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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Intervista a Franco Forte.
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Ott 21, 2005 9:21 pm    Oggetto:  Intervista a Franco Forte.
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“10 domande a…” Franco Forte, a cura di Monia Di Biagio.

Copyright©2005[MoniaDiBiagio].®Tutti i diritti riservati ai rispettivi autori.

N.B.: Si fa presente che per l’utilizzo di questa INTERVISTA è assolutamente necessario richiedere il consenso della Redattrice e dell’ Autore intervistato.


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Franco Forte è Nato a Milano nel 1962, ed è oggi giornalista professionista, scrittore, sceneggiatore, direttore editoriale della casa editrice Delos Books e direttore responsabile della nuova rivista “per chi scrive”, la Writers Magazine Italia,
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e della rivista di fantascienza Robot.

A proposito della sua “Writers Magazine Italia” Franco Forte, nell’editoriale del numero 0, ci spiega: ”Negli Stati Uniti c’è il Writers’ Journal, in Inghilterra la Writing Magazine, in Francia la Ecrire Magazine, in Canada The Writer. Tutte pubblicazioni dedicate all’affascinante mestiere di scrivere. In Italia mancava una rivista del genere, anche se su Internet esistono numerose realtà dedicate alla letteratura e alla scrittura, ma finalmente il buco è stato colmato. Con la Writers Magazine Italia anche i nostri autori hanno adesso un punto di riferimento, una guida tecnica e culturale a cui potersi appoggiare e un valido approdo critico per le loro opere. La WMI contiene tutto quello che si trova nelle prestigiose riviste straniere e molto altro: indicazioni sulle principali tecniche di scrittura, trucchi e consigli da professionisti, recensioni, racconti, interviste, poesie, haiku; e poi i dossier e gli approfondimenti sugli argomenti più interessanti, le lettere dei lettori, il Panorama letterario per restare sempre informati e tanto spazio per i vostri giudizi e per presentare le vostre opere, che se pubblicate saranno regolarmente ricompensate. Insomma, la Writers Magazine Italia vuole diventare il punto di aggregazione per tutti gli appassionati di scrittura e di letteratura, e nel contempo proporsi come una palestra per i giovani autori. Come recita lo slogan della WMI, una rivista scritta per chi scrive. E tutta da leggere! Gustatevi questo numero zero, e fateci sapere che cosa ne pensate. Ci servirà per crescere.”

Altresì, a proposito dell’ ”affascinante mestiere di scrivere” Franco Forte è anche autore per la sua stessa Casa Editrice, de “Il Prontuario dello scrittore”: un agile manuale per chi vuole avere sempre a portata di mano tutti i segreti e le tecniche della scrittura. Ecco cosa ci dice lui stesso a tal riguardo: “Procedendo a piccoli passi questo libro prende in esame tutti gli aspetti della scrittura, dagli elementi cardine quali la grammatica e la sintassi, fino al traguardo di una perfetta revisione secondo i più dettagliati schemi della tecnica editoriale. Non una bibbia per autori privi di talento, e neppure un abbecedario per dilettanti privi di ispirazione e di idee. La tecnica deve essere uno strumento di precisione nelle mani di un chirurgo, e suggerire esattamente quali mosse devono essere eseguite per ottenere il miglior risultato finale.”

Inoltre, iniziative della stessa Delos Book sono: il “Premio WMI”, bandito appunto dalla Writers Magazine Italia per racconti e poesie inediti a tema, a scadenza trimestrale. Tutti possono partecipare, sia scrittori affermati sia autori esordienti. (per visionare il bando completo
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e “Il workshop di scrittura creativa della WMI” “La Writers Magazine Italia organizza un workshop di scrittura creativa dal 10 al 16 aprile 2005, presso l’agriturismo "L'Agricola della Serra", a Gradara, in provincia di Pesaro. Il corso avrà la durata di una settimana, e sarà strutturato come una vacanza/studio in compagnia del direttore e dello staff della Writers Magazine Italia. Verranno affrontate tutte le problematiche relative alla scrittura, al mondo editoriale e alla possibilità di venire pubblicati, con esercitazioni pratiche finalizzate alla pubblicazione di racconti e poesie sulla WMI e nelle iniziative editoriali di Delos Books. Docente sarà Franco Forte. Tutti i partecipanti al corso avranno la possibilità di lavorare sui propri dattiloscritti e presentare le proprie opere allo staff della WMI e di Delos Books, con l’obiettivo di approdare alla pubblicazione. Il corso prevede un numero chiuso di partecipanti, fissato in massimo 16 allievi.”

La personale bibliografia di Franco Forte, scrittore e sceneggiatore, è la seguente: ha pubblicato nel 2000 i romanzi storici “Il figlio del cielo” e “L’orda d’oro” (Mondadori), da cui ha anche tratto uno script cinematografico per uno sceneggiato televisivo trasmesso da Mediaset e dalla BBC di Londra. Sempre nel 2000 ha pubblicato il romanzo “China Killer” (Marco Troppa Editore), un thriller dai toni forti. Il suo esordio come romanziere risale al 1990, con il romanzo “Gli eretici di Zlatos” (Editrice Nord). Nel 1996 ha pubblicato la raccolta “Chew-9” (Keltia Editrice). Per la casa editrice Solid, oltre a “Il Prontuario dello scrittore”, un manuale di scrittura creativa per gli esordienti, è anche uscito il romanzo “Ombre nel silenzio”, scritto insieme a Luigi Pachì.

Come sceneggiatore ha realizzato diverse puntate di fiction tv per la RAI e Mediaset, mentre come antologista ha curato i volumi “Strani giorni” (Mondadori), “Fantasia”, “Horror Erotico” e “Cyberpunk” (Stampa Alternativa), “Terzo Millennio” (Avvenimenti) e “I mondi di Delos” (Garden).

Ha tradotto dall’inglese “Aristoi” e “Metropolitan” di Walter Jon Williams (Mondadori), “Meglio non chiedere” di Donald E. Westlake (Marco Tropea Editore) e dal tedesco “Q come Caos” di Falko Blask (Il Saggiatore).



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1- I miei saluti a lei, Franco Forte, nel ringraziarla di aver voluto prendere parte alla neonata iniziativa “L’intervista” di nuoviautori.org. Con le 10 domande che seguiranno vorrei conoscere e far conoscere meglio il Franco Forte scrittore ed editore. Partendo proprio da quest’ultimo suo mestiere, che la vede a capo della casa editrice la Delos Book, ed essendomi potuta informare sulla stessa, tramite questo magico scrigno che è internet, ho notato come lei dia ampio spazio alle iniziative che riguardano lo scrittore in prima persona, sia esso conosciuto o sconosciuto, edito o inedito, già affermato o esordiente. Mi riferisco nello specifico alla sua “WMI”, che presto diverrà, credo, anzi senza ombra di dubbio, perché unica nel suo genere, il vero porto di approdo, punto di riferimento, pregiata vetrina per ogni scrittore che voglia far accendere su di sé, anche per un unico momento, le luci della ribalta. Ma anche all’omonimo Premio Letterario, bandito appunto dalla Writers Magazine Italia, e non ultimo al “workshop di scrittura creativa della WMI”. Tre encomiabili idee legate a una sola sigl:, diventerà questa un marchio di qualità? Gli scrittori che potranno avvalersi di questa sigla nei loro curricula letterari saranno oltremodo dei D.O.C.? O forse sarà la rivista stessa a diventare un D.O.C. avvalendosi della presenza di scrittori affermati, straletti e stravenduti, non a caso sul n°zero c’è Faletti, no? La WMI è dunque soprattutto per gli esordienti o per gli affermati? Forse nasce ed è stata ideata per entrambi, poi… Continui lei questo mio girovagare di pensieri.

La WMI, come afferma lo slogan di testata, è “la rivista scritta per chi scrive”. Il che significa che vogliamo renderla uno strumento importante per gli appassionati della scrittura a tutto campo, e soprattutto per quegli autori emergenti che voglio crescere e arrivare a impadronirsi delle tecniche necessarie per diventare scrittori professionisti. Per questo la WMI darà grande spazio a tecniche, trucchi e strategie di scrittura, per spiegare tutte quelle cose che gli operatori dell’editoria sanno bene, ma che difficilmente si propagano all’esterno. Il miglior modo per diventare scrittori professionisti è conoscere quello che fanno e quello che vogliono i propri interlocutori, ovvero gli editori. La WMI spiegherà nel dettaglio proprio questi meccanismi. Dopodiché, ci saranno anche approfondimenti più a vasto raggio, che potranno coinvolgere anche firme famose (come l’intervista che abbiamo fatto a Faletti, in cui il poliedrico comico-cantante-scrittore svela qualche interessante retroscena sulla sua nuova attività letteraria). Non ci sarà però nessuna preclusione nei confronti degli autori emergenti, anzi. La WMI è a caccia di talenti, quindi leggerà tutti i racconti, le poesie e gli haiku che perverranno in redazione, e se troverà qualcosa di buono lo pubblicherà senza indugio, che appartenga a uno scrittore famoso o a un perfetto sconosciuto. Nel numero 0, quello d’esordio, pubblichiamo un racconto di Sergio Cicconi, che nel 1998 è stato finalista al Premio Calvino, e uno di Donato Altomare, che nel 2001 ha pubblicato un romanzo in Mondadori. Ma accanto a loro ci sono le opere di due perfetti sconosciuti, Paola Bonomo e Raffaele Palmieri, che firmano in questo modo il loro esordio professionale. La WMI non avrà pregiudizi di nessun tipo, e seguirà il solo metro di giudizio che qualsiasi editore considera valido: la qualità delle opere.

2- Sicuramente, sempre da editore, riceverà ogni giorno centinaia di manoscritti inediti da vagliare, alcuni dei quali saranno leggibilissimi, forse ben scritti e meritevoli di pubblicazione, molti altri invece già a una prima svista risulteranno malamente composti, fors’anche con errori grammaticali sparsi qua e là. E questa, si sa, è la dura legge del gioco del “voglio pubblicare anch’io”, anche perché come qualcuno l’ha voluta definire, l’Italia è il paese dei Poeti e dei Navigatori, dove il fascino dell’arcano “mestiere dello scrivere” si radica un po’ ovunque. E’ per questo che ha sentito la necessità di scrivere e poi pubblicare “Il Prontuario dello scrittore”, un manuale contenente tutti i segreti e le tecniche della scrittura?

Farò rispondere in parte, al posto mio, un grande scrittore: Dino Buzzati. Che nel 1937, in un articolo per il Corriere della Sera, a proposito di questo scriveva: “Si può calcolare che in Italia ogni giorno, comprese le domeniche, nasca un nuovo scrittore, quando non ne nascono due o tre. Non c’è nessuna esagerazione: il numero di manoscritti che affluisce annualmente alle case editrici dimostra che questa media è inferiore alla realtà. Centinaia di persone, delle più diverse categorie sociali, stanno oggi, a quest’ora, pensando intensamente al capolavoro che dovrà aprire loro le vie della gloria. (…) Con una cieca fede nella propria opera, l’autore ha l’impressione che folle sitibonde attendano il suo romanzo e che a questa rivelazione si opponga, per misteriosi motivi, l’insipienza degli editori, che non sanno neppure badare al loro interesse. (…) Quando l’autore, impacchettato meticolosamente il suo lavoro, lo consegna all’ufficio postale (…), vive in lui una incrollabile certezza: che il romanzo sia un capolavoro e che la pubblicazione sarà per l’editore un affare lucrosissimo. Con l’andare del tempo questa seconda convinzione andrà attenuandosi. Solo più tardi, dopo mesi o anni, anche la prima comincerà a vacillare. Nulla come il tempo guarisce le false illusioni e cancella le prospettive sbagliate. (…) La disposizione d’animo degli editori di fronte a questa valanga di manoscritti è dunque di solito negativa. (…) Bastano due o tre occhiate per definire, senza possibilità di errore, gli scritti assolutamente inammissibili.

Un buon 70 per cento viene così eliminato. La retorica è il male che affligge la maggioranza di questi scarti: le frasi fatte, i luoghi comuni, le roboanti circonlocuzioni, le sfatte espressioni da canzonetta d’amore. Ben raro che qualcuno scriva di cose a lui adatte. (…) Difetto quasi altrettanto diffuso è la mancanza o l’estrema debolezza del cosiddetto intreccio, che pregiudica a priori l’interesse della lettura. Nessuno poi o quasi che scriva con semplicità: appena prendono la penna in mano, quasi tutti credon doveroso impaludarsi in una prosa artefatta e barocca, che rende loro impossibile esprimersi efficacemente. (…) Oh, se gli scrittori, nessuno escluso, ignoti e famosi, prima di sollecitare gli editori, chiudessero i loro scritti in un cassetto e li rileggessero dopo quattro o cinque mesi!”

Che ne dite, non vi sembra di aver letto un articolo scritto oggi? Invece risale a 70 anni fa, e nulla sembra cambiato. E’ proprio per cercare di ovviare il più possibile a questa “imperizia” degli autori alle prime armi che ho scritto il “Prontuario dello scrittore”, giunto oggi alla sua terza edizione. In esso ho racchiuso tutto quello che ho imparato in vent’anni di mestiere come editor delle case editrici, come scrittore e come editore. Un prontuario da tenere sempre vicino quando si scrive, per risolvere al volo qualsiasi dubbio tecnico o grammaticale. Tra l’altro, nella terza edizione del Prontuario, disponibile da dicembre 2004, ho aggiunto in calce tutti i riferimenti e le indicazioni, tecniche e tipografiche, per chi volesse inviare in lettura il proprio romanzo alla Delos Books. Con tutti gli indirizzi, i nominativi e le indicazioni per farci avere le proprie opere corrette da un punto di vista formale e lasciare che sia solo la qualità del contenuto a far parlare di sé, e non eventuali errori di formattazione del testo o di grammatica di base. Un’opportunità per gli autori esordienti, mi sembra, più unica che rara di avere un confronto diretto con l’editore.

3- Ancora una domanda all’editore, che vista la mia strenua, personale lotta contro “l’Arte a pagamento”, non posso di certo farmi sfuggire di mano. Cosa ne pensa del business che cresce ogni giorno e a dismisura intorno alla figura dello scrittore, soprattutto quello alle prime armi: concorsi letterari a pagamento (che di certo non eguagliano e non si fermano ai 5 € che chiede lei per l’iscrizione al premio W.M.I), antologie di vari generi e richiesta di inserimento nelle stesse sempre a pagamento, libri stampati e pubblicati, ma spesso mai pubblicizzati o venduti sempre a pagamento… Mi chiedo, dunque, avendo la possibilità in questo momento di parlare con un addetto ai lavori: qual è il confine tra editore commerciante di Arte ed editore mecenate?

Non esistono editori mecenate. Cerchiamo di rendercene conto. Le case editrici sono imprese, che vendono libri anziché salami, ma che si comportano nello stesso modo di un salumificio o di un biscottificio. Investono soldi per produrre una merce, la mettono in vendita, incassano ricavi che distribuiscono a terzi e, alla fine dell’anno, tirano le somme. Se i conti sono a posto vanno avanti, altrimenti chiudono. E’ una triste e dura realtà, me ne rendo conto, ma l’alternativa è che l’editore sia un filantropo miliardario a cui non interessa gettare montagne di soldi fuori dalla finestra in cambio di un po’ di “buona cultura”. Che poi, capire che cos’è la “buona cultura” è un impegno non indifferente.

Le case editrici, comunque, cercano mediamente di fare buoni libri senza incappare in flop commerciali, e questo esercizio di equilibrismo non è facile, e quasi sempre poco compreso dagli autori che smaniano per pubblicare.

Naturalmente, in questo calderone che è l’editoria italiana, poi ci sono anche le mele marce. Sono gli editori che non si interessano a un libro per venderlo, ma solo per pubblicarlo. Ovvero, il loro guadagno deriva esclusivamente dai soldi ottenuti dall’autore per sostenere le spese di stampa (su cui poi, in realtà, fanno una bella cresta, che rappresenta il loro vero guadagno). Questi editori, una volta concluso il contratto, stampano brutti libri e se ne disinteressano, senza promuoverli, senza distribuirli, senza garantire nulla all’autore. Eppure individuarli è facile, basta leggere i contratti che sottopongono all’autore. Lì c’è scritto tutto.
Esistono poi delle realtà intermedie che si stanno diffondendo ultimamente, e che possono rappresentare un nuovo modo di fare editoria, interessante sia per l’autore che per l’ ”imprenditore”. Sono quelle case editrici che ad alcuni autori (non a tutti quelli presenti nel loro catalogo), chiedono una partecipazione alla stampa perché altrimenti non potrebbero stampare il loro libro (perché il budget annuale è già colmo o per qualsiasi altro motivo).

A fronte di questo, però, garantiscono all’autore gli stessi canali di vendita e promozione degli autori “tradizionali”, e magari delle royalties sul venduto molto più alte, proprio per compensare più velocemente quanto investito dall’autore (che questa volta corrisponde sul serio alle spese vive di stampa, senza creste sopra). In questo modo, un esordiente che non avrebbe trovato spazio in quella casa editrice, ha una possibilità di pubblicare, di farsi conoscere e di mettere il suo libro a disposizione del pubblico. Se le cose andranno bene, autore ed editore ci guadagneranno entrambi. Se andranno male, l’editore avrà contenuto lo sforzo economico, e l’autore avrà comunque perso una cifra piuttosto bassa. Ma a fronte della possibilità di avere una reale chance di pubblicazione professionale, perché l’editore curerebbe l’edizione del suo libro nei minimi dettagli e non lo lascerebbe allo sbando.

Come si vede, tre modi diversi di fare editoria. Quella tradizionale, quella a pagamento e una… ibrida. Alla prima è difficilissimo accedere, alla seconda è molto facile (ecco un indicatore che la dice lunga) e alla terza può farcela solo chi ha, comunque, delle qualità.

4- Altresì le sembra giusto e corretto che uno scrittore, e lei lo è, scelga per la propria “creatura” una casa, che evidentemente reputa degna per questa, dove poterla veder vivere, respirare, crescere, ma ben presto questa si trasforma in una prigione di cristallo, che cela il libro stesso agli occhi dei più? E’ forse giusto che l’esordiente pubblicato, a cui si danno chiaramente speranze sulla propria bravura stilistica e letteraria, non vedrà e toccherà mai fisicamente il suo libro sullo scaffale di una libreria (anche quando le case editrici si avvalgono di catene librarie famose), ma al massimo potrà visualizzarlo su un sito internet o su un catalogo librario cartaceo (che sovente solo i librai sfogliano per i loro ordini)?

Vista la situazione delle librerie e degli editori italiani, ti dirò che la vendita via Internet sta diventando, almeno secondo me, un elemento di spicco e di grande interesse sia per gli editori che per gli autori. Molto più che la distribuzione in libreria. Delos Books, per esempio, vende i propri libri esclusivamente online, sulla nostra libreria virtuale Delos Store (www.deslosstore.it). E questa è una scelta ponderata, non certo dettata dal caso. Perché? E’ presto spiegato. La guerra per trovare posto sugli scaffali delle librerie è spietata. E la logica impone ai librai di esporre soprattutto i libri che sanno di poter vendere, non certo le opere prime degli esordienti o i romanzi di autori pressoché sconosciuti (e vorrei anche vedere: un librario deve guadagnarsi la pagnotta, a fine mese, mica deve fare beneficenza intellettuale).

E’ per questo che si può anche arrivare a pubblicare con Mondadori e patire comunque un brutto destino: il libro starà fuori per un paio di mesi al massimo, poi, incalzato dalla marea inarrestabile di novità che escono a ritmo serrato, finirà in qualche sottoscala, in attesa che il distributore venga a fare un po’ di spazio ritirando le copie invendute. Per cui, finire in libreria non significa automaticamente vendere il proprio libro. Anzi. Certo la vendita online non è un rimedio a questa situazione. Non sono così presuntuoso da pensarlo. E’ piuttosto un’alternativa. Moderna, intelligente e, senz’altro, coraggiosa, per presentarsi ai lettori e consentire loro di scegliere e acquistare i libri che più si avvicinano ai loro gusti. I volumi vengono resi sempre disponibili, sono sempre in vetrina, almeno fino a quando ci saranno copie da vendere, senza essere soppiantati dalle novità.

E gli esordienti possono comparire in questa vetrina accanto a firme più conosciute, con pari dignità, senza rischiare di essere accatastati in qualche sottoscala. La vita media di un libro in libreria è di due mesi. Quella di un libro sul Delos Store è di anni. E credo che per un esordiente sapere che il proprio libro è sempre presente, sempre disponibile, sia molto importante.

5- Ultimissima domanda all’editore: visto che allo scrittore vengono chiesti continuamente contributi economici per questo o per quello, ma i frutti, anche economici, oltre che di soddisfazione personale, tardano sempre ad arrivare… Lo scrittore deve diventare editore per iniziare a guadagnare qualcosa, grazia alla sua Arte. Forse l’unica a cui ha deciso di dedicare la propria vita?

Tutti sono capaci di stamparsi un libro in proprio, soprattutto adesso che le tecnologie consentono di fare cose impensabili fino a qualche anno fa. Si impagina alla perfezione il libro, si fa un bel file PDf e lo si porta in una tipografia. Con qualche migliaio di euro il libro è bell’e che fatto. E poi? Non conta tanto stampare un libro, quanto far sapere ai potenziali lettori che esiste, che è in vendita, che parla di questo e di quest’altro. E poi bisogna farlo sapere ai giornali, alle tv, alle radio, ai siti culturali, a tutti quei possibili media in grado di diffondere la notizia e far girare il nome dell’autore.

Il successo, poi, quello economico, verrà a prescindere dall’editore che ha firmato il libro. L’unica cosa che conta è il passaparola dei lettori, e se un libro vale, allora la gente se ne accorge. Ma quello che importa, ripeto, è affidarsi a un editore che possa garantire la promozione del libro, oltre che la sua diffusione. E’ questo l’elemento fondamentale che deve spingere un autore alle prime armi a capire se l’editore con cui si sta confrontando è serio o no. E come ho già detto prima, che si tratti di un editore tradizionale, a pagamento o ibrido, ciò che importa non è che il libro venga stampato, ma che sia promosso. E questo lo possono garantire solo gli editori seri, che siano tradizionali o ibridi. Certo non quelli esclusivamente a pagamento.

6- Ma passiamo al Franco Forte sceneggiatore, che forse è meglio, anche se la polemica in merito sarebbe ancor più accesa per quanto riguarda il campo cinematografico. Sorvoliamo, però. Dal suo “L’orda d’oro” pubblicato da Mondatori, è stato tratto uno script cinematografico per uno sceneggiato televisivo trasmesso da Mediaset e dalla BBC di Londra. Come ci si sente nel veder “resa viva”, in movimento, una propria idea, che pur se magari celata tra le pagine di un buon libro, non era giunta là dove solo un media come la televisione può giungere? Quali sono le altre fiction che ha realizzato per la Rai e per Mediaset?

Scrivere sceneggiature è molto più difficile e impegnativo (non tecnicamente, psicologicamente e umanamente) che scrivere romanzi. E senz’altro dà meno soddisfazioni. Certo, fa guadagnare molti più soldi di qualsiasi romanzo, ma questo è forse uno dei pochi parametri che bisogna considerare quando si parla di lavorare per il cinema e, soprattutto, per la TV. Si scrivono sceneggiature come se si realizzasse qualsiasi altro lavoro su commissione, con ben pochi spazi di manovra per la propria creatività artistica e con strettissime gabbie tecniche entro cui muoversi.

Per questo, quando poi il proprio script finisce in mano ai delegati di produzione, agli story editor, ai registi, quello che ne viene fuori appare molto distante da quanto si sarebbe voluto realizzare. E questo è un bene, perché è il modo migliore per sopravvivere in un ambiente popolato da squali e minacciose creature che tendono ad appropriarsi di qualsiasi merito in base a rigidi criteri di comando e sudditanza. Meglio quindi essere freddi e distaccati nei confronti dei propri script, e lasciare che vivano di vita propria, una volta consegnati. Tanto per farmi capire, vi dirò che io ho saputo della messa in onda per la prima volta su Rete 4 del mio sceneggiato su Gengis Khan non dalla produzione o da Mediaset, bensì da un’amica che stava guardando per caso la televisione. E quando ho chiamato per chiedere spiegazioni mi è stato risposto che non erano affari miei. Non ero stato pagato, e anche bene? Allora non c’era altro di cui dovevo interessarmi. Insomma, il romanzo non gratificherà il portafogli come le sceneggiature, però volete mettere le soddisfazioni che è in grado di dare? Non c’è paragone.

7- Al Franco Forte scrittore invece vorrei chiedere: cosa pensa della sperimentazione linguistica? Nello specifico mi riferisco al suo “Cyberpunk” pubblicato da Stampa Alternativa, ma anche all’haiku… Come sta evolvendosi la nostra lingua, influenzata dal linguaggio internettiano, quello degli sms, quello preso in prestito dagli infiniti e diversificati gruppi e mode giovanili, quello coniato duranti particolari avvenimenti che passano indenni attraverso le nostre vite (guerre, olimpiadi, regate veliche)? In definitiva chi scriverà “cosa” e per “chi” in futuro? Forse solo chi di questi linguaggi saprà farsi fautore e interprete?

Sono molto attento a questo tipo di cambiamenti, a questa evoluzione del linguaggio che si accompagna ai grandi mutamenti della società moderna, primi fra tutti i sistemi di comunicazione, che hanno introdotto elementi fondamentali per la gioventù d’oggi, come appunto gli SMS e la posta elettronica. Leggo tutti i giorni decine di cartelle scritte da ragazzi che hanno dieci, quindi, venti anni meno di me, eppure non mi sembra di cogliere una grande differenza con quanto scrivevo io alla loro età, o con quanto scrivevano i miei colleghi.

A quanto pare, la narrativa, la poesia e anche forme più esotiche di scrittura come gli haiku, non risentono in maniera così grave dei mutamenti epocali che invece stanno caratterizzando strumenti di comunicazione di massa come cinema e TV. Tanto per fare un esempio, nel 2004 avrò letto più di 200 romanzi, e più di 500 racconti, eppure… non ne ricordo neppure uno in cui la forma sincopata e i neologismi creati per la comunicazione via SMS o e-mail abbia avuto un ruolo sostanziale. Certo, ogni tanto qualcuno inserisce uno scambio di e-mail tra alcuni personaggi, ma tutto finisce qui. Quindi, credo che per fortuna la letteratura sia ancora abbastanza immune da questi cambiamenti, e lo sarà ancora per qualche tempo. E la gente, più che per il futuro, continuerà a scrivere per se stessa, per dare forma alla memoria e al passato o, al massimo, per garantire vivacità al presente.

8- Il suo primo libro scritto? Quello che più ha amato scrivere? Come è nata in lei la voglia di mettere i suoi pensieri nero su bianco? Il suo prossimo lavoro scritto?

Beh, il mio primo libro scritto, che non è certo il primo che ho pubblicato, è stato un romanzo di avventura battuto con una macchina per scrivere Olivetti Lettera 22, di cui conservo ancora religiosamente una copia. Avevo 10 anni, e mi sono divertito un sacco a scriverlo. Per fortuna ho sempre avuto uno spiccato senso di autocritica, così dopo avere apposto la parola fine e avere provato a rileggerlo, l’ho infilato in un cassetto e non l’ho dato da leggere a nessuno, neppure a mio fratello.

Il romanzo, invece, che mi è piaciuto di più scrivere, è “China killer”, un thriller che si discosta abbastanza dai canoni classici del genere, e su cui ho versato sangue per anni. Gran merito della qualità di quel libro va a Marco Tropea, l’editore che l’ha pubblicato e con cui ho lavorato gomito a gomito per limarne le spigolature. Quell’esperienza mi ha insegnato parecchie cose, e il ricordo che ho dei giorni in cui ci riunivamo in casa editrice per discutere di qualche capitolo o di qualche personaggio è straordinario.

Per quanto riguarda i miei prossimi libri, ho parecchia carne al fuoco. Intanto un altro thriller, “La stretta del Pitone”, per cui la casa editrice Mursia ha fatto pervenire al mio agente un contratto di acquisto. Ma, soprattutto, alcuni romanzi storici imperniati sulle investigazioni di un notaio criminale, Niccolò Taverna, nella Milano del 1500. Un paio di ottimi editori devono darmi a breve la loro proposta di contratto, e mi sa che mi divertirò a scegliere quello che mi darà maggiori garanzie di popolarità e diffusione.

9- Di cosa parla e quale insegnamento trarre da “Ombre del silenzio”, scritto a più mani con Luigi Pachì?

“Ombre nel silenzio” è un libro difficile, intessuto su più strati, che ha impegnato a fondo sia il sottoscritto che Luigi Pachì, carissimo amico e compagno di avventure editoriali da quasi vent’anni. Scrivere a quattro mani non è facile, anzi, ma nel nostro caso si è trattato di un’avventura coinvolgente, che consiglio vivamente a tutti, prima o poi, di provare. Da parte mia non sarà certo l’ultima.

10- Ultima classica domanda di ogni mia intervista: quella che vuol cercare di segnare un vero e proprio filo conduttore tra tutte le varie opinioni degli intervistati, a proposito di un “consiglio da dare all’esordiente”. E in questo senso, lei mi sembra la persona più indicata, visto che all’esordiente ha deciso di dedicare la sua stessa vita e carriera letteraria. Oltre ai consigli di scrittura o ai corsi di scrittura creativa cosa consiglierebbe a un esordiente, magari per metterlo in guardia da alcuni “commercianti senza scrupoli”, facenti, ahimè, parte della sua stessa categoria imprenditoriale? Come suggerirebbe a uno scrittore esordiente di varcare la soglia, di questo mondo di lettere, fatto fin troppo spesso, proprio solo di ridondanti “parole”?

Prima di considerarsi scrittori, bisogna sapersi mettere in gioco, bisogna essere abbastanza modesti e severi con se stessi da capire che tutti, ogni giorno, abbiamo qualcosa di nuovo da imparare. Il problema più grosso dell’autore alle prime armi, invece, è che è convinto di non avere nulla da imparare, è troppo geloso delle proprie opere da accettare le critiche e usarle a suo beneficio. Certo, questo dipende molto dalla realtà editoriale italiana. Negli Stati Uniti, un autore alle prime armi ha decine di riviste con cui confrontarsi, a cui può mandare le proprie opere per capire se valgono qualcosa o no, mentre in Italia queste “palestre” per scrittori non ci sono.

Quindi l’autore alle prime armi che cosa fa? Fa leggere le proprie opere ad amici e parenti, oppure partecipa a siti o a gruppi di lettura/discussione sul web, tutti gratuiti e gestiti da appassionati che però non sono professionisti (e in editoria non si diventa professionisti dall’oggi al domani), e quindi non possono dare il giusto orientamento e il giusto feedback agli autori, che quando arrivano al confronto con l’editore vengono quasi sempre a trovarsi di fronte a una realtà ben più complessa e difficile da superare. Per questo, secondo me, i premi letterari possono essere importanti, però anche in questo caso lo sono quelli banditi da editori o da riviste, non da siti o da organizzazioni amatoriali (se si vuole puntare a diventare scrittori professionisti, beninteso).

Per fortuna adesso c’è la WMI, che nasce proprio a questo scopo: diventare un punto di riferimento per chi ha le potenzialità per diventare un vero scrittore e ha il coraggio di mettersi in gioco. Non per nulla la WMI retribuisce regolarmente gli autori dei racconti pubblicati, perché è questo il vero distinguo tra una pubblicazione professionale (come avviene negli USA o in Inghilterra) e le mille (lodevolissime) iniziative amatoriali che accolgono le opere degli autori emergenti.

*******

Grazie a Franco Forte,
per la sua cortese e graditissima partecipazione.

Cordialmente,
Monia Di Biagio.

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