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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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PARTI DEL DISCORSO
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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 6:49 pm    Oggetto:  PARTI DEL DISCORSO
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"Parti del discorso"

Questa categoria contiene 10 pagine.

1-Parti del discorso

2-Aggettivo

3-Articolo (grammatica)

4-Avverbio

5-Congiunzione (grammatica)

6-Interiezione

7-Preposizione

8-Pronome

9-Sostantivo

10Verbo

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 6:56 pm    Oggetto:  PARTI DEL DISCORSO
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Parti del discorso

Le parole di una lingua vengono suddivise secondo vari aspetti in parti del discorso.

I criteri della suddivisione delle parti del discorso sono specifiche per le singole lingue, quindi non universali.

Anche all´interno delle singole lingue le suddivisioni in parti del discorso variano a seconda del numero di parti del discorso richieste e secondo la loro definizione.

Secondo la loro funzione all´interno di una frase una parola viene suddivisa in categorie sintattiche. Gli aggettivi in tedesco, per esempio, si trovano prima del sostantivo di riferimento e dopo l´articolo.

-La morfologia distingue le parole dal punto di vista della possibilità di flessione: i verbi italiani per esempio vengono coniugati e hanno perciò diverse forme temporali, come l´infinito, l´imperativo, il congiuntivo, i participi, ecc.

Il criterio morfologico vale naturalmente per le cosiddette lingue flessive, come l´italiano, il tedesco, il sanscrito o il latino.

In inglese la questione si fa problematica, mentre per il cinese, che è una lingua isolante, questo criterio non è applicabile.

Più universali sono le disposizioni funzionali, che recentemente sono state formulate, come nella teoria dei campi dello psciolinguista Karl Bühler, che divide gl´indici ("io", "qui", "adesso" ecc.) dai simboli linguistici ("veloce", "donna", "costruire"). Questo approccio è stato ampliato nella pragmatica funzionale.

Classificazione

La classificazione delle parti del discorso è contestata. Per questo ci sono ad esempio la teoria delle dieci parti del discorso della grammatica tradizionale, che risalgono all´antichità (Dionisio Trace) e la teoria delle cinque parti del discorso di Hans Glinz. Una classificazione più recente l´hanno proposta Zifonun/Hoffmann/Strecker , utilizzando criteri formali e funzionali.

In altre lingue parti del discorso diverse potrebbero essere presenti come mancare. La classificazione che segue vale per l´italiano e altre lingue simili.

Teoria delle dieci parti del discorso secondo la grammatica tradizionale

La grammatica italiana distingue tradizionalmente le seguenti parti del discorso:

-Sostantivo (Nomi comuni, Nomi propri): casa, giardino, donna
-Sostantivi concreti (oggetti percepibili tramite i sensi)
-Sostantivi astratti (oggetti percepibili solo con la mente)
-Verbo (Tempo, Azione): ridere, correre, amare
-finito (coniugato) o indefinito (non coniugato)
-utilizzabile in otto tempi diversi
-Passivo o Attivo
-transitivo o intransitivo
-Indicativo, Condizionale, Congiuntivo o Imperativo
-Aggettivi (qualitativi, dimostrativi): rosso, bello, alto
-uso attributivo (Aggettivo unito a sostantivo)
-uso sostantivizzato (aggettivo dopo un pronome indefinito)
-Articolo (Geschlechtswort)
-articolo definito (il, lo, la, i, gli, le)
-articolo indefinito (uno, una, un, un´)
-Avverbio (circostanziale): qui, qua, lì, là, oggi, perciò, per questo
-Avverbio di luogo
-Avverbio di tempo
-Avverbio di modo
-Avverbio di causa
-Avverbio interrogativo
-Preposizione (Parola di riferimento): di, a, da, in, con, su, per, tra, fra
non è difficile definire la differenza tra avverbio e proposizione
-Numerali (Contatori): uno, due, tre; primo, secondo
-Numerali cardinali (Numerali fondamentali)
-Numerali ordinali
-Numeri frazionari
-Parole di conteggio
-contatori indefiniti (= Pronomi indefiniti)
-Pronomi: io, tu, egli, ella, esso; tuo, mio
-Pronomi personali
-Pronomi personali
-Pronomi relativi
-Pronomi possessivi
-Pronomi dimostrativi
-Pronomi interrogativi
-Congiunzioni: e, poiché
-coordinanti (paratattiche)
-subordinanti (ipotattiche)
-Interiezioni (Esclamazioni): Oh!

Dal punto di vista flessivo vi sono parole variabilie parole non variabili:

le parole variabili si definiscono anche declinabili
le parole non variabili si definiscono indeclinabili

La flessione (Morfologia) viene chiamata:

-nei sostantivi e nelle parti qualificative declinazione
casa, case; buono, buoni, buona, buone; lat: rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa; rosa, rosarum, rosi, rosas, rosae, rosis.

-nei verbi coniugazione
mangio, mangi, mangia, mangiamo, mangiate, mangiano
mangiai, mangiasti, mangiò, mangiammo, mangiaste, mangiarono

Gli aggettivi possono essere dotati di forma comparativa (comparazione)

La teoria delle dieci parti del discorso deriva dalla grammatica latina, è stata applicata per molto tempo con successo e viene anche oggi insegnata in molte scuole. Non risolve tuttavia alcune fondamentali proprietà di sistemi di classificazione. La teoria delle dieci parti del discorso riguarda le parti del discorso descritte sopra tranne il participio.

Teoria delle cinque parti del discorso secondo Hans Glinz

Nella classificazione delle cinque parti del discorso la classificazione si basa su criteri formali.

Si suddividono cinque parti del discorso principali secondo criteri morfologici:

-dotato di flessione --> Particelle
-privo di flessione
-declinabile
-genere fisso --> Nome (a volte chiamato anche sostantivo)
-senza genere fisso
-non comparabile, una serie flessiva --> Pronome
-comparabile, due serie flessive--> Aggettivo
-coniugabile --> Verbo

Le particelle possono essere suddivise in quattro sottogruppi secondo il loro atteggiamento sintattico:

-Le preposizioni stabiliscono il caso dei gruppi nominali nei quali sono presenti.
-Le congiunzioni, si suddividono ulteriormente in congiunzioni coordinanti, che uniscono tra loro unità dello stesso valore, e congiunzioni subordinanti, che introducono proposizioni secondarie.
-Le interiezioni si trovano al di fuori del campo della frase.
-Gli avverbi costituiscono il gruppo rimanente.
-Gli avverbi dal canto loro possono essere anche suddivisi ulteriormente, e cioè in avverbi locali (dove?), avverbi temporali (quando?), avverbi modali (come?), avverbi causali (perché?), avverbi interrogativi (avverbi di domanda) e avverbi pronominali (ad esempio gli avverbi tedeschi daher, davon, dabei).

Alcuni esempi:

-preposizioni: su, con, a, per, presso, attraverso...
-congiunzioni coordinanti: e, ma, bensì, quindi, cioè, perciò, ...
-congiunzioni subordinanti: come se, che, quando, poiché, sebbene, da quando, ...
-interiezioni: Ahia!, sì, No!, prego, ciao, miao ...
-avverbi: sotto, spesso, molto, bene, così, perché, perció...

I pronomi vengono suddivisi secondo la teoria delle cinque parti del discorso in dieci sottocategorie, che nella teoria classica delle parti del discorso vengono unite ad altre tre parti del discorso (articolo, numerale, pronomi): articolo definito (il, lo, la, i, gli, le), articolo indefinito (un, uno, una, un´), un pronome riflessivo definito, un pronome relativo, un pronome possessivo, un pronome dimostrativo, un pronome indefinto (a cui appartengono anche i contatori indefiniti: alcuni, pochi, molti), pronomi interrogativi.

Nella definizione delle parti del discorso si definiscono i lessemi e non le forme nominali.

La teoria delle cinque parti del discorso sta prendendo sempre più piede nelle scuole elementari svizzere.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 6:57 pm    Oggetto:  PARTI DEL DISCORSO
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Aggettivo

In grammatica con il termine aggettivo si definiscono quelle parole che si aggiungono al nome per esprimere una qualità (aggettivo qualificativo) o per permettere a quest'ultimo d'essere specificato in una frase (i cosiddetti "aggettivi determinativi" o "indicativi").

L'aggettivo si distingue dai cosiddetti determinanti (come l'articolo e la preposizione) per la sua collocazione all'interno della frase.

L'aggettivo (qualificativo) ha la funzione sintattica d'epiteto quando determina una proprietà specifica della parola che qualifica, spesso il nome. Viene chiamato attributo quando determina una proprietà generica richiamata dal nome, con l'ausilio del verbo.
Nelle lingue flessive, l'aggettivo si declina in genere e numero (grammatica) ma talvolta anche nel caso (se la lingua ha la flessione dei casi) del nome corrispondente.

L'aggettivo nella grammatica italiana

Nella grammatica italiana, l'aggettivo qualificativo, come indica il nome, specifica la qualità di un nome, un pronome o un intero sintagma. Costituisce il nucleo del sintagma aggettivale.

Si deve distinguere l'aggettivo qualificativo dagli altri aggettivi, ovvero i "determinativi, o più precisamente, i dimostrativi, i possessivi, gl'indefiniti, i numerali, che hanno carattere di determinante. Per i grammatici, i determinanti specificano il nome (il nome rinvia allora ad un referente e non a sé stesso), mentre l'aggettivo qualificativo "caratterizza" il referente indicato dal nome, dandogli una qualità particolare.

Una volta accettata questa distinzione, converrà considerare gli "aggettivi determinativi" nella categoria dei determinanti e lasciare il nome "aggettivo" al solo aggettivo qualificativo. Qualche grammatico propone addirittura di usare il solo termine "qualificativo" in funzione nominale.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 7:06 pm    Oggetto:  PARTI DEL DISCORSO
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Articolo (grammatica)

L'articolo è, nella grammatica, una delle parti variabili del discorso.

Precede un nome o un sintagma nominale, di cui determina genere e numero, limitando e specificando il concetto a cui il nome si riferisce.

Si distinguono generalmente:

articoli determinativi, articoli indeterminativi e articoli partitivi.


Articoli determinativi

-Italiano-

-maschile femminile
-davanti a: z, gn, ps, pn, x, s+cons., vocale pn e altri
-casi tutti i casi
-singolare lo (l') il la (l') (l' davanti a vocale)
-plurale gli i le
-Davanti a nomi maschili comincianti per pn sono utilizzabili indifferentemente il o lo.

Uso:

-quando il nome si riferisce a una cosa sola, ben precisa
-con gli aggettivi e i pronomi possessivi
-con nomi astratti o di significato generale, compresi i colori
-con parti del corpo o vestiti
-con le date, se non sono precedute dai giorni della settimana
-nelle descrizioni fisiche, con il verbo avere
-prima del cognome di una famiglia o di un casato
-davanti a titoli di rango o professioni seguiti da un nome
-davanti a nomi di persone famose

Omissione:

-con gli aggettivi possessivi di fronte a nomi di parentela singolari

-nelle descrizioni e nelle numerazioni

-nelle apposizioni

-davanti ai nomi di città, tranne rarissime eccezioni: la Spezia, l'Aquila, il Cairo, il Pireo, la Mecca. Anche in questo caso l'articolo segue le normali regole grammaticali, in particolare per l'uso delle minuscole e della formazione di preposizioni articolate

-nella maggioranza delle locuzioni avverbiali (in fondo, di proposito, a zonzo)

-nelle espressioni che hanno valore di avverbi qualificativi (con audacia, con intelligenza, con serenità)

-con i complementi di luogo, in alcuni casi (tornare a casa, abitare in campagna, recarsi in chiesa)

-davanti a nomi che formano con il verbo una sola espressione predicativa (aver(e) fame, sentire freddo, prendere congedo)

-nelle locuzioni in cui un sostantivo integra il significato di un altro (carte da gioco, sala da pranzo, abito da sera) e nei complementi predicativi (comportarsi da galantuomo, parlare da esperto, fare da padre)

-in alcuni espressioni di valore modale o strumentale (in pigiama, in bicicletta, senza cappotto)

-nelle frasi proverbiali (buon vino fa buon sangue, can che abbaia non morde)

-nei titoli dei libri o dei capitoli (Grammatica italiana, Canto quinto) e di insegne (Entrata, Uscita, Arrivi, Partenze, Merceria, Ristorante, Giornali...)

-in alcuni espressioni formate da verbo + preposizione + nome (parlare di sport, giocare a scacchi (o agli scacchi), prendere qualcuno per matto)

-per ragioni di brevità, nel linguaggio telegrafico e nella piccola pubblicità dei giornali (partecipiamo vostra gioia, vendo appartamento zona centrale)

-con la preposizione senza, l’articolo indeterminativo si può esprimere o meno (girare senza (una) meta, offendersi senza (un) motivo apparente)

Articoli indeterminativi

-Italiano-

-maschile-femminile

-davanti a: z, gn, ps, pn, x, s+cons. pn e altri

davanti a vocale

In italiano non esiste l'articolo indeterminativo plurale, tranne in espressioni idiomatiche come gli uni e gli altri.

Dove si userebbe l'articolo plurale, l'italiano utilizza l'articolo partitivo o aggettivi indefiniti come alcuni,e o qualche + singolare ("alcuni libri", "qualche libro").

Uso:

-con i sostantivi numerabili
-davanti a nomi di professioni o che indicano un'intera categoria
-con i nomi propri di persona o i cognomi che indicano un'opera d'arte
nell'espressione un po'

Articoli partitivi

-maschile singolare: del, dello
-femminile singolare: della
-maschile plurale: dei, degli
-femminile plurale: delle

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 7:12 pm    Oggetto:  PARTI DEL DISCORSO
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Avverbio

In grammatica, l’avverbio è una parte invariabile del discorso che serve a modificare il significato di quelle parole (verbi, aggettivi, altri avverbi o intere proposizioni) a cui si affianca.

Sono considerati avverbi anche le locuzioni avverbiali, ovvero espressioni formate da più parole, che hanno il significato di un avverbio (di corsa, alla carlona, di certo, in su, in un batter d'occhio, da quando, etc.).

Tipi di avverbi

-Avverbi di modo-

Gli avverbi di modo (o qualificativi) indicano, appunto, il modo in cui l'azione è compiuta. Sono avverbi di questo tipo:

-quelli formati aggiungendo il suffisso "-mente" a un aggettivo (es.: velocemente, morbidamente)
-quelli formati aggiungendo il suffisso "-oni" alla radice di un sostantivo o di un verbo (es.: bocconi, ciondoloni)
-quelli che hanno la stessa forma di alcuni aggettivi qualificativi al maschile singolare (es.: giusto, forte, alto)
-bene, male, quasi, volentieri, come, così, cioè, soltanto, purtroppo, eccetera.

-Altri tipi di avverbi-

-Avverbi di tempo: Ancora, ora, mai, sempre, prima, dopo, ieri, oggi, domani, sùbito, presto, frequentemente, spesso, etc.

-Avverbi di luogo: Lì, là, qui, qua, giù, su, laggiù, davanti, dietro, sopra, sotto, dentro, fuori, altrove, intorno, ci, vi, etc.

-Avverbi di quantità: Poco, tanto, parecchio, abbastanza, troppo, assai, affatto, quasi, etc.

-Avverbi di valutazione: Purtroppo, giustamente, fortunatamente, stranamente, etc.

-Avverbi di affermazione o di certezza: Sì, certamente, certo, davvero, sicuro, sicuramente, appunto, proprio, etc.

-Avverbi di negazione: No, non, né, neppure, neanche, nemmeno, giammai, etc.

-Avverbi di dubbio: Forse, magari, chissà, probabilmente, eventualmente, etc.

-Avverbi interrogativi ed esclamativi: Come, dove, quando, quanto, perché, etc.

-Altri avverbi:Sono considerati avverbi anche ecco (indicato in alcune grammatiche come "avverbio indicativo") ed eccetera.

Gradi

Gli avverbi hanno gli stessi gradi degli aggettivi (tranne il comparativo di uguaglianza):

-Positivo (velocemente)
-Comparativo di maggioranza (più velocemente)
-Comparativo di minoranza (meno velocemente)
-Superlativo assoluto (velocissimamente)
-Superlativo relativo (il più velocemente)

Alterazioni

Come gli aggettivi, anche gli avverbi, in certi casi, possono essere alterati da suffissi:

-diminutivo: poco - pochino
-vezzeggiativo: presto - prestuccio
-accrescitivo: bene - benone
-peggiorativo: male - malaccio

Distinguere gli avverbi dalle altre parti del discorso

È facile confondere gli avverbi con le preposizioni, con gli aggettivi, con i pronomi e con le congiunzioni. Per distinguerli, basta seguire questi ragionamenti:

-Gli aggettivi accompagnano sempre un sostantivo e concordano con quello in genere e numero, gli avverbi no. Quindi, nella frase "Ho molta fame", la parola molta è un aggettivo (perché riferita al sostantivo fame e perché c'è una concordanza), mentre nella frase "Ho studiato molto", molto è un avverbio (non si riferisce a nessun nome).

-Le congiunzioni collegano sempre due elementi, mentre gli avverbi si riferiscono a uno solo. Nella frase "Faremo come vuoi", la parola come è una congiunzione perché unisce le frasi "(noi) faremo" e "(tu) vuoi. Nella frase "Come è buffo questo ritratto!", la parola come non collega due elementi: infatti, è un avverbio interrogativo.

-Le preposizioni introducono sempre un sostantivo o un pronome (formando un complemento) oppure una proposizione. Per esempio, in "Sopra l'armadio c'è una scatola", la parola sopra è una preposizione, perché introduce l'armadio. Invece, in "Guarda l'armadio: sopra c'è una scatola", la parola sopra non introduce alcun termine, pertanto è un avverbio.

-Le particelle ci, vi e ne possono essere o pronomi o avverbi di luogo. Quando indicano uno stato o un moto da luogo, sono avverbi ("Ci sono venti regioni in Italia", "Aprì la scatola e ne uscì solo polvere"); negli altri casi, sono pronomi ("Vi dirò i nostri propositi più tardi", "Arrivò la carestia e molte persone ne morirono").

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Congiunzione (grammatica)

In grammatica, la congiunzione è la parte del discorso che serve a unire tra loro due parole in una proposizione, oppure due proposizioni in un periodo.

In base alla forma, le congiunzioni si dividono in:

-semplici, ovvero composte da una sola parola (e, ma, pure, eccetera);
-composte, se derivano dalla fusione di più parole (affinché, oppure, sebbene, eccetera);
-locuzioni congiuntive, se formate da gruppi di parole separate (anche se, dal momento che, eccetera).
-In base alla funzione, si distinguono in coordinanti e subordinanti

Congiunzioni coordinanti

Collegano parole o proposizioni che si trovano sullo stesso piano logico e che sono sintatticamente omogenei.

Esempi: Potremmo andare a Roma oppure a Viterbo. Avrei voluto portarvi a Firenze, ma è troppo distante da qui.

Si distinguono in:

-copulative (accostano due elementi)
-disgiuntive (introducono un'alternativa)
-avversative (introducono un'opposizione)
-conclusive (introducono una conseguenza)
-dichiarative (introducono una spiegazione)
-correlative (si usano in coppia e mettono in corrispondenza due elementi)

Congiunzioni subordinanti

Collegano due proposizioni mettendole su piani diversi.

Esempio: Dario non parlò perché aveva molta paura.

Si distinguono in: dichiarative, interrogative, finali, causali, temporali, eccettuative, condizionali, comparative, modali, concessive, eccetera.

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Interiezione

In grammatica, l'interiezione è la parte del discorso che esprime un particolare atteggiamento emotivo del parlante, in modo estremamente conciso.

In base alla forma, le interiezioni si dividono in:

-proprie, se hanno soltanto funzione di interiezione (ah!, eh!, oh!, boh!, ahimè!);

-improprie, se comprendono altre parti del discorso, utilizzate come interiezione (zitto!, peccato!, cavolo!);

-locuzioni interiettive, se formate da gruppi di parole separate (mio Dio!, per amor del cielo!, porca miseria!, povero me!).

Nella lingua scritta, l'interiezione è genericamente seguita dal punto esclamativo, che ne sottolinea l'enfasi e l'immediatezza.

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Preposizione

La preposizione è, in grammatica una parte variabile del discorso che serve a creare un legame fra parole e frasi.

Quando uniscono due parole all'interno di una medesima proposizione, servono a introdurre i complementi (tranne il complemento oggetto e quelli predicativi):

Esempio: Abbiamo pensato a lungo alle tue parole.

Quando invece collegano due frasi, introducono delle proposizioni subordinate.

Esempio: Bisogna prendere il traghetto per arrivare su quell'isola.

I quattro tipi di preposizioni

Le preposizioni si dividono in:

-semplici, ovvero: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.

-articolate, ovvero quelle formate dall'unione di una preposizione semplice e di un articolo determinativo. Per esempio: sulla, nel, degli, alle, eccetera.

-improprie, ovvero quelle derivate da aggettivi, avverbi, participi. Per esempio: davanti, dopo, vicino, lungo, durante, mediante, dato, eccetera.

-locuzioni preposizionali, ovvero quelle costituite da più parole. Per esempio: davanti a, a causa di, a proposito di, conformemente a, per mezzo di, a guisa di, in quanto a, eccetera.

Particolarità

Le preposizioni articolate derivate da "con" (collo, colla, cogli, colle, col, coi) e da "per" (pel, pello, pella, pegli, pelle, pei) sono usate raramente nel linguaggio moderno. Al loro posto si usano solitamente le forme separate (con lo, con la, con gli, con le, con il, con i; per il, per lo, per la, per gli, per le, per i).

Le preposizioni articolate derivate da "di" possono essere usati come articoli partitivi. Per esempio: Ho comprato dello zucchero e delle arance. È una buona norma stilistica evitare, ove possibile, di far precedere gli articoli partitivi da altre preposizioni, sostituendoli con le espressioni alcuni, un po' di, e così via.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 7:20 pm    Oggetto:  PARTI DEL DISCORSO
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Pronome

In linguistica e in grammatica, il pronome (dal latino pronome, "al posto del nome") è una parte del discorso che si usa per sostituire una parte del testo precedente (anafora) o successivo (catafora) oppure per riferirsi a un elemento del contesto in cui si svolge il discorso (funzione deittica).

Di conseguenza per interpretare un pronome occorre fare riferimento rispettivamente al cotesto (o contesto linguistico) o al contesto.

In tutte le lingue i pronomi esistono in un numero limitato (quella dei pronomi è cioè una classe chiusa).

Gli elementi linguistici che possono essere sostituiti da un pronome sono: sostantivo, aggettivo, sintagma o frase. I pronomi indefiniti e interrogativi fanno da segnaposto per entità sconosciute o imprecisate.

In italiano esistono vari tipi di pronomi:

-personale
-possessivo
-dimostrativo
-indefinito
-relativo
-interrogativo

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 7:34 pm    Oggetto:  PARTI DEL DISCORSO
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Sostantivo

Il sostantivo è la parte variabile del discorso che indica una persona, un luogo, una cosa o, più in generale, qualsiasi entità animata, inanimata o pensata.

I sostantivi sono anche detti nomi, anche se il primo termine viene preferito in ambito linguistico per il suo significato maggiormente pregnante: significa infatti provvisto di una propria sostanza, di una realtà di cui possiamo parlare, sia essa tangibile, sotto i nostri occhi (tavolo), sia che esista solo nella nostra mente (virtù). I nomi, insieme ai verbi sono gli elementi primari di una lingua e costituiscono il pilastro su cui la frase si costruisce.

Analisi linguistica

Dal punto di vista linguistico i nomi possono essere analizzati in base alle loro caratteristiche semantiche, morfologiche e in base alla formazione di nuove parole.

Analisi semantica

Dal punto di vista semantico i nomi si suddividono nelle seguenti categorie:

-Nomi comuni e Nomi propri
-Nomi concreti e Nomi astratti
-Nomi individuali e Nomi colletivi
-Nomi numerabili e Nomi non numerabili

Nomi comuni e Nomi propri

I nomi comuni indicano persone, animali, cose, luoghi,ecc. in modo generico come appartenenti ad una classe: il nome libro può indicare uno qualsiasi dei possibili libri esistenti, se non viene a esso aggiunto qualche maggiore elemento di identificazione:

il mio libro
il libro di latino che ho lasciato sul tavolo


I nomi propri, invece, sono nomi e cognomi di persone, appellativi geografici, storici, letterari, culturali e sociali; indicano non ciò che è generico ma ciò che è individuale, non la classe ma l' elemento singolo. E questa singolarità viene evidenziata tramite l'uso della lettera maiuscola:

Parigi
Lombardia


Nomi concreti e Nomi astratti

Sono concreti i nomi comuni usati per designare persone, animali o cose percepibili con i nostri sensi:

ragazza, sedia, fragore, profumo, superficie

Sono astratti i nomi comuni con cui si designano entità accessibili solamente al nostro spitiro e al nostro pensiero:

fede, giustizia, bontà, bellezza, carità

Nomi individuali e nomi collettivi

Il nome individuale designa un'entità singola che può essere una persona, un animale, una cosa o un concetto, indicandola con il nome proprio o con il nom comunedella classe a cui questo appartiene.

Questa categoria comprende la maggior parte dei nomi:

Luisa, donna, lupo, tazza, virtù

Per indicare una pluralità di individui, questi nomi devono essere usati al plurale.

Il nome collettivo, invece, pur essendo al singolare designa gruppi o insiemi di persone (folla), cose (fogliame) o animali (mandria). Quando il nome collettivo è in funzione di soggetto, il verbo di solito va al singolare; si potrebbe considerare corretto l'uso del plurale nel solo caso in cui il nome collettivo sia seguito da un complemento di specificazione:

Uno stormo di uccelli volava/volavano nel cielo

Nomi numerabili e nomi non numerabili

Si dicono numerabili i nomi di persone, animali o cose che si possono contare:

un libro, dieci libri

Si dicono non numerabili i nomi che indicano quantità indistinte di una certa sostanza (acqua, miele); questa quantità indistinta infatti non può essere contata: non possiamo dire un'acqua, due acque I nomi non numerabili richiedono, per indicare una quantità, l'articolo partitivo o una locuzione:

Maria ha chiesto del sale
Maria ha chiesto un po' di sale


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 7:41 pm    Oggetto:  PARTI DEL DISCORSO
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Verbo

Un verbo è una parte del discorso che denota azione ("portare", "leggere"), occorrenza ("decomporsi", "scintillare"), o uno stato dell'essere ("esistere", "vivere", "stare").

Di seguito sono elencate le norme della grammatica italiana.

I modi e i tempi

Le diverse modalità con le quali può avvenire un'azione vengono rese con i diversi modi verbali. Sono sette i modi della lingua italiana.

Modi finiti

I modi finiti si chiamano così perché le loro desinenze definiscono sempre una persona (prima, seconda o terza) e un numero (singolare o plurale).

Indicativo

È il tempo della realtà, della sicurezza, della certezza. Ha otto tempi: quattro semplici (presente, imperfetto, passato remoto, futuro semplice), chiamati così perché non hanno bisogno di un verbo ausiliare, e quattro composti (passato prossimo, trapassato prossimo, trapassato remoto, futuro anteriore), che invece necessitano di un ausiliare.

Congiuntivo

È il tempo della possibilità, dei desideri, delle opinioni. Ha quattro tempi: due semplici (presente, imperfetto) e due composti (passato, trapassato).

Condizionale

È il tempo delle azioni che avvengono a una data condizione. Ha due tempi: il presente (semplice) e il passato (composto).

Imperativo

È il tempo delle richieste, degli ordini, degli inviti. Ha solo la seconda persona (tu e voi) e un solo tempo, il presente. Alcune grammatiche contemplano un imperativo futuro del tutto identico al futuro semplice dell'indicativo.

Modi indefiniti

Questi modi non permettono di identificare la persona e il numero (fatta eccezione per il participio, in cui si può distinguere il singolare dal plurale).

Infinito

È la forma base del verbo. Si usa in dipendenza da un altro verbo (p. es.: Sai guidare una motocicletta?), ma si può usare anche come verbo principale per indicare ordini, desideri, eccetera (p. es.: Uscire, uscire fuori, subito!). Ne esistono il tempo presente ("riflettere") e passato ("aver riflettuto").

Participio

È simile a un aggettivo e, per questo, può indicare il numero e talvolta anche il genere (p. es., il participio mangiata indica un femminile singolare). Si usa con i verbi ausiliari nella costruzione dei tempi composti. Ha due tempi, il presente ("riflettente") e il passato ("riflettuto").

Gerundio

Si usa nelle subordinate per esprimere un certo tipo di rapporto con la reggente. Ha due tempi: il presente ("riflettendo") e il passato ("avendo riflettuto").

Coniugazione dei verbi

Ci sono tre modelli diversi per la flessione dei verbi: questi modelli, chiamati coniugazioni, si distinguono dalla vocale tematica (ovvero quella all'inizio della desinenza) dell'infinito presente.

Le tre coniugazioni, in italiano, sono:

-la prima (-are);
-la seconda (-ere), composta per la maggior parte da irregolari;
-la terza (-ire);

il verbo essere ha una coniugazione propria.

Esistono tre modi di coniugare i verbi:

-per esprimere un'azione compiuta dal soggetto, si coniugano i verbi nella forma attiva;

-per esprimere un'azione subita dal soggetto, si usa la forma passiva, formata dal verbo essere (o, in certi casi, venire, andare, finire, restare), seguito dal participio passato del verbo;

-per esprimere un'azione che è compiuta dal soggetto e che termina sul soggetto stesso, si usa la forma riflessiva, in cui il verbo è preceduto da una delle particelle mi, ti, si, ci, vi.

La forma riflessiva a sua volta può essere:

-propria: soggetto e complemento oggetto coincidono ("Piero si veste").

-apparente: le particelle mi, ti, si, ci, vi non svolgono la funzione di complemento oggetto, ma di complemento di termine ("Piero si asciuga i capelli" = "Piero asciuga i capelli a sé", dove "i capelli" è il complemento oggetto e "si" = "a sé" è il complemento di termine).

-reciproca: l'azione è compiuta e subita scambievolmente da due soggetti ("Piero e Carlo si salutano" = "Piero saluta Carlo e Carlo saluta Piero").

Attenzione: alcuni verbi hanno una forma pronominale che è simile a quella riflessiva ma non c'entra affatto: le particelle mi, ti, si, ci, vi fanno parte del verbo stesso. Per esempio, "Piero si pente" non significa "Piero pente se stesso": infatti "pentirsi" è un verbo che ha la forma pronominale.

Verbi regolari e verbi irregolari

I verbi che seguono fedelmente il modello della propria coniugazione sono detti regolari. Quelli che cambiano, per alcuni tempi, o la radice o la desinenza o addirittura entrambe sono quelli irregolari: per esempio, andare, all'indicativo presente, diventa io vado.

Le tabelle delle coniugazioni dei verbi regolari si trovano in questa voce.

Verbi difettivi e verbi sovrabbondanti

I verbi difettivi sono quei verbi che mancano totalmente di alcune voci verbali o di interi tempi.

Per esempio:

-addirsi (si addice, si addiceva, ...)
-fervere (ferve, fervono, ferveva, ...)
-incombere (incombe, incombono, incombeva, ...)
-solere (suole, sogliamo, solevo, è solito, ...)
-urgere (urge, urgono, urgeva, urgeranno, ...)
-vertere (verte, vertono, verteva, verterà, ...)
-vigere (vige, vigeva, vigerà, vigente, ...).

I verbi sovrabbondanti sono quelli che, mantenendo lo stesso significato, hanno due desinenze diverse per l'infinito presente e che quindi appartengono a due coniugazioni diverse. Il classico esempio è quello del verbo starnutare/starnutire.

Attenzione, però: alcuni verbi sono apparentemente sovrabbondanti, perché le due forme hanno significati diversi. Per esempio, arrossare vuol dire "rendere rosso", mentre arrossire significa "diventare rosso".

Verbi predicativi e verbi copulativi

Sono predicativi i verbi che hanno un significato autonomo, formando quello che in sintassi viene definito "predicato verbale". La maggioranza appartiene a questa categoria.

Sono copulativi quei verbi che non hanno un significato autonomo e che lo acquistano solo in presenza di un aggettivo e/o di un sostantivo. Il verbo copulativo per eccellenza è essere, che, quando viene unito al nome o all'aggettivo (parte nominale), viene definito copula.

"Cristoforo Colombo fu un navigatore". "Fu un navigatore" viene definito predicato nominale, "fu" è la copula e "un navigatore" è la parte nominale.

Anche altri verbi possono essere copulativi (sembrare, apparire, crescere, risultare, diventare, etc.) quando hanno bisogno di un nome o di un aggettivo per completare il loro significato.

"Pierino è diventato grande". Se dicessi "Pierino è diventato", ciò non avrebbe senso; la parola "grande" completa il significato, per cui si dice che essa è il complemento predicativo del soggetto.

È da notare che secondo alcuni grammatici solo essere è da considerarsi come un copulativo.

Verbi transitivi e verbi intransitivi

Un verbo è transitivo quando l'azione "transita" direttamente su qualcosa o qualcuno; in altre parole, quando il verbo può reggere un complemento oggetto.

Il verbo "dirigere", per esempio, è transitivo perché regge un complemento oggetto come "un'azienda", "un'orchestra", "il traffico", eccetera.

Il verbo "nuotare", invece, è intransitivo perché non può reggere in alcun modo un complemento oggetto.
Alcuni verbi transitivi, in certi casi, possono avere un significato intransitivo.

Possiamo dire: "Piero legge il quotidiano", ma possiamo dire soltanto: "Piero legge", per dire che è impegnato nell'attività della lettura.

Analogamente si può dire: "Baglioni canta Questo piccolo grande amore", ma se togliamo il complemento oggetto, resta "Baglioni canta", il che significa che l'attività di Baglioni è cantare.

Viceversa, alcuni verbi intransitivi possono avere un complemento oggetto (detto complemento oggetto interno) che ha la stessa radice del verbo o che comunque ha una correlazione con esso.

Ha vissuto una vita intensa. ("Vivere" e "vita" hanno la stessa radice.)
Egli pianse lacrime amare. (Fra "piangere" e "lacrime" c'è un nesso di significato.)

Verbi impersonali

I verbi impersonali sono i verbi che esprimono un'azione che non può essere attribuita a un soggetto preciso e che per questo si usano alla terza persona singolare.

Sono propriamente impersonali:

-i verbi che indicano condizioni atmosferiche o altri eventi naturali: piove, tuona, grandina, nevica, albeggia, fa caldo, eccetera;

-i verbi costruiti dalla particella si e dalla terza persona singolare del verbo in questione: "Si mangia bene da queste parti", "Solitamente non si studia volentieri".

Altri verbi sono impropriamente impersonali perché il loro soggetto è un'intera proposizione subordinata (soggettiva).

Essi sono:

-i verbi che indicano necessità, accadimento, apparenza: "Bisogna partire sùbito", "Accadde che franò la montagna", "Sembrava che tutto fosse perfetto".

-le locuzioni formate da essere, andare o stare, seguito da un aggettivo (è giusto, è necessario, è bello), da un sostantivo (è ora, è tempo) o da un avverbio (va bene, è male).

-i verbi come dire, pensare, suggerire, ritenere, vociferare, pensare alla terza persona singolare preceduti dal si e seguiti da una subordinata soggettiva: "Si pensa che gli spinaci siano ricchi di ferro", "Si vociferava che i Rossi erano in procinto di traslocare".

Verbi ausiliari

I verbi essere e avere si usano nella formazione delle voci dei tempi composti di tutti gli altri verbi: in questi casi si dicono verbi ausiliari (perché sono d'ausilio per gli altri verbi).

Per i verbi transitivi, bisogna usare sempre l'ausiliare avere ("Io ho ascoltato la musica", "Piero ha letto il racconto"), mentre la maggior parte degli intransitivi vuole l'ausiliare essere ("Noi siamo andati a Reggio Calabria"). In caso di dubbi, è comunque meglio consultare il dizionario.

Verbi servili, fraseologici, causativi

-Verbi servili-

Sono servili i verbi che, se premessi all'infinito di un altro verbo, gli danno una sfumatura in più. I verbi servili della lingua italiana sono: dovere, potere, volere, solere, sapere, preferire, desiderare, osare.

-Verbi fraseologici-

I verbi fraseologici (o aspettuali) sono quelli che, preceduti all'infinito di un altro verbo, ne precisano un aspetto temporale. Qualche esempio: accingersi a, stare per, iniziare a, mettersi a, persistere nel, continuare a, smettere di, finire di, eccetera. Un fraseologico particolare è quello formato dal verbo stare seguito dal gerundio ("Stiamo andando a Ventimiglia").

-Verbi causativi-

I verbi causativi indicano che l'azione è causata dal soggetto, ma che non la compie lui direttamente. I due causativi della lingua italiana sono fare ("Ci hanno fatto aspettare per cinque ore" -> il soggetto è "loro", ma l'azione di aspettare è compiuta da "noi") e lasciare ("Carlo ha lasciato dormire in pace Piero" -> il soggetto è "Carlo", ma l'azione del dormire è compiuta da "Piero").

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