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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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1° INCIPIT: "Vita Mia"
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matto81







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MessaggioInviato: Sab Apr 30, 2005 2:18 am    Oggetto:  
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PARAGRAFO 25°: Felicità impossibile

Luca piagnucolava come un bambino folle, attraversato da tempeste incontrollabili.
Era un illuso se credeva di poter ricominciare semplicemente perché un nuovo corpo femminile, dalle fattezze gradevoli e passionali, era tornato a camminare quelle stanze.
Non era Jennyfer. Non era il suo passo.
La prima volta che provava ad analizzare il suo dolore.
Sentiva di non avere la forza per sopportare quel tentativo sterile.
Lasciava scendere le lacrime mentre Elisa stava immobile, abbandonata a terra.
Anche lei aveva un passato da dimenticare, un passato che, a differenza del suo, non poteva in alcun modo cancellare, non il tempo, non l’amore, non il futuro. Il segno indelebile di un male che uccide e lascia una scia marcia dietro di sé.
Non piangeva. Guardava nel vuoto, davanti, un punto qualsiasi della parete illuminata dai flash intermittenti della tv.
Com’era bella!
Sì. La meraviglia di un volto ingenuo e sfortunato, la purezza di occhi dolci che si aspettano amore, carezze, baci leggeri e storie per sempre e, invece, avrebbero trovato come al solito solo eccitanti perversioni, ansimi e godimenti per poi essere dimenticati per nuovi occhi.
Si era fidata di un monitor e di qualche scritta sana e ammaliante.
Perchè si ostinava a cercare l'amore così?!
Accarezzata da complimenti senza fondamento, rispondeva con emozioni vere; dall’altra parte pura routine.
Chissà quante volte quelle dita avevano digitato le stesse parole per mille ragazze diverse.
Perchè non sentirsi al telefono, scambiarsi una foto?
Non voleva cadere nella superficialità di chi sceglie e si ferma all’apparenza.
Due ore in chat bastavano per essere certa della sua bellezza interiore, dell’interesse che stranamente cresceva in lei.
Era tranquilla, in fondo era solo un appuntamento.
La vita procede per appuntamenti, e lei quello doveva saltarlo.
Doveva dare sola ad un destino che, maledetto, l’aspettava per tradirla.
E invece si era fatta bellissima, davanti allo specchio, a provare abbinamenti, colori, trucchi, espressioni, acconciature, movenze. Desiderabile e serena. Sorridente e conturbante, troppo giovane per correre verso l’ignoto. Abbastanza giovane per esserne risucchiata.
Anche se aveva sette anni meno di lui gli era piaciuto subito; nulla sembrava volerla avvertire.
Dentro una macchina, fermi in uno dei vicoli, ancora non asfaltati, poco distanti da casa sua.
“Mi piaci un sacco! Vieni qua!”
Con la mano cercava il suo viso, si protendeva dalla sua parte con gli occhi socchiusi. Elisa restava immobile, sentiva la sue dita che la percorrevano cercando la pelle, il seno, sotto la maglia, le gambe, la gonna.
Non aveva paura, sapeva come comportarsi.
Lui la desiderava, lei era lusingata, le piaceva.
La notte restava paziente, compagna complice. Il silenzio del mondo fuori era vinto dai versi aspirati a goduriosi di una bocca che baciava e leccava con foga affamata.
Le mutandine che non aveva più, il dolore leggero del suo pene che entrava ed usciva furibondo, di quel corpo che spingeva incontrollabile e consapevole fino alla fine.
Tornò a casa stravolta e pentita, non troppo. Lo sarebbe stata molto di più quando, qualche tempo dopo, avrebbe scoperto che, dentro quella macchina ci aveva lasciato qualunque futura felicità.


Ultima modifica di matto81 il Gio Mag 05, 2005 12:29 am, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Sab Apr 30, 2005 2:18 am    Oggetto: Adv






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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Lun Mag 02, 2005 10:18 am    Oggetto:  
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Paragrafo 26°: Confidenze&Certezze.

Ecco ora anche Luca sapeva. E quel loro conoscersi piano, ma a fondo, tra risa e pianti improvvisi, col trascorrere dei giorni resi i due giovani spesso, troppo spesso perduti nei loro singoli mondi ormai vuoti, così incredibilmente uniti sotto lo stesso tetto. Tanto che solo quando riuscivano a ristabilire un contatto spirituale tra le loro Anime di ritorno da quei spogli mondi interiori, ritrovavano la forza e la gioa, la pienezza del vivere, singolarmente, ma ancora una volta insieme e proprio sotto quello stesso tetto che era loro riparo, ma da cui spesso rifuggivano per "una boccata d'aria nuova", così si dicevano loro. Ed ogni volta rientravano stanchi e spiritualmente spossati, di quelle lunghe uscite alla ricerca della felicità, che poi in realtà ritrovavano in un'unica parola pronunciata all'unisono ed in un semplice gesto di ritorno nella loro casa: "Buonanotte!" ed un bacio, Luca sul divano ed Elisa nella cameretta.

Così fu quella stessa sera. E l'indomani un nuovo progetto di fuga orchestrato stavolta da Luca. Al tavolo della prima colazione, tra il giocoso spalmare del burro e della marmellata di lamponi su fragili fette biscottate, inzuppate quelle dell'una nella tazza dell'altro, il pensiero di una nuova giornata di lavoro che attendeva entrambi li fece trasalire dalle risa festose. Entrambi avrebbero vissuto le loro vite solo in quel modo, ma non potevano, c'erano le bollette da pagare. Ed allora pur di cancellare quel pensiero delle 8 ore a venire che li avrebbero visti spenti ed impegnati in un qualcosa in cui non credevano più e che non dava loro gioia, ma solo pane da mangiare, per sopravvivere quando ancora spesso entrambi avrebbero solo voluto morire, Luca propose repentino, per cancellare in un solo colpo quei ripugnanti pensieri: "Ci vediamo in piazza Betti, dopo, al solito posto?" "Certo capo!" esultò Elisa, spalmandogli con un dito un pò di rossa marmellata sul naso. "Vorrei presentarti Max, ora è a casa. Ti va di andarlo a trovare?" "Comandi!" e se ne spalmò un pò anche lei di quella profumata e dolce confettura sul naso "Augh!" "Augh!" Rispose Luca, "A dopo allora."

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MessaggioInviato: Dom Mag 08, 2005 3:55 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 27: IT.

Luca uscì sorridente da casa, dimentico del naso spalmato.
Elisa rideva da sola, aspettando che da un momento all’altro lui tornasse a prendere una salvietta.
La macchina si mise in moto, partì e lei si rotolò sul divano fino a farsi venire il mal di pancia dal ridere.
Dopo un quarto d’ora, Luca la chiamò per comunicarle che era diventato ufficialmente l’ “IT” dell’ufficio, il pagliaccio di Stephen King.
La giornata era iniziata bene, all’insegna del buon umore, tra risate, risatine e risatone, fuori l’aria era fresca, il sole splendeva, Elisa raggiava e lui esisteva.
Un’ora via l’altra arrivò il pomeriggio.
Rinunciò anche al pranzo per quante cose aveva da fare, ma ormai c’era abituato e poi faceva bene alla sua linea.
Non che ne avesse bisogno, però certi medici affermavano che sia un buon sistema per mantenersi in forma e pare che saltare qualche pasto ogni tanto faccia bene alla digestione.
Forse avevano proprio ragione!
Ore 17: fine giornata lavorativa, inizio vita privata.
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Lun Mag 09, 2005 11:53 am    Oggetto:  
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Paragrafo 28: "Chez Maxime"

Luca era finalmente fuori dall'ufficio, ma ora come al solito immerso nel traffico su quel corto tratto di strada che lo divideva dall'appuntamento con Elisa. Un breve e caotico tragitto durante il quale ci fu giusto il tempo per qualche pensiero momentaneo ed una veloce telefonata: "chissà se era già uscita anche lei dall'ufficio ed era già lì che l'attendeva...e la voglia di rivederla, subito! Poi Luca messo l'auricolare con la mano sinistra, mentre con la destra era di nuovo a dover scalare marcia, in prima e di nuovo fermo, mentre intorno a lui era tutto un prepotente rombare di clacson e motori:
"Ciao bello! Ti farebbe piacere una visita"
"Weh, pirata mi chiedevo proprio che fine avvessi fatto. Fortuna che mi è rimasta almeno la Croft...Senti a proposito come era la soluzione di quel pezzo in cui lei entra nel salone dei mappamondi"
"Tieni la play in caldo e appena arrivo te lo faccio vedere...Questo però significa solo una cosa: trucco svelato uguale a cena scroccata, e se ce la fai ad alzarti da quella rapazzola che ti ritrovi per letto, apparecchia per tre!"
"Ah, ah ecco dove eri finito...chi mi fai conoscere? Va beh, cercherò di fare del mio meglio...Per quanto riguarda la cena, si può fare il ristorane è aperto: Chez Maxime attende la romantica coppia. Perchè qualcosa di romantico c'è, vero mandrillone?"
"Max falla finita tra un pò siamo lì, ciao bello!"

Ecco Luca era arrivato, svoltò su piazza Betti lasciò la macchina in sosta nel primo spazietto che trovò sufficientemente libero: tra il secchione dell'immondizia, il marciapiede ed un albero, diede dal finestrino e dagli specchietti retrovisori una repentina occhiata se in giro per la piazza vi fosse qualche vigile armato di fischietto e blocchetto. Nulla, sembrava tutto tranquillo. Scese dalla macchina e fece per dirigersi al solito Bar, il luogo deputato ai loro appuntamenti, ma subito superata con la vista la fontana, al centro della piazza, si accorse che Elisa già lo stava aspettando, tutta imbacuccata e braccia fermamente conserte, per meglio riparasi dal freddo, mentre ripetutamente sbirciava l'orologio sul display del telefonino. A pochi metri da lei, gli giunse difatti uno squillo, Luca allora pensò di farle uno scherzo, rispose:
"Ciao Elisa, dimmi..."
"Come dimmi??? Ma dove sei"
"Come dove sono? A casa no... E tu dove sei?"
"Come dove sono? Davanti al bar della piazza, ma non avevamo un appuntamento, noi?"
"Cavolo l'appuntamento! Scusa Elisa me ne sono proprio dimenticato....Sono uscito un pò prima dal lavoro e sono venuto direttamente a casa....."
"Ma come??? Va beh, non fa nient...."
E mentre Elisa delusa e risentita pronunciava queste ultime smozzicate parole, sentì dall'altro capo "tu-tu-tu-tu-tu-tu..." Era caduta la linea....No, in realtà era Luca che aveva chiuso la telefonata per prendersi altri secondi di tempo, quelli necessari ad acquistare un mazzolino di fiori variopinti, fare il giro della piazza in senso contrario ad Elisa che intato dalla soglia del bar si era mossa, rattristata dal mancato appuntamento, ma soprattutto per la dimenticanza di Luca, verso la fermata dell'autobus....E incontrarsi faccia a faccia, tra loro ora solo piccole gerbere profumate e colorate ed una gioiosa risata.
"Sei proprio matto tu!"
"Per te! E non è finita...Stasera ti porto da Chez Maxime, il ristorante più in voga della città"
"Grazie sono bellissimi...Ristorante? E Max?"
"Ah, no....Oggi non possiamo andare da lui" inventò Luca sbrigativamente ed abbastanza convincente sul momento "Eh che ci sono i suoi che vengono a trovarlo, e allora sai...Beh ci andremo un'altra volta."

Luca ed Elisa si strinsero camminando verso l'auto in un caldo e tenero abbraccio. Elisa sprofondò il suo nasino nei fiori, guardò Luca e con gli occhi contenti e lucidi, lo guardò e gli sorrise. Lui colse quel sorriso e più forte la strinse a sè.

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matto81







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MessaggioInviato: Mar Mag 10, 2005 4:43 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 29°: Nella stanza di Max

Max abitava al quinto piano di un condominio di sette. Quattro appartamenti per piano, ventotto abitazioni uguali e ventotto famiglie diverse con una media di quattro componenti ciascuna, lui che viveva da solo rappresentava la solita sfigata eccezione, per un totale di circa centodieci persone intrappolate in quel palazzone di periferia. Bambini e palloni che distruggono cassette delle poste, ragazze benvestite che escono e rientrano come se stessero sfilando sulla passerella di un Armani o un Valentino qualunque, donne e voci acide come stridii di aquile incazzate che urlano contro i loro mariti, senza rendersi conto che ovunque, intorno, esistono altre vite separate da pareti, così pigre, da non pensare minimamente a trattenerne le grida nel proprio nucleo familiare.
“E dov’è il ristorante?!”
Elisa cercava l’insegna megagalattica del Chez Maxime. Il ristorante migliore della città doveva pur averne una visibile da lontano! E invece Luca aveva parcheggiato e del paradiso del cibo nemmeno l’ombra.
“E’ lì non lo vedi?!”
Un sorriso sornione accompagnava il gesto di Luca che con la mano indicava un punto fuori dal finestrino. Elisa era protesa in avanti, con la faccia quasi incollata al vetro, e gli occhi puntati nell’unica direzione immaginaria che quel dito sembrava percorrere.
Una strada alberata, una vecchia seduta sulle scalette di un enorme palazzo di pietra nera di anni e smog, un alimentari con la saracinesca sprangata, una panchina isolata in un luogo che di panchine non doveva prevederne l’esistenza, a meno che qualche folle anziano non avesse deciso di riposare la sua fatica nella beata visione di automobili che sfrecciano tra fumi di scarico e clacson impazziti.
“No che non lo vedo!”
Erano fuori dalla macchina, Luca avanti, Elisa lo seguiva continuando la sua scansione totale del posto senza ottenere risultati. Nessun ristorante trovato rispondeva il processore.
“Eccoci qua! Suona al campanello 18!”
Sull’etichetta la parola Max, sufficiente per chiunque lo cercasse.
“Sì?”
“Siamo noi Max!” Luca proteggeva ancora per un po’ il mistero sulla terza persona.
“Mi dispiace signori! Tutto esaurito!”
Elisa e Luca scoppiarono in una risata che giunse fino alle orecchie della signora Rita, affacciata al balcone del primo piano, proprio sopra il portone d’ingresso, intenta ad annaffiare gerani che ormai galleggiavano molli, nell’acqua di intere ore di appostamenti per cogliere pettegolezzi e scoop su chi entrava e usciva dal palazzo.
“Salite! Chiunque voi siate!”
Max fece scattare il portone, loro entrarono, subito a destra, nell’ascensore, pulsante 5. Le porte si chiusero e Luca aveva ben cinque piani di tempo per riempire Elisa di baci.
“Ciao scemo! E chi è questa bella signorina?!”
“Elisa piacere!”
Temeva che sarebbe stata in imbarazzo per un po’, invece scoprì, con sua grande sorpresa, che si trovava perfettamente a suo agio, forse merito della faccia simpatica e alla mano di Max, tipica di un amico tranquillo, o forse perché c’era Luca accanto a lei e da quando l’aveva conosciuto non si era mai sentita sola.
Si sedettero al grande tavolo in sala da pranzo, l’unica cosa in tutta la casa di cui andasse fiero Max, a parte la sua moto, temeraria combattente. Parlarono molto, Max quando iniziava non la finiva più e Luca ascoltava mentre con gli occhi cercava quelli di elisa ipnotizzata dall’incredibile mondo delle moto e dei motociclisti.
“Complimenti Max questa carbonara è buonissima!”
“Grazie Elisa!”
“Solo una cosa! La pasta devi ripassarla in padella prima di metterla nei piatti così l’uovo si cuoce!”
“Non verrai certo a fare la maestrina nel miglior ristorante della città?!”
E tornarono a ridere tra una forchettata di spaghetti gialli e un sorso di vino, primo di molti brindisi Alla salute!
“Max scusa, vado un attimo in bagno!”
“Sì Elisa, è la seconda porta sulla destra!”
“Ok grazie!”
Prima porta, seconda porta, bagno!
Nel ripercorrere il breve tragitto al contrario, per tornare a tavola, Elisa fu colpita dalla fioca luce bianca che proveniva da una stanza aperta sul corridoio.
Luca e Max parlavano, che c’era di male nel dare un’occhiata veloce?!
Era la camera di Max. Elisa non fece molto caso al disordine, al letto disfatto, ai libri buttati sulla scrivania, al pigiama abbandonato a terra; la sua attenzione era tutta per lo schermo del PC su cui brillava la foto di una donna sorridente, immersa in un paesaggio splendido, il mare dietro e il sole che si scontrava sui suoi occhi strizzati per proteggersi. Sotto la foto una scritta.
Jennyfer.
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Miki








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MessaggioInviato: Mer Mag 11, 2005 11:35 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 30: Gli Occhi di Jennyfer

Elisa rimase a fissare la foto di Jennifer che le sorrideva dallo schermo.
La luce del sole accendeva i capelli rosso-oro e la pelle chiara, macchiata di efelidi, risplendeva di un sorriso arioso, che sapeva di estate.
Gli occhi scuri di Elisa non riuscivano a staccarsi da quelli verdi della ragazza della foto, come se una corrente misteriosa ed ininterrotta le avesse legate l'una all'altra.
Inchiodata al pavimento, Elisa si accorse di stare tremando.
Aveva visto una foto di Jennyfer a casa di Luca, prima che lui veloce la facesse scivolare in un cassetto, insieme alle altre, nel tentativo di scacciare i fantasmi che - Elisa lo sapeva - tornavano ancora a tormentarlo di tanto in tanto, offuscando la felicitá della loro vita insieme.
Lui non lo sapeva, ma lei lo aveva sentito a volte sospirare la notte, sussurrare il nome amato, forse nel sonno o forse nel pianto.
Jennyfer, amore...
Era il fantasma di Jennyfer che tornava a sfioragli l'anima, ad allontanarlo da lei, a tenerlo incatenato a ricordi, rimorsi, dolore e dolcezza.
E quel fantasma era lí adesso, davanti a lei, che le parlava con lo sguardo attraverso il monitor.
"Non me lo toglierai mai" dicevano gli occhi verdi di quel volto solare "Io sono l'amore, quello vero, quello puro, quello che non ritorna. Tu sei il calore di un momento, un appiglio a cui attaccarsi durante la caduta. Un appiglio precario e fragile".
Elisa distolse gli occhi per fermare il flusso di emozioni che emanava dalla foto di Jennyfer e uscí dalla camera, socchiudendo la porta.
La ridda di sensazioni che l'aveva assalita l'aveva scossa nel profondo, impedendole di pensare chiaramente.
Ma ora che il volto di Jennyfer tornava ad annebbiarsi nella sua mente, si ritrovó a riflettere con maggiore luciditá ed un pensiero improvviso l'assalí.
Si sentí ad un tratto confusa e un'ansia inspiegabile le strinse il cuore, riempiendola di brutti presentimenti.
Si voltó a fissare la porta accostata della camera da letto.
Che ci faceva la foto di Jennyfer sul PC di Max?
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MessaggioInviato: Gio Mag 12, 2005 10:54 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 31: Flash back (Max e Jennyfer).

- Che ci fai quassù Jenny? – chiese Max.
- Ciao Max! Niente… mia madre voleva a tutti i costi venire qui al lago per comprare la marmellata; dice che solo quel vecchio sa farla come piace a lei. – Rispose Jennyfer indicando la cascina.
- Capisco…
- Sei in moto vedo…
- Sì, con la belva! – gonfiò il petto lui.
- Un giorno mi ci farai fare un giro, vero?
- Certo! Ma solo come zavorrina! – puntualizzò lui, riferendosi al passeggero in gergo.
- Eh no, io la voglio guidare! Lo sai che una volta ne avevo una? Beh, era piccola, ma sempre due ruote erano.
- Hey bella, guarda che questa non perdona, se sbagli paghi!
- …e che sarà mai? Acceleratore, freno, marce, ruote… è una moto no?
- No, questa è “LA MOTO”!
- E’ una moto…
- Sì, con 180 cavalli! Ci vuole il manico per portarla! – Rigonfiò il petto.
- Ok, ho capito… non me la farai guidare mai.
- Senza offesa.
- Dai, stavo scherzando Max, lo so che non la daresti mai a nessuno.
- ehehe sono geloso, lo sai.
- Però una foto me la devi fare! – ordinò lei.
- Una foto?
- Sì, mi ci siedo sopra e tu mi fai una foto col telefonino.
Accettò, del resto lei poteva chiedergli tutto.
- Così va bene? – chiese Jennyfer mettendosi in posa come una modella al MotorShow.
Max voleva dirle che, bella com’era, stava bene a prescindere, ma si limitò ad un: - Perfetta!
Scattò.
- Che bello, poi me la mandi vero?
- Sì, ho la tua mail…
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Mag 13, 2005 12:50 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 32: Spiegazioni.

Questa dunque era la realtà dei fatti, la realtà dietro quella strana foto, incredibilmente bella ed accattivante, ma curiosamente al posto sbagliato. E fu la stessa realtà che Elisa scoprì il giorno dopo, quando, ancora turbata dallo strano ritrovamento, dietro al quale si chiese lei tutta la notte girandosi e rigirandosi nel letto, forse si celafa una Jennifer diversa, una Jennifere segreta. Così il mattino seguente aspettò che Luca uscisse di casa per il lavoro e visto che invece per lei era il suo giorno libero, ci pensò un pò su, aggirandosi per casa e cercando di trovare il coraggio prima di prendere la cornetta in mano e chiamare Max. Da subito lui scoppiò in una sonora risata, poi solo alla fine della spiegazione aggiunse "Ecco Elisa questo è quanto. Noto che già hai preso a svolgere a pieno ritmo il ruolo di Angelo Protettore di Luca. Che uomo fortunato ora ne ha due uno in cielo ed uno in terra..." Rise ancora per far percepire ad Elisa che la sua aveva voluto essere una battuta, per smorzare gli animi imbarazzati di entrambi, poi proseguì, mentre Elisa cercava di cogliere ogni sua singola parola in rigoroso silenzio "Ne sono oltremodo felice, anche se non mi aspettavo questo terzo grado, ma va bene lo stesso anche perchè...Ecco tu sai che lui ha bisogno di te, di noi. Non sai quante volte ho pensato di dargli quella foto, quella che non ho fatto in tempo a recapitare a Jennifer. Ma non me la sono mai sentita. Ed ora lei è lì, che aspetta sorridente sul mio schermo che io mi decida a recapitargliela. In effetti però ieri sera sono stato avventato, mi chiedo ora se l'avesse vista Luca, non ci posso pensare...Ad ogni modo, forse un giorno la darò a Luca o forse non gliela darò mai, visto che probabilmente l'ultimo sorriso Jennifer lo ha regalato proprio a me...." Max ora si era bloccato, forse stava piangendo, ritirò il fiato e riprese, Elisa dall'altra parte del filo si era seduta e stava tremando "il giorno dopo lei non c'era più, chissà se avrà fatto in tempo a regalare lo stesso incantevole sorriso a Luca prima di quella maledetta vacanza dai suoi? Caso volle che io la incontrassi per l'ultima volta, lì sul lago, dove si era recata con sua madre per comprare la marmellata. Solo un giorno ancora con i suoi affetti più cari, poi la strada del ritorno ce l'ha portata via a tutti, a tutti capisci! Non solo a Luca. Ma è a lui che dobbiamo stare vicino, perchè se il nostro dolore è forte ed incolmabile, son certo che il suo è infinito..." Il tono di voce di Max era cambiato più volte durante quella telefonata, ed ora si sentiva chiaramente che soffriva e che rabbioso stava trattenendo il groppo in gola per non piangere a dirotto. Elisa capì, si rese conto del suo gesto avventato nel voler sapere, e riuscì solo a dire: "Scusami Max." E riattaccò.

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MessaggioInviato: Ven Mag 13, 2005 10:35 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 33: Disperato bisogno di capire

Che senso aveva tener segreto un sorriso offerto da una piacevole casualità? Preoccuparsi di non rivelarlo solo perché era lui la persona scelta dal caso, per quell’ultimo dolce saluto di istanti?
Credeva forse che Jennyfer se avesse potuto non ne avrebbe donato uno immenso a Luca, suo marito?
Se Max lo credeva davvero ci doveva essere qualcosa che non andava. Elisa restava immobile nel silenzio, nessuna voce in casa e interrogativi che si scontravano con una realtà troppo strana per risultare credibile fino in fondo. Luca era stato il marito di Jennyfer, Max solo un buon amico.
Perché, allora, al telefono aveva quel tono intimorito dalla paura di perdere un tesoro? Dov’era quell’oro da custodire e difendere? Perché non condividerlo, assorbire un po’ del dolore di Luca che aveva dovuto sfiorare il baratro eterno.
Era stata Elisa a condurlo fuori dalla notte, non Max che chiuso nella sua stanza guardava e riguardava quella foto, piangeva, da solo e si nutriva di quei colori tutti suoi.
Elisa non comprendeva quell’avidità così innaturale.
Improvvisamente le sue scuse le parvero ridicole. Non aveva alcun diritto di frugare tra le sue cose, l’aveva fatto e si era scusata; perché allora era convinta di dover insistere, capire prima che lo facesse Luca?! Capire cosa?
Dobbiamo stargli vicino, già, è così che Max gli stava vicino? Contemplando segretamente sua moglie?
“La prima cosa che avrei fatto sarebbe stata dare quella foto a Luca. Forse non capisco perché non ne sono dentro fino in fondo!”
Elisa provava a convincersi della normalità del tutto con parole ad alta voce, che sbattevano contro il vuoto di stanze, terribili come enormi fauci affamate che sembravano volerla divorare, ora che non c’era Luca ad abbracciarla.
Doveva uscire di lì, per andare dove?
Jennyfer aveva accompagnato i suoi a comprare la marmellata, e lui? Che ci faceva al lago? A quasi centocinquanta chilometri dalla città? Solo un giro in moto? E proprio laggiù? E proprio nello stesso luogo dov’era lei? Per caso?
Improvvisamente la telefonata di Max le parve una squallida buffonata, inutile tentativo di coprire marcio con falsità. Come aveva potuto credergli?!
Aveva di nuovo la cornetta del telefono in mano.
“Luca, ha chiamato mia madre e mi ha invitato a pranzo! Ci vediamo nel primo pomeriggio ok?!”
“Va bene, magari appena stacco passo a casa dei tuoi!”
“E’ tanto che non mi vedono, è meglio stare soli e passare un po’ di ore insieme!”
Si sentiva un fruscio senza voce.
“Pronto?! Luca mi senti?”
Elisa chiamava, nessun segnale diverso da quel fruscio. Il cellulare di Luca non prendeva; riagganciò e provò a richiamarlo, questa volta le rispose la voce meccanica della segreteria telefonica che la invitava a riprovare più tardi.
Uscì di casa, non sarebbe andata dai suoi. Non l’aveva chiamata sua madre né nessun altro. Aveva solo bisogno di una mezza giornata libera. Sapeva come raggiungere il lago, ci era stata molte volte, con i suoi genitori, con gli amici a prendere il sole, a fare l’amore in macchina con qualcuno incontrato a metà strada.
Il lago era deserto. La giornata era cupa, il cielo plumbeo prometteva pioggia, il vento trasportava pieghe d’acqua che si muovevano sulla superficie opaca, in preda ad un ordine che decideva tutto, compresi i loro disegni. Elisa non ci mise molto a ritrovare la cascina del vecchio artigiano del gusto, e bussò. All’interno si sentiva qualche rumore, ma non riusciva a decifrarne la fonte. Bussò nuovamente, più forte, più a lungo.
Doveva pur esserci qualcuno! Non poteva aver fatto tutta quella strada invano!
Mentre la sua mente si disperava, la porta si aprì e comparve un vecchio con occhialetti tondi, pantaloncini corti e canottiera bianca. Elisa restò in silenzio per troppi secondi a fissare quella sua tenuta estiva mentre lei si stringeva tra le pieghe della giacca per barricarsi dal vento.
“Lei non mi conosce. Scusi se la disturbo, so che fa una marmellata buonissima!”
“Vedo che è ben informata! Per l’esattezza la più buona in assoluto!”
“Posso entrare? Vorrei che mi parlasse di una persona.”
“E perché?!”
“Perché ho un disperato bisogno di capire”
“Prego si accomodi. Purtroppo non ho nulla da offrirle, spero di poterla accontentare con le mie risposte e una bella fetta di pane e marmellata di prugne.”
“Grazie!”
Elisa entrò nella casetta di legno, accogliente come un piccolo nido caldo, camminava e sentiva il rumore dei suoi passi che battevano sul legno del pavimento vuoto.
“Immagino sia molto importante, per averla spinta fin qui! Mi dica pure!”
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MessaggioInviato: Lun Mag 16, 2005 1:19 am    Oggetto:  
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Paragrafo 34: Miss Lorraine.

- Che profumino!
- Grazie! Si sieda lì e perdoni il disordine, sa... non attendevo visite.
- Si figuri, dovrebbe vedere casa mia per vedere il vero caos! – mentì Elisa.
L’uomo le sorrise, accettando la bugia, mentre mescolava in un pentolone pieno di marmellata bollente.
- Qualche tempo fa – attaccò subito lei – venne qua una signora a comprare da lei, era accompagnata da una ragazza, sua figlia. Se le ricorda?
- Miss Lorraine, come dimenticarla?
- Miss Lorraine?
- Sì, lei è straniera e tutti la chiamano così, viene spesso dalla figlia. Qualche anno fa trascorsero un fine settimana sulle rive di questo lago e per caso assaggiarono la mia marmellata. Da allora non passa un mese che non tornino a rifornirsi.
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Miki








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MessaggioInviato: Lun Mag 16, 2005 1:00 pm    Oggetto:  
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Pargrafo 35: La Ribelle

Il vecchio sorrise tra sé.
Chi non conosceva Lorraine da quelle parti?
Chi poteva dimenticarla?
Non era che una ragazzina quand'era capitata lí la prima volta, una straniera con lo zaino in spalla e un sorriso che accendeva i cuori.
Ma ne aveva acceso uno di troppo.
Quando Gigliola l'aveva invitata a farle visita per ricambiare l'ospitalitá che la famiglia di Lorraine le aveva offerto durante la vacanza-studio in Irlanda, nessuno poteva sapere che quella ragazza che pareva un monello con i suoi capelli corti e le efelidi, avrebbe fatto innamorare di sé il fidanzato della sua ospite.
Ah, le chiacchiere che si fecero in paese a quel tempo!
La gente si era schierata tutta contro la straniera che aveva colpito al cuore una delle famiglie piú in vista della cittadina.
L'avevano linciata e fatta a pezzi con malignitá e cattiverie, sperando che lei tornasse da dove era venuta.
Ma Lorraine era andata a testa alta, senza vergogna, trovando il coraggio di ribellarsi alle crudeltá e alle bugie in quell'amore che credeva eterno.
Quanto si era sbagliata!
Antonio era debole.
Aveva avuto paura ed era tornato da Gigliola ad implorare perdono e riabilitazione.
Aveva ottenuto entrambe le cose.
Il giorno del matrimonio Lorraine aveva fatto lo zaino ed era partita senza farsi vedere.
Era passata a salutare soltanto il vecchio.
Era stato uno dei pochi che l'avesse difesa, che davvero l'aveva conosciuta per quello che era, senza badare alle falsitá.
Lei l'aveva abbracciato, con la tristezza dipinta sul volto, ma senza versare una lacrima, neppure quando gli aveva confessato di essere incinta.
"Vado" gli aveva detto, con il sorriso meno luminoso di un tempo.
Per anni non l'aveva piú vista nessuno, finché era tornata con un nuovo marito e una bimba, bella e radiosa quanto lei.
Il tempo aveva spento l'indignazione e il paese non aveva fatto caso a quel ritorno, ma il vecchio sí.
Lui sapeva chi fosse quella bimba.

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Mag 17, 2005 1:29 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 36: Cuore d'Irlanda.

Il vecchio, di cui ora Elisa conosceva anche il nome di Battesimo, Ugo, prese così a raccontarle quella incredibile ed appassionata storia. Tanto che Elisa non riusciva più a staccare gli occhi dal volto rugoso del narratore, e le sue orecchie da quell'anziana voce roca che le parlava di un mondo passato, di una vita vissuta, di un cuore irlandese, che non aveva mai cessato di battere per quel meraviglioso lago Italiano, ritmato dal forte legame, che a quella terra straniera, indistricabilmente l'univa per la vita.

Seppe così ben presto che anche la frase "comprare la marmellata" non era esatta, in realtà Lorraine solo la primissima volta acquistò quel barattolo dal dolce contenuto, dal signor Ugo, poi in seguito, vagoni di quei barattoli erano lì pronti per lei, solo per lei, senza nulla a pretendere, perchè quello che Lorraine dava al Signor Ugo era già molto, moltissimo, di gran lunga più prezioso di un qualsivoglia pagamento e presto anche Elisa ne capì il perchè....

Da subito invece capì che Antonio Vitali, il giovane amante italiano, non seppe mai la verità su sua figlia, quella bimba che procreata in Italia, di ritorno nei medesimi luoghi, tempo dopo dall'Irlanda, portava il nome di Jennifer. Mai Antonio seppe la verità su quel frugoletto biondo che Lorraine stringeva fra le braccia e che di ritorno in Italia, 13 mesi dopo, portò subito a far conoscere all' anziano amico contadino. Del resto neanche Edward Tompson seppe mai che la piccola Jennifer non fosse realmente sua figlia, quando Lorraine poco dopo la prima, inattesa e fulminea, notte di passione, in un hotel di Dublino, fece credere ad Edward che proprio di lui fosse rimasta incinta, lui le credette senza riserve e subito le chiese di sposarlo. Lorraine era stupenda e dolcissima impossibile farsi scappare una donna del genere. Edward lo sapeva e felicemente, ancor di più al settimo cielo, pronunciò il suo "sì".

La realtà era ben diversa però e nessuno doveva sapere, venire a conoscenza della scomoda "verità italiana". Proprio così il signor Ugo e Lorraine in codice la chiamavano, anche quando parlavano tra di loro. Quel segreto per sempre sarebbe rimasto celato e portato nella tomba solo da due persone: Lorraine ed il vecchio fattore.

Anche se Lorraine innamorata smisuratamente di quei luoghi, e stavolta a maggior ragione, non volle togliere, almeno a sua figlia le sue reali radici Italiane. Così in un primo momento si fece acconsentire dal suo novello sposo, Edward, di comprare in Italia, sul Lago Maggiore, una casa per le vacanze estive, dove poi ben presto si trasferirono definitivamente, per la vita, facendo viceversa ritorno di tanto in tanto in Irlanda.

Così fu che la piccola Jennyfer crebbe nei loghi che le avevano dato segretamente i natali. E per anni più volte le capitò di incontrare il suo vero padre biologico, Antonio. Che ad ogni modo mai potè riconoscere come tale, ma solo come il papà delle sue due compagne di gioco, due sorelline gemelle: Sabrina e Sara.

Le due gemelline Vitali, così diverse fisicamente da lei, seppur neanche un anno le separava, eppure così simili nei gesti nel carattere. Fortunatamente Jennifer somigliava in tutto e per tutto a sua madre, mentre le due gemelline in tutto e per tutto alla loro: Gigliola. Eppure il legame e l'affinità d'intenti era così simile tra loro tre che da sempre , più che come amichette del cuore, crebbero come tre sorelle...Quali in realtà erano.

"Che storia incredibile!" sbottò ad un certo punto Elisa.
"Incredibile sì. Lorraine viene ancora spesso, praticamente ogni giorno, qui da me per parlare, confidarsi, ma io ormai sono vecchio, troppo vecchio, credo che ben poco mi resti più da vivere, ed i consigli che lei invece mi chiede non sono da dare così su due piedi, dall'oggi al domani, hanno bisogno di estrema ponderatezza, richiedono tempo ed io di questo tempo non so quanto ne avrò ancora...."
"Ad esempio che consigli? Se posso permettermi signor Ugo?"
"Il mio personale, in realtà, è solo uno ed è quello che cerco di dare ripetutamente a Lorraine, e cioè di lasciare questa terra che tanto l'ha fatta amare, ma anche tanto e ripetutamente soffrire. Ma lei non se ne andrà mai di qui, -come potrei???- mi ribadisce sempre, con quel suo tono austero di chi non ha intenzione alcuna di acconsentire -come potrei far ritorno in Irlanda? Una terra che ormai neanche mi appartiene più, che non riesco a sentire più mia e lasciare qui la mia piccola...- Dio....I pianti dirotti che seguono poi, mi straziano il cuore. Ed ancor di più mi lacerano quelle conferme che lei cerca da me, nella mia esperienza e veneranda età, ma che io non so darle...."
"Vuole molto bene a Lorraine vero?" Chiese Elisa sfiorando delicatamente la mano dell'anziano Ugo, che contratta teneva poggiata sul suo ginocchio, stretta alla stoffa dei pantaloni sdruciti, stretta tanto forte quanto forti erano le emozioni che nel raccontare stava provando. Ma subito e senza neanche pensarci su due volte rispose: "E' come una figlia per me, Lorraine, quanto le voglio bene....Lei è la figlia che non ho mai avuto, perchè non mi sono mai sposato, troppo preso dalla mia terra così ricca e prolifica...Lei era così giovane ed ingenua, soprattutto quando giunse qui la prima volta e così spaesata, vulnerabile e sbagliò. Tutti l'additarono, c'ero solo io per lei, il suo conforto, così mi diceva giovane e sprovveduta piangendo sulla mia spalla. Io ero già grande, 25 anni di più sono molti. Mi affezionai subito a lei, ma come ad una figlia, da proteggere. E da sempre, poi, sono stato il nonno di Jennyfer, la mia dolce Jennyfer...Perchè la vita si è presa lei e non un vecchio come me?"
Ora il Signor Ugo piangeva a dirotto e non riusciva più ad arrestare le lacrime, ed in quel pianto rabbioso ed in collera con se stesso, sbottò: "Come faccio a dire a Lorraine se è giusto o no che ora tutti sappaino la verità? Suo padre le sue sorelle, che sempre sono state tali, quindi che bisogno c'è? Non non lo reputo giusto è finita ormai è tutto finito....E quel povero Edward poi, distrutto dal dolore....Come è possibile dargliene un altro così grande? No la verità non dovrà mai più saperla nessuno..."

Solo in quel momento Ugo si rese conto che ormai, invece, erano in tre a saperla!

Perchè mai aveva fatto una cosa del genere? Perchè mai era stato così stolto da raccontare tutto ad una emerita sconosciuta? Il panico per quell'azione sconsiderata, per quel non ragionato e libero blaterare, fin troppo libero raccontare, letteralmente lo paralizzò! Come aveva potuto? Nel silenzio ormai sopraggiunto tra i due interlocutori, lui continuava a ripeterselo, cercava delle scuse a se stesso, certo, quali ad esempio che dopo anni di tombale silenzio aveva anche lui bisogno di sfogarsi con qualcuno, ma perchè proprio con la prima capitata?

Aveva sbagliato, aveva sbagliato, di gran lunga sbagliato, non c'erano scuse ed ora solo questo riusciva a dire a sè stesso. Solo questa frase imprigionava la sua mente. Così, improvvisamente, quasi a voler cancellare con un solo repentino colpo di spugna quegli imbarazzanti pensieri, quelle sconsiderate confidenze, si alzò di scatto e malamente, così senza null'altro aggiungere, cacciò Elisa da casa sua: "Vattene capito? Te ne devi andare subito! Che ho fatto? Sono proprio impazzito del tutto, ho raccontato il segreto a te...Vattene, vattene capito e non ti far mai più rivedere da queste parti! Che idiota, vecchio, stupido, idiota che non sono altro..." Ripeteva Ugo, rabbioso ed amareggiato, mentre si batteva ripetutamente i pugni sulla fronte ed in modo ancor più vigoroso e violento sul tavolo.

Poi prese a spingere Elisa verso la porta, per buttarla fuori per sempre dalla sua casa e dalla sua vita. Ed Elisa che ormai non ci capiva più niente ed era spaventatissima, terrorizzata da quell'improvviso quanto concreto cambio di umore. In effetti non sapeva proprio spiegarselo, perchè in quel clima di famigliarità e di confidenze, neanche lei aveva ancora fatto bene mente locale che ora quel segreto erano in tre a saperlo, e non più solo in due: proprio perchè ora lo sapeva anche lei....

Provò più di una volta ad intervenire "Signor U...Signor Ugo...Si calmi la prego, non lo dirò mai a nessuno, a nessuno, glielo giuro...." Ma il vecchio continuava a spingerla per le spalle e poi a strattonarla per un braccio, fino a portarla innanzi alla porta: per buttarla definitivamente fuori dalla sua vita, per scacciare per sempre quello che non era più un essere umano, una esile e dolce ragazza, ma uno sbaglio, un enorme sbaglio, il suo.

Così finalmente giunti con estremo ed improvviso impeto sulla soglia, Ugo, aprì la porta con una mano, mentre con l'altra ancora teneva e governava fortemente Elisa, la quale spaventatissima, invece lo assecondava in tutto e per tutto e non provava nemmeno a sdivincolarsi.

La porta si aprì e nella furia di buttarla fuori con tutte le sue forze, Ugo si accorse che non poteva farlo, perchè in piedi dall'altra parte della soglia in lacrime, con il braccio alzato in procinto di bussare, su una porta però ormai già aperta c'era Lorraine....

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matto81







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MessaggioInviato: Mer Mag 18, 2005 6:26 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 37°: Menzogne

Lancetta corta 2, lancetta lunga 5. Il grosso orologio rotondo, attaccato alla parete, invitava alla fuga.
Luca uscì dal suo stretto gabbiotto in plexiglas e da una mattinata che, fortunatamente, non prevedeva un seguito dietro a una scrivania, con annesso cliente che finge di assorbire le moine del bravo venditore di azioni, finché non si sveglia e inizia a bombardarlo con una scarica di domande e dubbi e trionfa per sfinimento dell’avversario.
Aveva sempre il mal di testa quando tornava a casa, per non parlare dei giorni in cui doveva restare in banca fino a tarda sera per sbrigare quadrature, conti che non tornano, imprevisti che spesso allungavano di molto il momento della libertà, all’aria aperta o chiusa e familiare, delle sue mura domestiche.
Era stato assunto giovane, con un contratto da usciere e la sua terza media terminata a fatica. La decisione di prendere il diploma, gli studi serali, la felicità dell’avanzamento di carriera. Ora era consulente finanziario e non sapeva nemmeno lui come c’era riuscito. Si ripeteva spesso che non era stato merito suo, ma di Jennyfer che non aveva mai smesso di stargli accanto e di invogliarlo a migliorarsi, anche quando la stanchezza d’intenti e l’appagamento parziale sembravano sufficienti a lasciarlo immobile col suo stipendio base.

Avanzava a piedi verso la macchina, ferma nel garage a pagamento, giù in fondo alla discesa. Il cellulare in mano, cercò in rubrica Elisa, schiacciò il pulsante verde e attese, e poi Il telefono della persona chiamata potrebbe essere spento.
Quanto odiava quella maledetta voce che sbarrava contatti per mestiere!
Compose il numero di casa sua, sperava fosse ancora lì.
TUU TUUU, TUU TUUU, “Dai! Rispondi!”, TUU TUUU, TUU…“Che cazzo!” Riagganciò.
“E’ a pranzo dai suoi, me l’aveva detto stamattina, prima che cadesse la linea. Ma perché ha il telefonino spento?! Starà mangiando, ok la raggiungo là!”
Luca non si accorse che stava parlando da solo; qualcuno, sorpreso, lo seguiva con gli occhi mentre lui accelerava il passo e il tempo.
Aveva una strana sensazione che non si impegnava a decifrare perché non esisteva un solo elemento a suffragarla. Non era preoccupato, Elisa era dai suoi genitori. E allora perché aveva a malapena salutato Franco, il gestore del garage, con un gesto sbrigativo e ora si ritrovava a schiacciare l’acceleratore, impaziente per ogni semaforo rosso o signora o signorina che col cagnolino, o forse era un bambino, sceglievano di attraversare la strada proprio davanti a lui, non alla macchina prima o alla successiva, ma alla sua?! Perché, se andava tutto bene?!

“Signora sono Luca!”
Non aggiunse altro perché si aspettava un Sì Sali! immediato e diretto, invece la voce al citofono scomparve per un attimo troppo lungo.
“Come mai da queste parti?! Comunque sali!”
Il portone a vetri scattò, il citofono si fece muto, Luca entrò e si avviò per le scale.
“Mi dispiace di essere passato così all’improvviso, Elisa mi ha detto che pranzava da voi, io ho provato a dirle che sarei passato a prenderla, ma è caduta la linea. Non c’è mai campo quando serve!”
Lui fuori la porta, lei dentro. Lui sorrideva, lei pareva interdetta, in difficoltà.
“Elisa non è qui!”
“Ancora non arriva?! Strano, a casa non risponde nessuno!”
“Io non l’ho sentita per niente oggi!”
“Ma non l’ha chiamata per invitarla a pranzo?! Che era tanto tempo che non vi vedevate, che avevate bisogno di parlare un po’…?!”
“No!”
A Luca bastò un istante per sentirsi l’idiota più idiota del pianeta Terra. Abbassò la testa, aspettava risposte da una riflessione da cui otteneva solo silenzio e delusione.
“Mi ha mentito!”
Gli occhi della donna si trasformarono in enormi contenitori di rabbia compressa.
“Mi avevi promesso che ti saresti preso cura di lei!”
“L’ho fatto e lo farò!”
Luca si voltò, non aveva voglia di intrattenersi in una discussione inutile e pesante, doveva ritrovare Elisa.
“Chiamami appena ci sono novità!”
Luca era già alla fine dell’ultima rampa di scale. Non aveva idea di dove cercarla, l’unica voce che non riusciva a isolare era quella che continuava a ripetergli sadica: “Ti ha mentito…ti ha mentito…!”
Perché?!
Doveva essere accaduto qualcosa di strano, forse grave.
Tornò immediatamente a casa, magari gli aveva lasciato un messaggio. Nulla. Nessun foglietto, nessun segnale, la segreteria telefonica segnalava 0 nuovi messaggi. Si sentì improvvisamente solo, aveva bisogno di un aiuto, di consigli. In quell’istante si rese conto che in quel tempo, così intimo e caldo passato con lei, non l’aveva conosciuta affatto.
Non sapeva dove andare, dove cercarla dove il suo istinto potesse averla condotta.
“Perché mi ha mentito?! Perché, maledizione?!”

“Max ciao sono Luca ti disturbo?!”
“Ohi grande! Dimmi tutto!”
“Elisa è sparita, mi ha detto che andava a pranzo dai suoi, ma era una balla colossale, sua madre non ne sapeva niente! Che faccio?! Dove vado?! Tu hai una vaga idea di dove possa essere?!”
E perché Max avrebbe dovuto avere una vaga idea?!
Solo perché l’aveva chiamato poche ore prima per avere spiegazioni della foto di Jennyfer, in bella vista sul suo PC?! E come avrebbe reagito Luca se avesse saputo?!
Rivelazioni che avrebbero provocato troppe domande e spiegazioni poco credibili, per quanto vere.
“No mi dispiace Luca!”
Max riagganciò col pensiero di essere una merda di amico.
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MessaggioInviato: Gio Mag 19, 2005 12:13 am    Oggetto:  
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Paragrafo 38: Lacrime di nulla.

- Lorraine! – esclamò sorpreso Ugo.
I tre restarono alcuni attimi a scrutarsi: Elisa guardava Lorraine, meravigliata della sua ancora fresca bellezza; Lorraine saltava dall’uno all’altra come rivedendo una vecchia scena del suo passato; Ugo cercava di recuperare il controllo, clamorosamente perso pochi attimi prima.
- Ciao Ugo. – rispose piatta l'irlandese – disturbo? – chiese con garbo, indicando in modo impercettibile la ragazza.
- N… no, figurati. Se ne sta andando. –
Elisa si sentì soffocare da quello sguardo severo, non poteva che accondiscendere: - Sì, stavo proprio andando via.
Lorraine posò una mano sulla spalla di Elisa: - Come si chiama, signorina?
Da fuori poteva sembrare un normale contatto mano–spalla, ma da dentro Elisa percepì tutto il calore di un amore materno.
Era la versione speculare di ciò che avrebbe voluto provare per sua madre, poterglielo dire, poterglielo raccontare, poterglielo anche piangere senza tormentarsi di sembrare ridicola.
Tutto in un tocco.
- Devo andare. – e corse via, tra lacrime asciutte perse nell’aria.


Ultima modifica di Anonymous il Ven Mag 20, 2005 6:50 pm, modificato 1 volta in totale
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Anonymous

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MessaggioInviato: Gio Mag 19, 2005 12:26 am    Oggetto:  
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Paragrafo 39: Utente raggiunto.

Finalmente il cellulare squillò: - Elisa, ma dove diavolo sei?!
- Sono in auto.
- Sì, ma dov’eri?!
Elisa capì: - Ero al lago, avevo bisogno di pensare.
Il tono di voce era sufficientemente freddo da non lasciare spazio ad ulteriori approfondimenti: - Capisco…
- Ho bisogno di un abbraccio.
Luca allentò l’ansia: - Sono qui per questo. Vieni a casa!
C’era un gran bel sole quel pomeriggio.
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