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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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GRAMMATICA
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 12:15 pm    Oggetto:  GRAMMATICA
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Tipologie testuali

La ricerca sulle tipologie testuali persegue l'obiettivo di attribuire i testi ad una tipologia testuale in base ai loro tratti caratteristici e di descriverli.

In questo vengono analizzati sia fattori interni che esterni al testo: la classificazione ha luogo secondo la forma e l'uso di un testo.

In questo possono essere comprese differenze tra testi scritti e parlati, di letteratura e informativi, scientifici e non scientifici.

La ricerca si pone anche il problema se le tipologie testuali sottostanno ad una tipologia più generale di testi o se queste le ottengono solo in singoli casi.

Criteri per la determinazione della tipologia testuale

-I fattori interni (immanenti rispetto al testo) di una tipologia testuale da un lato sono caratteristiche strutturali che si mostrano nella costruzione e nella divisione, nella conduzione tematica e nel collegamento ad altri testi, dall'altro lato sono fenomeni grammaticali, lessicali e stilistici.

Esempi per questo sono la divisione in paragrafi, i riferimenti incrociati e i concetti specialistici o la forma di costruzione della frase.

-Fattori esterni al testo sono quelli che determinano la nascita, l'utilizzo e l'intenzione dei testi. Tra questi è da considerare anche la situazione comunicativa nella quale un testo viene usato, la conoscenza enciclopedica per la produzione e la ricezione come anche i ruoli dei partecipanti. Per questo un'inserzione sul giornale starà in altre condizioni di cornice che un necrologio anche se entrambi utilizzano lo stesso canale comunicativo.

Interessi di ricerca

Una categorizzazione di testi a tipologie testuali trasmette nella storia della lingua e della letteratura appercezioni sulla nascita di testi, sulle loro forme storiche e sul loro sviluppo tra influssi linguistici, sociali ecc. tra di loro in mutamento.

Un ulteriore interesse della ricerca testuale in vista della sociologia scientifica è il collegamento delle tipologie testuali ai canali e mezzi comunicativi come anche il loro utilizzo e espansione.

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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 12:15 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 12:52 pm    Oggetto:  GRAMMATICA
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Figura di stile

In questa pagina verranno spiegate solo alcune delle numerosissime "Figure di stile".

Voci correlate

-"Figure retoriche" N.B. questo argomento componendosi di oltre 100 voci, verra trattato separatamente, dal contenitore grammaticale!

***************

Alcuni dei procedimenti codificati dalla retorica classica occidentale si servono, per ottenere effetti stilistici, di precisi modelli nell'impostazione della sequenza sintattica:

-Anacoluto
-Endiadi
-Ellissi
-Metatassi
-Metalogismo
-Metaplasmo
-Metasemema
-Asindeto
-Polisindeto
-Parallelismo
-Chiasmo
-Iperbato
-Zeugma
-Climax
-Anticlimax
-Domanda retorica
-Prolessi
-Ipotassi

Anacoluto

L'anacoluto è la figura retorica in cui non è rispettata, volutamente o per errore, la coerenza tra le varie parti della frase.

Diffuso anche nel linguaggio comune, nell'anacoluto il costrutto sintattico è privo di coerenza e di accordo logico-grammaticale tra gli elementi dello stesso periodo.

Alcuni esempi:

-di Alessandro Manzoni: "Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro"

-dal Vangelo secondo Matteo: "Qui habet, dabitur illi" (traduzione: "chi ha, a lui sarà dato")

-di Niccolò Machiavelli: "mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui"

-di Alessandro Manzoni: "I soldati, è il loro mestiere di prendere le fortezze"

-di Alessandro Manzoni: "Il coraggio chi non ce l'ha non se lo può dare"

Endiadi

L'endiadi (letteralmente dal greco "una parola in due") è una figura retorica e consiste nell'utilizzo di due o più parole per esprimere un unico concetto.

Ad esempio, dai versi di Giacomo Leopardi, "A sé stesso":

"[...] Amaro e noia
La vita, altro mai nulla;"

Ellissi

L'ellissi (dal greco elleípō, «ometto») è una figura retorica che consiste nell'omissione, all'interno di una frase, di uno o più termini che sia possibile sottintendere. È frequente nei proverbi e nelle sentenze (A nemico che fugge, ponti d'oro).

Esempio:

Sed id alias, nunc quod instat = Ma di ciò [tratteremo] altra volta, ora [tratteremo] di quel che preme.

Simile all'ellissi è la frase nominale, molto ricorrente nel linguaggio giornalistico, che consiste nella soppressione del sintagma verbale e nella trasmissione del suo contenuto e di parte delle sue funzioni ad un sintagma nominale che resta presente nella frase.

L'ellissi viene anche usata in matematica, sotto forma di tre puntini "…"

Metatassi

La metatassi (dal greco metá, «oltre», e táxis, «ordine») è il tipo di figura retorica che comporta il cambiamento della struttura sintattica di una frase.

Tra le figure retoriche di quest'ambito si possono ricordare l'ellissi, l'asindeto, l'enumerazione, la simmetria, l'anacoluto, il chiasmo e l'iperbato. Queste figure sono molto frequenti nel linguaggio giornalistico, specialmente nei titoli.

Metalogismo

Il metalogismo (dal greco metá, «oltre», e lógos, «discorso») è il tipo di figura retorica che modifica il valore logico della frase violando le regole di veridicità, cioè perdendo un significato letterale, e di conseguenza non ha più restrizioni linguistiche (esempio: «bello da morire»).

I metalogismi fanno appello alla conoscenza che il destinatario ha del referente per contraddirne i dati. Nei discorsi politici e giornalistici è facile riconoscere molte di queste figure retoriche.

Sono metalogismi l'iperbole, il paradosso, l'ironia, l'eufemismo e la reticenza.

Metaplasmo

Il metaplasmo (dal greco metaplássō, «io trasformo») è il cambiamento dell'aspetto sonoro o grafico delle parole o dei loro componenti, come le sillabe o i fonemi.

Può avvenire attraverso l'aggiunzione (protesi, epentesi, epitesi), la soppressione (aferesi, apocope, sincope) o la permutazione (metatesi) di suoni. Il metaplasmo viene talvolta usato come figura retorica per produrre o intensificare particolari effetti sonori tra le parole (allitterazione, paronomasia, rima, assonanza, eccetera).

Metasemema

Il metasemema (dal greco metá, che indica trasformazione, e sēmaínō, «significo») è il tipo di figura retorica che modifica il significato di una parola sul piano del contenuto.

Le figure più note di questo tipo sono la sineddoche, la metafora, la metonimia e l'ossimoro.

Asindeto

L'asindeto è la figura retorica che consiste in un'elencazione di termini o in una coordinazione di più proposizioni senza l'uso di congiunzioni.

Ad esempio:

«...Nell'imo petto, grave, salda, immota
Come colonna adamantina, siede Noia immortale ...»

(Giacomo Leopardi, canto XIX - Al conte Carlo Pepoli)

«Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori, le cortesie, l'audaci imprese io canto...»

(Ludovico Ariosto, Orlando furioso, canto I)

«Veni, vidi, vici.»

(Caio Giulio Cesare, dopo la battaglia di Zela, 48 AC)

Polisindeto

Il polisindeto è la figura retorica in cui si ha l'elencazione di termini o la una coordinazione di più proposizioni con la ripetizione della congiunzione.

«io quello infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei.»

(Giacomo Leopardi, L'infinito)

Parallelismo (figura retorica)

Il parallelismo è la figura retorica in cui si accosta una proprietà o un'azione tipica di un oggetto ad un altro, per esprimere efficacemente la condizione o l'azione di quest'ultimo.

A differenza della similitudine, il paragone fa uso di costrutti quali "come...così..." o "quali...cotali...".

D'esempio i versi del Manzoni, "Cinque Maggio":

Come sul capo al naufrago
l'onda s'avvolve e pesa,
l'onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell'alma il cumulo
delle memorie scese.


O di Dante, "Divina Commedia":

Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere, dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov'è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettüoso grido.


Chiasmo

Il chiasmo (letteralmente dal greco "struttura a croce di chi greca") è la figura retorica in cui vi è un incrocio immaginario tra due coppie di parole, in versi o in prosa.

Un classico chiasmo è il famoso incipit dell'Orlando furioso di Ludovico Ariosto:

Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,

dove le donne sono legate agli amori e i cavalieri alle armi.

Si scorge un chiasmo nei versi del Manzoni, "Cinque Maggio":

la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull'altar.


in cui a "vittoria" e "reggia", momenti di gloria nella vita di Napoleone, si contrappongono "fuga" e "tristo esiglio", creando una specie di X.

Sempre nel Manzoni: ...sopire e troncare, padre molto reverendo, troncare e sopire... ( da Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi).

Il chiasmo è inoltre una tecnica artistica, prettamente scultorea. Esso individua una disposizione in cui le parti creano un incrocio. Un celebre esempio ci è dato dal Doriforo di Policleto, in cui è ben visibile la disposizione incrociata tra gli altri superiori e quelli inferiori.

Iperbato

L'iperbato (dal greco hypèrbaton = "passato oltre") è una figura retorica. Affine all'anastrofe che rappresenta un'inversione nell'ordine naturale delle parole all'interno di una frase, l'iperbato si produce quando tale inversione comporta lo spostamento di un segmento di enunciato all'interno di un sintagma.

Esempi:

[...] ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;


(Alessandro Manzoni, Il cinque maggio)

...tardo ai fiori
ronzìo di coleotteri


(Eugenio Montale, Derelitte..., 1-3)

...a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura

( Foscolo, A Zacinto)

Zeugma (grammatica)

Lo zeugma (dal greco ζεῦγμα / zeugma, « legame, unione ») è una figura grammaticale in cui si ha il collegamento di un verbo a due o più elementi della frase che invece richiederebbero ognuno rispettivamente un verbo specifico.

In altre parole consiste in un termine (molto frequentemente un verbo) che governa due o più elementi semanticamente non omogenei (ciascuno dei quali dovrebbe essere retto da un termine specifico).

Quindi si tratta di più costruzioni coordinate, messe insieme facendo un'ellissi. È una figura particolarmente elegante che dà un senso di straniamento.

Ne è un esempio il verso dantesco: Parlare e lagrimar vedrai insieme (Inferno, XXXIII 9), in cui vedrai si adatta a lagrimar ma non a parlare.

Climax

La climax (dal greco klímaks, «scala»), detta anche gradatio, è una figura retorica che indica un elenco di termini o locuzioni con intensità crescente.

Se l'intensità è decrescente si parla di anticlimax o climax discendente.

Esempi:

vai, corri, fuggi
Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch'è pura luce:
luce intellettual, piena d'amore,
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore


(Dante)

Anticlimax

L'anticlimax è una figura retorica che consiste in un elenco di termini o locuzioni con intensità decrescente.

"E mi dicono, Dormi!/ mi cantano, Dormi! sussurrano, / Dormi! bisbigliano, Dormi!"

Nel moderno umorismo l'anticlimax è la tipologia di battuta ricavata dall'accostamento di un elemento alto, nobile e universale a uno basso, prosaico e particolare:

"L'uomo è un essere razionale: per questo Giuliano Ferrara non finirà mai sulla copertina di Men's Health"

Domanda retorica

L'interrogazione retorica o domanda retorica consiste nel fare una domanda che non rappresenta una vera richiesta di informazione, ma implica invece una risposta predeterminata, e in particolare induce a eliminare tutte le affermazioni che contrasterebbero con l'affermazione implicita nella domanda stessa.

È tipica della retorica classica, ereditata dal linguaggio giuridico nella conduzione di interrogatori e processi.

Esempi:

Chi è Dio tranne il Signore?

(Antico Testamento, Salmi, 18, 32)

E tu degnasti assumere
questa creata argilla?


(Manzoni, Inni sacri, «Il Natale», 50-51)

Prolessi

La prolessi (dal greco prólēpsis, derivato da prolambánō, «prendo prima») è una figura retorica di tipo sintattico che consiste nell'anticipazione di una parte della proposizione o del periodo che nella costruzione normale andrebbe dopo, per mettere in evidenza un concetto o una parola.

In ambito narrativo, consiste nell'evocazione più o meno ampia di un evento successivo al tempo della storia in cui ci si trova, ed è detta anche flash-forward.

Prolessi sintattica

Esempio:

La morte è quello
che di cotanta speme oggi m'avanza


(Leopardi, Canti, «Le ricordanze», 91-92)

Quando riguarda un periodo (come ipotassi e paratassi) e non una singola parola, è una figura retorica impropria.

Si verifica questo caso quando una subordinata viene collocata prima della sovraordinata nella costruzione del periodo per porre in evidenza la subordinata stessa o la frase principale.

Esempi:

«Quello che volevo dire è questo, che..»

La subordinata "quello che volevo dire" anticipa la principale "è questo". In tale caso è per evidenziare ciò che verrà detto dopo, in modo ridondante. Anche "questo" è in funzione prolettica: si poteva tranquillamente dire "volevo dire che..." invece che "volevo dire questo, che..."

«Poiché ne avevo voglia, iniziai a leggere.»

La subordinata causale anticipa la principale "iniziai a leggere", in questo caso per porre in risalto non ciò che segue (come nell'esempio di prima con la relativa) ma la causa dell'azione, ossia la subordinata causale stessa.

Prolessi narrativa

È l'opposto dell'analessi o flashback. Un esempio di una narrazione basata sulla prolessi è La morte di Ivan Il'ič di Lev Tolstoj: il primo capitolo di quest'ultimo racconto si apre annunciando la morte del protagonista, l'epilogo cioè della storia.

Ipotassi

L' ipotassi è un modo di costruire il periodo caratterizzato da diversi livelli di subordinazione. Si contrappone alla paratassi.

Esempio di ipotassi dal "Canto notturno di un pastore errante nell'Asia", di Giacomo Leopardi:

-Dimmi: perché giacendo
a bell'agio, ozioso,
s'appaga ogni animale;


"Dimmi" è la proposizione principale, "perché s'appaga..." è una subordinata di primo livello, "giacendo" è una subordinata della precedente, quindi di secondo livello.

Paratassi

La paratassi è un modo di costruire il periodo caratterizzato dall'accostamento di diverse frasi allo stesso livello, ossia coordinate tra loro. Si contrappone all'ipotassi.

Esempio di paratassi:

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.


Qui tutte le proposizioni sono coordinate tra loro.

Voci correlate

-Figure retoriche N.B. questo argomento componendosi di oltre 100 voci, verra trattato separatamente, dal contenitore grammaticale!

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 1:01 pm    Oggetto:  GRAMMATICA
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Genere (linguistica)

In linguistica, i generi grammaticali, chiamati anche classi nominali, sono classi di nomi che si riflettono nel comportamento delle parole associate; ogni nome deve appartenere ad una delle classi e ve ne devono essere molto poche che appartengano a parecchie classi in una volta sola (Hockett 1958: 231).

Alcune lingue hanno un solo genere e trattano tutti i sostantivi nella stessa maniera da un punto di vista grammaticale.

La maggior parte delle lingue indo-europee ha da uno a tre generi, tradizionalmente chiamati generi grammaticali piuttosto che classi nominali. Alcune lingue caucasiche ne hanno da quattro a otto e la maggior parte delle lingue bantu ne ha da dieci a venti.

Il sistema delle classi nominali è sempre accompagnato da apposito gruppo di suffissi o prefissi che modificano determinate parole mostrando contemporaneamente il genere del nome alle quali si riferiscono.

L'italiano ad esempio utilizza un sistema di suffissi (ad esempio, la finale -o indica il genere maschile) e solamente aggettivi, articoli e pronomi vengono modificati in base al genere del nome a cui si riferiscono (mentre i verbi invece rimangono inviariati dal punto di vista del genere).

Invece in un tipico esempio del Swahili, una lingua bantu, il prefisso "ki" (che determina i sostantivi singolari del genere numero 7) compare sia negli aggettivi (-kubwa) che nei verbi (-anguka), per esprimere la loro relazione alla parola di genere numero 7 kitabu, "libro":

kitabu kikubwa kinaanguka (7.book 7.big 7.PRESENT-fall) "Il grande libro cade"

Criteri comuni per distinguere i generi nominali includono:

-animato e inanimato
-razionale e non razionale (come in Ojibwe)
-umano e non umano
-maschile e altro
-umano maschile e altro
-maschile e femminile (come nelle lingue romanze, compreso l'italiano)
-maschile, femminile e neutro (come in latino, tedesco o nelle lingue slave).
-forte e debole
-aumentativo e diminutivo

In generale i confini delle classi nominali sono piuttosto arbitrari, sebbene vi siano regole più o meno precise in molte lingue. Le lingue algonchine distinguono tra genere animato e genere inanimato, per esempio, e la maggior parte delle lingue indo-europee distinguono tra maschile, femminile e a volte neutro. In molte altre lingue, tuttavia, il maschile e il femminile sono sottintesi nella categoria di persona, o in generale o solo nel plurale, come nelle lingue caucasiche e in alcune lingue dravidiche.

Lingue algonchine

La lingua Ojibwe e altri idiomi del gruppo linguistico delle lingue algonchine distinguono tra genere animato e inanimato, anche se alcune fonti sostengono che la distinzione sia tra cose potenti e cose che non lo sono, in quanto sia gli esseri viventi, sia le cose sacre, sia le cose connesse con la Terra sono considerate potenti e appartengono alla classe "animate". L´assegnamento è comunque arbitrario, dato che, per esempio, il "lampone" è considerato animato, mentre la "fragola" è inanimata.

Lingue aborigene australiane

La lingua dyirbal è conosciuta per il suo sistema di quattro classi nominali, che tendono ad essere divise secondo le linee semantiche seguenti:

I — oggetti animati, uomini
II — donne, acqua, fuoco, violenza
III — frutta e verdura commestibili
IV — misto (include tutte le cose che non sono classificabili nelle prime tre)

La classe etichettata solitamente come "femminile" include la parola per "fuoco" e i nomi collegati con il fuoco, come anche le creature pericolose e i fenomeni naturali. Questo ha ispirato a George Lakoff il titolo del libro Donne, Fuoco e cose pericolose.

La lingua ngangikurrunggurr ha generi per i canidi e le armi da caccia e la lingua anindilyakwa ha una classe nominale per le cose che riflettono la luce. La lingua diyari distingue solo tra femminile e tutto il resto. Forse il numero più alto di generi delle lingue australiane si trova nella lingua yanyuwa, che ha ben 16 classi nominali.

Lingue caucasiche

Tra le lingue caucasiche, le classi nominali si trovano in alcune lingue caucasiche settentrionali. Nella famiglia caucasica nord-orientale solo il lezghiano, l´udi e l´aghul non hanno genere. Alcune lingue hanno due generi soli, mentre altre, come il bats, ne hanno otto. Il sistema più diffuso, tuttavia, ha quattro generi: maschile, femminile, animato e misto. L´andi ha un genere riservato agli insetti.

Tra le lingue caucasiche nord-occidentali, l´abcazico mostra una distinzione tra umano maschile e umano femminile/non umano. L´ubykh mostra inflessioni sulla stessa linea, ma solo in alcune situazioni, e in alcune di queste l´inflessione per la classe nominale è addirittura non obbligatoria.

In tutte le lingue caucasiche che manifestano generi grammaticali, ad essere marcato non è il sostantivo stesso, ma piuttosto i verbi dipendenti, gli aggettivi, i pronomi e le preposizioni.

Lingue indo-europee

Nelle lingue indo-europee i generi includono generalmente il femminile, il maschile e il neutro. Il latino li ha tutti e tre ma in molte delle lingue derivate, come nel francese e nello spagnolo, il genere neutro è praticamente scomparso, anche se alcune parole, come "cela" in francese, sono considerate da alcuni grammatici di genere neutro. In italiano vestigia del neutro le ritroviamo nei nomi sovrabbondanti: uovo, uova; braccio, braccia; dito, dita, maschili al singolare e femminili al plurale. In spagnolo esiste un neutro singolare i cui soli nomi sono aggettivi usati come nomi astratti (p.e. "lo único" =l´unico; "lo mismo" = lo stesso). In altre lingue il maschile e il femminile si sono fusi in unico genere, detto "comune" mantenendo separato il genere neutro, come per esempio nel danese o nell'olandese. L´inglese differenzia il genere solo nei pronomi di terza persona singolare, dove il "maschile" (he) viene usato per gli umani maschi, il "femminile" (she) per gli umani di sesso femminile e il "neutro" (it) per animali e oggetti inanimati, anche se spesso si usa colloquialmente la forma maschile o femminile con gli animali o il femminile quando certe "cose" vengono personificate (in particolare mezzi di trasporto e nazioni). Altre lingue potrebbero raggruppare i generi in maniera diversa: il ceco e, in parte, il russo dividono il genere maschile in animato e inanimato. Le costruzioni spagnole per il complemento oggetto sono diverse a seconda che si tratti di esseri umani o di oggetti, anche se la grammatica latina tradizionale non la considera una classificazione nominale. Si pensa che il nostratico, una protolingua teorica che avrebbe dato origine alle lingue indo-europee e ad altre famiglie linguistiche, avesse come generi grammaticali umano, animale e oggetto. Nei nomi comuni il genere grammaticale è solitamente collegato al sesso in maniera marginale. Per esempio, in spagnolo la parola hijo (figlio) è maschile e hija (figlia) è femminile, come ci si potrebbe aspettare. Questo è chiamato genere naturale, o a volte genere logico. In altri casi ci sono modi elaborati (e per la maggior parte incompleti) di determinare il genere di una parola. Per esempio in tedesco i nomi che terminano in -ung (che corrispondono allo -ing dell´inglese) sono femminili, mentre i nomi delle marche automobilistiche sono maschili. Parole con le desinenze diminutive -lein e -chen sono neutre, come anche di conseguenza i generi grammaticali di Mädchen (ragazza), Fräulein (signorina) e Brüderchen (fratellino). In alcuni dialetti locali della Germania tutti i nomi per persone di sesso femminile sono stati trasformati in genere neutro, mentre il genere femminile rimane per alcune parole che definiscono oggetti. Tutto questo è ancora arbitrario e cambia a seconda delle culture. Gli antichi romani credevano che il sole fosse maschile e la luna femminile (come in francese, spagnolo e italiano), ma in tedesco (e nelle altre lingue germaniche), è il contrario.

Chi apprende una lingua deve quindi considerare il genere come parte del nome e quindi memorizzarlo in maniera corretta in concordanza con l´uso della lingua. Una raccomandazione frequente è quella di memorizzare l´articolo definito e il nome come un unicum. In quelle lingue indo-europee che assegnano ad ogni nome un genere grammaticale, i generi spesso corrispondono grosso modo alle declinazioni che regolano il modo in cui i nomi vengono flessi. In latino, per esempio, quasi tutti i nomi che terminano per -a della prima declinazione sono femminili, eccezion fatta per una manciata di nomi che identificano ruoli tipicamente maschili come nauta (marinaio) o agricola (contadino). Allo stesso modo quasi tutti i nomi della radice nominale in -o della seconda declinazione che escono in -us al nominativo sono maschili, quelli che terminano per -um sono neutri. I toponimi e i nomi degli alberi sono tuttavia femminili, anche se ulmus (elmo) o Ægyptus (Egitto) sono maschili. La maggior parte delle lingue indo-europee che hanno mantenuto i sistemi di declinazione hanno regole simili.

Lingue niger-kordofaniane

-Lingue bantu-

Secondo Carl Meinhof, le lingue bantu hanno un numero totale di 22 classi nominali. Mentre nessuna di queste lingue le esprime tutte, tutte hanno almeno 10 classi nominali. Per esempio, secondo la numerazione di Meinhof, lo Swahili ha 15 classi e il Sesotho ne ha 18. Tuttavia, il sistema di numerazione di Meinhof include i numeri del singolare e del plurale dello stesso nome come appartenenti a classi separate (vedi il Sesotho, per esempio). Questa tesi è inconsistente per il modo in cui le altre lingue sono tradizionalmente considerate, dove il numero è ortogonale al genere ( un´analisi secondo lo stile di Meinhof darebbe al greco antico ben 9 generi!). Se si segue la tradizione linguistica più ampia e si contano il singolare e il plurale dello stesso nome come appartenenti alla stessa classe, allora lo Swahili avrà 8 o 9 generi e il Sesotho 11. Spesso alcune classi nominali sono riservate agli esseri umani. La lingua dei Fulani ha un genere riservato ai liquidi. Secondo Steven Pinker, la lingua kivunjo ha 16 generi incluse le classi per collocazioni precise e per luoghi generali, classi per singole unità o coppie di oggetti e classi per gli oggetti che appaiono in coppie o singole unità e classi per le qualità astratte.

-Zande-

La lingua zande distingue quattro generi:

-Criterio Esempio Traduzione
-umano maschile kumba uomo
-umano femminile dia moglie
-animato nya bestia
-altro bambu casa

Ci sono circa 80 nomi inanimati che hanno il genere animato, compresi i nomi che indicano oggetti celesti luna, arcobaleno), oggetti metallici (martello, anello), piante commestibili (patata dolce, pisello) e oggetti non metallici (fischio, palla). Molte di queste eccezioni hanno una forma rotonda e alcune possono essere spiegate a seconda del ruolo che giocano nella mitologia zande.

-Altro-

L´Alambak, una lingua del gruppo Sepik Hill parlato in Papua Nuova Guinea, ha un genere "maschile", che include maschi e cose che sono alte o lunghe e magre, o sottili come i pesci, i coccodrilli, i serpenti lunghi, le frecce, le lance e alti alberi dal fusto stretto, e un genere "femminile" che include donne e cose basse, rannicchiate o aperte, come le tartarughe, le rane, le case, gli scudi da combattimento e gli alberi che sono tipicamente più rotondi e rannicchiati di altri.

Lingue senza genere grammaticale sul nome

Queste lingue possono essere divise in due sottotipi.

-Il primo tipo distingue ancora il genere, ma la distinzione è fatta sui modificatori (aggettivi, ecc.), sui pronomi e forse anche sui verbi, ma non sul nome. Il tedesco appartiene a questa categoria, dato che la maggior parte dei nomi non danno alcun indizio sulla forma dell'articolo, del determinante e dell'aggettivo da usare. Il giapponese e il cinese potrebbero appartenere a questa categoria: hanno un elaborato sistema di contatori che classifica i nomi in tipi basati sulla forma e funzione, ma sono solo usati con modificatori contatori. Tuttavia, in queste due lingue, le classi nominali non sono generalmente distinte in altri contesti e molti se non la maggior parte dei linguisti le considererebbero completamente senza genere.

-Al secondo tipo appartengono quelle lingue che, come l´Inglese, non hanno concetto di genere grammaticale, così la forma dei modificatori usati con i nomi e i verbi non cambia a seconda del genere: la parola uomo è ovviamente riferita ad un essere umani di sesso maschile, così come ragazza ad un essere umano di sesso femminile, ma l'aggettivo tall, se riferito ad uno qualsiasi dei due nomi, non cambia per adattarsi al genere naturale che il nome esprime.

-Il gallese è inusuale nel senso che non si conforma in maniera pulita a queste limitazioni. In generale la distinzione del genere è andata perduta, sia nei nomi che negli aggettivi. Tuttavia ha una caratteristica inusuale, quella della mutazione iniziale, in cui la prima consonante diventa un'altra in alcuni posti. In gallese il genere può determinare la mutazione, specialmente la mutazione debole. Per esempio, la parola merch significa figlia o ragazza. Tuttavia la ragazza è y ferch. Questo accade soltanto con i nomi femminili, i nomi maschili rimangono immutati dopo l´articolo definito (per esempio mab — "figlio", y mab — "il figlio"). Il genere inoltre colpisce gli aggettivi seguenti in maniera simile, per esempio "la ragazza grande" è y ferch fawr, ma "il figlio grande" è y mab mawr.

Tuttavia, come in inglese, anche se una lingua non ha concetto di genere nel sistema nominale, i pronomi personali spesso hanno forme diverse basate sul genere naturale. Questo non è lo stesso concetto del genere grammaticale. I pronomi con genere cambiano considerabilmente attraverso le lingue: ci sono lingue che hanno diversi pronomi alla terza persona solo per differenziare tra esseri umani e oggetti inanimati, come il finlandese. Altre lingue, come il giapponese, hanno una vasta gamma di pronomi personali per descrivere come le referenze siano collegate col parlante.

Si dovrebbe enfatizzare che le lingue che non hanno genere grammaticale possono avere una marca lessicale piuttosto persuasiva di genere naturale, che non dovrebbe essere confuso con il genere grammaticale. Un esempio di rilievo è il suffisso -in dell´esperanto, che può essere usato per cambiare, per esempio, patro "padre" in patrino, "madre". Questo particolare suffisso è estremamente produttivo (non ci sono termini atomici per "madre" in esperanto), ma porta alcune persone a sostenere erroneamente che esso sia una marca di genere grammaticale più che lessicale.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.[/i]

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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 1:03 pm    Oggetto:  GRAMMATICA
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Numero (linguistica)

Il numero in linguistica è una categoria per il conteggio di una certa quantità, quindi per la decisione o la differenziazione di un genere di oggetti.

A seconda delle lingue esistono le seguenti forme: il singolare, il duale, il triale, il quartale, il paucale e il plurale.

Per esempio l'arabo classico, l'ebraico, lo sloveno e il sorabo hanno una forma di duale sia per i verbi che per i sostantivi.

Molte lingue non europee, come il cinese, non hanno nessun numero.

In tedesco o in italiano sono in uso il singolare e il plurale.

L'uso del numero corretto è fondamentale per le seguenti parti del discorso: sostantivo, aggettivo, verbo, articolo e pronome.

Ci sono anche parole che possono occorrere solo al singolare o solo al plurale; queste sono dette rispettivamente singulariatantum e pluraliatantum.

Esempi per i diversi numeri nei sostantivi italiani:

-scuola (singolare) - scuole (plurale)
-tavolo (singolare) - tavoli (plurale)
-uovo (singolare) - uova (plurale) (nome sovrabbondante)
-tacco (singolare) - tacchi (plurale)
-artista (singolare) - artisti (plurale)
-insegnante (singolare) - insegnanti (plurale)
-latte singulariatantum
-nozze pluraliatantum

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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 1:05 pm    Oggetto:  GRAMMATICA
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Ottativo

L' ottativo (dal latino optativus -aggettivo derivato dal verbo optare, desiderare- sott. modus) è un modo della coniugazione verbale frequente nelle lingue antiche. Si rinviene ad esempio nel greco classico, nell'albanese e nel sanscrito.

Funzione dell'ottativo

L'ottativo è il modo del desiderio e della potenzialità.

Nelle lingue che lo posseggono, si oppone all'indicativo (il modo dell'azione reale) e al congiuntivo (un modo con valore di azione prospettiva ed esortativa).

Usi dell'ottativo in alcune lingue indoeuropee antiche

In greco classico, l'alternanza di congiuntivo e ottativo nelle proposizioni dipendenti obbedisce a una legge detta della consecutio modorum, che si può così sinteticamente enunciare:

1. se nella reggente c'è un tempo principale (presente, futuro o perfetto -che in greco antico non è un passato, ma indica uno stato o un risultato nel presente), la proposizione dipendente sarà caratterizzata dal congiuntivo, il quale ha sempre connotato di tempo principale;

2. se nella reggente c'è un tempo storico (una qualunque forma di tempo passato) la proposizione dipendente avrà il modo ottativo, il quale ha sempre connotato di tempo storico.

3. nel discorso indiretto introdotto da un verbo di "dire" (spesso al passato), si può trovare l'ottativo al posto dell'indicativo (si parla allora di ottativo obliquo, cioè tipico del discorso indiretto, che in latino si chiama appunto oratio obliqua).

In greco l'ottativo è tipico dei tempi presente, futuro, aoristo e perfetto.

In latino l'ottativo si è perduto, e le sue funzioni sono ricoperte dal congiuntivo (molti congiuntivi latini derivano tuttavia da antichi ottativi).

In sanscrito esiste solo un ottativo, mentre il congiuntivo si è in parte fuso con l'imperativo (le prime persone dell'imperativo si possono ricondurre ad antichi congiuntivi esortativi). In compenso la lingua di Panhini ha sviluppato altre, complesse, forme modali: il precativo (modo della preghiera -un ottativo aoristo), il condizionale, che è una forma con aumento sviluppata a partire dal futuro, l'ingiuntivo, che è una forma ridotta di imperfetto e di aoristo con un'ampia gamma di funzioni (in particolare, quella di imperativo negativo, nonché quella di "forma non ridondante" nelle proposizioni coordinate).

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 1:10 pm    Oggetto:  GRAMMATICA
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Periodo ipotetico

Il periodo ipotetico è un'unità logica della sintassi composta da una proposizione subordinata condizionale e dalla sua reggente.

La proposizione subordinata condizionale (o ipotetica), detta pròtasi (dal greco, esprime la premessa, cioè la condizione da cui dipende quanto si dice nella reggente; la proposizione reggente, detta apòdosi, indica la conseguenza che deriva o deriverebbe dal realizzarsi della condizione espressa dalla proposizione subordinata.

Nella lingua italiana, il periodo ipotetico, a seconda del grado di probabilità dei fatti indicati nella pròtasi, può essere di tre tipi:

-Periodo ipotetico della realtà: l'ipotesi è presentata come un fatto reale e certo. Il verbo è all'indicativo sia nella pròtasi sia nell'apòdosi (in quest'ultima può essere anche all'imperativo).

Es. Se non partiamo subito (pròtasi), non arriveremo in tempo. (apòdosi)

-Periodo ipotetico della possibilità: l'ipotesi è presentata come soltanto possibile, perché il fatto potrebbe o non potrebbe accadere. Il verbo è al congiuntivo imperfetto nella pròtasi, al condizionale presente o all'imperativo nell'apòdosi.

Es. Se glielo chiedessi tu (pròtasi), forse accetterebbe. (apòdosi)
Es. Se te lo chiedesse (pròtasi), non dirgli dov'ero sabato. (apòdosi)

-Periodo ipotetico dell'irrealtà: l'ipotesi nella pròtasi è non vera o impossibile, non può realizzarsi o avrebbe potuto ma non è mai accaduta.

Se l'ipotesi irrealizzabile si riferisce al presente, il verbo è al congiuntivo imperfetto nella pròtasi, al condizionale presente nell'apòdosi; se l'ipotesi irrealizzabile si riferisce al passato, il verbo è al congiuntivo trapassato nella pròtasi e al condizionale passato nell'apòdosi.

Es. Se fossi stato in te (pròtasi), non mi sarei comportato così. (apòdosi)
Es. Se l'avessi saputo (pròtasi), sarei venuto immediatamente. (apòdosi)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 1:15 pm    Oggetto:  GRAMMATICA
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Predicato

Il predicato è un elemento della frase (una parola o un gruppo di parole) o una frase elementare che può costituire insieme al soggetto una frase completa.

Definisce meglio il soggetto. In italiano il predicato è per lo più un sintagma composto da un verbo o un verbo servile unito ad un aggettivo o ad un avverbio.

Il predicato può essere un gruppo di parole comprensivo (io sono felice) o racchiudere altri elementi della frase (io ti ho visitato).

Il predicato esprime solitamente una relazione fra soggetto e oggetto (Anna prende il libro, Mario corre) e viene quindi definito predicato verbale, oppure esprime una qualità o uno stato relativo all´oggetto (si parlerà allora di predicato nominale): Il pane è buono (è svolge la funzione di copula), la Liguria fa parte dell´Italia.

In molte lingue la sequenza di soggetto, predicato ed oggetto in una frase è prestabilita. Le lingue fortemente flessive, come il latino o il tedesco hanno una maggiore libertà di posizione rispetto alle lingue meno flessive, come l'italiano. In una frase sono considerati elementi costituenti fondamentali il soggetto, il verbo e l'oggetto.

In molte lingue è comune la sequenza fissa di Soggetto, Predicato e Oggetto. È questo il caso anche dell'italiano.

Segue una lista delle sequenze sintattiche più comuni in varie lingue del mondo:

-SVO: L'ordine in questo caso è soggetto-verbo-oggetto. È il caso dell'italiano: La madre ama il figlio o del francese: La mère aime l´enfant .

-SOV: L'ordine più comune in queste lingue è soggetto-oggetto-verbo. È il caso del latino: Mater filium amat o del giapponese: Okaasanwa mesukowo aishimasu.

-VSO: In queste lingue l'ordine più comune è verbo-soggetto-oggetto. È il caso dell'arabo classico o dell'irlandese.

-Variazioni a fini sintattici: In alcune lingue l'ordine dei costituenti di una frase varia a seconda del contesto sintattico, come p.e. in tedesco, dove il verbo finito può assumere tre posizioni principali nella frase e determinare perciò una tipologia sintattica:

-Frase enunciativa: verbo finito in seconda posizione. Die Mutter hat heute die Suppe gekocht. L´ordine degli altri costituenti è variabile a piacere, l´importante è la posizione del verbo finito: Heute hat die Mutter die Suppe gekocht, Die Suppe hat heute die Mutter gekocht, ecc. Frase interrogativa: verbo finito in prima posizione. Hat die Mutter heute die Suppe gekocht?

-Frase subordinata: verbo finito in ultima posizione. ...,weil die Mutter heute die Suppe gekocht hat.

Nelle lingue in cui è frequente la frase nominale, spesso la posizione dell´aggettivo indica la funzione attributiva o predicativa.

-È il caso del latino: pulchra mulier (bella donna), mulier pulchra (la donna è bella), ma anche di altre lingue come il russo o l'egiziano.

A volte la variazione dell´ordine dei costituenti può essere variato per dare un effetto espressivo o stilistico all´enunciato: tutto mi hanno rubato! (per esigenza di enfasi) oppure per ragioni foniche in composizioni poetiche: così percossa e attonita / la terra al nunzio sta.

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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 1:17 pm    Oggetto:  GRAMMATICA
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Pronome relativo

I pronomi relativi sostituiscono un nome o un'intera frase mettendo in relazione periodi diversi.

I pronomi relativi possono costituire, a seconda dell'utilizzo, il soggetto, il complemento oggetto o un complemento indiretto del periodo che introducono.

Pronomi

I princpali pronomi relativi sono i seguenti:

-Che (indeclinabile)
-Il quale (declinabile: la quale, i quali, le quali)
-Cui (indeclinabile)

Vi sono poi pronomi che assumono significati riconducibili ai precedenti:

-Chi ( = colui che, qualcuno che)
-Quanto (=ciò che, tutto ciò che, tutto quello che"
-Chiunque(=tutti quelli che)
-Dove (=in cui)

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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 1:20 pm    Oggetto:  GRAMMATICA
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Proposizione (grammatica)

In grammatica la proposizione è l'unità elementare del discorso dotata di un senso compiuto.

Composizione

Essa è composta da un soggetto, un predicato e vari complementi.

Cappuccetto Rosso andò nel bosco.

-A dire il vero, nessuna parte della proposizione è assolutamente indispensabile. Vi possono essere proposizioni senza complementi:

Il lupo sogghignò!

Proposizioni con soggetto sottointeso:

Che occhi grandi che hai!

Proposizioni con predicato sottointeso, dette proposizioni o frasi nominali:

Cappuccetto Rosso, nella pancia del lupo!

Queste ultime (frequenti nei titoli dei quotidiani) sono le più rare: per questo di solito si dice che le proposizioni di un periodo sono tante quante i predicati.

Frase semplice e frase complessa

Una proposizione può:

-trovarsi separata dal resto del discorso da segni di interpunzione forte, ed essere quindi autonoma e indipendente. In questo caso viene a coincidere con la frase semplice.

Es.: La mamma chiamò Cappuccetto Rosso.

-costituire l'asse portante di una frase complessa. In questo caso è chiamata proposizione principale

Es.: La mamma chiamò Cappuccetto Rosso e le chiese di portare un cestino alla Nonna che viveva nel bosco.

-Trovarsi in un rapporto di coordinazione o subordinazione con altre proposizioni della frase complessa. In questo caso è chiamata proposizione subordinata.

Es.: La mamma voleva che la Nonna ricevesse un cestino, e così chiamò Cappuccetto Rosso.

La subordinazione può essere di primo, secondo, terzo grado... a seconda se la proposizione dipende dalla principale, o da una proposizione che a sua volta dipende dalla principale, e così via.

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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 1:22 pm    Oggetto:  GRAMMATICA
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Proposizione informativa

In grammatica, la proposizione informativa (o enunciativa) è una proposizione impiegata per:

-comunicare un fatto

Cappuccetto Rosso è una bambina.

-riferire un avvenimento

Cappuccetto Rosso andò nel bosco.

-esprimere un giudizio o un'opinione

Il lupo è cattivo.

Nelle proposizioni informative il verbo è sempre al modo indicativo.

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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 1:25 pm    Oggetto:  GRAMMATICA
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Valenza verbale

La valenza di un verbo è il numero di espansioni indispensabili per costruire, insieme al verbo, una frase "ben formata".

Queste espansioni indispensabili (in genere, il soggetto e eventuali oggetto diretto e indiretto) sono dette "argomenti", mentre ogni altro elemento non indispensabile (per esempio, un complemento di tempo o di luogo) è detto "circostanziale".

Esempi:

-Nevica. Piove. Il verbo non ha alcun soggetto né oggetto. (verbo "avalente" o "zerovalente")

-Il verbo lavorare necessita del solo soggetto come espansione ed è così "monovalente": l'impiegato lavora.

-Amare è bivalente: [io] amo [te].

-Il verbo dare al contrario necessita del soggetto, di un'espansione diretta ("oggetto diretto") e di un'espansione indiretta ("oggetto indiretto"'): [io] do a Paolo [un libro]. Dare è "trivalente".

Un dizionario delle valenze elenca i verbi con la loro valenza corrispondente.

Lo stesso verbo può avere una valenza diversa in completamenti diversi.

-Così congratularsi può essere bivalente ([io] mi congratulo [con te]) o trivalente ([io] mi congratulo [con te] [per il successo ottenuto]).

La valenza verbale dipende solo dagli "argomenti" richiesti, anche se non sempre questi vengono espressi.

Una frase può essere grammaticale anche se qualche argomento può essere sottinteso.

Questi casi di argomento opzionale si distinguono in due tipi:

-contestuali, quando l'argomento è sottinteso perché il contesto è chiaro (per esempio "Il ragazzo legge (un libro)" detto in presenza di una persona che sta leggendo un libro: il contesto consente di non esprimere l'argomento) ,

-o illimitate, come p.e. "quel ragazzo legge (libri o altro)" (cioè: "ama la lettura" senza necessità di specificare che cosa il soggetto ami leggere).

Questi casi non vano confusi con la non obbligatorietà dei circostanziali, in genere complementi di vario tipo, come complementi di tempo, di luogo, ecc., che possono essere presenti o assenti in maniera totalmente libera e indipendente dal verbo.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Ven Nov 10, 2006 1:47 pm    Oggetto:  GRAMMATICA
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Caso (grammatica)

In grammatica, il caso rappresenta la modificazione di un nome a seconda della sua funzione logica (soggetto, complemento diretto, complemento indiretto...).

Non tutte le lingue posseggono i casi: tale funzione logica può infatti essere svolta anche da una preposizione, come ad esempio accade in italiano. Quindi mentre in latino si dice ad esempio lib-er, libr-i, libr-o, in italiano abbiamo il libr-o, del libr-o, al libr-o.

Lingue antiche

Il Latino possiede sei casi, che sono di solito elencati in questo ordine:

-nominativo - indica il soggetto dell'azione (Mario ha un libro), oppure il predicato (Mario è un ragazzo).

-genitivo - indica una specificazione (il libro di Mario è interessante).

-dativo - indica il cosiddetto oggetto indiretto,in un certo senso ausiliario, o il complemento di termine usato in italiano,e risponde alla domanda "A chi?" (Mario dà un libro a Luigi).

-accusativo - indica l'oggetto dell'azione (Mario ha un libro).

-vocativo - indica l'oggetto invocato (Mario, prendi il libro).

-ablativo - indica vari complementi indiretti, tra cui il mezzo (Mario studia con un libro).

Esistono poi alcune vestigia di un caso locativo: "domi" significa "in casa".

Alcuni casi (accusativo, ablativo, in parte il genitivo) possono anche essere preceduti da una preposizione che cambia il loro significato.

L'antico indoeuropeo comprendeva otto casi: il nominativo, il genitivo, il dativo, l'accusativo, il vocativo, l'ablativo, lo strumentale e il locativo. Solo il sanscrito li conserva tutti.

Lingue moderne

-Come detto sopra, l'italiano non usa i casi: ci sono solo alcune forme di nominativo, accusativo e dativo nel caso dei pronomi personali ("io", "me", "mi").

-Il tedesco possiede quattro casi: nominativo, genitivo, dativo, accusativo. Le funzioni del vocativo sono svolte dal nominativo, quelle dell'ablativo generalmente dal dativo. Il genitivo è attualmente in regresso, e spesso viene sostituito da von + dativo.

-L'inglese non ha casi, se non il cosiddetto genitivo sassone che è un possessivo.

-Il polacco, lo sloveno, il ceco, il russo, e una buona parte delle lingue slave e baltiche hanno sei (o sette) casi. Rispetto al latino mancano del vocativo (salvo il ceco e il Lituano), ma in compenso al posto dell'ablativo hanno altri due casi:

-locativo - indica lo stato in luogo (Mario studia a casa).
-strumentale - indica il mezzo (Mario studia con un libro).

-In finnico ci sono ben quattordici casi. Nominativo e genitivo sono simili a quelli del latino, gli altri sono:

partitivo - indica la parte di una cosa o una quantità indefinita (Sul tavolo ci sono dei libri).

inessivo - indica lo stato in luogo interno (Mario è in casa).

elativo - indica il moto da luogo interno o la provenienza (Mario si alza dal letto).

illativo - indica il moto a luogo interno (Mario mette lo zucchero nel caffè).

adessivo - indica lo stato in luogo esterno (Il libro è sul tavolo), oppure il mezzo con cui si svolge un'azione o il modo in cui si compie (Mario studia con un libro). Inoltre indica il possessore nell'espressione: io ho (Io ho un libro).

ablativo - indica il moto da luogo esterno, separazione o provenienza (Mario prende il libro dal tavolo).

allativo - indica il moto a luogo esterno (Il libro è caduto sul pavimento), oppure un complemento di termine (Mario ha scritto a Luigi).

essivo - indica il predicativo di modo o qualità (Mario studia da medico).

traslativo - indica il predicativo di divenire (Mario è diventato medico).

abessivo - indica la mancanza (Mario è senza soldi).

comitativo - indica la compagnia o l'unione (Mario va in Finlandia con Luigi).

istruttivo - indica la modalità o il mezzo (L'ho visto con i miei occhi).

I casi nelle lingue del mondo

Elencati per: Caso -Significato -(Esempi) -Lingue

-Abessivo Mancanza di qualcosa - senza l'insegnante - Finlandese

-Ablativo caso obliquo - per quanto riguarda l'insegnante Latino - Sanscrito

-Ablativo Moto da luogo - via dall'insegnante - Finlandese

-Assolutivo Soggetti di verbi intransitivi; Oggetti di verbi transitivi - l'insegnante (sogg. o ogg.) - Lingue ergative

-Accusativo oggetto diretto o direzione - l'insegnante (ogg.) - Tedesco, Latino, Greco, Lingue slave, Lituano, Arabo

-Adessivo vicino a - vicino all'insegnante - Finlandese, Lituano (arcaico)

-Allativo o Direttivo Moto verso luogo - verso l'insegnante Basco - Finlandese, Ungherese, Lituano (arcaico), Tibetano

-Dativo Direzione o Ricevente; oggetto indiretto - all'insegnante - Tedesco, Latino, Greco, lingue slave, Lituano, Hindi

-Dedativo (Rispettivo) Affinità - legato all'insegnante - Quenya

-Delimitativo (Genitivo locale) appartenenza locale dell'insegnante - appartenente all'insegnante - Basco

-Elativo Movimento verso l'esterno - fuori di casa - Finlandese, Estone, Ungherese

-Ergativo Soggetto, che compie un'azione con un verbo transitivo - l'insegnante (costruisce una casa...) - Basco, Samoano, Tibetano, Inuktitut

-Essivo Caratterizzante una condizione - in qualità di insegnante - Finlandese, Egiziano medio

-Genitivo Possesso - rapporto dell'insegnante - Tedesco, Latino, Greco, Svedese, lingue slave, Tibetano, Arabo

-Illativo Movimento verso l'interno - in casa - Finlandese, Lituano(lo stesso del Locativo)

-Inessivo Dentro - in casa - Basco, Finlandese, Estone, Ungherese, Lituano (lo stesso del Locativo)

-Strumentale o Istruttivo Caratterizzazione dell'uso - con l'insegnante - Sanscrito, Basco, Finlandese, Ungherese, lingue slave

-Comitativo Insieme a - con l'insegnante - Basco, Estone, Ungherese, Tibetano

-Locativo Luogo - presso la casa - Sanscrito, Lettone, lingue slave, Tibetano, Lituano

-Nominativo Soggetto - l'insegnante - Tedesco, Latino, Greco, lingue slave, Arabo, Lituano

-Caso obliquo Generalizzante - che riguarda l'insegnante - Zazaki, Francese antico

-Partitivo Quantità - un po' d'insegnanti - Basco, Finlandese

-Possessivo Possesso - che appartiene all'insegnante - Basco, Quenya

-Pospositivo Caso davanti a posposizioni - Insegnante + Posposizione - Hindi

-Prepositivo Caso dopo preposizioni - Preposizione + Insegnante - Russo

-Prolativo Movimento su superficie - per la casa - Estone, Finlandese

-Prolativo per o al posto di - per l'insegnante - Basco

-Rispettivo (Dedativo) Relazione - in relazione all'insegnante - Quenya

-Tendenziale Direzione di un movimento - verso l'insegnante - Basco

-Terminativo Fine di un movimento o di un periodo di tempo - fino all'insegnante - Basco, Estone, Tibetano

-Traslativo Cambio di condizione - (diventare) un insegnante -Finlandese, Ungherese

-Vocativo Appello - O insegnante! - Latino, Greco, Sanscrito, Lituano, Croato, Polacco, Ceco

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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Monia Di Biagio

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Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Lun Nov 13, 2006 11:34 am    Oggetto:  GRAMMATICA
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Aspetto verbale

L'aspetto verbale è la proprietà che definisce la durata nel tempo di un'azione.

Si distingue perciò essenzialmente l' aspetto perfettivo e quello imperfettivo.

-L'aspetto perfettivo descrive azioni delimitate nel tempo, cioè sia azioni momentanee che l'inizio o la conclusione di un'azione duratura.

-L'aspetto imperfettivo descrive azioni che non specificano la durata, o durano a lungo o si ripetono nel tempo.

Lingua italiana

Nella lingua italiana l'aspetto del verbo viene definito dalla costruzione della frase e dal tempo usato oppure da altre parole (verbi o avverbi) aggiunte per chiarire il concetto.

Esempi:

-Quando vedo un amico lo saluto. (azione momentanea)

-Comincio a vedere una soluzione. (inizio azione)

-Ho visto abbastanza. (fine azione)

-La scritta si vede male. (durata indefinita)

-Vorrei vedere il film. (la durata è definita, ma non istantanea)

-Ho visto simili casi in passato. (l'azione si ripete)

Nell'esempio è stato sempre usato il verbo vedere, ma nei primi tre casi l'aspetto era perfettivo, nei secondi tre imperfettivo.

Il verbo cambia aspetto in funzione del significato e della costruzione grammaticale.

Nelle lingue moderne - ad eccezione della lingua greca, delle lingue slave e di alcune lingue finnopermiche - questo tipo di distinzione linguistica è sparito dalla flessione, sostituito in genere da perifrasi o costruzioni progressive. Anche nel latino ci si limitava a contrapporre l'infectum (non compiuto) al perfectum (azione compiuta).

Greco antico

Si possono utilizzare esempi dal greco antico, giacché questa è la lingua che meglio lo connota (in greco il valore temporale è subordinato a quello aspettuale).

Ad esempio:

-il presente τρέχομεν (tréchomen, corriamo) implica un'azione durativa, intendendo stiamo correndo, continuiamo a correre.

-l'aoristo ἔπεσε (épese, cadde) noi lo riterremo solo un'azione passata ma il suo valore è quello di un'azione svoltasi e finita in un momento senza estensione di tempo, puntuale, come se fosse concentrata in un punto.

-Nei modi diversi dall'indicativo (congiuntivo, ottativo, imperativo, participio, infinito) il concetto di azione passata è rimpiazzato dalla valenza aspettuale.

-il perfetto γεγράφασι (gegráphasi, hanno scritto) indica un'azione compiuta il cui esito permane nel tempo, non indicando necessariamente solo un'azione passata: ad esempio il perfetto κέκτημαι (kéktēmai, ho acquistato) acquista un senso resultativo che influisce sulla resa in italiano, dovendosi tradurre posseggo (poiché ho acquistato).

Lingue slave

Nelle lingue slave, per le sei varianti dell'esempio riportato più sopra, vengono usati sei diversi verbi, in quanto ogni verbo (tranne qualche eccezione) può avere un solo aspetto. Di norma sono parole derivate dal verbo di base tramite prefissi o suffissi, ma possono essere anche vocaboli del tutto diversi. Sempre per il verbo vedere/guardare, ecco le traduzioni slovene e russe:

-scorgere - zagledati - pogljadet'

-cominciare a vedere - spregledati - zagljanut'

-concludere l'osservazione - pregledati - peregljadit'

-guardare - gledati - gljadet'

-guardare un po' - pogledati - peregljadivat'

-guardare varie volte - pogledovati - pogljadivat'

Come si vede dall'esempio, sebbene il vocabolo di base sia palesemente della stessa radice, ogni lingua ha poi sviluppato diversi prefissi e suffissi per i vari significati.

Bisogna notare altresì che esistono anche altri verbi derivati da questa stessa radice, e per i quali la lingua italiana ha vocaboli del tutto estranei alla base.

Ad esempio, lo sloveno zgledati significa sembrare e nella forma ripetitiva zgledovati significa fare riferimento, ma in russo non esiste un derivato da gljadet per nessuna delle due parole.

La particolarità dell'aspetto verbale spiega in parte la modesta estensione dei tempi verbali nelle lingue slave.

In effetti, in molte lingue non slave i tempi verbali passati hanno sviluppato forme diverse per indicare l'aspetto perfettivo o imperfettivo, mentre le lingue slave hanno sviluppato nuovi vocaboli per questa distinzione.

Trattandosi di uno sviluppo risalente fin alle origini del ceppo linguistico, l'esempio riportato con il verbo vedere/guardare deve essere inteso come una delle regole fondamentali.

In pratica, nelle lingue slave esistono ben pochi verbi ai quali non si possa cambiare aspetto con l'aggiunta (o sottrazione) di un prefisso.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Aspetto_verbale" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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