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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Proviamo con: L'ENIGMISTICA?
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Nov 07, 2006 7:02 pm    Oggetto:  Proviamo con: L'ENIGMISTICA?
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Enigmistica

L'enigmistica si può definire in maniera più o meno tautologica come l'arte di comporre enigmi, per puro diletto personale o per sfida verso gli altri. Questa definizione sposta solamente l'accento su cos'è un enigma: il consenso più o meno generale è che esso sia una specie di "lotta" tra creatore e solutore: il primo cerca di indicare un concetto o un insieme di cose in maniera oscura, ma lascia al secondo la possibilità di trovare la soluzione per mezzo dell'ingegno.

Storia dell'enigmistica

-Antichità-

Storicamente il primo tipo di enigma che è apparso è l'indovinello, che rappresentava pienamente il concetto classico di enigma: nascondere sotto un testo un significato che poteva essere semplicemente diverso ma anche a volte esoterico. Non per nulla sono noti i responsi degli oracoli, studiati attentamente per potere significare una cosa e il suo opposto: un esempio famoso è dato da ibis redibis non morieris in bello che a seconda di dove vengono messe le virgole può significare "andrai, tornerai, non morirai in guerra" oppure "andrai, non tornerai, morirai in guerra". Ottimo sistema per pararsi le spalle, no?

L'indovinello più famoso dell'antichità è certamente quello che la Sfinge pose ad Edipo: Qual è l'animale che al mattino avanza con quattro zampe, a mezzodì procede con due e quand'è sera cammina con tre?

La risposta di Edipo: "l'uomo, che da giovane cammina a quattro zampe, durante la sua età matura sulle due gambe e da vecchio ha bisogno del bastone", costrinse la Sfinge a uccidersi, ma non servì a molto nemmeno ad Edipo, come si evince dalla storia. La parte che importa all'enigmista è però la differenza tra il senso nominale del testo e quello nascosto. "Mattino", "mezzogiorno" e "sera" non sono infatti i momenti della giornata, ma rappresentano le fasi della vita dell'uomo. Questa storia è così importante per l'enigmistica che Edipo e Sfinge sono diventati nomi usuali tra gli appassionati.

Nella classicità l'indovinello poteva però anche essere impossibile da risolvere. La leggenda dice ad esempio che Omero morì per la vergogna di non avere risolto l'indovinello di un gruppo di pescatori di Ios, che faceva Quello che noi abbiamo preso, l'abbiamo lasciato; quanto non abbiamo preso, ce lo portiamo. La risposta? Le pulci che i pescatori si erano presi non si sa come: quelle che erano riusciti a trovarsi addosso le avevano tolte, mentre le altre erano rimaste loro addosso. Ma come poteva il povero bardo risolvere l'enigma? Un altro indovinello di questo tipo lo troviamo nella Bibbia, quando Sansone chiede ai filistei Dal divoratore è uscito il cibo, e dal forte è uscita la dolcezza. La risposta era "il leone che ho ucciso, e che nelle sue interiora aveva un favo di miele": la soluzione in questo caso fu trovata con un aiuto esterno, vale a dire Dalila, la moglie di Sansone.

Anche nella tradizione latina l'indovinello ebbe un grande seguito, ma ci furono anche altri giochi enigmistici, spesso sotto forma di giochi di parole. Ad esempio Cicerone terminò una sua lettera scrivendo Mitto tibi navem prora puppique carentem, cioè "ti mando una nave senza prua e poppa". Togliendo la "prua" e la "poppa", cioè la prima e l'ultima lettera, della parola "navem" otteniamo il saluto "ave". Molto noto è anche un palindromo, nella forma di un indovinello che è un esametro latino:

in girum imus nocte, ecce, et consumimur igni

(ecco, andiamo in giro la notte, e ci consumiamo al fuoco: si parla delle falene)

Occorre ricordare anche l'opera di Nestore di Laranda (III secolo d.C.) e Trifiodoro (V secolo d.C.), che rielaborarono rispettivamente l'Iliade e l'Odissea sotto forma di lipogramma, dove in ogni canto non veniva usata la lettera corrispondente nell'ordine alfabetico.

-Medioevo e Rinascimento-

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Rebus di Leonardo da Vinci (specchiato): "infelice se taccio per amore". Da
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Rebus di Leonardo da Vinci (specchiato): "l'amore mi fa sollazzare". Da
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Durante il Medioevo la gente aveva ovviamente altre cose da fare, e soprattutto la cultura scritta era molto limitata: non è quindi difficile immaginare come ci siano rimasti ben pochi esempi di giochi enigmistici, e quelli che si trovano sono in latino. C'è però un'eccezione: il cosiddetto indovinello veronese. Questo testo risale a un periodo tra l'ottavo e il nono secolo, rinvenuto nel 1924 e attualmente presso la Biblioteca Capitolare di Verona, e recita, in una lingua di transizione tra latino e italiano:

Se pareva boves, alba pratalia araba
(et) albo versorio teneba (et) negro semen seminaba

Una versione in italiano moderno è più o meno "Si portava dietro i buoi, e arava dei bianchi campi; teneva un bianco vomere, e seminava un nero seme".

La soluzione dell'indovinello è la scrittura: i buoi sono le dita, i bianchi campi le pagine, il vomere la penna d'oca e il seme nero ovviamente l'inchiostro.

Anche se c'è chi, come Giampaolo Dossena, ritiene che questo non sia in realtà un indovinello, bisogna dire che ci sono molti esempi di indovinelli simili nella tradizione popolare italiana, e quindi non è poi così strano.

Facendo un salto di diversi secoli, arriviamo nientemeno che a Leonardo da Vinci, che da buon tuttologo pensò bene di dedicarsi, e soprattutto a lasciarci traccia scritta, a un nuovo tipo di gioco: il rebus. Abbiamo otto fogli di rebus "a specchio", che si devono cioè leggere da destra a sinistra come tutti i suoi scritti; occorre tenere a mente poi che le regole sono molto più rilassate di quelle che abbiamo adesso, permettendo pronunce leggermente diverse. Due esempi:

IN; Felce; Setaccio; Perla; More = "Infelice se taccio per l'amore"
L'amo; Re; Mi; Fa; Sol; La; ZA; Re = "L'amore mi fa sollazzare"


L'enigmistica italiana dal 1500 al 1700

Già con Leonardo si può vedere l'inizio di un nuovo periodo per gli enigmi, che diventano pane per i denti dei letterati e dei poeti di corte. In pratica il gioco più usato era l'indovinello, e le regole continuavano ad essere differenti da quelle attuali: non c'era insomma la differenza tra il senso apparente e quello reale, ma veniva direttamente descritto l'oggetto o il concetto da indovinare, anche se ovviamente il testo - poetico, inutile aggiungere - cercava di usare termini che sviassero gli ascoltatori.

La prima raccolta di enigmi in lingua italiana apparve nel 1538: secondo lo stile logorroico del tempo era intitolata Sonetti giocosi da interpretare, sopra diverse cose, comunemente note, ed era opera... di un maniscalco senese, Angiolo Cenni, che aveva fondato la Congrega dei Rozzi e si faceva chiamare Il resoluto. Quasi contemporaneo è Gian Francesco Straparola, nato a Caravaggio verso la fine del XV secolo e vissuto tra Bergamo e Cremona. Si sa molto poco di lui: già il cognome potrebbe essere uno pseudonimo... Nel 1550 in una prima edizione, e poi nel 1553 in una versione ampliata, lo Straparola pubblicò a Venezia le Piacevoli notti, una serie di fiabe e novelle ciascuna delle quali, tranne una, veniva conclusa da un enigma da risolvere. Molti di questi enigmi erano anche esplicitamente copiati da versioni che circolavano al tempo, e parecchi presentavano il soggetto in maniera che sembrava licenziosa... non per nulla lo Straparola è stato malvisto nella storia della letteratura italiana. Altre raccolte di quel periodo sono a nome di tale "Madonna Daphne di Piazza" e "Damon Fido Pastore", pseudonimi cui non si sa dare un nome.

Dopo una serie di altri enigmografi minori, si passa finalmente a un nome noto: Giulio Cesare Croce. L'autore di Bertoldo e Bertoldino scrisse due libri di enigmi: Notte sollazzevole di cento enigmi da indovinare, aggiuntovi altri sette sonetti del medesimo genere con le loro dichiarazioni nel fine (Bologna, 1594) e Seconda notte sollazzevole di cento enigmi da indovinare. Trattenimento nobile per ogni spirito gentile e virtuoso, aggiuntovi altri otto sonetti del medesimo genere (Bologna, 1601). Le opere, soprattutto la seconda, rivelano un trattamento che supera di molto le versioni popolari da cui gli enigmisti traevano lo spunto. Anche Michelangelo Buonarroti il Giovane (1568-1646), pronipote del più noto omonimo, ha una produzione più "moderna", per così dire, in cui si notano già dei giochi di parole (il boccale "divino", o indicato come "bocca" e "ale"). Forse gli enigmi composti da Tommaso Stigliani sarebbero stati molto interessanti, ma la maggior parte di essi non c'è giunta perché messa all'Indice a causa della licenziosità. Merita però mostrare l'ottava relativa alle forbici, un tema classico del tempo, per dare un'idea di come gli enigmi venissero proposti.

A un tempo stesso io sono un solo e due
E fo due ciò ch'er'uno primamente;
Una m'adopra con le cinque sue,
Contra infiniti ch'in capo ha la gente.
Tutto son bocca da la cinta in sue
E più mordo sdentato, che con dente.
Dinanzi e dietro ho due belliche siti
Gli occhi ho nei piedi e spesso agli occhi i diti


Non senza avere ricordato che anche Galileo usava gli anagrammi per indicare la priorità delle sue scoperte di corpi celesti permettendogli allo stesso tempo di non renderle immediatamente pubbliche, per quanto riguarda il Seicento il nome di gran lunga più importante è quello del fiorentino Antonio Malatesti (1610-1672).

Caton l'Uticense - Leone Santucci

Il Settecento

Il Settecento, almeno in Italia, continua a vedere il fiorire di poeti di corte. Gli enigmisti tendono a essere noti solamente per anagrammi, non necessariamente corretti: si prenda ad esempio Caton l'Uticense, pseudonimo di Leone Santucci canonico nella chiesa di San Giovanni a Lucca. Come si vede, c'è una T di troppo, ma magari la cosa era dovuta al non volersi fare riconoscere... Ad ogni modo, il suo libro, Enimmi di Caton l'Uticense lucchese uscito come prima edizione a Venezia nel 1689, contiene 142 enigmi tutti assolutamente casti. La sua opera è molto interessante, perché per la prima volta si comincia a vedere utilizzata la dilogia, vale a dire l'uso della stessa parola con due significati distinti - uno poetico e l'altro relativo alla soluzione dell'enigma.

Altro sacerdote enigmista è il bolognese Giovanni Battista Tarroni (o Taroni), noto come Giovanni Statira Bottini, che nel 1718 diede alle stampe nella sua città i Cento nodi in rima, scritti in ottave e saccheggiati a profusione dagli autori successivi. Il bastone dell'enigmistica stava però lasciando l'Italia, e nuovi giochi sarebbero apparsi.

La sciarada

Nella seconda metà del '700 in Francia nasce infatti la charade, cioè il gioco che noi chiamiamo sciarada. Il cambio di paradigma è davvero epocale: dagli enigmi o indovinelli che raffigurano un oggetto, concreto o astratto che sia, si passa a una combinazione di lettere. Si può obiettare che gli anagrammi erano già noti: ma in effetti essi non venivano usati come giochi, ma solo per celare nomi o scoperte.

La prima rivista che aprì le porte alle sciarade fu il Mercure de France, rivista di letteratura ed arte fondata nel 1789. Si tenga presente che nelle sciarade proposte non importava come le parole fossero scritte (gioco per l'occhio) ma come vengono lette (gioco per l'orecchio). Così un gioco poteva risolversi come Chat / Rade = Charade. La seconda caratteristica importante è che le varie parti della sciarada sono "nominate" all'interno del testo. Ecco un esempio con la combinazione di cui sopra:

Mon premier est un animal,
Mon second est un port,
Mon tout est un jeu d'esprit.
Letteralmente, "Il mio primo è un animale (il gatto), / il mio secondo è un porto (la rada), / il mio tutto è un gioco di spirito (la sciarada)". In italiano, le tre parti si chiamano primo o primiero (comodo perché fa rima con intero, il nome per il tutto), e secondo.


Le sciarade divennero così di moda da diventare addirittura un modo per passare le serate, con le cosiddette "sciarade viventi" che gli invitati dovevano alternativamente mimare o risolvere. Vi sono vari esempi letterari di sciarade viventi, che sono state descritte ad esempio da William Thackeray nel suo La fiera delle vanità.

In Italia, anche se le prime regole ufficiali relative alle sciarade apparvero nel 1835 a Venezia, già nel 1816 il cavalier Enegildo Frediani pubblicò a Roma un volume intitolato Sciarade, Logogrifi e Fredianesche. Meglio tacere su quest'ultimo gioco cui Frediani pensò modestamente di assegnare il proprio nome: le regole sono assurde, tipo "date tre parole, una parte della prima e una della seconda messe insieme formano una parte della terza", mentre le parti mancanti vengono buttate via. Ad esempio, la seconda parte di Marte con la prima parte di rosa forma la seconda parte di mistero. Gioco solo per palati molto forti, invero... Può essere però interessante notare che anche Victor Hugo propose qualche decennio dopo le "charades à tiroirs", sciarade a cassetti, sullo stesso principio, il che prova che essere ottimi scrittori non implica essere bravi enigmisti.

L'enigmistica moderna

Il passaggio all'enigmistica moderna si ha quando si iniziano a dare delle regole precise per i giochi enigmistici, che tendono sempre più ad essere per l'occhio e non per l'orecchio. Ad esempio, cieli - elci è un anagramma per l'orecchio, visto che entrambe le parole hanno gli stessi fonemi ("tš", "e", "i", "l"); ma un gioco che abbia questa soluzione viene ormai irrimediabilmente bollato come "sbagliato".

Occorre anche tener presente che in nazioni come la Francia questa regola è leggermente rilassata, anche perché la lingua si presta più agli omofoni dell'italiano, e quindi gli enigmisti locali non vogliono privarsi di una fonte di giochi.

L'Ottocento

Il diciannovesimo secolo vide la nascita delle prime riviste di enigmistica. Ad essere più precisi in Francia il Magasin énigmatique fece uscire il primo numero nel 1767, mentre in Italia gli enigmi venivano ancora confinati nelle ultime pagine degli almanacchi, raccolte annuali contenenti una serie di informazioni utili inframmezzate da aneddoti e appunto giochi enigmistici. Man mano però anche in Italia l'enigmistica cominciò ad avere un certo qual seguito, e le riviste si adeguarono, iniziando quel processo che avrebbe portato la scuola italiana a primeggiare.

Punto focale della transizione possono essere considerati gli almanacchi pubblicati annualmente dalla tipografia milanese Silvestri: L'Aguzza-Ingegno dal 1821 al 1831, e Il Nuovo Sciaradista dal 1832 al 1840. Nell'ultimo anno di pubblicazione, oltre a sciarade, indovinelli, anagrammi, logogrìfi, apparve anche quello che allora venne definito "purisillabo", e che oggi chiameremmo "scarti iniziali successivi" con la soluzione Casino-Asino-Sino-Ino-No". Occorre tra l'altro ricordare che si era molto meno rigidi nell'ammettere le parole chiave: una sciarada poteva contenere nomi propri o voci verbali coniugate, e soprattutto commettere il peccato fatale: l'identità di etimologia tra una parte e il tutto, come in mani-cure.

Il 1875 segnò la nascita della rivista torinese La gara degli indovini, che continuò le pubblicazioni per quindici anni arrivando anche a tirare 10000 copie, e che può dirsi a buon titolo la prima importante rivista enigmistica (la prima fu infatti L'Aguzzaingegno, pubblicata a Milano nel 1866). La qualità dei giochi era ancora mediocre, vista con gli occhi moderni; ma indubbiamente stava nascendo la casta degli enigmisti, con i loro riti - primo tra tutti l'uso di uno pseudonimo, non si sa se per volere nascondere tale lato ludico della loro identità oppure per rafforzarlo ancora di più - e anche le prime scissioni all'interno della comunità. Nascono nuovi tipi di sciarade. Abbiamo così la sciarada a pompa e la sciarada dell'avvenire, che oggi definiremmo entrambe |sciarade a frase: Ad empi mento/Adempimento; e i non-rebus, oggi |frasi a sciarada, di cui un esempio allora proposto fu "L'O zio è padre del Vi zio/L'ozio è padre del vizio".

Nel 1877 appaiono le prime crittografie, a firma di Pio Alberto Visoni che le pubblicò sulla Gara degli indovini e sul piacentino L'aguzzaingegno, dando loro in quest'ultima sede il nome di rebus dell'avvenire. Nacquero anche le parole angolari, schemi 4x4 di parole che potevano indifferentemente essere lette da sinistra a destra o dall'alto in basso, e che venivano definite con una quartina. Tale gioco fu assai sviluppato da Demetrio Tolosani, che non usava ancora lo pseudonimo di Bajardo. Ma le riviste dedicate all'enigmistica proliferavano: negli ultimi tre decenni del secolo se ne contarono almeno una cinquantina, anche se la maggior parte di esse ebbe una vita davvero effimera. Questa effervescenza fece però nascere molti nuovi tipi di gioco. Francesco Predola (Il Tarlo) definì le "parole incastrate", il gioco che oggi si chiama incastro; L'aguzzaingegno presentò gli antipodi, i cambi di antipodo, i falsi cambi di genere, e due nuovi tipi di sciarada, l'alterna e l'incatenata, oltre a definire formalmente il termine macrologia. Si videro inoltre i primi indizi del salto di qualità che sarebbe avvenuto nel secolo seguente, con una maggiore attenzione alla forma dei giochi, un nuovo tentativo di definirli, e infine nel caso dei rebus la decisione di racchiudere tutte le parti della frase risolutiva in una vignetta unitaria, senza semplicemente giustapporre le immagini.

Schemi diagrammatici, sinonimici, a doppio senso

La fine del secolo portò anche a una serie di novità nel formato con cui venivano esposti i giochi enigmistici. Abbiamo visto come inizialmente l'oggetto da trovare era indicato in prima persona o al limite in terza persona nell'indovinello; all'apparire della sciarada, prima in Francia e da lì importate in Italia, apparvero le definizioni per così dire "logiche" (primo o primiero, secondo o altro, intiero o tutto o "totale"), in quello che viene chiamato lo schema grammaticale. Ma anche questo secondo schema limitava lo stile di scrittura, e risultava scomodo nella creazione di nuovi giochi dove la relazione tra le parti non era così chiara come nella sciarada. Se si ha uno scarto, ad esempio, che termini si potrebbero usare? Forse lordo e netto? Apparvero così quasi contemporaneamente due nuovi tipi di esposizione che vengono ancora oggi adoperati nelle riviste enigmistiche "popolari".

Nello schema diagrammatico le parole da ricavare sono inserite direttamente nel gioco, ma vengono "nascoste", sostituendone le lettere con una serie di incognite; le più usate sono x, o, y, z. In questo modo, il testo del gioco, una volta risolto, è sicuramente più lineare: però il solutore ha tutta una serie di aiuti in più. Sa infatti qual è la lunghezza delle varie parti della risposta - si ricordi che allora non era in uso indicarla - e spesso si poteva anche scoprire il genere della parola incognita e persino le ultime sue lettere, nel caso essa fosse in fin di riga e rimasse con un'altra parola.

Lo schema sinonimico rifugge dalle incognite, e presuppone invece che ogni singola parte della risposta sia sostituita da un suo sinonimo. In questo modo è possibile creare giochi la cui lunghezza sia estremamente breve: una sciarada può essere descritta addirittura in un solo verso. La nascita di questo metodo è convenzionalmente assegnata a Urbano Bocchini (Gastone di Foix), che compose una sciaradina di un solo verso:

AL CAMPOSANTO NEL DI' DEI MORTI
Un fiore anche pel tristo, ed una prece.

La soluzione è Rosa/Rio = Rosario, e si può notare la maggior scorrevolezza rispetto al sistema grammaticale, che avrebbe avuto


Un primo anche per l'altro, ed un totale
o a quello diagrammatico:

Una xxxx per il yyy, ed un xxxxyyy

L'elite degli enigmisti snobbò però anche tale metodo, o meglio lo strinse in lacci e lacciuoli tali da renderlo francamente arduo da comporre. Ad esempio, mentre era considerato lecito scrivere "Po" per indicare la parola "fiume", il viceversa era considerato assolutamente errato.

Solo negli anni Venti si affermò lentamente quello che ancora oggi è il sistema principale di esposizione dei giochi enigmistici: il metodo a doppio soggetto. In esso, la composizione deve avere un significato letterale che appare a prima vista e che corrisponde con il titolo dato al componimento - altra novità: in precedenza i titoli erano molto rari, e spesso si limitavano a un punto interrogativo "?". A una lettura più approfondita, però, le stesse parole accennano a un altro significato, che è la soluzione reale. Ecco due indovinelli molto noti, che mostrano il funzionamento del metodo. Il primo, di Turandot (Danilo Berchielli), è

IL CORRIERE DELLA SERA

È un noto quotidian di gran formato.
La soluzione è il pane. Infatti appare tutti i giorni (quotidiano) sulle tavole, ed è fatto di grano, cioè di gran(o) formato.

Il secondo indovinello, del Mancino (Cesare Farina), è ancora più virtuosistico:

LA VECCHIA NONNA

Lavora d'ago fino a mezzanotte
per aggiustare le mutande rotte.

In questo caso la soluzione mostra ancora di più l'abilità nel rivoltare il significato, e persino la forma grammaticale, delle parole utilizzate.

Nel senso reale, mezzanotte è il nord; fino non è una preposizione, ma un aggetivo che si riferisce ad ago; e le mutande rotte non sono sostantivo e aggettivo, ma un gerundivo che si appoggia a un sostantivo ("le rotte che mutano").

A questo punto si capisce che la soluzione è la bussola.


Nel caso di giochi che richiedano la composizione di più vocaboli, o la trasformazione di un vocabolo in un altro, i puntini di sospensione vengono utilizzati per separare le definizioni, come nella seguente sciarada (5, 5 = 10):

UN DIRETTORE PEDANTE

Come capo ha inver ragione… (soluzione: testa)
Ma che barba venir fa… (soluzione: mento)
allorquando lui ti espone le sue estreme volontà!

(soluzione: testamento)


La nascita del cruciverba

La piccola congrega degli enigmisti continuava nelle loro beghe interne e le riviste fiorivano e sfiorivano - si possono ricordare la Diana d'Alteno fondata da Demetrio Tolosani alias Bajardo e uscita tra il 1891 e il 1944, La Corte di Salomone tra il 1901 e il 1958, Penombra nata nel 1920 e ancora pubblicata. Venne anche creata un'associazione: la S.F.I.N.G.E., Società Fra Iniziati Nei Giochi Enigmistici o latinamente Sodalicium Fecunditatis Ingeniorum Nobili Gaudio Eliciendae.

Ma tutto ciò venne spazzato da un nuovo gioco "americano": il cruciverba. Lasciando da parte il quadrato magico "sator arepo tenet opera rotas", e anche le "Parole incrociate" di Giuseppe Airoldi, pubblicate nel 1890 e che erano un quadrato 4x4, il primo cruciverba fu creato da un giornalista di Liverpool, Arthur Wynne, che lo pubblicò nel numero natalizio per il 1913 del supplemento al quotidiano statunitense World. La trovata chiave fu l'inserimento delle caselle nere, che aumentarono enormemente il numero di schemi praticamente costruibili. Per una decina di anni il gioco vivacchiò, poi di colpo gli arrise il successo, e fu esportato anche in Europa: il primo schema italiano apparve nel 1925 sulla Domenica del Corriere, mentre nel 1932 nasce La Settimana Enigmistica. La reazione degli enigmisti italiani fu quasi rabbiosa: tanto per dire, Tolosani lo qualificò "imbecilloso, con esempi da schiaffi e spropositi da can barbone". Ma alla fine si vide a chi arrise la vittoria.

Enigmi sempre meno enigmatici

La fine del XX secolo e l'inizio del successivo sembra avere portato a una semplificazione ancora maggiore dell'enigmistica popolare. Se già il cruciverba si poteva considerare un passo indietro, che alle minuzie del ragionamento logico sostituiva il semplice nozionismo, cosa si può dire del crucipuzzle, dove tutte le parole sono già poste all'interno della griglia e il solutore deve semplicemente trovarle in mezzo a quella che a prima vista pare un'accozzaglia di lettere a caso? Anche il sudoku non ha una valenza enigmistica vera e propria, essendo in fin dei conti un esercizio, per quanto complicato, di pura logica.


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MessaggioInviato: Mar Nov 07, 2006 7:02 pm    Oggetto: Adv






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