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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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"Filosofia del linguaggio"
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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 10:30 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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"Filosofia del linguaggio"

Questa categoria contiene 14 pagine.

1- Autoreferenziale

2- Enunciato

3- Filosofia del linguaggio

4- Grammatica formale

5- Ipotesi di Sapir-Whorf

6- Metafora concettuale

7- Paradosso

8- Paratesto

9- Performativo (atto verbale)

10- Willard Van Orman Quine

11- Svolta linguistica

12- Teoria degli atti linguistici

13- Teoria della comunicazione

14- Testologia Semiotica

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 10:30 am    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 10:32 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Autoreferenziale

Il termine autoreferenziale viene usato, sia in logica che in linguistica, per indicare un enunciato o atto verbale che fa riferimento a sé stesso.

Se qui fosse scritto: Per informazioni sul termine autoreferenziale vedi la voce autoreferenziale nella Wikipedia italiana, questa stessa voce sarebbe autoreferenziale.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 10:34 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Enunciato

Un enunciato è una sequenza di suoni con contenuto linguistico, o fonemi, organizzati in parole e frasi.

Un enunciato costituisce dunque un atto linguistico o espressione detta in un dato momento, in un dato luogo.

In ambito filosofico, l'enunciato è una frase per la quale abbia senso chiedersi se sia vera o falsa. Non sono enunciati le frasi interrogative e le frasi imperative ("chiudi la porta!")

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 10:35 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Filosofia del linguaggio

La filosofia del linguaggio è lo studio della capacità, indiscutibilmente umana, di trasmettere informazioni mediante l’utilizzo di segni grafici, parole e suoni ad essi associati (fonemi), secondo innumerevoli schemi associativi e, soprattutto, secondo molteplici combinazioni di significati sia sostanziali che formali.

La filosofia del linguaggio ha come suo scopo stabilire una correlazione logica tra l’uso dei segni, la loro connessione culturale con il processo evolutivo umano e il senso che tale evoluzione mostra nella contingenza storica.

Nel corso dei secoli il linguaggio è stato oggetto di profonda attenzione da parte della speculazione filosofica.

Già in Platone e in Aristotele il linguaggio possedeva ontologicamente la sostanza del proprio significato e le correlazioni con gli uomini e le cose dell’universo.

In Aristotele la definizione speculativa del linguaggio era costruita con lo scopo di rendere epistemologicamente valide le costruzioni logiche.

Viceversa in Platone la ricerca era sostanzialmente orientata a stabilire una correlazione etica con le cose e gli esseri. In tal senso la cose non hanno il nome solo in base ad una “convenzione” assunta come regola, ma il loro nome è anche il contenitore di una sostanza che evoca un universo niente affatto raggiungibile ma ardentemente desiderato e ricercato.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 10:51 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Grammatica formale

In informatica una grammatica formale è una struttura astratta che descrive un linguaggio formale in modo preciso, è cioè un sistema di regole che delineano matematicamente un sistema (di solito infinito) di lunghezze finite (stringhe) usando un alfabeto (di solito finito). Le grammatiche formali sono chiamate così per analogia con la grammatica delle lingue umane.

Le grammatiche formali si suddividono in due categorie principali:

generativa e analitica.


Una grammatica generativa, il genere più conosciuto, è un sistema di regole con le quali, tutte le possibili stringhe nella lingua da descrivere, sono generate tramite la riscrittura successiva di stringhe che cominciano con un simbolo iniziale predefinito. Una grammatica generativa, infatti, formalizza un algoritmo che genera stringhe linguistiche.

Una grammatica analitica, invece, è un sistema di regole che presuppone una stringa arbitraria come input e che successivamente riduce o analizza quella stringa di input finali concedendo ad un connettore booleano un risultato del tipo "sì/no" indicando se o meno la stringa di input è parte della lingua descritta dalla grammatica. Una grammatica analitica infatti descrive un parser linguistico.

In breve, una grammatica analitica descrive come leggere una lingua, mentre una grammatica generativa descrive come scriverla.

La gerarchia di Chomsky

Quando Noam Chomsky formalizzò per primo le grammatiche generative negli anni 50, le classificò in quattro tipi conosciuti ora come gerarchia di Chomsky. La differenza tra questi tipi è che hanno regole di produzione strette e possono esprimere meno linguaggi formali.

Due tipi importanti sono: le grammatiche context-free (in italiano grammatiche libere da contesto) e le grammatiche regolari.

I linguaggi che possono essere descritti con una tale grammatica sono definiti rispettivamente linguaggi extracontestuali e linguaggi regolari.

Anche se molto meno potenti delle grammatiche non restrittive, che possono infatti esprimere qualsiasi lingua che possa essere accettata da una macchina di Turing, questi due tipi ristretti di grammatiche sono le più usate perché i parser utilizzati possono essere impiegati efficientemente. Per esempio, per grammatiche extra contestuali ci sono algoritmi ben conosciuti per generare parser LL e parser LR.

Altre forme di grammatiche generative

Si sono recentemente sviluppate diverse estensioni e variazioni della gerarchia originaria chomskiana delle grammatiche formali, sia da parte dei linguisti che dagli studiosi di informatica, di solito o per aumentare la forza espressiva o per semplificarli al fine di analizzarli o parsificarli. Naturalmente questi due obiettivi tendono all´ imparità: quanto più espressivo è un formalismo grammaticale, tanto più difficile è analizzare o parsificare utilizzando strumenti automatici. Alcune forme di grammatiche sviluppate recentemente includono:

La grammatica ad albero aumenta l´espressività delle grammatiche generative convenzionali lasciando spazio a regole di riscrittura per operare su alberi di parser invece che solo su stringhe.

La grammatica affissuale e la grammatica attributiva permettono di riscrivere regole da arricchire con attributi semantici e operazioni, utili sia per incrementare l´espressività grammaticale che per costrutire pratici strumenti di traduzione linguistici.

Una conferenza annuale è dedicata alle grammatiche formali.

Grammatiche analitiche

Sebbene vi sia una mole ingente di letteratura sulla parsificazione degli algoritmi, la maggior parte di questi presume che la lingua sia inizialmente descritta da mezzi di grammatica formale generativa e che lo scopo sia trasformare questa grammatica generativa in un parser funzionale. Un approccio alternativo è la formalizzazione del linguaggio in termini di grammatica analitica al primo posto, che corrisponde più o meno direttamente alla struttura di un parser linguistico. Esempi di formalismi di gramamtica analitica sono i seguenti:

Linguaggio di parsificazione top-down (TDPL): una grammatica analitica altamente minimalista sviluppatasi all´inizio degli anni 70 per studiare il comportamento dei parser top-down.

Grammatica espressiva di parsificaziones (PEGs): una generalizzazione più recente del TDPL progettata attorno alle necessità di espressività pratica di un linguaggio di programmazione e di un compilatore.

Grammatica di collegamento: una forma di grammatica analitica progettata per la linguistica che deriva la sua struttura sintattica dall´esaminazione delle relazioni posizionali fra coppie di parole.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 10:54 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Ipotesi di Sapir-Whorf

L'Ipotesi di Sapir-Whorf, altresì conosciuta come ipotesi della relatività linguistica, afferma che la categorizzazione linguistica non è solo frutto del nostro modo di organizzare l'esperienza, ma ne è, al contempo, la discriminante: chi "conosce" linguisticamente il mondo in un certo modo ne sarà influenzato di conseguenza.

Si dice che la sua fortuna sia essenzialmente derivata dal parallelo con la omonima e più celebre teoria di Einstein.

In linguistica, l'Ipotesi di Sapir-Whorf (SWH) sostiene l'esistenza di relazioni sistematiche tra le categorie grammaticali della lingua parlata da una persona ed il modo in cui quella persona capisce il mondo e si comporta al suo interno. Sebbene sia conosciuta come ipotesi, si trattava piuttosto di un assioma che sottendeva il lavoro del linguista e antropologo Edward Sapir e del suo collega e allievo Benjamin Whorf.

Storia

La posizione secondo cui la lingua è ancorata al pensiero (pensare è shabdanA o 'creare linguaggio') era stata teorizzata in modo convincente da Bhartrihari (VI secolo) e fu oggetto di secolari dibattiti nella tradizione linguistica indiana.

Nozioni simili in Occidente, come l'assioma per cui la lingua ha effetti di controllo sul pensiero, si possono far risalire al saggio di Willhelm von Humboldt Über das vergleichende Sprachstudium (letteralmente: "Dello studio comparativo delle lingue", in italiano La diversità delle lingue) e la nozione è stata in buona parte assimilata nel pensiero occidentale.

Nel 1976 Karl Kerenyi antepose alla traduzione in inglese del suo Dionysus questo brano:

(EN)
«The interdependence of thought and speech makes it clear that languages are not so much a means of expressing truth that has already been established, but are a means of discovering truth that was previously unknown. Their diversity is a diversity not of sounds and signs but of ways of looking at the world.»

(IT)
«L'interdipendenza fra pensiero e linguaggio rende chiaro che le lingue non sono tanto un mezzo per esprimere una verità che è stata già stabilita, quanto un mezzo per scoprire una verità che era in precedenza sconosciuta. La loro diversità non è una diversità di suono e di segni, ma di modi di guardare il mondo.»

(Karl Kerenyi - Dionysus. Trad.: V.Rota)

L'origine dell'ipotesi di Sapir-Whorf come esame più rigoroso di questa percezione culturale familiare può essere fatto risalire al lavoro di Franz Boas, il fondatore dell'antropologia negli Stati Uniti. Boas fu allevato in Germania alla fine del XIX secolo in un periodo in cui scienziati come Ernst Mach e Ludwig Boltzmann stavano tentando di comprendere la fisiologia della sensazione.

Un importante approccio filosofico del tempo fu il rinnovo dell'interesse per l'opera di Immanuel Kant. Kant sosteneva che la conoscenza era il risultato di un concreto lavoro cognitivo da parte di un individuo; la realtà (intuizione sensuale) era inerentemente in flusso e la comprensione scattava quando qualcuno coglieva quell'intuizione e la interpretava tramite le categorie dell'intelletto. Diversi individui possono perciò percepire la stessa realtà noumenica come contingenze fenomeniche dei loro concetti individuali e differenti.

Negli Stati Uniti Boas si imbatté in lingue dei nativi americani appartenenti a diverse famiglie linguistiche; tutte queste erano molto diverse dalle lingue semitiche e indo-europee studiate da molti intellettuali europei. Boas si rese conto di come gli stili di vita e le categorie grammaticali variassero ampiamente da un posto all'altro; di conseguenza arrivò a credere che la cultura e gli stili di vita di un popolo si riflettessero nella lingua che esso parlava.

Sapir fu uno degli studenti più brillanti di Boas. Proseguì lo studio di Boas notando che le lingue sono sistemi sistematici e formalmente completi. Perciò, non era questa o quella particolare parola che esprimeva un particolare modo di pensare o di comportarsi, ma la natura coerente e sistematica della lingua interagiva ad un livello più ampio con il pensiero e il comportamento. Mentre i suoi punti di vista cambiarono nel tempo, sembra che verso la fine della sua vita Sapir arrivò a credere che la lingua non rispecchiava meramente la cultura e le azioni abituali, ma che la lingua e il pensiero potessero in effetti essere in un rapporto di influenza reciproca o forse persino di determinazione reciproca.

Whorf diede a questa idea una maggiore precisione esaminando i particolari meccanismi grammaticali con cui il pensiero influenzava la lingua.

Sosteneva così il suo concetto:

(EN)
«We dissect nature along lines laid down by our native languages. The categories and types that we isolate from the world of phenomena we do not find there because they stare every observer in the face; on the contrary, the world is presented in a kaleidoscopic flux of impressions which has to be organized by our minds—and this means largely by the linguistic systems in our minds. We cut nature up, organize it into concepts, and ascribe significances as we do, largely because we are parties to an agreement to organize it in this way — an agreement that holds throughout our speech community and is codified in the patterns of our language... all observers are not led by the same physical evidence to the same picture of the universe, unless their linguistic backgrounds are similar, or can in some way be calibrated.»

(IT)
«Noi dissezioniamo la natura lungo linee tracciate dalle nostre lingue madri. Le categorie e le tipologie che isoliamo dal mondo dei fenomeni non le troviamo lì in quanto esse guardano dritto in faccia ogni osservatore; al contrario, il mondo viene presentato in un flusso caleidoscopico di impressioni che deve essere organizzato dalle nostre menti; vale a dire, in gran parte dai sistemi linguistici presenti nelle nostre menti. Noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti, e nel farlo vi attribuiamo significati, in gran parte perché siamo parti in causa in un accordo per organizzarla in questo modo; un accordo che si mantiene in tutta la nostra comunità di linguaggio ed è codificato negli schemi della nostra lingua... tutti gli osservatori non sono guidati dalle stesse prove fisiche verso la stessa immagine dell'universo, a meno che i loro bagagli linguistici siano simili, o possano essere in qualche modo calibrati.»

(Benjamin Whorf - Language, Thought and Reality, pp. 212-214. Trad.: V.Rota)

La formulazione di Whorf di questo "principio di relatività linguistica" viene spesso stereotipato come visione "prigione" della lingua, in cui il proprio pensiero e comportamento vengono completamente e interamente formati dalla propria lingua. Mentre alcuni potrebbero opporsi a questo "pacchiano sillogismo whorfiano", lo stesso Whorf cercò semplicemente di sostenere che il pensiero e l'azione erano linguisticamente e socialmente mediate. In questo modo si opponeva a ciò che chiamava una posizione "logica naturale", poiché egli sosteneva che "si suppone che parlare, o l'uso della lingua, 'esprimano' solo ciò che è essenzialmente già formulato dal punto di vista non linguistico" (Language, Thought and Reality p. 207).

Su questa base, argomentava, "il pensiero non dipende dalla grammatica ma dalle leggi della logica o della ragione che si suppone siano le stesse per tutti gli osservatori dell'universo" (Language, Thought and Reality, p. 208).


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 11:00 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Metafora concettuale

Nella linguistica cognitiva la metafora è definita come comprensione di un dominio concettuale in termini di un altro dominio concettuale, p. es. l'esperienza di vita di una persona contro quella di un'altra. Un dominio concettuale è una qualsiasi organizzazione coerente dell'esperienza.

Quest'idea - ed i suoi processi di fondo - furono esplorati in dettaglio per la prima volta da George Lakoff e Mark Johnson in Metafora e vita quotidiana ("Metaphors We Live By").

Mappature

Una metafora concettuale consiste di due domini concettuali, dove un dominio viene compreso in termini di un altro. Le espressioni metaforiche linguistiche sono parole o altre espressioni linguistiche che provengono dalla lingua o dalla terminologia del dominio concettuale più concreto. Le metafore concettuali sottostanno alle espressioni metaforiche. Tendono ad essere pre-linguistiche e a fare assunzioni fondamentali riguardanti lo spazio, il tempo, il movimento, il conteggio, il controllo, ed altri elementi essenziali dell'esperienza umana.

Il dominio concettuale da cui sono tratte le espressioni metaforiche è detto dominio sorgente.

Il dominio concettuale che si tenta di capire è detto dominio obiettivo o dominio bersaglio.


Le metafore concettuali impiegano tipicamente un concetto più astratto come obiettivo e un concetto più concreto o fisico come sorgente. Ad esempio, metafore quali 'i giorni a venire' oppure 'offrire il proprio tempo' si affidano a concetti più concreti, esprimendo così il tempo (il concetto più astratto o bersaglio) come come un (più concreto) percorso nello spazio fisico o come una sostanza (che può essere presa o offerta in dono). Metafore concettuali differenti tendono ad essere invocate quando l'oratore tenta di argomentare per un certo punto di vista o condotta di azione. Ad esempio, tendiamo ad associare i 'giorni a venire' più con la leadership e 'offrire il proprio tempo' più con la negoziazione (se il tempo è una sostanza, chiaramente, dovrà essere scambiato con cose di sostanza, e questa metafora chiarisce ciò meglio della metafora precedente). La selezione di tali metafore tende ad essere diretta da uno scopo subconscio o implicito, nella mente di chi le sceglie.

Il principio di unidirezionalità afferma che il processo metaforico va tipicamente dal più concreto al più astratto ma non nella direzione opposta. Di conseguenza, i concetti astratti sono compresi in termini di concetti-campione concreti. Una versione estrema di questa prospettiva è espressa nella scienza cognitiva della matematica, dove si propone che la matematica stessa, il mezzo di astrazione più ampiamente accettato nella comunità umana, risente di una tendenza cognitiva unica agli esseri umani, ed ai processi campione, p. es. il conteggio, il movimento lungo un percorso, che sono compresi da tutti gli esseri umani attraverso le loro esperienze.

Una mappatura è l'insieme sistematico di corrispondenze che esiste tra gli elementi costituenti dei domini sorgente e bersaglio. Molti elementi dei concetti bersaglio vengono dai domini sorgente e non sono preesistenti. Riconoscere una metafora concettuale significa riconoscere l'insieme di mappature che si applica ad un dato accoppiamento sorgente-bersaglio.

La lingua e la cultura come mappature

Si presume che tale conoscenza sia largamente inconscia ed emerga nell'acquisizione del linguaggio. Quine ed altri autorevoli esponenti della più recente filosofia della matematica hanno sostenuto che ogni linguaggio naturale umano riflette una ontologia data per scontata che facilita l'impiego di certe metafore concettuali e ne rende altre più difficili o complesse, e pertanto meno convincenti. Se così è, ogni linguaggio naturale diventa una 'mappatura' dall'esperienza concreta della vita umana primitiva al più astratto e socialmente prescritto 'dominio bersaglio' della cultura. Una conseguenza di questo sarebbero grandi difficoltà nell'apprendere un nuovo linguaggio naturale nella vita adulta, come effettivamente sembra verificarsi.

Alcune metafore concettuali discusse in (Lakoff, Johnson, 1980):

L'AMORE È UN VIAGGIO
LE ORGANIZZAZIONI SOCIALI SONO PIANTE
L'AMORE È GUERRA

Ognuna di queste invoca certe presunzioni circa l'esperienza concreta e richiede che il lettore o ascoltatore le applichi ai concetti molto più astratti dell'amore o dell'organizzazione sociale allo scopo di comprendere la frase dove la metafora concettuale è usata.

Vi sono numerosi modi in cui questo processo di assunzione ed applicazione di metafore manipolerebbe la percezione e la comunicazione umana, soprattutto nei mezzi di comunicazione di massa e nella politica pubblica:

Propaganda

Noam Chomsky, un altro linguista, ha proposto (con Edward S. Herman) un modello della propaganda consistente di filtri mediatici che impediscono a notizie o opinioni che violano le metafore concettuali fondamentali degli uditori di essere affatto ascoltate nell'arena pubblica. A suo parere, la capacità umana fondamentale di acquisizione linguistica e metaforica viene abusata restringendo, nei mezzi di comunicazione di massa, la gamma ed il tipo di metafore cui è esposto il cittadino.

Specificamente, mappature che diano rilievo alla stabilità della proprietà o alla paura del conflitto con l'autorità tenderebbero ad essere enfatizzate in un mezzo di comunicazione di massa a controllo privato-corporativo, e mappature che tendessero a dar rilievo al rischio di conflitti sulle risorse o di iniquità tenderebbero ad essere de-enfatizzate, o completamente censurate.

Etica e ruoli familiari

Un'affermazione meno estrema ma simile è quella fatta da George Lakoff in 'Moral Politics': l'arena politica pubblica riflette necessariamente una metafora concettuale fondamentale della "famiglia", e di conseguenza ci si possono aspettare figure "paterne", "autoritarie", "di destra" e figure "materne", "allevatrici", "di sinistra", che non possono essere fondamentalmente alterate da alcuna lotta o opposizione diretta. Due prospettive fondamentali dell'economia politica sorgono dal desiderio di vedere lo stato-nazione agire 'più come un padre' o 'più come una madre'.

L'urbanista teorica ed eticista Jane Jacobs fece questa distinzione in termini meno legati al genere differenziando tra un'"etica del guardiano" ed un'"etica del commerciante". La custodia ed il commercio erano due attività concrete che un essere umano tendeva ad imparare ad applicare metaforicamente a tutte le scelte nella vita futura. In una società dove custodire i bambini era il dovere primario femminile, e commerciare in un'economia di mercato il dovere primario maschile, i due presunti ruoli di Lakoff sarebbero venuti ad essere assegnati alla madre ed al padre rispettivamente, nella cognizione propria del bambino.

Entrambe queste teorie suggeriscono che possano esservi grandi condizionamenti sociali e pressioni verso specifiche tendenze cognitive. A prova di ciò, gli antropologi osservano che tutte le società tendono ad avere ruoli assegnati per età e per genere

Linguistica e politica

Lakoff, Chomsky, e Jacobs dedicano tutti una elevata proporzione del proprio tempo all'attualità ed alla teoria politica, cosa che suggerisce che vi sia almeno una tendenza per teorici della metafora concettuale o linguisti rispettati a mettere in pratica lo loro opinioni da attivisti. In effetti, se le metafore concettuali sono così fondamentali come tutti loro sembrano pensare, potrebbero non avere letteralmente scelta.

I critici di questo approccio etico al linguaggio tendono ad accettare cle le locuzioni idiomatiche riflettono fortemente le metafore concettuali, ma la grammatica effettiva molto meno (affermazione accettata da Chomsky), ed i concetti transculturali più fondamentali del metodo scientifico e della pratica matematica tendono a minimizzare l'impatto delle metafore (asserzione fermamente respinta da Chomsky). Tali critici tendono a vedere Such Lakoff e Chomsky e Jacobs come 'figure di sinistra', e non accetterebbero la loro politica come qualsiasi tipo di crociata contro un'ontologia radicata nella lingua e nella cultura, ma piuttosto come un peculiare passatempo, né parte della scienza linguistica né di grande utilità.

Parzialmente in risposta a critiche del genere, Lakoff e Raphael Nunez, nel 2000, proposero una scienza cognitiva della matematica che spieghi la matematica come conseguenza - e non alternativa - della dipendenza umana verso la metafora concettuale per comprendere l'astrazione in termini di esperienziali concreti fondamentali.

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Paradosso

Un paradosso, dal greco para, oltre e doxa, opinione, è qualcosa che sfida l'opinione comune: si tratta, infatti (secondo la definizione che ne dà Mark Sainsbury) di "una conclusione apparentemente inaccettabile, che deriva da premesse apparentemente accettabili per mezzo di un ragionamento apparentemente accettabile".

Un sinonimo è antinomia, usato in filosofia ed economia.

In matematica si tende a distinguere il concetto di paradosso, che consiste in una proposizione perfettamente dimostrata, ma lontana dall'intuizione, dal concetto di antinomia che consiste in una contraddizione logica.

Sin dall'inizio della storia scritta, si hanno riferimenti ai paradossi: dai paradossi di Zenone alle antinomie kantiane, fino a giungere ai paradossi della meccanica quantistica e della teoria della relatività generale, l'umanità si è sempre interessata ai paradossi.

Un'intera corrente filosifico-religiosa, il buddhismo zen, affida l'insegnamento della sua dottrina ai koan, indovinelli paradossali. Alcuni paradossi, poi, hanno preceduto di secoli la loro risoluzione.

Prendiamo ad esempio il paradosso di Zenone della freccia:

"Il terzo argomento è quello della freccia. Essa infatti appare in movimento ma, in realtà, è immobile: in ogni istante di fatti occuperà solo uno spazio che è pari a quello della sua lunghezza; e poiché il tempo in cui la freccia si muove è fatta di infiniti istanti, essa sarà immobile in ognuno di essi."

Come si può distinguere la freccia in movimento da quella ferma, e smentire il paradosso? Oggi sappiamo che, secondo la teoria della relatività ristretta, una freccia in moto rispetto all'osservatore appare a questi più corta della stessa freccia ferma rispetto all'osservatore. Tra Zenone e la relatività ristretta intercorrono ben 24 secoli!

Molti paradossi sono alla base di trame di film famosi, ad esempio nel secondo Terminator, scopriamo che le macchine hanno origine dai resti del primo terminator inviato, una versione del classico paradosso del nonno. Meno noto è il paradosso del Comma 22 del codice di guerra dei Klingon, desunto quasi letteralmente dal romanzo Comma 22.

Un altro tipo di paradosso è quello dei paradossi in senso letterale, ossia contro l'opinione comune. Ad esempio, si parla molto del riscaldamento globale e dell'effetto serra. Secondo i modelli climatologici accettati, il riscaldamento dell'Artico, con il conseguente scioglimento dei ghiacci, causa il raffreddamento dell'Europa. Quindi più fa caldo (globalmente) più fa freddo (localmente). Questo è noto come paradosso dell'Artico.

I paradossi dei sensi

Nelle neuroscienze sono noti molti paradossi dovuti all'imperfezione dei sensi, o all'elaborazione dei dati da parte della mente. Ad esempio, è possibile creare un suono che sembra crescere sempre, mentre in realtà è ciclico. Per il tatto, basta provare con un compasso a due punte: sul polpastrello si percepiscono due punte separate di pochi millimetri, mentre sulla schiena se ne percepisce solo una anche a qualche centimetro. Oppure si immergono le mani in due bacinelle di acqua una calda ed una fredda; dopo un paio di minuti si immergono enrtambe in una bacinella tiepida, e si avranno sensazioni contrastanti: fredda e calda.

Le illusioni ottiche sono un altro esempio di paradossi sensoriali.

I primi paradossi

Il più antico paradosso si ritiene essere il paradosso di Epimenide, in cui il Cretese Epimenide afferma:

"Tutti i cretesi sono bugiardi". Poiché Epimenide era originario di Creta, la frase è paradossale. A rigor di logica, moderna ovviamente, questo non è un vero paradosso: detta p la frase di Epimenide, o è vera p o è vera non p. Il contrario di p è Non tutti i cretesi sono bugiardi, ossia Qualche cretese dice la verità, Epimenide non è uno di quelli, e la frase è falsa. Tuttavia la negazione dei quantificatori non era ben chiara nella logica degli antichi greci. Subito dopo troviamo i paradossi di Zenone. Un altro famoso paradosso dell'antichità, questo sì irresolubile, è il paradosso di Protagora, più o meno contemporaneo di Zenone di Elea.

Classificazione dei paradossi

Esistono varie forme di classificazione dei paradossi. Secondo le loro implicazioni, i paradossi si dividono in:

-Positivi od ontologici
-Nulli o retorici
-Negativi o logici

a seconda delle loro implicazioni. Un paradosso si dice positivo se attraverso un ragionamento paradossale rafforza le conclusioni a cui si arriva: un esempio ne è la teoria della relatività ristretta. Un paradosso nullo o retorico deriva dal tipico ragionamento sofista, che dimostra una cosa ed il suo contrario, come i già citati paradossi di Zenone. Infine, i paradossi negativi portano il ragionamento a partire da un'ipotesi alla negazione della stessa, e sono in pratica una dimostrazione per assurdo della falsità dell'ipotesi di partenza. Di quest'ultimo tipo sono molti teoremi matematici e fisici, come ad esempio il teorema dell'infinità dei numeri primi o il teorema di Church.

Se invece categorizziamo che cosa ci appare paradossale secondo i nostri sensi, abbiamo i paradossi visivi, auditivi, tattili, gustativi e olfattivi, più spesso indicati come anomalie o ambiguità, e i paradossi logici e matematici che sono categoria a sé.

Paradossi dell'induzione

Molti ritengono David Hume responsabile di aver introdotto il problema dell'induzione. In realtà, nella versione del paradosso del sorite, tale problema era noto sin dai tempi di Zenone, vero padre del pensiero paradossale.

Il paradosso del sorite afferma:

"Un granello di sabbia che cade non fa rumore, quindi nemmeno due, e nemmeno tre, e così via. Quindi nemmeno un mucchio di sabbia che cade fa rumore".

Oppure il suo inverso: se tolgo un granello di sabbia ad un mucchio, è ancora un mucchio, così se ne tolgo due e così via. Tuttavia 10 granelli non fanno un mucchio. Qual è allora il granello che fa passare da un mucchio ad un non-mucchio? Anche se questo problema può essere risolto con la logica fuzzy, ponendo una funzione che al variare dei granelli restituisca un valore compreso tra 0 e 1, ben più difficile è la risoluzione del seguente paradosso:

0 è un numero piccolo
1 è un numero piccolo

Per l'assioma dell'induzione, se una proprietà vale per 0 e se, dall'ipotesi che valga per un generico n discende che vale anche per n+1, allora vale:

Quindi ogni numero è piccolo.
Questi problemi sono i principali argomenti di discussione dell'epistemologia moderna, che fondamentalmente si riassumono in Quando si può definire vera una teoria?

Il paradosso della chiaroveggenza

Uno dei paradossi più intriganti della teoria dei giochi è il paradosso di Newcomb, che riguarda il principio di dominanza, ed è il seguente.

Supponiamo che esista un oracolo, che sappia in anticipo quali saranno le mie decisioni. Egli mette in una busta 1.000.000 €, ma solo se sceglierò solo questa, altrimenti la lascia vuota. Poi mi vengono presentate due buste, una con sicuramente 1.000 €, e l'altra è quella dell'oracolo. Posso scegliere se prendere una sola busta o tutte e due. Se applico il principio di massima utilità, mi conviene prendere solo la seconda, e mi fido dell'oracolo. Se applico il principio di minima perdita, mi conviene sceglierle entrambe: se l'oracolo ha ragione, prendo almeno 1.000 €, se sbaglia 1.001.000 €. Il paradosso nasce dalla visione delle cose: se la scelta dell'oracolo si considera già effettuata al momento della scelta, applichiamo il principio di dominanza, e conviene prendere sempre entrambe le buste. Se invece ammettiamo che il comportamento dell'oracolo sia influenzato dalla nostra scelta, ammettiamo il principio di utilità e conviene prendere solo la prima. Uno dei due principi non è quindi razionale, oppure non esiste la preveggenza. Si possono trovare argomenti a favore di tutte e tre le ipotesi. Tra l'altro, basta che l'oracolo indovini più del 50% delle volte.

Ancora peggio, la chiaroveggenza potrebbe essere dannosa: supponiamo che ci sia una gara automobilistica della specie "Perde chi sterza per primo", in cui due macchine sono lanciate l'una contro l'altra. Se uno dei due è chiaroveggente, la strategia migliore per l'altro è non sterzare: il veggente lo sa, e quindi sterzerà per primo, se non vuole lasciarci le penne.

Tanto gentil e tanto onesta, pare...

Ossia così sembra ma non è, anche se le parole del Vate non avevano questo significato. Vediamo come a volte il buon senso, anche il buon senso matematico, può farci prendere degli abbagli: l'esempio più noto, forse, lo troviamo nella teoria dei numeri. In questa branca della matematica, lo studio dei numeri primi e della loro distribuzione riveste, da almeno due secoli, primaria importanza. Dopo la sconfitta dell'ultimo teorema di Fermat, resta aperta la Congettura di Riemann sulla sua funzione zeta, che collega la distribuzione dei numeri primi con gli zeri di tale funzione. Finora se ne sono trovati miliardi (letteralmente) che giacciono sulla retta x=1/2, e la congettura è appunto che tutti gli zeri giacciano su questa linea. Ma smentite di quello che sembrerebbe evidente (ce ne sono miliardi...) sono famose in matematica, e una riguarda proprio i numeri primi.

La quantità di numeri primi inferiori ad un certo numero, diciamo n, può essere approsimata dalla funzione logaritmo integrale, o Li(n), di Gauss, definta come: . Questo valore sembra essere sempre maggiore della vera distribuzione dei numeri, solitamente indicata con Π(n), fino a numeri di centinia di cifre. Tuttavia nel 1914 John Littlewood ha dimostrato che Π(x) - Li(x) per x intero cambia di segno infinite volte. Nel 1986 Herman te Riele ha dimostrato che esistono più 10180 interi consecutivi per cui Π(x) - Li(x) non è mai minore di 6,62×10370. Altra paradossale situazione è il teorema di Goodstein: si definisce una funzione che, pur crescendo esponenzialmente e venendo ridotta ad ogni iterazione di 1, dopo innumerevoli iterazioni ritorna a 0.

Il che dimostra anche, per inciso, come Ercole avrebbe potuto uccidere l'Idra di Lerna da solo, senza aiuti per cicatrizzarne le teste tagliate. Quindi, nonostante miliardi di esempi a favore, la verità o falsità della congettura (o ipotesi, visto che si pensa generalmente che sia vera) di Riemann è tuttora in discussione.

Tornando al teorema di Goodstein, esso appartiene a quei teoremi di teoria dei numeri non provabili all'interno dei suoi assiomi di base, ossia quelli di Zermelo e Fraenkel, come previsto dal teorema di incompletezza di Gödel: per la sua dimostrazione, infatti, occorre postulare l'esistenza dei cardinali transfiniti.

Lista dei paradossi più noti

L'elenco riporta solo i paradossi più citati.

-Antinomie kantiane
-Paradosso dei gemelli
-Paradosso del mentitore
-Paradosso dell'Alabama
-Paradosso di Condorcet
-Paradosso di Russell
-Paradossi di Zenone
-Paradosso idrodinamico

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 11:17 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Paratesto

Il paratesto, dal punto di vista linguistico-semiotico è l’insieme di una serie di elementi distinti, testuali e grafici, che sono di contorno a un testo e lo prolungano nel tempo e nello spazio.

Questa frangia, dai limiti non sempre definiti, conferisce al testo una sua materialità ed una dimensione pragmatica. Il paratesto viene aggiunto al testo per presentarlo, nel senso corrente del termine, ma anche nel suo senso più profondo, renderlo presente, strettamente collegato alla distribuzione, ricezione e al consumo del testo.

Gli elementi del paratesto, hanno necessariamente un’ubicazione, che si può situare: intorno al testo, è il caso del peritesto; a distanza dal testo, è il caso dell’epitesto. Secondo Peeter Torop, inoltre, il paratesto è parte di una categoria più grande, il metatesto.

La paratestualità è, quindi, come una relazione fra il testo e quei “segnali accessori”, considerati o meno come appartenenti a esso, autografi o allografi, che procurano al testo un contorno (variabile) e a volte un commento ufficiale o ufficioso. Una relazione che ha un forte impatto sul ricettore, sia esso un lettore nel caso di testi scritti, un ascoltatore in testi orali e così via.

Origine del termine

Il termine paratesto, formato dal greco para (vicino, affine, ma anche contrapposto) e dal latino textus (tessuto, da texere: tessere, intrecciare), si deve al linguista francese Gérard Genette. Si sviluppa a partire dalle riflessioni contenute in Palimpsestes: la littérature au second degré, Paris, Seuil, 1981 [tr. it. di Raffaella Novità, Palinsesti: la letteratura al secondo grado, Torino, Einaudi, 1997] e attraversa tutta l’opera del critico francese sino a Seuils, Paris, Seuil, 1987 [ed. it. a cura di Camilla Maria Cederna, Soglie. I dintorni del testo, Torino, Einaudi, 1989]: il titolo originale del libro e il nome dell’editore coincidono nell’opera in cui Genette si interroga su quali elementi fanno di un testo, un libro.

Approfondimento

Elemento generalmente trascurato dal pubblico, che spesso lo subisce senza avvedersene e trascurato dagli specialisti che solitamente evitano di prendere in considerazione particolari apparentemente marginali, il paratesto non è soltanto un elemento strettamente collegato al testo, né si limita a svolgere una funzione meramente ausiliare.

Il paratesto previene il testo, ne assicura la ricezione, funziona come una soglia, un vestibolo, una zona indecisa tra il dentro (il testo) e il fuori (il discorso delle persone sul testo) senza limiti rigorosi, diviene una sorta di consiglio per la lettura e stabilisce un primo patto con il ricettore, invitandolo ad assumere un determinato atteggiamento interpretativo. Il ricettore coglie dal paratesto delle indicazioni di genere, comincia a valutare il tipo di atto comunicativo che il testo gli propone e al contempo a identificare la porzione di enciclopedia e le esperienze testuali pregresse simili che è chiamato ad attivare per procedere all’interpretazione del testo.

Questa frangia del testo che, come diceva Philippe Lejeune (1975: 45), «in realtà ne dirige tutta la lettura» costituisce una zona non solo di transizione, ma di transazione: è il luogo privilegiato dell'istanza autoriale, di una strategia sul pubblico.

È qui che l'autore, direttamente o indirettamente, manifesta la propria “autorità” nei confronti del testo e della sua interpretazione con il compito, più o meno compreso e realizzato, di far meglio accogliere il testo e di sviluppare una ricezione più pertinente, agli occhi, s'intende, dell'autore e dei suoi alleati.

Il paratesto è composto dunque empiricamente da un insieme eteroclito di pratiche e di discorsi di tutti i tipi e di tutte le età riuniti sotto lo stesso termine in nome di una comunanza di interessi, o convergenza di risultati, che sembra più importante della loro diversità. I modi e le possibilità del paratesto si modificano incessantemente secondo le epoche, le culture, i generi, gli autori, le opere, le edizioni di una stessa opera, con differenze spesso notevoli.

Dal fatto che il paratesto svolge sempre una funzione, non consegue necessariamente che la svolga sempre bene e, ancora, tutte le indicazioni che ne derivano possono essere seguite o meno dal lettore, a seconda della loro efficacia, del contesto sociale e sicuramente degli strumenti che il lettore ha per decodificarle appieno. Una descrizione del paratesto non deve mai dimenticare, infine, che il suo oggetto è un discorso, il paratesto appunto, che ha a sua volta come oggetto un discorso, il testo cui si relaziona. Il significato del paratesto dipende dunque da numerosi fattori tra cui necessariamente il significato dell'oggetto, il testo, che è a sua volta un significato.

Peritesto ed epitesto

Nel caso dei testi scritti è abbastanza facile suddividere il paratesto in due zone editoriali distinte: il peritesto e l’epitesto.

Peritesto

Il peritesto è la categoria spaziale, la zona, in cui si raccolgono gli elementi paratestuali vicini al testo: intorno al testo, nello spazio dell’opera, con una funzione paratestuale quasi esclusivamente di presentazione, di indirizzo e di commento del testo. È il “nocciolo duro” del paratesto, possiede una forma e generalmente posizioni fisse, quasi canoniche: all’inizio del testo (frontespizi, titoli, dediche, epigrafi, prefazioni ecc.), in margine (note, chiose ecc.) e alla fine del testo (postfazioni, tavole, appendici ecc.) ma fanno parte del peritesto anche il formato dell'opera, la sua composizione grafica ecc.

Epitesto

È epitesto qualsiasi elemento paratestuale che non si trovi annesso al testo ma in relazione con esso, che circoli in qualche modo in libertà, in uno spazio fisico e sociale virtualmente illimitato. Il luogo dell’epitesto è quindi ovunque fuori dall’opera, senza che questo pregiudichi un suo eventuale inserimento successivo nel peritesto, come nel caso delle interviste all’autore che vengono inserite nelle edizioni successive di un’opera.

Ha una funzione estremamente importante per il testo rispetto al quale può anche essere temporalmente anteriore. Una funzione che non è sempre essenzialmente paratestuale: molte conversazioni spesso riguardano non tanto l’opera dell’autore, ma la sua vita, le sue abitudini, la situazione politica. La sua funzione paratestuale non ha limiti precisi: in essa il commento dell’opera si diffonde indefinitamente in un discorso biografico, critico o altro, in cui il rapporto con l’opera è spesso indiretto e al limite indistinguibile. Tutto quello che un autore dice o scrive nella sua vita, il mondo che lo circonda ecc., può avere una pertinenza paratestuale.

È una categoria, quindi, estremamente vasta e mutevole che può essere suddivisa in quattro aree: epitesto editoriale, allografo ufficioso, autoriale pubblico, autoriale privato.

Epistesto editorale

La funzione principale dell’epitesto editoriale è quella pubblicitaria e promozionale, ne sono un esempio i manifesti pubblicitari, le inserzioni sui giornali, tutta la serie di adozioni pubblicitarie legate all’editore e alla necessità di commercio.

Allografo ufficioso

L’allografo ufficioso, vale a dire più o meno autorizzato, è una categoria molto meno indagata. Potrebbero iscriversi in questa categoria ad esempio le edizioni critiche di un’opera edite dalla stessa casa editrice che rappresenterebbe, in questo modo, una forma indiretta di approvazione autoriale. Il più delle volte l’epitesto ufficioso prende la forma di un articolo critico o di una recensione un po’ “teleguidati” attraverso alcune indicazioni autoriali che il pubblico non viene generalmente a sapere.

L’epitesto editoriale e l'allografo ufficioso sfuggono, in linea di massima, alla responsabilità dichiarata dell’autore, anche se questi ha partecipato più o meno attivamente alla sua produzione.

Epitesto Autorale

Ma queste due forme di epitesto sono abbastanza marginali, per la gran parte l’epitesto è autoriale nelle sue distinzioni pragmatiche di pubblico, ovvero indirizzato per definizione al pubblico in generale, anche se di fatto ne raggiunge una frazione limitata; e privato, ovvero indirizzato a persone individuali anche se poi servono, magari, solo da intermediari per il grande pubblico. Sono esempi di epitesto autoriale le autorecensioni, le interviste o conversazioni, i dibattiti, le corrispondenze, le confidenze orali, i diari personali ecc.

Esempi di paratesto

Fra i paratesti più comuni, possiamo citare i titoli di ogni genere, le sigle televisive o radiofoniche, le icone nei software dei computer, le dediche, le interviste all’autore, i sipari teatrali ecc.

-Il paratesto di un libro, è costituito dalle sue introduzioni e postfazioni, dal colophon, dalla copertina, dal formato (grande o tascabile), ma anche dai testi pubblicitari che lo presentano in libreria.

-Il campo editoriale è stato quello finora utilizzato per gli esempi. Ma anche nel giornalismo, ad esempio per quanto riguarda la carta stampata, è paratesto il formato del giornale, la divisione in sezioni dei contenuti, la composizione grafica delle pagine, l’apparato di immagini a corredo dei testi, la mole di tabelle, grafici, schemini, riassunti ecc. che rientra nell’infografica, i titoli, con occhielli, sommari, catenacci ecc., e questo considerando il solo peritesto.

-In campo cinematografico una forma notissima di epitesto (editoriale) sono i trailer dei film che precedono l’uscita del film stesso ma anche le interviste al regista, agli attori ecc. Sono paratesto anche i sottotitoli in altra lingua, i titoli d’inizio e di coda con le relative musiche, a meno che non si tratti della colonna sonora del film che ha una natura differente.

-In televisione il paratesto è presente in ogni trasmissione con sigle, tabelle informative, numeri in sovrimpressione, titoli dei servizi, sottotitoli in lingue differenti ecc. ma nuove categorie nascono in continuazione grazie al digitale terrestre e all’interattività.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 11:18 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Performativo (atto verbale)

L'atto performativo fa parte della Teoria degli atti linguistici elaborata da Austin (Lancaster il 26 marzo 1911 - Oxford 8 febbraio 1960).

Mediante l'atto performativo si compie quello che si dice di fare, conseguentemente si produce immediatamente un fatto reale. Si contrappone all'atto costatativo che si limita a costatare, ad affermare qualcosa, descrivendo il fatto.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 11:29 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Willard Van Orman Quine

Willard Van Orman Quine (Akron, Ohio, 25 giugno 1908 - Boston, Massachusetts, 25 dicembre 2000) fu uno dei più influenti filosofi e logici statunitensi del XX secolo.

Quine ha ricoperto la cattedra Edgar Pierce di filosofia della Harvard University dal 1956 al 2000. Chiamato da taluni "il filosofo del filosofo", è il modello quintessenziale del filosofo analitico.

Tra le sue maggiori opere Two Dogmas of Empiricism, influente attacco alla concezione dei positivisti logici sulle proposizioni analitiche e sintetiche e Word and Object.

Vita

Cresciuto ad Akron, nell'Ohio, ottiene un B.A. dall'Oberlin College e un Ph.D. dalla Harvard University nel 1932. Ad Harvard ha studiato logica con Alfred North Whitehead. Nei due anni successivi viaggia in Europa grazie ad una generosa borsa di studio e viene a contatto con i logici polacchi e con il Circolo di Vienna, in particolare con Rudolf Carnap.

Dal 1942 al 1946 lavora presso la United States Navy Intelligence, raggiungendo il grado di Lieutenant Commander.

Tra i suoi sudenti di Harvard molti sono diventati filosofi di fama: tra questi Donald Davidson, David Lewis e Daniel Dennett.

Opera

La maggior parte delle prime pubblicazioni di Quine hanno riguardato la logica formale. Successivamente egli ha gradualmente spostato i suoi interessi verso questioni di ontologia, epistemologia e linguaggio; dagli anni 1960 sostanzialmente egli ha sviluppato un suo progetto di "epistemologia naturalizzata" avente lo scopo di dare risposte a tutte le questioni sostanziali della conoscenza e del significato utilizzando metodi e strumenti delle scienze naturali.

Quine ha decisamente rifiutato la visione secondo la quale c'è una "prima filosofia", costituente un punto di vista teoretico in qualche modo precedente la scienza e capace di giustificarla. Entrambi queste prese di posizione generali fanno parte del naturalismo filosofico di Quine.

Rifiuto della distinzione analitico-sintetico

Negli anni 1920 e 1930, le discussioni con Carnap, Nelson Goodman, Alfred Tarski e altri hanno condotto Quine a dubitare della tenuta della distinzione, fondamentale per il positivismo logico, fra "enunciati analitici" - quelli veri o falsi semplicemente in relazione ai significati dei termini che li compongono come: "Tutti gli scapoli non sono ammogliati" - ed "enunciati sintetici", veri o falsi in relazione ai fatti del mondo come: "C'è un gatto sullo zerbino."

Per Quine, perché un enunciato possa dirsi analitico, deve essere vero per definizione.

Ad esempio, la proposizione Tutti gli uomini non ammogliati sono scapoli è considerata analitica. Tuttavia per Quine, questa proposizione non può essere vera per definizione, ma piuttosto la sua verità è contingente a un fatto nel mondo. Quindi, per Quine, le proposizioni che precedentemente erano considerate analitiche sono sintetiche - e la distinzione viene dissolta.

La ragione per la quale la proposizione Tutti gli uomini non ammogliati sono scapoli è sintetica dipende dai due termini “non ammogliati” e “scapoli”. La ragione della sua analiticità è che i due termini si suppone si riferiscano alla stessa cosa. Quine si chiede "Come sappiamo che essi in effetti si riferiscono alla stessa cosa?" Se essi sono analitici, devono essere logicamente equivalenti, ma la loro equivalenza non è una funzione della logica, come “senza moglie” e “non ammogliato”, ma piuttosto dipende dal mondo. Non si può dire che i due termini “significhino” la stessa entità, in quanto il significato è intenzionale. Ma Quine respinge l'intenzionalità a causa del suo comportamentismo, in quanto crede che non ci sia modo di verificare empiricamente le proposizioni concernenti gli stati mentali. Inoltre non può essere necessariamente vero per definizione che “scapolo” e “uomo non ammogliato” siano sinonimi, in quanto le definizioni dipendono dal linguaggio e il linguaggio dipende dalla convenzione. Quindi dobbiamo osservare il mondo per vedere se in effetti i termini “scapolo” e “uomo non ammogliato” si riferiscono allo stesso oggetto; tuttavia, dato che questo è un giudizio sintetico, può essere vero solo probabilisticamente. Ancora, Quine ricorda che i due termini non coincidono in quanto “uomo non ammogliato” è una stringa di 19 lettere, mentre “scapolo” ne ha 7. In essenza, anche se abbiamo una buona evidenza che i due termini si riferiscono alla stessa cosa, l'enunciato che li lega ancora non è analitico, in quanto non è necessariamente vero. Per Quine la distinzione fra analitico e sintetico non è garantita.

La indeterminatezza della traduzione

Il libro Word and Object (1960) riassume molto del precedente lavoro di Quine al di fuori della logica formale. Quine esamina i metodi che sarebbero disponibili a un "linguista sul campo" che cercasse di tradurre un linguaggio a lui prima sconosciuto. Egli osserva che ci sono molti modi per suddividere una sentenza in parole e diversi modi per distribuire funzioni tra le parole. Ogni ipotesi di traduzione potrebbe essere difesa solo ricorrendo al contesto: osservare quali altre sentenze un parlante nativo pronuncerebbe. Ma una analoga indeterminatezza comparirebbe ancora: ogni ipotesi di traduzione può essere difesa se si adottano abbastanza ipotesi compensatorie riguardanti altre parti del linguaggio.

L'esempio proposto da Quine in proposito, ora divenuto leggendario riguarda la parola "gavagai" pronunciata da un nativo in presenza di un coniglio. Il linguista potrebbe tradurla con "coniglio", o con "Guarda, un coniglio", o "mosca del coniglio" (nome di un supposto genere di insetto che non abbandona i conigli), oppure "cibo" oppure "Andiamo a caccia", o "Stanotte ci sarà una tempesta" (se i nativi hanno particolari credenze sui collegamenti conigli-tempeste), o anche "momentaneo stadio del coniglio", "sezione temporale di una estensione tetradimensionale spazio-temporale di un coniglio", "massa di coniglità", o "parte di coniglio non individuata".

Alcune di queste ipotesi alla luce di ulteriori osservazioni possono diventare meno probabili -- cioè ipotesi meno maneggevoli. Altre possono essere scartate solo ponendo ai nativi delle domande. Una risposta affermativa a "È questo lo stesso gavagai di quello precedente?" farà scartare "momentaneo stadio del coniglio", e così via. Ma queste domande possono essere poste solo dopo che il linguista ha imparato a padroneggiare una buona dose della grammatica e del vocabolario astratto dei nativi; questo a sua volta può essere fatto sulla base di ipotesi derivate da più semplici frammenti di linguaggio collegate a osservazioni; e quelle sentenze, per parte loro, consentono interpretazioni multiple, come abbiamo constatato.

Non c'è modo di sfuggire a questa circolarità. Infatti, essa interviene in forma analoga anche nella interpretazione di discorsi pronunciati nella lingua del linguista e anche nell'interpretazione delle proprie espressioni. Questa considerazione, contrariamente a una diffusa interpretazione meramente caricaturale di Quine, non porta allo scetticismo sul significato -- o questo significato è nascosto e inconoscibile, oppure queste parole sono prive di significato. Quine giunge a concludere che c'è e ci può essere non più significato di quello che potrebbe essere imparato da un comportamento di un parlante. In realtà non c'è proprio alcuna necessità di sostenere tali entità come "significati", in quanto la nozione di uguaglianza di significato non può ottenere alcuna spiegazione utilizzabile, ma dire che non ci sono "significati" non equivale a dire che le parole non significano. Di conseguenza a proposito di una traduzione da un linguaggio all'altro non si possono porre dilemmi di "giusto" o "sbagliato".

Ci sono solo questioni di "meglio" e "peggio". E la scelta fra questi attributi non pone questioni di "accuratezza" come quella che sarebbe ordinariamente costruita: le teorie della traduzione sono migliori o peggiori, in relazione al migliore o peggiore successo con il quale predicono successivi enunciati e traducono secondo un più o meno semplice schema di regole.

Olismo della conferma e relatività ontologica

La tesi centrale che sta alla base della indeterminatezza della traduzione e di altri sviluppi dell'opera di Quine è costituita dalla relatività ontologica e dalla teoria correlata dell'olismo della conferma. La premessa dell'olismo della conferma è che tutte le teorie di quello che esiste (e le affermazioni derivate nel loro ambito) non sono sufficientemente determinate dai dati empirici (dati, dati sensoriali, evidenza); ogni teoria con la sua interpretazione dell'evidenza è ugualmente giustificabile. Così la Weltanschauung degli dei omerici secondo gli antichi greci è credibile quanto le onde elettromagnetiche del mondo dei fisici.

Per quanto riguarda la sua personale credenza, Quine chiarisce alla fine dei Two Dogmas of Empiricism:

«In quanto empirista io continuo a pensare lo schema concettuale della scienza, in definitiva, come uno strumento che serve a prevedere le future esperienze alla luce dell'esperienza passata. Gli oggetti fisici sono concettualmente importati nella situazione come convenienti intermediari non per definizione in termini di esperienza, ma semplicemente come presupposti irriducibili che possono essere confrontati, sul piano epistemologico, agli dei di Omero. ... Da parte mia, in quanto fisico laico, io credo negli oggetti fisici e non negli dei di Omero; e considero un errore scientifico pensarla diversamente. Ma nel momento di stabilire un fondamento epistemologico, gli oggetti fisici e gli dei differiscono solo per il loro grado e non per il loro genere. Entrambi i tipi di entità entrano nelle nostre concezioni solo come presupposti culturali.»

Il relativismo ontologico di Quine lo conduce a concordare con Pierre Duhem quando ritiene che per ogni collezione di evidenza empirica ci sarebbero sempre molte teorie in grado di renderne conto, di inquadrarla. Quindi non è possibile verificare o falsificare una teoria semplicemente confrontandola con l'evidenza empirica; la teoria può sempre essere salvata con qualche modifica. Per Quine il pensiero scientifico ha formato una rete coerente nella quale ogni parte potrebbe essere alterata alla luce dell'evidenza empirica e nella quale nessuna evidenza empirica potrebbe costringere alla revisione di una parte.

L'opera di Quine ha contribuito a una larga accettazione dello strumentalismo nella filosofia della scienza.

Citazioni

-"To be is to be the value of a bound variable"
-"No entity without identity."
-"Philosophy of science is philosophy enough."
-"We cannot stem linguistic change, but we can drag our feet. If each of us were to defy Alexander Pope and be the last to lay the old aside, it might not be a better world, but it would be a lovelier language." Quine was asked what was the correct collective noun for logicians. He replied "It is a sequitur of logicians."

Opere maggiori di Quine

-From a Logical Point of View; Harvard Univ Pr; ISBN (edizione economica, dicembre 1980); edizione italiana Da un punto di vista logico.

(saggi logico-filosofici, a cura di P. Valore, Cortina, Milano 2004. L'articolo en: Two Dogmas of Empiricism riguarda il capitolo 2 di questo libro.)

-Word and Object; MIT Press; ISBN (edizione economica), marzo 1964l'articolo en:Indeterminacy of translation riguarda il capitolo 2 di quest'opera.

-Ontological Relativity and Other Essays; Columbia University Press; ISBN (edizione economica, aprile 1977). In proposito vedi gli articoli en:Ontological relativity, en:Naturalized epistemology e en:Natural kind.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 11:30 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Svolta linguistica

Con l'espressione "svolta linguistica" si intende designare il fenomeno intellettuale che ha contraddistinto ampia parte della filosofia del Novecento: lo spostamento di accento e di attenzione, pressoché su ogni livello filosofico, verso il linguaggio.

Il termine è stato coniato dal filosofo Richard Rorty, il quale, come curatore del volume "The linguistic turn", scrisse un'ampia prefazione, intitolata Metaphilosophical difficulties of linguistic philosophy (difficoltà metafilosofiche della filosofia linguistica), affrontava le conseguenze filosofiche della svolta linguistica, e prefigurava scenari futuri.

In senso stretto, si suole far coincidere la svolta linguistica con la nascita del filone della filosofia analitica, movimento che si propone una analisi il più possibile rigorosa del linguaggio su una base logica il più possibile solida. In senso lato, è possibile comprendere nella svolta linguistica autori lontanissimi dalla filosofia analitica, come Martin Heidegger, grazie alle loro riflessioni sul linguaggio.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 11:37 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Teoria degli atti linguistici

La teoria degli atti linguistici si basa sul presupposto che con un enunciato non si possa solo descrivere il contenuto o sostenerne la veridicità, ma che la maggior parte degli enunciati servano a compiere delle vere e proprie azioni in ambito comunicativo, per esercitare un particolare influsso sul mondo circostante.

L'anno di nascita della teoria degli atti linguistici nella filosofia analitica anglosassone può essere considerato il 1955, in cui John Langshaw Austin tenne una lezione all´università di Harvard dal titolo How To Do Things With Words, che tuttavia fu pubblicata postuma nel 1962.

Il vero responsabile della divulgazione della teoria degli atti linguistici è stato John Searle, che con il suo libro Speech acts del 1969 sistematizza in maniera più efficace sotto alcuni aspetti il pensiero di Austin, anche se modificandolo parzialmente.

Tuttavia, l'opera del fenomenologo Adolf Reinach Die apriorischen Grundlagen des bürgerlichen Rechtes (I fondamenti a priori della legge civile, in Jahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung 1: 685-847, 1913.) già diede un trattamento sistematico degli atti sociali, inclusi gli atti linguistici, quasi 50 anni prima di John Austin. Il lavoro di Reinach si basò principalmente sulle analisi del significato fatte da Edmund Husserl nelle "Ricerche Logiche", ma anche sulle critiche di Johannes Daubert su esse. Inoltre il suo collega ed amico Alexander Pfänder allo stesso tempo stava anche facendo ricerche su ordini, promesse e simili. Purtroppo a :causa della morte prematura di Reinach (nel 1917) e delle due guerre mondiali, la sua teoria non arrivò ad ottenere il livello di fama e diffusione che la filosofia del linguaggio anglosassone gode oggigiorno.

Un atto linguistico consta di quattro parti:

-Locuzione (struttura ed enunciato)
-Proposizione (giudizio sul mondo)
-Illocuzione (obiettivo)
-Perlocuzione (effetto desiderato)

Gli atti linguistici (in riferimento alla parte illocutoria) possono essere suddivisi secondo John Rogers Searle in cinque classi:

-Rappresentativi/Assertivi sostenere, comunicare, annunciare Il parlante formula un enunciato in base alle conoscenze e alle sue credenze.

-Direttivi pregare, ordinare, consigliare Il parlante vuole che l'interlocutore compia (o non compia)una certa azione.

-Commissivi promettere, accordare, offrire, minacciare Il parlante si impegna ad un´azione futura.

-Espressivi ringraziare, salutare, augurare, denunciare Il parlante esprime il suo orientamento psichico per stabilire e mantenere contatti sociali.

-Dichiarativi nominare, rilasciare, battezzare Il parlante ha potere in un determinato ambito istituzionale.

Un atto linguistico può essere diretto o indiretto. In un atto linguistico indiretto non si dice direttamente ciò che si intende dire. Così il parlante formula una domanda anche se intende ottenere una performance.

Esempi

Un dialogo su un tram. Due persone sono sedute una accanto all´altra, la persona A di fianco al finestrino, la persona B di fianco al corridoio.

1. Dialogo:

Persona A: "Scusi, scende?"
Persona B: "No!, un momento." B si alza, e lascia passare A.

La persona B riconosce (quasi indipendentemente da quello che la persona A chiede), che A vuole scendere e agisce adeguatamente. La domanda può anche essere posta con un gesto. In ogni caso le persone coinvolte riconoscono il significato dell´atto linguistico.

2. Dialogo

Persona A: "Scusi, scende?"
Persona B: "Sì, ma c´è ancora tempo!"

Entrambi restano ancora un po´a sedere mentre si trovano già nei pressi della fermata. Poiché ci vuole poco tempo perché entrambi scendano tutti e due possono restare ancora un po´a sedere, finché A non ha nulla in contrario.´

3. Dialogo:

Persona A: "Scusi, scende?"
Persona B: "No!" (resta a sedere)

Questa forma dimostra che l´ascoltatore ha capito di dover dare una risposta ad una domanda si/no. La persona B si comporta (in queste condizioni) in maniera particolarmente inadeguata e scortese, anche se si tratta di una risposta corretta.

Le risposte nelle situazioni 1 e 2 sono corrette e adeguate, quella del dialogo 3 no. Gli atti linguistici sono più di un´acquisizione di conoscenza, contengono esortazioni o accordi per le azioni.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 11:41 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Teoria della comunicazione

La teoria della comunicazione è lo studio rigoroso dei fenomeni di trasmissione di segnali tra un sistema ed un altro di uguale natura.

Comunicare, dal latino communis = che appartiene a tutti, significa propriamente condividere, "mettere qualcosa in comune con gli altri".

L'atto della comunicazione ha infatti lo scopo di trasmettere a qualcuno informazioni e messaggi.

I modi di comunicare sono numerosi e vari, come varie e numerose sono le informazioni che si possono trasmettere. Tuttavia, al di là di tanta varietà, è possibile individuare il meccanismo della comunicazione e le caratteristiche fondamentali che sono comuni ad ogni atto comunicativo.

Il linguista Roman Jakobson, nella sua "teoria della comunicazione verbale" ha schematizzato sei aspetti fondamentali che sono tuttavia riconducibili anche ad altre forme di comunicazione, comprese quelle che utilizzano un linguaggio non verbale ma che si servono, ad esempio, di suoni o di gesti.

Egli ha individuato un mittente (o locutore, o parlante) che è colui che invia un messaggio al destinatario (o interlocutore), il quale si riferisce a un contesto (che è l'insieme della situazione generale e delle particolari circostanze in cui ogni evento comunicativo è inserito nel messaggio). Per poter compiere tale operazione sono necessari un codice che sia comune sia al mittente sia al destinatario, e un contatto che è al tempo stesso un canale fisico e una connessione psicologica fra il mittente e il destinatario che consente loro di stabilire la comunicazione e di mantenerla.

Secondo Jakobson, ai sei fattori della comunicazione verbale corrispondono sei funzioni:

-la funzione referenziale (contesto)
-la funzione emotiva (mittente)
-la funzione conativa (destinatario)
-la funzione fàtica (contatto)
-la funzione poetica (messaggio)
-la funzione metalinguistica (codice).

Si ha una funzione referenziale (ciò di cui si parla) quando, nel comunicare qualcosa, il parlante collega continuamente due serie di elementi: le parole con i referenti, compiendo un'operazione che è alla base del linguaggio, la referenza. Il parlante, per poter compiere questo processo, deve possedere una conoscenza extralinguistica che gli permetta di comprendere e di utilizzare il fenomeno della corefenza e possedere una competenza testuale.

Si ha una funzione emotiva quando il mittente cerca di dimostrare, nel suo messaggio, il proprio stato d'animo utilizzando vari mezzi, come una particolare elevazione o modulazione del tono della voce, espressioni "forti" o alterazione del normale ordine delle parole.

Si ha una funzione conativa (dal latino conari = intraprendere, tentare) quando il mittente cerca di influire sul destinatario mediante l'uso del vocativo o dell'imperativo.

Si ha la funzione fàtica (dal latino fari = pronunciare, parlare) quando ci si orienta sul canale attraverso il quale passa il messaggio che serve per richiamare l'attenzione dell'ascoltatore sul canale comunicativo ("pronto?", "mi senti?", "attenzione, prova microfono!").

Si ha la funzione poetica quando, orientandoci sul messaggio, si pone al centro dell'attenzione l'aspetto fonico delle parole, la scelta dei vocaboli e delle costruzioni. Questa funzione poetica non appare solamente nei testi poetici e letterari, ma anche nella lingua di tutti i giorni, nel linguaggio infantile e in quello della pubblicità.

Si ha la funzione metalinguistica quando all'interno del messaggio sono presenti elementi che definiscono il codice stesso, come il chiedere e il fornire chiarimenti su termini, parole e grammatica di una lingua.

Queste funzioni non compaiono quasi mai isolatamente, ma accade spesso che un messaggio sia contemporaneamente emotivo e conativo, oppure poetico ed emotivo.

Circa le funzioni del linguaggio sono stati fatti altri studi e sono state formulate diverse proposte.

M.A.K. Halliday individua nel linguaggio dell'adulto tre funzioni fondamentali:

-funzione ideativa, che serve per esprimere l'esperienza che il parlante possiede del mondo reale, compreso il suo mondo interiore;

-funzione interpersonale che permette l'interazione tra gli uomini e serve per definire le relazioni che intercorrono tra il parlante e l'interlocutore;

-funzione testuale che serve per costruire testi ben formati e adatti alla situazione cui si riferiscono.

Il fenomeno del linguaggio umano è complesso e inesauribile e molti sono gli studi ad esso riferiti, studi che inglobano e accomunano discipline diverse, non solo la linguistica, ma anche la psicologia, la sociologia, la filosofia, l'antropologia.


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 11:43 am    Oggetto:  "Filosofia del linguaggio"
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Testologia Semiotica

La testologia semiotica rappresenta un nuovo quadro teorico, sviluppatosi a partire dal 1990 circa, e rappresenta l'ultima versione della teoria di János S. Petöfi.

Essa è un paradigma più potente, più ampio e complesso sia della "teoria del testo" che della "semiotica del testo", in quanto ha come scopo l'interpretazione dei comunicati multimediali con (equi)dominanza verbale prodotti o recepiti in diverse situazioni comunicative.

Questa disciplina tratta i comunicati come complessi segnici e l'interpretazione come analisi e descrizione dell'architettonica formale e dell'architettonicha semantica dei comunicati.

La ricerca testuale ha portato profondi cambiamenti sui settori della ricerca scientifica, come ad esempio, la linguistica, la sociologia, l'etnolinguistica, l'antropologia culturale, l'intelligenza artificiale, le scienze cognitive, lo studio dei media, la didattica, ecc.

Cosa fa la ricerca testologica

La testologia semiotica parte dal presupposto che i testi/discorsi siano un fenomeno semantico-pragmatico. Essa, per non effettuare interpretazioni non ambigue, ha costruito un metalinguaggio, ovvero un linguaggio canonico.


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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