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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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1° INCIPIT: "Vita Mia"
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Miki








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MessaggioInviato: Ven Mag 20, 2005 10:54 am    Oggetto:  
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Pargrafo 40: Riflessioni

I raggi del sole riverberavano sulle acque calme del lago.
Echi lontani di barche si perdevano nell'aria insieme alle grida di bambini che giocavano nel cortile di qualche scuola lí vicino.
Un giorno come tanti.
Eppure ad Elisa sembró che la vita fosse iniziata e finita in quel giorno.
Si sentiva sospesa nel tempo, impigliata tra un passato che si faceva man mano piú reale ed un futuro che per contro si allontanava e si sfumava sempre piú.
Il fantasma di Jennyfer er tornato a toccarla.
Mai l'aveva sentito tanto vicino come nel momento in cui i suoi occhi si erano posati su Lorraine.
La donna l'aveva guardata con quella gentilezza formale che si riserva agli sconosciuti mentre a lei era parso di conoscerla da sempre.
Sapeva cosí tanto sul passato di quella donna e sul suo drammatico presente!
Sapeva perfino di piú di quello che Jennifer aveva imparato su se stessa e la sua famiglia.
Per un'istante si sentí un'intrusa e il disagio le fece desiderare di non essere mai venuta fin lí, di non aver mai parlato col vecchio Ugo.
Elisa camminó piano sul lungo lago, fissando il lago senza vederlo, negli occhi le immagini confuse di un passato che non le apparteneva, ma che era riuscito ad infiltrarsi nel suo presente, nella sua storia con Luca, nel mistero che sembrava cisrcondare Jennifer e Max.
Chi era Max?
L'amico di Luca?
No no.
C'era di piú.
Era venuta fin lí per rispondersi, ma quel velo ancora non si era sollevato.
La foto di Jennifer sul monitor di Max restava un enigma e la spiegazione che Max stesso le aveva fornito le pareva sempre meno plausibile.

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MessaggioInviato: Ven Mag 20, 2005 10:54 am    Oggetto: Adv






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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Mag 20, 2005 2:31 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 41°: La verità.

Quelle domande ripetute nella sua mente stavano rendendo nervosa, molto nervosa, Elisa, che alla guida della sua auto aveva, appena sentito Luca al telefono che le diceva che la stava aspettando a casa e lei appunto stava tornando di gran lena in città, a Varese, la sua....La loro città.

Frenò di botto. Una frenata secca, subito dopo di una curva a gomito e molto pericolosa. La pericolosità di quella curva era segnalata anche da un mazzo di fiori deposti accanto al tronco di un albero.

"Che cavolo sto facendo!" Domandò Elisa arrabbiatissima a se stessa. Mentre la macchina che la seguiva strombazzò con suono lungo e deciso e l'autista con il braccio le faceva il segno di: "che cavolo combini? Pazza!"

Sì era pazza, pazza ed ormai esaurita. Era andata lì per scoprire una verità, aveva ascoltato una storia, una incredibile storia passata e se ne era andata, sbattuta fuori di casa dal vecchio Ugo certo, ma il suo scopo lo aveva raggiunto? No. Non di certo, e quello che aveva appena saputo era tutt'altro che quello che in realtà lei voleva sapere. "Ed allora perchè?" e poi "Elisa calmati" ripeteva a se stessa, ma ormai doveva scegliere, anche perchè trattenersi ancora su quella curva, avrebbe messo in pericolo lei ed anche gli altri guidatori che all'improvviso se la sarebbero trovata davanti come era appena successo.

Varese da Luca o di nuovo al lago per la verità?

"Al lago!", decise. Andò un poco avanti, trovò uno spiazzo dove girare. Cambiò direzione, tornò sui suoi passi e si diresse nuovamente verso il Lago Maggiore.

Era ancora una volta dinnanzi alla vecchia cascina. Solo allora si chiese: "Chissà se Lorraine sarà ancora qui?" E se, se lo stava chiedendo era soprattutto per quella carezza da poco ricevuta, quella mano materna sulla spalla che le faceva a rigor di logica credere che proprio Lorraine, l'avrebbe aiutata nel scoprire la verità.
"Dio ma come posso chiederlo a quella povera donna? Io non ci sto più con la testa....Il suo dolore sarà incommensurabile ed io candidamente...." fece una vocina stridula per pronunciare ques'ultima parola, "...vado a chiederle: scusi signora sua figlia defunta che lei sappia aveva una relazione amorosa con Max Devoti, l'amico di Luca???" Di nuovo quella vocina e poi con tono normale: "non posso....si devo farlo...no, non posso...Coraggio Elisa ora ci sei....Coraggio un cavolo, come faccio??? Ce la devi fare per te e per Luca!"

Quelle ultime parole, non certo le sue, ma della sua stupida ed impicciona coscienza, la fecero decidere: smorzò il motore, scese dalla macchina ed iniziò a percorrere tremolante e con passo incerto il lungo viale che la portava giù alla cascina, dalla quale era appena scappata, peggio, scacciata a malomodo!

Bussò, prima delicatamente e poi con più forza, si sentivano delle voci all'interno che discutevano....Difatti ad aprirle fu Lorraine.

"Ah, tu. Ancora qui? Ti sei dimenticata qualcosa?" E mentre Lorraine le poneva quelle domande, cercando in un qualsiasi modo di ripristinare il suo pessimo stato, fisico e mentale, Elisa senza pensarci rispose, ormai era in preda alla irrealtà pura: "Si la verità"

"Cosa????" replicò Lorraine.
"La verità. Ho dimenticato di sapere la verità. Ero qui per questo e non me ne vado finchè non me la direte!" Sentenziò ferma Elisa. Mentre l'idea che uno spirito maligno si fosse impossessato di lei, la terrorizzò.

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Sab Mag 21, 2005 10:44 am, modificato 2 volte in totale
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Mag 20, 2005 2:47 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 42°: Jennifer e Max.

"Quale verità?" sbalordita chiese Lorraine a quella sconosciuta ancora ferma, immobile sul ciglio della porta.

Ma a risponderle, fu Ugo: "La nostra verità, ormai la sa....Stavo cercando di dirtelo, ho sbagliato perdonami figlia mia...."

"E no" riprese Elisa facendosi largo dalla porta verso il centro della stanza "Non la vostra verità. Io ero qui per sapere di Jennifer e Max!"

"Jennifer e Max???" riprese Lorraine fortemente sconsolata, ma più che altro spaventata da tanto veritiero ardire: "E tu chi sei??? Tu che ne vorresti sapere di loro?" aggiunse arrabbiata Lorraine.

"Cosa erano l'uno per l'altra?" Ormai Elisa non si fermava più. Se le fosse sfumata anche questa occasione sarebbe stata perduta per sempre.

"Tu sei solo una povera pazza!" Le urlò in faccia Lorraine andandole ad un centimetro dal viso, con il suo dito alzato, quasi stesse per ammazzarla in un sol colpo.

"Pazza sì." Rispose Elisa coraggiosa, ormai era lì e non aveva più nulla da perdere. "Pazza. Ma ho visto la foto di Max e Jennifer insieme. Amo Luca, lo vedo soffrire smisuratamente e lo voglio sapere!"

"La sua amante..... Ecco cosa sei! E la mia povera Jennifer che si crogiolava. E lui aveva già un'amante!" Ormai Lorraine era collerica.

"E perchè Jennifer si crogiolava tanto?" Non c'era più speranza. Elisa stava sfidando il diavolo, la rabbia pura, ma voleva sapere.

Lorraine diede il meglio di sè: "Come sei angelica?! Non lo sai forse che tra Jennifer e Luca c'erano dei grossi problemi? Di carattere, di comprensione.....di sesso, intendo, mia cara....Ed è lì che sei subentrata tu, non è vero? Sei solo una puttanella! Una lurida puttana!"

"Non lo sono affatto invece!" Elisa strillava e piangeva ma non si sarebbe di certo arresa, voleva sapere ed allora ancora una volta si fece forza: "E che c'entrano i problemi di sesso con Max?"

"Sei proprio una cagna. Tu e Max vi siete messi in mezzo entrambi!" Ormai Lorraine doveva pur esplodere, difatti raccontò in un sol colpo tutta la verità: "Erano mesi che non lo facevano più. Jennifer si fece prendere...dal tuo amico Max...Rimase incinta....Di chi doveva essere secondo te quel figlio che portava in grembo? Quei giorni qui le sarebbero serviti per chiarire: tra lei e Luca. Ma Luca non venne, come suo solito. La raggiunse invece Max. Scoraggiato, spaventato, non sapeva cosa fare. Jennifer era troppo felice. Finalmente aveva in grembo il figlio che sempre avrebbe voluto da Luca. Ma era di Max. Per cui lo incoraggiò, lo consolò, gli sorrise, e poi per sempre se ne andò!"

Lorraine era esausta, non ce la faceva più si accasciò su di una poltrona. Ugo spasmodico, col cuore a mille corse in suo aiuto. Elisa, invece, rimase a lungo ferma al centro della stanza. Finchè....

Bussarono nuovamente alla porta. Nessuno di loro se la sentiva di aprire. Ma una voce esterna disse: "Sono Max. C'è nessuno in casa?"

Si guardarono tutti terrorizzati, non sapevano cosa fare, nessuno muoveva un passo per andare ad aprire.

Max invece al contrario era lì per un motivo ben preciso: alla domanda di Luca dove si trovasse Elisa, lui da subito non rispose, e da subito si sentì un vigliacco perchè invece lo sapeva. Difatti da subito, vista la sua precedente conversazione con Elisa, lo aveva capito, dove potesse trovarsi e lì si diresse di corsa, in sella alla sua moto, ormai risistemata a puntino. Difatti ci aveva preso: Elisa era propri lì, ma lui non sapeva ancora cosa era realmente successo nel dolce luogo delle squisite marmellate.

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matto81







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MessaggioInviato: Lun Mag 23, 2005 8:12 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 43°: Fragile apparenza

Elisa come d’improvviso piombò fuori da quella strana e soporifera atmosfera di immobilità e in un istante era già alla porta, ritrovando il demone esagitato che l’aveva portata fino alla fine della verità, quel demone che si chiamava amore e che nessuno può appagare quando schegge di marcio provano a colpirlo. Gli occhi di Max, alla sua vista, sembrarono raggelarsi.
“Elisa…”
“Solo una foto vero?! Solo un incontro casuale perché tu volevi farti un giro in moto vero?!”
Elisa sputava rabbia in ogni sillaba, avrebbe voluto colpirlo, schiaffeggiarlo, lui che con quella faccia placida continuava a guardarla senza neanche tentare scuse, sapeva solo guardarla.
“Anche il figlio che aspettava da te era frutto di un puro caso?! E che strano caso quello che ha deciso di trasformare il miglior amico di Luca nel giocattolo sessuale preferito di Jennyfer, la sua compagna; bizzarro non trovi?!”
Elisa alimentava il suo sfogo liberatorio pur sapendo che non l’avrebbe condotta da nessuna parte.
“Ma che brava moglie una che risolve la sua astinenza sessuale cercando altrove un cazzo migliore e una bocca e mani più eccitanti!”
“Non ti permettere! E’ di mia figlia che stai parlando! Non hai neanche il rispetto per una persona che è morta da così poco tempo!”
Lorraine piangeva, non sopportava quella tortura fredda e impietosa.
“Vergognati! C’è una madre che ha già sofferto abbastanza! Vai via di qui! Vai via dalla mia casa! E non t’azzardare a dire in giro tutto ciò che hai strappato dalla nostra vita!”
“Oh sì che me ne vado!”
“Elisa aspetta!”
“Eh togliti tu!”
Elisa spinse via Max dalla porta e uscì fuori, accolta da un vento che sperava potesse soffiare via i pensieri che non contenti tornavano a torturarla. Era agitata, furiosa, camminava sul pietrisco e respirava pesantemente, affannata, aveva il cuore sottosopra e nessuna calma per respirare una volta in più e accumulare gocce di tranquillità.
Raggiunse la macchina, inserì la chiave, girò e il quadro si accese in tante iconcine che osteggiavano il giusto funzionamento del tutto. E invece non funzionava nulla, mise in moto, proprio nulla, ingranò la prima, cosa avrebbe detto a Luca? Accelerò e l’automobile si mosse, che il figlio che aspettava Jennyfer era di Max? La lancetta del tachimetro saliva, 40, 60, si ritrovò sulla tangenziale, 80, che Jennyfer, insoddisfatta della sua vita sessuale, aveva fortunatamente trovato in Max il mistico guaritore di ogni suo male? 100, 120, “E ora che cazzo faccio?” diede un pugno sul volante plastificato mentre qualche lacrima di rabbia scendeva già consapevole del dolore che le sue parole avrebbero provocato nell’uomo che amava.
Varese si materializzò davanti ai suoi occhi minacciosa, troppo presto, prima che lei avesse potuto produrre conclusioni meno dolorose per una vicenda che nessuno ormai poteva cambiare.
Luca non doveva vederla in quelle condizioni. Aveva bisogno di parlare, liberarsi e capire cosa fare, ma non poteva farlo con Lui.
E con chi allora?
Non aveva nessuno vicino, era sola quando avrebbe voluto l’attenzione di mille voci.
“Danilo sono Elisa!”
“Ehi bella! Da quanto tempo!”
“Senti devo parlarti, devo parlare con qualcuno, uno a caso! Cazzo! Non so che fare!” Ricominciò a piangere.
“Ehi bella calmati! Che succede? Vuoi Eros?”
“No senti non hai capito un cazzo! Ne sono fuori chiaro?”
Tremava.
“Dai passa un attimo da me!”
Danilo abitava solo, in un buchetto sporco che dava sulla piazza.
Elisa riagganciò, gettò il cellulare sul sedile vuoto del passeggero e sterzò bruscamente a destra.
Subito dopo aver scoperto che nelle sue vene scorreva sangue infetto aveva scelto l’abbandono di ogni cosa, il divertimento sfrenato senza limiti e pensieri. E in una notte di alcol, di quello che lei definiva periodo di merda, aveva conosciuto Danilo. In lui aveva trovato complicità, sesso e droga, le tre parole che regalano felicità a tutti coloro che navigano nella disperazione e lei non poteva che aggrapparsi a quello scoglio che la tratteneva dalla corrente impetuosa dei cattivi pensieri. Elisa non sapeva affrontarli, Elisa fuggiva ogni volta che c’era da tirar fuori il carattere, Elisa aveva sostenuto Luca come mura dall’aspetto solido sostengono il piano di sopra di una graziosa villetta e poi arriva un ragnetto piccolo e verde, si arrampica a fatica, e tutto si sgretola e crolla perché quel maledetto ragno sapeva bene quanto quella forza fosse solo uno splendido miraggio per coprire la fragilità di un animo debole e insicuro.
E così Elisa stava fuggendo anche quella volta, fuggiva dalla parte sbagliata, nelle mani del passato che così frettolosamente era convinta di essersi lasciata alle spalle.
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MessaggioInviato: Mer Mag 25, 2005 10:46 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 44: A I DI ESSE (punto it).

Che diavolo poteva fare Luca?
Nessuno sapeva nulla, andare alla cieca avrebbe portato meno risultati che aspettarla a casa.
Si rassegnò versandosi un triplo brandy.
Accese il computer per abitudine e lesse distrattamente la posta.
In pochi minuti spulciò tra i messaggi pubblicitari, newsletter di vari siti e scemenze allegate.
Poi si ricordò che un giorno si segnò mentalmente di studiare in dettaglio l'argomento AIDS.
Non si era mai cimentato in ricerche particolari, tentò quindi con un banale
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e cominciò a leggere:

Che cos'è l'AIDS?

L'AIDS è una sindrome clinica caratterizzata da un progressivo deterioramento del sistema immunitario causato dal virus HIV. Il virus, una volta penetrato nell'organismo umano, può attaccare numerose cellule, ma predilige quelle che presentano sulla loro superficie il recettore CD4.


- CD4?! Cominciamo bene! – pensò Luca, restando qualche attimo su quella sigla sconosciuta che di certo meriterà un approfondimento.

Le principali cellule bersaglio del virus sono i leucociti CD4-positivi (linfociti o macrofagi) che vengono distrutti; il sistema immunitario viene, quindi, progressivamente deteriorato fino ad essere incapace di contrastare l'attacco di alcuni micro-organismi, detti "opportunisti" con conseguente possibile insorgenza di alcune infezioni gravi tipiche della fase sintomatica dell'infezione da HIV.

- Forte! Micro-organismi ‘opportunisti’! Dovrei prendere lezioni da loro…

Il virus HIV appartiene alla famiglia dei Retrovirus, classe Lentivirus e ne sono stati identificati 2 sierotipi.
Il sierotipo 1 è il principale responsabile dell'epidemia a livello mondiale, mentre il sierotipo 2 ha una diffusione più circoscritta e limitata all'Africa Occidentale.


- Famiglia dei Retrovirus, classe Lentivirus… neanche Spielberg potrebbe inventare un alieno simile…

Storia:

Si ritiene che l'infezione nell'uomo abbia avuto origine in Africa centrale (tra il 1955 e il 1965) da un adattamento di un virus animale che colpisce gli scimpanzè.
La trasmissione animale-uomo sarebbe avvenuta per via parenterale (contatto di sangue) attraverso la caccia o durante riti tribali.
L'infezione è rimasta a lungo confinata nella regione geografica d'origine fino a quando alla fine degli anni settanta, si è diffusa nelle isole dei Caraibi, in alcune città degli stati Uniti e del Nord Europa tramite persone infette favorita dall'incremento degli scambi commerciali e turistici tra le zone di endemia e paesi indenni.
Anche l'impiego di emoderivati infetti provenienti da aree epidemiche (in particolare USA) hanno contribuito alla diffusione dell'infezione da HIV nel mondo.


- Le trasfusioni… - Luca di trasfusioni ne aveva subite un paio a causa di un incidente motociclistico, a quel pensiero rabbrividì.

Che cosa significa essere "sieropositivo"?

Con il termine "sieropositivo" si intende comunemente una persona che presenta nel sangue gli anticorpi anti-HIV (che possono essere identificati con specifici test di laboratorio).
Lo stadio di sieropositività corrisponde al periodo, piu' o meno lungo, della latenza clinica, della fase pre-AIDS e della fase AIDS.
Durante la fase della latenza clinica si verifica una replicazione virale con riduzione progressiva dei linfociti CD4+ e deterioramento del sistema immunitario: si è ammalati e infettanti senza avere sintomi.


- Hey! C’è anche il CD4+! Sembra di leggere un manuale di programmazione software…

La fase pre-AIDS è una fase di transizione, in cui si manifestano condizioni patologiche non gravi e comuni anche alla popolazione generale, ma che nella persona sieropositiva hanno una maggiore frequenza e gravità.

Dal punto di vista clinico questa fase può essere caratterizzata dalla presenza di una linfoadenopatia generalizzata (tumefazione generalizzata e non-dolente dei linfonodi, in assenza di ogni altra possibile spiegazione).

La durata media del periodo asintomatico (latenza e fase pre-AIDS) dopo l'avvento delle terapie altamente efficaci (HAART) si e' allungata, arrivando fino a 16 anni. I 2/3 dei soggetti, se non trattati, passato questo periodo sviluppa manifestazioni cliniche della malattia.


- Merda! 16 anni?! E se fossi infetto pure io e non si fosse ancora manifestato? Cristo! – Luca si sistemò meglio sulla sedia e completò l’apertura mentale per assimilare tutto.
Giù metà del triplo brandy.
(sì, è un controsenso bere per stare lucidi, ma credetemi, in casi estremi funziona. n.d.a.)

Quali sono i sintomi dell'infezione acuta da HIV?

Dopo 3-6 settimane dal contagio, si ha la fase di infezione primaria che decorre asintomatica nel 25-50% dei soggetti mentre nei restanti si manifesta con quadri clinici aspecifici.
I sintomi generalmente riportati configurano una sindrome definita "simil-mononucleosica" e cioè caratterizzata da esantema e linfoadenopatia.


Man mano che scorrono i nomi difficili, Luca se li segna su un foglio per approfondirli con calma alla fine dell’articolo.
…e giù un altro sorso di brandy.

E' stato descritto anche un possibile interessamento primario del sistema nervoso centrale con quadri clinici di encefalite o meningite e disturbi neurologici localizzati e generalmente reversibili.
Il virus in questa fase si dissemina in tutti gli organi e tessuti.

Questa sindrome "acuta", che generalmente dura poco più di una settimana, può a volte essere accompagnata da un'immunodepressione transitoria simile a quella che contraddistingue le fasi più tardive della malattia ed associarsi ad altre malattie cosiddette opportunistiche.

In questa fase il virus è presente nel sangue in grande quantità, ma non è necessariamente già presente l'anticorpo (quindi il test eseguito durante la fase acuta può risultare falsamente negativo).


- Vorrei proprio vedere com’è fatta una malattia opportunistica. Come se le altre fossero gentili e chiedessero il permesso per farci stare male… che roba!

Come si manifesta l'AIDS?

Per AIDS si intende la fase sintomatica dell'infezione da HIV durante la quale, a seguito di una progressiva immunodepressione causata dal virus stesso, si manifestano infezioni cosiddette opportunistiche o tumori.


- Aridaje!

La velocita' di progressione della malattia da uno stadio ad un altro e' influenzata oltre che da fattori virali anche da fattori legati all'ospite quali la presenza di altre infezioni virali (infezione da virus B e C dell'epatite, da citomegalovirus, da virus di Epstein Barr ecc), dall'eta' del soggetto, dalla tossicodipendenza attiva, dalla terapia antiretrovirale.

- Da quel punto di vista dovrei stare tranquillo…

I sintomi dell'AIDS sono quelli propri delle infezioni opportuniste o dei tumori che si possono manifestare in questa fase di malattia.
La lista delle patologiche che secondo la classificazione del CDC di Atlanta, fanno porre diagnosi di AIDS, sono:

Aids Dementia Complex (ADC)
Aspergillosi
Candidosi Disseminata, Candidosi Esofagea
Carcinoma Invasivo Della Cervice Uterina
Coccidioidomicosi
Criptococcosi
Criptosporidiosi E Microsporidiosi
Cytomegalovirus
Histoplasmosi
Infezione Da Herpes Simplex E Varicella Zoster
Isosporiasi Cronica
Leucoencefalopatia Multifocale Progressiva (PML)
Linfomi Non Hodgkin
Micobatteriosi Atipiche Disseminate
Neurotoxoplasmosi
Polmonite Da Pneumocistis Carinii
Polmoniti Recidivanti
Retinite Da Cmv
Sarcoma Di Kaposi
Tubercolosi


- Il CDC di Atlanta… un’altra sigla… “Highway to hell” degli ACDC, ci starebbe bene!
…altro sorso.

E' importante notare che il termine AIDS è una "definizione" clinico-epidemiologica, che serve per descrivere il crescere dell'infezione nella popolazione: da quando sono disponibili le terapie anti-HIV altamente efficaci, il termine AIDS non implica una compromissione irreversibile dell'attesa di vita del singolo paziente, che dipende da molteplici fattori.
- Compromissione irreversibile dell’attesa di vita… complimenti al redattore dell’articolo.

Prima della disponibilità di farmaci antiretrovirali efficaci, si arrivava alla fase di AIDS, dopo circa 8 - 10 anni, dal contagio (storia naturale dell'infezione da HIV). La sopravvivenza media nella fase di AIDS, sempre in assenza di terapia specifica, era di 3 anni.


- Miseriaccia! Cioè, uno può farsi una storia con una per 8-10 anni ed essere convinto di stare bene?

Con l'avvento della HAART la storia naturale dell'infezione è stata modificata; non è stato definito infatti, a tutt'oggi, quanto tempo possa vivere un paziente in AIDS: esiste un'estrema variabilità individuale e comunque, anche in questo caso, sono molto importanti i fattori virali, le eventuali malattie concomitanti e la disponibilità e l'efficacia delle terapie anti-HIV.

- Ecco cosa cercavo! Quindi Elisa potrebbe anche vivere più di me, per quello che ne so.
Buttò giù l’ultimo sorso e si gustò la nuova prospettiva.
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Miki








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MessaggioInviato: Sab Mag 28, 2005 3:45 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 45: Domande senza risposta


Luca terminó di bere l'ultimo sorso di brandy e rimase in vacua contemplazione della pagina internet sul monitor.
Gli girava la testa, forse per l'alcol, o forse per la quantitá di informazioni che il suo cervello cercava di assorbire ed elaborare, o forse per le emozioni che lo scuotevano.
A, I, D, S.
Quattro lettere che non avevano mai rappresentato altro che una sigla letta di sfuggita su giornali e depliant nelle sale d'aspetto degli ospedali...
Ne aveva scorso uno distrattamente anche la sera che aveva atteso al pronto soccorso, intanto che Jennyfer...
Era una realtá che ora, dopo quella lettura, pareva ancora piú assurda.
Jennyfer era sana, pura, piena di vita... aveva in sé la vita!
Luca ancora non si capacitava di ció che il medico legale aveva scritto nel referto dell'autopsia: Jennyfer era incinta di otto settimane.
Incinta!
Com'era potuto succedere ancora non era riuscito a spiegarselo, dopo i molti tentativi andati buchi e la sua incapacitá di darsi a lei pienamente.
Ma forse non era necessario avere un'erezione...rapporti sessuali completi... miseria! Quante adolescenti erano finite nei guai dopo approcci goffi e mal riusciti?
Ed era successo anche a Jennyfer!
E ora, Jennyfer, che portava in sé la vita, era stata falciata via, e con lei quel piccolo miracolo.
Ed Elisa che in sé portava solo malattia e morte, era viva.
Era con lui.
Qual'era il senso in tutto ció?
Luca inspiró e si alzó dal computer con l'impressione di stare annegando nei suoi stessi pensieri.
Voleva smettere di pensare.
Smettere di girare senza meta fra i cento perché della sua mente. Non avrebbe portato a nulla quel continuo tormentarsi su domande che non avevano risposta.
Si avvicinó alla finestra e fissó il marciapiede grigio sotto di lui, aspettando il ritorno di Elisa.

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Lun Mag 30, 2005 2:27 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 46°: L'attesa...

Luca aspettò parecchio, immobile su quel davanzale chiuso, con la faccia triste e preoccupata poggiata addosso al vetro, a guardar giù. Niente, nessuno, di Elisa nemmeno l'ombra. Fissando insistentemente la strada deserta sottostante, i suoi occhi vuoti, venivano di tanto in tanto riempiti da giocosi mulinelli danzanti che il vento faceva, raccogliendo foglie cadute a terra, facendole volare alte in circolo, poi ancora giù....Ma neanche questi aereosi giochi riuscirono a carpire l'attenzione di Luca, distogliendolo dall'unica domanda che ora rapiva la sua mente: "Ma dov'è?" Luca non faceva altro che domandarsi cosa poteva essere accaduto, quale poteva essere la causa dell'assenza di Elisa, che pure gli aveva detto che stava tornando a casa, ma non era vero.....E perchè al suo telefonino che pure squillava, ma a vuoto, lei non rispondeva mai. Cercarla? E dove? Aspettarla? E quanto?

L'attesa, quella cocente attesa che lo innervosiva, ma che come in un sibillino collegamento di idee improvvisamente gli suggerì di metter su un cd che gli piaceva molto, che piaceva molto a Jennyfer, glielo aveva regalato lui “Andrea” di Andrea Bocelli. E nella semioscurità della stanza, dove solo una lampada accesa schiariva i suoi incerti passi, si diresse verso lo stereo, mise su il disco, poi si sedette sul divano, ad aspettare ancora....

Ma tra quelle note che di certo, almeno loro, gli avrebbe fatto compagnia, in quel solitario momento, scelse la canzone che gli sembrava più appropriata a quel momento, misto di tristezza, rabbia ed alcol nelle vene e comunque anche tanto Amore, per quella donna capitata all’improvviso nella sua spoglia vita, ma che quella sera, neache portata dal vento faceva ritorno…Scelse la n° 2 “L'attesa”, appunto, e cominciò a seguire quella melodia, quelle parole, con le lacrime agli occhi, come se fossero le sue, per lei, per Elisa, che non era lì: "Tu da sempre come un canto sciogli la malinconia, dai sorriso al sole spento, sai guarire la realtà: ecco perché canto di te quasi d'Amore...A metà di un sentimento: tu da quale parte stai? Forse cento, forse un giorno, tutto e niente, poco importa sai: ecco perché nascono in te nespo di rosa, da parte mia che vuoi che sia l'attesa…E parlami dal cuore, io ti proteggerò, somigli al nuovo amore, potrei morirne anche per un po’, per poi ricominciare! Parlami ancora di te, consuma il tempo…Comunque sia l’anima mia è qui nel tuo cielo! E parlami dal cuore…Sei il mio filo appeso al vento, sei quel sogno che non c’è, sei il mio nuovo, sei il momento, sei quell’aria che non sei. Cercami in te, come se in me fossi sospesa, da parte mia che vuoi che sia l’attesa! E parlami dal cuore, io ti proteggerò, somigli al nuovo amore, potrei morirne anche per un po’, per poi ricominciare! Parlami ancora di te, consuma il tempo…Comunque sia l’anima mia è qui nel tuo cielo! E parlami dal cuore…Perché per dare un senso ai sensi: voglio vivere di…Te.

Una dichiarazione in tutti i sensi, ma a chi? A chi non c’era? A chi non poteva più esserci? A colei che sarebbe tornata? Lo sperava. E su quelle note, stanco si addormentò. Il cd continuò a lungo, ripartì dall’inizio almeno tre volte. Ma ormai Luca dormiva profondamente: solo, ancora seduto sul divano, con la testa persa sulla spalliera. Saranno state le 5 del mattino: Elisa rientrò. Luca non sentì, né la porta aprirsi, né i leggeri passi di lei. Ed Elisa ancora per un pò rimase in silenzio a rimirarlo, in sacrale silenzio, anche perché ora lo stereo stava di nuovo mandando le note di quella stessa canzone prescelta da Luca. E non era una canzone come tante, Elisa lo sapeva, lo sentiva, ed in un batter di ciglia capì il suo Luca, la sua attesa, lo amava, allungò una mano per destarlo…Ma si fermò, spaventata, ricordando, ritornando improvvisamente alla raltà appena vissuta. Cosa gli avrebbe raccontato di quella notte? Era in compagnia di Danilo. Cosa era successo tra loro? E soprattutto argomento che ancor più, smisuratamente, la faceva penare: cosa avrebbe raccontato a Luca della sua giornata al Lago? Di quello che aveva appena scoperto? Sempre se qualcosa gli avesse raccontato?

La verità la faceva soffrire, “L’Attesa” di Luca la faceva fremere d’amore, allungò una mano sulla sua spalla e delicatamente lo svegliò: “Elisa….sei qui?” “Sono qui, ti amo…”

Erano di nuovo insieme, solo loro due, ma cosa si sarebbero detti? Cosa si sarebbero raccontati dopo aver trascorso un intero, strano, giorno lontani, dal cuore e dall’anima, per poi ritrovarsi ancora?

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matto81







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MessaggioInviato: Mar Mag 31, 2005 1:43 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 47°: Il destino si diverte, Elisa piange.

Il sonno in un istante fuggì dagli occhi di Luca, che guardava Elisa come la visione eterea di un sogno aspettato un’eternità. Il cielo era buio, il silenzio avrebbe abbracciato ancora per un po’ la città e i cuori addormentati dei suoi abitanti; quella notte volgeva al termine, qualche ora tutta per loro e poi sarebbe tornata la vita.
“Dove sei stata?”
Si alzò dal letto. Era stanco per via dell’ora, della preoccupazione e dell’ansia accumulate in una giornata di attese e silenzi e voglia di gridare e cellulari spenti e bugie e segreterie telefoniche e voler a tutti i costi far qualcosa e non sapere cosa, dove, il meglio, la verità.
Elisa lo guardava in silenzio.
“Andiamo in cucina, faccio il caffè.”
Lei dietro di lui, con gli occhi appesantiti dai segreti e i segni sbafati del rimmel nero torturato dalle lacrime di un’intera notte.
Luca armeggiava con la macchinetta, ancora nera dell’ennesimo caffè che aveva bevuto poco prima di addormentarsi. Aveva provato in tutti i modi a scacciare il sonno, doveva aspettarla, vederla con i suoi occhi, esser certo del suo ritorno. Quando era ricomparsa, l’inconscio lasciò il posto ad una sensazione di tranquillità totale, come quando d’improvviso un groppo di ore di tensione, pesante come un macigno, si scioglie tutto insieme e sparisce dimenticato nell’aria. Ora quasi non gli importava più nulla del perché, la serenità di riaverla lì aveva placato tutte le sue paure.
Ogni tanto si voltava verso di lei e non era difficile percepire dai suoi occhi, la voglia di raccontare, sfogarsi, sputare fuori tutto ciò che l’aveva trattenuta nella pena, contro il suo volere. Eppure stava zitta e Luca temeva di intuirne il motivo; tremava perché doveva essere accaduto qualcosa di grave che la teneva sospesa sull’orlo di lacrime già versate e lacrime in attesa che venisse chiamato il loro numero.
Fu proprio in quel momento che Elisa scoppiò in un pianto disperato, il volto tra le mani, seduta su una delle sedie dure di legno attorno al tavolo; piangeva per rompere il silenzio, perché era l’unica cosa che le sembrava coerente, perché non era colpa sua, perché il destino aveva deciso di divertirsi con lei scegliendola come infausta messaggera del suo gioco.
“Basta piangere!”
Luca non sopportava più la sofferenza, aveva dovuto convivere con essa e col suo volto rigato dalla disperazione, riflesso nello specchio che pareva solo dirgli: “Guardati come sei ridotto! Piangi pure, tanto è inutile come inutile sei tu!”.
Moriva nel vedere Elisa così, eppure sentiva gradualmente una rabbia salire.
“Cos’è successo?”
Solo il soffio del gas intento a portare a termine i suoi doveri meccanici.
“Mi dispiace.”
La sua voce si perdeva nell’aria piagnucolosa arrivando a malapena a destinazione.
“Ti dispiace cosa?”
Il tono di Luca si era fatto perentorio, indagatore. Elisa d’altra parte non riusciva a trovare le parole, non sapeva ancora cosa dirgli e come dirglielo. Non aveva tempo per pensarci e ragionare, Luca era lì, doveva farlo adesso.
Un trillo improvviso e poi un altro e un altro ancora. Il telefono di Elisa aveva preso a squillare, sullo schermetto lampeggiava Danilo.
“Chi è?”
Qualcuno la chiamava alle cinque di mattina, qualcuno che evidentemente sapeva qualcosa di quella giornata, molto più di quanto ne sapesse lui.
Elisa guardava il cellulare senza rispondere.
Danilo voleva certamente assicurarsi che stesse bene, l’aveva lasciata in condizioni terribili ed era preoccupato, ma lei non poteva rispondergli, non prima di aver trovato la forza per trasformare le giustificazioni che Luca si aspettava in confessioni, affilate come coltelli, che sanno dove colpire per ferire e non uccidere mai.
Il telefono tacque.
“E’ Danilo, è con lui che sono stata tutta ieri, fino ad ora.”
“Chi è Danilo?”
L’odore del caffè invase la stanza e il suo borbottare provava a coprire il ribollire del sangue di Luca nelle vene.
“Uno dei miei ex. Ieri m’ha chiamato, sono andata da lui e… mi dispiace Luca!”
Luca sentì un’esplosione dentro di lui.
“Mi dispiace?! Mi dispiace?! Torni alle cinque di mattina dopo essere sparita tutto il giorno e tutta la notte, senza darmi una spiegazione, raccontandomi cazzate su cazzate, per scopare con un tuo ex e tutto quello che sai dire ora è MI DISPIACE?!”
“Luca io ti amo!”
“Non ci provare Elisa, non ci provare! Mi fai schifo”
Si sentiva stupido, l’aveva aspettata, cercata, mentre lei non si era affatto curata della sua preoccupazione, per dedicarsi ad un altro, a Danilo, al suo ex.
“Domani chiami tua madre e sparisci da qua!”
Luca andò via lasciandola lì, in cucina, a piangere per averlo ferito gravemente con una bugia fatta di fango e vergogna, pur di non ucciderlo con la verità, quella che avrebbe strappato dalla sua mente tutti i bellissimi ricordi che conservava di Jennyfer, del suo amore e della sua amicizia con Max.
Piangeva, mentre il caffè si era arreso, ormai, alla sua sorte di bruciare dimenticato.
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MessaggioInviato: Mar Mag 31, 2005 7:39 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 48: Usciamo, amico mio?

- tuuu... ...tuuu... ...tuuu... wé bello, dimmi!
- Max, esci in moto?
- Tutto ok?! Che tono...
- Esci in moto?
- Va bene, se me lo chiedi in quel modo gentile e raffinato! – sorrise.
- Se esco da solo mi ammazzo, mi servi tu.
- OK, solito posto, solita ora.
- Grazie…
Chi non è motociclista, probabilmente non sa cosa vuol dire uscire con la testa piena di pensieri.
La moto esige che buona parte dell’attenzione sia dedicata ad essa, alla strada ed ad una giusta dose di buon senso, la restante parte può essere spesa in tanti piccoli pensieri, purché dedicati agli stessi argomenti.
Tutto ciò vale per tutti i tipi di bikers, dai turisti domenicali ai pazzi scatenati.
La strada, quando sei su due ruote, è piena di inviti: ogni guard-rail è pronto a riceverti, ogni quercia pare messa lì per essere abbracciata, ogni ostacolo segue una sua logica ben definita nelle leggi delle probabilità e, ammesso che la strada sia tutta dritta, sicura e deserta, ci sarà di certo un automobilista sbadato che esce dal cortile della sua casa proprio in quel momento, magari in retromarcia.
Il tempo necessario per non accorgersi di uno qualsiasi di quei casi è esattamente il tempo necessario a pensare ad altro per un istante.
Ecco perché Luca aveva bisogno di Max, perché se fosse uscito da solo avrebbe collezionato una lunga sfilza di occasioni per ammazzarsi (o per essere ammazzato).
Max, di solito, era l’apristrada e lui non usciva se non era sicuro di poterlo fare.
In più, con d’avanti uno bravo come lui, nasceva una specie di sfida che da sola bastava a liberare la mente.
Max accettò, sia per amicizia, sia per cogliere l’occasione.
Luca ancora non sapeva, quindi arrivò come sempre in anticipo al solito bar ed ordinò una cedrata.
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Mag 31, 2005 10:20 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 49°: La mezza verità....

Al solito posto, la cedrata per Luca era già sul tavolo, lo stesso dove Max sorridente lo attendeva, già seduto, con il bicchiere tra le labbra.

"Caspita ragazzo ti vedo smunto, abbattutissimo, mi dici che ti è capitato?"

Chiese Max sornione, ironico quanto basta, in un'occasione del genere, in cui, "lo sputtanamento" potrebbe stare dietro l'angolo. Facendo, nel miglior modo che gli riusciva, finta di nulla, che nulla sapeva, di non entrarci nulla, ma in realtà ben credeva cosa potesse essere successo, tanto da aver ricevuto richiesta di quella corsa improvvisata....E se Elisa già gli avesse svelato che quel figlio mai nato era un figlio a metà...Non di Luca ma suo?

"Elisa...." Cominciò Luca sedendosi ed ancor prima di prendere il suo bicchiere tra le mani, mentre Max già tremava e vedeva all'orizzonte la fine di una lunga e duratura amicizia...."Elisa è strana non la capisco più....Qualche ora fa alle 5 del mattino è rientrata a casa in lacrime, credo mi abbia tradito con un suo ex, un certo Danilo, che l'ha pure richiamata appena tornata a casa nostra..." Era la prima volta che descriveva la sua casa, la sua ed un tempo di Jennifer così: come sua e di Elisa. Poi riprese accorato: "Merda che schifo di vita...Ma lasciamo perdere...Te la senti di andare Max io sono pronto, il percorso è nostro...Fino a passo croce?" Max non rispose, di getto come al solito, il classico "Si!" Perchè tremava ancora, ed oltretutto visto lo stato psichico dell'amico, sapeva che avrebbe dovuto badare a sè stesso e all'altro, entrambi a cavalcioni sui due bolidi, che non sempre perdonano, ma lui stava anche peggio. Così si alzò e basta, pronto, ma senza alcuna risposta affermativa, perchè per primo non era affatto sicuro che sarebbe riuscito nell'impresa: quell'enorme finzione ormai giunta agli sgoccioli. Tra l'altro ancora non ci aveva capito nulla, Luca aveva proferito troppe poche parole, lui invece avrebbe voluto arrivare, comodamente seduto ed al sicuro su una stabile sedia, alla fine del discorso. Invece così non fu e per non rovinare tutto, magari era ancora salvo, chi poteva saperlo, non se la sentiva nè di contraddire l'amico nè di spronarlo a proseguire quello scottante discorso. Luca voleva solo andare, volare....Max lo assecondò, per non sbagliare. Erano già a cavalcioni delle loro moto e andarono veloci su per la salita, scattanti sulle curve, roba da ammazzarsi, quando ancor più impavidi ed a pieni giri tracciavano a tutta velocità discese rapide ed improvvise, poi ancora salite ed altre pericolose curve.

Era il loro tragitto montanaro preferito e loro liberi, sfrontati erano lì, amici e complici come non mai. Fu proprio all'origine di questa forte e profonda sensazione che Max decise di ritirarsi dalla corsa dicendo fermamente a sè stesso: "Non posso...Ci ammazzeremo! Devo parlare, chiarire con Luca, prima che questo accada!"

Finse un guasto momentaneo alla frizione, fece cenno a Luca di fermarsi. Luca non ebbe dubbi a riguardo, la moto di Max poteva bene avere ancora qualche problema, e si fermò. Appena lo raggiunse, l'amico Max gli disse, appunto, e con ancor maggiore credibilità in volto, prima coperto dal casco: "E' la frizione. Scusa Luca. Ci fermiamo al solito posto, al Belvedere?" "Come vuoi" rispose Luca senza sindacare troppo.

Ora erano fermi, e subito dopo una brevissima controllata alla moto di Max, che lui stesso cercò in ogni modo di evitare, Luca non credeva più ad una parola, ormai era certo, soprattutto dopo la repentina controllata che tuttavia dimostrava che la moto di Max andava fin troppo bene....Ma, ancora non commentò, tale bieca bugia, perchè pensò ad una paura improvvisa di Max, al solo ricordare il recente incidente e così nuovamente lo assecondò. Le loro moto adesso erano una accanto all'altra, parcheggiate e loro seduti su di una panchina a guardare il panorama sottostante, fatto di viuzze bianche, in miniatura, che si inerpicavano tra i monti ancora spogli della loro rigogliosa vegetazione.

"Allora? Di cosa mi stavi raccontando Luca?"

Luca avrebbe voluto chiedere tutt'altro a Max, magari proprio perchè non se l'era sentita di andare avanti, ma non lo fece rispose alla sua domanda, glielo avrebbe chiesto dopo: "Di Elisa? Si di lei. Mi ha tradito ne sono sicuro. Le ho detto di andarsene. Di tornare dai suoi."

"Ma scusa Luca come faresti a dire una cosa del genere? Fammi capire meglio...."

"Semplice è stata via tutto il giorno. Al telefono non rispondeva mai. L'ho cercata, anche dai suoi, attesa a lungo, niente. E' tornata a tarda sera dicendo: <<Ero da Danilo un mio ex, ma ti amo>> Max io ho chiuso, basta! Anche questa, dopo quello che ho appena passato, non mi ci voleva, non me la meritavo proprio..."

Max a questo punto se fosse stato veramente all'oscuro di tutto avrebbe dovuto suggerire all'amico: "e allora lasciala no che aspetti, ti ha tradito, falla finita con lei, ha pure pianto? Lacrime da coccodrillo!"

Gliele avrebbe voluto di certo dire queste parole, ma invece non le disse, perchè ben sapeva che Elisa non stava piangendo per quel motivo e che non sarebbe mai rientrata ad ora tarda, facendo addirittura credere a Luca di averlo tradito, se in realtà a scioccarla non fosse stato altro e lui sapeva bene di cosa si trattava!

Così riuscì solo ad aggiungere: "Luca....che dire? Unico consiglio: parla meglio con Elisa, sono certo che una spiegazione al tutto c'è. Ci deve essere." Max si stava tagliando le gambe da solo, lo sapeva bene, ma aveva già tradito una volta il suo amico, non poteva permettere che perdesse anche questa nuova, meravigliosa storia, ragazza, per colpa sua. Difatti non aggiunse altro, anzi soltanto, cambiasndo discorso: "Proviamo la moto Luca? Così se va, completiamo il nostro giro"

Luca interdetto da quel succinto consiglio, non potè far altro che acconsentire ancora a quello che considerava "il ritornatocoraggio" del suo amico. Ripartirono. E poi, in effetti, a Luca quel consiglio da parte del suo migliore amico era stato utile: doveva parlare meglio con Elisa, non se la sarebbe di certo fatta sfuggire così. Qualcosa c'era, non era, non poteva essere solo voglia di sesso, ora lo sapeva anche lui. Ed in sella della sua moto, ora era più grintoso di prima, perchè al ritorno i suoi principali scopi sarebbero stati: "Elisa e la sua verità!"

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Miki








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MessaggioInviato: Mar Mag 31, 2005 11:20 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 50: Altalene

Elisa era di nuovo fuori.
Impazziva chiusa in casa.
Era uscita in strada e si era messa a camminare cosí, senza meta.
Si sentiva stanca e svuotata.
Amore, dolore, vergogna, paura si mescolavano dentro di lei fino ad anestetizzarla, al punto di non riuscire piú a sentire nulla.
Non sarebbe stato bello cosí?
Se la sua vita fosse cominciata ora e fosse finita il minuto successivo per poi iniziare ancora, cosí, in un ciclo senza fine, senza passato e senza futuro.
Niente da lasciarsi alle spalle, niente da apettarsi.
Solo una vita vissuta per istanti, che appaiono e svaniscono al battere di un ciglio.
Si fermó alle soglie di un parco giochi e accese una sigaretta.
Era giá stata lí, pensó, osservando i bambini che si rincorrevano, che giocavano sulle altalene e sugli scivoli, mentre le loro madri chiacchieravano sulle panchine.
O forse no.
Forse era solo un'impressione, un de-já-vú di altri parchi-giochi della sua infanzia. Si somigliavano tutti: sembravano oasi di verde e divertimento, piene di colori e di felicitá quando si ha l'etá per sognare ed immaginare; ma si traformavano presto in aiuole spelacchiate con altalene arrugginite e cigolanti una volta raggiunta l'etá della ragione.
Aveva sognato anche lei, volando su un'altalena come quelle, il vento che la spettinava, il mondo che si deformava: vicino, lontano, vicino, lontano.
Sogni di bambina.
Elisa gettó il mozzicone in terra, lo schiacció col piede e controlló l'ora sul cellulare.
Voleva chiamare Luca.
Dirgli ancora che lo amava, che la sua vita non aveva scopo senza di lui, che si faceva schifo da sola per quello che era, quel che aveva fatto, che solo lui poteva cambiarla, riportarla su quell'altalena e restituirle i suoi sogni.
Ma a che sarebbe servito?
Lui le avrebbe di nuovo urlato in faccia come aveva fatto quella mattina, gridandole di sparire e di quanto fosse pentito di aver infangato la memoria di Jennifer con quella sordida storia.
Elisa si adombró.
Jennifer!
Quella piccola troia che lo aveva tradito, che si portava dentro il bastardo di Max!
Elisa era rimasta in silenzio ad ascoltare quelle ingiurie senza difendersi: se le meritava, si era detta. Ma ora si sentí ribollire.
Poteva accettare di sentirsi dare della puttana, era quello che era, ma di venire paragonata a Jennifer come ad un modello di virtú coniugale era piú di quello che la ragazza potesse sopportare!
Luca doveva sapere.
Doveva sapere di Jennifer e doveva sapere di quella serpe di Max, l'Amico, la Roccia, la Spalla su cui piangere.
Le veniva il vomito al pensiero.
Sí, forse lei era una puttana, ma era stata onesta con Luca, non gli aveva nascosto nulla, pur rischiando di perderlo.
Onesta!
E Jennifer e Max, che avevano tradito, mentito, ingannato, avevano il suo amore e la sua stima, la sua lealtá.
Il volto di Elisa era adesso duro di rabbia e dentro di sé sentiva un desiderio di giustizia e vendetta riempirla di amarezza.
Luca doveva sapere.
E avrebbe saputo.

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MessaggioInviato: Mer Giu 01, 2005 6:33 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 51: Flashback (Promesse)

- Giuramelo! - Jennyfer pareva crederci davvero in quella richiesta.
- Smettila Jenny, sai bene che non giuro mai.
- Dai Luca, è importante!
- Perché devo giurarti di dirti sempre e solo la verità, in qualunque caso, se so di non credere in queste cose?
- Perché te lo chiedo io, non basta?
- Tu mi basti e sei la mia vita, dovesti accontentarti.
- Uff... ma io non sto mettendo in discussione questo...
- Allora smettila! - la interruppe Luca con fermezza - Giura tu se ti fa piacere, io ti crederò, ma non chiederlo a me.
Jennyfer abbassò lo sguardo, prese le mani del suo amato tra le sue e giurò.
Un giuramento, così come una promessa, valeva per Luca più di un contratto firmato, ma considerava altrettanto importanti l'onestà, il rispetto e la fiducia, senza bisogno di giurare o firmare da un notaio.
- Ti amo.
- Ti amo anch’io. – le sorrise e la strinse a se.
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MessaggioInviato: Gio Giu 02, 2005 5:52 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 52°: Sola ad un bivio

“Chiamala, Luca!”
Max l’aveva accompagnato a casa; le moto accese sotto il portico in quei brevi istanti di saluto, che portavano in sé l’assoluta incertezza di ogni minuto, ora e giorno futuro.
“Ho paura di non riuscire ad essere lucido con Lei! Ieri, mentre mi diceva ti amo, ho sentito come una bomba esplodermi dentro, la rabbia per aver creduto, peggio di un bambino stupido, in una possibilità così luminosa. Nessun controllo, l’ho offesa, cacciata, e me ne sono andato!”
“Se vuoi provo a chiamarla io, tanto lo sa che mi dici tutto! Magari riesco a stemperare un po’ la tensione, e poi le parli tu!”
“Non lo so Max, non vorrei che pensasse che non ho nemmeno le palle per affrontarla di persona.”
“Non lo penserà vedrai!”
“Forse hai ragione. Io ci sono troppo dentro, meglio che sbollisca un attimo! Segnati il numero!”
Max tirò fuori il cellulare dal taschino della giacca di pelle scura. Digitava una ad una le cifre che Luca dettava lentamente, ancora una volta aveva dovuto serpeggiare subdolamente tra le parole per ottenerle. Doveva parlarle prima che lo facesse Luca, chiarire con lei e capire cosa avrebbero dovuto raccontare e cosa no, qual era il meglio e il giusto da dire e da celare.
Un equilibrio, per quando debole, esisteva ancora e Max voleva necessariamente preservarlo, a qualunque costo.
“Ok torno a casa e la chiamo!”
“Fammi sapere Max! Sei un amico!”
Una stretta di mano come un’ altra, un consiglio come un altro. Max sapeva; Luca non immaginava quanto quella volta fosse diverso.
Elisa era decisa, doveva staccarsi quella maledetta etichetta che in complicità col destino si era incollata ben visibile sulla fronte.
Era quasi ora di pranzo, poteva tornare a casa o doveva chiedere ospitalità ai suoi? Poteva rientrare tra quelle stanze, che per così poco tempo erano state anche sue, oppure doveva aspettare fuori, senza poter più sentire l’odore di affetto e il calore che in due sembrava bruciare l’aria intorno?
“Forse non mi crederà, mi tratterà male, non vorrà parlarmi, non m’importa, ma devo provarci, devo spiegargli!”
Parlava da sola, provava ad ascoltare la sua voce quasi potesse così assorbire la giusta energia per tentare.
Quando la disperazione si fa strada riesce ad accendere luci che sopravvivono da sole, nell’indifferenza di tutti. Non esiste barriera o impedimento, non esiste la ragione, il pensiero, i calcoli, ogni azione vola perché è là che vuole arrivare, la speranza è l’unico motore che alimenta la corsa contro un nemico molto più quotato, eppure il piede resta fisso sull’acceleratore, il traguardo si avvicina e lui continua ad essere più avanti, fine dei giochi, i mulini continuano a girare e il vento copre qualunque sconfitta.
L’avrebbe perso, l’unico che anche solo guardandola riusciva ad emozionarla costringendola ad abbassare lo sguardo, l’unico il cui bacio restava impresso nella sua mente tornando ogni tanto ad accarezzare ricordi e immagini, l’unico che aveva voluto credere in lei, una fallita senza futuro, malata, che aveva fatto le sue porche schifose scelte e che meritava questo ed altro, anche di morire vittima di orribili sofferenze, perché no?!
Non poteva lasciarlo andare così, nella convinzione di aver avuto accanto una puttana, nell’amarezza di aver voluto dare fiducia a chi su quella stessa fiducia aveva sputato bava e sesso facile. Se la scelta di Luca doveva essere l’abbandono, almeno l’avrebbe fatto consapevole della verità, consapevole di tutto.
Ascoltava col cellulare incollato all’orecchio il costante segnale della linea libera. Luca non rispondeva, lei aspettava, lui non rispondeva.
“L’ultimo squillo, poi riaggancio!” E invece ne seguiva sempre un altro e un altro e un altro ancora.
“Rispondi maledizione!”
“Elisa cosa vuoi?” Non voleva che fosse quel tono ad accoglierla, ormai era tardi.
“Luca ti devo assolutamente parlare!”
“Non abbiamo molto altro da dirci per ora!”
“Ma tu devi sapere come stanno davvero le cose…”
“Mi sembra che sia tutto fin troppo chiaro no?”
“No! Non è chiaro per niente! Sei a casa? Passo un attimo va bene?”
Istanti di silenzio e poi: “Ok, ciao”. Luca riagganciò con il cuore vibrante di paura e amore, che non aveva saputo dirle di no.
Elisa si sentì sollevata, tutto il mondo in pochi minuti e lei quei minuti doveva ancora giocarseli.
Il cellulare prese a squillare.
“Luca!”
“Elisa sono Max.” Prima luce, ora buio.
“Cosa vuoi?”
“Luca mi ha detto quello che è successo tra voi.”
“E’ tutta colpa tua, tutta tua!”
“Senti ci vediamo e ne parliamo?”
“No, non voglio più vederti né sentire la tua voce viscida! Sto andando a casa da Luca, vado a raccontargli una brutta favola che parla di te e Jennyfer, del bell’amico dalla doppia faccia e della bella mogliettina premurosa davanti e schifosa traditrice dietro, nel tuo letto.”
“Elisa calmati un attimo dobbiamo riflettere, stare attenti a ciò che dobbiamo dire, Luca ci starà malissimo! Forse è meglio che soffra un po’ per te che non veda crollare tutte le sue poche certezze maturate negli anni!”
“Ma come cazzo ti permetti è? Come ti permetti? Io lo amo hai capito? Lo sai che vuol dire amare?”
Elisa piangeva e gridava, qualcuno la guardava, i bimbi continuavano a volare sulle altalene.
“Sì lo so cosa vuol dire!”
“Ma smettila! Non sai neanche cos’è il rispetto tu!”
“Ho amato Jennyfer con tutto me stesso!”
Un silenzio glaciale bloccò qualunque respiro.
“Per favore Elisa, devo parlarti!”
“Non lo so…”
“Sono a casa! Passa prima di andare da Luca!”
“Ciao!”
Elisa chiuse la conversazione senza dare una risposta a Max che restò qualche istante immerso nel vuoto di quel contatto vitale appena spezzato.
Era ad un bivio, sapeva che se fosse andata da Max in qualche modo avrebbe provato a convincerla a trattenere segreti e bugie, se fosse andata direttamente da Luca avrebbe schiarito il celo e sciolto la nebbia, ma quanto quella chiarezza era ciò di cui Luca aveva davvero bisogno?
E se il suo fosse solo un materiale bisogno di possedere e trattenere senza pensare al bene vero?
Allora era solo una stupida egoista?
L’amava davvero?
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Lun Giu 06, 2005 11:30 am    Oggetto:  
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Paragrfo 53°: La scelta.

Ancora con il cellulare tra le mani, che ora avrebbe voluto lanciare lontano, per liberarsi per sempre di quelle voci che erano entrate inevitabilmente a far parte della sua vita, Elisa si soffermò ancora un po’ a pensare a riflettere, ferma, paralizzata su quell' infingardo bivio che aveva segnato il suo passo. Tutt' intorno a lei più nulla esisteva, aveva più senso e colore alcuno. Erano rimaste sole: lei e la sua scelta da prendere.

Troppi erano i pensieri, i dubbi le domande che affollavano la sua mente. E tra questi tentava affannosamente di far chiarezza, cercando di carpire uno spiraglio di luce ovunque esso, nei meandri della sua mente, fosse celato. Ma non lo trovava.

Certo era che qualunque cosa avesse scelto la sua bella, importante, storia con Luca sarebbe finita: sia che continuasse a fargli credere “il tradimento”, per tacere tutto il resto troppo amaro da digerire, sia che gli avesse svelato la verità sui suoi intoccabili punti di riferimento, quali erano Jennyfer e Max. Ed altrettanto certo era, che della recente conversazione con Max non gliene importava proprio nulla. Max ormai per lei era lo zero assoluto. E far scoprire e soffrire lui era proprio l'ultimo dei suoi gravi pensieri. Anzi, ora, quasi si ripeteva che se lo sarebbe proprio meritato di apparire per ciò che era realmente: un abile cospiratore che ancora adesso ed una volta di più avrebbe voluto salvarsi, e proprio come in una partita di calcio, segnare quel suo ultimo vincente gol ai rigori, ma quel pallone in rete Max stavolta non ce lo avrebbe mandato. Lei, non glielo avrebbe permesso. Anzi di tutta risposta, ormai ne era certa, avrebbe sollevato un muro, una barriera invalicabile, pur di salvare la sua storia d'amore con Luca e non permettendo a Max di farla nuovamente franca..

No! Questa volta non avrebbe pensato prima agli altri, ma a se stessa. Lei era viva, Jennyfer era morta e di certo Max non era un amico. Avrebbe dunque dovuto sacrificare la sua unione con Luca per chi non c'è più e per colui "che non è"?

Non poteva farlo. Forse, proprio come aveva ancora una volta provato a farle credere Max, era bieco egoismo il suo. E forse non era vero amore, ma solo possesso e quindi forse solo egoistica difesa del proprio territorio. Ma non gliene importava proprio nulla! E forse stava per imboccare la strada più semplice. Tenere in se un segreto per sempre l'avrebbe di certo distrutta, e certamente rappresentava la strada più ardua da seguire.

No! Non poteva imboccare la via del silenzio. Ormai aveva deciso avrebbe parlato, con Luca. Salì in macchina e si diresse nuovamente verso la loro casa, dove sapeva che Luca la stava aspettando per la chiarificazione definitiva e dove sperava di poter essere accolta a braccia aperte. Anche se bene sapeva, che dopo ciò che avrebbe svelato a Luca, forse da quella casa sarebbe stata buttata fuori per sempre, senza più possibilità alcuna di farvi ritorno. Ma, neanche questo ormai le importava più, perché almeno sarebbe uscita, sì, per sempre di scena, ma degna della parola Amore che custodiva gelosamente in se, ridonando quella purezza ad un sentimento così vero e forte, che ormai, sempre più adombrato dalla menzogna, stava irrimediabilmente perdendo.

Entrò decisa nel cortile, e senza ripensamento alcuno diretta su per la rampa di scale...Solo dinnanzi all'uscio semichiuso lesinò per un istante che la fece tremare dalla testa ai piedi. Poi scrollò le spalle e dolcemente aprì la porta. Mosse qualche incerto passo fino al salotto, dove trovò Luca assorto, vicino la finestra, con il solito bicchiere di Brandy con ghiaccio, tra le mani.

Luca stava forse cercando la forza di star per scoprire un'amare verità in quell' inebriante liquido. Elisa pacata, con lo sguardo perso in quello di lui gli si avvicinò, gli tolse il bicchiere dalle mani e forte lo abbracciò. Nessuna risposta giunse a quell' abbraccio a senso unico. Così si distaccò da Luca. Fece un passo indietro.

E da quella giusta distanza, quella in cui i loro cuori seppur allontanati potevano parlarsi ancora, creando una sorta di energia attrattiva tra i loro corpi, alla quale però ora non potevano dar credito, perché in quel preciso istante la razionalità la stava facendo da padrona sull'impulso amoroso e sul magnetico sentimento.....Mestamente Elisa gli disse, abbassando gli occhi, che man mano si stavano colmando di lacrime: "Perdonami Luca, se mai potrai, per ciò che sto per dirti...."

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MessaggioInviato: Mer Giu 08, 2005 7:42 pm    Oggetto:  
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Paragrafo 54 – L’analisi.

- La porta non era sprangata, quindi ti ho già perdonato. Puoi dirmi qualsiasi cosa, tanto non puoi ferirmi.
- Non ne sarei così sicura.
- Invece lo sono. Ne ho passate tante in vita mia, cosa vuoi che sia una in più?
- E’ vero, avrai superato tanti momenti difficili, ma non tutti.
- Non tutti, certo… sarebbe chiedere troppo dalla vita, però mi sono vaccinato alla grande, quindi qualsiasi cosa tu voglia dirmi potrà al massimo stupirmi, o farmi incazzare, ma non mi farà male, no, non più.
- So alcune cose che riguardano il tuo recente passato, che tu non conosci.
- Cosa c’entra il mio passato?
- Ti ricordi quando siamo andati a casa di Max?
- Sì, è parte del mio passato. – rispose ironico.
- Ti ricordi quando vi ho lasciati un attimo per andare in bagno? – proseguì lei, ignorando il tagliente sorriso.
- Senti Elisa, non ho intenzione di stare qui a rispondere ai tuoi questionari, se hai qualcosa di serio da dire che giustifichi il casino in cui ci siamo messi, ok, altrimenti fermati, siediti vicino a me e facciamo finta che non sia successo nulla.
La determinazione con cui Luca affrontava il discorso era, probabilmente, il frutto di quella “vaccinazione” cui si riferiva.
Nella mente di Elisa, placata la foga e la rabbia dei giorni recenti, s’insinuò un pensiero nuovo.
Forse aveva ragione lui, forse nulla l’avrebbe più fatto soffrire, forse gli ultimi giorni li aveva spesi immersa nell’egoismo di un’innamorata, lo stupido egoismo che fa apparire giusta qualsiasi azione.
Lei era certa di essersi impelagata in quell’intrigo da best-seller solo per assecondare un’idea “giusta”, ma quanto quel “giusto” poteva esserlo in senso assoluto?
Cioè, il giusto è giusto solo per chi lo sente tale, non è detto che abbia lo stesso peso per chiunque.
Accertata questa ipotesi, mentre Luca attendeva una risposta versandosi un dito di brandy (la situazione lo suggeriva), il pensiero migliorò.
Che cosa avrebbe risolto spifferandogli quei segreti?
Avrebbe ottimizzato la sua vita?
Sì?
No?
Forse?
Analizzò tutte e tre le ipotesi.

Sì:
avrebbe capito finalmente chi fosse in realtà Max.
Certo, quel verme avrà dimostrato di essere davvero un buon amico, è sempre presente e tra loro due c’è una bella intesa, quasi fraterna, però, tra le tante vigliaccate che un amico del genere può commettere, l’ultima è proprio quella di andare con la donna dell’altro, quindi doveva dirglielo.
Inoltre, lei si sarebbe tolta quel peso lasciando a lui ogni decisione.

…intanto Luca aspettava ed elisa aveva abbassato lo sguardo.

No:
non avrebbe mai saputo di quella faccenda ne tanto meno del figlio non suo.
Luca avrebbe continuato la sua vita, Max rimarrebbe il suo miglior amico ed insieme continuerebbero ad essere una squadra formidabile.
Ma lei avrebbe sopportato di sapere e non dire?
Se ne sarebbe dovuta convincere per amore?

…Luca le si era avvicinato, passandole la mano tra i capelli.

Forse:
il solo fatto che ci fosse un forse rendeva plausibili entrambe le precedenti possibilità ed il calore di quella carezza la convinse.
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