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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA: LA PIROGA LIGNEA.
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MessaggioInviato: Sab Mag 26, 2007 12:17 pm    Oggetto:  ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA: LA PIROGA LIGNEA.
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ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA: LA PIROGA LIGNEA.

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-PREMESSA:

Numerosi, in questi ultimi anni, sono stati i ritrovamenti di queste Piroghe Lignee Monossili, in ogni bacino acquifero o corso fluviale italiano...E se ancora oggi gli Italiani vengono definiti come "Popolo di Navigatori", la domanda sorge spontanea: chi erano coloro, nostri antenati, che ci hanno preceduto? Da dove arrivavano grazie alla navigazione su queste imbarcazioni, retrodatabili al Neolitico?

Su questo argomento sto scrivendo anche un nuovo romanzo, dal titolo: "Un tuffo nel passato"....Libro che che a fine lavori, sempre se vi farà piacere leggerlo, naturalmente pubblicherò anche qui su Scritturalia.

Intanto, come precedentemente promesso, inserisco qui su "Archeologia" lo straordinario fatto e ritrovamento storico, che mi ha entusiasmata ed inspirata nello scrivere questa mia nuova storia e questa mia nuova "missione (o fatica qualsivoglia) letteraria".

Seguiranno una serie di articoli, scientifici e storici, sul ritrovamento di queste imbarcazioni: Piroghe Monossili Lignee di età Neolitica, su Territorio Nazionale, per giungere così più consapevoli e meglio preparati, circa il nostro argomentare, all' "Archeologia Subacquea nel Lago di Bolsena".


***********

-Lago di Bracciano (prima) Lago di Bolsena (poi)-

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Anguillara, Lago di Bracciano, gli scavi in Località Marmotta.

L'esistenza di queste imbarcazioni è chiaramente documentata nel Villaggio della Marmotta (Lago di Bracciano) sia dal rinvenimento di una grande piroga che dalla scoperta di svariati modellini di imbarcazioni in ceramica conservati all'interno delle capanne.

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In un settore del villaggio vicinissimo all'antica sponda lacustre, settore con molta probabilità adibito a cantiere navale, è stata trovata in corso di lavorazione una grande piroga rialzata sul fianco sinistro da due spessi pali sovrapposti, inseriti in senso longitudinale sotto il suo fondo. Ricavata da un tronco di quercia, è lunga 10,5 m circa e mostra una forma leggermente rastremata verso prua. L'esterno era completamente scortecciato; il fondo, appiattito, nella parte prodiera era stato sagomato in modo da formare una sorta di chiglia. All'interno sono ben visibili le tracce di lavorazione lasciate dalle asce in pietra levigata e dagli strumenti litici. Ad intervalli regolari erano stati risparmiati sul fondo quattro madieri trasversali, a sezione irregolarmente quadrangolare, con la funzione di rinforzare e stabilizzare l'imbarcazione e renderne quindi più sicura la navigazione. Nell'interno della piroga erano inoltre adagiati tre grandi manufatti lignei, realizzati anch'essi con grande sapienza navale per permettere una migliore tenuta e navigabilità dello scafo. In termini di cronologia assoluta calibrata la piroga è databile intorno al 5500 a.C.

-LO SCAVO ARCHEOLOGICO DELLA "MARMOTTA"-

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Sul fondo del lago giace la Piroga.

Il lago di Bracciano fin dalla primavera 1989 aveva svelato siti archeologici di sponda attribuibili soltanto all'età del Bronzo e alla prima età del Ferro.

Solo nell' aprile del 1989, durante i controlli quotidiani in località "La Marmotta" dei lavori di scasso condotti sul fondale del lago per conto dell'Azienda Comunale Elettricità ed Acque di Roma, finalizzati alla posa in acqua delle condotte di un nuovo acquedotto, a circa 360 m. dalla riva fu messo in luce un deposito archeologico neolitico, ricco sia di pali e tavolati lignei che di materiali ceramici.

Al di sotto delle alghe e del sottostante strato sterile erano apparsi i resti di un villaggio con reperti attribuibili ad epoca neolitica.

Furono immediatamente condotti dei sondaggi, fu effettuato il recupero dei materiali sconvolti dallo scasso operato dalla draga, e si procedette al rilievo e allo scavo del settore di trincea, ancora intatto, che doveva essere interessato dalla posa in opera delle condotte.

Dal 1992 nel villaggio sommerso della Marmotta si sono susseguite annualmente sistematiche campagne di ricerche e scavi condotte dalla Soprintendenza Speciale al MUSEO NAZIONALE PREISTORICO ETNOGRAFICO "L. PIGORINI" nell'ambito di una di queste campagne, nell'estate del 1994, in una zona dell'abitato neolitico prossimo all'antica riva fu scoperta la grande Piroga lignea monossile, esposta al pubblico nella sede del Museo.

Sulla base sia delle datazioni al C14 che delle caratteristiche della sua cultura materiale, il villaggio della Marmotta può essere considerato il più antico insediamento del Neolitico dell'Europa occidentale; esso permette di collocare l'inizio del fenomeno dell'occupazione delle rive lacustri già nella prima metà del VI millennio a.C.

Le numerose cariossidi carbonizzate di cereali trovate nel villaggio testimoniano l'esistenza di una vasta economia agricola. Tra le specie coltivate sono presenti delle leguminose; ai prodotti dell'agricoltura si aggiungeva poi l'utilizzo di altre specie, quali il Nocciolo, la Quercia, la Fragola, le More, il Fico, il Sambuco, la Vite selvatica, ecc.

Molte sono le macine ed i macinelli litici rinvenuti. L'allevamento misto è testimoniato da resti di ovicaprini, suini e bovini, mentre l'attività di caccia da resti di caprioli, cervi, cinghiali, lepri e tassi. I suini e gli ovicaprini per lo più erano uccisi giovani, mentre per i bovini è stato notato lo sfruttamento di animali adulti, forse ricollegabile ad un loro uso come forza-lavoro.

La comunità della Marmotta fabbricava una grande quantità di ceramiche dalle forme, dimensioni e funzioni più svariate e molti strumenti in selce, ossidiana, pietra levigata, osso e corno.

Per decorare la ceramica era comune l'uso sia di motivi caratteristici dell'area medio tirrenica - quali le impressioni cardiali e le incisioni lineari -che di motivi, quali la pittura o le "unghiate" o il "pizzicato", generalmente ritenuti propri di culture dell'Italia meridionale.

La facies della Marmotta, ben caratterizzata dalla presenza di ceramica decorata ora con impressioni, anche cardiali, ora con incisioni lineari, ora con motivi dipinti, si inserisce bene nell'ambito delle varie fasi sia della "Ceramica Impressa" dell'area tirrenica e dell'Italia meridionale, che della più antica "Ceramica Dipinta" meridionale. Essa precede i complessi tosco-umbro-laziali con ceramica decorata a motivi lineari incisi negli stili "del Sasso" e "di Sarteano" e, nel suo momento più antico, la facies tiberina con ceramica dipinta nello stile di "Monte Venere"; anche nell'area adriatica il diffondersi sia della "Ceramica Impressa" che delle ceramiche dipinte nello "stile di Catignano" è successivo allo sviluppo della facies culturale della Marmotta.

Nel corso delle prime due campagne di scavo sono stati prelevati campioni relativi a 930 pali; fra questi è stata condotta l'indagine dendrocronologica sui soli campioni in legno di quercia (rappresentano il 63% del totale dei campioni Quercus sp. sez. Robur), che prelevati.

Dallo studio della curva dendrocronologica sinora elaborata si possono dedurre l'esistenza di più fasi e sottofasi costruttive, separate sia da pochi anni che da qualche decennio: tra la prima e l'ultima fase individuata intercorre un periodo di più di 100 anni.

La fase più antica mostra una durata di circa 30 anni; un secondo periodo di riedificazione è identificabile dopo circa 20 anni; un'ultima fase di ricostruzione in questa stessa area del villaggio è collocabile dopo un periodo di circa 50 anni.

-I MODELIINI FITTILI-

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I modellini fittili - che potrebbero con molta verosimiglianza essere collegati a pratiche di culto, per svolgere ad esempio cerimonie comportanti offerte rituali, o addirittura correlabili a simboli totemici - sono nel loro genere i più antichi sinora rinvenuti in Europa : essi attestano inoltre l'uso di imbarcazioni più complesse delle semplici zattere o delle piroghe monossili, di un tipo sino ad oggi non documentato nel Neolitico del Mediterraneo .

Uno di questi modellini in particolare, con le sue due estremità rialzate, i fianchi ricurvi ed i bordi leggermente rientrati, potrebbe essere la rappresentazione di un'imbarcazione realizzata con pelle e rami di canne; un altro invece, munito alle estremità di un'ansa verticale ad anello, ci può ricordare un contenitore di liquidi e suggerirci quindi un suo uso sacrale per libagioni.

( Contenuti storici tratti da
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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Sab Mag 26, 2007 2:12 pm, modificato 5 volte in totale
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MessaggioInviato: Sab Mag 26, 2007 12:17 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Sab Mag 26, 2007 12:24 pm    Oggetto:  RITROVAMENTO & RESTAURO
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RITROVAMENTO & RESTAURO

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Un manufatto in legno, quando rimane in acqua molto a lungo, s'impregna di acqua e affonda; se esso non viene ricoperto da strati di sedimenti, subisce erosione da parte delle correnti subacquee ed un attacco organico da parte di microrganismi, alghe, ecc.

In tali condizioni è molto difficile che un reperto, come la piroga, si conservi per migliaia di anni. Se invece l'oggetto di legno viene ricoperto da uno strato di sedimenti, la sua struttura si conserva; le fibre non perdono la forma originaria perché s'impregnano d'acqua che si sostituisce ai componenti deteriorabili (resine, sali, cellulosa) presenti nel legno.

Al momento dell'estrazione dall'acqua un manufatto di legno corre i maggiori rischi; se non si interviene prontamente l'acqua che lo compone, spesso per più del 90%, evapora velocemente causando una fortissima perdita di volume e quindi una deformazione o addirittura una perdita della forma originaria.

Il legno, in queste condizioni, costituisce un perfetto terreno per la nascita di funghi, muffe ed altri parassiti che, nel giro di poco tempo, possono ridurre l'oggetto ad una massa fragile e deforme: per ovviare a questi problemi, l'oggetto di legno viene chiuso in sacchi di plastica con acqua o comunque tenuto sempre bagnato in presenza di un alghicida.

La piroga della Marmotta, nel periodo intercorso tra il recupero dal lago di Bracciano e la sua sistemazione nella vasca dove ora giace, è sempre stata mantenuta bagnata da un impianto di irrigazione automatica ad acqua nebulizzata e alghicida.Per poter conservare la piroga è necessario sostituire l'acqua contenuta nelle fibre con un materiale inerte, stabile, a temperatura ambiente e, per quanto possibile, reversibile.

In molti anni di esperienza si è dimostrato ottimo il Glicole Polietilenico (PEG), polimero sintetico le cui caratteristiche si avvicinano molto a quelle richieste.

Il PEG è solubile in acqua, in percentuali che variano a seconda della temperatura.

L'impregnazione del legno avviene attraverso varie fasi, durante le quali, con processo osmotico, il PEG si sostituisce gradatamente all'acqua contenuta nel legno immerso, per tutta la durata del procedimento, in una vasca dotata di un impianto di ricircolo delle soluzioni.

L'impianto è costituito in modo da poter tenere sotto controllo i flussi della soluzione acqua-PEG, controllarne e variarne la temperatura; nell'impianto costruito per la piroga è stato necessario aggiungere filtri speciali per mantenere limpida la soluzione e permettere quindi la visione dell'imbarcazione attraverso la parete vetrata.

La soluzione iniziale è costituita da una parte di PEG 400 (denso come l'olio a temperatura ambiente) e 9 parti di acqua, rapporto che dopo tre mesi verrà portato a 2 parti di PEG e 8 di acqua.

Questa fase di pretrattamento con PEG liquido a temperatura ambiente si è resa necessaria per la piroga perché la poppa, molto spessa, conserva al suo interno un nucleo di legno ancora ben conservato e questo tipo di polimero sintetico è molto più penetrante del tipo impiegato nella seconda fase.

Dopo un anno circa la soluzione di PEG 400 verrà rimossa dalla vasca e sostituita con una costituita da 1 parte di PEG 4000 (solido a temperatura ambiente dall'aspetto ceroso e con temperatura di fusione intorno a 55°) e 9 parti di acqua; la temperatura del bagno verrà mantenuta a 20-22°.

La concentrazione di PEG nel legno tenderà ad andare in equilibrio con quella del bagno esterno, si aggiungerà allora altro PEG 4000 e verrà aumentata leggermente la temperatura. Per fasi successive nel giro di un paio d'anni si compirà il ciclo ed al termine dell'impregnazione il PEG all'interno del legno sarà intorno al 100% e la temperatura di circa 60°.

In quest'ultima fase, estratta la soluzione di PEG fuso, si lascerà raffreddare lentamente il legno che conserverà la sua forma originale.

(Articolo di Lorenzo Morigi)

***************

IL RITROVAMENTO (sul fiume Po-analogie con tutte le altre)

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Questa piroga è monossile, ovvero ricavata da un unico tronco, in legno di quercia farnia Quercus robur). Gli studiosi affermano che questo oggetto è il frammento di un natante di circa 10 metri di lunghezza.

Prima di restaurarla gli operatori della ditta Opus Restauri di Parma hanno prelevato alcuni piccoli frammenti del legno da cui sono state ricavate alcune analisi di laboratorio: l'identificazione della specie lignea, il contenuto medio di acqua, la datazione al radiocarbonio C14, la quale la colloca tra il 656 dopo Cristo e il 716 dopo Cristo, nell'alto medioevo.

Essa è stata ritrovata sul greto del Po durante la secca dell'estate del maggio 2000, nei pressi di Isola Serafini, ma gli studiosi avvertono che relitti di questo tipo tendono a spostarsi con i cicli del fiume, anche centinaia di chilometri.

La piroga è stata conservata nel sotterraneo del castello, dove per cinque anni è stata irrorata con acqua e biocidi e tenuta costantemente sotto controllo da parte dei volontari del Gruppo Culturale Mostre, in attesa di reperire le risorse economiche che ne permettessero il restauro.

IL RESTAURO

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Il legno di questa piroga è totalmente intriso d'acqua ed ha completamente perduto la sua originaria consistenza. Se esso fosse sottoposto ad una rapida essiccazione subirebbe un repentino ritiro anche di 10 volte il suo attuale volume, disgregandosi in piccoli frammenti.
Da qui la necessità di sostituire nei tubuli del legno l'acqua con una speciale cera sintetica: il polietilenglicole, detto anche PEG, per consolidarlo restituendogli una struttura stabile.

Il consolidamento avviene sostituendo in modo molto graduale, in due anni circa, l'acqua con il PEG, in una vasca a completa immersione nella soluzione, con circolatori, filtri ed un impianto riscaldante a serpentina che permetta un riscaldamento progressivo della soluzione da 20 a 60 gradi C°. Quando in questo processo quasi tutta l'acqua è stata sostituita dalla cera solubile, si può lentamente essiccare il nostro reperto, che verrà integrato, ripulito e stuccato fino ad essere pronto per l'esposizione.

La vasca metallica pesa 10 quintali ed è stata progettata e realizzata su misura per questo reperto, assemblata attorno ad esso con dadi e bulloni, rivestita internamente con isolanti termici e strati impermeabili, attrezzata con un riscaldatore in acciaio inox ad immersione e riempita con circa 50 quintali di soluzione consolidante, si stima che alla fine dell'intervento saranno utilizzati da 30 a 40 quintali di PEG.

Come già detto, l'intervento di restauro durerà oltre due anni, a partire dai primi giorni del 2006.

( Notizie e Foto tratte da
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MessaggioInviato: Sab Mag 26, 2007 12:48 pm    Oggetto:  ALTRO RITROVAMENTI
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ALTRI RITROVAMENTI

-POLPENAZZE DEL GARDA (BS)-

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Paese collinare situato in alta Valtenesi, Polpenazze del Garda è un centro vinicolo aperto verso il lago. L'antico borgo è addossato alle rovine (mura e una torre) del castello medievale, a pianta poligonale irregolare, tappa obbligata per chi vuole scoprire i castelli della vallata.

Quello stupendo angolo mediterraneo che costeggia il Lago di Garda tra Salò e Desenzano si chiama Valtenesi ed era un tempo una zona umida abitata fin dalla Preistoria, come testimoniano interessanti ritrovamenti, in particolare una piroga lignea conservata al Museo della vicina Gavardo.

Polpenazze ad esempio sorge dove c'era un lago, il Lucone, prosciugato nel '400 e celebre perché vi abbondava lo scordio (Teucrium scordium), erba un tempo preziosissima perché ritenuta curativa contro la peste.

Oggi la Valtenesi non è più una palude, ma uno dei più bei giardini vitati e olivetati d'Italia con i suoi boschetti di querce ricchi di funghi e di tartufi neri, con quel grande lago spesso increspato che, con le scogliere e gli isolotti di Manerba e quell'orizzonte dove raramente appare una lingua di terra, sembra il mare.

Nei pressi del Lago Lucone (prosciugato nel 1458), a ovest dell'abitato, sono state trovate le tracce di uno dei piu' antichi insediamenti umani della zona gardesana, con reperti risalenti all'Età del Bronzo. Tra questi spiccano una piroga lignea, ceramiche e oggetti di osso e di pietra, ora conservati presso il Museo di Gavardo.

-Lago di Ledro: resti di palafitte-

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Piccolo laghetto che conserva reperti dell'età neolitica: numerosi pali relitti di palafitte dell'età del bronzo, intorno al 2000 a.C.

-Molina di Ledro: piroga neolitica-

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Altri reperti vengono custoditi nel Museo delle Palafitte a Molina di Ledro, aperto dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 17 escluso il lunedì. Il fiore all'occhiello del museo sono i resti di una imbarcazione: una piroga lignea di 3.600 anni fa, ritrovata in un terreno di torba.

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MessaggioInviato: Sab Mag 26, 2007 1:27 pm    Oggetto:  DULCIS IN FUNDO: LAGO DI BOLSENA!
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DULCIS IN FUNDO: LAGO DI BOLSENA!

Risale all'agosto del 1959 una delle più grandi scoperte nei fondali del lago di Bolsena, i resti inviolati di un insediamento Villanoviano (IX sec. a.C) denominato, dallo scopritore Alessandro Fioravanti, del "Gran Carro".

Fin dal primo ritrovamento apparve indispensabile affiancare alle indagini di carattere storico-archeologico le conoscenze del vasto campo delle Scienze della Terra.

Era necessario, infatti, trovare una spiegazione al fatto insolito che un nucleo abitato, certamente sorto sulla terra ferma, si trovasse oggi sommerso nelle acque del lago a 5 metri di profondità: si era abbassato il terreno o si era sollevato il livello delle acque?

Per rispondere a questo dilemma di rilevanti riflessi storici, nell'arco di oltre 40 anni di ricerche scientifiche subacquee sono stati realizzati vasti programmi di osservazioni e rilevamenti strumentali (topografia, geologia, vulcanologia, ecc.).

Considerando gli anni nei quali ebbero inizio le operazioni (1960), appare evidente che non erano disponibili riferimenti e metodologie certi: una moderna archeologia subacquea era tutta da inventare.

Metodologie innovative quali i procedimenti di fotografia stereoscopica per mezzo di fotorotaia, di carotaggio e scavo stratigrafico con diaframmi di perspex, di rilevamento topografico di dettaglio per mezzo di trilaterazioni elaborate con personal computer (in quei tempi una novità assoluta), il rilevamento e studio dei sedimenti e manifestazioni idrotermali per mezzo di ecografi ad alta definizione, divenute in seguito di corrente impiego in altri cantieri subacquei, sono state messe a punto grazie alla passione e alla genialità di questi pionieri, che volontariamente, nel corso degli anni, hanno anche sollecitato e sostenuto, con mezzi ed attrezzature, vari studi e ricerche da parte di specialisti di Scienze della Terra.

Durante tutti questi anni di ricerche sono state individuate numerose presenze umane di varia epoca ed importanza recuperando circa 5000 reperti, ceramici, ossei e litici, minerali e metallici, vegetali e lignei.

Da quando i primi uomini si affacciarono a queste sponde, almeno 6 millenni or sono, il livello del lago non è stato tanto stabile come ci si aspetterebbe da un luminoso specchio d'acqua.

Il ricco patrimonio di dati storici e conoscenze morfologiche, accumulato in tanti anni di ricerche subacquee, ha permesso di delineare con ragionevole approssimazione l'andamento delle antiche linee di costa nei tre principali periodi storici.

Questi stessi dati, uniti ad apposite indagini strumentali, hanno consentito una lettura di dettaglio dei fondali molto spinta: un primo risultato pratico è stato la localizzazione precisa della "strada di Amalasunta".

-LA STRADA DI AMALASUNTA-

Il possibile tracciato dell'antica strada; la particolare condizione metereologica lascia intravedere un alone più chiaro nei fondali del lago.

LA STRADA SUBACQUEA ALL' ISOLA MARTANA è databile al periodo tra il Neolitico e l'Età del Bronzo la cosiddetta strada di Amalasunta a sud dell'isola Martana.

Quando il livello delle acque era più basso di circa 9 metri, con la emersione dei fondali circostanti, restava soltanto un breve braccio di acque che separava l'isola dalla terraferma.

Gli antichi frequentatori di quella zona realizzarono una gettata di massi, forse con alcuni pali di sostegno, che permise di raggiungere l'isola a piedi asciutti.

E' stata individuata nel 1977 nel corso di ricognizioni con elicottero e, di seguito, ricercata da sommozzatori senza risultato a causa della fitta vegetazione algale.

Nell'anno 2000 è stata ritrovata per mezzo di indagini subacquee con metal detector.

Ma ancor più gratificante è stata la constatazione che lo storico Plinio il Vecchio, nella sua "Naturalis Historia", non raccontava favole!

Laddove scriveva:

"… nel grande lago dell'Italia chiamato Tarquiniese (Bolsena) due isole boscose si muovono spinte dai venti, mostrando una forma ora triangolare e ora rotonda, mai quadrata…".

E' stato difatti osservato che, con il variare del livello del lago, le isole cambiano forma da triangolare a rotonda, mai quadrata (!!), ma l'isola Martana in un certo intervallo di tempo sembra scomparire da quel posto (si è trasformata in un promontorio) per riapparire contemporaneamente più a ponente con l'isoletta della "Spereta", soltanto ora emersa dalle acque: dunque l'isola si è spostata.

-LA SPERETA: Dall'età del ferro agli Etruschi-

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La Spereta: Pillow Lava.

Viene così denominato un isolotto sommerso tra 9 e 15 metri, a NE di Capodimonte, costituito da un grande affioramento di "pillow lava" (lave a cuscino) intensamente fratturato.

Con una campagna di indagini geofisiche il C.N.R.- Is.M.E.S. ha accertato nel sito una imponente intrusione magmatica estesa 3.000 per 3.000 metri, tale da poter influire in misura determinante sui deflussi subacquei del lago in conseguenza della sua intensa fratturazione.

Alla fine del IX sec. a.C. vari eventi sismici produssero un assestamento della massa rocciosa fratturata che fino ad allora costituiva l'unica via di deflusso per il lago, diminuendone fortemente la percolabilità in misura tale da determinare un'imponente e rapido sollevamento del livello fino alla quota della valle del futuro emissario, il fiume Marta, a 306 m s.l.m.

Non appare agevole imputare a cause climatiche questa eccezionale variazione di livello: in linea di massima, ritenendo validi i parametri idrologici attuali (tempo teorico di residenza, evaporazione, ecc.), dovremmo ammettere un aumento di piovosità annua maggiore del doppio di quello attuale e per una durata ininterrotta di almeno 20 anni... E nessuno storico ha notato questo peggioramento climatico tanto gravoso!

Mentre tante fonti parlano ripetutamente di fenomeni naturali violenti, rumorosi e terrificanti (eventi vulcano-tettonici) e forniscono una, sia pur vaga, datazione: Porsenna, il mitico re etrusco.

( Articolo tratto da
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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Sab Mag 26, 2007 3:24 pm, modificato 3 volte in totale
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MessaggioInviato: Sab Mag 26, 2007 1:39 pm    Oggetto:  L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA -IL GRAN CARRO-
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L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA -IL GRAN CARRO-

L'abitato Villanoviano sommerso nel Lago di Bolsena: il "Gran Carro".

Così denominato dallo scopritore ing. A. Fioravanti quando, nel lontano 1959, iniziò le ricerche subacquee in quella zona.

La località del Grancarro o Grancaro, trae il proprio nome dalla trascorsa abbondanza di granchi nelle sue acque; a seguito di un'ipercorrezione fonetica si è generato il nome dell'insediamento "Gran Carro", equivocando sulla presenza nelle vicinanze di un antico tracciato stradale semisommerso, inciso dai profondi solchi lasciati dal passaggio dei carri, detti "rotate".

-Le "Rotate"-

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Questi solchi erano conosciuti fin dal 1700 e si trovano riportati in antiche cartografie e catasti che li attribuiscono a viabilità medievale, ma non esistono elementi certi per poter escludere che ricalcassero tracciati più antichi. Se ne trovano altri in località "la Cava" di Capodimonte e sulla costa rocciosa al piede di M. Senano.

Le indagini più propriamente archeologiche hanno progredito tra un succedersi di ritrovamenti ed ipotesi che, mentre smentivano quelli precedenti, aprivano la strada a nuove interpretazioni.

A parziale spiegazione di queste incertezze, oltre alla novità dell'ambiente di lavoro, sott'acqua! sta il fatto che il team di ricerca era guidato da un ingegnere minerario ed era composto da maestri, studenti, periti, agricoltori, ecc. tutti volontari…

I primi archeologi ufficiali hanno dato il loro contributo a partire dal 1980.

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MessaggioInviato: Sab Mag 26, 2007 1:51 pm    Oggetto:  L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA -LE AIOLE-
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L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA -LE AIOLE-

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Così le chiamano i pescatori locali: si tratta di grossi cumuli di pietrame informe, assestato a forma tronco-conica, con base ellittica, che si trovano sommersi nelle acque, a poca distanza da riva.

Sono in numero di quattro:

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Il grande ammasso ellittico dell'aiola del "Gran Carro".

- "Gran Carro" a 5,6 Km dal porto di Bolsena, in direzione sud
- "Tempietto" a 1,1 Km dal porto di Bolsena, in direzione nord-ovest
- "Monte Senano" a 6,5 Km dal porto di Bolsena, in direzione ovest-sud-ovest
- "Fossetta" a 12,2 Km dal porto di Bolsena, in direzione sud-sud-ovest

Hanno le seguenti dimensioni:

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Aiola località "Monte Senano".

- "Gran Carro" = diametri ellisse di base m 80x60/altezza m 4
- "Tempietto" = diametri ellisse di base m 70x45/altezza m 2
- "Monte Senano" = diametri ellisse di base m 50x30/altezza m 2
- "Fossetta" = diametri ellisse di base m 20x16/altezza m 2

Hanno varie caratteristiche in comune:

- la forma, tronco-conica a base ellittica;

- la struttura, in pietrame grossolano, senza leganti;

- la presenza di sorgenti di gas (CO2) e di acque incrostanti (Gran Carro e M. Senano di Silice amorfa e Calcedonio/Fossetta di Carbonato di Calcio) e/o termali (Gran Carro 40°C e M. Senano 30°C). Nei pressi del Tempietto si trova una grossa sorgente della portata di 410 litri/minuto

- la presenza di cippi litici infissi verticalmente sul piano superiore, oggi presenti soltanto su "Gran Carro" e Fossetta;la mancanza nelle altre potrebbe essere attribuita ad intervento umano (reti a strascico, sommozzatori, ecc.).

Nel 1993 la Soprintendenza Archeologica eseguì una breve indagine a carattere prevalentemente litologico, pochi metri a sud del piede dell'aiola di Monte Senano.

Quanto alla loro datazione e funzione può farsi riferimento ad analoghi monumenti, le "specchie", esistenti in Puglia, datate tra l'Eneolitico e l'età del Bronzo; come quelle, all'interno delle nostre, scavando si troverà una primitiva struttura (sepoltura?) ricoperta poi da pietrame per proteggerla ma renderla più visibile: un monumento rituale.

Essendo quella di Monte Senano l'unica con materiale certamente associato (è cementato in sito dalle incrostazioni delle acque sorgive), appare ragionevole datarle tutte, come questa, all'Età del Bronzo: quando i Villanoviani del "Gran Carro" costruirono le loro capanne e poi palafitte, trovarono l'aiola già innalzata da alcuni secoli, forse da loro lontani antenati.

Quanto ai rapporti con l'Uomo si osserva che:

- al "Gran Carro" l'aiola è nettamente distaccata dall'insediamento villanoviano e sulla superficie esterna presenta sporadici frammenti ceramici di varie età, dal Neolitico ad oggi, mentre sul piano superiore si osserva un pacco sedimentario misto a placche isolate, compatto e parzialmente cementato dalle acque mineralizzate risalenti, nel quale appaiono piccoli frammenti di ceramica, dal Neolitico all'Età del Bronzo, di ossa e legno anche combusto, semi di grano, nocciole, noci ed olive: possono essere le tracce di una inedita frequentazione umana?

Vi è stato recuperato inoltre un blocchetto di roccia rossastra cristallina (600 grammi) che è risultato trattarsi di ematite, il minerale metallifero per eccellenza per la produzione del ferro! Nonostante, nel vicino insediamento, si sia recuperata una forma litica per fusioni (del bronzo) … non sembra agevole pensare ad una produzione "locale" del ferro!

Avvalendosi di parametri tratti dall'archeologia sperimentale è stato calcolato che, per edificare l'aiola (volume circa 8.500 metri cubi) furono impiegate circa 43.000 giornate lavorative: quanti erano gli abitanti di quell'insediamento?

- Al "Tempietto" non si è potuta accertare la presenza di un insediamento in conseguenza del potente pacco di sedimento limoso che ricopre la zona.

- A "Monte Senano", sull'aiola ed al suo piede si trovano reperti ossei e ceramici, databili all'Età del Bronzo, cementati con il supporto roccioso dalle incrostazioni di acque risalenti ovunque da innumerevoli sorgentelle.

Nel sedimento deltizio del Fosso di Val di Lama, che sfocia nei pressi dell'aiola, si trovano facilmente dei grossi (1 cm) cristalli prismatici di pirosseni e anfiboli di un bel colore verdastro: quelli meglio formati possono sembrare smeraldi … possibile che i primitivi abitanti del sito non avessero notato quelle insolite gemme?

- Alla "Fossetta" non si è potuta accertare traccia di un insediamento anche per lo strato di limo che ricopre la zona.

-Rocce a coppelle-

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Nel periodo compreso tra il Neolitico e l'Età del Bronzo sono da collocare anche le "rocce a coppelle": si tratta di numerose buchette circolari, profonde circa 10 cm, collegate talvolta da canalette e scavate a quota circa 296 m s.l.m. su fondali rocciosi pianeggianti a breve distanza dall'antica costa. Se ne trovano in località Scopia (Gradoli), al Ragnatoro, Monte Senano e Bagno della Duchessa (isola Bisentina).

Sono riferibili ad analoghe testimonianze, forse a scopo propiziatorio, che si trovano nell'arco alpino in Val Moriana e lago d'Iseo.

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MessaggioInviato: Sab Mag 26, 2007 2:20 pm    Oggetto:  L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA -PALI E PALAFITT
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L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA -PALI E PALAFITTE-

Dall'età del ferro al medioevo

Palafitte, pali e ruote (di pietra) sono, forse, i reperti meno appariscenti e suggestivi ma certamente quelli che hanno creato le maggiori perplessità.

Dopo aver utilizzato indifferentemente i termini "pali" o "palizzate" nel 1968 fu riconosciuto che, nel "Gran Carro", si trattava di "palafitte" e, nel 1971, l'analisi al radiocarbonio ne confermò l'età al IX sec. a.C..

Tutto sembrava chiaro e definito ma, con il progredire delle ricerche, aumentava il numero di questi pali che si ritrovavano lungo le coste di tutto il lago: le quote alle quali venivano trovati creavano però delle grosse perplessità se si supponeva che venissero infissi nel terreno lavorando con i piedi all'asciutto (o quasi).

Fu avviato un vasto programma di rilevamenti morfologici e batimetrici, analisi stratigrafiche e datazioni al radiocarbonio che si concluse nel 1997 con il chiaro riconoscimento di due categorie di pali e due distinte datazioni:

1. I pali del Gran Carro erano palafitte, datate al IX sec. a.C.

2. Tutti gli altri pali, infissi a profondità tra 8 e 12 metri, facevano parte di "apprestamenti di pesca" risalenti a poco prima dell'anno 1000 fino a giungere a qualche secolo dopo.

Rimaneva una grossa incognita: le "ruote di pietra": grossi blocchi lapidei cilindrici (diametro medio 30 cm, altezza 20 cm) attraversati da un foro centrale, recuperati a decine nei fondali di M. Senano e isola Martana.

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Un incontro con storici dei laghi lombardi permise agli studiosi locali di chiarire che si trattava di zavorre per i pali degli impianti di pesca su fondali rocciosi (detti "perteghe" = pertiche); sui fondali limosi i pali (detti "legnai") venivano infissi a mano nel fondale lavorando da bordo di una barca.

Ad una profondità di circa 10 metri veniva affondato un grosso mucchio di ramaglie tenuto in posto dai pali per creare un rifugio per i pesci.

Dopo un tempo opportuno veniva circondato da reti dove andavano ad impigliarsi i pesci, scacciati dal mucchio. Il pesce viene racchiuso nel grande alveo di rete, sorretto da pali.

-IL RAGNATORO-

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La morfologia dei fondali del quadrante N - W del lago presenta una vasta pianura, oggi sommersa, con un fronte verso il lago di almeno 4 km (dal "Borgo" a M. Senano) ed una larghezza di oltre 1 km, ricca di acque provenienti dalle colline retrostanti e di sorgenti, anche termali, un'ampia superficie facilmente utilizzabile e fertilissima.

In questo quadrante è situato il Ragnatoro, il cui nome probabilmente deriva dalla presenza di un enorme quantità di reti, rimaste incagliate nel fondale per lo più travertinoso, tali da suggerire l'immagine di una ragnatela.

I suoi fondali, certamente suggestivi per coloro che s'immergono, hanno restituito innumerevoli reperti databili nel periodo Neolitico, nell'età del Bronzo Antico o Medio iniziale e nell'età del Bronzo Finale.

Negli stessi punti sono stati individuati anche alcuni gruppi di pali infissi nel fondali, datati con il Carbonio 14 tra il XIII e il XIV secolo, disposti a formare un'ellissi: la testimonianza di un tipo di apprestamento da pesca da tempo obsoleto.

Tra il Neolitico ed il Bronzo Finale il livello del lago non deve aver superato quota 293 visto che i ritrovamenti del Ragnatoro non presentano fasi di palificazione e che quindi i materiali debbono essere necessariamente ricondotti ad una frequentazione all'asciutto del sito.

Si tratta di materiali piuttosto eterogenei, riferibili a giacimenti archeologici di varia natura (abitati e/o necropoli): olle globulari d'impasto a collo cilindrico attribuite alla Cultura di Diana e forme biconiche attribuite a contesti funerari protovillanoviani, comunque situati in origine in zone asciutte, cioè nell'ambito di vaste fasce costiere pianeggianti che sono andate in seguito sommerse forse per cause neotettoniche.

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MessaggioInviato: Sab Mag 26, 2007 2:33 pm    Oggetto:  L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA -GLI ANTICHI POR
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L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA -GLI ANTICHI PORTI-

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-IL PORTO DI BISENZIO-

Nella fascia costiera tra Monte Bisenzo e P.ta San Bernardino, ad una centinaio di metri dalla riva, su un fondale pianeggiante di circa 3 metri, si incontrano i ruderi di una grande struttura avente la pianta a tenaglia, con i due bracci ricurvi che lasciano un varco di circa 5 metri verso il largo, interpretabile come porto del vicino insediamento di Bisenzio, datato dall'Età del Bronzo al Medioevo.

Lo spazio semicircolare interno ha un diametro di 50 metri e i due bracci sono composti da grandi blocchi di pietrame informe, coronati in alto da blocchi squadrati di roccia dura (ignimbrite), con dimensioni medie di cm 40 x 50, lunghi da 40 a 90 cm, che in parte sono franati verso il basso.

Nello specchio interno si notano pochi frammenti ceramici etrusco-arcaici.

-IL SASSO TAGLIATO-

In seguito a dei lavori di scavo in corrispondenza del tratto iniziale del fiume Marta si è potuto accertare che la parete rocciosa di destra dello stesso è tagliata a picco fino a quota 303, 50 m s.l.m. raggiungendo quota 303 m al centro del corso d'acqua.

Da tempo immemorabile la località viene detta "Sasso Tagliato".

Questa parete costituiva uno sbarramento trasversale che costringeva il lago a salire fino a quota 306 m, invadendo centinaia di ettari di fertili pianure: una semplice opera di scavo permise la realizzazione di questa opera, fino ad oggi dimenticata dalla Storia, determinante per il futuro assetto di tutto il territorio.

Quando fu eseguita?

E' certamente posteriore ai Villanoviani poiché abbiamo la fine dell'insediamento del Gran Carro per sommersione; è certamente anteriore ai Romani perché sarebbero state sommerse il basolato della via Cassia e le strutture del Muraccio (Bolsena) che si trovano a quota 305,50 m s.l.m.

Dunque l'opera fu realizzata dagli Etruschi.

-IL PORTO DELL'ISOLA MARTANA-

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Isola Martana: antico porto Medievale.

Dalla costa SE si protendono verso il largo due lunghi cumuli di grosso pietrame, la cui sommità affiora appena dalle acque che, in quel punto, hanno una profondità di 4 metri.

Il complesso è stato interpretato come un piccolo porto artificiale chiuso da due moli che, a largo, si vengono incontro con due bracci a squadra.

Mentre quello più a sud è totalmente distrutto, l'altro diviene leggibile soltanto nella parte più esterna con un muro dello spessore di m 1,40 per una lunghezza di m 4,50 e con un braccio a squadra dello spessore di m 1,10 per una lunghezza di m 2,10.

La parte emersa superiore del complesso, prevedibilmente di grossi blocchi squadrati, non si trova crollata sul fondale, forse perché asportata intenzionalmente in tempi in cui il porto non era più usato: la sua presenza era motivata dalla notevole importanza dell'isola, fittamente abitata tra il IX e il XIV sec. d.C.

-Cippo Isola Martana-

Tra il materiale crollato dai ruderi sommersi del porto medioevale, è stato recuperato un grosso ciottolo fluviale di forma ovoidale allungata (lungo circa 30 cm), che fu utilizzato in periodo etrusco come cippo funerario (porta inciso il nome del defunto "AULE TALUS" in caratteri etruschi) e poi riutilizzato nel Medioevo come materiale da costruzione del porto stesso.

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MessaggioInviato: Sab Mag 26, 2007 2:38 pm    Oggetto:  L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA -LE PIROGHE-
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L'ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NEL LAGO DI BOLSENA -LE PIROGHE-

Riconducibili all'Età del Bronzo (XIII e XI sec. a. C.) sono le due piroghe monoxile scoperte ad una profondità di 13 metri:

-la prima, nel 1989, lunga 6,60 metri davanti P.ta Calcino (isola Bisentina)
-la seconda, nel 1991, nei fondali di M. Bisenzo, lunga 9,70 metri.

-La prima, recuperata dalla Soprintendenza Archeologica, attualmente si trova a Capodimonte sottoposta ad un trattamento con PEG. La piroga di faggio: si tratta di un'imbarcazione, risalente a 2700 anni fa, ricavata da un unico tronco di faggio; è stata individuata nel 1987 da un sub al largo dell'isola Bisentina. Attualmente è in restauro in un piccolo laboratorio nei locali dell'ex mattatoio. Per le delicate operazioni di recupero, tuttora in corso, è stata allestita una vasca d'acqua dove è stato collocato il reperto, (per la visita rivolgersi presso il Comune).

E' curioso che la Piroga sia stata ricavata da una specie di faggio che non è presente in questa zona del Viterbese.

-La seconda è stata lasciata nel sedimento del fondale e protetta da un sarcofago di acciaio del peso complessivo di circa 1.400 Kg.

Risultano scavate in un solo tronco con il fuoco e rifinite con asce e scalpelli rettangolari nella parte bassa dello scafo, scavati con grandissima precisione.

-Il relitto Etrusco di Punta Zingara-

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Su un fondale travertinoso molto aspro di 14 metri, si trovano i resti del naufragio di una imbarcazione che trasportava all'isola un carico di tegoloni e coppi (che si presentavano ancora impilati) e blocchetti squadrati di tufo: lo scafo è stato totalmente distrutto dalle acque liberamente circolanti.

Dalle forme e dimensioni sono stati datati al periodo etrusco.

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