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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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LINGUA ITALIANA
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 7:16 pm    Oggetto:  LINGUA ITALIANA
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Lingua italiana

L'italiano è una lingua appartenente al gruppo delle lingue romanze della famiglia delle lingue indoeuropee. Esiste un gran numero di dialetti neo-romanzi.

-Italiano-

-Parlato in: Italia, San Marino, Città del Vaticano, Svizzera, Slovenia, Croazia, Francia, Principato di Monaco, Libia, Tunisia, Eritrea, Etiopia, Somalia, Somaliland, Malta, Albania, Canada, Argentina, Brasile, Messico, Venezuela e presso le comunità di emigrati che vivono all'estero

-Persone: 70 milioni-125 milioni. Secondo alcuni studi, gli italofoni (compresi coloro che lo parlano come seconda lingua) sono 200 milioni.

-Tipologia: SVO sillabica

-Filogenesi: Indoeuropee-Italiche-romanze-Italiano

-Nazioni: Italia, San Marino, Città del Vaticano, Svizzera, lingua minoritaria in Slovenia e in Croazia

-Organizzazioni internazionali: Unione Europea, Unione Latina, Sovrano Militare Ordine di Malta.

-Regolato da: Accademia della Crusca.

-Estratto in lingua: Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo - Art.1 Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

-Distribuzione geografica dell'italiano:

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L'italiano moderno è, come tutte le lingue nazionali, un dialetto che è riuscito a far carriera; ad imporsi, cioè, come lingua ufficiale di una regione molto più vasta di quella originaria.

In questo caso fu il dialetto fiorentino, parlato a Firenze, a prevalere, non tanto per ragioni politiche - come spesso capitava - ma per il prestigio culturale di cui era portatore.

Il toscano, ed il fiorentino illustre (in quanto arricchito di prestiti dal siciliano, francese e latino) in particolare, era in effetti la lingua nella quale scrissero Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, considerati i tre padri fondatori della lingua italiana (insieme con Alessandro Manzoni per l'italiano moderno).

Naturalmente, era anche la lingua colta della città di Firenze, stimata per la sua prosperità culturale lungo i secoli e per la sua splendida architettura. Ma il primo documento sino a oggi trovato in lingua italiana non è un'opera letteraria bensì un placito notarile, conservato nell'abbazia di Montecassino e risalente al 960: è il cosiddetto Placito capuano.

Indice [in questa pagina]

1 Influenze linguistiche
2 Dialetti
2.1 Dialetti e lingue settentrionali
2.2 Dialetti e lingue dell'Italia centrale
2.3 Dialetti e lingue dell'Italia meridionale
2.4 Dialetti e lingue della Sardegna
3 Presenza nel mondo
3.1 Lingua ufficiale
3.2 Diffusione al di là dei Paesi ufficialmente italofoni
4 Fonetica
4.1 Vocali
4.2 Consonanti
5 Alfabeto
6 Note
7 Voci correlate
8 Collegamenti esterni

Influenze linguistiche

Prima dell'avvento dell'Impero romano, è l'etrusco ad essere parlato in Toscana e nel Lazio settentrionale ("Tuscia"). Se la lingua etrusca è stata cancellata nel corso di qualche secolo dall'avvento del latino, dopo la conquista romana, la sua influenza può esser rimasta nel sostrato del toscano, ma la questione è ampiamente dibattuta. Il latino volgare divenne ben presto la lingua parlata in Italia e in gran parte d'Europa. Data la durata e la qualità della dominazione romana sul Continente, è facile capire perché il latino sia la base di moltissime lingue europee. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, nel 476, la Toscana vide arrivare gli Ostrogoti e i Longobardi (secoli V e VI), popolazioni provenienti dal nord e dall'est dell'Europa. Esse influenzarono la lingua della regione solo nel lessico, le altre caratteristiche restarono più o meno immutate. Il toscano resta una delle parlate romanze più conservative e vicine al latino.

Dialetti

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Mappa dei dialetti italiani.

I numerosi dialetti italo-romanzi possono essere classificati in base alle loro comuni origini linguistiche. Alla comune provenienza dal latino si sommano le lingue precedenti alla conquista romana (substrati) e soprattutto i superstrati dovuti ai contatti con vari popoli, che hanno differenziato le diverse parlate locali.[1]

All'interno dei dialetti italiani, accomunati da numerose caratteristiche morfologiche come i plurali non sintagmatici, si possono suddividere dialetti settentrionali (romanzi occidentali) e centro-meridionali (romanzi orientali) secondo l'influenza del sostrato celtico.[2]

Tale sostrato porta alla presenza di fenomeni specifici nei dialetti del nord Italia, che vengono quindi anche detti "gallo-italici" (Con l'esclusione di Veneto, Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia che presentano caratteristiche differenti).

Dialetti e lingue settentrionali

Romanzo orientale con elementi di transizione verso il romanzo occidentale:

-Gallo-italici:

-piemontese (Torino, Asti, Cuneo, Alessandria, Vercelli, Biella)

-lombardo orientale (Bergamo, Brescia, Crema)

-lombardo occidentale o insubre (Insubria) (Milano, Monza, Varese, Como, Lecco, Sondrio, Lodi, Novara, Verbania, Canton Ticino)

-genovese o ligure (Genova, La Spezia, Savona, Imperia, Carloforte, Appennino Alessandrino, Appennino Piacentino, territori delle quattro province)

-emiliano (Pavia, Oltrepò Pavese, Piacenza, Cremona, Mantova, Parma, Reggio Emilia, Modena, Ferrara, Bologna, Lunigiana)

-romagnolo (Ravenna, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Urbino, Repubblica di San Marino)

-veneto (Venezia, Treviso, Padova, Vicenza, Verona, Belluno, Rovigo, Trento, Trieste e Venezia Giulia)

-friulano (Friuli: Udine, Pordenone)

-istrioto

Romanzo orientale:

Dialetti e lingue dell'Italia centrale

I dialetti parlati nell'Italia centrale, incluso il toscano, costituiscono un gruppo di dialetti che viene suddiviso in dialetti:

-Toscani:
-toscano (Firenze, Siena, Pisa, Lucca, Arezzo)
-còrso (Corsica)
-cismontano
-oltremontano
-gallurese
-sassarese

-Mediani:

-romanesco (Roma)
-ciociaro
-viterbese
-dialetti umbri
-marchigiano (centrale: anconetano, fabrianese, maceratese, fermano, camerte)
-cicolano-reatino-aquilano
-aquilano (L'Aquila)

Dialetti e lingue dell'Italia meridionale

I dialetti del sud Italia sono suddivisi in due gruppi principali "meridionale" e "meridionale estremo":

-Meridionale: costituiscono un gruppo relativamente omogeneo e con unità strutturale, tra le sue varietà possiamo indicare le seguenti:

-abruzzese (Pescara, Chieti, Teramo, inclusa la parte meridionale della provincia di Ascoli Piceno nelle Marche)
-campano (Napoli)
-lucano e calabrese settentrionale
-pugliese (Bari, Foggia, Barletta-Andria-Trani)

-Estremo sud: costituiscono un gruppo relativamente omogeneo indicato dai linguisti come siciliano o lingua siciliana, suddiviso nelle seguenti varietà o dialetti:

-dialetti di transizione apulo-salentina:
-ostunese
-martinese
-fasanese
-tarantino (Taranto)
-salentino (Lecce, Brindisi, parte sud della provincia di Taranto)
-calabrese (Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza, Crotone, Vibo Valentia)
-siciliano (Palermo, Catania, Messina, Enna, Ragusa, Siracusa, Agrigento, Caltanissetta, Trapani)
-pantesco

Dialetti e lingue della Sardegna

-Sardegna:

-sardo[5]
-logudorese
-campidanese
-còrso
-gallurese
-sassarese

Presenza nel mondo

Lingua ufficiale

L'italiano è lingua ufficiale in Italia e San Marino sui rispettivi interi territori nazionali. È una lingua ufficiale (insieme allo sloveno) nei quattro comuni costieri della Slovenia (Capodistria, Isola d'Istria, Pirano, Portorose) e in Istria (Croazia) accanto al croato. Al di fuori dell'Italia va anzitutto considerata la Svizzera, dove la lingua italiana è una delle quattro lingue ufficiali con il tedesco, il francese e il romancio, secondo i dati del censimento dell'anno 2000, l'italiano è la lingua principale di 470.961 persone residenti nella Confederazione (pari al 6.5 % della popolazione), di cui 254.997 residenti nel Canton Ticino, dove l'italiano, oltre a essere lingua ufficiale, è considerato la lingua principale dal 83.1 % della popolazione. L'italiano è pure lingua ufficiale - accanto al romancio e al tedesco nel Canton Grigioni, dove è considerato lingua principale dal 10.2 % della popolazione. Sono di lingua italiana le valli meridionali dei Grigioni: Val Mesolcina, Val Calanca, Val Bregaglia e Val Poschiavo. L'italiano è diffuso infine nell'uso per ragioni turistiche nell'alta Engadina. L'unico comune svizzero sul versante settentrionale delle Alpi di lingua italiana (per ragioni risalenti alla riforma religiosa), Bivio, è invece oggi ormai sostanzialmente germanizzato e viene solamente parlato dal 29% degli abitanti (erano l'80% nel 1860).

Nella Città del Vaticano è usata correntemente ed è la lingua coufficiale della Santa Sede con il latino. Per tale motivo è diventata "lingua franca" della Santa Sede e le gerarchie ecclesiastiche spesso la utilizzano per comunicare tra di loro.

Diffusione al di là dei Paesi ufficialmente italofoni

L'italiano è diffusissimo a Malta, dove moltissimi lo parlano e tutti lo capiscono, e dove fu lingua ufficiale fino al 1934, nelle zone costiere della Dalmazia (Croazia), in Slovenia, in Albania e in Tunisia, grazie anche ai programmi televisivi italiani che li raggiungono e soprattutto alle numerose minoranze linguistiche italiane. È molto diffusa anche in Francia in Corsica, in quanto il corso è molto simile al toscano, e in Costa Azzurra, soprattutto nel Nizzardo. È molto diffuso anche nel Principato di Monaco.

Buona diffusione ha anche nelle ex-colonie italiane in Africa: Libia (dove è lingua di lavoro, insieme all'inglese), Eritrea, Etiopia, Somaliland e Somalia (in quest'ultimo Paese è stata lingua ufficiale fino al 1963 e usata nell'insegnamento universitario fino al 1991, allo scoppio della guerra civile). In altre nazioni, a causa della forte e prolungata emigrazione italiana nel mondo, esistono importanti comunità italiane (Stati Uniti, Sud America (specialmente Brasile, Argentina e Uruguay), Australia, Canada, Messico, Francia, Germania e Belgio soprattutto), che oggi cercano di recuperare e tramandare a figli e nipoti la loro cultura e lingua d'origine.

Dal sito del Ministero degli esteri [1] risultano presenti forti comunità di cittadini italiani residenti all'estero, esclusa la già citata Svizzera (presenza di 520.550 italiani), si tenga presente che queste cifre indicano solo i cittadini italiani residenti all'estero e non tutte le persone realmente italofone :

Germania 708.019 italiani
Argentina 618.443
Francia 358.603
Brasile 292.519
Belgio 281.674 (il 3% della popolazione, ben oltre la presenza dei parlanti di lingua tedesca, che è lingua ufficiale in alcuni comuni di confine)
USA 188.926
Regno Unito 173.493
Canada 140.812
Australia 131.679
Messico 125.655
Venezuela 121.655
Uruguay 74.163
Spagna 61.383
Cile 44.734
Sud Africa 32.330
Paesi Bassi 30.529
Perù 25.787
Lussemburgo 22.913 (il 5% della popolazione)
Austria 13.824
Grecia 10.654
Colombia 10.474
Israele 10.221 (compresa Gerusalemme)
Ecuador 10.105
Da tali dati risultano, inoltre, 6.631 italiani residenti nel Principato di Monaco (il 21% della popolazione).

L'italiano ha influenzato pesantemente lo spagnolo parlato in Argentina e in Uruguay grazie alla forte immigrazione.

Notiamo infine come la lingua italiana, pur classificandosi solo al 19° posto tra le lingue più parlate al mondo (70 milioni di parlanti circa), è la terza più studiata come lingua straniera[citazione necessaria], dopo inglese e francese e prima di tedesco e spagnolo. Questo grazie al fascino che l'Italia ha nel mondo e all'opera preziosa degli Istituti italiani di cultura. Nel Canada anglofono è la seconda lingua più studiata dopo il francese, mentre negli Stati Uniti e in Regno Unito è la quarta lingua più studiata dopo francese, spagnolo e tedesco.

Secondo uno studio dell'Unione Europea, è al secondo posto per numero di parlanti madrelingua in ambito europeo (16%), dopo il tedesco (24%) e accanto a francese e inglese, ma è quarta (18%) come lingua parlata [2].

Secondo studi attendibili, gli italofoni nel mondo sarebbero circa 200 milioni, di cui 70 milioni cittadini italiani o di paesi italofoni o appartenenti a minoranze linguistiche italofone e 65 milioni oriundi italiani(Media e comunicatori italici).

Fonetica

-Vocali

fonema - parole

[a] nave, galassia
[e] pianéta, réte
[ɛ] sfèra, zèro
mito, riso
[o] confrónto, órdine
[ɔ] vuòto, bucòlico
numero, nulla

[i]Nota:


È possibile ascoltare anche la vocale [ə], come completamento del suono di una consonante. Essa nella lingua scritta viene o tralasciata o trascritta come 'e'.

Esempio:

"La C di 'cento' si legge 'ce'"
in cui "ce" viene solitamente letto [ʧə] piuttosto che [ʧe]

[u]Consonanti


Tra parentesi quadre gli allofoni di [n] alveolare.

-Bilabiale Labiodentale Dentale Alveolare Postalveolare Palatale Velare
-Nasali m [ɱ] [n] n ɲ [ŋ]
-Occlusive p b t d k g
-Fricative f v s z ʃ
-Affricate ʦ ʣ ʧ ʤ
-Vibranti r
-Vibrati ɾ
-Laterali l ʎ
-Approssimanti j w

Alfabeto

L'italiano utilizza 21 lettere dell'alfabeto latino. In effetti k, j, w, x, y esistono solo in parole d'origine straniera, toponimi (Jesi) o come varianti grafiche di scrittura (ad es. in Pirandello gioja invece di gioia). Esistono accenti grafici sulle vocali: in particolare quello acuto (´) solo sulla e (raramente sulla o e sulla a; una grafia ricercata li esigerebbe anche su i e u dal momento che sono sempre "vocali chiuse") e quello grave (`) su tutte le altre. L'accento circonflesso (^) serve per indicare la contrazione di due vocali, in particolare due /i/. Si è soliti indicarlo soprattutto nei (pochi) casi in cui vi possa essere ambiguità di tipo omografico. Per esempio la parola "geni" può riferirsi sia a delle menti brillanti (al singolare: "genio") sia ai nostri caratteri ereditari (al singolare: "gene"). Scritta "genî" non può che riferirsi al primo significato. L'accento grafico è obbligatorio sulle parole tronche (o ossitone o meglio ancora "ultimali"), che hanno cioè l'accento sull'ultima sillaba e finiscono per vocale. Altrove l'accento grafico è facoltativo, ma utile per distinguere parole altrimenti omografe.

Note

↑ Alcuni studiosi utilizzano il termine "lingua" per sottolineare le differenze di alcuni idiomi (dialetti del nord delle province di Massa-Carrara, Pesaro e Urbino, quelli della Campania, il salentino, Basilicata, Calabria e Sicilia). L'uso comune richiede però l'uso del termine dialetto per tutte le varietà prive di riconoscimento ufficiale e quindi di uso subalterno rispetto all'italiano.

↑ Il tratto più tipico è la lenizione, anche se un tipo di lenizione si è comunque recentemente sviluppato anche al sud, sia pur con caratteristiche diverse, ed in Toscana (attestata dal XVI secolo) con modalità particolarissime che le hanno fruttato il nome di "gorgia". La presenza di strutture grammaticali comuni, dette "gallicismi" e riscontrabili anche in francese (je suis en train de manger), lingua che in questo preciso caso dimostra il residuo di un substrato celtico: sun/sum dré a mangià/mangiä/maià/magnà/magnar/magnär/magner. La possibilità di formulare frasi interrogative tramite una sorta di "inversione" (fenomeno diffuso in Lombardia ed Emilia-Romagna) come in francese (piacentino "mangi?": te a t' mang? che può essere reso con te mangiat?); Altri fenomeni, come la trasformazione della a accentata in ä o è (specialmente in Piemonte ed Emilia-Romagna) o la nasalizzazione della n. La presenza delle cosiddette vocali turbate come ö ed ü in Lombardia, Emilia-Romagna (province di Piacenza e Parma), Piemonte e Liguria per altri studiosi sarebbe invece da attribuire ad un superstrato germanico portato con le invasioni barbariche alla caduta dell'Impero Romano. Di grande interesse è infine il permanere di idiomi gallo-siculi in talune zone della Sicilia e della Basilicata.

↑ Secondo certi studiosi gli idiomi gallo-italici italiani, retoromanzi e veneti costituirebbero un sistema separato detto reto-cisalpino (Atti del convengo internazionale degli studi sulle lingue romanze dell'Italia del Nord, Trento, 21-23 ottobre 1993), in quanto versioni conservative di un idioma comune alla valle padana assestatosi nel medio evo. Da tale varietà deriverebbero gli idiomi del gruppo cisalpino, in seguito all'assorbimento di innovazioni di origine francese (idiomi galloromanzi italiani e veneto).

↑ Il pantesco, dialetto siciliano di Pantelleria, ha forti influssi arabi)

↑ Esistono diverse teorie rispetto all'origine dei dialetti del sardo (esclusi gallurese e forse il sassarese perché simili al corso, e quindi ricollegabili al toscano, ed in particolare al pisano) e degli idiomi retoromanzi (romancio, ladino, friulano). Residui di una latinità occidentale secondo alcuni studiosi, secondo altri apparterrebbero invece ad un diasistema esteso dall'Istria fino alla Spagna (Alicante) (Con l'esclusione del Veneto più simile al romanzo orientale).

Voci correlate

-Lingue parlate in Italia
-Grammatica italiana
-Lingua volgare
-Placiti cassinesi
-Italianistica
-Indovinello veronese
-Evoluzione della lingua italiana parlata
-Evoluzione della lingua italiana scritta

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MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 7:16 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 7:22 pm    Oggetto:  Lingue parlate in Italia
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Lingue parlate in Italia

Nel territorio odierno della Repubblica Italiana si parlano non solo lingue romanze, ma anche lingue germaniche, lingue slave, il greco e l'albanese.

La lingua ufficiale dello Stato italiano discende storicamente dal toscano letterario, il cui uso è iniziato coi grandi scrittori Dante, Petrarca e Boccaccio nel 1300, e si è in seguito evoluto storicamente nella lingua italiana corrente.

La lingua italiana era parlata solo da una piccola minoranza della popolazione al momento dell'unificazione politica nel Regno d'Italia nel 1861, ma si è in seguito diffusa, mediante l'istruzione obbligatoria e il contributo determinante e più recente della televisione di Stato, e ora la netta maggioranza dei cittadini italiani la parla come lingua madre.

Dal punto di vista degli idiomi locali preesistenti, ne consegue un processo di logoramento linguistico in cui le generazioni successive acquisiscono sempre più caratteristiche italiane - processo accelerato sensibilmente dall'ampia disponibilità di mass media in lingua italiana e dalla mobilità della popolazione.

Questo tipo di cambiamenti, unito all'ignoranza ed al mancato riconoscimento ufficiale, porta molti locutori nativi a considerare il proprio idioma locale come semplice varietà dialettale della lingua italiana, senza alcuna dignità linguistica. Alcuni idiomi sono considerati in pericolo di estinzione.

Una parte considerevole dei cittadini italiani parla altri idiomi oltre alla lingua ufficiale dello Stato; una parte tra questi parla un idioma diverso dall'italiano come lingua madre. Una minoranza non trascurabile non conosce l'italiano.

Indice [in questa pagina]

1 La situazione giuridica:
1.1 dell'italiano
1.2 delle minoranze linguistiche
2 Idiomi non romanzi
3 Idiomi romanzi
3.1 idiomi romanzi occidentali
3.2 idiomi romanzi orientali
3.3 idiomi sardi
4 I gruppi
5 Voci correlate
6 Note

La situazione giuridica:

-dell'italiano

Nella Repubblica Italiana la lingua ufficiale è l'italiano, sebbene non esista un articolo della Costituzione che lo riconosca esplicitamente. Tale riconoscimento espresso si trova altresì nello statuto del Trentino-Alto Adige, che formalmente è una legge costituzionale dello Stato (art.99):
...[La lingua] italiana (...) è la lingua ufficiale dello Stato.

Si può ricavare indirettamente dal fatto che la versione ufficiale della Costituzione è redatta in lingua italiana.
L'art. 122 del codice di procedura civile prescrive:

"In tutto il processo è prescritto l'uso della lingua italiana. Quando deve essere sentito chi non conosce la lingua italiana, il giudice può nominare un interprete. Questi, prima di esercitare le sue funzioni, presta giuramento davanti al giudice di adempiere fedelmente il suo ufficio".

Lo stesso stabilisce il primo comma dell'art. 109 del codice di procedura penale:

"Gli atti del procedimento penale sono compiuti in lingua italiana (169-3; 63, 201 att.)".

-delle minoranze linguistiche
L'art. 6 della Costituzione stabilisce che:
"la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche".

In attuazione di tale disposizione il Parlamento italiano ha riconosciuto ufficialmente - con la legge n. 482 (1999) - altre 12 lingue: friulano, ladino, tedesco, sloveno, occitano, francese, francoprovenzale, albanese, greco, sardo, catalano e croato, facendo un distinguo tra lingue romanze e non (Art. 2 della legge: 1. In attuazione dell'articolo 6 della Costituzione e in armonia con i princípi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo). La legge di tutela prevede l'uso ufficiale di tali lingue negli uffici pubblici, il loro insegnamento nelle scuole e l'avvio di trasmissioni radiotelevisive in RAI.[2]

L'art. 99 dello Statuto di Autonomia della Regione Trentino-Alto Adige dice:

"Nella regione la lingua tedesca è parificata a quella italiana che è la lingua ufficiale dello Stato. "

L'art. 38 dello Statuto della Valle d'Aosta dispone:
"Nella Valle d'Aosta la lingua francese è parificata a quella italiana."

Idiomi non romanzi

In Friuli-Venezia Giulia esiste una comunità che parla lo sloveno in tutta la fascia confinaria delle province di Trieste, Gorizia e Udine; in Molise in alcuni centri esistono ancora comunità parlanti il croato (slavisano).

In Piemonte esiste una serie di comuni dove si parla il cosiddetto "Walser", una variante del tedesco di tipo alemannico, simile a quello che si parla nel vicino cantone svizzero Vallese.

Comunità germanofone si trovano anche in Friuli-Venezia Giulia a Sauris, a Timau e in Val Canale, in Veneto presso Sappada e soprattutto dove sono stanziati i Cimbri (niente a che vedere con l'omonima tribù germanica sconfitta da Gaio Mario nel 101 a.C.) nel territorio dei Sette comuni vicentini (Roana, Rotzo, Rudi di Gallio) e dei Tredici comuni veronesi (Giazza).

La comunità tedesca più numerosa si trova comunque senza dubbio in Trentino-Alto Adige. A parte alcuni comuni della provincia di Trento (Luserna (località cimbra, vedi sopra) e la Val Fersina, dove invece sono stanziati i "Mòcheni"), la maggior parte dei germanofoni si trova in Alto Adige (dizione ufficiale italiana che risale all'epoca napoleonica, tipica dei dipartimenti francesi: la dizione ufficiale in tedesco è "Südtirol").

Tutte le parlate tedesche dell'Italia nord-orientale appartengono al gruppo bavarese meridionale.

In molti centri dell'Italia del centro-sud esistono isole linguistiche dove si parla il greco e l'albanese (o più precisamente il tosco, arbëresh) e il croato, un tempo ben più numerose e consistenti di oggi. I Croati molisani arrivati in Italia tra il XV-XVI secolo per scappare dalla avanzata ottomana nei balcani. Essi si stanziarono nei paesi di Acquaviva Collecroce (Kruč), San Felice del Molise (Sti Filić) e Montemitro (Mundimitar) nella attuale provincia di Campobasso. Attualmente la lingua viene parlata da poco più di duemila persone che parlano per la precisione il “na-našu”, antico dialetto slavo originario dell’entroterra dalmata. I Croati molisani venivano e vengono chiamati gli Schiavuni, nome che è rimasto anche nella toponomastica del territorio. Gli Schiavuni sono stati riconosciuti da parte dello stato italiano come minoranza nel 1996.

La Repubblica Italiana non riconosce direttamente questi idiomi come lingue minoritarie, piuttosto riconosce come lingue minoritarie le lingue ufficiali di altri Stati sovrani, di cui considera dialetti gli idiomi parlati in Italia: per esempio, walser, cimbro, sudtirolese e mocheno sono considerati dialetti del tedesco.

Idiomi romanzi

Gli idiomi romanzi parlati in Italia si dividono in idiomi romanzi occidentali (appartenenti al gruppo gallo-italico delle lingue galloromanze), storicamente assestati approssimativamente a nord della linea Massa-Senigallia, ma con isole linguistiche fino in Sicilia, e idiomi romanzi orientali (o dialetti centro-meridionali), radicati nel Centro-Sud Italia. Gli idiomi sardi sono generalmente considerati romanzi orientali, eccetto il catalano (romanzo occidentale), ma molti linguisti li considerano un gruppo separato. La lingua ufficiale dello Stato italiano è un idioma romanzo orientale, e viene parlata come prima o seconda lingua in tutto lo Stato dalla maggior parte della popolazione.

I linguisti dividono ulteriormente gli idiomi romanzi occidentali e orientali nei seguenti gruppi:

idiomi romanzi occidentali

-arpitano o francoprovenzale, idioma con caratteristiche intermedie tra il francese e l'occitano, parlato in Valle d'Aosta e nel Piemonte nordoccidentale, con una piccola isola nella Capitanata, intorno a Faeto (FG)

-occitano (variante provenzale), parlato in Piemonte occidentale, e con alcuni insediamenti sul confine ligure e nella Calabria Citeriore

-catalano, portata dai catalani durante la dominazione aragonese di Alghero, in Sardegna

-sistema reto-cisalpino

-gruppo retoromanzo

-ladino, parlata in Trentino-Alto Adige e Veneto, nell'area dolomitica

-lingua friulana veneto

-gruppo galloromanzo italiano o anche "gallo-italico"

-piemontese (koinè basata essenzialmente sul torinese; chiamato anche "pedemontano", anche se con questo termine di solito s'intendono le parlate locali diverse dal torinese)

-ligure (perlopiù koinè di base genovese, vedi dialetto genovese), ma numerose varianti come l'intemelio

-insubre (o lombardo occidentale)

-orobico (o lombardo orientale, detto anche semplicemente "bergamasco", però poco correttamente, visto che comprende anche altre varietà),

-emiliano (da intendersi più come un sottogruppo di varianti locali anziché un vero e proprio idioma, mancando ogni tipo di koinè)

-romagnolo

idiomi romanzi orientali

idiomi italici "centrali" (comprende la lingua italiana nei suoi dialetti toscano e romanesco)

-gruppo "tosco-romano"
-gruppo "centrale"
-idiomi italici "meridionali"
-idiomi alto-meridionali (comprendente varietà anche molto diverse tra loro come il pugliese e il campano) o ausone
-siciliano (o "basso-meridionale" o "tricalabro") compreso il dialetto salentino.

-idiomi sardi

-sardo
-logudorese
-campidanese
-sassarese (considerato del gruppo còrso da diversi autori)
-gallurese (considerato del gruppo còrso da diversi autori)

I gruppi

La lingua friulana è parlata nelle province di Gorizia, Pordenone, Udine e Venezia, e, oltre alla tutela statale, è riconosciuta ufficialmente dalla Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia quale "lingua della comunità regionale" ed è usata in ogni ambito sociale.

Caratteristiche della famiglia linguistica galloromanza, che include assieme al sottogruppo italiano ("galloitalico") anche occitano, franco-provenzale e francese, sono l'indebolimento delle sillabe atone (fortissimo soprattutto nell'emiliano), la sonorizzazione delle consonanti occlusive intervocaliche e la riduzione delle geminate nella stessa posizione (lenizione), la caduta in molti casi delle consonanti finali e la mancanza di epitesi, la presenza in molte varianti di fonemi vocalici anteriori arrotondati (/y, ø/, in passato dette "vocali turbate"). Vari linguisti hanno messo in relazione la similarità tra gli idiomi galloromanzi con il comune sostrato storico celtico, questa ipotesi è ancora materia di discussione e alcuni linguisti attribuiscono l'indebolimento sillabico e i fonemi /y, ø/ rispettivamente al superstrato germanico e a un'evoluzione locale indipendente.

Il gruppo veneto è generalmente meno innovativo rispetto ai dialetti galloitalici: non ha l'indebolimento delle sillabe atone e anche le vocali finali reggono abbastanza bene, fuorché dopo sonorante. Le varianti principali sono il veneto propriamente detto, che oggi è una koinè di base veneziana, il trentino che ha alcuni caratteri in comune con le parlate orobiche, e l'istrioto, idioma parlato nelle zone di Rovigno e Pola. La caratteristica più vistosa è la struttura sillabica che non tollera geminate in nessuna posizione.

I linguisti odierni concordano nel raggruppare gli idiomi galloromanzi italiani, retoromanzi e il veneto nel sistema linguistico reto-cisalpino (Atti del convengo internazionale degli studi sulle lingue romanze dell'Italia del Nord, Trento, 21-23 ottobre 1993).
Secondo l'interpretazione più recente, gli idiomi retoromanzi costituiscono una varietà più conservativa di una lingua "padana" comune assestatasi nell'alto medioevo. La variante centro-occidentale di questa lingua ha in seguito assorbito numerose innovazioni di origine francese, dando luogo agli idiomi del gruppo cisalpino (idiomi galloromanzi italiani e veneto).
In precedenza, secondo il linguista G.B. Pellegrini le lingue gallo-italiche e il veneto devono essere classificate nella famiglia dei "dialetti alto-italiani".

La lingua sarda è ufficialmente riconosciuta dalla Regione Autonoma della Sardegna e si caratterizza in quanto estremamente conservativa e isolata: alcuni studiosi hanno ipotizzato di classificarla in un sistema linguistico romanzo autonomo "meridionale" insieme col numidico l'antica parlata basata sul latino dell'Africa settentrionale, che coesisteva con il berbero fino all'invasione araba.
Il sardo ha quattro varietà; fondamentali: il logudorese, la varietà più arcaica e prestigiosa che si trova nella zona centrosettentrionale, il campidanese, parlato nel sud dell'isola, il sassarese e il gallurese parlati nel nord della Sardegna e più strettamente imparentati con i dialetti della Corsica meridionale. Logudorese e campidanese formano più propriamente la lingua sarda; gallurese e sassarese, strettamente imparentati al pomontano (còrso di Pumonti) appartengono a rigore alla lingua còrsa (gruppo corso-sardo), meno conservativo e maggiormente legato al gruppo dei dialetti toscani arcaici per i maggiori influssi esterni e le immigrazioni subite.

I gruppi seguenti sono tutti attribuiti unanimemente al ramo italoromanzo e quindi hanno caratteristiche più o meno vicine all'italiano standard.

Il gruppo tosco-romano è costituito dal toscano, dal romano (il dialetto romano moderno risulta essere una variante della lingua toscana ed è molto diverso dall'antico dialetto di Roma) e dal còrso. Il toscano è la base dell'italiano moderno, il còrso propriamente detto (corso di Cismonte, molto vicino al toscano occidentale, dal quale si differenzia però per alcune forme lessicali e le finali in /u/), il romano comprende sia il romanesco che le parlate della Tuscia. Lungo il crinale appenninico tra la Toscana e l'Emilia (Sambuca Pistoiese, Fiumalbo, Garfagnana e altre località) le persone più anziane usano ancora delle parlate di transizione tra il sistema italo-romanzo e il sistema "gallo-italico" dette, da taluni, parlate gallo-toscane.

Il gruppo centrale è quello di più difficile classificazione. Infatti le parlate si sono influenzate tra di loro in maniera considerevole e non lineare. Si distinguono i seguenti idiomi o sottogruppi: umbro-marchigiano di difficile sistematizzazione perché completamente privo di koinè e il cicolano-aquilano-reatino, con caratteristiche intermedie verso i dialetti del gruppo seguente.

I gruppi tosco-romano e centrale sono comunque gruppi abbastanza conservativi: nel còrso non esiste nessun tipo di indebolimento consonantico, in toscano e in parte dell'umbro-marchigiano c'è la gorgia, altrove una lenizione non fonologica. Comune è la realizzazione fricativa delle affricate mediopalatali e nelle zone meridionali i raddoppiamenti di /b dZ/ semplici intervocalici.

Note

↑ Secondo il linguista Tullio De Mauro la varietà linguistica in Italia è la più elevata nel mondo occidentale ("se nel confronto europeo e mondiale qualcosa vi è di fondamentalmente e specificamente italiano, è proprio la tenace millenaria persistenza delle differenziazioni linguistiche [e culturali] delle popolazioni che hanno convissuto e vivono nello spazio "che Appennin parte, e il mar circonda e l'Alpe"»: da AA.VV., "Stato dell'Italia", Il Saggiatore, 1995).

↑ Dal punto di vista lingusitico la questione è più articolata, con gruppi di linguisti, capeggiati da Ethnologue secondo cui gli idiomi locali italiani hanno una maggiore indipendenza e diversità rispetto all'italiano standard. Tale filone per tradizione tende a differenziare i vari idiomi (basandosi soprattutto su criteri di mutua intellegibilità) e a dare lo status di "lingua" senza distinzioni sociolinguistiche o politiche. L'atlante linguistico Ethnologue considera molti idiomi parlati in Italia come lingue distinte e strutturalmente separate dall'italiano [1]. A questo filone fanno riferimento anche altre istituzioni come l'UNESCO con il Red Book for Endangered Languages ("Libro rosso delle lingue in pericolo") [2]. L'ISO nel suo standard ISO-DIS 639-3 (attualmente in fase di sviluppo) si attiene specificamente alla classificazione di Ethnologue [3]. Lo standard ISO 639-2 adotta però un criterio più restrittivo basato sull'esistenza di una letteratura sufficientemente estesa [4].

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Lingue_parlate_in_Italia"Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 7:37 pm    Oggetto:  Grammatica italiana
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Grammatica italiana

Indice [in questa pagina]

1 Nomi
1.1 Plurali
2 Articoli
3 Preposizioni
4 Pronomi
4.1 Pronomi Personali
5 Aggettivi
5.1 Aggettivi possessivi
6 Verbi
6.1 Modo infinito
6.2 Modo indicativo
6.3 Modo congiuntivo
6.3.1 Consequenzialità dei tempi
6.4 Modo condizionale
6.5 Modo imperativo
6.6 Modo gerundio
6.7 Modo participio
7 Accenti
8 Apostrofi

*********

La grammatica italiana presenta numerose similitudini con quella spagnola e quella francese, con cui divide la comune appartenenza alla famiglia delle lingue romanze.

Nomi

Ciascun sostantivo in lingua italiana ha un genere (maschile o femminile) e due numeri (singolare e plurale). Non c'è declinazione secondo i casi come nel latino. I significati che altre lingue rendono con la declinazione, in italiano sono resi tramite preposizioni o alterazioni dell'articolo che accompagna il sostantivo. Sostantivi privi della forma singolare o della forma plurale vengono detti difettivi (ad esempio: "le nozze"). Sono detti invariabili quelli le cui forme singolare e plurale sono identiche.

Le principali desinenze dei nomi:

-maschili in -o, plurale in -i: libro, libri
-maschili in -e, plurale in -i: fiore, fiori
-maschili in -a, plurale in -i: poeta, poeti
-femminili in -a, plurale in -e: scala, scale
-femminili in -e, plurale in -i: luce, luci

In generale, sono invariabili in italiano i sostantivi che terminano in vocale accentata (la virtù / le virtù), i sostantivi (quasi tutti di origine straniera) che terminano in consonante (il bar / i bar), i sostantivi che terminano in -i non accentata (il bikini / i bikini, la crisi / le crisi), e diversi sostantivi (perlopiù accorciamenti di altre parole) che terminano in vocale non accentata (il boia / i boia, la moto / le moto).

Plurali

Esistono alcune regole particolari per i plurali.

-le parole femminili in -o sono generalmente abbreviazioni, e quindi restano invariabili: la radio, le radio. Fa eccezione la mano, le mani.

-le parole in -cio e -gio fanno il plurale in -ci e -gi .

-le parole in -co e -go fanno il plurale in -ci e -gi se l'ultima lettera prima della desinenza è una vocale (l'amico, gli amici), e generalmente in -chi e -ghi se l'ultima lettera prima della desinenza è una consonante (il fungo, i funghi).

-Rari sono però i manuali e le grammatiche che menzionano esplicitamente questa regola.

Nel corso della prima ricerca scientificamente condotta su questo specifico argomento da Lucia Santorum & Gregory Gefensette (Laboratorio LIC2M et Sorbona-Parigi) nel corso dell'estate 2004 e presentata nell'aprile 2006 alla conferenza ICAL (Taiwan), non è stato trovato nessun testo in proposito. Secondo gli autori menzionati questa regola permetterebbe di ridurre il numero di eccezioni di quasi la metà e di rilevare altre regolarità in funzione del numero di lettere considerate partendo dalla fine della desinenza. Ma ci sarebbero ancora eccezioni (es. il porco, i porci).

-Si usa anche dire che i nomi di persone hanno sempre il plurale in -ci e -gi, e tutti gli altri (cose, animali...) in -chi e -ghi.

-le parole in -cia, -gia fanno il plurale mantenendo la i se l'ultima lettera prima della desinenza è una vocale (la camicia, le camicie), e perdendola se è una consonante (la frangia, le frange; la roccia, le rocce).

-le parole in -cie sono invariabili al plurale (la specie, le specie) con l'eccezione di superficie (le superfici).

-le parole provenienti da altre lingue, se non italianizzate, sono generalmente invariabili e, generalmente usano la forma che, nella lingua originale, è singolare; il numero è indicato quindi dall'articolo (il film, i film; il computer, i computer). Questo vale anche quando la forma usata è il plurale (il murales, i murales).

Articoli

Gli articoli in italiano sono di due tipi: indeterminativo ed determinativo. I primi servono ad indicare un elemento generico di un insieme, i secondi ad indicare un elemento specifico di un insieme.

Articoli indeterminativi

-maschile singolare: un, uno (davanti a nomi che iniziano per z, gn, x, pn, ps o s impura, cioè seguita da una consonante)

-femminile singolare: una, un' (davanti a nomi che iniziano per vocale)
Non esiste una forma plurale vera e propria; per essa si ricorre all'articolo partitivo maschile (degli) o femminile (delle). Uni e une compaiono solo in frasi idiomatiche (gli uni e gli altri).

Articoli determinativi

-maschile singolare: il, lo (davanti a nomi che iniziano per z, gn, x, pn, ps, o s impura; eliso in l' davanti a nomi che iniziano per vocale)

-femminile singolare: la (eliso in l' davanti a nomi che iniziano per vocale)

-maschile plurale: i, gli (davanti a nomi che iniziano per z,x, gn, pn, ps, s impura o vocale)

-femminile plurale: le

La tendenza attuale è quella di usare un e il anche con i nomi che iniziano per pn: "il pneumatico" è, nel linguaggio familiare, molto più comune di "lo pneumatico", ed è anche ormai accettato nelle grammatiche più recenti.

L'elisione di gli davanti a parola che inizia per i, e di le davanti a parola che inizi per e ("gl'italiani", "l'erbe") è ormai considerata arcaica.

Viceversa nel linguaggio burocratico e legale si tende a non elidere la davanti a vocale: "la espressione".

Preposizioni

Le preposizioni sono una parte del discorso che serve a chiarire la funzione di un sostantivo o pronome all'interno di una proposizione rispetto al contesto della stessa, o quella di una subordinata all'interno di un periodo. Le preposizioni in italiano sono di, a, da, in, con, su, per, tra, fra; anche sopra e sotto possono fare da preposizioni in alcuni casi.

Le preposizioni possono anche essere unite agli articoli determinativi, e formare le preposizioni articolate (le altre si dicono anche semplici). Non tutte le combinazioni preposizione-articolo sono ammesse, come si può vedere dalla tabella sottostante.

-preposizioni articolate:

-il lo la i gli le
-di del dello della dei degli delle
-a al allo alla ai agli alle
-da dal dallo dalla dai dagli dalle
-in nel nello nella nei negli nelle
-con col collo colla coi cogli colle
-su sul sullo sulla sui sugli sulle
-per pel pei

Pel e pei non sono più in uso dalla prima metà del 1900; anche l'uso delle preposizioni articolate formate da con e articolo è in regresso.

Pronomi

-Pronomi Personali

1a singolare io me mi mi me

2a singolare tu te ti ti te

3a singolare maschile egli, lui, esso lui, sé (stesso) lo, si gli, si glie-, se

3a singolare femminile ella, lei, essa lei, sé (stessa) la, si le, si glie-, se

1a plurale noi noi ci ci ce

2a plurale voi voi vi vi ve

3a plurale maschile essi, loro loro, sé stessi li, si --, si --, se

3a plurale femminile esse, loro loro, sé stesse le, si--, si --, se
impersonale si -- ci ci ce

(1) forma usata quando il pronome precede il verbo
(2) forma usata quando il pronome è seguito da un pronome oggetto
(3) forma comunemente usata nella lingua parlata
(4) usato per soggetti inanimati
(5) forma riflessiva: cfr "lo vede" = vede un altro / "si vede" = vede sé stesso/a
(6) forma proclitica, sempre unita al pronome seguente: "glielo dico"
(7) usata anche per plurali di gruppi misti
(8) "loro" se segue immediatamente il verbo: "ho dato loro un libro" = ho dato un libro a loro
(9) precede il soggetto: "ci si vede" (non "si ci vede")

La forma dativa è espressa, quando il pronome segue il verbo, dalla corretta preposizione + la normale forma accusativa: "ti regalo un libro" ma "regalo a te un libro"; corretta è pure, nel caso si voglia sottolineare il pronome, "a te regalo un libro".

Negli altri casi è sempre usata la forma accusativa (o "complemento"): "da me", "di me", "con me", ecc...

In italiano la forma di cortesia è la 3a persona femminile, con l'iniziale maiuscola (Lei, Loro). Arcaica è Voi per la 2a persona singolare.

A differenza di altre lingue, come ad esempio nel francese e nell'inglese, il pronome personale soggetto in italiano è facoltativo e viene normalmente omesso. Viene espresso esplicitamente quando si desidera enfatizzare il soggetto o quando occorre risolvere ambiguità davanti a voci verbali identiche (le tre persone singolari del congiuntivo presente).

Aggettivi

Gli aggettivi in italiano hanno due generi (maschile e femminile) e due numeri (singolare e plurale). Concordano per genere e numero col sostantivo a cui si riferiscono. Le desinenze più frequenti sono raggruppabili in due gruppi (derivati direttamente dalle due classi di aggettivi latini):

-prima classe
-seconda classe
-maschile
-femminile
-singolare -o -a -e
-plurale -i -e -i

Esistono anche aggettivi invariabili, che cioè non variano per genere e numero, come ad esempio alcuni aggettivi di colore (la penna rosa - le penne rosa - il pastello rosa - i pastelli rosa; idem per "blu"), e le parole straniere (atteggiamento dandy - un gruppo di persone dandy).

Aggettivi possessivi

persona maschile singolare femminile singolare maschile plurale femminile plurale

1a singolare mio mia miei mie

2a singolare tuo tua tuoi tue

3a singolare suo, proprio sua, propria suoi, propri sue, proprie

1a plurale nostro nostra nostri nostre

2a plurale vostro vostra vostri vostre

3a plurale loro, proprio loro, propria loro, propri loro, proprie forma riflessiva alternativa

La 3a persona singolare è anche quella usata nelle forme di cortesia, con l'iniziale maiuscola: "Le consegno il Suo pacco".

A differenza di quanto accade in altre lingue, in italiano l'aggettivo possessivo è normalmente accompagnato da un articolo; tale articolo manca, invece, laddove mancherebbe anche in assenza del possessivo («è sua abitudine» corrisponde a «è abitudine di X»; diversamente, «è la sua abitudine» corrisponde a «è l'abitudine di X»)

L’articolo si omette davanti ai nomi di parentela preceduti da un aggettivo possessivo che non sia loro: mio padre, tua madre, suo fratello, nostra zia, vostro nipote(ma il loro padre, la loro madre ecc.).

Vi sono però alcuni nomi di parentela che ammettono l’articolo, come per esempio nonno e nonna;

inoltre l’articolo si usa quando i nomi di parentela sono al plurale(le mie sorelle), o sono

accompagnati da un attributo(la mia cara moglie), o sono seguiti dal possessivo (lo zio suo).

Vogliono l’articolo anche i diminutivi (la nostra sorellina, la mia zietta) e gli effettivi (il tuo papà, la sua mamma, il vostro figliolo).

Non hanno l’articolo alcuni appellativi onorifici quando sono preceduti da sua e vostro (-a):

Sua Eccellenza, Sua Maestà, Sua Santità, Vostro Onore, Vostra Altezza, Vostra Signoria.

Verbi

I verbi in italiano si coniugano per persona (1a, 2a o 3a) e per numero (singolare o plurale) del soggetto, per tempo (presente, passato, futuro), per modo (indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo, infinito, gerundio e participio) e talvolta per genere (maschile o femminile) del soggetto o dell'oggetto.

A differenza di altre lingue (ad esempio dell'inglese o del francese) non è obbligatorio porre prima del verbo il pronome personale soggetto dato che le desinenze tra le diverse persone utilizzate nella coniugazione solo raramente permettono ambiguità.

I verbi italiani si raggruppano in tre gruppi principali per quanto riguarda la coniugazione (vedi sotto).

La forma negativa del verbo (in tutti i modi, tranne che per la seconda persona singolare dell'imperativo) si ottiene facendolo precedere da non.

La forma interrogativa del verbo è identica a quella affermativa; l'interrogazione viene resa tramite il tono della voce, ascendente sul finire del periodo.

I tempi possono essere semplici o composti, questi ultimi sono tempi formati da un verbo ausiliare (declinato per persona, numero e modo) seguito dal participio passato del verbo.

Il verbo ausiliare è avere nelle frasi attive quando il verbo è transitivo, e per alcuni verbi intransitivi
Il verbo ausiliare è essere nelle frasi attive per alcuni verbi intransitivi
Il verbo ausiliare è essere nelle frasi passive o riflessive;
può essere sostituito da venire nelle frasi passive
viene sostituito da andare nelle frasi passive quando la frase esprime un obbligo od una prescrizione

Nel caso di tempi composti, il participio può essere accordato:

-Quando l'ausiliare è essere, con il genere e il numero del soggetto (es. La cena è stata servita alle otto in punto).
-Quando l'ausiliare è avere e il complemento oggetto è costituito da un pronome che precede il verbo, con il genere e il numero dell'oggetto (es. Giulia ci ha visti uscire assieme ieri).
-La forma di cortesia è quella della 3a persona singolare; la stessa forma è usata per il pronome impersonale si.

Modo infinito

È la forma del verbo che si trova nei vocabolari, e ne distingue l'appartenenza ad una delle tre coniugazioni a seconda della desinenza del presente:

1a coniugazione: -are
2a coniugazione: -ere
3a coniugazione: -ire

ma molti verbi comuni sono irregolari, mentre i verbi essere e avere vengono comunemente indicati come possedenti coniugazione propria. Una trattazione esaustiva di coniugazioni irregolari raggruppate per similitudine va oltre lo scopo di questo articolo.

È impersonale (non si coniuga per persona o numero).

Ha due tempi:

-presente
-passato, composto mediante infinito presente dell'ausiliare + participio passato

È usato in forma sostantivata per esprimere l'azione descritta dal verbo: "leggere è bello"

Si usa in alcuni casi nelle proposizioni subordinate (causali, finali, relative) quando il soggetto è lo stesso della proposizione principale: "ho corso per arrivare in tempo" = ho corso affinché io arrivassi in tempo (non usata), ma "ho corso affinché tu arrivassi in tempo".

Si può usare per sostituire una relativa con un'oggettiva: "vedo gli uccelli volare" = "vedo gli uccelli che volano"; in tal caso il soggetto della subordinata viene declinato all'accusativo "vedo lui che vola" = "vedo lui volare".

In tutti questi casi, il tempo utilizzato dipende se si vuole esprimere un'azione contemporanea (infinito presente) o anteriore (infinito passato) rispetto alla proposizione principale.

Si usa inoltre come forma di imperativo gentile nel dare istruzioni.

Si usa infine, preceduto da non, come negazione della seconda persona singolare dell'imperativo presente.

Modo indicativo

Si usa per esprimere condizioni oggettive, stati di fatto, affermazioni. Ci sono quattro tempi semplici:

-presente, usato per un'azione contemporanea isolata o abituale, o per un'intenzione per l'immediato futuro
-imperfetto, usato per un'azione in un tempo indeterminato nel passato e genericamente non terminata
-passato remoto, usato per un'azione in un tempo passato solitamente lontano nel tempo e genericamente terminata
-futuro semplice, usato per un'azione in un futuro generico

ciascuno dei quali dà vita ad un tempo composto mediante ausiliare coniugato + participio passato:

-passato prossimo (presente+pp), usato per un'azione in un tempo -passato e genericamente terminata (similmente al passato remoto, ma più usato di quest'ultimo)
-trapassato prossimo (imperfetto+pp), usato per un'azione generica in un tempo antecedente ad un'azione espressa col passato prossimo
-trapassato remoto (passato remoto+pp), usato per un'azione generica in un tempo antecedente ad un'azione espressa col passato remoto
-futuro anteriore (futuro semplice+pp), usato per un'azione generica in un tempo futuro antecedente ad un'azione espressa col futuro semplice

Tempo presente

-are

es. parlare -ere
es. godere -ire
es. dormire / capire

io -o -o -o / -isco
tu -i -i -i / -isci
lui, lei -a -e -e / -isce
noi -iamo -iamo -iamo
voi -ate -ete -ite
loro -ano -ono -ono / -iscono

Tempo imperfetto

-are

es. parlare -ere
es. godere -ire
es. dormire / capire

io -avo -evo -ivo
tu -avi -evi -ivi
lui, lei -ava -eva -iva
noi -avamo -evamo -ivamo
voi -avate -evate -ivate
loro -avano -evano -ivano

Tempo passato remoto

-are

es. parlare -ere
es. godere -ire
es. dormire / capire

io -ai -ei, -etti(1) -ii
tu -asti -esti -isti
lui, lei -ò -é, -ette(2) -ì
noi -ammo -emmo -immo
voi -aste -este -iste
loro -arono -erono, -ettero(3) -irono

(1) per molti verbi della seconda coniugazione la desinenza è -i, ma cambia la radice del verbo. (cadere > caddi; scrivere > scrissi; tenere > tenni; etc.)

(2) per molti verbi della seconda coniugazione la desinenza è -e, ma cambia la radice del verbo. (cadere > cadde; scrivere > scrisse; tenere > tenne; etc.)

(3) per molti verbi della seconda coniugazione la desinenza è -ero, ma cambia la radice del verbo. (cadere > caddero; scrivere > scrissero; tenere > tennero; etc.)

Tempo futuro semplice

-are

es. parlare -ere
es. godere -ire
es. dormire / capire

io -erò -(e)rò -irò
tu -erai -(e)rai -irai
lui, lei -erà -(e)rà -irà
noi -eremo -(e)remo -iremo
voi -erete -(e)rete -irete
loro -eranno -(e)ranno -iranno

Modo congiuntivo

Si usa nelle proposizioni subordinate per esprimere ipotesi o dubbi nei casi in cui la subordinata è retta da congiunzioni quali "che", "se", "perché", "affinché".

Ci sono due tempi semplici:

-presente, usato per un'azione contemporanea ad una espressa dall'indicativo presente o futuro

-imperfetto, usato per un'azione contemporanea ad una espressa da un tempo passato dall'indicativo, per un'azione passata ma continuata o non terminata rispetto ad una espressa dall'indicativo presente, o nel periodo ipotetico del secondo tipo

che danno forma a due ulteriori tempi composti con l'usiliare coniugato e il participio passato:

-passato (presente+pp), usato per un'azione passata e terminata rispetto ad una espressa dall'indicativo presente o futuro

-trapassato (imperfetto+pp), usato per un'azione passata rispetto ad una espressa da un tempo passato dell'indicativo, o nel periodo ipotetico del terzo tipo

Nei casi in cui il congiuntivo manca, si usa:

-l'indicativo futuro semplice, quando l'azione è futura rispetto ad un'azione presente o futura

-l'indicativo futuro anteriore, quando l'azione è futura rispetto ad un'azione presente o futura ma antecedente ad un'altra azione futura

-il condizionale passato, quando l'azione è futura rispetto ad un'azione passata

Tempo presente

-are

es. parlare -ere
es. godere -ire
es. dormire / capire

io -i -a -a / -isca
tu -i -a -a / -isca
lui, lei -i -a -a / -isca
noi -iamo -iamo -iamo
voi -iate -iate -iate
loro -ino -ano -ano / -iscano

Tempo imperfetto

-are

es. parlare -ere
es. godere -ire
es. dormire / capire

io -assi -essi -issi
tu -assi -essi -issi
lui, lei -asse -esse -isse
noi -assimo -essimo -issimo
voi -aste -este -iste
loro -assero -essero -issero

Consequenzialità dei tempi

La grammatica ha ereditato dalla grammatica latina, sia pure con delle differenze, la consecùtio tèmporum, cioè un insieme di norme che regolano il rapporto tra i tempi e i modi di una frase principale (o sovraordinata) e della frase subordinata per esprimere il rapporto di

-contemporaneità,
-anteriorità,
-posteriorità.

Per esprimere contemporaneità nel presente (la frase principale usa un tempo presente o futuro) si usa il congiuntivo presente:

"Penso (penserò) che la via sia diritta".
Per esprimere contemporaneità nel passato (la frase principale usa il tempo imperfetto o passato remoto) si usa il congiuntivo imperfetto:

"Pensavo che la soluzione fosse semplice".
Per esprimere anteriorità al presente la frase subordinata deve avere il verbo al congiuntivo passato:

"Credo che il pasto sia stato buono".
Per esprimere anteriorità al passato la frase subordinata deve avere il verbo al congiuntivo trapassato:

"Immaginavo che l'aria fosse stata salubre prima dell'evento indicato".
Per esprimere posteriorità, dato che il congiuntivo non ha tempo futuro, si utilizza il futuro dell'indicativo:

"Sono convinto che d'ora in poi il bimbo sarà buono".
La posteriorità può essere indicata anche con il condizionale passato nel caso che il tempo principale sia all'imperfetto:

"Pensavo che il bimbo sarebbe stato buono con un gioco".

Modo condizionale

Si usa per esprimere desideri e a seguito di proposizioni ipotetiche introdotte da se + congiuntivo. Ha due tempi: uno semplice, il presente, e uno composto, il passato, formato dal condizionale presente del verbo ausiliare unito al participio passato del verbo; ad esempio, "io avrei parlato, io sarei caduto".

Tempo presente

-are

es. parlare -ere
es. godere -ire
es. dormire / capire

io -erei -erei -irei
tu -eresti -eresti -iresti
lui, lei -erebbe -erebbe -irebbe
noi -eremmo -eremmo -iremmo
voi -ereste -ereste -ireste
loro -ebbero -ebbero -ebbero

Modo imperativo

Si usa per impartire ordini e istruzioni. Rifiuta sempre il pronome personale soggetto.

-are

es. parlare -ere
es. godere -ire
es. partire / capire

2a pers. sing. -a -i -i
2a pers. plur. -ate -ete -ite

Per le persone diverse dalla seconda singolare e plurale, viene usata la corrispondente voce del congiuntivo (congiuntivo esortativo).

Quando è seguito da pronome complemento oggetto, questo può assumere la forma enclitica atona -mi, -ti, -lo, -la, -ci, -vi, -li, -le (es. "guardami!" = "guarda me!"); quando è seguito da pronome complemento di termine, questo può assumere la forma enclitica atona -mi, -ti, -gli, -le, -ci, -vi (es. "consegnami il libro!" = "consegna a me il libro!").

Modo gerundio

Si usa con il verbo "stare" per la costruzione di frasi progressive ("sto andando a Roma", quindi sono in viaggio), oppure al posto di una frase subordinata temporale o causale ("vedendo il sole, uscì). Esiste il gerundio presente, un tempo semplice, e il gerundio passato, tempo composto formato dal gerundio presente dell'ausiliare e dal participio passato del verbo: "avendo parlato - essendo caduto".
A volte nel gerundio passato l'usiliare è omesso, e rimane il solo participio passato con la stessa funzione del gerundio.

Come l'infinito, è impersonale.

-are

es. parlare -ere
es. godere -ire
es. partire / capire

-ando -endo -endo

Modo participio

È il modo che esprime un soggetto nell'atto o nella qualifica di chi compie l'azione: "il quorum è raggiunto se si recano a votare la maggioranza degli aventi diritto al voto". Può essere espresso anche al passato come tempo composto a partire dal presente ("aventi avuto"). Si accorda per numero col soggetto.

Quello che nelle grammatiche (e in questo articolo) è indicato come participio passato è invece una forma passiva usata principalmente per la costruzione dei tempi composti.

Viene inoltre usato come aggettivo per descrivere la persona o la cosa avente ricevuto un'azione: "i piatti lavati vengono quindi asciugati" = "i piatti che sono stati lavati vengono quindi asciugati" o "i piatti, dopo essere stati lavati, vengono quindi asciugati"; in quest'ultimo caso è declinato come un aggettivo.

-are

es. parlare -ere
es. godere -ire
es. dormire / capire

presente -ante -ente -ente
passato -ato -uto -ito

Vedere sopra per quanto riguarda l'eventuale declinazione del participio passato nei tempi composti.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 7:42 pm    Oggetto:  Lingua volgare
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Lingua volgare

La lingua volgare non ha una data di nascita precisa, tuttavia dal secolo VIII in poi si possono trovare numerosi documenti che comprovano la necessità, per chi volesse essere compreso al di fuori della cerchia dei chierici, di adoperare, anche per iscritto, la lingua volgare.

Indice [in questa pagina]

1 Le origini
1.1 I primi documenti in volgare
2 Il volgare nel '200 e nel '300
2.1 Differenze tra latino ed italiano
3 Il volgare nel '400 e nel '500

Le origini

La maggioranza della popolazione era a quel tempo costituita da laici letterati che, senza distinzione di condizione sociale, parlavano una lingua volgare che si allontanava sempre più dal latino, finché questo divenne incomprensibile a chi non lo avesse studiato (il latino era sentito come coincidente con la grammatica), mentre un’élite di uomini di cultura (i chierici), quasi tutti appartenenti alla cerchia ecclesiastica, parlava in volgare, ma era capace di leggere e scrivere in latino.

Con il passare del tempo diventò necessario rivolgersi ai laici in volgare, prima oralmente e poi, quando si fu costituito un pubblico di laici avente una certa cultura, anche per iscritto. Tutti coloro che sapevano scrivere, usavano il medio-latino, ossia una lingua che, pur con modificazioni profonde, era una continuazione diretta del latino scritto antico mentre l'analfabetismo tra i laici, nobili e sovrani compresi, era pressoché totale ed essi usavano esclusivamente le parlate locali, ossia i volgari, sempre più lontani dal latino e sempre più differenziati tra loro, ciò incoraggiò l’uso scritto del volgare.

Dall’VIII secolo in poi, l’uso scritto del volgare fu avvertito come necessario per soddisfare le necessità di una larga parte della popolazione. Nell’813 un capitolare impose l’uso del volgare nella predicazione. Per il francese d’oïl ed il tedesco francone il primo documento ufficiale in volgare risale all’842, è il Giuramento di Strasburgo, redatto da Nitardo in lingua colta. Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, alleandosi, giurarono l’uno nella lingua dell’altro, alla presenza dei rispettivi eserciti (Ludovico il Germanico in romanzo, Carlo il Calvo in germanico).

I primi documenti in volgare

Dall'VIII al XII secolo, il volgare fu adoperato sempre più largamente e scritto con frequenza sempre maggiore. Il documento più antico che si conosca è l’indovinello veronese della fine del VIII secolo o del principio del IX, forse opera di un chierico, in cui l'atto dello scrivere è paragonato a quello del contadino che ara un campo bianco lasciandosi dietro un seme nero. L’indovinello è in una lingua nella quale il latino è al tramonto e il volgare già si delinea:

Se pareba boves, alba pratàlia aràba et
albo versòrio teneba, negro sèmen seminaba


(spingeva davanti a sé i buoi [dita], arava un bianco prato [pagine]
teneva un bianco versorio [penna] e seminava una semente nera [lettere])

Il volgare appare ormai vitale in quattro placiti cassinesi, ossia quattro testimonianze giurate, registrate tra il 960 e il 963, sull'appartenenza di certe terre ai monasteri benedettini di Capua, Sessa e Teano. Sono importanti soprattutto perché non sono la stesura per iscritto di frasi improvvisate dai testimoni, bensì la ripetizione di formule che il giudice aveva preparate in volgare, perché fossero intese anche da coloro che non erano in grado di comprendere un giuramento in latino.

Documenti simili divennero sempre più frequenti, documentando il diffondersi e rafforzarsi progressivo del volgare e l’intenzione di usarlo con scopi o con caratteri differenti finora usati.

Tuttavia, il latino, grazie al carattere conservatore della chiesa, restò ancora, per tutto il Duecento e oltre, Lingua della cultura ed occorsero parecchi secoli perché il volgare italiano, divenuto ormai lingua letteraria e culturale, raggiungesse tutti i settori del sapere.

Il volgare nel '200 e nel '300

Nel corso del Duecento e del Trecento in latino scrissero regolarmente i teologi, i giuristi, i retori, quasi tutti gli scienziati e molti storici. Dante compose in volgare il Convivio, ossia un'opera culturale e la Commedia, un poema didascalico-allegorico nel quale si tratta anche di teologia, ma, per formulare le leggi retoriche del poetare in volgare, scrisse in latino ed in latino scrisse il de Monarchia che, trattando un problema supernazionale, i rapporti tra Chiesa e Impero, si rivolgeva a un pubblico non solo italiano.

Nel Duecento si sceglieva tra le due lingue, a seconda del genere, dell'argomento e del pubblico, ma chi sapeva il latino e aveva conoscenze scientifiche non leggeva volentieri libri scritti in volgare. Già nel IX secolo le dame amavano la narrativa storico- romanzesca, che più tardi portò alle chansons de geste ed ai romanzi (XI-XII sec.).

Nelle corti alcuni signori ed alcune dame erano in grado di leggere i testi latini, per gli altri i chierici palatini facevano pubbliche letture, traducendo estemporaneamente o riassumendo in volgare. Alla regolamentazione dei volgari contribuì notevolmente il capitolare dell’813, infatti, gli uomini di Chiesa nel tradurre le omelie dal latino applicava alla nuova lingua le regole del latino.

Tra la fine del '300 e l’inizio del '400, si nota un rinascere dell'interesse per i classici, che ben pochi erano ancora in grado di comprendere agevolmente.

Anche i laici si dedicano alla ricerca ed allo studio dei grandi autori latini e a poco a poco emergono dalle biblioteche testi da tempo dimenticati.

Dopo il 1450 la diffusione della stampa facilita la circolazione delle idee, dei testi, della cultura.

Differenze tra latino ed italiano

Il volgare nel '400 e nel '500

Libera costruttività dell'uomo, la scienza ha come fondamento solo l'esperienza, libertà morale come regolatrice del mondo (la verità ha valore se discende da una libera scelta morale).

Così, per i letterati del '400 e '500:

-Il culmine della civiltà è stato raggiunto in epoca classica

-Il latino è stato la lingua della civiltà

-La decadenza del latino e della cultura ad esso collegata hanno caratterizzato il medioevo

-Il volgare è espressione di barbarie (il latino della Chiesa è impoverito e scorretto)

-La conoscenza dei classici è indispensabile all’uomo colto (esclusione dalle cariche di prestigio di chi scrive in volgare o in latino scolastico)

-Disprezzo per coloro che senza una precedente cultura umanistica si dedicano a studi d’altro genere

-Mentre già Dante aveva auspicato il ritorno al latino classico, il primo umanista realmente inteso come tale fu Petrarca, presto imitato dal Boccaccio. Il movimento fu poi chiamato Rinascimento perché parve agli uomini del '400 e '500 di essere finalmente usciti dalla barbarie.

-L'umanesimo - nato in Italia - diffuse in tutta Europa lo studio dei classici latini e poi di quelli greci (nel 1453, caduta di Costantinopoli, molti dotti greci giunsero in Europa). Cambiava così anche la concezione del mondo: religiosa nell’uomo medievale, laica nell’uomo del ‘400 –‘500. E con tali cambiamenti nasceva la scienza sperimentale moderna (matematica, fisica, astronomia) ed una nuova coscienza della libertà spirituale ed intellettuale dell'uomo.

-La concezione di classico uguale a bello, spinta all’eccesso, porta alla convinzione che non si possa scrivere bene senza usare il latino degli autori classici. Gli umanisti non si resero conto che il latino non poteva essere usato come lingua letteraria, poiché era ignorato dalla maggior parte della popolazione (gli umanisti stessi non lo possedevano intimamente, poiché non pensavano in latino). Ostinandosi ad usare il latino classico, compreso solo da una minoranza, gli umanisti condannarono all’oblio le loro opere.

Tutta la storia della letteratura dimostra che, fin dall'antichità (es. Eneide, Odissea), le opere maggiori furono create nella lingua parlata e compresa da tutti, nella sua forma più bella e corretta, ciò permise una vasta diffusione che ne assicurò la sopravvivenza.

Dante comprese tale verità ed usò un volgare vivo, comprensibile non solo ai fiorentini, ma anche a tutti gli abitanti della penisola. Petrarca, il primo umanista, pur definendo “nugae” (bagattelle) le sue rime in volgare, affidò ad esse la propria fama. Anche Boccaccio scrisse in volgare. Per un centinaio d’anni gli umanisti tentarono di imporre la propria tesi, ma già nel '400 (Poliziano, Lorenzo il Magnifico e Niccolò Machiavelli) e nel ’500 autori come Matteo Maria Boiardo, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso usarono il volgare facendone a tutti gli effetti una lingua letteraria.

Fondamentali differenze fra latino ed italiano Latino Italiano:

-Declinazione neutra Perdita del neutro
-casi (declinazioni) Perdita della declinazione, sostituita dalle preposizioni
-Forma passiva del verbo Perdita della forma passiva sostituita da quella perifrastica (parte nominale + verbo)
-Manca l'articolo Compare l'articolo
-Metrica quantitativa (sillabe lunghe e brevi) mancano rime e strofe
-Metrica accentuativa (accento delle sillabe) rima e strofa.

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MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 7:46 pm    Oggetto:  Placiti cassinesi
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Placiti cassinesi

I quattro placiti capuani, ossia quattro testimonianze giurate, registrate tra il 960 e il 963, sull'appartenenza di certe terre ai monasteri benedettini di Capua, Sessa e Teano sono i primi documenti di volgare italiano scritti in un linguaggio che vuol essere ufficiale e dotto.

Riguardava una lite sui confini di proprietà tra il monastero di Montecassino e un piccolo feudatario locale, Rodelgrimo d'Aquino.

Con questo documento tre testimoni, dinanzi al giudice Arechisi, deposero a favore dei Benedettini, indicando con un dito i confini del luogo che era stato illecitamente occupato da un contadino dopo la distruzione dell'abbazia nel 885 da parte dei saraceni.

La formula del placito capuano fu inserita nella stessa sentenza, scritta in latino, e ripetuta per quattro volte.

Indice [in questa pagina]

1 Struttura
2 I passi in volgare
3 Analisi filologica
4 Il diffondersi del volgare

Struttura

Si tratta di un gruppo compatto di quattro pergamene di argomento simile formati da quattro placiti o con più esattezza, tre placiti e un "memoratorio", sull'appartenenza di certe terre appartenenti agli stessi luoghi.

I placiti riguardano beni di tre monasteri che dipendono da Montecassino e sono stati pronunciati nei principati longobardi di Capua e di Benevento. All'infuori delle prime tre carte di Teano, il "memoratorio", il tipo è costante nelle sue formule.

Dapprima il giudice comunica alle parti il testo della formula, in seguito tre testimoni devono pronunciarla separatamente. In questo modo la formula viene ripetuta, in tre documenti, quattro volte.

I passi in volgare

I quattro passi in volgare sono:

-(Capua, marzo 960)
Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti.

-(Sessa, marzo 963)
Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai, Pergoaldi foro, que ki contene, et trenta anni le possette.

-(Teano, luglio 963)
Kella terra, per kelle fini que bobe mostrai, sancte Marie è, et trenta anni la posset parte sancte Marie.

-(Teano, ottobre 963)
Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe mostrai, trenta anni le possette parte sancte Marie. Questa formula corrisponde ad altre formule simili ma scritte in latino e ritrovate a Lucca 822 e a San Vincenzo al Volturno 936, 954, 976.

Dal momento che i testimoni erano tutti chierici o notai si presume che sarebbero stati in grado di pronunciare la formula in latino e se questo non è stato, evidentemente costoro avevano ritenuto opportuno far conoscere il contenuto a tutti quelli che erano presenti al giudizio.

La stessa cosa era avvenuta, anche se in modo più solenne, a Strasburgo dove il 14 febbraio 842 si tennero i Giuramenti di Strasburgo per concordare l'alleanza tra due dei figli di Carlomagno. In questa occasione per farsi comprendere dai soldati francesi, Lodovico il Germanico aveva giurato in romana lingua (francese) e Carlo il Calvo, per farsi capire dai soldati tedeschi, in teudisca lingua (tedesco). In tal modo ciascuno giurava nella lingua dell'altro rendendo comprensibile il proprio giuramento al popolo che evidentemente non solo non parlava più il latino ma non avrebbe neppure compreso la lingua dell'alleato. La testimonianza di questo evento ci è data dallo storico Nitardo nelle sue Historiae.

Nei tre casi dei placiti cassinesi le parole che i testimoni devono giurare sono state preparate dal giudice e in seguito il notaio sottolineava la conformità delle dichiarazioni. Con questo vi è la certezza che questi documenti non sono la riduzione scritta di frasi pronunciate "ex abrupto", ma che essi sono la testimonianza dei primi documenti di un linguaggio cancelleresco scritto con una struttura sintattica complessa.

Analisi filologica

Per quanto riguarda i genitivi dei nomi propri contenuti nel documento si riconosce in parte Sancti Benedicti l'appartenenza a quel filone che sfocia nel tipo moderno Piazza San Benedetto, mentre i genitivi che dipendono dal verbo "essere", Pergoldi foro, sancte Marie è, si spiegano con l'uso cancelleresco di trasportare queste forme dal dibattito orale in latino al dibattito in volgare, per poi adoperarle anche in formule scritte intenzionalmente in volgare.

Le forme tebe e bobe sono residui di dativi dell'uso popolare meridionale.

La forma sao si spiega come formazione derivante da un lato dalle forme di 2° e 3° persona, sai dal latino "sapis" e sae dal latino "sapit" e dall'altra dai presenti come ao, dao, stao che erano posseduti dai dialetti campani intorno all'anno 1000, dal momento che si ritrovano in testi semilatini, come il Codice diplomatico Cavense, che riportano abo per "ho" e dabo per "do".

Al riguardo sono però sorti dei dubbi per il fatto che i dialetti meridionali odierni presentano il tipo saccio, continuatore del latino "sapio", ma alla fine gli studiosi hanno confermato che ogni errore è escluso per il fatto che si tratta di carte originali e che la forma viene adoperata dodici volte.

Sono state presentate così due soluzioni:

-la prima è che a Capua e nei dintorni si fosse abbandonato nell'uso parlato il continuatore di sapio, sostituendolo con la forma analoga sao e che solo in seguito, per varie influenze, si fosse accettata la forma meridionale saccio o sazzo;

-la seconda è che sao provenga da un'area settentrionale e che rappresenti quindi un indizio di superamento del dialetto.

Un'altra forma dei placiti oggetto di studio è stata ko (Capua), con la variante cco (Sao,cco,Sessa) che denota un residuo del latino "quod" che più tardi è confluito, insieme con ca (continuatore di "quam" e forse di "quia") e con che o ched, dal latino "quid", in un'unica forma che.

Il diffondersi del volgare

Documenti simili divennero sempre più frequenti, documentando il diffondersi e rafforzarsi progressivo del volgare e l’intenzione di usarlo con scopi o con caratteri differenti finora usati.

Tuttavia, il latino, grazie al carattere conservatore della chiesa, restò ancora, per tutto il Duecento e oltre, Lingua della cultura ed occorsero parecchi secoli perché il volgare italiano, divenuto ormai lingua letteraria e culturale, raggiungesse tutti i settori del sapere.

I pregiudizi linguistici favorivano il latino soprattutto in Italia, dove le scuole religiose medievali, diffusissime e gratuite, lo utilizzavano come lingua obbligatoria in cui impartire le lezioni. Sul ritardo nello sviluppo dell'italiano pesò dunque il prestigio della lingua di Virgilio (o piuttosto di una sua versione più volgarizzata) ma anche il latino in cui fu scritta la celebre Vulgata di San Gerolamo, padre della Chiesa (e protettore dei traduttori) che tradusse dal greco (quasi sconosciuto nell'Europa medievale) i Vangeli.

Il ritardo nello sviluppo dell'italiano, tra l'altro non poco sfavorito dalla mancanza di unità politica nella penisola e dalle faide politiche dei signori che la dominavano, finì per consolidare quei tratti arcaici che furono invece ampiamente superati dalle lingue europee, tratti che fanno però della lingua italiana di oggi uno degli idiomi più fedeli al latino. Quando poi lo stesso Pietro Bembo stese i tratti del primo italiano standard, adottò un simile atteggiamento conservatore, preferendo non ispirarsi al fiorentino della sua epoca (il Rinascimento) ma a quello di due secoli prima (Petrarca, in parte a Dante e a Boccaccio). Un atteggiamento ben più intransigente degli stessi intellettuali fiorentini ma che prevalse non solo per la potenza e il prestigio del personaggio ma per la sua influenza sull'attività di Aldo Manuzio, Veneziano al pari del Bembo.

Non solo, ma modellò stilisticamente la prosa non su modelli italiani, ma direttamente sullo stile ciceroniano. Bembo riteneva anche che se una lingua era perfetta non aveva bisogno di cambiare col tempo, e tale doveva essere l'italiano se intendeva essere degno di quel nome. La resistenza all'introduzione di termini non letterari finì però per creare ostacoli a chi utilizzava e apprendeva l'italiano per scopi tecnico-scientifici, provocando querelles che, dopo avere infuocato il Risorgimento si sarebbero trascinate fino ai giorni nostri.

Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni e molti altri avevano lamentato il divario tra italiano scritto e parlato dichiarando di sentirsi più a proprio agio usando la lingua francese. Fu grazie ai primi governi dell'Italia Unita e col diffondersi dell'istruzione gratuita che i tabù puristi vennero infranti mentre la circolazione di funzionari pubblici e soldati di diverse regioni per la penisola imposero l'accettazione di quei tecnicismi e colloquialismi osteggiati dai puristi.

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MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 7:50 pm    Oggetto:  Evoluzione della lingua italiana parlata
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Evoluzione della lingua italiana parlata

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuta nel 476 d. C., data che segna l’inizio del Medioevo, diminuisce l’uso del latino in tutte le zone che una volta erano state occupate dai Romani, a causa delle invasioni barbariche, che permisero la diffusione delle lingue germaniche, parlate dai barbari. In particolare, la penisola italiana deve affrontare un periodo di instabilità non solo politica ed economica, ma anche linguistica.

Infatti, il latino cadde d’uso per il semplice motivo che non esisteva più la necessità di tramandare la lingua di generazione in generazione, dato che non esisteva più neanche l’impero. Perciò il latino andò sempre più volgarizzandosi, e nacque così il volgare italiano.

Il volgare era una lingua esclusivamente parlata e non scritta, che includeva sia termini della lingua latina, che altri derivati dalle diverse lingue dei popoli invasori, ciascuno una zona della penisola. Ecco perché in quel periodo nacquero diversi volgari.

Il carattere orale di questo italiano primitivo è testimoniato da un documento risalente al X secolo: “La carta capuana”. Questo documento è una sentenza giuridica, e come tutte doveva essere scritta in latino; le parole dei testimoni però sono in volgare:

“Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti” = “So che quelle terre, per quei confini che qui contiene, per trent’anni le possedette la parte di San Benedetto”

Come si può notare anche da questa piccola parte del documento, la lingua può essere già riconoscibile come italiana, ma permane ancora qualche termine latino. Come si è detto prima, in ciascuna regione della penisola si parlava un tipo di volgare diverso, e perciò si può parlare di volgari italiani, e non di un unico volgare.

Tra i più importanti si ricordano il toscano, il siciliano, l’umbro e il campano.

Ad unire tutti i volgari in un’unica lingua nazionale, avrebbe contribuito in gran parte sicuramente l’unità politica dell’Italia, come avvenne in Francia.

Ciò però non avvenne per tanti secoli, e la presenza di numerosi dialetti determinò solo una lunga questione della lingua: si discuteva se per ottenere una lingua nazionale bisognava prendere in considerazione un solo volgare o se invece essa sarebbe dovuta nascere dalla fusione dei più importanti di essi.

La mancanza dell’unificazione dei vari volgari fece si che si mantenesse il latino per la scrittura di documenti ufficiali e di opere letterarie. Infatti, per trovare i primi documenti scritti in italiano, bisogna arrivare al XIII secolo, mentre le altre lingue neolatine avevano già trovato una tradizione scritta.

Il primo scrittore in italiano è San Francesco d’Assisi (Assisi 1181/82 – 1226).

Egli scrisse “Il Cantico delle creature”, un poema che ha l’andamento ritmico di una poesia, ma la lingua, il volgare umbro, è quasi sempre quella popolare, caratterizzata per lo più da espressioni semplici e comprensibili; egli infatti non desiderava realizzare un opera letteraria, ma solo esprimere il suo amore per Dio.

Tuttavia, non mancano alcune forme latine, e neanche della lingua francese; il francese infatti, maturato prima dell’italiano, ha influenzato la nostra lingua originaria.

Verso la fine del 1200 venne scritto il “Novellino”, un’opera scritta da un autore anonimo. Quest’opera, rispetto al “Cantico delle creature”, si avvicina di più rispetto alla lingua moderna; ciò non solo è dovuto al passare di un secolo intero, ma anche dal fatto che il “Novellino” è stato scritto in volgare fiorentino, quello da cui sarebbe derivata la lingua italiana moderna.

Agli inizi del 1300 compose le sue prime opere Dante Alighieri (Firenze 1265, Ravenna 1321), considerato il padre della lingua italiana non solo per avere scritto “La Divina Commedia”, un’opera famosa in tutto il mondo, ma anche per aver trattato la questione della lingua in una sua opera. Dante scrisse le sue opere nel volgare fiorentino, dando però alle parole un tono poetico che rende il volgare ancora più diverso dalla lingua italiana moderna.

Un altro dei primi scrittori in lingua italiana è Francesco Petrarca (Arezzo 1304, Arquà 1374).

Il suo poema più famoso è “Il Canzoniere”, nel quale Petrarca canta l’amore provato per Monna Laura. In questo poema, la lingua però non è troppo diversa da quella di un poeta dell’Ottocento; non solo, ma il sentimento è espresso con grande modernità. Giovanni Boccaccio (Firenze 1305, Certaldo 1375), uno dei più grandi narratori in volgare fiorentino, si allontana dalla poesia, e la sua opera più famosa, “Il Decamerone” è scritta in prosa.

Questo suo poema narra di dieci ragazzi che si sono rifugiati nella campagna di Firenze per sfuggire alla peste; per dieci giorni, a turno i ragazzi si raccontano delle storie. La lingua di Boccaccio è difficile da comprendere, non tanto per la complessità delle parole, ma per la costruzione della frase e del periodo; infatti, la costruzione della frase ricorda molto quella del latino classico, e il periodo è costruito soprattutto utilizzando la subordinazione, come prediligeva il latino. Questi due fattori rendono la lingua di Boccaccio molto diversa da quella odierna.

Tutti questi scrittori, vissuti tra il Duecento e il Trecento, sono molto importanti per la storia della lingua italiana. Il fatto che Dante, Petrarca e Boccaccio fossero toscani, fece si che, per le opere straordinarie che ci hanno lasciato, il volgare toscano fosse preso dal modello per la lingua nazionale. Nel Rinascimento, quel periodo della storia sorto dalla metà del 1400 e finito alla fine del 1500, in Italia si verifica una forte ripresa in tutti i campi. In particolare, si prova una certa ammirazione verso la cultura classica, soprattutto del riguardi di quella romana; la lingua latina torna infatti ad essere parlata non solo dalle persone colte che non l’avevano mai abbandonata, ma anche dal popolo. Tuttavia, il volgare non fu tralasciato, ma si avvertì che esso aveva bisogno di una sistemazione grammaticale. Nascono infatti in questo periodo i primi vocabolari della lingua italiana.

Inoltre, in questo periodo nacque la stampa, e i tipografi avevano bisogno di norme lessicali e grammaticali per scrivere i loro libri, dato che essi non erano più riservati solo ad un numero ristretto di persone. Grazie alla stampa, quindi, si inizia a distinguere i segni “u” e “v”, si introduce l’apostrofo, si utilizzano correttamente i segni di punteggiatura (dei quali viene introdotto il punto esclamativo) e si utilizzano i pronomi “lui” e “lei” come soggetti.

Nel XVII e nel XVIII secolo, la lingua italiana è influenzata da alcuni esotismi prima spagnoli e in seguito francesi, a causa delle vicende storiche.

Infatti, la dominazione spagnola caratterizza la vita politica italiana del Seicento; ciò determinò l’entrata nella lingua italiana di alcuni spagnolismi, soprattutto di natura militare e signorile.

Non solo, ma lo spagnolo influì anche su numerosi dialetti, soprattutto quelli del Meridione della penisola, dove gli spagnoli sono rimasti per lungo tempo. Inoltre, grazie alla Spagna, furono portati nella nostra lingua anche termini indigeni americani, dato che all’ora la Spagna si deteneva il primato mondiale nel commercio con l’America.

Nel Settecento la lingua italiana è influenzata invece da francesismi, ma non a causa di una dominazione politica, bensì di una culturale, filosofica e letteraria. I francesismi invasero ogni campo della vita quotidiana, ma in particolare l’abbigliamento e l’arredamento.

Ma è proprio in questo periodo che si fecero sentire i puristi, coloro che desideravano la purezza della lingua, senza che nessun termine straniero la influenzasse. Nel XIX secolo nacque l’italiano moderno, grazie a numerosi scrittori, il più importante dei quali è Alessandro Manzoni.

Egli eliminò qualsiasi distinzione tra l’italiano parlato e quello scritto: l’italiano parlato preferiva frasi semplici e la coordinazione, mentre quello scritto prediligeva la subordinazione e termini derivanti dalla lingua del Trecento. Con la scrittura del suo romanzo più famoso, “I promessi sposi”, Manzoni si pose un obbiettivo linguistico, quello cioè che ogni scrittore deve scrivere romanzi con un modello di lingua nazionale, come fece lui; infatti, riconobbe come modello di lingua nazionale il fiorentino, e al termine de “I promessi sposi” si recò proprio a Firenze per riscrivere il suo romanzo in fiorentino. Nel Novecento gli scrittori abbandonano un modello linguistico ed evitano una lingua ricercata; la loro lingua infrange tutte le regole sintattiche e morfologiche del fiorentino, che si era in gran parte affermato in buona parte della penisola grazie a Manzoni. Nacque il verismo linguistico, iniziato da Giovanni Verga, che esprime la realtà della lingua parlata dalla gente.

Oggi l’italiano, non rispettando pienamente la tradizione storica, consiste in una maggiore praticità e mobilità, nel senso che il messaggio è espresso in modo più libero e veloce, molte volte non rispettando le regole della grammatica; questo accade soprattutto nella lingua parlata.

Nel corso della storia, con la nascita e l’evoluzione di una lingua nazionale, non sono andati persi i volgari, oggi chiamati dialetti; essi sono infatti diffusi in tutta la penisola.

Prima dell’unità nazionale, questi dialetti erano le lingua parlate nelle diverse regioni della penisola. Contemporaneamente ai dialetti, esisteva anche una lingua letteraria, quella che utilizzavano gli scrittori.

La situazione era perciò paragonabile a quella latina, quando esisteva una lingua parlata e una scritta, utilizzata dagli scrittori. Ma nel caso dell’italiano, la lingua letteraria non si affermò nella popolazione, a causa della mancanza di un’unità nazionale.

Con l’unità nazionale, ma anche con lo sviluppo dell’industria, con la diffusione della scuola e con l’affermarsi dei media, si iniziò una diminuzione dell’uso dei dialetti. Ma questi, anche se vengono sempre meno usati, in qualche modo influenzano la lingua nazionale, introducendo nuovi termini e diminuendo l’uso di alcune voci verbali.

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 8:00 pm    Oggetto:  Evoluzione della lingua italiana scritta
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Evoluzione della lingua italiana scritta

Dal momento della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, nella penisola italiana non ci fu più l’unità nazionale e nacquero diversi dialetti o volgari.

L'unità politica dell’Italia avrebbe contribuito anche ad avere una lingua nazionale.

La presenza di diversi dialetti però creò la cosiddetta “questione della lingua”, ovvero si discuteva se, per avere una lingua nazionale bisognasse considerare un unico dialetto oppure parte di tutti i dialetti, in modo da formare una koinè.

La questione della lingua iniziò non appena cominciarono ad essere scritti i primi testi in volgare: il primo fu “Il Cantico delle creature” di San Francesco d'Assisi e questo diede inizio alla tradizione scritta della lingua italiana.

Ma il primo vero scrittore in una forma antica di lingua italiana, fu certamente Dante Alighieri, considerato il padre della lingua italiana non solo per le diverse opere da lui scritte, ma perché fu il primo ad affrontare la questione della lingua. Dante Alighieri nacque a Firenze nel Maggio del 1265 da una famiglia della piccola nobiltà. L’evento più significativo della sua giovinezza fu l’incontro con Beatrice Portinari, la donna che amò e che esaltò in tutte le sue opere.

Si schierò dalla parte dei guelfi contro i ghibellini, combattendo anche nella battaglia di Campaldino contro i ghibellini di Arezzo. Nel frattempo, si era già sposato con Gemma Donati, appartenente ad una nobile famiglia guelfa. Di questo periodo è la sua prima opera, “La vita Nuova” nella quale canta l’amore per Beatrice e il dolore provato al momento della sua morte. Negli ultimi anni del ‘200, Dante si interessò della vita politica di Firenze, facendosi nominare priore della città.

La lotta tra i guelfi neri e i guelfi bianchi di Firenze si accese proprio durante il priorato di Dante, che decise di esiliare i capi di entrambe le fazioni. Ma, mente Dante si trovava a Roma, i guelfi neri tornarono a Firenze, appoggiati da Papa Bonifacio VIII; Dante così fu accusato di inganno e fu condannato a morte. Dante non tornò più a Firenze e si stabilì in altre città italiane, avvicinandosi ai ghibellini. Di questo periodo sono “De vulgari eloquentia” e “Il convivio”.

Le speranze politiche di Dante si risollevarono al momento della discesa nella penisola di Arrigo VII, re di Germania e imperatore del Sacro Romano Impero; egli voleva rimpossessarsi dell’Italia. Così Dante scrisse “L’epistola”, indirizzata a tutti i principi dei comuni italiani per accogliere Arrigo VII. La morte di quest’ultimo però rese vana ogni sua speranza. Nel 1315 Firenze invitò Dante a tornare, ma egli rifiutò, dal momento che le condizioni offertegli erano uguali a quelle offerte solitamente ai criminali a cui era stato concesso perdono.

Continuò così il suo esilio e trascorse gli ultimi anni a Ravenna, dove morì nel Settembre del 1321. Prima di morire scrisse “Quaestio de aqua et terra”, un trattato di cosmologia, e due “Egloghe”, strutturate sul modello delle “Bucoliche” di Virgilio, considerato da Dante un maestro di vita e pensiero.

L’opera più grande scritta da Dante Alighieri è certamente “La Divina Commedia”. È un poema allegorico, iniziato a comporre nel 1307 e terminato negli ultimi anni di vita. È diviso in tre cantiche, denominate Inferno, Purgatorio e Paradiso, ciascuna delle quali è composta da trentatré canti, tranne l’Inferno, che è composto anche dal canto introduttivo; i versi sono in tutto 14233, raggruppati in strofe terzine con la rima incatenata.

Inizialmente, Dante l’aveva intitolato solamente “Commedia”, ma Giovanni Boccaccio aggiunse l’aggettivo “divina” per sottolineare quasi la “divinità” dell’opera.

Narra del viaggio dello stesso Dante nell’oltretomba, compiuto nel 1300; nell’Inferno e nel Purgatorio è accompagnato dal maestro Virgilio, mente nel Paradiso dalla sua amata Beatrice e da San Bernardo. Nei tre regni dell’oltretomba, Dante incontra personaggi mitologici, letterari e storici, ognuno dei quali rappresenta simbolicamente vizi e virtù morali, religiosi o politici.

L’opera è stata scritta in volgare fiorentino e non in latino, in modo che fosse destinata ad un vasto pubblico. “La Divina Commedia”, così come tutte le opere di Dante, è scritta in uno stile poetico nato nel XIII secolo a Firenze: il Dolce Stilnovo o stilnovismo.

Questo stile si avvicina molto alla poesia provenzale, quella poesia nata in Provenza, una regione della Francia. Il Dolce Stilnovo è caratterizzato da un linguaggio elegante ed espressivo e allo stesso tempo “dolce”, privo cioè di asprezza sia nella grammatica che nelle immagini. È molto forte, inoltre, la presenza del sentimento, soprattutto quello amoroso e i personaggi delle poesie lo vivono come esperienza morale e spirituale.

Della “Divina Commedia” ho preso in considerazione alcuni versi, tratti dal canto XXVI dell’Inferno. In questi versi il narratore è Ulisse.

<< Quando mi diparti da Circe, che sottrasse me più di un anno là presso a Gaeta, prima che si Enea la nomasse, né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né ‘l debito amore lo qual dovea Penelope far lieta, vincer potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizzi umani e del valore; ma misi me per l’altro mare aperto sol con un legno e con quella compagna picciola da la qual non fui diserto. L’un lito e l’atro vidi infin la Spagna, fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, e l’altre che quel mare intorno bagna. Io e’ miei compagni eravam vecchi e tardi Quando venimmo a quella foce stretta Dov’Ercule segnò lì suoi riguardi, acciò che l’uom più oltre non si metta: da la man destra mi lasciai Sibilia, da l’altra già m’avea lasciata Setta. “O frati”, dissi “che per cento milia perigli siete giunti a l’occidente, a questa tanto piccola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente, non vogliate negar l’esperienza, di retro al sol, del mondo senza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. […] Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto, che della nova terra un turbo nacque, e percosse del legno il primo canto. Tre volte il fè girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com altrui piacque, infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso>>.

In questi versi, Dante si trova nell’ultima parte dell’Inferno, la bolgia, tra i consiglieri fraudolenti, coloro che, con i loro consigli, avevano causato morte. La pena che i consiglieri fraudolenti dovevano subire era una fiamma che racchiudeva le loro anime.

Dante e il suo maestro Virgilio incontrano una fiammella che si dirama in due: all’interno di essa si trovavano Ulisse e Diomede, macchiati dalla colpa di aver sconfitto Troia con l’inganno del famoso cavallo. Quando le figure si avvicinano a loro, Dante chiede ad una di lesse di raccontargli qualcosa e Ulisse narra le sue vicende dopo il ritorno in patria.

Tornato a Itaca, invece di stare con la moglie e il figlio che lo avevano atteso (“…né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ‘l debito amore / lo qual dovea Penelope far lieta…”) , si rimette in viaggio; attraversa tutto il Mediterraneo e arriva, assieme ai suoi compagni stanchi, fino alle Colonne d’Ercole oltre le quali, secondo le credenze di all’ora, finiva il mondo (“L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, / fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, / e l’altre che quel mare intorno bagna. / Io e’ compagni eravam vecchi e tardi / quando venimmo a quella foce stretta / dov’Ercule segnò li suoi riguardi…”).

Ulisse decide comunque di proseguire ma, appena superò lo stretto, la sua nave viene travolta da una tempesta e inghiottita in un vortice (“…Tre volte il fè girar con tutte l’acque; / a la quarta levar la poppa in suso / e la prora ire in giù, com’altrui piacque, / infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso>>). Ulisse quindi rappresenta uno dei desideri più grandi dell’uomo, quello di scoprire e di conoscere (“Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza”).

Durante il Rinascimento, visse un altro dei più grandi scrittori della lingua italiana: Ludovico Ariosto.

Egli è famoso per aver scritto diversi poemi cavallereschi, tra i quali il più importante è certamente “Orlando furioso”.

I poemi cavallereschi non sono altro che l’evoluzione di racconti nei quali si narrano le gesta dei cavalieri, che possono essere riassunti nella letteratura cavalleresca.

La letteratura cavalleresca è nata nella Francia meridionale durante il Medioevo, per poi diffondersi in tutta l’Europa. All’inizio si trattava di racconti cantati dai giullari e dai cantastorie, raggruppati in tre famiglie: il ciclo bretone, il ciclo carolingio e il ciclo classico.

Il primo racconta le gesta di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, il secondo le gesta di Orlando e Carlo Magno e il terzo la guerra di Troia e le gesta di Alessandro Magno e di Enea.

I primi due hanno un peso maggiore e trovano nei poemi di Chretien de Troyes e nelle “canzoni di gesta” i principali modelli. Nascono così i romanzi cavallereschi, che iniziano anche ad essere letti e non più recitati.

Intorno al 1300, cominciano ad essere tralasciate le gesta dei cavalieri e nel nuovo genere, la novella, viene rappresentato fedelmente il mondo del tempo.

Nel 1400-1500, il cavaliere ormai non esiste più, ma continua ad essere apprezzato nelle corti signorili rinascimentali, dove vengono ascoltate le avventure di guerra, d’amore e di magia degli antichi cavalieri, narrate nei poemi cavallereschi, nati soprattutto grazie ad alcuni scrittori di corte, come Ludovico Ariosto e Luigi Pulci, autore di “Morgante”.

Ludovico Ariosto nacque a Reggio Emilia nel 1474 e morì a Ferrara nel 1533. Nel 1484 si trasferì con la famiglia a Ferrara, dove assunse le prime cariche amministrative, studiando anche legge. Fin da giovane partecipò alla vita della corte di Ercole I d’Este, quindi cominciò a scrivere poesie in latino, raccolte in “Satire”.

Nel 1497 fu promosso ai cortigiani stipendiati e nello stesso periodo iniziava la composizione delle “Rime”, poema che, come tutti quelli da lui composti, tranne “Orlando furioso”, non è stato mai pubblicato. Nel 1503 si mise a servizio di Ippolito d’Este, che gi affidò diversi incarichi amministrativi e diplomatici.

Il poema su cui maggiormente lavorava in questo periodo era “Orlando furioso”, la cui prima edizione uscì nel 1516. Dato che non era disposto a sacrificare il lavoro letterario con quello amministrativo, si rifiutò di seguire Ippolito in Ungheria, rompendo così ogni rapporto esistente con lui.

Si mise a servizio, nel 1518, del duca Alfonso, che però non gli risparmiò neanche in compito di governatore di Carfagnana, regione montuosa nel nord della Toscana infestata da briganti e da animali feroci.

Ariosto, pur essendo scontento del suo lavoro, continuava a lavorare sull’ ”Orlando furioso”, pubblicandone una seconda edizione nel 1521 e una terza nel 1532. Ariosto tenne anche un buon legame on il teatro, sia come autore, scrivendo “I Suppositi”, “Il Negromante” e “La Lena”, sia come organizzatore di spettacoli, sia come regista e anche come attore.

Al suo rientro a Ferrara, si dedicò a studi letterari fino alla morte. “Orlando furioso” riprende le vicende dei paladini di Carlo Magno dal punto in cui si era interrotta la narrazione dell’”Orlando innamorato”, poema di Matteo Maria Boiardo, risalente al XV secolo.

In questo poema, il sentimento amoroso è talmente presente che Orlando diventa addirittura pazzo per l’amore che prova per Angelica, principessa dei Catai.

Al centro del poema è presente anche un altro amore, quello tra Bradamante e Ruggiero. Non mancano molte caratteristiche fantastiche, come ad esempio il mago Atlante e l’ippogrifo, il cavallo alato con il quale Astolfo recupera il senno perduto da Orlando.

Così come tutti i poemi cavallereschi, l’”Orlando furioso” presenta delle caratteristiche ben precise:

• è nato direttamente in forma scritta.

• I versi sono tutti endecasillabi (undici sillabe), raggruppati in ottave (strofe da otto versi), con il seguente schema metrico: A B A B A B C C; vengono utilizzate molto le figure retoriche, soprattutto similitudini e metafore.

• I cavalieri sono dotati di uno spirito nobile, di coraggio, di desiderio di gloria e di cortesia e sono spinti in guerra dal desiderio di sconfiggere i pagani e dall’amore per le belle dame, che talvolta possono portarli anche alla pazzia, come accade allo stesso Orlando. Ciò sottolinea il nuovo modo di concepire l’uomo nel Rinascimento rispetto al Medioevo.

• Hanno tutti la sola funzione di intrattenere e di divertire il pubblico e non di un insegnamento morale, come le canzoni di gesta. Di quest’opera, ho deciso di prendere in considerazione il proemio, ovvero l’introduzione, la prima parte dell’intero poema, situato nelle prime quattro ottave del I canto.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto, che furo al tempo che passaro i Mori d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, seguendo l’ire e i giovenil furori d’Agramante, lor re, che si diè vanto di vendicar le morte di Troiano sopra re Carlo imperator romano.

Dirò d’Orlando in un medesimo tratto Cosa non detta in prosa mai né in rima: che per amor vene in furore e matto, d’uom che sì saggio era stimato prima; se da colei che tal quasi m’ha fatto, che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima, me ne sarà però tanto concesso, che mi basti a finir quanto o promesso.

Piacciavi, generosa Erculea prole, ornamento e splendor del secol nostro, Ippolito, aggradir questo che vuole E darvi sol può l’umil servo vostro. Quel ch’io vi debbo posso di parole Pagare in parte e d’opera d’inchiostro; né che poco io vi dia da imputar sono, che quanto io possa dar, tutto vi dono.

Voi sentirete fra i più degni eroi, che nominar on laude m’apparecchio, ricordar quel Ruggier, che fu di voi e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio, l’alto valore e’ chiari gesti suoi vi farò udir, se voi mi date orecchio, e vostri alti pensier cedino un poco, sì che tra lor miei versi abbiano loco.

Questo proemio può essere suddiviso in tre parti: la “proposizione”, nella quale Ariosto enuncia gli argomenti che, intrecciandosi, costituiranno la sua materia poetica: le avventure, le cortesie, le audaci imprese, la follia di Orlando… (“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, / le cortesie, le audaci imprese io canto […] / Dirò d’Orlando in un medesimo tratto / cosa non detta in prosa mai né in rima: / che per amor venne in furore e matto”); la “proposizione” è enunciata nella prima ottava, in metà della seconda e nell’ultima metà della quarta.

La “dedica” alla casa regnante degli Este, alla quale Ariosto è molto legato dato che l’ha servita per tutta la vita; in particolare, dedica la sua opera ad Ippolito, chiamandolo “Erculea prole”, in quanto era figlio di Ercole I d’Este (“Piacciavi, generosa Erculea prole, / ornamento e splendor del secol nostro, / Ippolito, aggradir questo che vuole / e darvi sol può l’umil servo vostro”) ed esalta Ruggiero, il soldato saraceno capostipite della casa d’Este (“Voi sentirete fra i più degni eroi, / che nominar con laude m’apparecchio, / ricordar quel Ruggier, che fu di voi / e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio”); la “dedica” è presente nella terza ottava e nell’altra metà della quarta.

Infine, la “invocazione”, non alla musa, ma alla sua donna, Alessandra Benucci, alla quale chiede di non renderlo come Orlando, ma di lasciargli l’ingegno per completare l’opera (“se da colei che tal quasi m’ha fatto, / che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima, / me ne sarà però tanto concesso, / che mi basti a finir quanto ho promesso”); la “invocazione” si trova nella seconda metà della seconda ottava.

Nel 1600 la figura del cavaliere era totalmente scomparsa, sostituita dal soldato di mestiere.

A causa del profondo mutamento della società, i comportamenti del cavaliere medievale erano considerati ridicoli e così finì la letteratura cavalleresca.

Lo scrittore spagnolo Miguel de Cervantes ironizza, attraverso il primo romanzo moderno, “Don Chisciotte della Mancia”, sulla figura del cavaliere, creando il personaggio di Don Chisciotte, un nobile che, a furia di leggere romanzi cavallereschi, si ammala di “mania cavalleresca” e crede di essere un cavaliere.

Col passare degli anni, il romanzo ebbe molto più successo, grazie anche alla rivoluzione industriale e alla nascita della borghesia, fattori che permisero l’aumento dei lettori.

I generi del romanzo così cambiarono completamente: nascono infatti i romanzi d’avventura, d’amore, fantascientifici, gialli, realistici e storici. Su tutti, quello che si afferma maggiormente nell’800 è il romanzo storico, caratterizzato da un inquadramento storico preciso e dalla presenza di personaggi realmente esistiti.

Il romanzo storico nacque soprattutto grazie ad un movimento artistico, musicale e letterario, nato e sviluppatosi proprio nell’Ottocento: il Romanticismo; il Romanticismo esaltava il sentimento dell’uomo, dando origine anche ad alcuni movimenti risorgimentali, tra i quali quello italiano.

Nacque in contrapposizione al Neoclassicismo, quel movimento, legato strettamente all’Illuminismo, che invece esaltava la ragione dell’uomo. Mentre i romantici esaltavano il Medioevo, periodo nel quale nacquero tutte le culture dei popoli europei, in seguito alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, i neoclassici lo disprezzavano, considerandolo un periodo rozzo della storia dell’uomo.

I romantici invece lo rivalutarono insieme a tutta la letteratura di quel periodo, costituita per lo più dai romanzi cavallereschi. Il primo romanzo storico scritto è “Ivanhoe” di Walter Scott (1771 – 1832).

Questo fu preso come modello per tutti gli altri romanzi storici scritti. Tra questi, uno dei più famosi è certamente “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Alessandro Manzoni nacque e morì a Milano tra il 1785 e il 1873. Era figlio di Pietro Manzoni e di Giulia Beccaria, figlia del grande giurista Cesare Beccaria.

La madre dovette lasciare il figlio per stabilirsi a Parigi con Carlo Imbonati. Manzoni studiò in diverse scuole religiose, avvicinandosi al pensiero degli illuministi, come è testimoniato in “Il trionfo della libertà”. Nel 1805, a causa della morte di Carlo Imbonati, si recò a Parigi dalla madre e compose il carme “In morte di Carlo Imbonati”, che lascia intravedere le qualità del futuro poeta.

Nel 1808 Manzoni sposò Enrichetta Blondel, di religione calvinista. Ma nel 1810, anno che segna anche il loro rientro a Milano, Enrichetta Blondel si convertì al cattolicesimo e di conseguenza Manzoni fece altrettanto (fino a quel momento era non credente).

La conversione religiosa segna anche la nascita della vera poesia del Manzoni: sono di questo periodo gli “Inni sacri”, che celebrano le principali feste dell’anno liturgico, il “Conte di Crnagnola”, una tragedia che narra un episodio della guerra tra Milano e Venezia nel XV secolo, la poesia “Il cinque Maggio”, in cui celebra Napoleone, e “Adelchi”, nella quale narra come Carlo Magno sconfisse il re dei Longobardi Desiderio.

Inoltre, nel 1821, Manzoni cominciò la composizione del suo romanzo più famoso, “I promessi sposi”.

Con la scrittura di questo romanzo, egli si pose tre obbiettivi:

• L’obbiettivo religioso: il più importante per lui, consisteva nell’esaltare la funzione di Dio nella storia; Dio decide la sorte dei popoli e tutti devono averne fiducia; Manzoni affermava “Dio vede e provvede” e con questa frase sosteneva che qualunque cosa noi facciamo è opera di intervento divino.

• L’obbiettivo politico: voleva dimostrare agli italiani che, come si erano liberati dalla Spagna nel Seicento, potevano liberarsi dall’Austria nell’Ottocento e organizzarsi in un unico Stato.

• L’obbiettivo linguistico: per noi il più importante, consisteva nel dimostrare che ogni scrittore poteva dare il suo contributo scrivendo romanzi con un modello di lingua nazionale, come aveva fatto egli stesso, ponendo praticamente fine alla questione della lingua.

Manzoni infatti riconosceva a tutti i dialetti italiani la dignità di lingua, ma storicamente il dialetto fiorentino si era inserito nella cultura italiana dai tempi più antichi, in quanto era stato utilizzato nelle opere di Dante, Boccaccia e Petrarca e doveva perciò essergli riconosciuta questa superiorità storica e, conseguentemente, essere utilizzato come modello dagli altri scrittori.

Manzoni visse nel Risorgimento e, pur non partecipando ai moti patriottici, coltivò l’ideale dell’unità d’Italia e ritenne, da cattolico, che Roma dovesse esserne la capitale. Nel 1861 divenne senatore a vita e partecipò alla prima seduta del Parlamento italiano a Torino.

Alla sua morte, Giuseppe Verdi gli dedicò “La messa da requiem”. “I promessi sposi” è un romanzo storico, la cui prima edizione risale al 1827; è ambientato nei dintorni di Lecco e Milano, tra il 1628 e il 1630, anni in cui l’Italia era già occupata dalla Spagna.

Dopo la prima edizione, Manzoni sottopose al romanzo un’accurata revisione linguistica, recandosi a Firenze, con lo scopo di, come disse egli stesso, “risciacquare i panni in Arno”, cioè ripulire il proprio linguaggio dei troppi lombardismi, attraverso il filtro del dialetto fiorentino.

“I promessi sposi” inizia quando don Abbondio, incontra due Bravi che ordinano di non celebrare il matrimonio, già fissato per il giorno dopo, tra i due giovani operai Renzo Tramaglino e Lucia Mondella. Il parroco, spaventato, promette obbedienza.

Al mattino successivo, quando Renzo si reca alla chiesa, apprende che per alcune formalità il matrimonio deve rinviarsi. Poco convinto, sul punto di allontanarsi, incontra Perpetua che non può fare a meno di fargli intendere che le ragioni sono ben altre.

Renzo va a parlare con don Abbondio, costretto a rivelare che l'impedimento è don Rodrigo, il signorotto del paese. Renzo, disperato, corre alla casa di Lucia. Lucia è in casa con la madre Agnese e le amiche, in attesa dello sposo.

A Renzo, che sopraggiunge ansioso e pretende spiegazioni, essa confessa di essere stata fermata per strada, di ritorno dal lavoro nella filanda, da don Rodrigo che le ha rivolto parole poco belle. Aggiunge di aver rivelato la cosa a padre Cristoforo, il suo confessore e di essere stata consigliata da lui a tacere e affrettare le nozze.

Lo stesso Padre Cristoforo decide di recarsi da don Rodrigo per convincerlo a ritirarsi dal suo proposito. Renzo e Lucia arrivano al convento dove trovano già organizzata da padre Cristoforo la loro fuga dal paese, per sottrarsi alle minacce di don Rodrigo: Lucia a Monza e Renzo a Milano. I fuggiaschi s'imbarcano e in piena notte attraversano il lago.

A Monza, mentre Renzo prosegue per Milano, Lucia, insieme alla madre Agnese, vengono ospitate nel convento della la monaca di Monza.

A Milano, Renzo s'inserisce in una sommossa del popolo per rubare il pane e alla sera passa la notte in una locanda, dove, trovatosi in mezzo a un gruppetto di persone, fa un discorso dove racconta delle false imprese. Uno sbirro chiamato per arrestare coloro che hanno iniziato la sommossa la mattina, arresta lo stesso Renzo che viene poi liberato e fatto fuggire da Ducato di Milano, a Bergamo.

Don Rodrigo agisce a sua volta recandosi dal potente signore che lo aiuterà a rapire Lucia, l'Innominato. Don Rodrigo convince all'impresa l'Innominato che manda il capo dei suoi bravi, il Nibbio, da quell'Egidio, che sta assieme alla monaca di Monza.

Questa fa uscire con una scusa Lucia dal convento, sicché i bravi, guidati dal Nibbio, possono rapirla e portarla al castello del loro signore.

Il racconto che il Nibbio fa al padrone sul rapimento di Lucia scuote l'Innominato già da tempo scontento della sua vita; le lacrime di Lucia lo turbano. Durante la notte, mentre la ragazza fa voto di consacrarsi alla Madonna se verrà liberata, egli è assalito da una profonda crisi che lo spinge a meditare il suicidio.

Ma all'alba sente suonare le campane nella valle e si alza con propositi nuovi. Viene riferito al signore che il cardinale Federigo Borromeo è in visita pastorale. L'Innominato decide di andare da lui.

Il cardinale, conosciuta la vicenda di Lucia, fa chiamare don Abbondio, presente con gli altri parroci della zona e gli conferisce l'incarico di provvedere al recupero della ragazza.

Lucia è liberata e condotta provvisoriamente in paese, nella casa di un buon sarto, dove subito giunge Agnese e poco dopo il cardinale, cui Agnese racconta le loro vicende. Il cardinale viene accolto da don Abbondio al quale chiede informazioni su Renzo.

Lucia viene ospitata da una ricca signora, donna Prassede, col beneplacito del cardinale, il quale finalmente chiede a don Abbondio perché non abbia celebrato le nozze dei due giovani.

Vi è un celebre dialogo tra Federigo e don Abbondio, che sembra pentirsi, anche se non nasconde le sue buone ragioni.

L'Innominato regala a Lucia una dote di cento scudi d'oro ma decide di mandare metà della somma a Renzo e di pregarlo di non pensar più al matrimonio. Ma non riescono a mettersi in comunicazione con lui: il giovane ha mutato il proprio nome in quello di Antonio Rivolta e ha cambiato filanda.

È Renzo che riesce a mettersi in comunicazione con Agnese, dalla quale riceve il denaro e la notizia della rinuncia di Lucia. Egli è sorpreso e amareggiato dalla rivelazione e Lucia, a sua volta, stenta a dimenticarlo.

A Milano, superata apparentemente la carestia, giunge la notizia di un nuovo flagello: la calata dei lanzichenecchi.

Nel paese di Lucia, per sfuggire ai saccheggi, don Abbondio, Perpetua e Agnese pensano di rifugiarsi nel castello dell'Innominato; quindi ritornano alle loro case, che trovano orribilmente saccheggiate dalle orde dei soldati. Il passaggio delle milizie straniere ha lasciato la peste che comincia a imperversare a Milano.

Tra i colpiti dalla peste è don Rodrigo. Renzo, che ha superato la malattia, ora che nessuno si cura più di lui, si mette in cerca di Lucia, e si reca al paese, dove trova la desolazione; da don Abbondio apprende che Perpetua è morta insieme con molti altri, che Agnese è presso parenti a Pasturo e che Lucia è a Milano, presso la famiglia di don Ferrante.

Renzo riesce a entrare in Milano; scorge dovunque i segni terribili del morbo e della desolazione.

Trovata finalmente la casa di don Ferrante, apprende che Lucia è al lazzaretto, l'ospedale degli appestati. Nel lazzaretto, trova padre Cristoforo, tornato da Rimini a curare gli appestati, che gli mostra don Rodrigo morente.

Superati i propositi vendicativi, lo perdona. Dopo affannosa ricerca, incontra finalmente Lucia. L'amarezza per la riconferma del voto fatto alla Madonna, è risolta dall'intervento di padre Cristoforo, che scioglie Lucia dal voto.

Lucia resta con una ricca signora che ha perduto i suoi e l'ha presa a ben volere, mentre Renzo torna ad avvertire Agnese del vicino ritorno della figlia.

Uscito dal lazzaretto Renzo è sorpreso da un temporale, quello che porterà via la peste. Ritorna a Bergamo dal cugino per cercarsi una casa. Lucia decide di ritornare al paese.

Don Abbondio si decide finalmente a sposare i due giovani, ma soltanto quando viene a sapere che il palazzo di don Rodrigo è ora occupato dall'erede di lui, un marchese, che ha saputo della storia di Lucia e di Renzo e che è disposto ad acquistare ad alto prezzo le loro casette e a liberare Renzo dall'imbroglio di Milano.

I due sposi, con Agnese, si trasferiscono a Bergamo.

Del romanzo ho scelto un passo tratto dal capitolo VIII, nel quale Renzo e Lucia, in piena notte, attraversano il lago per fuggire dal loro paese per recarsi uno a Milano e l’altra a Monza.

“Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più s’avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campiello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messi gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti”.

Questo passo fa parte di un lungo dialogo interiore di Lucia, che si lascia trasportare dalla nostalgia mentre abbandona il suo paese; saluta, come se potessero sentirla, i monti, i torrenti, le case e tutti quegli elementi del paesaggio che caratterizzano il suo paese natale, tutti impressi nella sua mente e cari non meno di quanto lo siano i familiari più stretti (“note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari”).

Manzoni fa quindi l’esempio di un uomo che, nella speranza di fare fortuna, parte dal suo paese, e diventa triste, tanto che svaniscono tutti i suoi sogni di ricchezza; l’uomo così tornerebbe indietro se non fosse attratto dal pensiero che un domani sarebbe tornato ricco (“Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso”).

Quando arriva in un’altra città, magari più grande, quasi soffoca dalla presenza di così tante case e strade (“le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro”) e pensa alla sua piccola casa e alla piazza del suo paese (“pensa, con desiderio inquieto, al campiello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messi gli occhi addosso”)

Il passo, come tanti altri del libro, può essere considerato in prosa per come è stato scritto da Manzoni; però, sia a causa dell’intonazione da dare nel leggerlo, che per l’andamento ritmico, può essere considerato una vera e propria poesia in prosa e non, come solitamente accade, in versi. Se si dovesse dividere in versi, non sarebbe difficile né andare a capo, in quanto sono facilmente riconoscibili gli endecasillabi, né dividerlo in strofe.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Evoluzione_della_lingua_italiana_scritta"Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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