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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Racconto: "Galeotto fu il Ricevimento"
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Gen 03, 2006 10:19 pm    Oggetto:  Racconto: "Galeotto fu il Ricevimento"
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Questo racconto è tratto da “Destini”: Racconti di Vita, di Sogni, d’Amore e di Fantasia. Copyright © 2009 [Monia Di Biagio]. ® Tutti i diritti riservati.

“Galeotto fu il Ricevimento”

Sinossi

Un passato lontano, due mondi distinti e separatissimi: nobiltà e plebe, due giovani appartenenti a queste due sfere sociali, un incontro dopo molti anni, dopo che avevano trascorso l’infanzia a giocare insieme, tempo in cui certe differenze di status sociale non pesavano, ed un amore apparentemente impossibile, perché lei sa che quel giovane Dottorino non potrà mai condividere la vita con una come lei, figlia di un bracciante, così in ogni modo cerca di allontanarlo, di non cedere assolutamente alle avances di lui, ma…. “Galeotto fu il Ricevimento”!


*********

Parte I: Clara e Guglielmo.

Era il lontano 1950, in una serena cittadina italiana, sperduta tra il verde dei boschi, il blu del cielo, il cristallino delle acque, il bianco glaciale delle alte vette, Clara Mainetti, ad onor del vero, stava per diventare la signora Corradi Sforza e non solo così avrebbe coronato un suo sogno d’amore ma involontariamente avrebbe realizzato anche l’ultimo desiderio del vecchio e brontolone padre il signor Antonio Mainetti. Egli infatti per tutta la vita aveva sognato di diventare ricco, ma la speranza di riuscirci era svanita, giorno dopo giorno, aveva tentato anche con il trasferimento oltre Oceano, dal quale però presto era ritornato senza il becco di un quattrino in più, ma solo con un nuovo nome, con cui ora tutti in paese lo chiamavano: Tony! Ma dato che la speranza è l’ultima a morire, c’era ancora una possibilità, che con un piccolo aiuto del destino si sarebbe presto concretizzata, lui ne era certo: la sua bellissima figlia, Clara, stava per sposare un uomo ricco. Così Tony Mainetti, proprio come faceva ogni giorno, recandosi in banca, per tenere a bada la crescita dei suoi miseri risparmi, allo stesso modo teneva d'occhio con soddisfazione la nascente, ma soprattutto proficua simpatia tra Clara e il giovane Guglielmo Corradi Sforza, da tutti chiamato chissà perché Corradino, forse per distinguerlo dall’anziano padre, “il Padrone”, così detto perché proprietario di tutte le terre pianeggianti e coltivate ad olivi, grano, vite del paese, il Signor Augusto Corradi Sforza, anche noto per la sua ostinazione, il suo polso di ferro e il suo modo di comandare i braccianti dall’alto della sella di un cavallo proprio come Napoleone faceva con il suo plotone! Il giovane “Corradino”, figlio di quel generale dei campi che era suo padre, oltre ad essere il promesso sposo di Clara, da tutti amata e detta “la maestrina”, era soprattutto un ragazzo per bene, rispettabile e serio, e quello che contava di più per il signor Tony, sarebbe diventato discretamente benestante quando il vecchio padre fosse passato a miglior vita. Ma la povera e buona Clara in tutta questa faccenda dal duplice e ben nascosto aspetto, era pervasa dai dubbi: dubbi e preoccupazioni dettati soprattutto dall’appartenenza sociale, lei infatti si sentiva semplicemente la bellissima figlia di un mezzadro, il quale in molte occasioni, specie quelle che riguardavano l’acquisto di “buoni” terreni, rappresentò il braccio destro del vecchio signorotto e possessore terriero Augusto “il padrone”. Ma pur non volendo, allo stato attuale dei fatti, fu proprio questa complicità negli affari tra i loro due genitori che involontariamente avvicinò i due giovani, sin dall’epoca in cui erano ancora due bambini. Erano infatti cresciuti entrambi tra le mura della vecchia casa Colonica, “il Signorino” Guglielmo come lo chiamavano all’epoca le manutentrici della casa padronale: tra lenzuola di seta, libri noiosi e tutori di ogni genere; la gioiosa e solare Clara invece, a lavare i panni al fiume con la madre e a correre dietro per gioco alle galline per farle mangiare, come sue uniche piumate bambole, fino a farle scoppiare. Ora invece, cresciuti, si rincontravano dopo molti anni trascorsi separati per motivi di studio: l’uno per diventare medico condotto, l’altra all’ultimo anno di Magistero per diventare la maestra della piccola scuola del luogo. Studi superiori che poté perseguire proprio grazie a quei pochi spiccioli che suo padre era riuscito ad inviarle dall’America, prima di rimbarcarsi e tornare tra le braccia di sua moglie, con le tasche vuote e le suole delle scarpe bucate.

Clara e Guglielmo erano così giovani e pieni di vita, il loro carisma spaziava tra un’inesauribile voglia d’affermazione ed un’intelligenza, di entrambi, precoce. Sebbene il loro aspetto poco più che adolescenziale e il loro incerto e a volte ridicolo gesticolare, avrebbero potuto ingannare un osservatore distratto, scrutando con maggiore attenzione, dietro il loro sguardo, si potevano cogliere due Anime belle, due Spiriti si liberi, ma completi, ora pronti ad affrontare gioie e dolori della vita adulta. 18 anni lei, poco più che ventenne lui. Bella, cristallina, libera e delicata come una farfalla lei. Quasi uomo, un’anonima peluria sul labbro superiore per sembrarlo davvero, ma ancora stretto nei panni di damerino che doveva indossare, lui.

Fu dal momento del suo ritorno a casa dalla città, che Guglielmo non le tolse più gli occhi di dosso, anche se alle ripetute avances amorose di lui, corrispondeva sempre un atteggiamento casto, prezioso e anche un po’ scontroso di lei. Fu così che quello di conquistare il cuore dell’ammaliante Clara, divenne il gioco preferito e lo scopo di gioventù di Guglielmo. Era ora libero dai vincoli collegiali, dai numerosi anni di studio e dalle pagine di un qualsiasi asettico, nozionistico e dottrinale libro, che gli avevano valso il titolo di “dottorino”. Un titolo quest’ultimo, seppur reso più famigliare con un diminutivo, che gli donava un rispetto reverenziale tra i braccianti; ed un altro più professionale di “Egr.ssimo dottor Corradi Sforza” tra gli esponenti dell’alta società, che gli garantiva un futuro da uomo rispettato e rispettabile…. Titoli entrambi però che ad onor del vero gli avevano si svelato la scienza medica, ma che della vita quotidiana e dei primi amori, gli avevano fatto capire poco che niente. Ad ogni modo, quasi come se cominciasse ora per lui un meritato periodo di vacanza, prima di intraprendere la carriera di medico, aprire il suo nuovissimo e fornitissimo studio al paese e allo stesso tempo buttarsi a capofitto nel mantenimento e proseguimento della redditizia attività di famiglia: ora il suo più gran desiderio era affermare la sua finora nascosta virilità, scoprire quel lato oscuro della vita che non aveva avuto ancora modo di studiare e sperimentare, nella pratica carnale. Insomma prima di riuscire come dottore-imprenditore, voleva affermarsi come uomo e possibilmente crearsi una famiglia propria! E quale migliore occasione se non quella che gli era offerta, tra le mura di casa sua? Dove il destino aveva voluto lasciargli la persona che aveva sempre suscitato in lui amicizia e un senso di amichevole complicità e ora il più puro dei sentimenti? “Clara…. Clara….” Da quando era tornato, il nome di lei risuonava nella sua testa continuamente e il bisogno di avvicinarla ancora una volta, quasi gli faceva mancare il fiato. In fin dei conti, si ripeteva lui, ci conosciamo fin da bambini, sarà facile avvicinarla…. Ed era proprio questo che continuava a sperare in cuor suo, anche dopo ogni repentina fuga, una secca rispostaccia e la continua conferma dell’antipatia, che invece lei voleva ostinarsi a credere di provare nei confronti di lui. Clara era cambiata, non era più la bambina spavalda di un tempo, il coraggio che metteva, anni prima, in tanti giochi pericolosi aveva ora lasciato il posto ad una marcata femminilità; il suo essere divenuta donna richiedeva ora quanto più rispetto un gentiluomo del suo rango potesse mettere a disposizione di una così angelica figura. Avvicinarla con inaudita gentilezza, questo ciò che la fragile creatura meritava, affinché le corde della sua anima non fossero turbate dal suono allarmante della possibile conquista; questa forse la retta via per raggiungere l’umano scopo.

Ma ogni tentativo del “Dottorino”, per ancora lungo tempo, fu vano.

Parte II: il ricevimento.

Finché, durante uno dei soliti mondani ricevimenti, questa volta però apparentemente più importante degli altri, perché si festeggiava il ritorno a casa del Dottorino, e l’imminente apertura del suo studio medico, Guglielmo quasi stremato dalla fin troppo teatrale verve che regnava in casa, uscì di soppiatto per fumarsi un sigaro in pace, all’aperto. Scoprì allora la bella Clara, che lui immaginava tra le braccia di Morfeo da un pezzo, che, invece, curiosa guardava dalla finestra della grande sala e da sola rideva del modo buffo con cui erano abbigliate le dame, mentre nell’oscurità cercava di imitarne i frivoli atteggiamenti. <<Cosa c’è di buffo che vi diverte tanto?>> disse lui apparendo all’improvviso e quatto-quatto, dietro le spalle di lei, per spaventarla. Così la povera Clara alle prese con l’ultima imitazione di una dama un po’ goffa e ubriaca che svenevole poggiava la sua guancia tornita sulla spalla di un filiforme signore chiedendo: <<Mi amate? Io vi amo, v’amo!>> colta sul fatto, un po’ per lo spavento un po’ per la vergogna, scappò via. Ma Guglielmo le corse dietro e riuscì ad afferrarla per lo scialle, che però scivolando dalle spalle di lei, gli restò tra le mani. Allora Clara si bloccò di colpo: <<Siete un maleducato! Mi avete spaventata a morte… Ridatemelo subito!>> e lui ridendo a crepapelle, proprio come in una di quelle rincorsa e fuga che facevano da bambini: <<Niente da fare permalosa signorina. Non prima che mi abbiate spiegato cosa vi fa sbellicare dalle risa!>> aggiunse lui; <<Il vostro mondo!>> seccamente replicò lei. Lui tacque rimasto di sasso e delicatamente le ridiede lo scialle, poi le girò le spalle e fumando il suo sigaro, a passo diritto e impenetrabile, senza più rigirarsi se ne andò. E non lo fece per maleducazione o mancanza di rispetto verso la donna anelata, che era rimasta lì pietrificata in mezzo al giardino a vederlo andar via, ma perché realmente era rimasto molto scosso da quella sintetica e tagliente risposta e perché come in un baleno tutto gli fu chiaro: quell’antipatia a pelle nasceva forse dalla consapevolezza di derivare da due diversi mondi, e le sociali differenze facevano strada alle paure di lei fino ad innalzare un possente e sempre più invalicabile muro tra loro… Ora quel muro doveva essere abbattuto, ma come? Non c’era tempo di elucubrazioni mentali, fu in quel momento, che senza volerlo, l’istinto prevalse sulla razionalità e il Dottorino Guglielmo nuovamente si fermò e dandole ancora le spalle, sapendo che lei orgogliosa com’era era ancora lì dietro ad attendere le sue scuse, sbottò in una sonora risata. Allora lei da lontano gli gridò: <<E adesso cosa avete da ridere tanto? Vi pare modo questo? Godete forse a prendervi gioco di me?>> Guglielmo lasciò cadere il sigaro in mezzo all’erba, si voltò e con passo sicuro si riavviò verso lei: <<Oh, no Signorina Clara….>> e intanto gli scappava ancora da ridere da sotto i quasi invisibili baffi, ma si trattenne e poi aggiunse: <<Perdonatemi, ve ne prego! E’ solo che vi siete espressa in un modo così altisonante…. Torno dall’Accademia di medicina, è vero e dopo molto tempo, e anche questo è vero: ma non arrivo da un’altra dimensione! Quale sarebbe dunque questo “mio mondo”? Non è forse ancora quello che ci ha visti crescere insieme?>> <<Non fate finta di non capire. Mi avete inteso benissimo!>> replicò, ancora, seccamente lei. E stavolta era Clara che per finire lì quella conversazione che non avrebbe portato nulla di buono, disse: <<Ed ora scusatemi, col vostro permesso, mi ritiro in casa.>> Stava così per voltare le spalle all’inaspettato visitatore e andarsene quando lui in fretta e in furia aggiunse prendendole una mano, che lei subito ritrasse: <<Vi ricordate cara Clara, amica di tanti infantili e fantasiosi giochi, quando correvamo per i campi tra le alte spighe di grano in germoglio e Rocco, il guardiano della rimessa, ci urlava a gran voce che non dovevamo passare di lì? Ricordate Signorina?>> <<Certamente….>> replicò lei: <<….Ma che c’entra adesso rammentarmi quei giochi da bambini? Quello è stato il passato, oggi è diverso. E non potrebbe essere altrimenti. Anzi sono pure certa che una di quelle dame, che poco prima stavo imitando, ora vi starà ansiosamente aspettando e si starà chiedendo dove siete finito…. Dunque andate! E lasciate che mi ritiri anche io, sono un po’ stanca.>> Ma lui per niente arrendevole a questa graziosa richiesta, che lasciava saggiare un certo retrogusto di gelosia, velocemente riprese fiato e proseguì in un non programmato racconto per timore che l’agognata “preda” potesse sfuggirgli ancora: <<…Giungevamo poi quasi alla riva del lago e ci fermavamo sotto la secolare quercia, e l’ultimo che arrivava di noi due doveva fare da “scaletta” all’altro per aiutarlo nella arrampicata che spettava di diritto al vincitore!>> Un mezzo sorriso, che bisognava tenere ancora ben celato, si affacciò sulle rosee labbra di Clara poi per non farsi accorgere della gioia che le dava ricordare quei momenti, senza pensarci lei replicò: <<La “scaletta” però eravate sempre voi e quando ve ne siete andato mio fratello ha preso il vostro posto…. E comunque ero ancora sempre e solo io a godermi di lassù: il panorama del lago con le sue due isolette che, quando lo specchio lacustre era di un azzurro cristallino, sembravano quasi galleggiare sul pelo dell’acqua…. Ma insomma, cosa volete farmi ammettere ricordandomi tutto ciò?>> Ora lui delicatamente poggiò le sue mani sulle spalle di lei, e delicatamente ad un orecchio le sussurrò: <<Ammettere nulla…. Solo riflettere sul fatto che a quei tempi tra noi non c’erano differenze di sorta, e anche se io sono stato via tanti anni nel rivedervi, ho riprovato il sentimento che ci legava un tempo, la gioia di quei giochi scatenati….>> Clara a quelle parole troppo coinvolgenti subito lo scostò e si voltò, ma lui la riprese da dietro, per le spalle, piano-piano l’abbracciò, e ora stringendola a sé, affinché non potesse sfuggirli, forse per sempre, proseguì a sussurrarle sul collo, con le sue labbra poggiate sulle gote di lei, ora infiammate: <<….Quando riesco a cogliere il vostro fuggevole sguardo, io vi vedo come allora…. Il vostro spirito non è mutato e neanche allora vi vedevo diversa da me. Solo quando vi allontanate con quel fare da donna capisco che per voi tutto è cambiato, perché?>> Clara ora immobilizzata in quella calorosa stretta, piegò solo il suo volto verso di lui, quasi a sfiorare le labbra di lui, ancora lì anelanti, lo scocco dell’amorosa scintilla: <<Non so Guglielmo, ma anche voi siete cambiato, somigliate così tanto a vostro padre che mi mettete soggezione…. Il solo chiamarvi con il vostro nome di Battesimo mi fa tremare, morire di vergogna…. Perdonatemi se mi sono permessa, solo il ricordare i fanciulleschi giochi mi ha spinto a farlo…. Ed anche Voi poi dovreste rivolgermi a me, come rispettosamente dovuto!>> Guglielmo, resosi conto che forse stava correndo un po’ troppo, la lasciò scivolar via dalla sua morsa. Clara si girò ora per stare nuovamente di fronte a lui, e un po’ più lontana da quel sentimento e da quei brividi appena provati che già la stavano coinvolgendo troppo, ma non poteva lasciarsi andare, sarebbe stato sbagliato. Così abbassò lo sguardo, con un certo rossore che le coloriva le gote e che neanche la notte riusciva più a celare, per un attimo fu silenzio poi: <<Clara…. Scusate signorina Mainetti…. Non temete sentire pronunciare il mio nome, in modo così aggraziato rispetto a quando lo urlavate dall’alto della grande quercia mi fa sentire ancora vivo e non impagliato come gli altri mi vorrebbero e mi riempie il cuore di immensa e genuina gioia, Grazie.>> Fu allora che Clara mosse un passo verso il giovane Guglielmo, ma lo scivoloso scialle le cadde a terra; lui lo raccolse e ai suoi piedi si sentì il re del mondo, poi non osando farlo lui, le disse: <<Prendete il vostro scialle indossatelo bene sulle spalle e intorno al pet…. Beh, stasera fa piuttosto fresco.>> Clara allungò il suo esile braccio per afferrare il rosa scialle di cadì, le loro mani si sfiorarono e nervosamente si ritrassero, ancora. Lui gliele afferrò entrambi, era così bella…. Più della luna che li spiava e avrebbe voluto trarla a sé e baciarla. Ma non lo fece, ancora. In quel preciso istante le loro reali ma superabili, differenze si scontrarono e allo stesso tempo si unirono. E ora entrambi riconosciutesi come gli inseparabili amici di un tempo, si ritrovarono come due bimbi a spiare insieme dall’esterno della grande finestra e all’unisono adesso ridevano a crepapelle di quei balli un po’ retrò, proprio come due vecchi complici…. Fino al momento in cui, nell’estasi del momento di spassionata gioia, lui la baciò e lei non reagì.

Per la prima volta, dopo giorni dal ritorno di lui alla masseria, lo lasciò fare, perché in quel momento entrambi si scoprirono innamorati e non ebbero più paura delle sociali inevitabili conseguenze.

Parte III: ultimo atto, d’un amore.

Anche dopo sposati, Clara, come c’era da aspettarsi in un piccolo e spartano paese di montagna, fu sempre vista e additata, in special modo tra le file dell’alta società, come la figlia fortunata del mezzadro, come “la maestrina” che poteva ora godere di un’immensa fortuna. Lei lo sapeva, ma non gliene importava niente. E continuò a ripetere per anni a chi ingiustamente la giudicava, e anche ora che era un’anziana signora sola, che tra i due il vero fortunato era stato proprio il Signorino Guglielmo, il quale sebbene avesse perso la testa per lei e per le sue grazie, proprio lei quella testa dovette ritrovargliela molte volte, ed impedire così che spesso e volentieri fosse truffato da quella gerarchia di persone di cui anche lei fece, a onore del vero, da quel momento in poi per sempre parte. Oggi però di quel mondo nobiliar-rurale, toccato da tanto benessere, rimanevano solo pochi oggetti, che potevano apparire strani ad un occhio moderno, e che come immobili sentinelle di guardia, circondavano il grande caseggiato: un aratro arrugginito dall’intemperie del tempo trascorso, due grandi ruote rosse di legno appoggiate al tronco di un albero, irrimediabilmente staccate dal loro carro, poco distante, divenuto ora la mangiatoia di Tommasina, l’anziana Mucca, unica superstite al disfacimento più totale di quello che fu, insieme a nonna Clara.

Accanto al cancello una scatola di ferro cigolante ad ogni moto del vento, pendeva su un palo di legno, il meno degno sostituto dell’originale palo di ferro battuto, tutto contornato da riccioli, che giaceva immobile pochi centimetri più giù. Era la cassetta della posta sulla quale si poteva scorgere ancora il fregio inciso della famiglia Corradi Sforza, sotto il quale fu apposto un nome scritto con la vernice bianca: Clara Mainetti. Il Corradi Sforza non lo aggiunse, perché come già detto: lei “nobile” non si sentì mai.

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NOTE AL RACCONTO: Questo racconto è stato scritto appositamente per il Premio Letterario “Twain’s Challenge: accetta la sfida e scrivi il seguito del racconto di Twain”, patrocinato dalla Rizzoli ed Rcs Libri. E’ poi diventato l’incipit di un nuovo romanzo di Monia Di Biagio, intitolato “Un tuffo nel passato”.

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MessaggioInviato: Mar Gen 03, 2006 10:19 pm    Oggetto: Adv






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