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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

"Scritturalia" è la terra delle parole in movimento, il luogo degli animi cantori che hanno voglia di dire: qui potremo scrivere, esprimerci e divulgare i nostri pensieri! Oh, Visitatore di passaggio, se sin qui sei giunto, iscriviti ora, Carpe Diem!

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Avril (di Alberto Torres)
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alberto torres







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Sito web: http://www.boghes.it

MessaggioInviato: Lun Ott 31, 2005 10:33 pm    Oggetto:  Avril (di Alberto Torres)
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Avril

Mi parli, mi parli, mi parli.
Mi parli di te, mi parli di tutto e mi solleciti curiosità antiche. Le tue parole sono come un fiume che rompe gli argini e dilaga e travolge tutto. Sei un uragano di parole che si stampano tra le pareti di questa stanza, che esplodono nelle orecchie, che entrano nella testa e affondano tra i meandri oscuri dei miei due emisferi danzando e piroettando e come dentro a un labirinto si destreggiano nella ricerca di una qualche via d’uscita. Sono come il volo di rondini vecchie che tornano in primavera a cercare il proprio nido e come rondini giovani che emigrano per trovare nuovi raggi di sole per scaldare le proprie ali. Sono maschere di carnevale che nascondono verità depositate nei forzieri dei tuoi ricordi. Sono ghirlande di sogni che si sono stampati nei tuoi occhi segnando per sempre la tua anima. Sono desideri che dal cielo sono precipitati nel tuo cuore incagliandosi in reti di incomprensione e frantumandosi su pareti rocciose di incomunicabilità.
Stai liberando la tua anima stai facendo volare il tuo spirito.

Tu mi parli, tu mi parli, tu mi parli.
E i tuoi occhi sono puntati sui miei, quasi volessi entrarmi dentro. Mi penetri con i tuoi occhi lucidi e smarriti, mi possiedi come in un atto sessuale. Il tuo modo di guardare è una traslazione dei tuoi impulsi sessuali e io mi sento frugare dentro, mi sento catturato; sto cadendo nella trappola dei tuoi desideri. I tuoi occhi sono specchi che riflettono il tuo mondo e io mi ci tuffo dentro e il tuo sguardo magnetico cattura ogni dettaglio intorno a questo tavolo dove due bicchieri di vino rosso ora pieni e ora vuoti segnano il tempo come fossero una clessidra.
Siamo uno di fronte all’altra a volte imbarazzati a volte liberi di raccontarci.
C’è qualcosa in comune tra di noi, forse è l’età che ci accomuna e che ci fa sentire più vicini; ma è incredibile verificare che anche per due come noi le parole sono come mattoni che contribuiscono a costruire la nostra storia.
E allora io mi racconto e anche tu ti racconti. Tu ti accontenti io forse no, voglio andare oltre.

Sento che non mi basta, non mi basta, non mi basta.
Le tue parole sono come una doccia calda. Sono un idromassaggio per i miei sensi. Vorrei che non finissero mai.
Io che ho divorato pagine di libri e di giornali. Io che ho studiato psicologia e filosofia, io che sono portato a condividere sempre la vita degli altri. Io che ho ascoltato in silenzio, nella penombra di taverne e di bar vicino al porto, confessioni e segreti, sussurri e grida di vite normali racchiuse dentro pacchi regalo da scartare; parole che come treni nel loro lento avanzare quotidiano strappano desideri di riscatto correndo come su dei binari paralleli, gli uni con gli altri.
E quelle erano parole e desideri e sogni di conoscenti, amici e amiche qualunque, normali. Erano persone, come me e come te. Ma ora sento che le tue parole sono troppo poche perché possa capire il tuo arrendevole spirito.
E ti vedo fragile, impaurita, perduta nei ricordi di quello che è stato, in quello che sarebbe dovuto essere e che invece non è mai venuto a galla. Sei una montagna che si sgretola sotto una pioggia leggera, sei un filo d’erba che si piega al soffio della brezza marina. Sei un fiore che si colora di giorno e muore di notte. Sei troppo lontana ora. Occupi una parte di spazio che vorrei raggiungere. Devi far brillare il tuo spirito perché ti possa accogliere con tutto il mio pensiero e con tutta la mia anima. Quando tu sarai una parte di me e io sarò una parte di te riuscirò a delineare i contorni della tua figura, saprò scrivere mille pagine dei tuoi giorni sempre uguali, delle tue paure sopite, del tuo spirito libero.

Il tuo nome è Avril.
Davvero un gran bel nome, stupendo. Chiunque ne resterebbe affascinato. Ed anche io lo sono. Ma non so per quale motivo non riesco ad associarlo a te. Il tuo corpo, la tua figura evocano altri nomi e per contro quel nome evoca altri corpi e altre figure. Non si sposano tra di loro. Sono inconciliabili, incompatibili. Non ci riesco. Mi sembra un nome sprecato per te e tu mi sembri sprecata per lui.
Fosse stato per me ti avrei chiamata Genova.

Sì Genova, come il nome della città.
Per i suoi colori contrastati e violenti. I suoi tramonti marinari, i suoi venti salmastri. O forse per la sua toponomastica posata e avvolgente che fa venire in mente due braccia allargate e tese sempre pronte ad accogliere qualcuno in un forte abbraccio o come due gambe larghe pronte a stringere i fianchi in un atto d’amore violento.
Per il suo lungomare spazzato dal vento e dove tutte le conchiglie sono state raccolte dai viandanti innamorati, e dove non resta che sedersi sulla sabbia a fissare l’orizzonte ormai confuso nella foschia e seguire i gabbiani che volteggiano sulle nostre teste in un rincorrersi continuo su di un cielo dove l'unico confine è il limite imposto dal nostro sguardo, un cielo quasi sempre azzurro.

Genova, proprio come il nome della città, avamposto di partenze sofferte che con un salto oceanico cercano migliore sorte per la propria vita e mèta di arrivi di genti diverse con i loro carichi multicolori e l’odore di spezie e profumi e salsedine incollata sul corpo a insidiare bellezza di pelli diverse.
Per le barche dei pescatori che prendono il mare all’alba per rientrare faticosamente quando il sole basso sembra incendiare l’acqua e tutto diventa giallo e poi rosso e poi, piano piano, nero e buio. E le reti posate sul molo, ammassate, a ricordare una giornata di duro lavoro, di sole, di vento e di mare infinito.
Gente tosta, temprata alla fatica, allegra e malinconica in un caleidoscopio di umori come solo i marinai sanno di avere.

Genova, come il nome della città, una città che si rivela senza mezze misure. Con il suo degrado, i suoi vicoli segreti. Con la bellezza delle sue infinite scalinate dove viene facile ripercorrere con il pensiero secoli di storia, immaginando quegli scalini e quei muraglioni come nascondiglio e rifugio di amanti segreti e testimoni di regolamenti di conti di varia natura. Pietre dure e intaccate dal sole e dal vento e dall’umido del mare ma per sempre discretamente custodi di questi segreti.
Per i suoi gatti accovacciati su finestrelle a fare da sentinella al via vai quotidiano.
Per la sua malinconia.
Per il suo moto ondoso.
Per le sirene delle navi, per le urla della sua gente.
Per le sue donne con il culo oltre misura sedute su improbabili sedie di legno e paglia davanti alla porta di casa.

Genova, come il nome della città, rifugio di disperati e viaggiatori. Per il suo profondo amore per il mare e calamita di pene e speranze. Per le sue puttane dal cuore grande in cui vorrei poter trovare la forza di godere delle loro attenzioni e del loro calore. Le puttane di Genova sono diverse da tutte. Tendono l’orecchio al mare e aspettano buone notizie dal vento. Guardano l’orizzonte in attesa di una nave con il suo carico di marinai da coccolare.

E io ora mi sento un marinaio e vorrei essere coccolato dalle tue parole che non bastano mai, non bastano mai, non bastano mai.

Io vorrei scrivere di te ma non so ancora niente di te. Mi torna in mente un vecchio proverbio genovese:
“Pe conosce l'amu' di zeneixi ghe veu di anni e di meixi” .*

Così mi arrendo di fronte alla impossibilità di focalizzare la tua anima.
Verso ancora del vino rosso, forte e sanguigno nei nostri bicchieri ormai vuoti.

Un’altra parte di tempo è volato via. Capovolgo la clessidra. Ecco, ora sono pronto.
Dimmi ancora di te.
Ti ascolto.

*Per conoscere l’amore dei genovesi ci vogliono anni e mesi!
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MessaggioInviato: Lun Ott 31, 2005 10:33 pm    Oggetto: Adv






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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Dic 05, 2008 11:42 am    Oggetto:  Avril vola
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Avril Vola

alberto torres ha scritto:
Nella bottiglia il vino adesso è finito. I nostri bicchieri resteranno vuoti.
Il tempo si fermerà.

Forse hai ragione tu. Il rumore del silenzio è l’unica cosa che ci è rimasta da ascoltare.
Svuotati di tutte le parole dette e di tutte le parole che ancora erano da dire siamo fermi uno di fronte all’altra semplici spettatori delle nostre vite pellegrine.
Siamo le sentinelle di questo tempo lento che ci sospinge avanti da non riuscire neanche a fissare dentro di noi il presente appena trascorso.

Io sono il tuo specchio muto e tu la rifrazione dei miei desideri.
Il tuo passo è più lento del mio, ma proprio per questo hai il vantaggio di poter assaporare il profumo dei fiori che uccide la monotonia di questo presente incerto.
Se apri le persiane della tua lucida follia posso tentare di guardare dentro le stanze del tuo oblìo.

Ma questo passo per te è il più difficile. Hai sprangato tutte le imposte, hai elevato muri di paura e costruito cancelli di separazione. Dentro le tue cascate di dolore ci sono un milione di stelle che brillano ma tu tieni lo sguardo basso e gli occhi socchiusi e a volte vedo il tuo viso rivolto dalla parte sbagliata con lo sguardo assorto, rivolto all’infinito.
La luce ti ferisce gli occhi, preferisci il crepuscolo, l’ora del trapasso e del cambiamento dove tutto si trasforma e appare irreale e le ombre diventano vive e si muovono e proiettano un mondo nascosto. Come nascosta è la tua anima. Indefinita e irraggiungibile.

Ho imparato a considerarti un istinto che ora c’è e un attimo dopo non è più. Un istinto di passione, di desiderio, di intelletto. E anche tu, molte volte, ti sei appoggiata a questo istinto e hai fatto trascorrere il tempo senza opporre nessuna resistenza perché non ne restassi sopraffatta.

Dici che la vita è fatta di nulla e che tutto deve stare racchiuso dentro la memoria del proprio passato. Dici che la tua guerra è finita e che hai posato ogni arma.
Ma la guerra che tu non vuoi più combattere non la devi cercare là fuori. La guerra è dentro di noi, la guerra sono i nostri desideri inappagati e i nostri sogni precipitati in un girone infernale dove è più facile stare fermi e lasciare che le cose accadano da sole. La guerra sono le nostre paure e le nostre incertezze. La guerra sono le catene che costringono i sentimenti a restare chiusi a marcire in celle di comodità, perché è più difficile lottare e combattere che lasciarsi uccidere o morire.


La vita è fatta di nulla quando vedi e leggi il nulla attorno a te. Quando il vestito che scegli la mattina davanti al tuo specchio muto è un vestito di stracci colorato con i colori di un passato che ti perseguita e dal quale non riesci a separarti.

La vita mia cara signora “Incertezza” è un’altra cosa. La vita è un abito da sera ricoperto di diamanti e collane di perle scintillanti posati su un corpo che grida ad alta voce la sua ricompensa.
Hai mai pensato che il corpo è la cassaforte dell’anima? La corazza impenetrabile dell’essere di ognuno?
Non abbandonarlo, curalo. Se lui è malato e piano piano muore l’anima volerà via e si perderà trascinata dal vento della vita. Non permettere che diventi un paesaggio brullo senza vita. Non lasciare che la tua linfa vitale si perda nel rincorrere speranze mai diventate realtà come sono i fantasmi del passato.

Ma ora sono stanco.
In questa penombra illuminata dalla stanca luce di una candela, testimone muto dei nostri pensieri, mi piace guardare il tuo profilo disegnato dall’ombra di te sul muro alle tue spalle. A volte penso che la realtà si compenetra a tal punto con l’illusione da non riuscire a distinguere né l’una né l’altra.

Giaccio con il mio carnefice di fronte ai tuoi occhi. Le tue mani tremano, le mie pure.

Oggi non è sera di linciaggi verbali. Oggi non è sera di occhi lacrimanti. Vieni vicino a me e sogna, e vola.
Voglio vedere il tuo abito da sera scivolare sul pavimento. Voglio sentire la tua pelle nuda tra le mie mani.
Voglio essere il tuo silenzio. Ascoltami.
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Dic 05, 2008 11:44 am    Oggetto:  Avril è un tango
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Avril è un tango

alberto torres ha scritto:
Avril è un tango.
Scivola con passaggi da capogiro piroettando con il corpo nella sala imbavagliata dalla penombra di alcune fiaccole appese al muro.
Lei, con il corpo talvolta rigido e talvolta flacco, manifesta la sua fragilità abbandonandosi ai passaggi ritmici e sincopati che dal mantice del bandoneon di Don Juan segnano il tempo del ballo. E il bandoneon a dettare il tempo e il ritmo, a dare un senso alla sfida che dal ballo nasce E’ un tempo di 2/4.
Don Juan insiste, Avril pure.
Don Juan riempie la sala di malinconia lanciando note lunghe e acute, allungando il suono sino a che questo pare perdersi in qualche parte nascosta dell’universo. E ricomincia più forte, struggente come un temporale, malinconico come una nevicata, nostalgico come la pioggia estiva sulla spiaggia di Buenos Aires.

Avril si piega sul suo lato destro portando la testa leggermente all’indietro, chinandosi di lato. Giravolta improvvisamente, e la sua lunga gonna nera con il bordino di pizzo rosso che si apre diventa una ruota che volteggia e svolazza al ritmo della vita e del sentimento.
Avril danza davanti al suo cavaliere impettito.
Lui è un corpo tutto muscoli e forme, tirato e imbrillantinato come un guappo.
Lei è un desiderio danzante. Lei è passione, sentimento, dolcezza.
Lui è forza, spavalderia e arroganza.

Don Juan chiude gli occhi; dal suo bandoneon partorisce una musica che dà il senso ai movimenti del compadrito e della sua tanguera.
In quelle note c’è tutto il senso di quel ballo che è sfida e passione, ma anche mistero, intrigo e sensualità, enfatizzati dalle gocce di sudore che dalla fronte scendono sui loro occhi, passionali e felini.

Lui ora ha atteggiamenti espliciti da “guappo”. Ha lanciato la sua sfida.
Lei è nel ritmo del suo tango.

(Come quella sera sulla rampa delle scale di casa. Lei era due scalini avanti a me e si girò di scatto. Pensai che avesse cambiato idea, che avrebbe voluto andarsene. Mi guardava dall’alto in basso dei due gradini che ci separavano. “Posso stare a dormire da te?” disse. La raggiunsi dei due gradini mancanti e presi le sue guance tra le mie mani e la baciai con forza, desiderio e passione. Lei mi tira a sé appoggiandosi con le spalle al muro e ho avvertito il suo corpo che si abbandonava alla forza dei sensi. Mi baciava il collo, la bocca. Ansimava e la sentivo calda.)

Seduto nell’angolo più lontano dell’Hogar de Tango sorseggio il mio Martell nel calice di cristallo riscaldato al punto giusto.

Guardo lui e guardo Avril. Ora sono uno di fronte all’altra. Fermi. Immobili.
Lei aspetta un segnale. La sua parte di copione è quella: deve recitare l’attesa per poi lanciare la sua risposta.
Lui penetra gli occhi di lei con uno sguardo feroce e assassino.
Potenza e mistero; arroganza e sfida.
Lui è come su una corda tesa in equilibrio tra la realtà e la finzione.
Lei è il secondo successivo allo scoccare del lampo, quando si resta in attesa che esploda il boato del tuono.

Guardo la scena, i loro corpi e i loro sguardi. Sento un certo senso di disagio.

(Non mi sono mai abituato all’idea che Avril possa provare un qualche sentimento per qualcun altro. Durante il ballo il suo sguardo è come quello di quella sera nella rampa delle scale. Lo sguardo del desiderio che aumentava sempre di più sino a quando siamo entrati in casa. Ricordo che entrò in preda a uno stato di completa ipnosi. Sembrava assente e con la mente rivolta a qualcosa che la tormentava. Appena ebbe fatto il primo passo dentro la casa mi agguantò da dietro mentre mi voltavo a chiudere la porta. E da lì cominciò la sua danza d’amore in un leggero e continuo movimento delle mani su tutta la parte anteriore del mio corpo. Mi agguantava da dietro e mi stringeva i muscoli pettorali e poi portava le sue mani sui miei fianchi e giù, sino al bacino, e ancora davanti lentamente e delicatamente. Non ricordo di aver mai provata una esperienza come quella. Ero inebetito, inerme e abbandonato. Cercavo di immaginare mentalmente quale sarebbe stata la sua prossima mossa, a dove si sarebbero posate le sue mani delicate e calde. Ero in preda ad un eccitamento totale sia dal punto di vista fisico che mentale. Stavo navigando su un mare di tranquillità infinita. La strinsi a me e la trascinai quasi di peso al centro della stanza e cominciai a sfilarle i vestiti. Feci cadere lo scialle che la avvolgeva per le spalle e poi la camicetta e rimase nuda come una statua di marmo infuocata. Mi spinse sul letto scaraventandomi con forza. Mi misi seduto a contemplare quel corpo bianco e i suoi movimenti ora violenti ora delicati. Avril appoggiò il ginocchio destro sulla mia coscia sinistra. La agguantai per la schiena. Cominciai dal seno, questo lo ricordo. Carezzavo la morbidezza dei suoi seni e la sua pelle vellutata emanava un profumo di acqua di violetta. La baciai a lungo sulle labbra, sul collo e mi soffermai su quei seni perfetti. Con la punta della lingua disegnavo piccoli cerchi di saliva attorno ai capezzoli induriti. Mi spostavo da un seno all’altro e la sentivo eccitata. La sentivo vibrare e fremere e anch’io vibravo e fremevo nella bramosia del possesso.
Ero nel ritmo del suo tango.)

Lui è come un cacciatore in agguato. E’ fermo in attesa della reazione di lei, pronto a colpire.
Lei è incantevole avvolta in quella gonna lunga e la camicetta di pizzo nero.
E’ come l’ho sempre desiderata. Dolce e severa. Mutevole.

Avril è un pensiero incarnato. Un colpo di tacco battuto sul pavimento che crea echi lontani in spirali di sentimenti inappagati. A volte vicina e a volte lontana. La sua ombra rotondeggiante, per via della gonna che si apre come una ruota, è una parte di spazio impercettibile e svanisce nell’attimo esatto in cui si defila con rapidi movimenti eleganti e aggraziati portati con estrema imprevedibilità. Il suo spazio è indefinito. O semplicemente non esiste.
E’ come un tatuaggio segnato sulla parte più nascosta dell’anima.
Ora si porta le mani ai fianchi, chiude gli occhi e solleva il viso in modo spavaldo come per accettare la sfida. Ora è lei che è pronta a colpire o, a rischiare di essere colpita.

Capisco che la amo davvero. Amo il suo corpo. I suoi occhi e i suoi movimenti. Istintivamente mi viene di alzarmi e andare a prenderla. Ho voglia di amarla. Di sfregare il mio corpo sulla sua pelle umida di sudore. Sento di desiderarla così come è adesso, immobile e statuaria. La vorrei avere come quella prima volta a casa mia.

(Continuai a baciarla e ad assaporare il gusto della sua pelle morbida. Lei porta le mani intrecciate sulla nuca con lo sguardo rivolto al soffitto. Geme emettendo dei leggeri sospiri di piacere. Si abbandona alle mie fantasie di amante, impaurito da tanta vitalità. Di tanto in tanto mi massaggia sulle tempie premendo con i pollici. Quasi provo dolore ma il suo tocco è eccitante. Mi spinge sul letto e cado all’indietro. Ora è lei la padrona. Si prende cura di ogni centimetro del mio corpo in modo sublime. Le labbra scivolano soffermandosi in punti precisi che chissà per quale motivo attirano la sua attenzione. Sento il suo respiro caldo, la sua saliva. Si spoglia definitivamente e lo stesso fa con me. Siamo corpi bagnati di sudore per il caldo di luglio e il desiderio. Sono steso sul letto infiammato di passione lei è sopra di me che si muove dapprima lentamente e poi sempre più forte. Cambia giro, cambia movimento. È un continuo cambiamento di ritmo. Stringe la ginocchia premendo sui miei fianchi e ondeggia in modo regolare a destra e sinistra, e poi ancora avanti e indietro. Un moto ondoso crescente. Sono estasiato dal suo modo di amare e di prendermi. La guardo mentre con gli occhi socchiusi e le mani poggiate sui miei pettorali cerca qualcosa in quel movimento. Ogni tanto mi guarda e accenna a un sorriso e mi bacia con dolcezza sulla fronte e posa le sue labbra alle mie con il peso di una piuma.)

Ma improvvisamente don Juan infiamma il suo bandoneon e la musica struggente mi riporta alla realtà.
Avril è sempre lì immobile in attesa di un movimento del suo compagno di danza.
Don Juan ci mette l’anima e Avril ci mette il cuore.
Lui, “il guappo”, sembra confuso, disarmato. Non può permettersi di perdere la sfida deve andare avanti. Lui è la forza. La guapperia non vedrebbe di buon grado un compadrito perdente.

“Il guappo” afferra Avril per un braccio e la tira con forza a sé come un leone agguanta la sua preda immobilizzandola perchè quella non fugga via. I due corpi sono uno contro l’altro. Stretti in unica fisicità. Carne calda contro carne calda. Gli occhi sputano fiamme di sfida nella battaglia dei corpi che ora girano in modo vertiginoso per poi bloccarsi di colpo appena don Juan decide di cambiare tempo e ritmo. Lui tiene la mano di lei alta e la guarda baldanzoso più che mai dall’alto della sua forza.
Lei sembra sottomessa e spaventata da tanta energia e potenza. Si abbandona completamente alla sua volontà. Guancia destra di lei contro guancia sinistra di lui. Sudore che cola dalle tempie. Lui si stacca da lei e disegna una figura di promenade con il suo lato destro. Lei lo segue con il proprio sinistro. Lei capisce istintivamente le mosse del suo compagno. Ci sono segnali chiari tra i due. C’è un’intesa che affiora in ogni loro sguardo. C’è complicità e intrigo.

Gira Avril, roteando il corpo attorno a quello del suo compagno di danza. Lui insegue la figura di Avril prima con lo sguardo per poi avanzare, quasi silenziosamente, verso di lei a piccoli passi. Avril è un turbinio in movimento continuo, un uragano di vertigine che esplode ad ogni accenno di quello, quando tenta di farsi avanti..
Girano, si abbassano, indietreggiano, avanzano. Si bloccano compostamente l’uno contro l’altro spavaldi.

Avril e il “guappo” sono nuovamente a contatto, un unico corpo che si fa trascinare dalla musica. Lei sente il profumo della sua pelle e chiude gli occhi.
Il “guappo” si ferma contemporaneamente alla musica dopo aver fatto un passo indietro e stretto forte a sé Avril che si è lasciata trascinare.
Continuano così in un alternarsi di passi, rallentamenti e accelerazioni che contemplano tutte le figure: prima un ocho e poi un paseo; ed ancora una lustrada, una rueda, una refalada per continuare con guebrada, garabito e vuelta.
L’intuizione e l’intesa sembrano essere virtù possedute da entrambi i danzatori.
Lei è quasi sempre appiccicata al suo compagno e ne segue ogni minima vibrazione e spostamento. Avril è una perfetta seguidora e lui la sente in tutto il suo calore corporeo abbandonata alle proprie volontà.

(Ora Avril si butta con tutto il peso del suo corpo su di me e spinge, spinge e spinge sempre più forte con violenza e amore. Ansima, gorgheggia, urla. Accarezzo la sua schiena bagnata di sudore e spingo anche io con forza. Seguo l’onda della passione, la cavalco e la lascio andare libera così come viene. Sono fuori da ogni tipo di controllo. Sento il calore del fiato di Avril sul mio orecchio. Sento umido dappertutto. Lei emette un gemito strozzato. La sento vibrare in tutto il corpo. Mi lascio andare completamente e una scossa violenta di piacere mi percorre dalla testa sino ai piedi. Ansimo, ansimiamo entrambi. Non abbiamo più forze e ci arrendiamo l’uno all’altra sfiniti.
In silenzio guardo il soffitto. Lei in silenzio ha lo sguardo oltre la persiana socchiusa. Le stringo la mano e lei s’addormenta)

Il loro è un linguaggio misterioso ma se ne intuisce tutta la potenza. I due si muovono seguendo l’impulso che viene dall’anima. E a guardarli è un gran bel muoversi pieno di emozione e sentimento.

Provo gelosia forte e capisco che è tango.

Sto per alzarmi e gridare “ti amo” ma la musica di don Juan mi blocca e mi inchioda alla sedia rendendomi muto.
“Il guappo” tanga come non mai, Avril è una tanghera perfetta.
Don Juan lancia frecce di musica al sapore di luna nuova che percorrono la mia schiena.
Io sono nel mio tango, agguantato al bicchiere di Martell.
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Dic 05, 2008 11:45 am    Oggetto:  Avril, che un pomeriggio insieme trovammo il mare
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Avril, che un pomeriggio insieme trovammo il mare

alberto torres ha scritto:
Ho ritrovato Avril un pomeriggio caldo di maggio dentro una scatola di latta, e sorrideva dolce in quella foto non ancora scolorita.

Ho fissato quell’immagine per un tempo indefinito. Ho cercato di concentrarmi sui suoi occhi persi nella vastità di Piazza San Marco, e di decifrarne i pensieri, gli umori. Tutto avveniva sotto un cielo grigio di nuvole basse. Lei stava in piedi, con le braccia aperte, avvolta nel suo cappotto nero e protetta da una sciarpa rossa e un cappellino cosacco.
In quella posizione sembrava volesse abbracciare tutta la piazza e la variopinta umanità che la percorreva. Sembrava cercare un qualche punto di equilibrio e i piedi erano ben saldi a terra, intrappolati dentro quegli scarponcini neri che l’avevo vista indossare infinite volte.

Avril è il soffio di un respiro dentro un cuore di amante ferito.
E, il pensiero di lei, mi porta lontano e indietro nel tempo, e occupa questo breve spazio di vita che attraverso con occhi diversi, sicuramente più maturi.
Di lei non conservo che ritagli di ricordi, pezzi di storie e giornate piovose; un puzzle da ricomporre, un giorno, forse, chissà….

Ora vivo in una città tranquilla. Mi manca l’odore del mare e le folate di maestrale che increspano la superficie dell’acqua in tonalità di chiaroscuro, a sprazzi. Queste poche e semplici cose mi mancano e vorrei rivivere.
E anche Avril vorrei rivivere con le sue indecisioni e i colori della sua tavolozza mischiati senza un ordine preciso come un arcobaleno impazzito.

Avevo pensato tanto a lei in quei due anni e speravo che anche per lei fosse stato così. Avevo creduto non durasse così a lungo l’assenza di entrambi. E da allora, non c’eravamo né più visti, né sentiti e neanche ci siamo scritti come prima accadeva di frequente.

Avevo pensato alla sua vita e ai suoi quadri violentati con colori vivi o con una predominante tonalità di grigio. La sua pittura non ammetteva nessun compromesso ed era sempre il tentativo di descrivere un qualche aspetto della sua vita e dello stato d’animo che la attraversava, che lei voleva imprimere per sempre sulla tela attraverso l’uso del colore. Per la passione il rosso e il nero; giallo e verde per la dolcezza; azzurro e celeste per la tranquillità: viola, rosso e grigio per la tristezza.
Una girandola di colori che scrivevano il calendario quotidiano della sua vita. E lo ricordo ancora perfettamente quel palazzo, raffigurato di tre quarti, dove figure di uomini scuri e donne vestite in chiaro giravano l’angolo per sparire verso un posto misterioso e sconosciuto. Dietro quell’angolo c’era un qualcosa che non era dato di sapere per certo; era un qualcosa che aveva forse a che fare con la speranza o un’illusione o semplicemente una fantasia. Il palazzo era di un giallo paglierino con riflessi di blu molto leggero e si aveva l’impressione che la laguna volesse fissarsi indelebilmente sopra, a lasciare un segno della propria insinuante presenza anche su quei muri. Quel quadro era probabilmente il mio preferito. Lo intitolai “Abbraccio Umido” e colpì da subito la mia attenzione; era un “Segreto” svelato, una “Morte” vissuta” il “Buio” intriso di luce.
La verità della vita ne veniva fuori da ogni centimetro di tela. Pulsava, si muoveva. Perché era quello che la gente faceva ed era quello che la gente viveva. Da sempre. Ieri e oggi, chiudendo il cerchio tra passato e presente. E Avril era riuscita a fermare il tempo e, contemporaneamente, a farlo andare avanti, lento e inarrestabile. Aveva disegnato un angolo di palazzo misterioso dove tutti si indirizzavano e ci si infilavano dentro. Il senso della vita stessa sembrava essere proprio dietro a quell’angolo e tutti volevano raggiungerlo.
Quel quadro era la misura del tempo; di un tempo lontano, che non c’era più e del tempo presente, che pulsava, forse più frenetico, ma a seguire sempre il ritmo di quella laguna maleodorante dalla quale era nato. Quel quadro viveva, fuori e dentro di me, e viveva con ancora più forza quando avevo lei vicina.

Fissando la sua foto, stretta tra le mani, ho ripensato a quei giorni veneziani e mi sono nutrito di nostalgia e rimpianti.
Venezia “La Bella” è stata il palcoscenico dei nostri desideri e le sue calle e i ponti stretti hanno visto i nostri abbracci e ascoltato le nostre parole al passaggio di gondolieri stanchi che spingevano un remo ad assecondare i desideri di altri giovani amanti come noi.
L’odore di muffa e di umido che riempiva i polmoni erano accompagnati dalle note di strumenti antichi che venivano fuori da seminterrati e cantine dove musicanti suonavano colonne sonore per romantici e infiniti incontri. E noi, come briganti, tiravamo su le nostre maschere di sempre e ci baciavamo con passione appoggiati ai muri bianchi e violentati da sempre e per sempre dalla silenziosa presenza di quell’acqua eterna.
E come quell’acqua siamo scivolati con le nostre passioni cercando di non fare cadere neanche una briciola del nostro amore.
E tutto era lento, e vero; e tutto era intriso di magia e pacato misticismo.

Alla Locanda del Viandante osservavo i suoi sguardi carichi di magnetismo e la sua improvvisa passione per il Muller Thurgau era stata una cosa davvero bizzarra: si era come innamorata improvvisamente di quel frizzantino ghiacciato, un colpo di fulmine improvviso che la portava a sorseggiare dal bicchiere con una smorfia palesemente erotica e irresistibile; trasmetteva una passione nuova, forte, intrisa di desiderio.
E forse era proprio per quei bicchieri di vino che ci scorreva nelle vene che ricordo di aver provato una forte e improvvisa attrazione.
Sì, l’ho desiderata, in quel preciso istante, come non l’avevo mai desiderata prima e siamo usciti veloci da quella Locanda fumosa per tuffarci nella foschia che dalla laguna saliva, lentamente, nel silenzio della notte. E ci siamo amati, lentamente, nel silenzio della notte.
Ed ora, mia cara, eccoti qua, tra le mie mani, che sfiorano il tuo viso su questo cartoncino fotografico ancora lucido.

Fu al secondo dei nostri tre giorni veneziani che mi hai detto del tuo interesse quasi viscerale per il cinema neorealista del primo dopoguerra. Raccontavi di quel mondo di vinti che rovistavano tra le pieghe di una vita vissuta troppo ai margini, del loro desiderio di emergere e di affermare la propria esistenza, della ricerca di un qualche riscatto personale per fronteggiare i mali del proprio tempo. Il tuo raccontare si faceva appassionato e sofferto mentre osservavi il via vai lungo il Ponte dei Sospiri, a cavalcioni del muretto lisciato da milioni di culi stanchi in cerca di un qualche momento di sollievo. Le tue parole uscivano dal cuore con vitalità e fervore, in bianco e nero, proprio come i film dei quali mi raccontavi.
Io ti rivelai il mio debole per le opere di F. Scott Fitgerald e John Steinback e di come rimasi folgorato dalla lettura del suo Furore e di Uomini e Topi; e quella era la poesia della Grande Depressione americana, di uomini vinti, di donne orgogliose, del colore della pelle come marchio, ad ostentare forza o sottomissione.
Ma sì, mia cara Avril, non fu azzardato l’accostamento dei due filoni, che probabilmente furono complementari e si svilupparono in una simbiosi quasi perfetta.
Il viaggio Coast to Coast fatto da Tom Jodd alla ricerca di una vita più dignitosa e di un lavoro sicuro per lui e la sua famiglia, è stato un percorso interiore per nulla diverso da quella del protagonista di Ladri di Biciclette e la grande fuga e lo sradicamento forzato dalla propria terra erano simili all’annullamento degli ideali e della morale di vita che il protagonista italiano subisce, quasi con violenza e senza alternative, quando per necessità e disperazione decide di rinnegare i propri principi davanti agli occhi del figlio.
Anche lì c’è uno strappo. C’è un taglio netto tra la vita che si è vissuta e quella che si vorrebbe vivere. C’è la ricerca di un desiderio.
In Steinback è geografico, fisico, in De Sica è uno strappo morale e forse per questo, te ne do ragione a posteriori, più forte e drammatico.

E mentre ci dicevamo queste cose il pianoforte del Caffè Petrocchi suonava arie di Schumann che rendevano più vera e sofferta l’enfasi e la passione che mettevamo nelle nostre parole. Adoro Shumann e questo tu lo sapevi; e sono rimasto sorpreso quando solo qualche settimana più tardi mi rivelasti di essere stata tu a dire al pianista di suonare quelle arie. Ne fui sorpreso conoscendo la tua riservatezza e, al contempo ne fui felice: eri riuscita ad andare oltre, a saltare un altro ostacolo mentale, stavi ritrovando una certa forza interiore.

E adesso, in questa foto, tutto mi ritorna alla mente e rivive e io ci sono dentro sino all’osso mentre continuo a guardare dritto, dentro i tuoi occhi. E ho l’impressione che i tuoi occhi si muovano e si illuminino di sorpresa e stupore per quest’incontro improvviso e inaspettato.
E sento la tua vitalità dentro il mio corpo, e rivivo i tuoi movimenti lenti, e sento il suono delle tue parole di allora; ed ho ancora voglia di risentirle tutte.

Allora ero pazzo di te e forse lo sarò per sempre. O forse ho solo perso la misura del tempo, come accade nel tuo quadro e sai, non ho mai provato a girare quell’angolo, forse per paura di rincontrarti.

I ricordi, ora, mi svestono di ogni reticenza e mi rivedo nell’attesa impaziente dello squillo del telefono; nell’insofferenza di poterti incontrare; a quando mi dicevi “ci vediamo più tardi” o “ci sentiamo domani”” e io pensavo che “più tardi” e “domani” erano sempre troppo lontani.

A chi, in questi anni, mi ha chiesto di te, ho risposto cercando di pronunciare parole, per raccontarti, sempre molto misurate e intrise di tanto pudore, anche quando avrei voluto esprimere tutto l’ardore che provavo nei tuoi confronti, con parole di passione, per spogliarti di tutta quella sacralità fasulla che usavo per proteggerti.

Ti ho sempre sentita vicina ma la tua presenza è esplosa nel momento in cui ti sei girata e te ne sei andata via, ingoiata dal sottopassaggio della metropolitana di Loreto. A volte, mi succede di passare da quelle parti, che ancora adesso quando ci capito vedo il tuo fantasma risalire e ondeggiare tra le macchine ferme al semaforo.

Ci siamo lasciati così come c’eravamo incontrati; senza parole, con un semplice sguardo.

Avril …forza dell’istinto. Avril…tavolozza di colori.

Ho letto da qualche parte che l’amore è canto e controcanto. Una sinfonia di parole e sguardi, arrivi e partenze, vittorie e sconfitte fino alla totale passione e dedizione dell’uno verso l’altra e viceversa.

Ma oggi, davanti a questa fotografia, penso che l’amore è un incontro di anime vagabonde che si ritrovano per caso e che riflettono i propri desideri in uno e mille specchi.

Avril, che un pomeriggio insieme trovammo il mare.
Seguendo il cerchio di nuvole disegnato da sferzate di vento caldo, africano.
Se ne sentiva quasi il profumo… della savana, o almeno, così mi sembrava..…
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