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Giacomo Leopardi: Vita&Opere
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 7:15 pm    Oggetto:  Giacomo Leopardi: Vita&Opere
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Giacomo Leopardi: Vita

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Giacomo Leopardi, uno dei massimi poeti italiani di tutti i tempi. Voce esemplare eppure dissonante del periodo romantico della letteratura, nella sua breve esistenza rivelò uno spessore speculativo e una potenza lirica tali che la recente critica esita a stabilire il primato dell’uno o dell’altra. Talento precocissimo, Leopardi a quindici anni ha già composto ambiziose opere erudite, oltre a due tragedie, prose oratorie, un’orazione e altri versi; a diciassette traduce i classici latini e greci; attorno ai vent’anni una crisi esistenziale, la salute già precaria, il sopraggiungere della malattia agli occhi che l’avrebbe tormentato tutta la vita, la ripulsa per il mondo chiuso della sua casa e del luogo natio fanno germogliare i fondamenti della sua poetica, rafforzando in Leopardi la predisposizione alla malinconia e al pessimismo che troveranno nello Zibaldone e nelle Operette morali la più compiuta formulazione filosofica e razionale e negli Idilli la massima resa lirica.

*************

Il poeta, nato a Recanati nel 1798 e morto a Napoli nel 1837, è stato uno dei più grandi poeti italiani. Dotato di ingegno precoce e di delicata sensibilità, incompreso dai familiari, crebbe in un ambiente chiuso e retrivo.

Ricevette la prima educazione dal padre e da istitutori ecclesiastici; ma si acquistò poi, grazie alla biblioteca paterna, una vasta cultura con uno "studio matto e disperatissimo", che gli rovinò la salute.

In breve tempo acquisì una profonda conoscenza del latino, del greco, dell’ebraico e di alcune lingue moderne, tanto che a soli quindici anni scrisse una Storia dell’astronomia e a diciassette il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. Nel 1819 cercò di andarsene da Recanati senza riuscirci; quindi scoprì dolorosamente "la vanità di tutte le cose", il "solido nulla".

Tra il 1819 e il 1821 compose i primi idilli. Nel 1822 poté lasciare Recanati e trasferirsi a Roma, ma per lui fu una delusione e presto tornò al paese natio.

Ripartì nel 1825, stabilendosi a Milano, Bologna, Firenze, Pisa. Nel 1828, rimasto privo di mezzi, dovette rientrare a Recanati, dove compose i grandi idilli.

Tornato a Firenze nel 1830, grazie all’aiuto economico di alcuni amici toscani, conobbe Antonio Ranieri, che lo convinse a trasferirsi a Napoli con lui. Qui concluse la sua vita.

Per il poeta gli uomini vivono in una condizione di infelicità e di dolore.

In un primo momento egli ritiene che siano gli uomini responsabili dell’infelicità umana, perché si sono allontanati dalla Natura, vista come forza benevola e materna; in un secondo momento pensa che il male dell’Universo debba essere attribuito alla stessa Natura, indifferente e matrigna, identificabile con la crudeltà del destino.

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-Opere:

-Poesia: I Canti.

-Prosa: Operette morali, Pensieri, Zibaldone, Epistolario.

-Traduzioni: Idilli di Mosco ed opere di altri autori.

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Indice [in questa pagina]:

1 Il dolore esistenziale
1.1 I Canti
1.2 Spazio e tempo
1.3 Il passato
1.3.1 La lontananza psicologica
2 Il linguaggio
3 Leopardi romantico
3.1 La differenza tra Leopardi e Foscolo
3.2 Leopardi contro il proprio secolo
4 Il pessimismo leopardiano
4.1 Il pessimismo storico e cosmico
4.2 Introduzione al concetto di "natura" in Leopardi
4.3 La natura nemica dell'uomo
4.4 La posizione filosofica
4.5 I presupposti del pessimismo leopardiano
4.6 Le fasi del pessimismo leopardiano
4.6.1 Il dolore personale
4.6.2 Il dolore storico
4.6.3 La scoperta del dolore
4.6.4 L'origine dell'infelicità umana
4.6.5 Il dolore cosmico
4.6.6 Sogno di un'azione concorde degli uomini
4.7 Il tedio
4.8 Leopardi e il suicidio
4.8.1 Il Dialogo di Plotino e Porfirio
4.9 Il concetto di "Natura"
4.9.1 Il concetto di Natura nel pensiero greco
4.9.1.1 Omero
4.10 Il Lethe
4.11 Leopardi e la scoperta della Natura

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Giacomo Leopardi (poetica)

Per Leopardi, la poesia è lirica perché egli ritiene che ogni forma in versi nella quale si esprimono i sentimenti e gli affetti debba essere considerata lirica, anche la Divina commedia in quanto Dante vi compare sempre con i propri sentimenti.

La posizione filosofica

La posizione filosofica di Leopardi consiste nel drammatico sviluppo della constatazione dell'infelicità umana che non trova sbocco nella Fede.
La poesia di Leopardi è mirabilmente intessuta di sogni ed illusioni, nonostante la disperazione totale che avrebbe potuto soffocarne il lirismo o renderla mortalmente gelida.

I presupposti del pessimismo leopardiano

Il pensiero di Leopardi sul pessimismo si basa su due presupposti: il primo è quello per cui l'uomo non può conoscere la verità, e quindi sfocia nello scetticismo, il secondo invece si basa sulla convinzione che la realtà coincida con la Natura, senza idealità o provvidenzialità, ed è moto eterno e meccanico (materialismo, illuminismo)

Il pessimismo leopardiano

Il pessimismo di Leopardi ha radici, oltre che nella sua difficile vicenda esistenziale, in quel razionalismo illuministico che volle porre nella ragione ogni verità della vita.

L'ipersensibilità del poeta unita all'idealismo è causa d'amarissime disillusioni, convincendolo troppo presto che la realtà è la morte di tutto ciò che l'intelletto sogna ed il sentimento idealizza.

Il pessimismo storico e cosmico

Inizialmente il pessimismo di Leopardi è personale (o soggettivo), in seguito il poeta introduce il pessimismo storico, pensiero secondo cui l’infelicità è sempre esistita. Tuttavia gli antichi non se ne accorgevano o non se ne rendevano conto, perché distratti dalle illusioni e, in virtù di ciò, meno consapevoli della presenza del Male.

Per Leopardi le epoche passate sono quindi migliori di quelle presenti. La natura, in questa fase del pensiero leopardiano, è ancora considerata benigna, perché, provando pietà per l’uomo, gli ha fornito l’immaginazione, ovvero le illusioni, le quali producono nell’uomo una felicità che non è reale perché mascherano la vera realtà che è fatta di sofferenza. Nel mondo dei moderni queste illusioni sono però andate perdute perché la ragione ha smascherato il mondo illusorio degli antichi e ridato vita alla realtà nuda e cruda dei moderni.

Terminata la fase del pessimismo storico Leopardi perviene a quella del pessimismo cosmico, giungendo alla famosa quanto fortunata concezione della natura come maligna, cioè di una natura che non vuole più il Bene e la felicità per i suoi ‘figli’. La natura è infatti la sola colpevole dei mali dell’uomo; essa è ora vista come un organismo che non si preoccupa più della sofferenza dei singoli, ma che prosegue incessante e non curante il suo compito di prosecuzione della specie e di conservazione del mondo, in quanto meccanismo indifferente e crudele che fa nascere l’uomo per destinarlo alla sofferenza. Leopardi sviluppa quindi una visione più meccanicistica e materialistica della natura, una natura che egli con disprezzo definisce ‘matrigna’. L’uomo deve perciò rendersi conto di questa realtà di fatto e contemplarla in modo distaccato e rassegnato, come un saggio stoico che pratica l’atarassia e la lucida contemplazione del reale. Il destino dell’uomo, ovvero la sua malattia, è in fondo lo stesso per tutti. In questa fase non ci sono reazioni titaniche perché Leopardi ha capito che è inutile ribellarsi, ma che bisogna invece raggiungere la pace e l’equilibrio con se stessi, in modo da opporre un efficace rimedio al dolore. Ed è proprio la sofferenza che Leopardi reputa la condizione fondamentale dell’essere umano nel mondo, arrivando perfino a dire che “tutto è male”. Significativo è, a questo proposito, un passo tratto dal Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (vv. 100-104), dal quale emerge tutta la poca fiducia verso la condizione umana nel mondo da parte del poeta, una condizione fatta di sofferenza e di diuturna infelicità.

Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’essere mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.


Ne La ginestra, lirica appartenente alla produzione degli ultimi anni, Leopardi propone come soluzione l’alleanza e la solidarietà fra gli uomini, che, alla pari dell’utopia umanitaristica di Pascoli, si configura come l’unica vera via d’uscita di fronte ai mali della modernità: essa rimane però, pur sempre, un’utopia.

Il dolore personale

Dapprima vi è il dolore personale che diviene per lui strumento di conoscenza. Il poeta pensa che la vita sia stata spietata con lui (esperienza personale/dolore personale), ma che altri possono essere felici. (Pessimismo personale o soggettivo)

Il dolore storico

Segue il dolore storico. Questi due punti generano l'ironia ed il sarcasmo di Leopardi contro i filosofi idealisti e neocattolici, che esaltano le magnifiche sorti e progressive dell'umanità (Ginestra) e contro l'ottimismo illuministico (Ginestra). (Pessimismo oggettivo o storico)

La scoperta del dolore

La vita è dolore, il male è nella razionalità. La Natura benigna ha creato l'uomo come creatura semplice che, nella sua ignoranza, trova piacere nelle illusioni. Gli uomini, con la ragione, fugarono le illusioni e scoprirono la verità, quindi il male ed il dolore, uscendo così dalla loro infanzia felice.
La storia della civiltà è la scoperta dell'infelice condizione umana (gli uomini primitivi furono felici: il tragico destino umano nasce dal contrasto tra la provvida Natura, che vuol celare la dolorosa verità agli uomini, e la ragione, che tale verità scopre nel momento dell'esperienza personale del dolore).

L'origine dell'infelicità umana

L'origine dell'infelicità umana è nella contraddizione tra il desiderio di felicità e l'impossibilità di conseguirla. Nasce così il dolore storico: non la natura, bensì la società è nemica dell'uomo. L'uomo comune si consola del male quando lo riconosce necessario, l'uomo superiore non si rassegna, piuttosto si uccide, non maledicendo la vita, bensì lasciandola con rimpianto (Ultimo canto di Saffo).

Il dolore cosmico

Il dolore cosmico coincide con il pessimismo universale. Se l'uomo è creatura della Natura, è evidente la contraddizione fra tale affermazione e la reale condizione umana. Tale contraddizione è spiegata da Leopardi affermando che in ciò sta la perfidia della Natura che si identifica nella natura matrigna.

Non è infelice la società "adulta", ma ogni società, in ogni tempo. L'infelicità non è retaggio solo dell'uomo, bensì di tutte le creature (esiste solo la legge della continuità della specie). Il dolore è fatale all'uomo che è dotato di intelligenza e quindi avverte il tedio ed il "senso della morte". Tutto quello che è, è male (Zibaldone). (Pessimismo universale o cosmico)

Il dolore esistenziale

La poesia di Leopardi non nasce solo da un senso di inadeguatezza alla realtà, di sproporzione fra reale e sovrannaturale, ma soprattutto da un dolore che è motore primario del fare poetico, dolore universale e insieme profondamente intimo e personale. Il tema del dolore appartiene sia al Leopardi dello Zibaldone che a quello dei Canti, ma ha diverse vesti: il dolore per la propria patria, l'Italia, divisa e preda di dominazioni straniere; il dolore per lo sfiorire rapido e inavvertito della giovinezza; il dolore per la morte e soprattutto per la morte intesa in senso materialistico, come termine ultimo della vita. Eppure da questo dolore traspare a volte come l'avvertimento di un senso del destino come realtà positiva, traspare a tratti, e l'Autore quasi se ne vergogna, ritornando sui suoi passi, nel cosiddetto pessimismo cosmico tratto fondamentale della sua poetica. Ma il pessimismo non cancella il bisogno, il desiderio (dal latino sidera, stelle) di infinito insito in ogni uomo, per cui anche il "naufragar" può essere "dolce in questo mare", che altro non è se non il mistero dell'Essere.

Il tedio

La condizione fondamentale dello spirito di Leopardi è la totale incapacità di aderire alla vita, che gli appare come uno spettacolo remoto ed alieno. Tale atteggiamento porta il poeta al taedium vitae (la noia lo fa sentire estraneo al mondo). L'intima dialettica di Leopardi oscilla tra la necessità di appartarsi orgogliosamente da un mondo che sente estraneo, per immergersi nel proprio universo interiore, ed il bisogno di consolare ed essere consolato.

Leopardi e il suicidio

Leopardi pur giudicando irrazionale il rassegnarsi alla vita e ragionevole il suicidio, inteso come liberazione dalla sofferenza, tuttavia ritiene che l'uccidersi sia atto inumano, poiché non tiene conto del dolore altrui e sebbene sia proprio del sapiente non piegarsi al sentimento e non lasciarsi vincere dalla pietà, tale forza d'animo deve essere usata per sopportare la triste condizione umana, usarla per rinunciare alla vita ed alla compagnia delle persone care è un abuso, non soffrire al pensiero di lasciare nel dolore le persone care è indegno del saggio.

Il suicidio è un atto d'egoismo, poiché il suicida cerca solo la propria utilità, disprezzando l'intero genere umano (Dialogo di Plotino e Porfirio) ed agisce come un disertore, che abbandona i compagni impegnati in una lotta impari contro la natura nemica (La Ginestra). Il problema della legittimità del suicidio tormenta Leopardi fin dalla crisi esistenziale del 1819, ed ancora nel 1824 (Ultimo canto di Saffo) egli sostiene la tesi della legittimità del suicidio, ma già in quello stesso anno si notano nel poeta le prime affermazioni sulla necessità di subire il destino con animo forte, trovando conforto nella bellezza delle creazioni dello spirito umano.

Il Dialogo di Plotino e Porfirio

Infine nel 1827, Leopardi scrive il Dialogo di Plotino e Porfirio. Nel dialogo, Leopardi ripercorre il cammino spirituale lungo il quale la propria concezione pessimistica della vita è giunta all'affermazione delle ragioni più alte dell'esistenza.

Porfirio è il Leopardi del 1821 – 1824, mentre Plotino è il poeta più maturo. Porfirio difende il suicidio sostenendo che, se la Natura destina gli uomini al dolore, se tutto ciò che esiste è male, l'uomo ha diritto di sottrarvisi, scegliendo la morte volontaria (1822), anche se la vita, in quel momento, non è particolarmente sventurata, poiché la vita è tedio, i mali sono vani, il dolore stesso è vano, quindi l'uomo ha il diritto di sottrarsi al male dell'esistenza. Solo la noia, poiché nasce dalla coscienza della realtà, non è vana né ingannevole.

L'evoluzione spirituale di Leopardi lo conduce a posizioni più equilibrate (Plotino) e svincolate dalle situazioni contingenti, infatti l'uomo è condannato alla sofferenza, ma una legge di natura vuole che egli viva nonostante tutto. Solamente pochi si rendono conto della realtà, tutti gli altri combattono vanamente contro la natura. Tale lotta deve affratellare gli uomini, quindi il suicidio è una diserzione inammissibile. Inoltre la vita è degna di essere vissuta non perché sia felice, ma perché sia spiritualmente elevata. L'uomo deve prendere coscienza della propria vita interiore. Nel dialogo Leopardi ripercorre il proprio cammino spirituale.

Sogno di un'azione concorde degli uomini

Pur su tali posizioni, Leopardi vagheggia l'azione e le illusioni eroiche, creando il "mito della giovinezza" e quasi confutando le accuse di fatalismo e di misantropia, sogna un'azione concorde di tutti gli uomini, uniti dalla solidarietà, per tentare di vincere la Natura ostile (Ginestra). Leopardi rifiuta il suicidio (che in precedenza aveva considerato lecito), poiché lo considera una diserzione da tale disperata battaglia (dialogo di Plotino e Porfirio).

Il Lethe

La similitudine fu la prima tecnica linguistica alla base del pensiero astratto o filosofico: essa consiste molto semplicemente nel mettere a contatto tra loro due piani del significato: uno evidente - quello della figura così come appare - l'altro non-evidente - quello dei sentimenti interiori. Ma così facendo, la poesia scoprì che "l'evidente", l'effettivo, viene assieme, è l'espressione di qualcosa che è nascosto, che non si vede, lethe.

L'immagine naturale è a-lethe, ciò che è svelato, che non-è-più-nascosto, che è "uscito fuori". I vocabolari traducono "lethe" con "oblio" e "aletheia" con verità, condizionati da un greco filosofico posteriore, che già aveva dimenticato i significati originari delle parole. Per il greco omerico, per la poesia greca, il Lethe è sì oblio, ma in quanto non più presente, non più evidente. Per la mentalità greca, si dimentica (l'oblio per i defunti, per gli scomparsi) ciò che non è più visibile, ciò che è morto: lo scopo del poeta, della poesia, era infatti quello di mantenere viva l'immagine degli eroi, per non dimenticarli.

La mancanza di una fede nell'aldilà faceva della morte la fine di tutto; per non dissolversi nel nulla, l'unico sistema era la rappresentazione poetica, la parola che rendeva presente l'immagine viva, naturale, del defunto.
Dunque è una contraddizione solo apparente l'immagine di una "Natura" che è "l'evidenza immediata di ciò che ci circonda", e nello stesso tempo "qualcosa di profondo, nascosto, celato ai sensi".

A partire dalla similitudine, la Natura per il greco è duplice nel senso dell'ambiguità: da un lato è ciò che appare, dall'altro è una forza (enérgheia) che agisce nel profondo di ciò che appare. Sarà proprio Aristotele a dare la sistemazione concettuale definitiva di questa concezione.

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Leopardi e il Tempo

Leopardi guarda al passato in una atemporalità che esclude il futuro, in uno spazio – tempo legato all'esperienza (hic et nunc). Leopardi scrive nel presente, precisando sempre dove si trova, dando al tempo non una dimensione psicologica bensì autobiografica al confine tra poesia e prosa anticipando così la poesia moderna per genere e temi.

Il passato

La formazione classica ed illuministica consentono al poeta di considerare criticamente il passato e di costruire su una tradizione ormai usurata una poesia innovativa, precocemente analogica e che, grazie alla memoria, il cui strumento è l'immaginazione (la vita anteriore è perduta per sempre, l'immaginazione la ricostruisce e reinterpreta), indaga sul vago e l'indefinito alla ricerca dell'anteriorità e dell'altrove che appartengono all'immaginario moderno.

La lontananza psicologica

Leopardi ha con il passato un rapporto di lontananza psicologica, che trascende dalla fisicità: può essere fisicamente a Recanati, ma ne è psicologicamente lontanissimo ed emergono sprazzi di ricordo reinterpretati alla luce della successiva esperienza esistenziale. Il suo occasionale ritorno non è un traguardo, bensì incredulità di essere tornato.

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Introduzione al concetto di "natura" in Leopardi

La lunga riflessione di Leopardi sulla "Natura" si apre nel 1818 in un modo apparentemente contradditorio e problematico -. Contraddizione che consiste nel fatto che nel giro di pochi mesi - fine del '17 fine del '18 - Leopardi scrive sulla "Natura":

«La Natura, purissima, tal qual è, tal quale la vedevano gli antichi: (...) quell'albero, quell'uccello, qual canto, quell'edifizio, quella selva, quel monte, tutto da sé…» (Zibaldone pag. 15).

«… e in fatti la natura non si palesa ma si nasconde, sì che bisogna con mille astuzie e quasi frodi, e con mille ingegni e macchine scalzarla e pressarla e tormentarla e cavarle di bocca a marcia forza i suoi segreti…» (Discorso sopra la poesia romantica).

Di "quale" natura sta parlando, Leopardi? Per rispondere, occorre fare riferimento a due enunciati che appartengono alla cultura greca, che si collocano cioè alle origini della riflessione occidentale sulla Natura; Aristotele scrive nella Fisica:

«Ridicolo, poi, sarebbe cercare di dimostrare che la natura è […] [poiché] ogni volta che siamo di fronte a un ente di natura, è la natura stessa che ci appare.»

Ma prima di lui, Eraclito aveva scritto: «Natura (Physis) ama nascondersi».

Non può non colpire questa consonanza di Leopardi con le origini del pensiero filosofico, ma soprattutto con la lingua greca.

Leopardi e la scoperta della Natura

Leopardi, all'età di dieci-dodici anni, legge Omero e scopre la forza delle emozioni attraverso una viva rappresentazione fabulatoria della realtà. Ma in più c'è la forza di un grande poeta e di un grande classico. Assorbe emotivamente, attraverso una forte esperienza estetica, l'uso di una parola fondamentale. Poi scopre la letteratura del suo tempo, la letteratura romantica.

Ma Leopardi non legge ancora i grandi romanzi romantici (ciò avverrà qualche anno dopo). In quel periodo egli è immerso nella filologia, e quindi nelle riviste letterarie; egli legge i dibattiti letterari, dove si discute di poetica, di ciò che è poesia e che non è poesia: di Breme, Madame de Staël e lì scopre un'altra "natura", che è solo più quella "nascosta" nel duplice senso cartesiano-kantiano delle "leggi di natura" - il meccanicismo razionalista sei-settecentesco (la "natura" è "legge nascosta", è un codice super-razionale che va liberato dalle apparenze - la singolarità dell'individuo - per poter essere esplicato nella sua evidenza puramente logico-quantitativa: la formula che rende manipolabili i fenomeni.
La "Natura" è un oggetto di laboratorio); l'altra è quella romantico-idealista di "Natura" come "Spirito alienato", come "Anima del mondo" non consapevole di sé. La "Natura" non è "nient'altro" che lo specchio della psiche umana, è sentimento espresso in modo indiretto. In tutti i casi la "Natura" non esiste più.

L'effetto che tutto ciò ha nella psiche di Leopardi è molto chiaro: per lui la "Natura" è quella scoperta nella immediatezza estetica della conoscenza poetica, e ciò causa una ribellione nei confronti di un atteggiamento intellettualistico che egli identifica immediatamente come tradimento della poesia. La "Natura" per lui non è riducibile né a "Sentimento" né a "Ragione"; la "Natura" è "Physis", è vita (in greco, il significato originario di Physis è "nascimento", il venire alla luce).

All'età di dieci anni Leopardi comincia lo studio del greco, direttamente dai classici e soprattutto da Omero. La filosofia naturalmente la "scoprirà" più tardi. Domandiamoci quindi come appare la natura in Omero. Essa, appunto, appare. Il primo e più famoso contesto è quello delle similitudini.

«Così loro, i Troiani, facevano la guardia. E intanto gli Achei erano in preda a una folle smania di fuggire, quale si accompagna al gelo della paura. Tutti i più valorosi stavano là abbattuti, in una costernazione intollerabile. E come due venti sconvolgono il mare ricco di pesci, Borea ad esempio e Zefiro: essi soffiano dalla Tracia arrivando all'improvviso, ed ecco l'onda si accavalla nera e rovescia fuori molta alga lungo la spiaggia: agitato così era il cuore in petto agli Achei.» [Libro IX]

La similitudine fu la prima tecnica linguistica alla base del pensiero astratto o filosofico: essa consiste molto semplicemente nel mettere a contatto tra loro due piani del significato: uno evidente - quello della figura così come appare - l'altro non-evidente - quello dei sentimenti interiori. Ma così facendo, la poesia scoprì che "l'evidente", l'effettivo, viene assieme, è l'espressione di qualcosa che è nascosto, che non si vede, lethe. L'immagine naturale è a-lethe, ciò che è svelato, che non-è-più-nascosto, che è "uscito fuori". I vocabolari traducono "lethe" con "oblio" e "aletheia" con verità, condizionati da un greco filosofico posteriore, che già aveva dimenticato i significati originari delle parole. Per il greco omerico, per la poesia greca, il Lethe è sì oblio, ma in quanto non più presente, non più evidente. Per la mentalità greca, si dimentica (l'oblio per i defunti, per gli scomparsi) ciò che non è più visibile, ciò che è morto: lo scopo del poeta, della poesia, era infatti quello di mantenere viva l'immagine degli eroi, per non dimenticarli. La mancanza di una fede nell'al di là faceva della morte la fine di tutto; per non dissolversi nel nulla, l'unico sistema era la rappresentazione poetica, la parola che rendeva presente l'immagine viva, naturale , del defunto.

Dunque è una contraddizione solo apparente l'immagine di una "Natura" che è "l'evidenza immediata di ciò che ci circonda", e nello stesso tempo "qualcosa di profondo, nascosto, celato ai sensi". A partire dalla similitudine, la Natura per il greco è duplice nel senso dell'ambiguità: da un lato è ciò che appare, dall'altro è una forza (enérgheia) che agisce nel profondo di ciò che appare. Sarà proprio Aristotele a dare la sistemazione concettuale definitiva di questa concezione.

Torniamo a Leopardi. Egli è un bambino di dieci-dodici anni quando legge Omero. Egli scopre la forza delle emozioni attraverso una viva rappresentazione fabulatoria della realtà. Ma in più c'è la forza di un grande poeta e di un grande classico. Assorbe emotivamente, attraverso una forte esperienza estetica, l'uso di una parola fondamentale.
Poi scopre la letteratura del suo tempo, la letteratura romantica. Attenzione: Leopardi non legge ancora i grandi romanzi romantici (ciò avverrà qualche anno dopo). In quel periodo egli è immerso nella filologia, e quindi nelle riviste letterarie; egli legge i dibattiti letterari, dove si discute di poetica, di ciò che è poesia e che non è poesia: Di Breme, M.me De Stael ecc. E lì scopre un'altra "natura", che è solo più quella "nascosta". Ma nascosta in che senso? Nel duplice senso cartesiano-kantiano delle "leggi di natura" - il meccanicismo razionalista sei-settecentesco (la "natura" è "legge nascosta", è un codice super-razionale che va liberato dalle apparenze - la singolarità dell'individuo - per poter essere esplicato nella sua evidenza puramente logico-quantitativa: la formula che rende manipolabili i fenomeni. La "Natura" è un oggetto di laboratorio); l'altra è quella romantico-idealista di "Natura" come "Spirito alienato", come "Anima del mondo" non consapevole di sé. La "Natura" non è "nient'altro" che lo specchio della psiche umana, è sentimento espresso in modo indiretto. In tutti i casi la "Natura" non esiste più.

L'effetto che tutto ciò ha nella psiche di Leopardi è molto chiaro: per lui la "Natura" è quella scoperta nella immediatezza estetica della conoscenza poetica, e ciò causa una ribellione nei confronti di un atteggiamento intellettualistico che egli identifica immediatamente come tradimento della poesia. La "Natura" per lui non è riducibile né a "Sentimento" né a "Ragione"; la "Natura" è "Physis", è vita (in greco, il significato originario di Physis è "nascimento", il venire alla luce).

La natura nemica dell'uomo

Ben presto però il contrasto tra ideali e realtà, tra aspirazioni e limiti imposti dalla vita, porta il poeta a concludere che l'infelicità non è conseguenza del progresso, bensì stato naturale di ogni essere vivente e che la natura è nemica dell'uomo. Leopardi afferma che si insegna all'uomo che la morte prematura è un bene, ma egli la teme, la vita è fragile cosa e più che dono è disgrazia, ma l'uomo teme la morte. La virtù morale è più preziosa della bellezza, ma un'anima sublime in un corpo sgraziato è derisa e misconosciuta (Ultimo canto di Saffo). L'uomo aspira a cose infinite ed eterne, ma vivere è un continuo morire (Infinito).
L'uomo è destinato a non godere d'alcun bene, si dispera, è afflitto da un tedio mortale che lo spinge al suicidio, dal quale lo trattengono la paura della morte e la superstizione religiosa. L'aspirazione all'irraggiungibile verità è il massimo tormento della vita ed è senza speranza, infatti l'uomo è destinato a non sapere perché sia nato, viva, soffra, dove vada (Canto notturno di un pastore errante nell'Asia) e tale forzata cecità uccide l'anima umana (L'infinito: ...e il naufragar m’è dolce in questo mare), poiché questa è la legge inesorabile dell'universo.

Il concetto di "Natura"

La lunga riflessione di Leopardi sulla "Natura" si apre nel 1818 in un modo assai strano e problematico - quasi come un segnale della profonda "stranezza" del pensiero leopardiano (nel senso di apparente contraddittorietà e oscillazione continua), che altro motivo forse non ha che l'essere esso un pensiero pensante, cioè vivo, in cammino, e non un sistema combinatorio di luoghi comuni, come lo sono tutte le poetiche "stabilite" e "saggistiche" degli scrittori che non hanno amato la filosofia.

La stranezza consiste in questo: nel giro di pochi mesi - fine del '17 fine del '18 - Leopardi scrive sulla "Natura": La Natura, purissima, tal qual è, tal quale la vedevano gli antichi: […] quell'albero, quell'uccello, qual canto, quell'Edifizio, quella selva, quel monte, tutto da sé… (Zibaldone). … e in fatti la natura non si palesa ma si nasconde, sì che bisogna con mille astuzie e quasi frodi, e con mille ingegni e macchine scalzarla e pressarla e tormentarla e cavarle di bocca a marcia forza i suoi segreti… (Discorso sopra la poesia romantica).

Di che natura sta parlando, Leopardi? Per rispondere a questa domanda, partiremo da due enunciati che appartengono alla cultura greca, che si collocano cioè alle origini della riflessione occidentale sulla Natura; Aristotele scrive nella Fisica: Ridicolo, poi, sarebbe cercare di dimostrare che la natura è […] [poiché] ogni volta che siamo di fronte a un ente di natura, è la natura stessa che ci appare.

Il concetto di Natura nel pensiero greco

Ma prima di lui, Eraclito aveva scritto: La Natura [Physis] ama nascondersi. Non può non colpire questa consonanza di Leopardi con le origini del pensiero filosofico, ma soprattutto con la lingua greca. All'età di dieci anni Leopardi comincia lo studio del greco, direttamente dai classici e soprattutto da Omero.

Omero

Il primo e più famoso contesto in cui può essere indagata la concezione della Natura in Omero è quello delle similitudini. Così loro, i Troiani, facevano la guardia. E intanto gli Achei erano in preda a una folle smania di fuggire, quale si accompagna al gelo della paura. Tutti i più valorosi stavano là abbattuti, in una costernazione intollerabile. E come due venti sconvolgono il mare ricco di pesci, Borea ad esempio e Zefiro: essi soffiano dalla Tracia arrivando all'improvviso, ed ecco l'onda si accavalla nera e rovescia fuori molta alga lungo la spiaggia: agitato così era il cuore in petto agli Achei. (Iliade Libro IX) Come i cani fanno, inquieti, la guardia intorno alle pecore, dentro il muro di cinta, al sentire la belva dal cuore feroce che avanza per la boscaglia attraverso i monti; e un grande frastuono si leva allora, di uomini e di cani, e il sonno gli va via: così a loro là era sparito dalle palpebre il dolce sonno, nel vigilare in quella brutta notte. (Iliade Libro X)

Ma Idomeneo non lo prese la paura come un ragazzino, e stava là ad attenderli. Pareva un cinghiale sui monti, fiducioso nella sua forza, che aspetta l'assalto rumoroso di molti uomini in un luogo solitario, con le setole dritte sul dorso: gli occhi hanno lampi di fuoco, e intanto arrota le zanne, deciso a difendersi da cani e cacciatori. Così Idomeneo attendeva, senza tirarsi indietro, l'attacco di Enea che veniva alla riscossa. (Iliade Libro XIII)

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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 7:15 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 7:25 pm    Oggetto:  I CANTI LEOPARDIANI
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I CANTI LEOPARDIANI

"Canti" è il titolo dato alla raccolta delle poesie del Leopardi, apparsa in tre diverse edizioni, a Firenze nel 1831, a Napoli nel 1835, e nell'edizione Le Monnier del 1845, curata dall'amico Antonio Ranieri e completa delle ultime due composizioni.

L'ordine delle composizioni è di tipo cronologico, ma vi sono alcuni spostamenti che rendono possibile anche il raggruppamento tematico-stilistico.

I Canti

I Canti coprono tutto l'arco della vita del poeta, morto ad appena trentanove anni, mentre il suo pensiero era ancora in pieno svolgimento e la sua poesia era ancora feconda e pronta ad aprirsi a nuove soluzioni.

La raccolta si apre con le canzoni d'argomento patriottico ("All'Italia") e filosofico ("Bruto minore", "Alla primavera", "Ultimo canto di Saffo"), scritte tra 1818 e 1822. Nella seconda sezione domina il tema autobiografico e la forma espressiva dell'idillio, con i grandi componimenti scritti tra 1819 e 1822 ("L'infinito", "La sera del dì di festa", "Alla luna", ecc.ecc), a cui si aggiungono "Il passero solitario", che è del 1831, e la novella "Consalvo", ancora più tarda.

La sezione successiva raccoglie le poesie scritte tra 1828 e 1830 a Pisa e Recanati ("A Silvia", "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia", "La quiete dopo la tempesta", "Il Sabato del villaggio" ecc.); seguono i componimenti amorosi posteriori al 1831 ("Amore e morte", "A se stesso", "Aspasia").

Dopo due canzoni funebri, la raccolta si conclude con "Il tramonto della luna" e "La ginestra".

Il linguaggio

Caratteristico del poeta è l'essenzialità del linguaggio che, con rapidissime immagini e sapienza ritmica e sintattica, crea brani di straordinaria suggestione.

Nello "Zibaldone" Leopardi annota una propria descrizione circa il linguaggio adottato nella poesia: egli scrive di adoperare "una lingua per i morti", sottolineando l'uso di parole arcaiche, desuete, fuori dal loro contesto. L'infinito è paradigmatico per potenza espressiva. L'idea dell'immensità e dell'eternità sono rese con un limitatissimo impiego di mezzi lessicali, che consente alle idee di giganteggiare nel deserto delle parole.

Anche per questo Leopardi è classico, anche se la sua ansia, il tedio della vita, e la personalità esasperata ne fanno un romantico. In Leopardi, accanto alla poetica dell'idillio che si esprime, romanticamente, nel dualismo paesaggio – stato d'animo, si può trovare, parallelamente, una poetica non idilliaca, dalle immagini incisive e dalla sintassi perentoria.
In Leopardi l'originario slancio sentimentale si evolve in una complessa vicenda spirituale. Il poeta parte dal razionalismo illuministico giungendo a negarlo ed a condannare la stessa ragione.

Leopardi romantico

La partecipazione di Leopardi allo spirito romantico deriva, come per Foscolo, dal bisogno di focalizzare il problema del significato e del fine della vita.

La differenza tra Leopardi e Foscolo

La differenza fondamentale tra Foscolo e Leopardi è che, mentre nel primo l'angosciosa presa di coscienza della realtà innesca uno sforzo titanico di ricostruzione dei valori della vita, in Leopardi, di indole introversa e scarsamente combattiva, dagli stessi presupposti si sviluppa una desolata e chiusa meditazione che lo rende incapace di aderire alla vita, che gli appare remota ed aliena.

Il primo risultato psicologico di tale condizione di spirito è la noia della vita, l'assenza di speranze, di illusioni, di desideri ed il dolore puro che lo rende poeta assolutamente romantico. La sua è poesia di memoria, lirica concepita come attività a-razionale (non irrazionale), come originalità assoluta, entusiasmo, immaginazione, totale illusione.

Leopardi contro il proprio secolo

Leopardi occupa un posto particolare nel quadro letterario dell'800, infatti, il Cristianesimo romantico fu un riflesso imprescindibile del Congresso di Vienna, ma Leopardi respinse sempre, tenacemente, tale cattolicesimo di stampo progressista che contrabbandava i miti del secolo precedente, rifiutandone però le intuizioni e le conquiste più vere, pertanto Leopardi fu non solo fuori, ma anche contro il proprio secolo.

************

-Seguiranno:

-All'Italia
-Sopra il monumento di Dante
-Ad Angelo
-Mai
-Nelle nozze della sorella Paolina
-A un vincitore nel pallone
-Bruto minore
-Alla Primavera
-Inno
-Ultimo canto di Saffo
-Il primo amore
-Il passero solitario Infinito
-La sera del dì di festa
-Alla luna
-Il sogno
-La vita solitaria
-Consalvo
-Alla sua donna
-Al Conte
-Carlo Pepoli
-Il Risorgimento
-A Silvia
-Le ricordanze
-Canto notturno
-La quiete dopo la tempesta
-Il Sabato del villaggio
-Il pensiero dominante
-Amore e morte
-A se stesso
-Aspasia
-Sopra un basso rilievo
-Sopra il ritratto
-Palinodia del Marchese
-Gino Capponi
-Il tramondo della luna
-La ginestra
-Imitazione
-Scherzo

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MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 5:08 pm    Oggetto:  I CANTI LEOPARDIANI
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All'Italia

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perchè, perchè? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
E di carri e di voci e di timballi:
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve, e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Nè ti conforti? e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L'itala gioventude? O numi, o numi:
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari,
Ma da nemici altrui
Per altra gente, e non può dir morendo:
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette
L'antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre;
E voi sempre onorate e gloriose,
O tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch'alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l'onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprìr le invitte schiere
De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
Serse per l'Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d'Antela, ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.
E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell'armi e ne' perigli
Qual tanto amor le giovanette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta, o figli,
L'ora estrema vi parve, onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
Ciascun de' vostri, o a splendido convito:
Ma v'attendea lo scuro
Tartaro, e l'onda morta;
Nè le spose vi foro o i figli accanto
Quando su l'aspro lito
Senza baci moriste e senza pianto.
Ma non senza de' Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia;
Tal fra le Perse torme infuriava
L'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute,
E correr fra' primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
Ve' come infusi e tinti
Del barbarico sangue i greci eroi,
Cagione ai Persi d'infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte, in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
O benedetti, al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso, e non consente
Ch'io per la Grecia i moribondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa, volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.

*******************

Sopra il monumento di Dante

Perchè le nostre genti
Pace sotto le bianche ali raccolga,
Non fien da' lacci sciolte
Dell'antico sopor l'itale menti
S'ai patrii esempi della prisca etade
Questa terra fatal non si rivolga.
O Italia, a cor ti stia
Far ai passati onor; che d'altrettali
Oggi vedove son le tue contrade,
Nè v'è chi d'onorar ti si convegna.
Volgiti indietro, e guarda, o patria mia,
Quella schiera infinita d'immortali,
E piangi e di te stessa ti disdegna;
Che senza sdegno omai la doglia è stolta:
Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti,
E ti punga una volta
Pensier degli avi nostri e de' nepoti.
D'aria e d'ingegno e di parlar diverso
Per lo toscano suol cercando gia
L'ospite desioso
Dove giaccia colui per lo cui verso
Il meonio cantor non è più solo.
Ed, oh vergogna! udia
Che non che il cener freddo e l'ossa nude
Giaccian esuli ancora
Dopo il funereo dì sott'altro suolo,
Ma non sorgea dentro a tue mura un sasso,
Firenze, a quello per la cui virtude
Tutto il mondo t'onora.
Oh voi pietosi, onde sì tristo e basso
Obbrobrio laverà nostro paese!
Bell'opra hai tolta e di ch'amor ti rende,
Schiera prode e cortese,
Qualunque petto amor d'Italia accende.
Amor d'Italia, o cari,
Amor di questa misera vi sproni,
Ver cui pietade è morta
In ogni petto omai, perciò che amari
Giorni dopo il seren dato n'ha il cielo
Spirti v'aggiunga e vostra opra coroni
Misericordia, o figli,
E duolo e sdegno di cotanto affanno
Onde bagna costei le guance e il velo.
Ma voi di quale ornar parola o canto
Si debbe, a cui non pur cure o consigli
Ma dell'ingegno e della man daranno
I sensi e le virtudi eterno vanto
Oprate e mostre nella dolce impresa?
Quali a voi note invio, sì che nel core,
Sì che nell'alma accesa
Nova favilla indurre abbian valore?
Voi spirerà l'altissimo subbietto,
Ed acri punte premeravvi al seno.
Chi dirà l'onda e il turbo
Del furor vostro e dell'immenso affetto?
Chi pingerà l'attonito sembiante?
Chi degli occhi il baleno?
Qual può voce mortal celeste cosa
Agguagliar figurando?
Lunge sia, lunge alma profana. Oh quante
Lacrime al nobil sasso Italia serba!
Come cadrà? come dal tempo rosa
Fia vostra gloria o quando?
Voi, di ch'il nostro mal si disacerba,
Sempre vivete, o care arti divine,
Conforto a nostra sventurata gente,
Fra l'itale ruine
Gl'itali pregi a celebrare intente.
Ecco voglioso anch'io
Ad onorar nostra dolente madre
Porto quel che mi lice,
E mesco all'opra vostra il canto mio,
Sedendo u' vostro ferro i marmi avviva.
O dell'etrusco metro inclito padre,
Se di cosa terrena,
Se di costei che tanto alto locasti
Qualche novella ai vostri lidi arriva,
Io so ben che per te gioia non senti,
Che saldi men che cera e men ch'arena,
Verso la fama che di te lasciasti,
Son bronzi e marmi; e dalle nostre menti
Se mai cadesti ancor, s'unqua cadrai,
Cresca, se crescer può, nostra sciaura,
E m sempiterni guai
Pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura.
Ma non per te; per questa ti rallegri
Povera patria tua, s'unqua l'esempio
Degli avi e de' parenti
Ponga ne' figli sonnacchiosi ed egri
Tanto valor che un tratto alzino il viso.
Ahi, da che lungo scempio
Vedi afflitta costei, che sì meschina
Te salutava allora
Che di novo salisti al paradiso!
Oggi ridotta sì che a quel che vedi,
Fu fortunata allor donna e reina.
Tal miseria l'accora
Qual tu forse mirando a te non credi.
Taccio gli altri nemici e l'altre doglie;
Ma non la più recente e la più fera,
Per cui presso alle soglie
Vide la patria tua l'ultima sera.
Beato te che il fato
A viver non dannò fra tanto orrore;
Che non vedesti in braccio
L'itala moglie a barbaro soldato;
Non predar, non guastar cittadi e colti
L'asta inimica e il peregrin furore;
Non degl'itali ingegni
Tratte l'opre divine a miseranda
Schiavitude oltre l'alpe, e non de' folti
Carri impedita la dolente via;
Non gli aspri cenni ed i superbi regni;
Non udisti gli oltraggi e la nefanda
Voce di libertà che ne schernia
Tra il suon delle catene e de' flagelli.
Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto
Che lasciaron quei felli?
Qual tempio, quale altare o qual misfatto?
Perchè venimmo a sì perversi tempi?
Perchè il nascer ne desti o perchè prima
Non ne desti il morire,
Acerbo fato? onde a stranieri ed empi
Nostra patria vedendo ancella e schiava,
E da mordace lima
Roder la sua virtù, di null'aita
E di nullo conforto
Lo spietato dolor che la stracciava
Ammollir ne fu dato in parte alcuna.
Ahi non il sangue nostro e non la vita
Avesti, o cara; e morto
Io non son per la tua cruda fortuna.
Qui l'ira al cor, qui la pietade abbonda:
Pugnò, cadde gran parte anche di noi:
Ma per la moribonda
Italiano; per li tiranni suoi.
Padre, se non ti sdegni,
Mutato sei da quel che fosti in terra.
Morian per le rutene
Squallide piagge, ahi d'altra morte degni,
Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo
E gli uomini e le belve immensa guerra.
Cadeano a squadre a squadre
Semivestiti, maceri e cruenti,
Ed era letto agli egri corpi il gelo.
Allor, quando traean l'ultime pene,
Membrando questa desiata madre,
Diceano: oh non le nubi e non i venti,
Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,
O patria nostra. Ecco da te rimoti,
Quando più bella a noi l'età sorride,
A tutto il mondo ignoti,
Moriam per quella gente che t'uccide.
Di lor querela il boreal deserto
E conscie fur le sibilanti selve.
Così vennero al passo,
E i negletti cadaveri all'aperto
Su per quello di neve orrido mare
Dilaceràr le belve;
E sarà il nome degli egregi e forti
Pari mai sempre ed uno
Con quel de' tardi e vili. Anime care,
Bench'infinita sia vostra sciagura,
Datevi pace; e questo vi conforti
Che conforto nessuno
Avrete in questa o nell'età futura.
In seno al vostro smisurato affanno
Posate, o di costei veraci figli,
Al cui supremo danno
Il vostro solo è tal che s'assomigli.
Di voi già non si lagna
La patria vostra, ma di chi vi spinse
A pugnar contra lei,
Sì ch'ella sempre amaramente piagna
E il suo col vostro lacrimar confonda.
Oh di costei ch'ogni altra gloria vinse
Pietà nascesse in core
A tal de' suoi ch'affaticata e lenta
Di sì buia vorago e sì profonda
La ritraesse! O glorioso spirto,
Dimmi: d'Italia tua morto è l'amore?
Dì: quella fiamma che t'accese, è spenta?
Dì: nè più mai rinverdirà quel mirto
Ch'alleggiò per gran tempo il nostro male?
Nostre corone al suol fien tutte sparte?
Nè sorgerà mai tale
Che ti rassembri in qualsivoglia parte?
In eterno perimmo? e il nostro scorno
Non ha verun confine?
Io mentre viva andrò sclamando intorno,
Volgiti agli avi tuoi, guasto legnaggio;
Mira queste ruine
E le carte e le tele e i marmi e i templi;
Pensa qual terra premi; e se destarti
Non può la luce di cotanti esempli,
Che stai? levati e parti.
Non si conviene a sì corrotta usanza
Questa d'animi eccelsi altrice e scola:
Se di codardi è stanza,
Meglio l'è rimaner vedova e sola.

*****************

Ad Angelo Mai

Italo ardito, a che giammai non posi
Di svegliar dalle tombe
I nostri padri? ed a parlar gli meni
A questo secol morto, al quale incombe
Tanta nebbia di tedio? E come or vieni
Sì forte a' nostri orecchi e sì frequente,
Voce antica de' nostri,
Muta sì lunga etade? e perchè tanti
Risorgimenti? In un balen feconde
Venner le carte; alla stagion presente
I polverosi chiostri
Serbaro occulti i generosi e santi
Detti degli avi. E che valor t'infonde,
Italo egregio, il fato? O con l'umano
Valor forse contrasta il fato invano?
Certo senza de' numi alto consiglio
Non è ch'ove più lento
E grave è il nostro disperato obblio,
A percoter ne rieda ogni momento
Novo grido de' padri. Ancora è pio
Dunque all'Italia il cielo; anco si cura
Di noi qualche immortale:
Ch'essendo questa o nessun'altra poi
L'ora da ripor mano alla virtude
Rugginosa dell'itala natura,
Veggiam che tanto e tale
È il clamor de' sepolti, e che gli eroi
Dimenticati il suol quasi dischiude,
A ricercar s'a questa età sì tarda
Anco ti giovi, o patria, esser codarda.
Di noi serbate, o gloriosi, ancora
Qualche speranza? in tutto
Non siam periti? A voi forse il futuro
Conoscer non si toglie. Io son distrutto
Nè schermo alcuno ho dal dolor, che scuro
M'è l'avvenire, e tutto quanto io scerno
È tal che sogno e fola
Fa parer la speranza. Anime prodi,
Ai tetti vostri inonorata, immonda
Plebe successe; al vostro sangue è scherno
E d'opra e di parola
Ogni valor; di vostre eterne ledi
Nè rossor più nè invidia; ozio circonda
I monumenti vostri; e di viltade
Siam fatti esempio alla futura etade.
Bennato ingegno, or quando altrui non cale
De' nostri alti parenti,
A te ne caglia, a te cui fato aspira
Benigno sì che per tua man presenti
Paion que' giorni allor che dalla dira
Obblivione antica ergean la chioma,
Con gli studi sepolti,
I vetusti divini, a cui natura
Parlò senza svelarsi, onde i riposi
Magnanimi allegràr d'Atene e Roma.
Oh tempi, oh tempi avvolti
In sonno eterno! Allora anco immatura
La ruina d'Italia, anco sdegnosi
Eravam d'ozio turpe, e l'aura a volo
Più faville rapia da questo suolo.
Eran calde le tue ceneri sante,
Non domito nemico
Della fortuna, al cui sdegno e dolore
Fu più l`averno che la terra amico.
L'averno: e qual non è parte migliore
Di questa nostra? E le tue dolci corde
Susurravano ancora
Dal tocco di tua destra, o sfortunato
Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce
L'italo canto. E pur men grava e morde
Il mal che n'addolora
Del tedio che n'affoga. Oh te beato,
A cui fu vita il pianto! A noi le fasce
Cinse il fastidio; a noi presso la culla
Immoto siede, e su la tomba, il nulla.
Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,
Ligure ardita prole,
Quand'oltre alle colonne, ed oltre ai liti
Cui strider l'onde all'attuffar del sole
Parve udir su la sera, agl'infiniti
Flutti commesso, ritrovasti il raggio
Del Sol caduto, e il giorno
Che nasce allor ch'ai nostri è giunto al fondo;
E rotto di natura ogni contrasto,
Ignota immensa terra al tuo viaggio
Fu gloria, e del ritorno
Ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo
Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto
L'etra sonante e l'alma terra e il mare
Al fanciullin, che non al saggio, appare.
Nostri sogni leggiadri ove son giti
Dell'ignoto ricetto
D'ignoti abitatori, o del diurno
Degli astri albergo, e del rimoto letto
Della giovane Aurora, e del notturno
Occulto sonno del maggior pianeta?
Ecco svaniro a un punto,
E figurato è il mondo in breve carta;
Ecco tutto è simile, e discoprendo,
Solo il nulla s'accresce. A noi ti vieta
Il vero appena è giunto,
O caro immaginar; da te s'apparta
Nostra mente in eterno; allo stupendo
Poter tuo primo ne sottraggon gli anni;
E il conforto perì de' nostri affanni.
Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primo
Sole splendeati in vista,
Cantor vago dell'arme e degli amori,
Che in età della nostra assai men trista
Empièr la vita di felici errori:
Nova speme d'Italia. O torri, o celle,
O donne, o cavalieri,
O giardini, o palagi! a voi pensando,
In mille vane amenità si perde
La mente mia. Di vanità, di belle
Fole e strani pensieri
Si componea l'umana vita: in bando
Li cacciammo: or che resta? or poi che il verde
È spogliato alle cose? Il certo e solo
Veder che tutto è vano altro che il duolo.
O Torquato, o Torquato, a noi l'eccelsa
Tua mente allora, il pianto
A te, non altro, preparava il cielo.
Oh misero Torquato! il dolce canto
Non valse a consolarti o a sciorre il gelo
Onde l'alma t'avean, ch'era sì calda,
Cinta l'odio e l'immondo
Livor privato e de' tiranni. Amore,
Amor, di nostra vita ultimo inganno,
T'abbandonava. Ombra reale e salda
Ti parve il nulla, e il mondo
Inabitata piaggia. Al tardo onore
Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno,
L'ora estrema ti fu. Morte domanda
Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.
Torna torna fra noi, sorgi dal muto
E sconsolato avello,
Se d'angoscia sei vago, o miserando
Esemplo di sciagura. Assai da quello
Che ti parve sì mesto e sì nefando,
E peggiorato il viver nostro. O caro,
Chi ti compiangeria,
Se, fuor che di se stesso, altri non cura?
Chi stolto non direbbe il tuo mortale
Affanno anche oggidì, se il grande e il raro
Ha nome di follia;
Nè livor più, ma ben di lui più dura
La noncuranza avviene ai sommi? o quale,
Se più de' carmi, il computar s'ascolta
Ti appresterebbe il lauro un'altra volta?
Da te fino a quest'ora uom non è sorto,
O sventurato ingegno,
Pari all'italo nome, altro ch'un solo,
Solo di sua codarda etate indegno
Allobrogo feroce, a cui dal polo
Maschia virtù, non già da questa mia
Stanca ed arida terra,
Venne nel petto; onde privato, inerme,
(Memorando ardimento) in su la scena
Mosse guerra a' tiranni: almen si dia
Questa misera guerra
E questo vano campo all'ire inferme
Del mondo. Ei primo e sol dentro all'arena
Scese, e nullo il seguì, che l'ozio e il brutto
Silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto.
Disdegnando e fremendo, immacolata
Trasse la vita intera,
E morte lo scampò dal veder peggio.
Vittorio mio, questa per te non era
Età nè suolo. Altri anni ed altro seggio
Conviene agli alti ingegni. Or di riposo
Paghi viviamo, e scorti
Da mediocrità: sceso il sapiente
E salita è la turba a un sol confine,
Che il mondo agguaglia. O scopritor famoso,
Segui; risveglia i morti,
Poi che dormono i vivi; arma le spente
Lingue de' prischi eroi; tanto che in fine
Questo secol di fango o vita agogni
E sorga ad atti illustri, o si vergogni.

********************

Nelle nozze della sorella Paolina

Poi che del patrio nido
I silenzi lasciando, e le beate
Larve e l'antico error, celeste dono,
Ch'abbella agli occhi tuoi quest'ermo lido
Te nella polve della vita e il suono
Tragge il destin; l'obbrobriosa etate
Che il duro cielo a noi prescrisse impara,
Sorella mia, che in gravi
E luttuosi tempi
L'infelice famiglia all'infelice
Italia accrescerai. Di forti esempi
Al tuo sangue provvedi. Aure soavi
L'empio fato interdice
All'umana virtude,
Nè pura in gracil petto alma si chiude.
O miseri o codardi
Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso
Tra fortuna e valor dissidio pose
Il corrotto costume. Ahi troppo tardi,
E nella sera dell'umane cose,
Acquista oggi chi nasce il moto e il senso.
Al ciel ne caglia: a te nel petto sieda
Questa sovr'ogni cura,
Che di fortuna amici
Non crescano i tuoi figli, e non di vile
Timor gioco o speme : onde felici
Sarete detti nell'età futura:
Poichè (nefando stile,
Di schiatta ignava e finta )
Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta.
Donne, da voi non poco
La patria aspetta; e non in danno e scorno
Dell'umana progenie al dolce raggio
Delle pupille vostre il ferro e il foco
Domar fu dato. A senno vostro il saggio
E il forte adopra e pensa; e quanto il giorno
Col divo carro accerchia, a voi s'inchina.
Ragion di nostra etate
Io chieggo a voi. La santa
Fiamma di gioventù dunque si spegne
Per vostra mano? attenuata e franta
Da voi nostra natura? e le assonnate
Menti, e le voglie indegne,
E di nervi e di polpe
Scemo il valor natio, son vostre colpe?
Ad atti egregi è sprone
Amor, chi ben l'estima, e d'alto affetto
Maestra è la beltà. D'amor digiuna
Siede l'alma di quello a cui nel petto
Non si rallegra il cor quando a tenzone
Scendono i venti, e quando nembi aduna
L'olimpo, e fiede le montagne il rombo
Della procella. O spose,
O verginette, a voi
Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno
È della patria e che sue brame e suoi
Volgari affetti in basso loco pose,
Odio mova e disdegno;
Se nel femmineo core
D'uomini ardea, non di fanciulle, amore.
Madri d'imbelle prole
V'incresca esser nomate. I danni e il pianto
Della virtude a tollerar s'avvezzi
La stirpe vostra, e quel che pregia e cole
La vergognosa età, condanni e sprezzi;
Cresca alla patria, e gli alti gesti, e quanto
Agli avi suoi deggia la terra impari.
Qual de' vetusti eroi
Tra le memorie e il grido
Crescean di Sparta i figli al greco nome;
Finchè la sposa giovanetta il fido
Brando cingeva al caro lato, e poi
Spandea le negre chiome
Sul corpo esangue e nudo
Quando e' reddia nel conservato scudo.
Virginia, a te la molle
Gota molcea con le celesti dita
Beltade onnipossente, e degli alteri
Disdegni tuoi si sconsolava il folle
Signor di Roma. Eri pur vaga, ed eri
Nella stagion ch'ai dolci sogni invita,
Quando il rozzo paterno acciar ti ruppe
Il bianchissimo petto,
E all'Erebo scendesti
Volonterosa. A me disfiori e scioglia
Vecchiezza i membri, o padre; a me s'appresti,
Dicea, la tomba, anzi che l'empio letto
Del tiranno m'accoglia.
E se pur vita e lena
Roma avrà dal mio sangue, e tu mi svena.
O generosa, ancora
Che più bello a' tuoi dì splendesse il sole
Ch'oggi non fa, pur consolata e paga
E quella tomba cui di pianto onora
L'alma terra nativa. Ecco alla vaga
Tua spoglia intorno la romulea prole
Di nova ira sfavilla. Ecco di polve
Lorda il tiranno i crini;
E libertade avvampa
Gli obbliviosi petti; e nella doma
Terra il marte latino arduo s'accampa
Dal buio polo ai torridi confini.
Così l'eterna Roma
In duri ozi sepolta
Femmineo fato avviva un'altra volta.

*******************

A un vincitore nel pallone

Di gloria il viso e la gioconda voce
Garzon bennato, apprendi,
E quanto al femminile ozio sovrasti
La sudata virtude. Attendi attendi,
Magnanimo campion (s'alla veloce
Piena degli anni il tuo valor contrasti
La spoglia di tuo nome), attendi e il core
Movi ad alto desio. Te l'echeggiante
Arena e il circo, e te fremendo appella
Ai fatti illustri il popolar favore;
Te rigoglioso dell'età novella
Oggi la patria cara
Gli antichi esempi a rinnovar prepara.
Del barbarico sangue in Maratona
Non colorò la destra
Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
Che stupido mirò l'ardua palestra,
Nè la palma beata e la corona
D'emula brama il punse. E nell'Alfeo
Forse le chiome polverose e i fianchi
Delle cavalle vincitrici asterse
Tal che le greche insegne e il greco acciaro
Guidò de' Medi fuggitivi e stanchi
Nelle pallide torme; onde sonaro
Di sconsolato grido
L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.
Vano dirai quel che disserra e scote
Della virtù nativa
Le riposte faville? e che del fioco
Spirto vital negli egri petti avviva
II caduco fervor? Le meste rote
Da poi che Febo instiga, altro che gioco
Son l'opre de' mortali? ed è men vano
Della menzogna il vero? A noi di lieti
Inganni e di felici ombre soccorse
Natura stessa: e là dove l'insano
Costume ai forti errori esca non porse,
Negli ozi oscuri e nudi
Mutò la gente i gloriosi studi.
Tempo forse verrà ch'alle ruine
Delle italiche moli
Insultino gli armenti, e che l'aratro
Sentano i sette colli; e pochi Soli
Forse fien volti, e le città latine
Abiterà la cauta volpe, e l'atro
Bosco mormorerà fra le alte mura;
Se la funesta delle patrie cose
Obblivion dalle perverse menti
Non isgombrano i fati, e la matura
Clade non torce dalle abbiette genti
Il ciel fatto cortese
Dal rimembrar delle passate imprese.
Alla patria infelice, o buon garzone,
Sopravviver ti doglia.
Chiaro per lei stato saresti allora
Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,
Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
Che nullo di tal madre oggi s'onora:
Ma per te stesso al polo ergi la mente.
Nostra vita a che val? solo a spregiarla:
Beata allor che ne' perigli avvolta,
Se stessa obblia, nè delle putri e lente
Ore il danno misura e il flutto ascolta
Beata allor che il piede
Spinto al varco leteo, più grata riede.

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Mer Mag 16, 2007 2:16 pm, modificato 1 volta in totale
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Monia Di Biagio

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Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
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MessaggioInviato: Gio Mag 10, 2007 6:12 pm    Oggetto:  I CANTI LEOPARDIANI
Descrizione:
Rispondi citando

Bruto minore

Poi che divelta, nella tracia polve
Giacque ruina immensa
L'italica virtute, onde alle valli
D'Esperia verde, e al tiberino lido,
Il calpestio de' barbari cavalli
Prepara il fato, e dalle selve ignude
Cui l'Orsa algida preme,
A spezzar le romane inclite mura
Chiama i gotici brandi;
Sudato, e molle di fraterno sangue,
Bruto per l'atra notte in erma sede,
Fermo già di morir, gl'inesorandi
Numi e l'averno accusa,
E di feroci note
Invan la sonnolenta aura percote.
Stolta virtù, le cave nebbie, i campi
Dell'inquiete larve
Son le tue scole, e ti si volge a tergo
Il pentimento. A voi, marmorei numi,
(Se numi avete in Flegetonte albergo
O su le nubi) a voi ludibrio e scherno
È la prole infelice
A cui templi chiedeste, e frodolenta
Legge al mortale insulta.
Dunque tanto i celesti odii commove
La terrena pietà? dunque degli empi
Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
Per l'aere il nembo, e quando
Il tuon rapido spingi,
Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?
Preme il destino invitto e la ferrata
Necessità gl'infermi
Schiavi di morte: e se a cessar non vale
Gli oltraggi lor, de' necessarii danni
Si consola il plebeo. Men duro è il male
Che riparo non ha? dolor non sente
Chi di speranza è nudo?
Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
Teco il prode guerreggia,
Di cedere inesperto; e la tiranna
Tua destra, allor che vincitrice il grava,
Indomito scrollando si pompeggia,
Quando nell'alto lato
L'amaro ferro intride,
E maligno alle nere ombre sorride.
Spiace agli Dei chi violento irrompe
Nel Tartaro. Non fora
Tanto valor ne' molli eterni petti.
Forse i travagli nostri, e forse il cielo
I casi acerbi e gl'infelici affetti
Giocondo agli ozi suoi spettacol pose?
Non fra sciagure e colpe,
Ma libera ne' boschi e pura etade
Natura a noi prescrisse,
Reina un tempo e Diva. Or poi ch'a terra
Sparse i regni beati empio costume,
E il viver macro ad altre leggi addisse;
Quando gl'infausti giorni
Virile alma ricusa,
Riede natura, e il non suo dardo accusa?
i colpa ignare e de' lor proprii danni
e fortunate belve
erena adduce al non previsto passo
La tarda età. Ma se spezzar la fronte
Ne' rudi tronchi, o da montano sasso
Dare al vento precipiti le membra
Lor suadesse affanno;
Al misero desio nulla contesa
Legge arcana farebbe
O tenebroso ingegno. A voi, fra quante
Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
Figli di Prometeo, la vita increbbe;
A voi le morte ripe,
Se il fato ignavo pende,
Soli, o miseri, a voi Giove contende.
E tu dal mar cui nostro sangue irriga,
Candida luna, sorgi,
E l'inquieta notte e la funesta
All'ausonio valor campagna esplori.
Cognati petti il vincitor calpesta,
Fremono i poggi, dalle somme vette
Roma antica ruina;
Tu sì placida sei? Tu la nascente
Lavinia prole, e gli anni
Lieti vedesti, e i memorandi allori;
E tu su l'alpe l'immutato raggio
Tacita verserai quando ne' danni
Del servo italo nome,
Sotto barbaro piede
Rintronerà quella solinga sede.
Ecco tra nudi sassi o in verde ramo
E la fera e l'augello,
Del consueto obblio gravido il petto,
L'alta ruina ignora e le mutate
Sorti del mondo: e come prima il tetto
Rosseggerà del villanello industre,
Al mattutino canto
Quel desterà le valli, e per le balze
Quella l'inferma plebe
Agiterà delle minori belve.
Oh casi! oh gener vano! abbietta parte
Siam delle cose; e non le tinte glebe,
Non gli ululati spechi
Turbò nostra sciagura,
Nè scolorò le stelle umana cura.
Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi
Regi, o la terra indegna,
E non la notte moribondo appello;
Non te, dell'atra morte ultimo raggio,
Conscia futura età. Sdegnoso avello
Placàr singulti, ornàr parole e doni
Di vil caterva? In peggio
Precipitano i tempi; e mal s'affida
A putridi nepoti
L'onor d'egregie menti e la suprema
De' miseri vendetta. A me dintorno
Le penne il bruno augello avido roti;
Prema la fera, e il nembo
Tratti l'ignota spoglia;
E l'aura il nome e la memoria accoglia.

*****************************

Alla Primavera

Perchè i celesti danni
Ristori il sole, e perchè l'aure inferme
Zefiro avvivi, onde fugata e sparta
Delle nubi la grave ombra s'avvalla;
Credano il petto inerme
Gli augelli al vento, e la diurna luce
Novo d'amor desio, nova speranza
Ne' penetrati boschi e fra le sciolte
Pruine induca alle commosse belve;
Forse alle stanche e nel dolor sepolte
Umane menti riede
La bella età, cui la sciagura e l'atra
Face del ver consunse
Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti
Di febo i raggi al misero non sono
In sempiterno? ed anco,
Primavera odorata, inspiri e tenti
Questo gelido cor, questo ch'amara
Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara?
Vivi tu, vivi, o santa
Natura? vivi e il dissueto orecchio
Della materna voce il suono accoglie?
Già di candide ninfe i rivi albergo,
Placido albergo e specchio
Furo i liquidi fonti. Arcane danze
D'immortal piede i ruinosi gioghi
Scossero e l'ardue selve (oggi romito
Nido de' venti): e il pastorel ch'all'ombre
Meridiane incerte ed al fiorito
Margo adducea de' fiumi
Le sitibonde agnelle, arguto carme
Sonar d'agresti Pani
Udì lungo le ripe; e tremar l'onda
Vide, e stupì, che non palese al guardo
La faretrata Diva,
Scendea ne' caldi flutti, e dall'immonda
Polve tergea della sanguigna caccia
Il niveo lato e le verginee braccia.
Vissero i fiori e l'erbe,
Vissero i boschi un dì. Conscie le molli
Aure, le nubi e la titania lampa
Fur dell'umana gente, allor che ignuda
Te per le piagge e i colli,
Ciprigna luce, alla deserta notte
Con gli occhi intenti il viator seguendo,
Te compagna alla via, te de' mortali
Pensosa immaginò. Che se gl'impuri
Cittadini consorzi e le fatali
Ire fuggendo e l'onte,
Gl'ispidi tronchi al petto altri nell'ime
Selve remoto accolse,
Viva fiamma agitar l'esangui vene,
Spirar le foglie, e palpitar segreta
Nel doloroso amplesso
Dafne o la mesta Filli, o di Climene
Pianger credè la sconsolata prole
Quel che sommerse in Eridano il sole.
Nè dell'umano affanno,
Rigide balze, i luttuosi accenti
Voi negletti ferìr mentre le vostre
Paurose latebre Eco solinga,
Non vano error de' venti,
Ma di ninfa abitò misero spirto,
Cui grave amor, cui duro fato escluse
Delle tenere membra. Ella per grotte,
Per nudi scogli e desolati alberghi,
Le non ignote ambasce e l'alte e rotte
Nostre querele al curvo
Etra insegnava. E te d'umani eventi
Disse la fama esperto,
Musico augel che tra chiomato bosco
Or vieni il rinascente anno cantando,
E lamentar nell'alto
Ozio de' campi, all'aer muto e fosco,
Antichi danni e scellerato scorno,
E d'ira e di pietà pallido il giorno.
Ma non cognato al nostro
Il gener tuo; quelle tue varie note
Dolor non forma, e te di colpa ignudo,
Men caro assai la bruna valle asconde
Ahi ahi, poscia che vote
Son le stanze d'Olimpo, e cieco il tuono
Per l'atre nubi e le montagne errando,
Gl'iniqui petti e gl'innocenti a paro
In freddo orror dissolve; e poi ch'estrano
Il suol nativo, e di sua prole ignaro
Le meste anime educa;
Tu le cure infelici e i fati indegni
Tu de' mortali ascolta,
Vaga natura, e la favilla antica
Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi,
E se de' nostri affanni
Cosa veruna in ciel, se nell'aprica
Terra s'alberga o nell'equoreo seno,
Pietosa no, ma spettatrice almeno.

*******************

Inno ai patriarchi

E voi de' figli dolorosi il canto,
Voi dell'umana prole incliti padri,
Lodando ridirà; molto all'eterno
Degli astri agitator più cari, e molto
Di noi men lacrimabili nell'alma
Luce prodotti. Immedicati affanni
Al misero mortal, nascere al pianto,
E dell'etereo lume assai più dolci
Sortir l'opaca tomba e il fato estremo,
Non la pietà, non la diritta impose
Legge del cielo. E se di vostro antico
Error che l'uman seme alla tiranna
Possa de' morbi e di sciagura offerse,
Grido antico ragiona, altre più dire
Colpe de' figli, e irrequieto ingegno
E demenza maggior l'offeso Olimpo
N'armaro incontra, e la negletta mano
Dell'altrice natura; onde la viva
Fiamma n'increbbe, e detestato il parto
Fu del grembo materno, e violento
Emerse il disperato Erebo in terra.
Tu primo il giorno, e le purpuree faci
Delle rotanti sfere, e la novella
Prole de' campi, o duce antico e padre
Dell'umana famiglia, e tu l'errante
Per li giovani prati aura contempli:
Quando le rupi e le deserte valli
Precipite l'alpina onda feria
D`inudito fragor; quando gli ameni
Futuri seggi di lodate genti
E di cittadi romorose, ignota
Pace regnava; e gl'inarati colli
Solo e muto ascendea l'aprico raggio
Di febo e l`aurea luna. Oh fortunata,
Di colpe ignara e di lugubri eventi,
Erma terrena sede! Oh quanto affanno
Al gener tuo, padre infelice, e quale
D'amarissimi casi ordine immenso
Preparano i destini! Ecco di sangue
Gli avari colti e di fraterno scempio
Furor novello incesta, e le nefande
Ali di morte il divo etere impara.
Trepido, errante il fratricida, e l'ombre
Solitarie fuggendo e la secreta
Nelle profonde selve ira de' venti,
Primo i civili tetti, albergo e regno
Alle macere cure, innalza; e primo
Il disperato pentimento i ciechi
Mortali egro, anelante, aduna e stringe
Ne' consorti ricetti: onde negata
L'improba mano al curvo aratro, e vili
Fur gli agresti sudori; ozio le soglie
Scellerate occupò, ne' corpi inerti
Domo il vigor natio. languide, ignave
Giacquer le menti; e servitù le imbelli
Umane vite, ultimo danno, accolse.
E tu dall'etra infesto e dal mugghiante
Su i nubiferi gioghi equoreo flutto
Scampi l'iniquo germe, o tu cui prima
Dall'aer cieco e da' natanti poggi
Segno arrecò d'instaurata spene
La candida colomba, e delle antiche
Nubi l`occiduo Sol naufrago uscendo,
L'atro polo di vaga iri dipinse.
Riede alla terra, e il crudo affetto e gli empi
Studi rinnova e le seguaci ambasce
La riparata gente. Agl'inaccessi
Regni del mar vendicatore illude
Profana destra, e la sciagura e il pianto
A novi liti e nove stelle insegna.
Or te, padre de' pii, te giusto e forte,
E di tuo seme i generosi alunni
Medita il petto mio. Dirò siccome
Sedente, oscuro, in sul meriggio all'ombre
Del riposato albergo, appo le molli
Rive del gregge tuo nutrici e sedi,
Te de' celesti peregrini occulte
Beàr l'eteree menti; e quale, o figlio
Della saggia Rebecca, in su la sera,
Presso al rustico pozzo e nella dolce
Di pastori e di lieti ozi frequente
Aranitica valle, amor ti punse
Della vezzosa Labanide: invitto
Amor, ch'a lunghi esigli e lunghi affanni
E di servaggio all'odiata soma
Volenteroso il prode animo addisse.
Fu certo, fu (nè d'error vano e d'ombra
L'aonio canto e della fama il grido
Pasce l'avida plebe) amica un tempo
Al sangue nostro e dilettosa e cara
Questa misera piaggia, ed aurea corse
Nostra caduca età. Non che di latte
Onda rigasse intemerata il fianco
Delle balze materne, o con le greggi
Mista la tigre ai consueti ovili
Nè guidasse per gioco i lupi al fonte
Il pastorel; ma di suo fato ignara
E degli affanni suoi, vota d'affanno
Visse l'umana stirpe; alle secrete
Leggi del cielo e di natura indutto
Valse l'ameno error, le fraudi, il molle
Pristino velo; e di sperar contenta
Nostra placida nave in porto ascese.
Tal fra le vaste californie selve
Nasce beata prole, a cui non sugge
Pallida cura il petto, a cui le membra
Fera tabe non doma; e vitto il bosco,
Nidi l'intima rupe, onde ministra
L'irrigua valle, inopinato il giorno
Dell'atra morte incombe. Oh contra il nostro
Scelerlato ardimento inermi regni
Della saggia natura! I lidi e gli antri
E le quiete selve apre l'invitto
Nostro furor; le violate genti
Al peregrino affanno, agl'ignorati
Desiri educa; e la fugace, ignuda
Felicità per l'imo sole incalza.

********************

Ultimo canto di Saffo

Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
Nunzio del giorno; oh dilettose e care
Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
Sembianze agli occhi miei; già non arride
Spettacol molle ai disperati affetti.
Noi l'insueto allor gaudio ravviva
Quando per l'etra liquido si volve
E per li campi trepidanti il flutto
Polveroso de' Noti, e quando il carro,
Grave carro di Giove a noi sul capo,
Tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell'onda.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
Infinita beltà parte nessuna
Alla misera Saffo i numi e l'empia
Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
Vile, o natura, e grave ospite addetta,
E dispregiata amante, alle vezzose
Tue forme il core e le pupille invano
Supplichevole intendo. A me non ride
L'aprico margo, e dall'eterea porta
Il mattutino albor; me non il canto
De' colorati augelli, e non de' faggi
Il murmure saluta: e dove all'ombra
Degl'inchinati salici dispiega
Candido rivo il puro seno, al mio
Lubrico piè le flessuose linfe
Disdegnando sottragge,
E preme in fuga l'odorate spiagge.
Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
In che peccai bambina, allor che ignara
Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Dell'indomita Parca si volvesse
Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Spande il tuo labbro: i destinati eventi
Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
De' celesti si posa. Oh cure, oh speme
De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
Alle amene sembianze eterno regno
Diè nelle genti; e per virili imprese,
Per dotta lira o canto,
Virtù non luce in disadorno ammanto.
Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
E il crudo fallo emenderà del cieco
Dispensator de' casi. E tu cui lungo
Amore indarno, e lunga fede, e vano
D'implacato desio furor mi strinse,
Vivi felice, se felice in terra
Visse nato mortal. Me non asperse
Del soave licor del doglio avaro
Giove, poi che perìr gl'inganni e il sogno
Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
Giorno di nostra età primo s'invola.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
Della gelida morte. Ecco di tante
Sperate palme e dilettosi errori,
Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
Han la tenaria Diva
E l'atra notte, e la silente riva.

***********************

Il primo amore

Tornami a mente il dì che la battaglia
D'amor sentii la prima volta, e dissi:
Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!
Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi
Io mirava colei ch'a questo core
Primiera il varco ed innocente aprissi.
Ahi come mal mi governasti, amore!
Perchè seco dovea sì dolce affetto
Recar tanto desio, tanto dolore?
E non sereno, e non intero e schietto,
Anzi pien di travaglio e di lamento
Al cor mi discendea tanto diletto?
Dimmi, tenero core, or che spavento,
Che angoscia era la tua fra quel pensiero
Presso al qual t'era noia ogni contento?
Quel pensier che nel dì, che lusinghiero
Ti si offeriva nella notte, quando
Tutto queto parea nell'emisfero:
Tu inquieto, e felice e miserando,
M'affaticavi in su le piume il fianco
Ad ogni or fortemente palpitando.
E dove io tristo ed affannato e stanco
Gli occhi al sonno chiudea, come per febre
Rotto e deliro il sonno venia manco.
Oh come viva in mezzo alle tenebre
Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi
La contemplavan sotto alle palpebre!
Oh come soavissimi diffusi
Moti per l'ossa mi serpeano, oh come
Mille nell'alma instabili, confusi
Pensieri si volgean! qual tra le chiome
D'antica selva zefiro scorrendo,
Un lungo, incerto mormorar ne prome.
E mentre io taccio, e mentre io non contendo,
Che dicevi, o mio cor, che si partia
Quella per che penando ivi e battendo?
Il cuocer non più tosto io mi sentia
Della vampa d'amor, che il venticello
Che l'aleggiava, volossene via.
Senza sonno io giacea sul dì novello,
E i destrier che dovean farmi deserto,
Battean la zampa sotto al patrio ostello.
Ed io timido e cheto ed inesperto,
Ver lo balcone al buio protendea
L'orecchio avido e l'occhio indarno aperto,
La voce ad ascoltar, se ne dovea
Di quelle labbra uscir, ch'ultima fosse;
La voce, ch'altro il cielo, ahi, mi togliea.
Quante volte plebea voce percosse
Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,
il core in forse a palpitar si mosse'
E poi che finalmente mi discese
a cara voce al core, e de' cavai
delle rote il romorio s'intese;
Orbo rimaso allor, mi rannicchiai
Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,
Strinsi il cor con la mano, e sospirai.
Poscia traendo i tremuli ginocchi
Stupidamente per la muta stanza,
Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?
Amarissima allor la ricordanza
Locommisi nel petto, e mi serrava
Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.
E lunga doglia il sen mi ricercava,
Com'è quando a distesa Olimpo piove
Malinconicamente e i campi lava.
Ned io ti conoscea, garzon di nove
E nove Soli, in questo a pianger nato
Quando facevi, amor, le prime prove.
Quando in ispregio ogni piacer, nè grato
M'era degli astri il riso, o dell'aurora
Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.
Anche di gloria amor taceami allora
Nel petto, cui scaldar tanto solea,
Che di beltade amor vi fea dimora.
Nè gli occhi ai noti studi io rivolgea,
E quelli m'apparian vani per cui
Vano ogni altro desir creduto avea.
Deh come mai da me sì vario fui,
E tanto amor mi tolse un altro amore?
Deh quanto, in verità, vani siam nui!
Solo il mio cor piaceami, e col mio core
In un perenne ragionar sepolto,
Alla guardia seder del mio dolore.
E l'occhio a terra chino o in se raccolto,
Di riscontrarsi fuggitivo e vago
Nè in leggiadro soffria nè in turpe volto:
Che la illibata, la candida imago
Turbare egli temea pinta nel seno,
Come all'aure si turba onda di lago.
E quel di non aver goduto appieno
Pentimento, che l'anima ci grava,
E il piacer che passò cangia in veleno,
Per li fuggiti dì mi stimolava
Tuttora il sen: che la vergogna il duro
Suo morso in questo cor già non oprava.
Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro
Che voglia non m'entrò bassa nel petto,
Ch'arsi di foco intaminato e puro.
Vive quel foco ancor, vive l'affetto,
Spira nel pensier mio la bella imago,
Da cui, se non celeste, altro diletto
Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago.

***************************

Il passero solitario

D'in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l'armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli
Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de' provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch'omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell'aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.
Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all'altrui core,
E lor fia vóto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirornmi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.

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MessaggioInviato: Gio Mag 10, 2007 6:14 pm    Oggetto:  L'INFINITO: Immagini dei manoscritti originali
Descrizione:
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L'infinito

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Il secondo manoscritto autografo. Primavera-Autunno 1819

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.

******************

L'infinito è una poesia composta da Giacomo Leopardi tra il 1819 e il 1821 (si stima, più precisamente, tra la primavera e l'autunno del 1819), cioè nel periodo della sua giovinezza a Recanati, il suo paese natale, nelle Marche.

Il testo, pubblicato per la prima volta insieme ad altri Idilli nel 1825, confluì poi nell'edizione dei Versi del 1826, quindi nei Canti del 1831. Gli Idilli leopardiani, diversamente da quelli greco-ellenistici, non presentano animate scenette di vita campestre sullo sfondo di paesaggi stilizzati, bensì esprimono, secondo le parole del poeta, "sentimenti, affezioni, avventure storiche del suo animo". E proprio "avventura dell'animo del poeta" potrebbe essere definito questo testo poetico.

Egli si riferisce ad un colle che era meta abituale delle sue passeggiate, dal quale non poteva spingere lo sguardo fino all'orizzonte perché la vista era limitata da una siepe. Questa situazione di limite fisico genera però un procedimento tutto interiore di contemplazione, che si spinge sempre più lontano, fino a concepire l'inconcepibile, ovvero l'infinito nello spazio e nel tempo. Secondo la concezione espressa nello Zibaldone, e definita "teoria del piacere", l'animo umano non può essere appagato da piaceri finiti, limitati, ma va in cerca di piaceri infiniti per numero, per estensione e per durata; tali piaceri però non si incontrano nell'esperienza comune. Perciò la condizione particolare, di solitudine, silenzio, contemplazione, diventa la via d'accesso ad un sentimento che, se dapprima appare quasi di paura, si rivela poi come un piacere assoluto nella fusione con il mare infinito dell'essere.

L'uso delle figure retoriche contribuisce alla particolare espressività e musicalità del testo poetico. È frequente l'uso di iperbato (figura retorica che consiste nello scambio delle parole rispetto all'ordine convenzionale), di metafore (l'istituzione di un confronto per aspetti anche diversi senza l'uso di espressioni correlative), di similitudini (simile alla metafora ma distinguibile da quest'ultima per la presenza di espressioni correlative), di enjambements (distribuzione di una frase tra due versi, che crea una separazione tra periodo metrico (andamento dei versi) e periodo sintattico [ad esempio: Così tra questa / immensità s'annega il pensier mio].

Il metro è costituito da endecasillabi sciolti. La misura (15 versi) eccede di un solo verso quella consueta del sonetto; l'assenza di un sistema di rime, il disporsi del testo in quattro ampi periodi dei quali soltanto il primo si conclude a fine verso, la presenza di numerosi enjambements, assonanze, allitterazioni costituiscono gli elementi chiave di una musicalità raccolta, interiore, in armonia col tema e con la situazione espressa nel testo.

Il lessico è, secondo la poetica di questa fase dell'opera di Leopardi, caratterizzato da parole "vaghe, indefinite", che sollecitano l'immaginazione. Il linguaggio è caratterizzato dalla presenza di qualche parola aulica (ad esempio "ermo"). Prevalgono sostantivi su verbi ed aggettivi; sul piano sintattico prevale la paratassi sull'ipotassi. È degno di nota l'uso dei dimostrativi "questo" e "quello" che denotano vicinanza e distanza sul piano soggettivo e non sul piano oggettivo.

Parafrasi

A questo colle solitario tanto m’affezionai e a quella siepe che preclude lo sguardo verso un orizzonte infinito ( nello spazio ). Sedendomi però a guardare quegli spazi prima alla vista preclusi e ascoltando questo irreale silenzio, immersi nella quiete più profonda, io in me l’infinito raffiguro tal bene fin quasi a spaventar il cuor mio. Ma sentendo il vento frusciar tra gli alberi dall’infinito a questa caduca vita sono ricondotto e paragonando il silenzio di quell’infinito con il suono di questa esistenza mi giunge in mente il senso d’eternità (infinito nel tempo) e con esso la morte delle epoche (il passato) e l’era viva e il presente o meglio il suo suono (il poeta riduce il presente al fruscio degli alberi). Mi sperdo quindi in quest’infinito(del tempo e dello spazio) in un dolce naufragio (che può essere inteso come vagabondaggio nell’infinito o come la morte che ha questo punto coinciderebbe con l’infinito).

PSICOLOGIA DELL'INFINITO DI LEOPARDI - IL TESTO

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Il colle dell'Infinito è un sentiero girante sotto il muro di cinta
e protetto da siepe: congiungeva la Casa Leopardi alla sommità del colle.


L'Infinito viene scritto fra il 1819 e il 1821 (si pensa tra la primavera e l'autunno del 1819), sicuramente dopo il fallimento della fuga dal "vil borgo natìo", orchestrata nel 1819.

Dal settembre di quell'anno Leopardi, che ha poco più di 20 anni, comincia a rinchiudersi in una progressiva solitudine, che va peggiorando anche a causa di un fisico che uno studio forsennato di molti anni ha irreversibilmente rovinato.

E' in questo clima che nasce il piccolo idillio, pubblicato per la prima volta nel 1825.

Idillio, in greco, significa "piccolo quadro", "immagine" e nell'antica Grecia rappresentava, in maniera più o meno realistica, piccole scene campestri, spesso di vita pastorale, e aveva come scopo quello di valorizzare il contatto con la natura.

Un genere poetico, questo, ripreso nell'Umanesimo e durato sino all'Arcadia settecentesca, ma con risultati poco significativi.

Qui invece, pur partendo sempre da un'esperienza di natura, l'idillio esprime gli stati d'animo più profondi del poeta, e la descrizione della natura è solo occasione per parlare di sé.

L'infinito avrebbe potuto essere stato scritto da un recluso, o meglio da un autoemarginato, poiché qui si ha a che fare con uno sconfitto sia dalle contraddizioni della società (feudalesimo decadente) che dalle proprie paure.

Ma è un recluso particolare, che non si rassegna del tutto alla propria condizione, vuole sognare una fuga, come Papillon dal bagno penale della Guyana, non col corpo, perché con questo non vi è riuscito, ma con la mente.

Questo canto è come il sospiro della "creatura oppressa", ma oppressa soprattutto dalla propria incapacità di essere, di vivere una dimensione sociale o comunque di reagire al vuoto, all'insignificanza di un'esistenza di cartapesta, tutta dedicata ai libri, in cui l'aveva condannato il padre, che già nel 1810 gli aveva tolto i privilegi del maggiorascato, imponendogli una carriera ecclesiastica, quasi subodorando che un figlio del genere non avrebbe potuto decidere una propria vita.

E' il lamento di uno sconfitto che cerca di giustificarsi, di dare un senso alla propria inconsistenza, alla propria eccessiva tensione emotiva, che fino a quel momento si è misurata soltanto virtualmente, tra le "sudate carte".

"Sempre caro mi fu quest'ermo colle / e questa siepe, che da tanta parte / dell'ultimo orizzonte il guardo esclude".

Il poeta dice di trovarsi in un luogo preciso, che ama e frequenta abitualmente: un colle solitario, tradizionalmente identificato nel monte Tabor, che domina sulle campagne di Recanati, non molto distante dal palazzo di famiglia.

Solo, mentre s'accinge a salire il colle, in uno spazio circoscritto e delimitato da una siepe, il poeta guarda, ma non riesce a vedere parte dell'"ultimo orizzonte" (il "celeste confine" della prima stesura), quello che poi riuscirà a vedere una volta arrivato in cima: proprio questo fa scattare il meccanismo immaginativo.

Non è dunque la possibilità di vedere dall'alto del colle gli ampi spazi, ma l'ostacolo alla vista determinato, durante il tragitto, dalla siepe, l'esperienza del limite, naturale e umano insieme, a suggerire l'idea dell'infinito.

L'INFINITO: Immagini dei manoscritti originali

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Annota infatti Leopardi nello Zibaldone (28 luglio 1820): "L'anima immagina quello che non vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l'immaginario".

Sullo stesso sentiero il poeta veniva a rimirare la luna: "E tu pendevi allor su quella selva / Siccome or fai, che tutta la rischiari".

Al poeta è caro ciò che gli impedisce di vedere la realtà, ciò che gli permette di fantasticare su questa, come sempre ha fatto, poiché la riconoscenza del merito involontario a questo simbolo naturale e insieme spirituale della vita non è da oggi, ma da sempre.

Il poeta non sta guardando il colle come lo guardava nel passato, con un senso di nostalgia per i sogni che faceva da bambino o da adolescente, ma lo guarda con gli occhi del presente, dietro la grata della sua prigione domestica e paesana, di figlio di un conte decaduto, il cui declino, morale e materiale, pare inarrestabile.

Se il poeta fosse davanti a uno psicanalista e raccontasse questo sogno o questa esperienza ch'egli considera di "vita", e se si partisse dal principio che nessuno è in grado di giudicare se stesso, dovremmo azzardare l'ipotesi che il poeta stia mentendo.

Nessuna persona normale considererebbe come "cara" una cosa che simboleggia ciò che impedisce di vivere, ciò che permette solo di fantasticare. E' evidente che qui si vuole usare il colle (e la siepe che lo sovrasta o meglio lo fiancheggia) come pretesto per giustificare il proprio aristocratico distacco, ancorché intellettualmente sofferto, dalla realtà.

Non dobbiamo sentirci autorizzati a guardare con occhio benevolo una data situazione solo perché viene descritta con un lirismo di levatura mondiale. Il colle e soprattutto la siepe svolgono una funzione oppiacea, autoconsolatoria, benché in forma eminentemente intellettuale.

Il segreto dell'infinito sta tutto in questo incipit, dove con straordinaria efficacia poetica il negativo viene fatto apparire positivamente, quasi che il Leopardi non fosse un emulo del buddista Schopenhauer ma del dialettico Hegel.

E infatti questo idillio non può essere stato suggerito da un'ispirazione improvvisa, da una percezione istintiva della natura. Qui ogni parola è non solo incredibilmente pesata, con la maestria di un finissimo filologo, ma è anche frutto di una faticosa trasposizione poetica di elementi filosofici che fanno capo a una concezione di vita sufficientemente delineata nei suoi fondamenti.

E' da escludere, in tal senso, che la siepe possa essere "sempre" stata nella vita del giovane (bambino, adolescente) Leopardi un'occasione per sognare in maniera così spiritualizzata, così metafisica. Il colle poteva essergli caro per le passeggiate salutari all'aperto, ma la siepe gli è divenuta "cara" dopo un percorso esistenziale tutt'altro che gratificante.

In tal senso vien spontaneo porsi una domanda di fronte all'avverbio di tempo "sempre" affiancato da un remoto "fu" in luogo del presente "è", come sarebbe parso più naturale.

La critica è unanime nel sostenere che un passato remoto svolge qui una funzione particolarmente suggestiva, in quanto evocativa, più pregnante di qualsiasi indicativo. "Fu" è un passato, seppur apparentemente in contrasto con "sempre", che svolge la funzione di un presente iterativo: si racconta in una sola volta quanto è accaduto mille volte. Già da qui si può cogliere l'idea di infinito.

Tuttavia, se vogliamo accettare l'ipotesi di un iter travagliato all'origine dell'idillio, allora forse si sarebbe potuta azzardare un'interpretazione più rischiosa, che vede p.es. nel "fu" una sorta di porta girevole che da un lato chiude e dall'altro apre. Cioè il colle "fu" perché simbolo di una vita passata che, nonostante tutte le frustrazioni, ha permesso di fantasticare, ma anche perché è segno di un passato che, come tale, al di là di tutti i tentativi autogiustificatori, si vorrebbe veder superato da un presente diverso, eventualmente più reale e meno virtuale.

Non dobbiamo dimenticarci che qui il protagonista è un ventenne consapevole delle proprie capacità letterarie, per le quali sapeva bene che non avrebbe potuto trovare in un paese di provincia delle soddisfazioni come intellettuale, senza considerare ch'egli ormai considerava concluso il tempo di sopportare gli angusti limiti di aristocrazia decaduta in cui volevano costringerlo i suoi.

Sappiamo ch'egli compie la sua prima gita da solo nel 1818, a Macerata, in compagnia di Giordani, e che nel 1822 ebbe dalla famiglia il permesso di recarsi a Roma, dove la città lo deluse al punto che preferì tornare a Recanati, dimostrando, in questo, di non saper reagire all'ambiente retrivo della sua famiglia.

Vedremo comunque che nell'idillio il nuovo presente che il poeta trova non ha nulla di reale, ovvero che la contraddizione della realtà viene mistificata da una rappresentazione fantastica dell'irrealtà.

Di tutto il canto forse l'unica vera stonatura, logica non poetica, è l'uso avversativo della congiunzione "ma":

"Ma sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo; ove per poco / il cor non si spaura (...)".

Si noti intanto come il poeta abbia usato il pronome femminile singolare "quella", che evidentemente si riferisce alla siepe, proprio perché dei due oggetti di natura, è la siepe e non il colle che il poeta deve maggiormente sublimare: infatti è questa che più lo induce a fare della propria sofferenza una condizione di vita inevitabile. La siepe rappresenta una sorta di muro in una prigione di lusso, che era il palazzo in cui il poeta viveva, anche se il percorso attorno ad essa lo porta in cima al colle ove può guardare l'ampio panorama.

L'avversativo "ma" sarebbe poco spiegabile nel contesto, se ci si fermasse alla positività dell'incipit: visto che il colle e la siepe gli sono "cari" sarebbe stato sufficiente darne subito dopo la spiegazione, quindi in luogo del "ma" avrebbe dovuto esserci un "perché" o semplicemente un "ché".

Mettendo quel "ma" in maniera così netta si ha l'impressione che tra la prima terzina e il resto manchi qualcosa, quella che potremmo definire la contestualizzazione dell'azione. Cioè pur esistendo le coordinate di spazio e tempo ("sempre" e "colle"), l'azione trova la propria motivazione solo al quarto versetto, sicché l'incipit pare sia stato messo meccanicamente, solo allo scopo di motivare quello che sta per accadere, che non è poetico ma filosofico, anche se trattato in maniera poetica.

Il "colle", la "siepe" sono come dei "pre-testi", poiché quanto si sta per dire appare, rispetto alla motivazione iniziale (l'impedimento della vista), come inverosimile o quanto meno esagerato, una sorta di artificiosa ricostruzione emotiva di un qualcosa che avrebbe potuto essere scritto nello Zibaldone. C'è troppa filosofia romantica, idealistica in questo canto perché possa davvero essere un "canto".

E' dunque probabile che il "ma" sia stato messo solo per dare un suono migliore ai due gerundi, perché in questo idillio, ove domina l'endecasillabo sciolto, non c'è un verso che non ambisca a porsi in maniera musicale.

La critica tuttavia è più indulgente: il "ma" è pienamente giustificato in quanto serve per marcare, come un inciso, il passaggio da ciò che la siepe impedisce alla vista degli occhi a ciò che permette alla vista del cuore.

"Sedendo" e "mirando" sono due verbi ambigui: il primo non può semplicemente voler dire che il poeta si metteva "seduto" di fronte alla siepe e lì cominciava a "mirare": sarebbe stato troppo banale. Che importa al lettore se il poeta si trovava seduto o in piedi o sdraiato al cospetto della siepe?

In latino "sedeo" ha molte sfumature: arriva persino a definizioni come "vivere ritirato", "restare fisso o impresso", "star tranquillo o inoperoso", che sicuramente meglio si addicono a un idillio complesso come questo. "Sedendo" per noi vuol dire che mentre si sta fissi, immobili, come una sorta di stilita cristiano o buddista, si sta anche osservando e ascoltando qualcosa, si sta "sentendo" con gli occhi e col cuore; quindi "sedendo" può sì indicare una condizione fisica del momento (la staticità di chi non fa nulla), ma indica anche, proprio perché accompagnato da un gerundio più psichico, più spirituale ("mirando") un vero e proprio stato d'animo, una percezione che non è semplicemente sensoriale, ma metafisica: il poeta sentiva e ammirava, anzi, percepiva e contemplava "spazi", "silenzi" e "quiete", come se tutti i sensi agissero all'unisono, i sensi di un filosofo che vuol mettere in versi le proprie concezioni di vita.

In questi due gerundi c'è tutto il significato del canto, poiché essi esprimono un duplice movimento esistenziale: statico e dinamico, fisico e psichico, la prigione del corpo e la fuga della mente, la realtà insopportabile e i voli della fantasia.

E tuttavia non vogliamo forzare troppo il testo. Se il poeta ha voluto semplicemente specificare che mentre sognava ad occhi aperti era seduto, foss'anche solo per indicare la semplicità dell'azione, l'assoluta povertà degli strumenti usati, nulla da eccepire. Anzi, ci piace immaginare che un giovanotto composto, educato, tutto compìto, anche quando si trova in aperta campagna, improvvisamente osservi con un volto trasfigurato, come Mosé sul Sinai o Cristo sul Tabor, la propria oasi di felicità.

Ciò che il poeta sogna non è di entrare nella vita sociale (almeno qui non viene detto questo), ma di uscire dall'angusta vita familiare, che lo tiene come prigioniero, nonché dai limiti di una vita paesana ch'egli non ha mai capito e con cui non s'è mai confrontato veramente, se non come un intellettuale che osserva dall'alto del suo palazzo la vita che si svolge in piazza, nei campi o negli edifici di fronte (come nel caso della poesia dedicata a Silvia).

Qui Leopardi Immagina di poter entrare in un mondo del tutto irreale, paragonabile a quello che può desiderare un mistico rapito dall'estasi o un drogato affetto da allucinazioni.

E' evidente che la sproporzione tra la condizione psico-fisica umana e le potenzialità della natura, anzi dell'universo, essendo enormi, impaurisce, come può impaurire il trapasso da uno stato di coscienza a uno di incoscienza.

E' come se il poeta si accingesse a fare un viaggio in una dimensione spazio-temporale del tutto diversa da quella abituale e che, a tale scopo, fosse costretto a una sorta di mutazione genetica. Per desiderare esperienze del genere non è raro vedere persone disposte a tutto, anche ad immolarsi.

Nell'attuale era tecnologica forse l'esperienza che più induce a fantasticare, offrendo l'illusione di una personale onnipotenza, è quella mediatica, specie quella televisiva, ma ora anche quella della rete internet.

Il distacco di questi mezzi dalla vita reale permette incredibili "finzioni", che il poeta di Recanati poteva vivere solo con la forza del suo pensiero, che qui usa come una sorta di macchina del tempo che noi oggi vediamo nei film di fantascienza.

"(...) E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando: e mi sovvien l'eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei. (...)"

E' difficile incontrare in tutta la storia della poesia italiana e forse non solo italiana dei versi più belli di questi. Qui non c'è solo lirismo, musicalità, percezione esatta di un fenomeno naturale, cui, con straordinaria fantasia, si possono fare associazioni di elevato contenuto metafisico.

Ma c'è anche, ed è ben visibile là dove le congiunzioni vengono volutamente ripetute, una carica emotiva, anzi, erotica, che risulta tipica di tutte quelle esperienze estatiche di cui sopra si è detto.

In un crescendo continuo, come se il poeta stesse rivivendo in una visione onirica o filmica tutte le fasi della sua vita, s'impone l'esaltazione del tempo presente sul passato. Il poeta vuole sentirsi contemporaneo al proprio presente e non vorrebbe che fosse un tempo deciso da altri a dominare la sua vita.

E' tuttavia un presente in cui prevale l'idea di silenzio, in cui l'unico suono che si può ascoltare è quello del vento che stormisce tra le piante, e che qui viene appunto considerato come simbolo del silenzio, del nulla o comunque di uno scorrere del tempo che alla fine porta solo alle percezioni individuali del poeta.

Di tutti gli assoluti racchiusi in questo canto, al poeta piace mettere in evidenza l'infinito silenzio, perché è questo che gli offre maggiore consolazione alle imposizioni familiari, sicuramente molto retrive, di assumere ruoli non sentiti.

Ciò vien fatto con grande maestria e accortezza, poiché L'infinito, ritenuta la lirica più riuscita, è privo di quell'amarezza, se non risentimento, nei confronti dell'ambiente di Recanati (paese e palazzo), quindi del proprio passato, che molto spesso si riscontra nella vasta produzione letteraria del poeta.

Qui anzi è proprio la particolare valorizzazione del "limite terreno", ambientale, avvertito non in maniera assoluta ma relativa (perché propositiva), che rende grande questa lirica, incredibilmente moderna e sicuramente anticipatrice di molti temi romantici, seppure proprio nel periodo della stesura dell'idillio, nel suo Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, egli insista nel ribadire un legame sistemico con "gli antichi", specie con la loro ingenuità o "prepotente inclinazione al primitivo", che rendeva i loro sentimenti un tutt'uno coi fenomeni di natura, mentre - come noto - i romantici, nella loro aspirazione a un deciso superamento della mitologia classica in direzione di una maggiore storicizzazione dei sentimenti, rischiavano di porre una barriera insuperabile tra passato e presente.

"Il poeta deve illudere, e illudendo imitar la natura, e imitando la natura dilettare" - scriveva in quel Discorso. Leopardi insomma era un romantico malgré soi, che avrebbe potuto diventare "poeta nazionale", al pari del Manzoni, se solo avesse superato non solo l'ideologia sanfedista e legittimista del padre (cosa che in realtà riuscì a fare), ma anche quella posizione di intellettuale aristocratico, individualista, che si portò dietro tutta la vita, per quanto - a onor del vero - proprio la filosofia del Leopardi, e non certo quella del Manzoni, fruisca di ampi riconoscimenti internazionali.

La critica ha voluto vedere nello scorrere delle "morti stagioni" l'intero percorso della storia, di cui il poeta aveva consapevolezza in virtù dei suoi studi "matti e disperatissimi". In effetti, può apparire molto suggestiva l'idea che il poeta volesse sentirsi parte di una storia appresa solo sui libri. Ma questo non contraddice l'idea che quelle stagioni fossero in realtà le fasi della sua crescita personale.

Come non la contraddice l'ipotesi che quelle stagioni siano proprio le stagioni meteorologiche che ruotano come un mulino a vento dalle origini del pianeta e in mezzo alle quali il singolo ha soltanto una propria stagione da spendere, una stagione che, filosoficamente, non va a interferire nell'eterno ciclo, ma anzi se ne sente parte costitutiva.

"(...) Così tra questa / immensità s'annega il pensier mio: / e il naufragar m'è dolce in questo mare".

Il flashback che il poeta ha vissuto, in maniera olistica, in quanto la somma delle singole stagioni è sicuramente inferiore alla percezione della loro totalità, rispecchia una concezione di infinito strumentale all'autovalorizzazione del singolo, che può sentirsi parte dell'universo, della storia dell'uomo solo nella misura in cui riesce a immaginarla.

La concezione della storia che ha qui il Leopardi è sottomessa a quella della natura, esattamente come quella del genere umano è sottomessa a quella del singolo. L'Infinito, in contraddizione col suo stesso contenuto, vuole essere autoreferenziale, cioè il suo significato riposa in quello che il poeta stesso gli vuole attribuire.

La sensazione dell'infinito, o meglio dell'indefinito, è data non tanto dalla storia quanto dalla natura; è questa che interpreta la storia ed in questa interpretazione il poeta è soddisfatto di sé solo in quanto si sente partecipe di un movimento della natura, di cui la storia è solo un aspetto apparente, virtuale. Non dobbiamo dimenticare che questa poesia è stata scritta a vent'anni, nella fase in cui la rassegnazione non aveva ancora soppiantato con decisione la poetica delle illusioni.

L'Infinito può sembrare la descrizione di un parto, la fuoriuscita da un tunnel, in cui in un primo momento ci si "spaura" ma poi si gode nella propria iperbolica fantasia, in cui le possibilità stesse di fantasticare sono infinite.

Il percorso infinito che qui compie la natura, e il singolo in essa, è quello che parte da un essere indeterminato, anzi inadeguato alla realtà, e che arriva a un nulla metafisico, in cui la possibilità è fine a se stessa, cioè dal desiderio esistenziale della diversità si passa all'immaginazione di viverla solo nel pensiero.

La concezione di infinito (potenziale) che ha Leopardi è quella in cui un singolo ama soltanto perdersi, naufragare, non come Ulisse, sempre alla ricerca di qualcosa, ma come un astronauta che naviga nello spazio, il cui cordone ombelicale è stato reciso solo dal pensiero.

Forse è proprio questa concezione che spiega il motivo per cui Leopardi sia ancora oggi il classico italiano più studiato al mondo.

(1) Forzando l'interpretazione del testo si potrebbe dire, visto che Leopardi usa il verbo "escludere" al singolare, che non sia tanto il colle a essergli "caro", quanto la sua siepe. Resterebbe però da spiegare l'affetto nei confronti del colle, che rischierebbe di restare non detto o implicito. Il colle sarebbe amato non perché, escludendo la visione della realtà farebbe sognare (poiché in realtà era proprio una grande visione della realtà ch'esso permetteva), ma semplicemente perché è un simbolo geografico della familiarità di un ambiente: quello di Recanati.

Dalla vetta del monte l’occhio umano domina un panorama vastissimo che si estende dall'Adriatico agli Appennini. E infatti scrive Leopardi nelle Ricordanze (vv. 19-21):

"[…] E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri”


Leopardi insomma vorrebbe far credere al lettore che la siepe gli era cara da "sempre", cioè sin da quando era bambino, perché sin da allora gli permetteva di fantasticare.

In realtà lui stesso dice nello Zibaldone (pagine del 1820) che da bambino amava semplicemente guardare il cielo "attraverso una finestra, una porta, una casa passatoia" (cioè attraverso l'andito o corridoio fra due case).

Nell'idillio enfatizza una sua caratteristica psicologica, quella di sentirsi impedito nell'azione, e lo fa in una maniera così poetica che il lettore non può fare altro che riconoscervi. A tutti piace fantasticare, specie se questo è l'unico modo con cui si riesce a evadere da una situazione alienante.

Dunque in realtà non era la siepe a farlo sognare ma lo stesso colle, solo che la siepe è servita come pretesto per andare oltre la visione della natura, per trasfigurare questa, e la visione che permetteva, in maniera spirituale.

(2) Si noti che nel testo originario non si parla di "interminati spazi" ma di "interminato spazio".

(3) “Nella carriera poetica il mio spirito ha percorso lo stesso stadio che lo spirito umano in generale. Da principio il mio forte era la fantasia, e i miei versi erano pieni d’immagini, e delle mie letture poetiche io cercava sempre di profittare riguardo alla immaginazione. Io era bensì sensibilissimo anche agli affetti, ma esprimerli in poesia non sapeva. Non aveva ancora meditato intorno alle cose, e della filosofia non avea che un barlume, e questo in grande, e con quella solita illusione che noi ci facciamo, cioè che nel mondo e nella vita ci debba esser sempre un’eccezione a favor nostro. Sono sempre stato sventurato, ma le mie sventure d’allora erano piene di vita, e mi disperavano perché mi pareva (non veramente alla ragione, ma ad una saldissima immaginazione) che m’impedissero la felicità, della quale gli altri credea che godessero. In somma il mio stato era allora in tutto e per tutto come quello degli antichi.(…) La mutazione totale in me, e il passaggio dallo stato antico al moderno, seguì si può dire dentro un anno,(…) cominciai ad abbandonar la speranza, a riflettere profondamente sopra le cose (…) a divenir filosofo di professione (di poeta ch’io era), a sentire l’infelicità certa del mondo, in luogo di conoscerla, e questo anche per uno stato di languore corporale, che tanto più mi allontanava dagli antichi e mi avvicinava ai moderni[…] Ed io infatti non divenni sentimentale, se non quando perduta la fantasia divenni insensibile alla natura e tutto dedito alla ragione e al vero, in somma filosofo.” (Zibaldone, 143)

(4) Si noti che nella versione definitiva non c'è la parola "immensità" ma "infinità".

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Mag 11, 2007 10:58 am    Oggetto:  I CANTI LEOPARDIANI
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Rispondi citando

La sera del dì di festa

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m'affaccio,
E l'antica natura onnipossente,
Che mi fece all'affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da' trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell'artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
De' nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
Che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s'udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.

******************

Alla luna

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!

********************

Il sogno

Era il mattino, e tra le chiuse imposte
Per lo balcone insinuava il sole
Nella mia cieca stanza il primo albore;
Quando in sul tempo che più leve il sonno
E più soave le pupille adombra,
Stettemi allato e riguardommi in viso
Il simulacro di colei che amore
Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
Morta non mi parea, ma trista, e quale
Degl'infelici è la sembianza. Al capo
Appressommi la destra, e sospirando,
Vivi, mi disse. e ricordanza alcuna
Serbi di noi? Donde, risposi, e come
Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto
Di te mi dolse e duol: nè mi credea
Che risaper tu lo dovessi; e questo
Facea più sconsolato il dolor mio.
Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?
Io n'ho gran tema. Or dimmi, e che t'avvenne?
Sei tu quella di prima? E che ti strugge
Internamente? Obblivione ingombra
I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno,
Disse colei. Son morta, e mi vedesti
L'ultima volta, or son più lune. Immensa
Doglia m oppresse a queste voci il petto.
Ella seguì: nel fior degli anni estinta,
Quand'è il viver più dolce, e pria che il core
Certo si renda com'è tutta indarno
L' umana speme. A desiar colei
Che d ogni affanno il tragge, ha poco andare
L'egro mortal; ma sconsolata arriva
La morte ai giovanetti, e duro è il fato
Di quella speme che sotterra è spenta.
Vano è saper quel che natura asconde
Agl'inesperti della vita, e molto
All'immatura sapienza il cieco
Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,
Taci, taci, diss'io, che tu mi schianti
Con questi detti il cor. Dunque sei morta,
O mia diletta, ed io son vivo, ed era
Pur fisso in ciel che quei sudori estremi
Cotesta cara e tenerella salma
Provar dovesse, a me restasse intera
Questa misera spoglia? Oh quante volte
In ripensar che più non vivi, e mai
Non avverrà ch'io ti ritrovi al mondo,
Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa
Che morte s'addimanda? Oggi per prova
Intenderlo potessi, e il capo inerme
Agli atroci del fato odii sottrarre.
Giovane son, ma si consuma e perde
La giovanezza mia come vecchiezza;
La qual pavento, e pur m'è lunge assai.
Ma poco da vecchiezza si discorda
Il fior dell'età mia. Nascemmo al pianto,
Disse, ambedue; felicità non rise
Al viver nostro; e dilettossi il cielo
De' nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,
Soggiunsi, e di pallor velato il viso
Per la tua dipartita, e se d'angoscia
Porto gravido il cor; dimmi: d'amore
Favilla alcuna, o di pietà, giammai
Verso il misero amante il cor t'assalse
Mentre vivesti? Io disperando allora
E sperando traea le notti e i giorni;
Oggi nel vano dubitar si stanca
La mente mia. Che se una volta sola
Dolor ti strinse di mia negra vita,
Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
La rimembranza or che il futuro è tolto
Ai nostri giorni. E quella: ti conforta,
O sventurato. Io di pietade avara
Non ti fui mentre vissi, ed or non sono,
Che fui misera anch'io. Non far querela
Di questa infelicissima fanciulla.
Per le sventure nostre, e per l'amore
Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
Nome di giovanezza e la perduta
Speme dei nostri dì, concedi, o cara,
Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto
Soave e tristo, la porgeva. Or mentre
Di baci la ricopro, e d'affannosa
Dolcezza palpitando all'anelante
Seno la stringo, di sudore il volto
Ferveva e il petto, nelle fauci stava
La voce, al guardo traballava il giorno.
Quando colei teneramente affissi
Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,
Disse, che di beltà son fatta ignuda?
E tu d'amore, o sfortunato, indarno
Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
Nostre misere menti e nostre salme
Son disgiunte in eterno. A me non vivi
E mai più non vivrai: già ruppe il fato
La fe che mi giurasti. Allor d'angoscia
Gridar volendo, e spasimando, e pregne
Di sconsolato pianto le pupille,
Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
Pur mi restava, e nell'incerto raggio
Del Sol vederla io mi credeva ancora.

***********************

La vita solitaria

La mattutina pioggia, allor che l'ale
Battendo esulta nella chiusa stanza
La gallinella, ed al balcon s'affaccia
L'abitator de' campi, e il Sol che nasce
I suoi tremuli rai fra le cadenti
Stille saetta, alla capanna mia
Dolcemente picchiando, mi risveglia;
E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo
Degli augelli susurro, e l'aura fresca.
E le ridenti piagge benedico:
Poichè voi, cittadine infauste mura,
Vidi e conobbi assai, là dove segue
Odio al dolor compagno; e doloroso
Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
Benchè scarsa pietà pur mi dimostra
Natura in questi lochi, un giorno oh quanto
Verso me più cortese! E tu pur volgi
Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
Le sciagure e gli affanni, alla reina
Felicità servi, o natura. In cielo,
In terra amico agl'infelici alcuno
E rifugio non resta altro che il ferro.
Talor m'assido in solitaria parte,
Sovra un rialto, al margine d'un lago
Di taciturne piante incoronato.
Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
Ed erba o foglia non si crolla al vento,
E non onda incresparsi, e non cicala
Strider, nè batter penna augello in ramo,
Nè farfalla ronzar, nè voce o moto
Da presso nè da lunge odi nè vedi.
Tien quelle rive altissima quiete;
Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio
Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
Giaccian le membra mie, nè spirto o senso
Più le commova, e lor quiete antica
Co' silenzi del loco si confonda.
Amore, amore, assai lungi volasti
Dal petto mio, che fu sì caldo un giorno,
Anzi rovente. Con sua fredda mano
Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto
Nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo
Che mi scendesti in seno. Era quel dolce
E irrevocabil tempo, allor che s'apre
Al guardo giovanil questa infelice
Scena del mondo, e gli sorride in vista
Di paradiso. Al garzoncello il core
Di vergine speranza e di desio
Balza nel petto; e già s'accinge all'opra
Di questa vita come a danza o gioco
Il misero mortal. Ma non sì tosto,
Amor, di te m'accorsi, e il viver mio
Fortuna avea già rotto, ed a questi occhi
Non altro convenia che il pianger sempre.
Pur se talvolta per le piagge apriche,
Su la tacita aurora o quando al sole
Brillano i tetti e i poggi e le campagne,
Scontro di vaga donzelletta il viso;
O qualor nella placida quiete
D'estiva notte, il vagabondo passo
Di rincontro alle ville soffermando,
L'erma terra contemplo, e di fanciulla
Che all'opre di sua man la notte aggiunge
Odo sonar nelle romite stanze
L'arguto canto; a palpitar si move
Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estrano
Ogni moto soave al petto mio.
O cara luna, al cui tranquillo raggio
Danzan le lepri nelle selve; e duolsi
Alla mattina il cacciator, che trova
L'orme intricate e false, e dai covili
Error vario lo svia; salve, o benigna
Delle notti reina. Infesto scende
Il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
A deserti edifici, in su l'acciaro
Del pallido ladron ch'a teso orecchio
Il fragor delle rote e de' cavalli
Da lungi osserva o il calpestio de' piedi
Su la tacita via; poscia improvviso
Col suon dell'armi e con la rauca voce
E col funereo ceffo il core agghiaccia
Al passegger, cui semivivo e nudo
Lascia in breve tra' sassi. Infesto occorre
Per le contrade cittadine il bianco
Tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
Va radendo le mura e la secreta
Ombra seguendo, e resta, e si spaura
Delle ardenti lucerne e degli aperti
Balconi. Infesto alle malvage menti,
A me sempre benigno il tuo cospetto
Sarà per queste piagge, ove non altro
Che lieti colli e spaziosi campi
M'apri alla vista. Ed ancor io soleva,
Bench'innocente io fossi, il tuo vezzoso
Raggio accusar negli abitati lochi,
Quand'ei m'offriva al guardo umano, e quando
Scopriva umani aspetti al guardo mio.
Or sempre loderollo, o ch'io ti miri
Veleggiar tra le nubi, o che serena
Dominatrice dell'etereo campo,
Questa flebil riguardi umana sede.
Me spesso rivedrai solingo e muto
Errar pe' boschi e per le verdi rive,
O seder sovra l'erbe, assai contento
Se core e lena a sospirar m'avanza.

*********************

Consalvo

Presso alla fin di sua dimora in terra,
Giacea Consalvo; disdegnoso un tempo
Del suo destino; or già non più, che a mezzo
Il quinto lustro, gli pendea sul capo
Il sospirato obblio. Qual da gran tempo,
Così giacea nel funeral suo giorno
Dai più diletti amici abbandonato:
Ch'amico in terra al lungo andar nessuno
Resta a colui che della terra è schivo.
Pur gli era al fianco, da pietà condotta
A consolare il suo deserto stato,
Quella che sola e sempre eragli a mente,
Per divina beltà famosa Elvira;
Conscia del suo poter, conscia che un guardo
Suo lieto, un detto d'alcun dolce asperso,
Ben mille volte ripetuto e mille
Nel costante pensier, sostegno e cibo
Esser solea dell'infelice amante:
Benchè nulla d'amor parola udita
Avess'ella da lui. Sempre in quell'alma
Era del gran desio stato più forte
Un sovrano timor. Così l'avea
Fatto schiavo e fanciullo il troppo amore.
Ma ruppe alfin la morte il nodo antico
Alla sua lingua. Poichè certi i segni
Sentendo di quel dì che l'uom discioglie,
Lei, già mossa a partir, presa per mano,
E quella man bianchissima stringendo,
Disse: tu parti, e l'ora omai ti sforza:
Elvira, addio. Non ti vedrò, ch'io creda,
Un'altra volta. Or dunque addio. Ti rendo
Qual maggior grazia mai delle tue cure
Dar possa il labbro mio. Premio daratti
Chi può, se premio ai pii dal ciel si rende.
Impallidia la bella, e il petto anelo
Udendo le si fea: che sempre stringe
All'uomo il cor dogliosamente, ancora
Ch'estranio sia, chi si diparte e dice,
Addio per sempre. E contraddir voleva,
Dissimulando l'appressar del fato,
Al moribondo. Ma il suo dir prevenne
Quegli, e soggiunse: desiata, e molto,
Come sai, ripregata a me discende,
Non temuta, la morte; e lieto apparmi
Questo feral mio dì. Pesami, è vero,
Che te perdo per sempre. Oimè per sempre
Parto da te. Mi si divide il core
In questo dir. Più non vedrò quegli occhi,
Nè la tua voce udrò! Dimmi: ma pria
Di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio
Non vorrai tu donarmi? un bacio solo
In tutto il viver mio? Grazia ch'ei chiegga
Non si nega a chi muor. Nè già vantarmi
Potrò del dono, io semispento, a cui
Straniera man le labbra oggi fra poco
Eternamente chiuderà. Ciò detto
Con un sospiro, all'adorata destra
Le fredde labbra supplicando affisse.
Stette sospesa e pensierosa in atto
La bellissima donna; e fiso il guardo,
Di mille vezzi sfavillante, in quello
Tenea dell'infelice, ove l'estrema
Lacrima rilucea. Nè dielle il core
Di sprezzar la dimanda, e il mesto addio
Rinacerbir col niego; anzi la vinse
Misericordia dei ben noti ardori.
E quel volto celeste, e quella bocca,
Già tanto desiata, e per molt'anni
Argomento di sogno e di sospiro,
Dolcemente appressando al volto afflitto
E scolorato dal mortale affanno,
Più baci e più, tutta benigna e in vista
D'alta pietà, su le convulse labbra
Del trepido, rapito amante impresse.
Che divenisti allor? quali appariro
Vita, morte, sventura agli occhi tuoi,
Fuggitivo Consalvo? Egli la mano,
Ch'ancor tenea, della diletta Elvira
Postasi al cor, che gli ultimi battea
Palpiti della morte e dell'amore,
Oh, disse, Elvira, Elvira mia! ben sono
In su la terra ancor; ben quelle labbra
Fur le tue labbra, e la tua mano io stringo!
Ahi vision d'estinto, o sogno, o cosa
Incredibil mi par. Deh quanto, Elvira,
Quanto debbo alla morte! Ascoso innanzi
Non ti fu l'amor mio per alcun tempo;
Non a te, non altrui; che non si cela
Vero amore alla terra. Assai palese
Agli atti, al volto sbigottito, agli occhi,
Ti fu: ma non ai detti. Ancora e sempre
Muto sarebbe l'infinito affetto
Che governa il cor mio, se non l'avesse
Fatto ardito il morir. Morrò contento
Del mio destino omai, nè più mi dolgo
Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno,
Poscia che quella bocca alla mia bocca
Premer fu dato. Anzi felice estimo
La sorte mia. Due cose belle ha il mondo:
Amore e morte. All'una il ciel mi guida
In sul fior dell'età; nell'altro, assai
Fortunato mi tengo. Ah, se una volta,
Solo una volta il lungo amor quieto
E pago avessi tu, fora la terra
Fatta quindi per sempre un paradiso
Ai cangiati occhi miei. Fin la vecchiezza,
L'abborrita vecchiezza, avrei sofferto
Con riposato cor: che a sostentarla
Bastato sempre il rimembrar sarebbe
D'un solo istante, e il dir: felice io fui
Sovra tutti i felici. Ahi, ma cotanto
Esser beato non consente il cielo
A natura terrena. Amar tant'oltre
Non è dato con gioia. E ben per patto
In poter del carnefice ai flagelli,
Alle ruote, alle faci ito volando
Sarei dalle tue braccia; e ben disceso
Nel paventato sempiterno scempio.
O Elvira, Elvira, oh lui felice, oh sovra
Gl'immortali beato, a cui tu schiuda
Il sorriso d'amor! felice appresso
Chi per te sparga con la vita il sangue!
Lice, lice al mortal, non è già sogno
Come stimai gran tempo, ahi lice in terra
Provar felicità. Ciò seppi il giorno
Che fiso io ti mirai. Ben per mia morte
Questo m'accadde. E non però quel giorno
Con certo cor giammai, fra tante ambasce,
Quel fiero giorno biasimar sostenni.
Or tu vivi beata, e il mondo abbella,
Elvira mia, col tuo sembiante. Alcuno
Non l'amerà quant'io l'amai. Non nasce
Un altrettale amor. Quanto, deh quanto
Dal misero Consalvo in sì gran tempo
Chiamata fosti, e lamentata, e pianta!
Come al nome d'Elvira, in cor gelando.
Impallidir; come tremar son uso
All'amaro calcar della tua soglia,
A quella voce angelica, all'aspetto
Di quella fronte, io ch'al morir non tremo!
Ma la lena e la vita or vengon meno
Agli accenti d'amor. Passato è il tempo,
Nè questo dì rimemorar m'è dato.
Elvira, addio. Con la vital favilla
La tua diletta immagine si parte
Dal mio cor finalmente. Addio. Se grave
Non ti fu quest'affetto, al mio feretro
Dimani all'annottar manda un sospiro.
Tacque: nè molto andò, che a lui col suono
Mancò lo spirto; e innanzi sera il primo
Suo dì felice gli fuggia dal guardo.

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MessaggioInviato: Ven Mag 11, 2007 11:00 am    Oggetto:  G.Leopardi: "Le Ricordanze".
Descrizione:
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Le ricordanze

Le ricordanze e lo struggente richiamo della suggestione dell'età giovanile (Giacomo Leopardi, 26 agosto-12 settembre 1829)

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Van Gogh, "Notte stellata".

L'idillio fu composto nell’agosto del 1829, ed è un canto folto di motivi.

Tema di fondo, come indica il titolo, è la rimembranza, il ricordo rivissuto, che è poi il centro ispiratore da cui scaturiscono i canti pisano-recanatesi del periodo 1828-30. Essi nascono infatti come recupero, attraverso la memoria, della facoltà giovanile di immaginare e di sentire che Leopardi credeva perduta.

Egli era ritornato a Recanati dopo essere stato a Pisa. Questa poesia è composta da sette strofe per un totale di 173 versi, l’ultima strofa è dedicata a una certa Nerina (nome di derivazione tassesca). I critici vogliono identificare in questa Nerina una certa Maria Berardinelli di umile famiglia recanatese nata nel 1800 e morta nel 1827. I versi sono endecasillabi sciolti.

Le ricordanze

Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l'aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l'aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva; e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne, e le tranquille
Opre de' servi. E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
Felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
Questa mia vita dolorosa e nuda
Volentier con la morte avrei cangiato.

Nè mi diceva il cor che l'età verde
Sarei dannato a consumare in questo
Natio borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo,
Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
Per invidia non già, che non mi tiene
Maggior di se, ma perchè tale estima
Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
Tra lo stuol de' malevoli divengo:
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
E sprezzator degli uomini mi rendo,
Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
II caro tempo giovanil; più caro
Che la fama e l'allor, più che la pura
Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
Senza un diletto, inutilmente, in questo
Soggiorno disumano, intra gli affanni,
O dell'arida vita unico fiore.

Viene il vento recando il suon dell'ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per se; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
Quella loggia colà, volta agli estremi
Raggi del dì; queste dipinte mura,
Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
Su romita campagna, agli ozi miei
Porser mille diletti allor che al fianco
M'era, parlando, il mio possente errore
Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
Al chiaror delle nevi, intorno a queste
Ampie finestre sibilando il vento,
Rimbombaro i sollazzi e le festose
Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
Mistero delle cose a noi si mostra
Pien di dolcezza; indelibata, intera
Il garzoncel, come inesperto amante,
La sua vita ingannevole vagheggia,
E celeste beltà fingendo ammira.

O speranze, speranze; ameni inganni
Della mia prima età! sempre, parlando,
Ritorno a voi; che per andar di tempo,
Per variar d'affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
Son la gloria e l'onor; diletti e beni
Mero desio; non ha la vita un frutto,
Inutile miseria. E sebben vóti
Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
Il mio stato mortal, poco mi toglie
La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
A voi ripenso, o mie speranze antiche,
Ed a quel caro immaginar mio primo;
Indi riguardo il viver mio sì vile
E sì dolente, e che la morte è quello
Che di cotanta speme oggi m'avanza;
Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
Consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
Sarammi allato, e sarà giunto il fine
Della sventura mia; quando la terra
Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
Fuggirà avvenir; di voi per certo
Risovverrammi; e quell'imago ancora
Sospirar mi farà, farammi acerbo
L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
Del dì fatal tempererà d'affanno.

E già nel primo giovanil tumulto
Di contenti, d'angosce e di desio,
Morte chiamai più volte, e lungamente
Mi sedetti colà su la fontana
Pensoso di cessar dentro quell'acque
La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
Malor, condotto della vita in forse,
Piansi la bella giovanezza, e il fiore
De' miei poveri dì, che sì per tempo
Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
Sul conscio letto, dolorosamente
Alla fioca lucerna poetando,
Lamentai co' silenzi e con la notte
Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
In sul languir cantai funereo canto

Chi rimembrar vi può senza sospiri,
O primo entrar di giovinezza, o giorni
Vezzosi, inenarrabili, allor quando
Al rapito mortal primieramente
Sorridon le donzelle; a gara intorno
Ogni cosa sorride; invidia tace,
Non desta ancora ovver benigna; e quasi
(Inusitata maraviglia!) il mondo
La destra soccorrevole gli porge,
Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
Suo venir nella vita, ed inchinando
Mostra che per signor l'accolga e chiami?
Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo
Son dileguati. E qual mortale ignaro
Di sventura esser può, se a lui già scorsa
Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?

O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond'eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
È deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l'abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
La gioia ti splendea, splendea negli occhi
Quel confidente immaginar, quel lume
Di gioventù, quando spegneali il fato,
E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
Se a radunanze io movo, infra me stesso
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
Van gli amanti recando alle fanciulle,
Dico: Nerina mia, per te non torna
Primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
Dico: Nerina or più non gode; i campi,
L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
Sospiro mio: passasti: e fia compagna
D' ogni mio vago immaginar, di tutti
I miei teneri sensi, i tristi e cari
Moti del cor, la rimembranza acerba.


***************

Parafrasi della poesia "Le ricordanze"

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credevo ritornare a parlare con voi come facevo da fanciullo. Il vostro aspetto un tempo mi fece nascere molte fantasie e molte illusioni. Anche la vista delle montagne e del ontano mare mi ispirò pensieri e dolci sogni ma ero ignaro che in seguito la mia vita volentieri avrei cambiato con la morte. Né mi diceva il cuore che io sarei stato condannato a consumare la mia giovinezza in questo borgo selvaggio tra gente zotica e vile, alla quale la scienza è motivo di trastullo e di derisione. Io passo la mia giovinezza in questo posto senza amore e senza vita. E intanto la mia giovinezza vola via ed essa mi è più cara della stessa luce del giorno, più cara della fama, o unico fiore dell’arida vita. Viene il vento recando il suono dell’ora dalla torre del borgo. Questo suono quando ero fanciullo mi sosteneva e mi rincuorava quando ero chiuso nella mia stanza buia e desideravo il mattino. Questa mia casa, mi ricordo quando io giocavo festosamente e gridavo, e non conoscevo ancora l’acerbo ed indegno mistero delle cose, che a noi si mostra pieno di dolcezza. O speranze, speranze; ameni inganni della mia prima età! Io vi ricordo sempre. E oggi guardo la mia vita che è così vile, così dolorosa. E la vostra immagine mi fa ancora sospirare e mi rende crudele la mia vita vana. E già nella mia prima giovinezza invocai la morte presso la fontana del giardino. E dedicai una poesia funerea a me stesso. O giorni vezzosi, indimenticabili, quando ai giovani le donzelle sorridono immediatamente e questi giorni della giovinezza passano veloci, che si dileguano come un lampo. O Nerina! Io sento ancora che questi luoghi parano di te. Dove sei andata? Dal momento che non sento più la tua voce. Sei morta, passasti? E l a tua vita fu come un sogno. La gioia ti splendeva negli occhi fino a quando la morte li ha spenti e tu morivi, giacevi. O Nerina, tu hai adesso non ti abbellisci per andare a feste e io dico a me stesso:” Nerina or più non gode e i campi e l’aria non mira”. Ma il tuo ricordo crudele e acerbo sarà sempre compagno di ogni mio vago fantasticare e di tutti i sentimenti del mio cuore.

-ANALISI TESTUALE-

Il cielo stellato serve per far prendere contatto al poeta con la dimensione mentale e sentimentale dell'adolescenza, che improvvisamente appare perlustrabile, nuovamente, intensamente significativa per il suo animo. Tutto ciò avviene quasi con stupore ( io non credea tornar per uso a contemplarvi....e ragionar con voi).
Da questa rinnovata presa di contatto con la tenera intensità del passato emerge tuttavia una volontà riflessiva e ragionativa, volta a cogliere proprio l'unicità preziosa della facoltà immaginativa giovanile ( quante immagini un tempo, e quante fole / creommi nel pensier l'aspetto vostro / e delle luci a voi compagne ). Visioni, favole, fantasie si inseguono osservando il cielo stellato mentre la natura tutt'attorno ricrea quell'intensità emozionale fatta di bagliori e di sussulti, di profumi, di voci e di echi familiari. In lontananza appaiono il mare ed i monti, margine estremo dell'orizzonte che divide dall'infinito, invalicabile ma idealmente penetrabile con il pensiero e che un giorno potrà essere fisicamente varcato con l'esperienza del viaggio e della conoscenza, meta di un felicità oscuramente ambita, appena sfiorata nell'illusione giovanile. Non è tuttavia quella, filtrata dalla ragione, una vera speranza: è piuttosto consapevolezza del dolore, dell'assenza, del disinganno... che si può barattare solo con la morte. Ricordanza è dunque questo smarrirsi nella contraddittoria ambiguità della rivisitazione dell' antico piacere dell'immaginazione < di fronte ad una natura seducente >, accanto alla consapevolezza della falsità delle illusioni.

La seconda strofa è un rammarico doloroso ma anche un po' rancoroso < verso se stesso e verso gli altri > per il venir meno del caro tempo giovanil, più caro / che la fama e l'allor, più che la pura / luce del giorno, e lo spirar...dell'arida vita unico fiore.La dinamica del ricordo si fa qui più vibrata: l'abbandono dolce e nostalgico alle antiche sensazioni viene cancellato da una riflessione amara sul natio borgo selvaggio e sulla sua gente zotica, vil. Soprattutto pesa al poeta l'isolamento, l'abbandono, l'incomprensione, la mancanza di rapporti umani che diano un senso allo scorrere del tempo ed alla memoria del passato. Il suo divenire aspro... spoglio di pietà e di virtù... sprezzator degli uomini ...va di pari passo con l'inesorabile fuga del tempo, che viene percepita come inarrestabile lacuna dell'esistenza, come ferita in una vita irrealizzata, disumana, consumata intra gli affanni.

La suggestione è accresciuta dall’atmosfera notturna e dalla prospettiva spaziale indefinita creata dalla campagna. Si ha poi il sussurrare del vento tra i viali profumati. Dalla torre del borgo, portati dal vento, giungono i rintocchi dell’orologio che suona le ore, un richiamo al presente ed un ulteriore stimolo a ricordare. Questi rintocchi erano un tempo motivo di conforto, durante le sue notti insonni in attesa della luce del giorno.
Proprio il suon dell'ora richiama - attraverso un processo di generalizzazione l'insieme delle immagini ora interiorizzate e rivissute. La memoria involontaria agisce enfatizzando l'intensità dei ricordi, riproducendoli nitidi e circondati di tutta la ricchezza di emozioni che sono capaci ancora di condensare attorno a loro. Il ricordo è dunque dolce per sé ma ...con dolor sottentra il pensier del presente.
La prospettiva è chiara: se luoghi e situazioni, oggetto della percezione, sono capaci di rievocare il passato, ora la ragione agisce anch'essa in profondità ed impedisce di rivivere l'incanto dell'illusione giovanile. Emerge drammatico il contrasto tra passato - il mio possente errore - e presente, soprattutto come contrasto tra forme psicologiche e disposizioni fondamentali dell'animo, tra loro irriducibili.
La strofa si chiude con il richiamo alla condizione generale della giovinezza intesa come ingenuo, costante, ingannevole vagheggiamento di bellezza e felicità futura. Il garzoncel è assimilato ad inesperto amante, a colui cioè che fa cattiva prova dell'amore proiettando sul futuro e sulla vita tenaci e vane speranze.

E' appunto il persistere di una sensazione antica, irrazionalmente viva nel presente doloroso - quella dell'ingenua speranza giovanile - il tema centrale della strofa che segue. Ogni volta che Leopardi ritorna con il pensiero e con la parola alla sua giovinezza, si staglia centrale la viva persistenza delle giovanili speranze, degli ameni inganni. E' impossibile censurare questi ricordi: emerge cioè la tenace persistenza profonda, inconscia del ricordo in quanto esso si lega a bisogni altrettanto profondi dell'animo umano.
Riguardando il suo vivere presente doloroso, ove tutto quello che gli rimane è forse solo l'immagine della morte - ... E sebben vóti / son gli anni miei, / sebben deserto, oscuro / Il mio stato mortal - il poeta afferma che non sa evitare di rivivere quell'incanto giovanile, pur nella sensazione tanto dolorosa della sua irrevocabilità.
Certamente il ricordo delle speranze giovanili si ripresenterà anche alle soglie della morte e renderà ancor più amara la sensazione di essere vissuto inutilmente. E tale sensazione si mescolerà dolorosamente con la dolcezza della morte.
Poeticamente nella strofa si risolve una forte contraddizione esistenziale: quella tra il nulla che attende e la volontà di recupero della sua esperienza di uomo dotato di sensibilità.

La strofa è dedicata all'idea della morte che già caratterizza i pensieri giovanili. Una morte invocata, cercata, prospettata, un'idea che si fa strada - ... nel primo giovanil tumulto/ di contenti, d’angosce e di desio,.. cioè come risultato delle amare contraddizioni irrisolte, delle continue oscillazioni tra speranze e dolore. E poi la malattia, la morte temuta, rischio reale nell'eterna dialettica che porta l'uomo ad oscillare tra il coraggio ingenuamente ostentato del suicidio e il rinascere del senso della vita, che riconduce alla sua sostanziale ed intensa imminenza. Un ipotetico canto di morte rivolto a se stesso, spesso sanziona nell'esperienza poetica leopardiana tali dolorose riflessioni.

Siamo al centro di una nuova contraddizione. Come può la mente adulta ripensare al passato senza coinvolgere intensamente tutta la sua sensibilità in modo intatto, inesausto, senza cioè esporsi al dolore del ricordo rivissuto? I giorni della giovinezza sono inenarrabili cioè irriducibili alla parola, alla rievocazione. Possono solo essere ri-sentiti, recuperati interiormente. I sorrisi delle giovani coetanee, la condivisione della realtà naturale, l'assenza di invidie, il sostegno, l'aiuto, la festa della vita che sembra coinvolgere direttamente. Il tempo ha però mancato le promesse ed ha consumato in fretta la miracolosa armonia tra vita sognata e vita vissuta, proiettando sempre più l'uomo verso la razionale consapevolezza dell'infelicità. Chi può sottrarsi oggi alla certezza del dolore se ha subito la sottrazione delle speranze giovanili?
Ancora una volta la materia autobiografica si trasforma in discorso paradigmatico sul valore dell'esistenza umana.

Il componimento termina con una problematica ancor più complessa legata alla dinamica del ricordo. C'è lo stupore di non ritrovare tra i luoghi cari la figura concreta e pulsante di vita di Nerina, coetanea del giovane Leopardi, un'altra delle figure femminili emblematiche - nella poesia leopardiana - della splendente e pura speranza giovanile, dell'ingenua gioia del vivere che si spegne troppo prematuramente.
Non a caso l'idillio si chiude con tale riferimento concreto: è come se ora Leopardi volesse verificare la portata del suo ragionare per ricordi e sui ricordi, chiamando in causa un riferimento ancor più pulsante di vita, ancor più incisivo a livello emozionale.
.....caduta forse / dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,/ Che qui sola di te la ricordanza / Trovo, dolcezza mia?... La ricordanza, la sola ricordanza, per Nerina, non appare sufficiente ad animare la sensibilità poetica: diventa scacco vitale, troppo ingiusto scacco del tempo. Sembra di trovare il Montale delle Occasioni che dice nella Casa dei doganieri
....la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana....
che cioè fa del recupero impossibile del passato una traumatica occasione mancata e non inquadrabile nella normale dialettica tra passato e presente. Anche se poi l'esperienza di Nerina, precocemente scomparsa, viene ricondotta al duro alternarsi di vite e morti in una quasi materialistica alternanza Passasti. Ad altri / Il passar per la terra oggi è sortito,/ E l’abitar questi odorati colli.

Gli ultimi accenti sono nuovamente nostalgici, colti nell'amara nostalgia del ricordo rivissuto come emblema di dolore universale. Il rapido trascorrere della vita di Nerina, viene rievocato nei gesti puri e schietti dell'intimità giovanile, nella gioia dei rapporti con i coetanei e ridesta intatte sensazioni nell'animo del poeta. La sua esperienza diventa di nuovo emblematica e si riconnette al legame istintivo con la vita della natura, che continua a ricreare profondi parallelismi con la vita dell'uomo.
La primavera sembra privata per sempre della presenza di Nerina, che non rivivrà più l'incanto di giorni sereni e di colli fioriti. La sua immagine richiamata dalla ricordanza ( ricordo rivissuto interiormente ) è il solo retaggio di quel tempo, il suo vero sintetico emblema, che meglio di ogni altra immagine richiama la triste consapevolezza del tempo che trascorre inesorabile.

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Mar Mag 29, 2007 2:07 pm, modificato 1 volta in totale
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Mag 11, 2007 11:02 am    Oggetto:  I CANTI LEOPARDIANI
Descrizione:
Rispondi citando

Alla sua donna

Cara beltà che amore
Lunge m'inspiri o nascondendo il viso,
Fuor se nel sonno il core
Ombra diva mi scuoti,
O ne' campi ove splenda
Più vago il giorno e di natura il riso;
Forse tu l'innocente
Secol beasti che dall'oro ha nome,
Or leve intra la gente
Anima voli? o te la sorte avara
Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara?
Viva mirarti omai
Nulla spene m'avanza;
S'allor non fosse, allor che ignudo e solo
Per novo calle a peregrina stanza
Verrà lo spirto mio. Già sul novello
Aprir di mia giornata incerta e bruna,
Te viatrice in questo arido suolo
Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
Saria, così conforme, assai men bella.
Fra cotanto dolore
Quanto all'umana età propose il fato,
Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora
Questo viver beato:
E ben chiaro vegg'io siccome ancora
Seguir loda e virtù qual ne` prim'anni
L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
E teco la mortal vita saria
Simile a quella che nel cielo india.
Per le valli, ove suona
Del faticoso agricoltore il canto,
Ed io seggo e mi lagno
Del giovanile error che m'abbandona;
E per li poggi, ov'io rimembro e piagno
I perduti desiri, e la perduta
Speme de' giorni miei; di te pensando,
A palpitar mi sveglio. E potess'io,
Nel secol tetro e in questo aer nefando,
L'alta specie serbar; che dell'imago,
Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago.
Se dell'eterne idee
L'una sei tu, cui di sensibil forma
Sdegni l'eterno senno esser vestita,
E fra caduche spoglie
Provar gli affanni di funerea vita;
O s'altra terra ne' superni giri
Fra' mondi innumerabili t'accoglie,
E più vaga del Sol prossima stella
T'irraggia, e più benigno etere spiri;
Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
Questo d'ignoto amante inno ricevi.

***********************

Al Conte Carlo Pepoli

Questo affannoso e travagliato sonno
Che noi vita nomiam, come sopporti,
Pepoli mio? di che speranze il core
Vai sostentando? in che pensieri, in quanto
O gioconde o moleste opre dispensi
L'ozio che ti lasciàr gli avi remoti,
Grave retaggio e faticoso? È tutta,
In ogni umano stato, ozio la vita,
Se quell'oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all'intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. La schiera industre
Cui franger glebe o curar piante e greggi
Vede l'alba tranquilla e vede il vespro,
Se oziosa dirai, da che sua vita
È per campar la vita, e per se sola
La vita all'uom non ha pregio nessuno,
Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni
Tragge in ozio il nocchiero; ozio il perenne
Sudar nelle officine, ozio le vegghie
Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi;
E il mercatante avaro in ozio vive:
Che non a se, non ad altrui, la bella
Felicità, cui solo agogna e cerca
La natura mortal, veruno acquista
Per cura o per sudor, vegghia o periglio.
Pure all'aspro desire onde i mortali
Già sempre infin dal dì che il mondo nacque
D'esser beati sospiraro indarno,
Di medicina in loco apparecchiate
Nella vita infelice avea natura
Necessità diverse, a cui non senza
Opra e pensier si provvedesse, e pieno,
Poi che lieto non può, corresse il giorno
All'umana famiglia; onde agitato
E confuso il desio, men loco avesse
Al travagliarne il cor. Così de' bruti
La progenie infinita, a cui pur solo,
Nè men vano che a noi, vive nel petto
Desio d'esser beati; a quello intenta
Che a lor vita è mestier, di noi men tristo
Condur si scopre e men gravoso il tempo,
Nè la lentezza accagionar dell'ore.
Ma noi, che il viver nostro all'altrui mano
Provveder commettiamo, una più grave
Necessità, cui provveder non puote
Altri che noi, già senza tedio e pena
Non adempiam: necessitate, io dico,
Di consumar la vita: improba, invitta
Necessità, cui non tesoro accolto,
Non di greggi dovizia, o pingui campi,
Non aula puote e non purpureo manto
Sottrar l'umana prole. Or s'altri, a sdegno
I vóti anni prendendo, e la superna
Luce odiando, l'omicida mano,
I tardi fati a prevenir condotto,
In se stesso non torce; al duro morso
Della brama insanabile che invano
Felicità richiede, esso da tutti
Lati cercando, mille inefficaci
Medicine procaccia, onde quell'una
Cui natura apprestò, mal si compensa.
Lui delle vesti e delle chiome il culto
E degli atti e dei passi, e i v ani studi
Di cocchi e di cavalli, e le frequenti
Sale, e le piazze romorose, e gli orti,
Lui giochi e cene e invidiate danze
Tengon la notte e il giorno; a lui dal labbro
Mai non si parte il riso; ahi, ma nel petto,
Nell'imo petto, grave, salda, immota
Come colonna adamantina, siede
Noia immortale, incontro a cui non puote
Vigor di giovanezza, e non la crolla
Dolce parola di rosato labbro,
E non lo sguardo tenero, tremante,
Di due nere pupille, il caro sguardo,
La più degna del ciel cosa mortale.
Altri, quasi a fuggir volto la trista
Umana sorte, in cangiar terre e climi
L'età spendendo, e mari e poggi errando,
Tutto l'orbe trascorre, ogni confine
Degli spazi che all'uom negl'infiniti
Campi del tutto la natura aperse,
Peregrinando aggiunge. Ahi ahi, s'asside
Su l'alte prue la negra cura, e sotto
Ogni clima, ogni ciel, si chiama indarno
Felicità, vive tristezza e regna.
Havvi chi le crudeli opre di marte
Si elegge a passar l'ore, e nel fraterno
Sangue la man tinge per ozio, ed havvi
Chi d'altrui danni si conforta, e pens
Con far misero altrui far se men tristo,
Sì che nocendo usar procaccia il tempo.
E chi virtute o sapienza ed arti
Perseguitando; e chi la propria gente
Conculcando e l'estrane, o di remoti
Lidi turbando la quiete antica
Col mercatar, con l'armi, e con le frodi,
La destinata sua vita consuma.
Te più mite desio, cura più dolce
Regge nel fior di gioventù, nel bello
April degli anni, altrui giocondo e primo
Dono del ciel, ma grave, amaro, infesto
A chi patria non ha. Te punge e move
Studio de' carmi e di ritrar parlando
Il bel che raro e scarso e fuggitivo
Appar nel mondo, e quel che più benigna
Di natura e del ciel, fecondamente
A noi la vaga fantasia produce
E il nostro proprio error. Ben mille volte
Fortunato colui che la caduca
Virtù del caro immaginar non perde
Per volger d'anni; a cui serbare eterna
La gioventù del cor diedero i fati;
Che nella ferma e nella stanca etade,
Così come solea nell'età verde,
In suo chiuso pensier natura abbella,
Morte, deserto avviva. A te conceda
Tanta ventura il ciel; ti faccia un tempo
La favilla che il petto oggi ti scalda,
Di poesia canuto amante. Io tutti
Della prima stagione i dolci inganni
Mancar già sento, e dileguar dagli occhi
Le dilettose immagini, che tanto
Amai, che sempre infino all'ora estrema
Mi fieno, a ricordar, bramate e piante.
Or quando al tutto irrigidito e freddo
Questo petto sarà, nè degli aprichi
Campi il sereno e solitario riso,
Nè degli augelli mattutini il canto
Di primavera, nè per colli e piagge
Sotto limpido ciel tacita luna
Commoverammi il cor; quando mi fia
Ogni beltate o di natura o d'arte,
Fatta inanime e muta; ogni alto senso,
Ogni tenero affetto, ignoto e strano;
Del mio solo conforto allor mendico,
Altri studi men dolci, in ch'io riponga
L'ingrato avanzo della ferrea vita,
Eleggerò. L'acerbo vero, i ciechi
Destini investigar delle mortali
E dell'eterne cose; a che prodotta,
A che d'affanni e di miserie carca
L'umana stirpe; a quale ultimo intento
Lei spinga il fato e la natura; a cui
Tanto nostro dolor diletti o giovi:
Con quali ordini e leggi a che si volva
Questo arcano universo; il qual di lode
Colmano i saggi, io d'ammirar son pago.
In questo specolar gli ozi traendo
Verrò: che conosciuto, ancor che tristo,
Ha suoi diletti il vero. E se del vero
Ragionando talor, fieno alle genti
O mal grati i miei detti o non intesi,
Non mi dorrò, che già del tutto il vago
Desio di gloria antico in me fia spento:
Vana Diva non pur, ma di fortuna
E del fato e d'amor, Diva più cieca.

************************

Il Risorgimento

Credei ch'al tutto fossero
In me, sul fior degli anni,
Mancati i dolci affanni
Della mia prima età:
I dolci affanni, i teneri
Moti del cor profondo,
Qualunque cosa al mondo
Grato il sentir ci fa.
Quante querele e lacrime
Sparsi nel novo stato,
Quando al mio cor gelato
Prima il dolor mancò!
Mancàr gli usati palpiti,
L'amor mi venne meno,
E irrigidito il seno
Di sospirar cessò!
Piansi spogliata, esanime
Fatta per me la vita;
La terra inaridita,
Chiusa in eterno gel;
Deserto il dì; la tacita
Notte più sola e bruna;
Spenta per me la luna,
Spente le stelle in ciel.
Pur di quel pianto origine
Era l'antico affetto:
Nell'intimo del petto
Ancor viveva il cor.
Chiedea l'usate immagini
La stanca fantasia;
E la tristezza mia
Era dolore ancor.
Fra poco in me quell'ultimo
Dolore anco fu spento,
E di più far lamento
Valor non mi restò.
Giacqui: insensato, attonito,
Non dimandai conforto:
Quasi perduto e morto,
Il cor s'abbandonò.
Qual fui! quanto dissimile
Da quel che tanto ardore,
Che sì beato errore
Nutrii nell'alma un dì!
La rondinella vigile,
Alle finestre intorno
Cantando al novo giorno,
Il cor non mi ferì:
Non all'autunno pallido
In solitaria villa,
La vespertina squilla,
Il fuggitivo Sol.
Invan brillare il vespero
Vidi per muto calle,
Invan sonò la valle
Del flebile usignol.
E voi, pupille tenere,
Sguardi furtivi, erranti,
Voi de' gentili amanti
Primo, immortale amor,
Ed alla mano offertami
Candida ignuda mano,
Foste voi pure invano
Al duro mio sopor.
D'ogni dolcezza vedovo,
Tristo; ma non turbato,
Ma placido il mio stato,
Il volto era seren.
Desiderato il termine
Avrei del viver mio;
Ma spento era il desio
Nello spossato sen.
Qual dell'età decrepita
L'avanzo ignudo e vile,
Io conducea l'aprile
Degli anni miei così:
Così quegl'ineffabili
Giorni, o mio cor, traevi,
Che sì fugaci e brevi
Il cielo a noi sortì.
Chi dalla grave, immemore
Quiete or mi ridesta?
Che virtù nova è questa,
Questa che sento in me?
Moti soavi, immagini
Palpiti, error beato,
Per sempre a voi negate
Questo mio cor non è?
Siete pur voi quell'unica
Luce de' giorni miei?
Gli affetti ch'io perdei
Nella novella età?
Se al ciel, s'ai verdi margini.
Ovunque il guardo mira,
Tutto un dolor mi spira,
Tutto un piacer mi dà.
Meco ritorna a vivere
La piaggia, il bosco, il monte;
Parla al mio core il fonte,
Meco favella il mar.
Chi mi ridona il piangere
Dopo cotanto obblio?
E come al guardo mio
Cangiato il mondo appar?
Forse la speme, o povero
Mio cor, ti volse un riso?
Ahi della speme il viso
Io non vedrò mai più.
Proprii mi diede i palpiti,
Natura, e i dolci inganni.
Sopiro in me gli affanni
L'ingenita virtù;
Non l'annullàr: non vinsela
Il fato e la sventura;
Non con la vista impura
L'infausta verità.
Dalle mie vaghe immagini
So ben ch'ella discorda:
So che natura è sorda,
Che miserar non sa.
Che non del ben sollecita
Fu, ma dell'esser solo:
Purchè ci serbi al duolo,
Or d'altro a lei non cal.
So che pietà fra gli uomini
Il misero non trova;
Che lui, fuggendo, a prova
Schernisce ogni mortal.
Che ignora il tristo secolo
Gl'ingegni e le virtudi;
Che manca ai degni studi
L'ignuda gloria ancor.
E voi, pupille tremule,
Voi, raggio sovrumano,
So che splendete invano,
Che in voi non brilla amor.
Nessuno ignoto ed intimo
Affetto in voi non brilla:
Non chiude una favilla
Quel bianco petto in se.
Anzi d'altrui le tenere
Cure suol porre in gioco;
E d'un celeste foco
Disprezzo è la mercè.
Pur sento in me rivivere
Gl'inganni aperti e noti
E de' suoi proprii moti
Si meraviglia il sen.
Da te, cor mio, quest'ultimo
Spirto, e l'ardor natio,
Ogni conforto mio
Solo da te mi vien.
Mancano, il sento, all'anima
Alta, gentile e pura,
La sorte, la natura,
Il mondo e la beltà.
Ma se tu vivi, o misero,
Se non concedi al fato,
Non chiamerò spietato
Chi lo spirar mi dà.

************************

A Silvia

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?
Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d'amore.
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell'età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

******************

Le ricordanze

Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l'aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l'aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva; e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne, e le tranquille
Opre de' servi. E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
Felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
Questa mia vita dolorosa e nuda
Volentier con la morte avrei cangiato.
Nè mi diceva il cor che l'età verde
Sarei dannato a consumare in questo
Natio borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo,
Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
Per invidia non già, che non mi tiene
Maggior di se, ma perchè tale estima
Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
Tra lo stuol de' malevoli divengo:
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
E sprezzator degli uomini mi rendo,
Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
II caro tempo giovanil; più caro
Che la fama e l'allor, più che la pura
Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
Senza un diletto, inutilmente, in questo
Soggiorno disumano, intra gli affanni,
O dell'arida vita unico fiore.
Viene il vento recando il suon dell'ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per se; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
Quella loggia colà, volta agli estremi
Raggi del dì; queste dipinte mura,
Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
Su romita campagna, agli ozi miei
Porser mille diletti allor che al fianco
M'era, parlando, il mio possente errore
Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
Al chiaror delle nevi, intorno a queste
Ampie finestre sibilando il vento,
Rimbombaro i sollazzi e le festose
Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
Mistero delle cose a noi si mostra
Pien di dolcezza; indelibata, intera
Il garzoncel, come inesperto amante,
La sua vita ingannevole vagheggia,
E celeste beltà fingendo ammira.
O speranze, speranze; ameni inganni
Della mia prima età! sempre, parlando,
Ritorno a voi; che per andar di tempo,
Per variar d'affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
Son la gloria e l'onor; diletti e beni
Mero desio; non ha la vita un frutto,
Inutile miseria. E sebben vóti
Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
Il mio stato mortal, poco mi toglie
La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
A voi ripenso, o mie speranze antiche,
Ed a quel caro immaginar mio primo;
Indi riguardo il viver mio sì vile
E sì dolente, e che la morte è quello
Che di cotanta speme oggi m'avanza;
Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
Consolarmi non so del mio destino.
E quando pur questa invocata morte
Sarammi allato, e sarà giunto il fine
Della sventura mia; quando la terra
Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
Fuggirà avvenir; di voi per certo
Risovverrammi; e quell'imago ancora
Sospirar mi farà, farammi acerbo
L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
Del dì fatal tempererà d'affanno.
E già nel primo giovanil tumulto
Di contenti, d'angosce e di desio,
Morte chiamai più volte, e lungamente
Mi sedetti colà su la fontana
Pensoso di cessar dentro quell'acque
La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
Malor, condotto della vita in forse,
Piansi la bella giovanezza, e il fiore
De' miei poveri dì, che sì per tempo
Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
Sul conscio letto, dolorosamente
Alla fioca lucerna poetando,
Lamentai co' silenzi e con la notte
Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
In sul languir cantai funereo canto
Chi rimembrar vi può senza sospiri,
O primo entrar di giovinezza, o giorni
Vezzosi, inenarrabili, allor quando
Al rapito mortal primieramente
Sorridon le donzelle; a gara intorno
Ogni cosa sorride; invidia tace,
Non desta ancora ovver benigna; e quasi
(Inusitata maraviglia!) il mondo
La destra soccorrevole gli porge,
Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
Suo venir nella vita, ed inchinando
Mostra che per signor l'accolga e chiami?
Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo
Son dileguati. E qual mortale ignaro
Di sventura esser può, se a lui già scorsa
Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond'eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
È deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l'abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
La gioia ti splendea, splendea negli occhi
Quel confidente immaginar, quel lume
Di gioventù, quando spegneali il fato,
E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
Se a radunanze io movo, infra me stesso
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi.
Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
Van gli amanti recando alle fanciulle,
Dico: Nerina mia, per te non torna
Primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
Dico: Nerina or più non gode; i campi,
L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
Sospiro mio: passasti: e fia compagna
D' ogni mio vago immaginar, di tutti
I miei teneri sensi, i tristi e cari
Moti del cor, la rimembranza acerba.

******************

Canto notturno

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
È la vita mortale.
Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga'
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
È lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina:
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra. sovra l'erbe.
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.

**********************

La quiete dopo la tempesta

Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato
L'artigiano a mirar l'umido cielo,
Con l'opra in man, cantando,
Fassi in su l'uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
Della novella piova;
E l'erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core
Sì dolce, sì gradita
Quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
L'uomo a' suoi studi intende?
O torna all'opre? o cosa nova imprende?
Quando de' mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno;
Gioia vana, ch'è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.
O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.

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MessaggioInviato: Ven Mag 11, 2007 11:06 am    Oggetto:  G.Leopardi: "Amore e morte".
Descrizione:
Rispondi citando

Amore e morte

Questa poesia fu scritta dal Leopardi nel 1832 a Firenze, mentre frequentava la signora Fanny Ronchivecchi Targioni Tozzetti, e dunque fa parte del ciclo delle poesie che il Leopardi scrisse suscitate dall'accesa passione amorosa per questa donna.

Le prime quattro furono scritte a Firenze nel vivo dell'infatuazione amorosa Il pensiero dominante, Consalvo, Amore e Morte A se stesso, la quinta a Napoli Aspasia, quando ormai il travaglio amoroso era passato, ma restava nel cuore del poeta un'altra delusione che ancor di più accentuò il suo pessimismo verso la natura e verso gli uomini.

Amore e morte, la terza o la seconda poesia, rappresenta il momento più intenso e più drammatico della sua passione amorosa, dopo quella entusiastica, felice, sensuale, speranzosa scritta nella bellissima poesia del "Consalvo".

L'argomento della poesia è accennato negli stessi mesi in una lettera alla stessa signora del 16 agosto 1832 dove scrive: <<l'amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, e le solissime degne di essere desiderate>>.

In "Amore e Morte" il poeta celebra le due grandi leggi che dominano gli uomini e lui vede la morte non come la vede la gente codarda e vile, ma come una bellissima fanciulla nel seno della quale il poeta, solo, sereno e addormentato, spera di morire abbassando e abbandonando il capo.

Questa poesia a molti non piace, come ad esempio Italo De Feo, il quale nel suo libro su Leopardi ne dà un giudizio negativo.

A me invece piace molto perché è piena di pathos esistenziale e per la drammaticità dei sentimenti espressi, oltre che per la lexis leopardiana che è sempre seducente, affascinante, inconfondibilmente tagliente.

La poesia è composta da quattro strofe di varia lunghezza per un totale di 124 versi con rima libera.

Parafrasi e costruzione diretta della poesia Amore e morte

La sorte generò ad un tempo
L'Amore e la Morte.
La terra e le stelle
Non hanno altre cose più belle.
Il bene nasce dall'Amore,
anche il piacere maggiore,
che si trova nell'universo
nasce dall'Amore.
La Morte annulla ogni male
E ogni dolore.
O Morte, tu sei una bellissima fanciulla,
sei bella a vedersi, e non sei brutta
come ti raffigura la gente.
Sovente accompagni
Il fanciullo Amore,
e insieme andate sorvolando
sopra la vita degli uomini.
Non vi cuore umano, che colpito
Dall'amore non disprezzò la vita.
Così come non vi fu cuore umano che
Non fu disposto a lottare
Per conquistare l'Amore, il quale
Dove porge aiuto nasce il coraggio,
tanto che gli uomini diventano
saggi nelle opere e non nei pensieri
sterili, come suole avvenire.
Quando un nuovo profondo amore
nasce in un cuore, nasce anche
un desiderio di morire.
Non so il perché, ma il primo e potente
Effetto dell'amore è tale.
Forse la terra deserta atterrisce
Gli occhi del giovane amante,
il quale se immagina la vita senza l'amore la terra gli appare inabitabile.
Allora dinanzi al tormentante desiderio,
che già tutt'intorno oscura ogni cosa,
desidera quiete e un porto dove rifugiarsi.
Quando poi il tempestoso desiderio
Avvolge tutto e fulmina il cuore,
allora il giovane amante invoca la morte,
e una volta coricata non desidera più
alzarsi per non vedere l'amara luce.
E il giovane amatore sentendo il suono
Del canto funebre invidiò la morte,
come colui che veniva portato al cimitero.
Anche il contadino, ignaro del piacere
Che deriva dal sapere,
anche la giovane pudica e schiva,
che le si rizzano i capelli,
quando sente nominare la morte,
guarda attentamente la tomba
e medita di suicidarsi o con il ferro
o con il veleno concepisce e
matura nella sua mente incolta
la necessità della morte.
La scuola dell'amore conduce
Alla morte.
Quando il travaglio amoroso
È giunto a tal di sofferenza,
la volontà non riesce a sostenerla,
allora o il corpo fragile cede
alle terribili sofferenze oppure
l'Amore scava così in fondo
che la Morte prevale,
allora sia il contadino innocente
che la giovane donna con la mano
violenta si danno la morte da se stessi,
abbandonando i loro corpi a terra.
La gente, alla quale il destino possa
Concedere pace e vecchiaia, ride
Dei casi dei giovani suicidi.
Agli animi ardenti, ai felici,
il fato possa concedere o l'Amore
o la Morte, dolci signori,
amici degli uomini,
il cui potere non assomiglia a
nessuna altra potenza e non è
superata da niente altro se non da Fato.
E tu, o, morte bella ed onorata,
che io ti chiamo già fin dalla mia
fanciullezza, pietosa degli affanni umani,
dopo che io celebrata, e ho
cercato di compensarti degli insulti
che ti manda la gente ingrata,
esaudisci le mie preghiere e
chiudi questi miei occhi tristi,
o regina del tempo.
Troverai, certo, me qualsiasi
Sia il momento che tu verrai da me,
con la testa alzata, indomito,
e resistente all'infelicità,
troverai me che non benedico
la mano del fato che si colora
del mio sangue innocente;
troverai me non riempio di lodi
la morte come gli uomini usano fare
per antica consuetudine e viltà;
troverai me che getto via
ogni vana speranza con cui
gli uomini si consolano
come i fanciulli;
troverai me che aspetto solo te;
troverai me che solo e sereno
aspetto quel giorno che, addormentato,
possa piegare il mio capo
sul tuo virgineo seno.


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Ven Mag 11, 2007 11:08 am    Oggetto:  I CANTI LEOPARDIANI
Descrizione:
Rispondi citando

Il Sabato del villaggio

La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch'ebbe compagni dell'età più bella
Già tutta l'aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
Giù da' colli e da' tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo
Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l'altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s'affretta, e s'adopra
Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.
Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l'ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
È come un giorno d'allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.

***************************

"Il Sabato del villaggio" - Commento a cura di Teo Volti.

Questa poesia, scritta da Leopardi tra il 1828 e 1831 e facente parte dei canti pisani – recanatesi, Vuole raccontare in un certo qual modo l’infanzia di Leopardi. Non è come le altre poesie malinconiche, invece è ricca di rime e ha una certa musicalità ed è “facile” nella sintassi.

Questa sembra una poesia reale mentre a guardar con attenzione possiamo capire che è immaginaria questo ci viene fatto dedurre nel quarto verso (di rose e viole) e come noi sappiamo le rose e le viole non si trovano nella stessa stagione. Il Leopardi ci vuol far capire che un sentimento di infantilità rimane ancora negli adulti, attraverso il falegname che lavora fino a tarda sera per poi godersi il giorno di festa. Il poeta però a suo modo ci narra che il giorno prima della celebrazione è più gioioso e allegro del giorno di festa , questo ci viene descritto attraverso la donzelletta che corre felice ad ornarsi spensieratamente. Il dì del giorno festivo reca un pensiero angoscioso del lavoro e quindi la festa viene rovinata . Qui il poeta usa la figura del <<garzoncello>> <<scherzoso>> e l’autore gli suggerisce di godersi quel giorno di solennità , perché poi da grande sarà occupato dal lavoro, questo momento il poeta c’è lo descrive attraverso la <<donzelletta>> che è spensierata e intenta ad ornarsi per il dì di festa e la contrapposizione , viene raffigurata dalla vecchietta che pensa con malinconia ai giorni del suo riposo.Questa poesia e una figura retorica detta allegoria.

Dei 51 versi che il poeta propone 16 fanno rima tra di loro e presentano rime baciate e alternate. Esempi di rime baciate sono nel 4 e 5 verso (viole,suole) ,7 e 8 verso (crine ,vicine); esempi di rime alternate sono nel 2 e 4 verso (sole ,viole) 23 e 25 verso (riconforta ,frotta), 24 e 26 verso (gridando,saltando).

Queste , sono molte di più delle precedenti poesie di Leopardi ,che fanno così risaltare la dolcezza e la musicalità della poesia. Vi sono però delle parole di significato opposto che fanno rima tra di loro, sono:(gioia e noia) e (soave e grave) che risaltano il contrasto tra speranze giovanili e la realtà di vita. All’interno della poesia vi sono allitterazioni come onde , siccome, suole oppure ornava , sana , snella. Poi bisogna sottolineare l’uso dell’articolo il davanti alla parola <<zappatore>> che si usava in quel tempo e l’uso di cotesta vicino a chi ascolta, difatti è riferito al “garzoncello” “scherzoso”.

Teo Volti

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Mer Mag 16, 2007 3:17 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Ven Mag 11, 2007 11:09 am    Oggetto:  I CANTI LEOPARDIANI
Descrizione:
Rispondi citando

Il pensiero dominante

Dolcissimo, possente
Dominator di mia profonda mente;
Terribile, ma caro
Dono del ciel; consorte
Ai lúgubri miei giorni,
Pensier che innanzi a me sì spesso torni.
Di tua natura arcana
Chi non favella? il suo poter fra noi
Chi non sentì? Pur sempre
Che in dir gli effetti suoi
Le umane lingue il sentir propio sprona,
Par novo ad ascoltar ciò ch'ei ragiona.
Come solinga è fatta
La mente mia d'allora
Che tu quivi prendesti a far dimora!
Ratto d'intorno intorno al par del lampo
Gli altri pensieri miei
Tutti si dileguàr. Siccome torre
In solitario campo,
Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei
Che divenute son, fuor di te solo,
Tutte l'opre terrene,
Tutta intera la vita al guardo mio!
Che intollerabil noia
Gli ozi, i commerci usati,
E di vano piacer la vana spene,
Allato a quella gioia,
Gioia celeste che da te mi viene!
Come da' nudi sassi
Dello scabro Apennino
A un campo verde che lontan sorrida
Volge gli occhi bramoso il pellegrino;
Tal io dal secco ed aspro
Mondano conversar vogliosamente,
Quasi in lieto giardino, a te ritorno,
E ristora i miei sensi il tuo soggiorno.
Quasi incredibil parmi
Che la vita infelice e il mondo sciocco
Già per gran tempo assai
Senza te sopportai;
Quasi intender non posso
Come d'altri desiri,
Fuor ch'a te somiglianti, altri sospiri.
Giammai d'allor che in pria
Questa vita che sia per prova intesi,
Timor di morte non mi strinse il petto.
Oggi mi pare un gioco
Quella che il mondo inetto,
Talor lodando, ognora abborre e trema,
Necessitade estrema;
E se periglio appar, con un sorriso
Le sue minacce a contemplar m'affiso.
Sempre i codardi, e l'alme
Ingenerose, abbiette
Ebbi in dispregio. Or punge ogni atto indegno
Subito i sensi miei;
Move l'alma ogni esempio
Dell'umana viltà subito a sdegno.
Di questa età superba,
Che di vote speranze si nutrica,
Vaga di ciance, e di virtù nemica;
Stolta, che l'util chiede,
E inutile la vita
Quindi più sempre divenir non vede;
Maggior mi sento. A scherno
Ho gli umani giudizi; e il vario volgo
A' bei pensieri infesto,
E degno tuo disprezzator, calpesto.
A quello onde tu movi,
Quale affetto non cede?
Anzi qual altro affetto
Se non quell'uno intra i mortali ha sede?
Avarizia, superbia, odio, disdegno,
Studio d'onor, di regno,
Che sono altro che voglie
Al paragon di lui? Solo un affetto
Vive tra noi: quest'uno,
Prepotente signore,
Dieder l'eterne leggi all'uman core.
Pregio non ha, non ha ragion la vita
Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto;
Sola discolpa al fato,
Che noi mortali in terra
Pose a tanto patir senz'altro frutto;
Solo per cui talvolta,
Non alla gente stolta, al cor non vile
La vita della morte è più gentile.
Per còr le gioie tue, dolce pensiero,
Provar gli umani affanni,
E sostener molt'anni
Questa vita mortal, fu non indegno;
Ed ancor tornerei,
Così qual son de' nostri mali esperto,
Verso un tal segno a incominciare il corso:
Che tra le sabbie e tra il vipereo morso,
Giammai finor sì stanco
Per lo mortal deserto
Non venni a te, che queste nostre pene
Vincer non mi paresse un tanto bene.
Che mondo mai, che nova
Immensità, che paradiso è quello
Là dove spesso il tuo stupendo incanto
Parmi innalzar! dov'io,
Sott'altra luce che l'usata errando,
Il mio terreno stato
E tutto quanto il ver pongo in obblio!
Tali son, credo, i sogni
Degl'immortali. Ahi finalmente un sogno
In molta parte onde s'abbella il vero
Sei tu, dolce pensiero;
Sogno e palese error. Ma di natura,
Infra i leggiadri errori,
Divina sei perchè sì viva e forte,
Che incontro al ver tenacemente dura,
E spesso al ver s'adegua,
Nè si dilegua pria, che in grembo a morte.
E tu per certo o mio pensier, tu solo
Vitale ai giorni miei.
Cagion diletta d'infiniti affanni,
Meco sarai per morte a un tempo spento:
Ch' a vivi segni dentro l'alma io sento
Che in perpetuo signor dato mi sei.
Altri gentili inganni
Soleami il vero aspetto
Più sempre infievolir. Quanto più torno
A riveder colei
Della qual teco ragionando io vivo
Cresce quel gran diletto,
Cresce quel gran delirio, ond'io respiro.
Angelica beltade!
Parmi ogni più bel volto, ovunque io miro,
Quasi una finta imago
Il tuo volto imitar. Tu sola fonte
D'ogni altra leggiadria,
Sola vera beltà parmi che sia
Da che ti vidi pria,
Di qual mia seria cura ultimo obbietto
Non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
Ch'io di te non pensassi? ai sogni miei
La tua sovrana imago
Quante volte mancò? Bella qual sogno,
Angelica sembianza,
Nella terrena stanza,
Nell'alte vie dell'universo intero,
Che chiedo io mai, che spero
Altro che gli occhi tuoi veder più vago?
Altro più dolce aver che il tuo pensiero?

********************

Nel 1830, il Leopardi ritorna a Firenze, dove conosce una giovane e bella signora, Fanny Ronchivecchi, sposata allo scienziato A. Tozzetti.

Il poeta frequentò la casa della bella signora e se ne innamorò, ma non rivelò mai il suo amore per la giovane donna, anche perché lei era innamorata di A. Ranieri, in un gioco delle parti nel quale il Leopardi ebbe la peggio, perché dovette fare buon viso a cattivo gioco.

Dopo un anno di questa passione travolgente, ma tutta interiore e silenziosa, il Leopardi nell'ambiente fiorentino maturò e scrisse la prima poesia ispirata dalla passione amorosa per la bella e gaudente signora.

L'ultima poesia sarà "Aspasia", scritta a Napoli nel 1834 e che chiuderà il ciclo delle poesie amorose, nella quale il poeta riverserà e sublimerà tutti i suoi sentimenti ed emozioni, che saranno gli ultimi vivi e fervidi prima dell'ultimo isolamento napoletano.

Qui egli maturerà le ultime grandi liriche ispirate dalla natura, dalle nuove ideologie politiche, ma prive del sentimento dell'amore che lo tenne vivo e partecipe di quale grande sentimento che è l'argomento della prima poesia, e cioè l'amore che tanto sognò ma non ebbe mai la gioia di realizzare e vivere, guardandolo attraverso il suo tenero amico A. Ranieri.
Il Leopardi aveva scritto nel suo Zibaldone: «L'amore è la vita e il principio vivificante della natura, come l'odio il principio distruggente e mortal».

Il critico letterario Binni ha così descritto questo periodo fiorentino del poeta: «Ecco così una nuova forma di lirica profondamente soggettiva, espressione di una prepotente personalità, tutta rampollante dal presente, e perciò poco armoniosa, ma impetuosa, tesa e tenace: una ricerca di parole forti, energiche non vaghe e nostalgiche, come quelle degli idilli, un ripudio del quadro campeggiante sul resto del componimento, e di qualsiasi forma anche se altissima di pittoresco e di descrittivo».

La poesia è composta da 14 strofe, per un numero totale di 147 versi, con un vario gioco di rime e assonanze.

Parafrasi e costruzione diretta della poesia:

Pensiero dolcissimo, possente,
dominatore della mia mente;
terribile, ma dolce
dono del cielo;
compagno dei miei tristi giorni,
pensiero, che torni così spesso
nella mia mente.

Chi non parla della
Tua misteriosa natura?
Chi non sentì il suo potere?
Eppure ogni volta il sentimento amoroso
Si fa sentire esso stimola la lingua
A parlare e sembra nuovo
Per chi ascolta ciò che esso dice.

La mia mente si è fatta vuota
Da quando tu domini e stai da solo
Mezzo ad essa. Gli altri pensieri
Si dileguarono tutti di un tratto.
E tu sei rimasto solo, gigante,
in mezzo ad essa, come una torre
in un solitario terreno.

Le mie azioni giornaliere,
tutta intera la mia vita
sono diventate poco o niente
alla mia vista, ad eccezione di te.
Gli svaghi, le compagnie e
La vana speranza di un vano piacere
Sono diventati niente in confronto della
Gioia che mi viene da te, o pensiero amoroso.

Come il viandante, che viaggia
Nel roccioso Apennino, sorride
Alla vista di un campo verde,
così io, dal conversare mondano,
ritorno a te, con desiderio
e la tua presenza rinforza i miei sensi.

Mi sembra quasi incredibile
Che io sono riuscito a sopportare
Per un tempo così lungo
La vita infelice e la gente sciocca
Mi sembra quasi incredibile
Che io possa capire come altri possono
Avere altri desideri che non
Somigliano a te.

Da quando per la prima volta
Compresi per esperienza diretta
Che cosa è la vita,
La paura della morte non
Mi strinse il petto.
Oggi la morte, che la gente
Talora loda, ma sempre aborre e teme,
mi pare un gioco;
e se un pericolo appare
mi fermo a contemplare
le sue minacce con un sorriso.

Ho sempre avuto in gran dispregio
Le persone volgari e abbiette.
Ora ogni atto indegno mi ferisce l'anima;
ogni azione di inciviltà mi smuove
subito l'anima a sdegno.
Io sono più grande
Di questo età superba,
che si nutre di chiacchiere ed
è nemica delle virtù;
è stupida perché insegue l'utile,
e per questo non vede che la vita
diventa sempre più inutile.
Ho in grande scherno i pregiudizi umani,
e calpesto il volgo, ostile
ai bei pensieri e tuo disprezzatore.

Quale sentimento è uguale al sentimento
Amoroso, dal quale tu, o pensiero mio, discenti?
Anzi nessun altro sentimento dovrebbe vivere
Tra i mortali?
L'avidità, la superbia, l'odio, il disprezzo,
la ricerca di onore, la ricerca di potere
che cosa sono rispetto a te se non sono altro che
voglie, bassi appetiti?
Solo il sentimento dell'amore
Che le eterne leggi della natura
Hanno dato agli uomini,
dovrebbe vivere tra di noi.

La vita non ha valore, non ha senso
Se non per te, o pensiero d'amore,
dato che tu sei tutto per gli uomini.
Esso è la sola discolpa al fato,
che pose gli uomini in terra
a soffrire senza una ricompensa;
esso è il sentimento
grazie al quale solo agli uomini
puri e non vili, la vita è più bella della morte.

Vivere, per cogliere le tue gioie,
o pensiero amoroso, anche se
bisogna provare gli umani affanni,
anche se bisogna sopportare
per molti anni la vita mortale,
non è cosa indegna;
anche io ritornerei di nuovo,
benché sono esperto dei mali terreni
a ricominciare per raggiungere
le gioie dell'amore:
sebbene tra l'aridità della vita e tra i morsi delle vipere,
non sono arrivato fin a oggi tanto disperato
da non credere che il tuo bene non
potesse vincere le pene degli uomini.

Che meraviglioso mondo,
che straordinaria immensità,
che paradiso è quello là,
dove spesso il tuo stupendo incanto
mi pare che mi innalzi!
Dove io, perdendo il modo di vedere consueto,
vedo sotto una luce diversa il mio terreno stato,
e dimentico la dolorosa verità dell'esistenza!
Questi sono, credo, i sogni degli immortali.
Ma in ultimo, tu, o pensiero amoroso,
sei un sogno con il quale la realtà si fa bella;
tu, o pensiero amoroso, sei un sogno e
una erronea illusione. Ma tu sei di natura divina
tra e suadenti illusioni, perché essa è così viva e
forte, perché resiste alla realtà e spesso si
confonde con essa e non scompare che con la morte.

e tu, o pensiero mio,
che sei vitale ai miei giorni,
che sei motivo di gioia di infiniti affanni,
morirai con me spento dalla morte:
perché io sento da indizi chiari che tu
sei il mio signore per molti anni.
Il vero aspetto di altre donne
Mi infievoliva le altre mie dolci
Illusioni d'amore. Invece, quanto più ripenso a colei
Della quale io ragiono con te, o pensiero mio,
tanto più cresce il mio gran diletto.
Tanto più cresce il mio delirio.
Angelica bellezza!
Mi sembra che ogni bel viso,
dovunque io guardo,
sia una finta immagine che
voglia imitare il tuo bel volto.
Tu, o angelica bellezza, sei la
Sola fonte di ogni altra bellezza,
e mi sembra che tu sia la sola vera bellezza.

Da quando ti vidi per la prima volta,
tu non sei diventata l'unico scopo
i miei seri interessi?
Quanto tempo del giorno è trascorso,
che io non pensai a te?
Quante volte la tua sovrana immagine
Venne meno ai miei sogni?
Angelica immagine,
bella come un sogno,
sia sulla terra,
sia nelle alte vie dell'universo,
che spero altro più bello
che vedere i tuoi occhi,
che spero altro più dolce
che avere il tuo pensiero.

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MessaggioInviato: Mer Mag 16, 2007 3:29 pm    Oggetto:  "A se stesso" di Giacomo Leopardi.
Descrizione:
Rispondi citando

"A se stesso" di Giacomo Leopardi

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Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo
T'acqueta omai. Dispera
L'ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera
E l'infinita vanità del tutto.

(dai Canti)

***************

A se stesso è la quarta poesia appartenente a Il ciclo di Aspasia scritto probabilmente nel 1834 da Giacomo Leopardi ed è, certamente, la poesia più drammatica e più dolorosa di tutto il ciclo.

Il Leopardi vi esprime tutto l' intenso dolore che la passione per la bella Fanny Targioni Tozzetti gli ha procurato. È la poesia del non ritorno all'amore vissuto in prima persona. Di lì a poco partirà per Napoli, dove scriverà l'ultima poesia per la bella Fanny, con la quale chiude i conti definitivamente, per passare ad altri argomenti di grande respiro filosofico, ma non ardenti di passione e d'amore.

Il Leopardi si rivolge al suo cuore perché ferito mortalmente dalla fallimentare passione per la donna. E il poeta, in balia alla totale disperazione, coinvolge tutti il mondo e soprattutto il dio del Male che di nascosto domina il male della terra.

Questa poesia ha avuto valutazione diverse di critica, dal Carducci al Luporini, giudicata " specie di biglietto lasciato sul tavolo", a Monteverdi al Fubini, secondo i quali invece la poesia è una vera lirica del Leopardi e ne costituisce un importante momento di vita.

Nella poesia, breve ma intensa, il Leopardi sublima tutto il suo dolore nell ' "infinita vanità del tutto" . La poesia è contemporanea allo scritto "Ad Arimane" che ne completa lo spirito e attesta la profonda disperazione a cui era arrivato il poeta in quegli anni e a cui chiede una grazia: <<Se mai grazia fu chiesta ad Arimane, concedimi ch'io non passi il 7° lustro. Io sono stato, vivendo, il tuo maggiore predicatore, l'apostolo della tua religione. Ricompensami. Non ti chiedo nessuno d quelli che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che è creduto il massimo dei mali, la morte. (non ti chiedo ricchezze, non amore, sola causa degna di vivere) Non posso, non posso più della vita>>.

Purtroppo il poeta è stato esaudito perché morirà il 14 giugno del 1837 ad appena 39 anni, quindi quasi alla fine dell'8° lustro.

Parafrasi e costruzione della poesia "A se stesso"

Tu, stanco cuor mio, ora riposerai. L'ultima illusione , che io credevo eterna, è morta. Perì. Sento fortemente che non solo la speranza è spenta, ma anche il desiderio delle care illusioni è spento. Riposa per sempre. Assai Palpitasti. Nessuna cosa terrena Vale i tuoi sentimenti, i tuoi sogni, né la terra è degna dei tuoi sospiri. La vita, amara e noiosa, non è altro che nulla; e il mondo è fango. Fermati ora. Non sperare più. Il fato (il Dio del Male) ha donato agli uomini non altro che il morire. Ormai odia Te stesso, la natura, il brutto Potere il quale, invisibilmente, governa Il male a danno degli uomini E odia l'infinita vanità del tutto.

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MessaggioInviato: Mer Mag 16, 2007 3:43 pm    Oggetto:  Il Ciclo di Aspasia
Descrizione:
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Il Ciclo di Aspasia

Il ciclo di Aspasia è un gruppo di cinque poesie comprese nel libro dei Canti di Giacomo Leopardi e accomunati dalla comune origine: la struggente passione amorosa dell'autore per Fanny Ronchivecchi, sposata con il naturalista Antonio Targioni.

Esse rappresentano un periodo ben preciso della vita del poeta, dal 1830 al 1834-35 e descrivono tutto il processo del suo innamoramento, del suo amore, e le forti reazioni provocate dal comportamento di indifferenza o ambiguità dell'amata.

*****************

Indice [in questa pagina]

1 Il pensiero dominante
2 Amore e morte
3 Consalvo
4 A se stesso
5 Aspasia

*******************

Il pensiero dominante

La prima poesia, Il pensiero dominante esprime tutto il potere dell'amore che il poeta subisce alla maniera stilnovistica come dice U. Dotti.

*******************

Amore e morte

Muor giovare colui ch'al cielo è caro
Menandro

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
Ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
Altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dall'uno il bene,
Nasce il piacer maggiore
Che per lo mar dell'essere si trova;
L'altra ogni gran dolore,
Ogni gran male annulla.
Bellissima fanciulla,
Dolce a veder, non quale
La si dipinge la codarda geme,
Gode il fanciullo Amore
Accompagnar sovente;
E sorvolano insiem la via mortale,
Primi conforti d'ogni saggio core.
Nè cor fu mai più saggio
Che percosso d'amor, nè mai più forte
Sprezzò l'infausta vita,
Nè per altro signore
Come per questo a perigliar fu pronto:
Ch'ove tu porgi aita,
Amor, nasce il coraggio,
O si ridesta; e sapiente in opre,
Non in pensiero invan, siccome suole,
Divien l'umana prole.
Quando novellamente
Nasce nel cor profondo
Un amoroso affetto,
Languido e stanco insiem con esso in petto
Un desiderio di morir si sente:
Come, non so: ma tale
D'amor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
Allor questo deserto: a se la terra
Forse il mortale inabitabil fatta
Vede omai senza quella
Nova, sola, infinita
Felicità che il suo pensier figura:
Ma per cagion di lei grave procella
Presentendo in suo cor, brama quiete,
Brama raccorsi in porto
Dinanzi al fier disio,
Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.
Poi, quando tutto avvolge
La formidabil possa,
E fulmina nel cor l'invitta cura,
Quante volte implorata
Con desiderio intenso,
Morte, sei tu dall'affannoso amante!
Quante la sera, e quante
Abbandonando all'alba il corpo stanco,
Se beato chiamò s'indi giammai
Non rilevasse il fianco,
Nè tornasse a veder l'amara luce!
E spesso al suon della funebre squilla,
Al canto che conduce
La gente morta al sempiterno obblio,
Con più sospiri ardenti
Dall'imo petto invidiò colui
Che tra gli spenti ad abitar sen giva.
Fin la negletta plebe,
L'uom della villa, ignaro
D'ogni virtù che da saper deriva,
Fin la donzella timidetta e schiva,
Che già di morte al nome
Sentì rizzar le chiome,
Osa alla tomba, alle funeree bende
Fermar lo sguardo di costanza pieno,
Osa ferro e veleno
Meditar lungamente,
E nell'indotta mente
La gentilezza del morir comprende.
Tanto alla morte inclina
D'amor la disciplina. Anco sovente,
A tal venuto il gran travaglio interno
Che sostener nol può forza mortale,
O cede il corpo frale
Ai terribili moti, e in questa forma
Pel fraterno poter Morte prevale;
O così sprona Amor là nel profondo,
Che da se stessi il villanello ignaro,
La tenera donzella
Con la man violenta
Pongon le membra giovanili in terra
Ride ai lor casi il mondo,
A cui pace e vecchiezza il ciel consenta.
Ai fervidi, ai felici,
Agli animosi ingegni
L'uno o l'altro di voi conceda il fato ,
Dolci signori, amici
All'umana famiglia,
Al cui poter nessun poter somiglia
Nell'immenso universo, e non l'avanza,
Se non quella del fato, altra possanza
E tu, cui già dal cominciar degli anni
Sempre onorata invoco,
Bella Morte, pietosa
Tu sola al mondo dei terreni affanni,
Se celebrata mai
Fosti da me, s'al tuo divino stato
L'onte del volgo ingrato
Ricompensar tentai,
Non tardar più, t'inchina
A disusati preghi,
Chiudi alla luce omai
Questi occhi tristi, o dell'età reina.
Me certo troverai, qual si sia l'ora
Che tu le penne al mio pregar dispieghi,
Erta la fronte, armato,
E renitente al fato,
La man che flagellando si colora
Nel mio sangue innocente
Non ricolmar di lode,
Non benedir, com'usa
Per antica viltà l'umana gente;
Ogni vana speranza onde consola
Se coi fanciulli il mondo,
Ogni conforto stolto
Gittar da me; null'altro in alcun tempo
Sperar, se non te sola;
Solo aspettar sereno
Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto
Nel tuo virgineo seno.

Questa è la seconda poesia elabora l'idea che l'amore non sia l'unico signore ad aiutare gli uomini sulla terra, ma che operi anche sua sorella: la morte, bellissima donna che libera da ogni male.

********************

Consalvo

La terza poesia esprime il più grande desiderio del poeta verso Fanny e cioè il desiderio di ricevere da lei un bacio. Ma siccome il poeta non ha il coraggio di chiederglielo allora si nasconde sotto le spoglie di Consalvo e glielo dice immaginando di esser Consalvo in punta di morte e immagina pure che Elvira cioè Fanny gliene dà più di mille, che allevieranno il momento del trapasso.

********************

A se stesso

La quarta poesia il poeta in sedici intensi versi esprime la propria presa di coscienza che quell'amore da lui concepito è irrealizzabile e che quindi è necessario accettare la triste e dura realtà di ritornare ad essere e sentirsi di nuovo solo in questo universo, ma dice anche che la consapevolezza che la vita e l'universo intero dopo tutto non sono che "un'infinita vanità".

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Aspasia

La quinta ed ultima poesia esprime il congedo definitivo da Fanny, ancora viva e bella, ma ormai lontana da lui e dal suo cuore. E l'epilogo della poesia dice del cambiamento del poeta da uomo pieno di illusioni e di speranze nell'amore e nei suoi benefici a uomo neghittoso, indifferente, immobile e cinico a cui non resta altro che un sorriso cinico e beffardo con il quale andare avanti nell'esistenza tutto raccolto sulla "ferma sponda dell'intelletto" per non abbandonarsi allo sterile sconforto, ma ritrovare la forza di procedere nell'esistenza.

Aspasia (poesia)

Torna dinanzi al mio pensier talora
Il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo
Per abitati lochi a me lampeggia
In altri volti; o per deserti campi,
Al dì sereno, alle tacenti stelle,
Da soave armonia quasi ridesta,
Nell'alma a sgomentarsi ancor vicina
Quella superba vision risorge.
Quanto adorata, o numi, e quale un giorno
Mia delizia ed erinni! E mai non sento
Mover profumo di fiorita piaggia,
Nè di fiori olezzar vie cittadine,
Ch'io non ti vegga ancor qual eri il giorno
Che ne' vezzosi appartamenti accolta,
Tutti odorati de' novelli fiori
Di primavera, del color vestita
Della bruna viola, a me si offerse
L'angelica tua forma, inchino il fianco
Sovra nitide pelli, e circonfusa
D'arcana voluttà; quando tu, dotta
Allettatrice, fervidi sonanti
Baci scoccavi nelle curve labbra
De' tuoi bambini, il niveo collo intanto
Porgendo, e lor di tue cagioni ignari
Con la man leggiadrissima stringevi
Al seno ascoso e desiato. Apparve
Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio
Divino al pensier mio. Così nel fianco
Non punto inerme a viva forza impresse
Il tuo braccio lo stral, che poscia fitto
Ululando portai finch'a quel giorno
Si fu due volte ricondotto il sole.
Raggio divino al mio pensiero apparve,
Donna, la tua beltà. Simile effetto
Fan la bellezza e i musicali accordi,
Ch'alto mistero d'ignorati Elisi
Paion sovente rivelar. Vagheggia
Il piagato mortal quindi la figlia
Della sua mente, l'amorosa idea
Che gran parte d'Olimpo in se racchiude,
Tutta al volto ai costumi alla favella
Pari alla donna che il rapito amante
Vagheggiare ed amar confuso estima.
Or questa egli non già, ma quella, ancora
Nei corporali amplessi, inchina ed ama.
Alfin l'errore e gli scambiati oggetti
Conoscendo, s'adira; e spesso incolpa
La donna a torto. A quella eccelsa imago
Sorge di rado il femminile ingegno;
E ciò che inspira ai generosi amanti
La sua stessa beltà, donna non pensa,
Nè comprender potria. Non cape in quelle
Anguste fronti ugual concetto. E male
Al vivo sfolgorar di quegli sguardi
Spera l'uomo ingannato, e mal richiede
Sensi profondi, sconosciuti, e molto
Più che virili, in chi dell'uomo al tutto
Da natura è minor. Che se più molli
E più tenui le membra, essa la mente
Men capace e men forte anco riceve.
Nè tu finor giammai quel che tu stessa
Inspirasti alcun tempo al mio pensiero,
Potesti, Aspasia, immaginar. Non sai
Che smisurato amor, che affanni intensi,
Che indicibili moti e che deliri
Movesti in me; nè verrà tempo alcuno
Che tu l'intenda. In simil guisa ignora
Esecutor di musici concenti
Quel ch'ei con mano o con la voce adopra
In chi l'ascolta. Or quell'Aspasia è morta
Che tanto amai. Giace per sempre, oggetto
Della mia vita un dì: se non se quanto,
Pur come cara larva, ad ora ad ora
Tornar costuma e disparir. Tu vivi,
Bella non solo ancor, ma bella tanto,
Al parer mio, che tutte l'altre avanzi.
Pur quell'ardor che da te nacque è spento:
Perch'io te non amai, ma quella Diva
Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core.
Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque
Sua celeste beltà, ch'io, per insino
Già dal principio conoscente e chiaro
Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi,
Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi,
Cupido ti seguii finch'ella visse,
Ingannato non già, ma dal piacere
Di quella dolce somiglianza un lungo
Servaggio ed aspro a tollerar condotto.
Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola
Sei del tuo sesso a cui piegar sostenni
L'altero capo, a cui spontaneo porsi
L'indomito mio cor. Narra che prima,
E spero ultima certo, il ciglio mio
Supplichevol vedesti, a te dinanzi
Me timido, tremante (ardo in ridirlo
Di sdegno e di rossor), me di me privo
Ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto
Spiar sommessamente, a' tuoi superbi
Fastidi impallidir, brillare in volto
Ad un segno cortese, ad ogni sguardo
Mutar forma e color: Cadde l'incanto,
E spezzato con esso, a terra sparso
Il giogo: onde m'allegro. E sebben pieni
Di tedio, alfin dopo il servire e dopo
Un lungo vaneggiar, contento abbraccio
Senno con libertà. Che se d'affetti
Orba la vita, e di gentili errori,
È notte senza stelle a mezzo il verno,
Già del fato mortale a me bastante
E conforto e vendetta è che su l'erba
Qui neghittoso immobile giacendo,
Il mar la terra e il ciel miro e sorrido.

*******************

Parafrasi e costruzione diretta della poesia "Aspasia".

Il tuo volto torna talvolta nel mio pensiero, Aspasia. Ora lo rivedo, velocemente, in altri volti della città, ora esso mi è destato dall'armonia di un giorno sereno o dalle tacite stelle e la mia anima è pronta a tubarsi di nuovo. Quanta adorata è stata questa visione E un giorno è stata la mia delizia e il mio tormento. Un profumo che sento emanare dalla fiorita campagna, o che provenga alle vie della città mi fa ricordare il giorno nel quale io ti vidi tutta accolta nei tuoi appartamenti, odorosi di fiori appena colti, e tu vestita con una veste di colore bruno, con il fianco adagiato sopra un divano, tutta circondata di misteriosa voluttà, e tu, dotta allettatrice, intanto che baciavi i tuoi figli e che stingevi con le lue leggiadrissime mani al tuo seno coperto e desiderato, alzando il tuo bianco collo ti muovevi con un fare seduttivo e malizioso. Allora un nuovo cielo, una nuova terra, un raggio Divino apparve al mio pensiero, tanto che io Ferito dalla tua freccia d'amore mi innamorai di te. E portai questo amore infelice, ululando, da quel giorno ad oggi che fanno due anni.

La tua bellezza apparve al mio pensiero un raggio divino. La bellezza e l'armonia musicale hanno lo stesso effetto, e pare che vogliono svelare il profondo mistero e l'incantevole bellezza di sconosciti paradisi. Il giovane ferito e preso dall'amore, allora, insegne l'idea di bellezza che egli si crea nella mente. Un'idea di bellezza che racchiude la bellezza E la perfezione divina e il giovane amante Confronta l'idea di donna ideale con la donna reale; confonde i due oggetti.. E negli amplessi corporali e gli ama più la donna ideale che la donna reale. Confonde la donna reale con quella ideale E spesso s'adira e incolpa la donna amata. La donna non sa e non potrà mai capire Quale alta idea si fa il giovane dell'amore. Non la può capire perché un concetto così Alto non entra nella sua mente. E il giovane Cerca invano di scoprirlo nei suoi sguardi, o Nei suoi sentimenti o pensieri, che sono diversi Nelle donne che sono per natura inferiori. Esse cosi come ricevono dalla natura Delle membra più fragili ricevono anche Una mente meno capace e meno forte.

Tu, Aspasia, non puoi immaginare mai quello Quello che tu stessa hai fatto nascere nel mio pensiero. Tu non sai quale smisurato amore, quali affanni intensi, che indescrivibili sentimenti amorosi, quali deliri hai fatto scaturire in me. Allo stesso modo un direttore d'orchestra non sa Quali sono gli effetti che egli provoca in chi ascolta. Ora, però, l ' idea, che io amai tanto, di Aspasia è morta. È morta per sempre, e di tanto in tanto mi Suole ritornare e scomparire la sua sbiadita immagine. Tu, invece, Aspasia reale vivi e sei sempre tento bella Che superi tutte le altre. La passione che era nato per te è morto: perché io amai non te, ma l'idea della bellezza che ha ancora via nel mio cuore, mentre il mio cuore è diventato un sepolcro per te. Io adorai per molto tempo la tua ideale bellezza E mi piacque tanto seguirla che io, ben consapevole di te e delle tue arti e delle tue frodi e contemplando nei tuoi occhi i suoi begli occhi, ti ho seguito cupidamente finché l'idea di bellezza visse in me, e accettai di obbedire al tuo domino, aspro e lungo, non già per ingannato da te, ma per il dolce piacere che provavo nel vedere la dolce somiglianza tra lei e te.

Ora tu, Aspasia che vivi, ti puoi vantare perché lo puoi. Puoi dire che tu sei stata la sola del tuo sesso Alla quale io abbassai il mio fiero capo, alla quale io offrii il mio cuore indomito. Puoi dire che tu sei stata la prima e spero Che sarai anche l'ultima, che vedesti il mio sguardo Supplichevole, che vedesti me tremante, timido ( brucio di rabbia e di rossore nel dirlo) puoi dire che vedesti me fuori di me che spiavo sommessamente ogni tuo desiderio, ogni tua parola, ogni tuo atto, puoi dire che vedesti me impallidire ai tuoi superbi fastidi, vedesti me brillare nel volto ad ogni tuo atteggiamento benevolo, puoi dire che vedesti me mutare forma e colore ad ogni tuo sguardo. La suggestione del tuo amore e della mia passione È finita, così come è finito anche il dominio che mi Legava a te, della qual cosa me ne rallegro. E dopo il lungo servire e dopo il lungo vaneggiare, riacquisto contento il senno con la libertà, seppure essi siano pieno di tedio. Orbene se la vita, priva d'amore e di illusioni, è triste, vuota come una notte buia e senza stelle in pieno inverno, è tale sono io, ché sono rimasto solo, ma il conforto e la vendetta che io mi prendo del mio destino mortale consiste nel fatto che io sono divenuto indifferente ed immobile e mentre sto seduto qui guardo il mare, la terra il cielo, e sorrido, cioè sono diventa un cinico, e mi faccio una risata cinica cioè rido e me frego del mondo.


*****************

Aspasia è l'ultima grande lirica che il Leopardi scrisse in riferimento alla sua passione per la bella signora Fanny Targioni Tozzetti.

Si trova a Napoli ed è già passato più di un anno dal momento che ha lasciato Firenze e non l'aveva più rivista.

A Napoli il Leopardi incontra altri problemi, ma non dimentica la bella signora e i sogni e i sentimenti che il poeta provò per la bella signora. Ora a distanza di qualche anno il poeta si sente libero da lei e dalla passione che gli aveva bruciato l'anima.

In questa atmosfera più tranquilla il poeta ordina dentro di se la sua esperienza amorosa e gli da il giusto posto che gli compete.

Esce fuori tutto il rancore per un amore che si è autodistrutto da se stesso, esce il livore per una donna, la quale resto indifferente al poeta, il quale invece visse una esperienza unica ed irripetibile, ma esaltante dentro di sé. Fa venire in mente la favola della volpe e dell'uva, quando la volpe che voleva mangiar l'uva che pendeva dall'alto dei tralci ma che non riusciva a prendere disse che era acerba.

Così il poeta non potendo arrivare all'amore della donna disse che era una dotta allettatrice , cioè era soprattutto una adescatrice di uomini e non un'anima dolce e nobile incapace di capire il vero amore che il giovane poeta gli offriva in nome di una diversità come dice Ugo Dotti "una proposta d'amore per due anime diverse, aristocraticamente elevantisi sulla materialità de mondo".

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mer Mag 16, 2007 3:51 pm    Oggetto:  I CANTI LEOPARDIANI
Descrizione:
Rispondi citando

Sopra un basso rilievo...

Dove vai? chi ti chiama
Lunge dai cari tuoi,
Bellissima donzella?
Sola, peregrinando, il patrio tetto
Sì per tempo abbandoni? a queste soglie
Tornerai tu? farai tu lieti un giorno
Questi ch'oggi ti son piangendo intorno?
Asciutto il ciglio ed animosa in atto,
Ma pur mesta sei tu. Grata la via
O dispiacevol sia, tristo il ricetto
A cui movi o giocondo,
Da quel tuo grave aspetto
Mal s'indovina. Ahi ahi, nè già potria
Fermare io stesso in me, nè forse al mondo
S'intese ancor, se in disfavore al cielo
Se cara esser nomata,
Se misera tu debbi o fortunata.
Morte ti chiama; al cominciar del giorno
L'ultimo istante. Al nido onde ti parti,
Non tornerai. L'aspetto
De' tuoi dolci parenti
Lasci per sempre. Il loco
A cui movi, è sotterra:
Ivi fia d'ogni tempo il tuo soggiorno.
Forse beata sei; ma pur chi mira,
Seco pensando, al tuo destin, sospira.
Mai non veder la luce
Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo
Che reina bellezza si dispiega
Nelle membra e nel volto,
Ed incomincia il mondo
Verso lei di lontano ad atterrarsi;
In sul fiorir d'ogni speranza, e molto
Prima che incontro alla festosa fronte
I lúgubri suoi lampi il ver baleni;
Come vapore in nuvoletta accolto
Sotto forme fugaci all'orizzonte,
Dileguarsi così quasi non sorta,
E cangiar con gli oscuri
Silenzi della tomba i dì futuri,
Questo se all'intelletto
Appar felice, invade
D'alta pietade ai più costanti il petto.
Madre temuta e pianta
Dal nascer già dell'animal famiglia,
Natura, illaudabil maraviglia,
Che per uccider partorisci e nutri,
Se danno è del mortale
Immaturo perir, come il consenti
In quei capi innocenti?
Se ben, perchè funesta,
Perchè sovra ogni male,
A chi si parte, a chi rimane in vita,
Inconsolabil fai tal dipartita?
Misera ovunque miri,
Misera onde si volga, ove ricorra,
Questa sensibil prole!
Piacqueti che delusa
Fosse ancor dalla vita
La speme giovanil; piena d' affanni
L'onda degli anni; ai mali unico schermo
La morte; e questa inevitabil segno,
Questa, immutata legge
Ponesti all'uman corso. Ahi perchè dopo
Le travagliose strade, almen la meta
Non ci prescriver lieta? anzi colei
Che per certo futura
Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,
Colei che i nostri danni
Ebber solo conforto,
Velar di neri panni,
Cinger d'ombra sì trista,
E spaventoso in vista
Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?
Già se sventura è questo
Morir che tu destini
A tutti noi che senza colpa, ignari,
Nè volontari al vivere abbandoni,
Certo ha chi more invidiabil sorte
A colui che la morte
Sente de' cari suoi. Che se nel vero,
Com'io per fermo estimo,
Il vivere è sventura,
Grazia il morir, chi però mai potrebbe,
Quel che pur si dovrebbe,
Desiar de' suoi cari il giorno estremo,
Per dover egli scemo
Rimaner di se stesso,
Veder d'in su la soglia levar via
La diletta persona
Con chi passato avrà molt'anni insieme,
E dire a quella addio senz'altra speme
Di riscontrarla ancora
Per la mondana via;
Poi solitario abbandonato in terra,
Guardando attorno, all'ore ai lochi usati
Rimemorar la scorsa compagnia?
Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre
Di strappar dalle braccia
All'amico l'amico,
Al fratello il fratello,
La prole al genitore,
All'amante l'amore: e l'uno estinto,
L'altro in vita serbar? Come potesti
Far necessario in noi
Tanto dolor, che sopravviva amando
Al mortale il mortal? Ma da natura
Altro negli atti suoi
Che nostro male o nostro ben si cura.

*********************

Sopra il ritratto...

Tal fosti: or qui sotterra
Polve e scheletro sei. Su l'ossa e il fango
Immobilmente collocato invano,
Muto, mirando dell'etadi il volo,
Sta, di memoria solo
E di dolor custode, il simulacro
Della scorsa beltà. Quel dolce sguardo,
Che tremar fe, se, come or sembra, immoto
In altrui s'affisò; quel labbro, ond'alto
Par, come d'urna piena,
Traboccare il piacer; quel collo, cinto
Già di desio; quell'amorosa mano,
Che spesso, ove fu porta,
Sentì gelida far la man che strinse;
E il seno, onde la gente
Visibilmente di pallor si tinse,
Furo alcun tempo: or fango
Ed ossa sei: la vista
Vituperosa e trista un sasso asconde.
Così riduce il fato
Qual sembianza fra noi parve più viva
Immagine del ciel. Misterio eterno
Dell'esser nostro. Oggi d'eccelsi, immensi
Pensieri e sensi inenarrabil fonte,
Beltà grandeggia, e pare,
Quale splendor vibrato
Da natura immortal su queste arene,
Di sovrumani fati,
Di fortunati regni e d'aurei mondi
Segno e sicura spene
Dare al mortale stato:
Diman, per lieve forza,
Sozzo a vedere, abominoso, abbietto
Divien quel che fu dianzi
Quasi angelico aspetto.
E dalle menti insieme
Quel che da lui moveva
Ammirabil concetto. si dilegua.
Desiderii infiniti
E visioni altere
Crea nel vago pensiere,
Per natural virtù, dotto concento;
Onde per mar delizioso, arcano
Erra lo spirto umano,
Quasi come a diporto
Ardito notator per l'Oceano:
Ma se un discorde accento
Fere l'orecchio, in nulla
Torna quel paradiso in un momento.
Natura umana, or come,
Se frale in tutto e vile,
Se polve ed ombra sei, tant'alto senti?
Se in parte anco gentile,
Come i più degni tuoi moti e pensieri
Son così di leggeri
Da sì basse cagioni e desti e spenti?

********************

Palinodia del Marchese Gino Capponi

"Il sempre sospirar nulla rileva."
-Petrarca-

Errai, candido Gino; assai gran tempo,
E di gran lunga errai. Misera e vana
Stimai la vita, e sovra l'altre insulsa
La stagion ch`or si volge. Intolleranda
Parve, e fu, la mia lingua alla beata
Prole mortal, se dir si dee mortale
L'uomo, o si può. Fra maraviglia e sdegno.
Dall'Eden odorato in cui soggiorna,
Rise l'alta progenie, e me negletto
Disse, o mal venturoso, e di piaceri
O incapace o inesperto, il proprio fato
Creder comune, e del mio mal consorte
L'umana specie. Alfin per entro il fumo
De' sígari onorato, al romorio
De' crepitanti pasticcini, al grido
Militar, di gelati e di bevande
Ordinator, fra le percosse tazze
E i branditi cucchiai, viva rifulse
Agli occhi miei la giornaliera luce
Delle gazzette. Riconobbi e vidi
La pubblica letizia, e le dolcezze
Del destino mortal. Vidi l'eccelso
Stato e il valor delle terrene cose,
E tutto fiori il corso umano, e vidi
Come nulla quaggiù dispiace e dura.
Nè men conobbi ancor gli studi e l'opre
Stupende, e il senno, e le virtudi, e l'alto
Saver del secol mio. Nè vidi meno
Da Marrocco al Catai, dall'Orse al Nilo,
E da Boston a Goa, correr dell'alma
Felicità su l'orme a gara ansando
Regni, imperi e ducati; e già tenerla
O per le chiome fluttuanti, o certo
Per l'estremo del boa. Così vedendo,
E meditando sovra i larghi fogli
Profondamente, del mio grave, antico
Errore, e di me stesso, ebbi vergogna.
Aureo secolo omai volgono, o Gino,
I fusi delle Parche. Ogni giornale,
Gener vario di lingue e di colonne,
Da tutti i lidi lo promette al mondo
Concordemente. Universale amore,
Ferrate vie, moltiplici commerci,
Vapor, tipi e choléra i più divisi
Popoli e climi stringeranno insieme:
Nè maraviglia fia se pino o quercia
Suderà latte e mele, o s'anco al suono
D'un walser danzerà. Tanto la possa
Infin qui de' lambicchi e delle storte,
E le macchine al cielo emulatrici
Crebbero, e tanto cresceranno al tempo
Che seguirà; poichè di meglio in meglio
Senza fin vola e volerà mai sempre
Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.
Ghiande non ciberà certo la terra
Però, se fame non la sforza: il duro
Ferro non deporrà. Ben molte volte
Argento ed or disprezzerà, contenta
A polizze di cambio. E già dal caro
Sangue de' suoi non asterrà la mano
La generosa stirpe: anzi coverte
Fien di stragi l'Europa e l'altra riva
Dell'atlantico mar, fresca nutrice
Di pura civiltà, sempre che spinga
Contrarie in campo le fraterne schiere
Di pepe o di cannella o d'altro aroma
Fatal cagione, o di melate canne,
O cagion qual si sia ch' ad auro torni.
Valor vero e virtù, modestia e fede
E di giustizia amor, sempre in qualunque
Pubblico stato, alieni in tutto e lungi
Da' comuni negozi, ovvero in tutto
Sfortunati saranno, afflitti e vinti:
Perchè diè lor natura, in ogni tempo
Starsene in fondo. Ardir protervo e frode,
Con mediocrità, regneran sempre,
A galleggiar sortiti. Imperio e forze,
Quanto più vogli o cumulate o sparse,
Abuserà chiunque avralle, e sotto
Qualunque nome. Questa legge in pria
Scrisser natura e il fato in adamante;
E co' fulmini suoi Volta nè Davy
Lei non cancellerà, non Anglia tutta
Con le macchine sue, nè con un Gange
Di politici scritti il secol novo.
Sempre il buono in tristezza, il vile in festa
Sempre e il ribaldo: incontro all'alme eccelse
In arme tutti congiurati i mondi
Fieno in perpetuo: al vero onor seguaci
Calunnia, odio e livor: cibo de' forti
Il debole, cultor de' ricchi e servo
Il digiuno mendico, in ogni forma
Di comun reggimento, o presso o lungi
Sien l'eclittica o i poli, eternamente
Sarà, se al gener nostro il proprio albergo
E la face del dì non vengon meno.
Queste lievi reliquie e questi segni
Delle passate età, forza è che impressi
Porti quella che sorge età dell'oro:
Perchè mille discordi e repugnanti
L'umana compagnia principii e parti
Ha per natura; e por quegli odii in pace
Non valser gl'intelletti e le possanze
Degli uomini giammai, dal dì che nacque
L'inclita schiatta, e non varrà, quantunque
Saggio sia nè possente, al secol nostro
Patto alcuno o giornal. Ma nelle cose
Più gravi, intera, e non veduta innanzi,
Fia la mortal felicità. Più molli
Di giorno in giorno diverran le vesti
O di lana o di seta. I rozzi panni
Lasciando a prova agricoltori e fabbri,
Chiuderanno in coton la scabra pelle,
E di castoro copriran le schiene.
Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri
Certamente a veder, tappeti e coltri,
Seggiole, canapè, sgabelli e mense,
Letti, ed ogni altro arnese, adorneranno
Di lor menstrua beltà gli appartamenti;
E nove forme di paiuoli, e nove
Pentole ammirerà l'arsa cucina.
Da Parigi a Calais, di quivi a Londra,
Da Londra a Liverpool, rapido tanto
Sarà, quant'altri immaginar non osa,
Il cammino, anzi il volo: e sotto l'ampie
Vie del Tamigi fia dischiuso il varco,
Opra ardita, immortal, ch'esser dischiuso
Dovea, già son molt'anni. Illuminate
Meglio ch'or son, benchè sicure al pari,
Nottetempo saran le vie men trite
Delle città sovrane, e talor forse
Di suddita città le vie maggiori.
Tali dolcezze e sì beata sorte
Alla prole vegnente il ciel destina.
Fortunati color che mentre io scrivo
Miagolanti in su le braccia accoglie
La levatrice! a cui veder s'aspetta
Quei sospirati dì, quando per lunghi
Studi fia noto, e imprenderà col latte
Dalla cara nutrice ogni fanciullo,
Quanto peso di sal, quanto di carni,
E quante moggia di farina inghiotta
Il patrio borgo in ciascun mese; e quanti
In ciascun anno partoriti e morti
Scriva il vecchio prior: quando, per opra
Di possente vapore, a milioni
Impresse in un secondo, il piano e il poggio,
E credo anco del mar gl' immensi tratti,
Come d'aeree gru stuol che repente
Alle late campagne il giorno involi,
Copriran le gazzette, anima e vita
Dell'universo, e di savere a questa
Ed alle età venture unica fonte!
Quale un fanciullo, con assidua cura
Di fogliolini e di fuscelli, in forma
O di tempio o di torre o di palazzo,
Un edificio innalza; e come prima
Fornito il mira, ad atterrarlo è volto,
Perchè gli stessi a lui fuscelli e fogli
Per novo lavorio son di mestieri;
Così natura ogni opra sua, quantunque
D'alto artificio a contemplar, non prima
Vede perfetta, ch'a disfarla imprende,
Le parti sciolte dispensando altrove.
E indarno a preservar se stesso ed altro
Dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa
Eternamente, il mortal seme accorre
Mille virtudi oprando in mille guise
Con dotta man: che, d'ogni sforzo in onta,
La natura crudel, fanciullo invitto,
Il suo capriccio adempie, e senza posa
Distruggendo e formando si trastulla.
Indi varia, infinita una famiglia
Di mali immedicabili e di pene
Preme il fragil mortale, a perir fatto
Irreparabilmente: indi una forza
Ostil, distruggitrice, e dentro il fere
E di fuor da ogni lato, assidua, intenta
Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca,
Essa indefatigata; insin ch'ei giace
Alfin dall'empia madre oppresso e spento.
Queste, o spirto gentil, miserie estreme
Dello stato mortal; vecchiezza e morte,
Ch'han principio d'allor che il labbro infante
Preme il tenero sen che vita instilla;
Emendar, mi cred'io, non può la lieta
Nonadecima età più che potesse
La decima o la nona, e non potranno
Più di questa giammai l'età future.
Però, se nominar lice talvolta
Con proprio nome il ver, non altro in somma
Fuor che infelice, in qualsivoglia tempo,
E non pur ne' civili ordini e modi,
Ma della vita in tutte l'altre parti,
Per essenza insanabile, e per legge
Universal, che terra e cielo abbraccia,
Ogni nato sarà. Ma novo e quasi
Divin consiglio ritrovàr gli eccelsi
Spirti del secol mio: che, non potendo
Felice in terra far persona alcuna,
L'uomo obbliando, a ricercar si diero
Una comun felicitade; e quella
Trovata agevolmente, essi di molti
Tristi e miseri tutti, un popol fanno
Lieto e felice: e tal portento, ancora
Da pamphlets, da riviste e da gazzette
Non dichiarato, il civil gregge ammira.
Oh menti, oh senno, oh sovrumano acume
Dell'età ch'or si volge! E che sicuro
Filosofar, che sapienza, o Gino,
In più sublimi ancora e più riposti
Subbietti insegna ai secoli futuri
Il mio secolo e tuo! Con che costanza
Quel che ieri schernì, prosteso adora
Oggi, e domani abbatterà, per girne
Raccozzando i rottami, e per riporlo
Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente!
Quanto estimar si dee, che fede inspira
Del secol che si volge, anzi dell'anno,
Il concorde sentir! con quanta cura
Convienci a quel dell'anno, al qual difforme
Fia quel dell'altro appresso, il sentir nostro
Comparando, fuggir che mai d'un punto
Non sien diversi! E di che tratto innanzi,
Se al moderno si opponga il tempo antico,
Filosofando il saper nostro è scorso!
Un già de' tuoi, lodato Gino; un franco
Di poetar maestro, anzi di tutte
Scienze ed arti e facoltadi umane,
E menti che fur mai, sono e saranno,
Dottore, emendator, lascia, mi disse,
I propri affetti tuoi. Di lor non cura
Questa virile età, volta ai severi
Economici studi, e intenta il ciglio
Nelle pubbliche cose. Il proprio petto
Esplorar che ti val? Materia al canto
Non cercar dentro te. Canta i bisogni
Del secol nostro, e la matura speme.
Memorande sentenze! ond'io solenni
Le risa alzai quando sonava il nome
Della speranza al mio profano orecchio
Quasi comica voce, o come un suono
Di lingua che dal latte si scompagni.
Or torno addietro, ed al passato un corso
Contrario imprendo, per non dubbi esempi
Chiaro oggimai ch'al secol proprio vuolsi,
Non contraddir, non repugnar, se lode
Cerchi e fama appo lui, ma fedelmente
Adulando ubbidir: così per breve
Ed agiato cammin vassi alle stelle.
Ond'io, degli astri desioso, al canto
Del secolo i bisogni omai non penso
Materia far; che a quelli, ognor crescendo,
Provveggono i mercati e le officine
Già largamente; ma la speme io certo
Dirò, la speme, onde visibil pegno
Già concedon gli Dei; già, della nova
Felicità principio, ostenta il labbro
De' giovani, e la guancia, enorme il pelo.
O salve, o segno salutare, o prima
Luce della famosa età che sorge.
Mira dinanzi a te come s'allegra
La terra e il ciel, come sfavilla il guardo
Delle donzelle, e per conviti e feste
Qual de' barbati eroi fama già vola.
Cresci, cresci alla patria, o maschia certo
Moderna prole. All'ombra de' tuoi velli
Italia crescerà, crescerà tutta
Dalle foci del Tago all' Ellesponto
Europa, e il mondo poserà sicuro.
E tu comincia a salutar col riso
Gl'ispidi genitori, o prole infante,
Eletta agli aurei dì: nè ti spauri
L'innocuo nereggiar de' cari aspetti.
Ridi, o tenera prole: a te serbato
È di cotanto favellare il frutto;
Veder gioia regnar, cittadi e ville,
Vecchiezza e gioventù del par contente,
E le barbe ondeggiar lunghe due spanne.

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Monia Di Biagio

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SCRITTURALI


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Monia Di Biagio is offline 

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Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Mer Mag 16, 2007 3:56 pm    Oggetto:  I CANTI LEOPARDIANI
Descrizione:
Rispondi citando

Il tramonto della luna

Quale in notte solinga,
Sovra campagne inargentate ed acque,
Là 've zefiro aleggia,
E mille vaghi aspetti
E ingannevoli obbietti
Fingon l'ombre lontane
Infra l'onde tranquille
E rami e siepi e collinette e ville;
Giunta al confin del cielo,
Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
Nell'infinito seno
Scende la luna; e si scolora il mondo;
Spariscon l'ombre, ed una
Oscurità la valle e il monte imbruna;
Orba la notte resta,
E cantando, con mesta melodia,
L'estremo albor della fuggente luce,
Che dianzi gli fu duce,
Saluta il carrettier dalla sua via;
Tal si dilegua, e tale
Lascia l'età mortale
La giovinezza. In fuga
Van l'ombre e le sembianze
Dei dilettosi inganni; e vengon meno
Le lontane speranze,
Ove s'appoggia la mortal natura.
Abbandonata, oscura
Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
Cerca il confuso viatore invano
Del cammin lungo che avanzar si sente
Meta o ragione; e vede
Che a se l'umana sede,
Esso a lei veramente è fatto estrano.
Troppo felice e lieta
Nostra misera sorte
Parve lassù, se il giovanile stato,
Dove ogni ben di mille pene è frutto,
Durasse tutto della vita il corso.
Troppo mite decreto
Quel che sentenzia ogni animale a morte,
S'anco mezza la via
Lor non si desse in pria
Della terribil morte assai più dura.
D'intelletti immortali
Degno trovato, estremo
Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
La vecchiezza, ove fosse
Incolume il desio, la speme estinta,
Secche le fonti del piacer, le pene
Maggiori sempre, e non più dato il bene.
Voi, collinette e piagge,
Caduto lo splendor che all'occidente
Inargentava della notte il velo,
Orfane ancor gran tempo
Non resterete; che dall'altra parte
Tosto vedrete il cielo
Imbiancar novamente, e sorger l'alba:
Alla qual poscia seguitando il sole,
E folgorando intorno
Con sue fiamme possenti,
Di lucidi torrenti
Inonderà con voi gli eterei campi.
Ma la vita mortal, poi che la bella
Giovinezza spari, non si colora
D'altra luce giammai, nè d'altra aurora.
Vedova è insino al fine; ed alla notte
Che l'altre etadi oscura,
Segno poser gli Dei la sepoltura.

**********************

La ginestra

"E gli uomini vollero piuttosto
le tenebre che la luce"


Giovanni, III,19

Qui su l'arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null'altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De' tuoi steli abbellir l'erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de' mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d'afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell'impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s'annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d'armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de' potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l'altero monte
Dall'ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d'esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
È il gener nostro in cura
All'amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell'uman seme,
Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell'umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.
Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch'a ludibrio talora
T'abbian fra se. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch'io sappia che obblio
Preme chi troppo all'età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell'aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che se schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell'alma generoso ed alto,
Non chiama se nè stima
Ricco d'or nè gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma se di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando. apertamente. e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest'orbe, promettendo in terra
A popoli che un'onda
Di mar commosso, un fiato
D'aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì, che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s'ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra se nel soffrir, nè gli odii e l'ire
Fraterne, ancor più gravi
D'ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l'uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de' mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L'umana compagnia,
Tutti fra se confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell'uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così qual fora in campo
Cinto d'oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl'inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell'orror che primo
Contra l'empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l'onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch'ha in error la sede.
Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vóto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch'a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L'uomo non pur, ma questo
Globo ove l'uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz'alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell'uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell'universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m'assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.
Come d'arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz'altra forza atterra,
D'un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l'opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l'assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d'alto piombando,
Dall'utero tonante
Scagliata al ciel profondo,
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli,
O pel montano fianco
Furiosa tra l'erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d'infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l'estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell'uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell'altra è la strage,
Non avvien ciò d'altronde
Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.
Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall'ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell'ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall'inesausto grembo
Su l'arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l'acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontan l'usato
Suo nido, e il picciol campo
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente,
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l'antica obblivion l'estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all'aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell'orror della secreta notte
Per li vacui teatri,
Per li templi deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per vóti palagi atra s'aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l'ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.
E tu, lenta ginestra
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l'avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell'uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

*********************

Imitazione

Lungi dal propio ramo,
Povera foglia frale,
Dove vai tu? Dal faggio
Là dov'io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando, a volo
Dal bosco alla campagna,
Dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
Vo pellegrina, e tutto l'altro ignoro.
Vo dove ogni altra cosa,
Dove naturalmente
Va la foglia di rosa,
E la foglia d'alloro.

****************

Scherzo

Quando fanciullo io venni
A pormi con le Muse in disciplina
L'una di quelle mi pigliò per mano;
E poi tutto quel giorno
La mi condusse intorno
A veder l'officina.
Mostrommi a parte a parte
Gli strumenti dell'arte,
E i servigi diversi
A che ciascun di loro
S'adopra nel lavoro
Delle prose e de' versi.
Io mirava, e chiedea:
Musa, la lima ov'è? Disse la Dea:
La lima è consumata; or facciam senza.
Ed io, ma di rifarla
Non vi cal, soggiungea, quand'ella è stanca?
Rispose: hassi a rifar, ma il tempo manca.

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