul marmoreo selciato…. Soprattutto dato che come me “la signora” non portava delle scarpe di gomma e proprio come me, avrebbe dovuto avere quantomeno un passo, un andamento rumoroso: quello tipico dei tacchi sul marmo, in un anfiteatro a cielo aperto! Inevitabilmente, dato l’inesplicabile accaduto, persi la mia posa assunta al centro del piazzale per lo scatto e anche io mi avvicinai loro. L’uomo sorridente aveva ancora la nostra macchinetta in mano; la donna dallo sguardo sereno si appoggiava al braccio di lui. Aspettarono che anch’io mi avvicinassi, poi il signore disse, con un tono di voce che sembrava quasi un paterno monito: <<Dovete stare insieme, sempre!>> e la signora accompagnò quelle parole annuendo con la testa e allungando dolcemente un braccio verso il centro del piazzale, come a mimare in tal modo la frase: “Accomodatevi insieme, nuovamente al centro del piazzale, la foto ve la scattiamo noi!” Le loro facce liete e i loro occhi sorridenti erano così accattivanti, sinceri tanto da infondere una completa serenità, che noi non ci pensammo due volte, fiduciosi e forse in altre situazioni ingenui, ma non in quella, voltammo loro le spalle e ridacchiando per l’inaspettata apparizione tornammo quasi al centro della piazza, poi ci voltammo e abbracciati sfoderammo il nostro <<Cisssss!>> migliore. Pochi passi per tornare dalla gentile coppia, il ringraziamento di rito e le nostre otto mani, strette tra loro in un cordialissimo saluto. Loro discesero nuovamente le scale…. Ma come? Non erano appena saliti o arrivati da qualche parte? Erano lì solo per farci una foto e non per entrare nel Santuario? E come mai oltre il grazie e l’arrivederci, l’unica frase completa era stata quella pronunciata dal signore “Dovete stare sempre insieme….” calcando la sua voce sul “sempre”? Mentre, tra di noi, rimasti nuovamente soli, eravamo presi a porci queste domande l’un l’altro, io dissi a mio marito: <<Aspetta!>> e di corsa scesi la scalinata, erano passati solo pochi secondi, forse un mezzo minuto in tutto. Pochi i posti dove cercarli: la piazza, dove lo sguardo poteva giungere in ogni direzione; un piccolo Bazar, arrivai fin sulla porta, ma niente; ultima possibilità il bar, niente; l’unico vicolo cittadino, quello che costeggia il belvedere, con un solo ristorante, niente; non soddisfatta e puntigliosa per carattere, con passo affrettato arrivai fino alle scale che portano al parcheggio: niente! Allora da sopra il muretto feci una panoramica del posteggio auto sottostante, ancora niente, di lì nessuna macchina si muoveva, nessuna stava arrivando o partendo. Niente! Ovunque, niente! Dei due signori neanche l’ombra, volatilizzati! Con respiro affannato tornai da mio marito, sul piazzale della chiesa, lo trovai seduto sotto gli archi che mi aspettava, come gli avevo chiesto pochi istanti prima. <<Dove sei stata?>> Mi chiese subito. <<A cercarli!>> <<Li hai trovati?>> <<No, scomparsi nel nulla!>> <<Questa giornata poteva concludersi solo così!>> Sottolineò lui. <<Ah, ah, ah! Dai, andiamo a pranzo, ho però notato un ristorantino niente male!>> Aggiunsi io, ridendo di cuore. Fu così che stretti l’un l’altra, con quel “fraterno”consiglio nel cuore, che non dimenticheremo mai più, pranzammo guardando il mare e con gli occhi persi immersi in esso e nei nostri recentissimi pensieri. E la gioia che ci infonde, ancora oggi, questo ricordo: è talmente forte, per il prezioso dono ricevuto, fatto di un unico momento e di sole parole, che fa viaggiare, tutt’ora che ci ripenso, la mia mente lontano e mi fa sperare che un giorno, anziani, torneremo in quel ristorante, accanto al nostro Santuario, a picco sul mare. E lì rideremo ancora per gli inverosimili avvenimenti che ci hanno colto impreparati, ma con lo spirito disponibile, in gioventù.

Ah, a proposito: se andrete al Santuario di Montenero, cercate pure la nostra frase su quel librone, perché quella frase c’è ancora, quella foto sulla quale siamo insieme impressi (io e mio marito) al centro del piazzale, storditi e sorridenti, c’e l’abbiamo ancora…. E soprattutto perché: questa non è una storia di fantasia!

Monia Di Biagio
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NOTE AL RACCONTO: “Il messaggio degli Angeli”, racconto con il quale Monia Di Biagio ha partecipato al Trofeo R.I.LL “Il miglior racconto fantastico”, è anche stato selezionato per far parte di un E-Book, di cui Monia Di Biagio è co-autrice, dal titolo “Storie per una notte”, pubblicato in occasione del Santo Natale 2002 e visionabile sul sito Pennepazze.net

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MessaggioInviato: Mar Gen 03, 2006 9:36 pm    Oggetto: Adv






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