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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Giacomo Leopardi
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Gio Set 14, 2006 11:50 am    Oggetto:  Giacomo Leopardi
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Giacomo Leopardi

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Giacomo Leopardi nacque a Recanati il 29 giugno 1798, primogenito della più illustre casata del piccolo centro marchigiano. Il padre, austero e politicamente reazionario, fu, insieme con i precettori ecclesiastici, il suo primo insegnante.

Ma l'ingegno precocissimo del giovane Giacomo e la sua estrema sensibilità, frustrati dalla freddezza parentale, lo indussero ben presto a riversare tutta la sua passione sui libri della biblioteca paterna (sette anni di studio "matto e disperatissimo") e ne fecero un fenomenale autodidatta, esperto in lingue classiche, ebraico, lingue moderne, storia, filosofia e filologia (nonché scienze naturali e astronomia).

Divenne saggista e traduttore, specialmente di classici. Del 1816 fu il suo passaggio 'dall'erudizione al bello', ossia dallo studio alla produzione poetica, e nello stesso anno è da datare la sua missiva alla 'Biblioteca Italiana', con la quale il Leopardi difendeva le posizioni dei classicisti in risposta alla de Stäel. L'anno dopo avviò una fitta corrispondenza con Pietro Giordani ed iniziò la stesura dello Zibaldone; sempre in questo periodo si innamorò di Geltrude Cassi, alla quale dedicò la poesia Il primo amore.

Il suo corpo, ormai minato dai molti anni di studio e di semi-volontaria reclusione, aveva già cominciato a mostrare i segni di quella deformazione alla colonna vertebrale che farà così soffrire il poeta, anche se la malattia, per il Leopardi, non rimase mai un motivo di lamento individuale ma si trasformò in uno straordinario mezzo di conoscenza. Del '18 sono le canzoni All'Italia e Sopra il monumento di Dante, nonché lo scritto Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica.

L'anno seguente, il 1819, segnò un periodo di profonda crisi per il poeta: esasperato dall'ambiente familiare e dalla chiusura, soprattutto culturale, delle Marche, governate dal retrivo Stato Pontificio, il Leopardi tentò di fuggire da casa, ma il progetto venne sventato dal padre. A questo stesso periodo appartengono la composizione degli idilli L'infinito, Alla luna ed altri e la sua conversione 'dal bello al vero', con il conseguente intensificarsi delle sue elaborazioni filosofiche, tra cui la teoria del piacere.

Nel 1822 il padre gli concesse un soggiorno al di fuori di Recanati e fu così che il poeta poté andare a Roma, ospite di uno zio. La città si rivelò estremamente deludente e, dopo aver invano tentato di trovarvi una sistemazione, il Leopardi nel 1823 fece ritorno nelle Marche, dove iniziò a comporre le Operette morali. Proprio le Operette segnarono la piena formulazione del 'pessimismo storico', che vedeva nell'uomo e nella ragione le vere cause dell'infelicità, e del 'pessimismo cosmico', che al contrario accusava la Natura di essere la fonte delle sventure umane, in quanto instilla nelle persone un continuo desiderio di felicità destinato ad essere sistematicamente frustrato.

Nel 1825 riuscì a lasciare Recanati grazie all'avvio di una collaborazione con l'editore Stella che gli garantì una certa indipendenza economica: fu a Milano, Bologna (dove conobbe il conte Carlo Pepoli e pubblicò un'edizione di Versi), Firenze (dove incontrò il Manzoni e scrisse altre due operette morali) e Pisa (dove compose Il Risorgimento e A Silvia). Costretto a tornare a Recanati nel 1828, proseguì nella produzione lirica che aveva iniziata a Pisa con l'approfondimento delle tematiche della 'natura matrigna' e della caduta delle illusioni.

Nel '30 uno stipendio mensile messogli a disposizione da alcuni amici gli permise di lasciare nuovamente Recanati e di stabilirsi a Firenze. Qui s'innamorò di Fanny Targioni Tozzetti (la delusione scaturita dall'amore per lei gli ispirerà il ciclo di Aspasia) e strinse amicizia col Ranieri. In risposta a chi attribuiva alla deformità la sua concezione pessimistica della storia e della natura, il Leopardi compose il Dialogo di Tristano e di un amico. Del '36 sono La Ginestra, Il tramonto della luna e probabilmente I nuovi credenti.

Morì a Napoli il 14 giugno del 1837.

(Note biografiche a cura di Maria Agostinelli)

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MessaggioInviato: Gio Set 14, 2006 11:50 am    Oggetto: Adv






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cris-r







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MessaggioInviato: Lun Mag 28, 2007 3:20 pm    Oggetto:  LE RICORDANZE
Descrizione:
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Questo è in assoluto il mio canto preferito...

LE RICORDANZE

Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l'aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!

E la lucciola errava appo le siepi
E in su l'aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva; e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne, e le tranquille
Opre de' servi. E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
Felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
Questa mia vita dolorosa e nuda
Volentier con la morte avrei cangiato.

Nè mi diceva il cor che l'età verde
Sarei dannato a consumare in questo
Natio borgo selvaggio, intra una gente
Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
Argomento di riso e di trastullo,
Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
Per invidia non già, che non mi tiene
Maggior di se, ma perchè tale estima
Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
A persona giammai non ne fo segno.
Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
Tra lo stuol de' malevoli divengo:
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
E sprezzator degli uomini mi rendo,
Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
Il caro tempo giovanili più caro
Che la fama e l'allor, più che la pura
Luce del giorno, e lo spirar:ti perdo
Senza un diletto, inutilmente, in questo
Soggiorno disumano, intra gli affanni,
O dell'arida vita unico fiore.

Viene il vento recando il suon dell'ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch'io venga o senta, onde un'immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga
Dolce per se; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.

Quella loggia colà, volta agli estremi
Raggi del dì; queste dipinte mura,
Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
Su romita campagna, agli ozi miei
Poser mille diletti allor che al fianco
M'era, parlando, il mio possente errore
Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
Al chiaror delle nevi, intorno a queste
Ampie finestre sibilando il vento,
Rimbombaro i sollazzi e le festose
Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
Mistero delle cose a noi si mostra
Pien di dolcezza; indelibata, intera
Il garzoncel, come inesperto amante
La sua vita ingannevole vagheggia,
E celeste beltà fingendo ammira.

O speranze, speranze; ameni inganni
Della mia prima età! sempre, parlando,
Ritorno a voi: che per andar di tempo,
Per variar d'affetti e di pensieri,
Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
Son la gloria e l'onor; diletti e beni
Mero desio; non ha la vita un frutto,
Inutile miseria. E sebben vòti
Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
Il mio stato mortal, poco mi toglie
La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
A voi ripenso, o mie speranze antiche,
Ed a quel caro immaginar mio primo;
Indi riguardo il viver mio sì vile
E sì dolente, e che la morte è quello
Che di cotanta speme oggi m'avanza
Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
Consolarmi non so del mio destino.

E quando pur questa invocata morte
Sarammi allato, e sarà giunto il fine
Della sventura mia; quando la terra
Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
Risovverrammi; e quell'imago ancora
Sospirar mi farà, farammi acerbo
L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
Del dì fatal tempererà d'affanno.

E già nel primo giovanil tumulto
Di contenti, d'angosce e di desio
Morte chiamai, più volte, e lungamente
Mi sedetti colà , su la fontana
Pensoso di cessar dentro quell'acque.

La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
Malor, condotto della vita in forse,
Piansi la bella giovinezza,e il fiore
De' miei poveri dì, che sì per tempo
Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
Sul conscio letto, dolorosamente
Alla fioca lucerna poetando.
Lamentai co' silenzi e con la notte
Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
In sul languir cantai funereo canto.

Chi rimembrar vi può senza sospiri,
O primo entrar di giovanezza, o giorni
Vezzosi, inenarrabli, allor quando
Al rapito mortal primieramente
Sorridon le donzelle; a gara intorno
Ogni cosa sorride; invidia tace,
Non desta ancora ovver benigna; e quasi
(Inusitata maraviglia!) il mondo
La destra soccorrevole gli porge,

Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
Suo venir nella vita, ed inclinando
Mostra che per signor l'accolga e chiami?
Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo
Son dileguati. E qual mortale ignaro
Di sventura esser può, se il suo buon tempo,
Se giovinezza, ahi giovinezza, è spenta?

O Nerina! e di te forse non odo
Questi luoghi parlar? caduta forse
Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita
Che qui sola di te la ricordanza
Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
Questa Terra natal: quella finestra,
Ond'eri usata favellarmi, ed onde
Mesto riluce delle stelle il raggio,
E'deserta. Ove sei, che più non odo
La tua voce sonar, siccome un giorno,
Quando soleva ogni lontano accento
Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
Il passar per la terra oggi è sortito,
E l'abitar questi odorati colli.
Ma rapida passasti; e come un sogno
Fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte
La gioia ti splendea, splendea negli occhi
Quel confidente immaginar, quel lume
Di gioventù, quando spegneali il fato,
E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
L'antico amor. Se a feste anco talvolta
Se a radunanze io movo, infra me stesso
Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
Tu non ti acconci più, tu più non movi

Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
Van gli amanti recando alle fanciulle,
Dico: Nerina mia, per te non torna
Primavera giammai, non torna amore.
Ogni giorno sereno, ogni fiorita
Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
Dico: Nerina or più non gode; i campi,
L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
Sospiro mio: passasti: e fia compagna
D'ogni mio vago immaginar, di tutti
I miei teneri sensi, i tristi e cari
Moti del cor, la rimembranza acerba.

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MessaggioInviato: Mar Mag 29, 2007 12:29 pm    Oggetto:  Grazie infinite!
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smile 20 Grazie infinite per questo apporto, cris-r. E BENVENUTA!!!

Poesia straordinaria, ma che comunque ho tenuto a modificare, nella visualizzazione da te scelta, riportandola al come è scritta in originale, perchè nel "copia-incolla" su internet, spesso e volentieri appaiono spazi tra un verso e l'altro (identici poi a quelli tra una strofa e l'altra) certamente non consoni e opportuni alla attenzione e memoria di questo grandissimo Poeta...

************

Bellissima INOLTRE l'immagine che hai scelto come firma! Posso proporla per la sezione "Impatto visivo"? Tale sezione la trovi qui:

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Dove per ora siamo giunti al 4° "Impatto visivo", appunto. Grazie ancora.

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MessaggioInviato: Mar Mag 29, 2007 12:39 pm    Oggetto:  Le ricordanze.
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Le ricordanze.

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Una delle incisioni di Vespignani su testi leopardiani. Vespignani, invitato dalla contessa Leopardi, ha visto e ritratto quell’albero, ormai stento e rinsecchito, visibile dalla stanza del poeta.

Le altre incisioni di Vespignani su testi leopardiani:
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Questo Canto fu composto a Recanati dal 26 agosto al 12 settembre 1829, dieci mesi dopo il suo ritorno da Firenze e sedici mesi dopo la composizione di A Silvia, e fu pubblicato per la prima volta in Firenze nel 1831.

Per il personaggio di Nerina alcuni critici ipotizzano la figura di Teresa Fattorini altri, come Piervirgili in Nuovi documenti, Firenze 1882 p. XVII, ipotizza (per primo) che si tratti di Maria Belardinelli, recanatese, nata da famiglia contadina il 15 novembre 1800 e stabilitasi in Recanati nel 1821 con la famiglia.

"Le finestre della casipola da lei abitata", scrive il Mestica: "stavano quasi di fronte a quelle della camera da letto di Giacomo, guardanti a settentrione verso il carro di Boote.

Era una biondina candidissima, come la Nerina Galatea di Virgilio, e morì il 3 novembre 1827 circa un anno avanti all'ultima tornata di Giacomo a Recanati".

Le Ricordanze dunque è un Canto di "presenze umane", che, "in movimenti di danza, anche nell'imminenza della morte", imitano "nel loro andare i percorsi circolari delle stelle"; canto della vita trasfigurata dalla memoria, ma spoglio di speranze: mondo d'apparenze; canto della memoria e dell'eterno ritorno delle stagioni e della vita, ma non degli individui.

Quando Leopardi guardava le stelle, nel passato, all'età di diciotto-venti anni, queste gli ispiravano un'infinità di immaginazioni e di sogni; ora gli restano soltanto i ricordi di un passato finito; ma quel passato ritorna dolce nella memoria per quanto di irripetibile portava dentro di sè e di doloroso per quanto di incompiuto aveva lasciato nel suo cammino.

Le speranze che sembravano aprire orizzonti di fama di gloria e di felicità, al contatto con la realtà sono miseramente naufragate, e le aspettative colle quali la Natura in età giovanile aveva riempito la mente e gli animi delgi uomini, sono svanite.

************

ANALISI

Il cielo stellato serve per far prendere contatto al poeta con la dimensione mentale e sentimentale dell'adolescenza, che improvvisamente appare perlustrabile, nuovamente, intensamente significativa per il suo animo. Tutto ciò avviene quasi con stupore ( io non credea tornar per uso a contemplarvi....e ragionar con voi).

Da questa rinnovata presa di contatto con la tenera intensità del passato emerge tuttavia una volontà riflessiva e ragionativa, volta a cogliere proprio l'unicità preziosa della facoltà immaginativa giovanile (quante immagini un tempo, e quante fole / creommi nel pensier l'aspetto vostro / e delle luci a voi compagne).

Visioni, favole, fantasie si inseguono osservando il cielo stellato mentre la natura tutt'attorno ricrea quell'intensità emozionale fatta di bagliori e di sussulti, di profumi, di voci e di echi familiari.

In lontananza appaiono il mare ed i monti, margine estremo dell'orizzonte che divide dall'infinito, invalicabile ma idealmente penetrabile con il pensiero e che un giorno potrà essere fisicamente varcato con l'esperienza del viaggio e della conoscenza, meta di un felicità oscuramente ambita, appena sfiorata nell'illusione giovanile.

Non è tuttavia quella, filtrata dalla ragione, una vera speranza: è piuttosto consapevolezza del dolore, dell'assenza, del disinganno... che si può barattare solo con la morte. Ricordanza è dunque questo smarrirsi nella contraddittoria ambiguità della rivisitazione dell' antico piacere dell'immaginazione <di fronte ad una natura seducente>, accanto alla consapevolezza della falsità delle illusioni.

La seconda strofa è un rammarico doloroso ma anche un po' rancoroso <verso se stesso e verso gli altri> per il venir meno del caro tempo giovanil, più caro / che la fama e l'allor, più che la pura / luce del giorno, e lo spirar...dell'arida vita unico fiore.

La dinamica del ricordo si fa qui più vibrata: l'abbandono dolce e nostalgico alle antiche sensazioni viene cancellato da una riflessione amara sul natio borgo selvaggio e sulla sua gente zotica, vil. Soprattutto pesa al poeta l'isolamento, l'abbandono, l'incomprensione, la mancanza di rapporti umani che diano un senso allo scorrere del tempo ed alla memoria del passato. Il suo divenire aspro... spoglio di pietà e di virtù... sprezzator degli uomini ...va di pari passo con l'inesorabile fuga del tempo, che viene percepita come inarrestabile lacuna dell'esistenza, come ferita in una vita irrealizzata, disumana, consumata intra gli affanni.

La suggestione è accresciuta dall’atmosfera notturna e dalla prospettiva spaziale indefinita creata dalla campagna.

Si ha poi il sussurrare del vento tra i viali profumati. Dalla torre del borgo, portati dal vento, giungono i rintocchi dell’orologio che suona le ore, un richiamo al presente ed un ulteriore stimolo a ricordare. Questi rintocchi erano un tempo motivo di conforto, durante le sue notti insonni in attesa della luce del giorno.

Proprio il suon dell'ora richiama - attraverso un processo di generalizzazione l'insieme delle immagini ora interiorizzate e rivissute. La memoria involontaria agisce enfatizzando l'intensità dei ricordi, riproducendoli nitidi e circondati di tutta la ricchezza di emozioni che sono capaci ancora di condensare attorno a loro.

Il ricordo è dunque dolce per sé ma ...con dolor sottentra il pensier del presente.

La prospettiva è chiara: se luoghi e situazioni, oggetto della percezione, sono capaci di rievocare il passato, ora la ragione agisce anch'essa in profondità ed impedisce di rivivere l'incanto dell'illusione giovanile.

Emerge drammatico il contrasto tra passato - il mio possente errore - e presente, soprattutto come contrasto tra forme psicologiche e disposizioni fondamentali dell'animo, tra loro irriducibili.

La strofa si chiude con il richiamo alla condizione generale della giovinezza intesa come ingenuo, costante, ingannevole vagheggiamento di bellezza e felicità futura. Il garzoncel è assimilato ad inesperto amante, a colui cioè che fa cattiva prova dell'amore proiettando sul futuro e sulla vita tenaci e vane speranze.

E' appunto il persistere di una sensazione antica, irrazionalmente viva nel presente doloroso - quella dell'ingenua speranza giovanile - il tema centrale della strofa che segue. Ogni volta che Leopardi ritorna con il pensiero e con la parola alla sua giovinezza, si staglia centrale la viva persistenza delle giovanili speranze, degli ameni inganni. E' impossibile censurare questi ricordi: emerge cioè la tenace persistenza profonda, inconscia del ricordo in quanto esso si lega a bisogni altrettanto profondi dell'animo umano.

Riguardando il suo vivere presente doloroso, ove tutto quello che gli rimane è forse solo l'immagine della morte - ... E sebben vóti / son gli anni miei, / sebben deserto, oscuro / Il mio stato mortal - il poeta afferma che non sa evitare di rivivere quell'incanto giovanile, pur nella sensazione tanto dolorosa della sua irrevocabilità.

Certamente il ricordo delle speranze giovanili si ripresenterà anche alle soglie della morte e renderà ancor più amara la sensazione di essere vissuto inutilmente. E tale sensazione si mescolerà dolorosamente con la dolcezza della morte.

Poeticamente nella strofa si risolve una forte contraddizione esistenziale: quella tra il nulla che attende e la volontà di recupero della sua esperienza di uomo dotato di sensibilità.

La strofa è dedicata all'idea della morte che già caratterizza i pensieri giovanili. Una morte invocata, cercata, prospettata, un'idea che si fa strada - ... nel primo giovanil tumulto/ di contenti, d’angosce e di desio,.. cioè come risultato delle amare contraddizioni irrisolte, delle continue oscillazioni tra speranze e dolore.

E poi la malattia, la morte temuta, rischio reale nell'eterna dialettica che porta l'uomo ad oscillare tra il coraggio ingenuamente ostentato del suicidio e il rinascere del senso della vita, che riconduce alla sua sostanziale ed intensa imminenza. Un ipotetico canto di morte rivolto a se stesso, spesso sanziona nell'esperienza poetica leopardiana tali dolorose riflessioni.

Siamo al centro di una nuova contraddizione. Come può la mente adulta ripensare al passato senza coinvolgere intensamente tutta la sua sensibilità in modo intatto, inesausto, senza cioè esporsi al dolore del ricordo rivissuto? I giorni della giovinezza sono inenarrabili cioè irriducibili alla parola, alla rievocazione. Possono solo essere ri-sentiti, recuperati interiormente. I sorrisi delle giovani coetanee, la condivisione della realtà naturale, l'assenza di invidie, il sostegno, l'aiuto, la festa della vita che sembra coinvolgere direttamente.

Il tempo ha però mancato le promesse ed ha consumato in fretta la miracolosa armonia tra vita sognata e vita vissuta, proiettando sempre più l'uomo verso la razionale consapevolezza dell'infelicità. Chi può sottrarsi oggi alla certezza del dolore se ha subito la sottrazione delle speranze giovanili?

Ancora una volta la materia autobiografica si trasforma in discorso paradigmatico sul valore dell'esistenza umana.

Il componimento termina con una problematica ancor più complessa legata alla dinamica del ricordo. C'è lo stupore di non ritrovare tra i luoghi cari la figura concreta e pulsante di vita di Nerina, coetanea del giovane Leopardi, un'altra delle figure femminili emblematiche - nella poesia leopardiana - della splendente e pura speranza giovanile, dell'ingenua gioia del vivere che si spegne troppo prematuramente.

Non a caso l'idillio si chiude con tale riferimento concreto: è come se ora Leopardi volesse verificare la portata del suo ragionare per ricordi e sui ricordi, chiamando in causa un riferimento ancor più pulsante di vita, ancor più incisivo a livello emozionale.

...caduta forse / dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,/ Che qui sola di te la ricordanza / Trovo, dolcezza mia?...

La ricordanza, la sola ricordanza, per Nerina, non appare sufficiente ad animare la sensibilità poetica: diventa scacco vitale, troppo ingiusto scacco del tempo.

Sembra di trovare il Montale delle Occasioni che dice nella Casa dei doganieri:

...la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana....


che cioè fa del recupero impossibile del passato una traumatica occasione mancata e non inquadrabile nella normale dialettica tra passato e presente. Anche se poi l'esperienza di Nerina, precocemente scomparsa, viene ricondotta al duro alternarsi di vite e morti in una quasi materialistica alternanza Passasti. Ad altri / Il passar per la terra oggi è sortito,/ E l’abitar questi odorati colli.

Gli ultimi accenti sono nuovamente nostalgici, colti nell'amara nostalgia del ricordo rivissuto come emblema di dolore universale. Il rapido trascorrere della vita di Nerina, viene rievocato nei gesti puri e schietti dell'intimità giovanile, nella gioia dei rapporti con i coetanei e ridesta intatte sensazioni nell'animo del poeta. La sua esperienza diventa di nuovo emblematica e si riconnette al legame istintivo con la vita della natura, che continua a ricreare profondi parallelismi con la vita dell'uomo.

La primavera sembra privata per sempre della presenza di Nerina, che non rivivrà più l'incanto di giorni sereni e di colli fioriti. La sua immagine richiamata dalla ricordanza ( ricordo rivissuto interiormente ) è il solo retaggio di quel tempo, il suo vero sintetico emblema, che meglio di ogni altra immagine richiama la triste consapevolezza del tempo che trascorre inesorabile.

Metro: endecasillabi sciolti, divisi in stanze (o meglio "lasse narrative") di varia misura.

**********

PARAFRASI

Versi 1-27: La contemplazione e l'immaginazione. Il poeta.

Belle stelle dell'Orsa mai avrei creduto di tornare ancora a contemplarvi quasi per abitudine mentre scintillate sul giardino della casa paterna e parlare con voi dalle finestre della casa ove abitai fanciullo e vi conobbi la fine delle mie gioie. Quante immagini e quante fantasie un tempo mi creè nel pensiero l'aspetto vostro e della altre stelle a voi vicine nel cielo! quando, silenzioso, seduto sull'erba, solevo trascorrere gran parte delle sere guardando il cielo ed ascoltando il canto della rana lontana nella campagna. E la lucciola volava presso le siepi e sulle aiuole, mentre i viali odorosi e i cipressi lontani nella selva sussurravano al vento; e la casa paterna risuonava delle voci alterne e delle tranquille opere dei servi. E quali pensieri immensi, quali dolci sogni mi ispirava il vedere il mare lontano e i monti azzurri che scopro dalla casa e che sognavo un giorno di varcare, pensando di trovarvi al di là mondi misteriosi e immaginando per la mia vita un'arcana felicità.

Versi 28-49: Contro il natio borgo selvaggio. L'uomo.

Né il cuore mi diceva che sarei stato condannato a consumare la mia fanciullezza in questo natio borgo selvaggio, fra gente incivile e spregevole; per la quale parole strane e spesso argomento di riso e divertimento sono dottrina e sapere; che mi odia e mi sfugge non gia per invidia, perché non mi ritiene migliore di sè, ma perché tale pensa che io mi ritenga dentro di me, sebbene mai abbia mostrato qualche segno di ciò. Qui passo gli anni, abbandonato, nascosto, senza vita e senz'amore, e tra lo stuolo dei malevoli divento per forza scortese: qui mi spoglio della pietà e delle virtù e divento dispregiatore degli uomini, per la gente meschina tra cui vivo; e intanto vola il caro tempo della gioventù, più caro della fama e della gloria, della pura luce del giorno e dello stesso respiro: ti perdo senza un attimo di gioia, inutilmente, in questo soggiorno disumano, tra gli affanni, unico fiore dell'arida vita.

Versi 50-76: Elegia della ricordanza. Il poeta.

Viene il vento recando dalla torre del borgo il suono dell'ora. E mi ricordo questo suono era un conforto per me quando ero fanciullo quando durante le mie notti nella camera buia restavo sveglio a causa degli ininterrotti terror, sospirando che giungesse presto il mattino e la luce del giorno. Qui non c'è nulla che io veda o senta che non rievochi dentro di me un'immagine e non sorga un dolce rimembrare. Dolce per sé; ma con dolore subentra il pensiero del presente e un inutile desiderio del passato che mi porta a dire: ho esaurito la mia esistenza. Quella loggia volta ad occidente; queste mura dipinte e quei dipinti che raffigurano armenti, e il Sole che nasce sulla solitaria campagna mi procurarono mille dilettidurante i momenti di riposo dagli studi, quando, dovunque mi trovassi, parlavo come a persona viva con la speranza e l'immaginazione di sogni e illusioni, il mio potente errore giovanile. In queste sale antiche, al chiarore delle nevi, intorno a queste ampie finestre mentre sibilava il vento, risuonarono i giochi e le mie felici grida al tempo in cui a noi si mostra pieno di dolcezza l'indegno mistero delle cose; e il garzoncello come un amante inesperto, sogna intatta e mai gustata la sua vita che sarà piena d'inganni, se la rappresenta come una donna, e ammira una celeste bellezza con la propria immaginazione.

Versi: 77-103: Elegia della speranza.

O speranze, speranze, dolci e ridenti inganni della mia fanciullezza! sempre, parlando, ritorno a voi; perché non so dimenticarvi col trascorrere del tempo e col mutare di affetti e pensieri. Fantasmi, lo so, sono la gloria e l'onore, i diletti e il bene un semplice desiderio. E sebbene vuoti siano gli anni miei, sebbene oscuro e solitario sia la mia vita mortale, lo so che il destino mi toglie poco. Ma ahimè, ogni volta che ripenso a voi, o mie antiche speranze, ed a quel mio primo fantasticare sul mio futuro e lo confronto con questa mia vita così povera e così dolorosa e che solo la morte mi resta dopo aver sognato grandi speranze, sento stringermi io cuore e sento che non mi so rassegnare del tutto al mio destino. E quando pure questa invocata morte mi raggiungerà e sarà giunto la fine della mia sventura; quando la terra per me diventerà una valle straniera e dal mio sguardo fuggirà il futuro; certamente mi ricorderò di voi, e quell'immagine mi farà ancora sospirare, mi renderà duro e aspro l'aver l'aver vissuto invano; e la dolcezza del giorno fatale della morte attenuerà l'angoscia.

Versi 104-135: Elegia della giovinezza

E già nella fanciullezza, in quel primo tumulto di gioie d'angosce di desideri, più volte chiamai la morte e a lungo mi sedetti là sulla fontana pensando di porre fine dentro quelle acque alla speranza, al dololore e alla mia vita. Poi ridotto in fin di vita da un'oscura malattia, rimpiansi la bella giovinezza e il fiore dei miei giorni poveri di gioie che così in fretta appassiva; e spesso a tarda sera, seduto sul letto che, testimone, conosceva ormai tutte le mie sofferenze, scrivendo dolorosamente poesie alla luce della fioca lucerna, piansi coi silenzi e con la notte miei unici compagni, la vita che mi abbandonava. E languendo, mentre mi sfuggiva la vita, cantai un canto funebre.

Chi vi può ricordare senza sospiri (di rimpianto), o primi momenti della giovinezza, o giorni pieni di lusinghe, inenarrabili tanto sono straordinari e nuovi, e allorquando al giovane inebriato ed estasiato sorridono le fanciulle; a gara intorno ogni cosa sorride, l'invidia tace non eccitata ancora oppure è benevola; e, inusitata meraviglia, quasi il mondo porge la destra in aiuto, scusa i suoi errori, festeggia il suo nuovo entrar nela vita, ed inchinando mostra di accettarlo per suo signore e lo chiami? Ma sono giorni fugaci: sono dileguati come un lampo. E quale uomo può essere ignaro della sua sventura se trascorsa è ormai quella sua bella età, se il suo bel tempo, se la giovinezza, ahimè la giovinezza è ormai finita?

Versi 136-173: Elegia di Nerina.

O Nerina! E non odo forse questi luoghi parlare di te? forse sei caduta dal mio pensiero?? Dove sei andata, che qui di te trovo solo la ricordanza, dolcezza mia?. Questa terra natale ormai non ti vede più: quella finestra, dalla quale mi parlavi di solito, e sulla quale riflesso il raggio delle stelle riluce mestamente ora è deserta. Dove sei, che più non sento risuonare la tua voce, quando ogni parola che dalle tue labbra mi giungeva da lontano mi faceva impallidire? Altro tempo. I tuoi giorni furono, mio dolce amor. il tuo passaggio su questa terra è finito. Ad altri ora è dato in sorte passare sulla terra ed abitare questo odorati colli. Ma rapida sei passata e breve come un sogno è stata la tua vita. Avanzavi danzando nel cammino della vita. La gioia ti splendeva in fronte e quelle vaghe immaginazioni intorno all'avvenire e la luce della gioventù ti splendevano negli occhi, quando il destino li ha spenti facendoti giacere nella morte. Ahi Nerina. Nel mio cuore regna l'antico amore. Se qualche volte vado a una festa o a radunanze, fra me stesso dico: a radunanze e a feste Nerina non va più e più non si prepara. Se torna maggio e gli amanti vanno recando alle fanciulle suoni e ramoscelli in fiore, dico: per te Nerina mia la primavera non tornerà mai più, né tornerà l'amore. Ogni giorno sereno, ogni fiorita valle che io miro, ogni piacere che io sento, dico: Nerina ora non gode più; i campi e l'aria non guarda più. Ahi tu sei passata, eterno sospiro mio: passasti e l'acerbo ricordo sarà compagno d'ogni mio caro immaginare, di tutti i mei teneri sentimenti, di tutti i miei tristi e cari moti del cuore.

-Il tema fondamentale-

Il tema fondamentale, che è anche il titolo del canto, è il ricordo che trasfigura la realtà, o per meglio dire va a cogliere nella realtà del passato quegli elementi che sono cari e dolci nella mente e che nessuna sofferenza o angoscia potrà mai impoverire, come i primi moti d'amore che fanno "scolorire il viso" e rendono gli occhi "ridenti e fuggitivi"

La ricordanza del passato è messa in correlazione con la visione del presente: una ricordanza che crea il mito del passato che si spoglia all'improvviso di tutti i suoi elementi negativi e angosciosi: diventa perfino dolce ricordare i suoi ventanni pur non dimenticando che talvolta, seduto vicino alla fontana ha pensato di finire in quell'acqua i suoi giorni annegandovi i suoi stessi pensieri. Ma qualcosa di potente e indistruttibile arresta la sua mente dal percorrere la via che conduce al baratro.

Le ricordanze sono il canto d'addio a Recanati: guardando da quelle finestre dalle quali si affacciava quando era fanciullo e sentiva il canto di Teresa o di Maria Belardinelli e il rumore del telaio o guardava la torre del borgo, sente tutta l'enorme amara differenza con la sua vita presente, il vuoto desolante nel quale rischia di cadere per sempre in un'inerzia che troppe tragiche somiglianze con la morte. Approdato per la terza (era già tornato dal maggio 1823 al settembre del 25, dal novembre del 26 al 23 aprile 1827) e ultima volta a Recanati il 21 novembre 1828 (per ripartire il 29 aprile 1830); da settimane sfogliava a malapena un libro e non leggeva quasi: se ne stata immobile nella sua camera senza vedere nessuno, mangiando una sola volta al giorno, con la finestra spesso chiusa dalla quale trapelavano voci e rumori da fuori, voci e rumori che non riusciva più a riconoscere come suoi rifiutandoli e sostituendoli con i ricordi di altre voci e di altri suoni: è in questa situazione che nasce questo straordinario Canto.

-I temi-

- Le ricordanze sono un canto compiuto, "il punto d'avvio di tutta la poesia leopardiana, che si fonda sull'antitesi fra realtà e ricordo, fra immagine del passato e immagine del presente, in un contrasto dal quale sgorga la lirica o l'elegia" (Italo de Feo, Leopardi, l'uomo e l'opera, Mondadori, Milano 1972, p. 429).

Se non di tutta l'opera, certamente possiamo considerare Le ricordanze il punto d'avvio per lo studio dei Grandi Idilli, in quanto contengono i temi più importanti della poesia del poeta di Recanati:

a) - elegia della fanciullezza-giovinezza, quando la vita si presenta al ragazzo indelibata e intera, cioè ancora non gustata e non sperimentata; questa elegia richiama inevitabilmente il seguente tema importante:

b) - elegia della speranza che svanisce all'apparir del vero; Le speranze sono i dolci inganni dell'età giovanile, durante la quale sono dolci le illusioni dell'amore, della gloria, della fama, del futuro; ma purtroppo ben presto, dopo giorni troppo rapidi e fugaci, la vita si rivelerà come una sventura, una miseria inutile e senza frutto.

c) - Direttamente connesso col tema precedente è quello della contemplazione dell'amore nella persona di Nerina, che è il completamento della figura di Silvia. Come Silvia rappresenta l'incanto dell'amore appena sbocciato e che non si riesce a tenere nascosto nel cuore, ma travasa fuori attraverso gli occhi ridenti e fuggitivi, così Nerina è l'espressione dell'amore cosciente, dei pensieri e dei sentimenti scambiati, anche se solo attraverso una finestra.

d) - Abbiamo lasciato apposta per ultima la seconda strofa, che sembra fuori dal clima generale del canto: l'invettiva contro Recanati, una rabbia mal contenuta che nasce dall'insoddisfazione della propria condizione di isolamento e di esclusione determinati prima dal ceto sociale e poi da una cultura che invece di creare affratellamento crea una frattura insanabile. I coetanei di Giacomo erano alle prese con problemi quotidiani di tipo esistenziale che si devono innanzitutto risolvere col duro lavoro, nel quale la cultura comunque la cultura occupa un posto marginale, secondario. Se poi la cultura gli ha procurato, dopo sette anni di studio matto e disperatissimo, insieme all'esclusione dagli altri anche una pronunciata gobba visibile a tutti e che è diventata oggetto di scherno generale dei ragazzi della sua età, che diventano perfino cattivi quando lo vedono passare per via accompagnato dal vecchio pedagogo, allora diventa più umanamente comprensibile l'invettiva leopardiana.

-Nerina e l'amore-

All'improvviso compare Nerina; sia essa Teresa Fattorini, secondo alcuni, o Maria Belardinelli, secondo altri, morta a Recanati nel 1827, la considerazione generale non può che essere la stessa. Nerina come Silvia è una creazione del poeta, che in pratica quasi nulla ha a che vedere con la realtà quotidiana. Magari il personaggio reale è lo spunto, il ricordo, solo l'attimo dal quale parte l'immaginazione, ma il personaggio femminile del canto è creazione ed opera del poeta, che in esso riversa la sua visione dell'amore, della fine della giovinezza, delle speranze deluse, del tradimento della Natura.

-Silvia & Nerina: a confronto-

Silvia è l'idea del primo amore inteso come sguardo ridente e fuggitivo che vive per qualche attimo nel "primo entrar di giovinezza", è l'idea del sentimento che non si svela ma che si vive nel profondo dell'anima, in quella parte di noi che è inaccessibile a chiunque altro e che resta in quella profondità inaccessibile diventando il mito della giovinezza non vissuta e ormai per sempre svanita, passata senza essere stata goduta.

Silvia è l'immagine oggettivata della giovinezza del poeta e del fato e del fato che ha stroncato la sua vita immatura

Nerina vive immaginata attraverso il ricordo: è l'amore stesso come la più potente illusione dei primi giorni inenarrabili della fanciullezza, quando ogni cosa sorride.

Nerina è la fanciulla che sorride al "garzoncello scherzoso", è l'amore, è la più potente illusione di quei giorni vezzosi e inenarrabili, alla quale il poeta torna a volgersi con una dolorosità profonda ma non angosciante spinto dalla rimembranza che ridesta quelle lontane sensazioni mai più provate, perché altra cosa saranno quelle donne che avranno nella sua vita una certa importanza.

-L'invettiva contro Recanati (2a strofa)-

L'avversione di Leopardi per Recanati è sempre stata molto forte, e di questa avversione pian piano ne divennero consapevoli anche i genitori, soprattutto il padre, che soffrì per la lontananza del figlio e desiderava averlo accanto a sè a Recanati; ma si rendeva conto che lì il figlio non avrebbe mai potuto essere felice. L'avversione è testimoniata fin dalle prime lettere al Giordani.

In quella del 30 aprile 1817 scrive:

Qui, amabilissimo Signore mio, tutto è morte, tutto è insensataggine e stupidità. Si meravigliano i forestieri di questo silenzio, di questo sonno universale. Letteratura è vocabolo inudito. I nomi del Parini dell'Alfieri del Monti, e del Tasso, e dell'Ariosto e di tutti gli altri han bisogno di commento. Non c'è uno che si curi d'essere qualche cosa, non c'è uno a cui il nome d'ignorante paia strano. Se lo danno da loro sinceramente e sanno di dire il vero. Crede Ella che un grande ingegno qui sarebbe apprezzato? Come la gemma nel letamaio. Ella ha detto benissimo (e saprà ben dove) che gli studi come più sono rari meno si stimano, perché meno se ne conosce il valore. Così appuntino accade in Recanati e in queste provincie dove l'ingegno non si conta fra i doni della natura. Io non sono certo una gran cosa: ma tuttavia ho qualche amico in Milano, fo venire i Giornali, ordino libri, fo stampare qualche mia cosa: tutto questo non ha fatto mai altro recanatese a Recineto condito. Parrebbe che molti dovessero essermi intorno, domandarmi i giornali, voler leggere le mie coserelle, chiedermi notizia dei letterati della età nostra. Per appunto. I giornali come sono stati letti nella mia famiglia, vanno a dormire nelle scansie. Delle mie cose nessuno si cura e questo va bene; degli altri libri molto meno: anzi le dirò senza superbia che la libreria nostra non ha eguale nella provincia, e due sole inferiori. Sulla porta ci sta scritto ch'ella è fatta anche per li cittadini e sarebbe aperta a tutti. Ora quanti pensa Ella che la frequentino? Nessuno mai. Oh veda Ella se questo è terreno da seminarci. Ma e gli studi, le pare che qui si possano far bene? Non dirò che con tutta la libreria io manco spessissimo di libri, non pure che mi piacerebbe di leggere, ma che mi sarebbero necessari; e però Ella non si meravigli se talvolta si accorgerà che io sia senza qualche Classico. Se si vuol leggere un libro che non si ha, se si vuol vederlo anche per un solo momento bisogna procacciarselo col suo danaro, farlo venire di lontano, senza potere scegliere né conoscere prima di comperare, con mille difficoltà per via. Qui niun altro fa venir libri, non si può torre in prestito, non si può andare da un libraio, pigliare un libro, vedere quello che fa al caso e posarlo: sì che la spesa non è divisa, ma è tutta sopra noi soli. Si spende continuamente in libri, ma la spesa è infinita, l'impresa di procacciarsi tutto è disperata. Ma quel non avere un letterato con cui trattenersi, quel serbarsi tutti i pensieri per sé, quel non potere sventolare e dibattere le proprie opinioni, far pompa innocente de' propri studi, chiedere aiuto e consiglio, pigliar coraggio in tante ore e giorni di sfinimento e svogliatezza, le par che sia un bel sollazzo? Io da principio avea pieno il capo delle massime moderne, disprezzava, anzi calpestava, lo studio della lingua nostra, tutti i miei scrittacci originali erano traduzioni dal Francese, disprezzava Omero Dante tutti i Classici, non volea leggerli, mi diguazzava nella lettura che ora detesto: chi mi ha fatto mutar tuono? la grazia di Dio ma niun uomo certamente. Chi m'ha fatto strada a imparare le lingue che m'erano necessarie? la grazia di Dio. Chi m'assicura ch'io non ci pigli un granchio a ogni tratto? Nessuno. Ma pognamo che tutto questo sia nulla. Che cosa è in Recanati di bello? che l'uomo si curi di vedere o d'imparare? niente. Ora Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo, tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti uomini ci sono che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere, la terra è piena di meraviglie, ed io di dieciott'anni potrò dire, in questa caverna vivrò e morrò dove sono nato? Le pare che questi desideri si possano frenare? che siano ingiusti soverchi sterminati? che sia pazzia il non contentarsi di non veder nulla, il non contentarsi di Recanati? L'aria di questa città l'è stato mal detto che sia salubre. È mutabilissima, umida, salmastra, crudele ai nervi e per la sua sottigliezza niente buona a certe complessioni. A tutto questo aggiunga l'ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora, e collo studio s'alimenta e senza studio s'accresce. So ben io qual è, e l'ho provata, ma ora non la provo più, quella dolce malinconia che partorisce le belle cose, più dolce dell'allegria, la quale, se m'è permesso di dir così, è come il crepuscolo, dove questa è notte fittissima e orribile, è veleno, come Ella dice, che distrugge le forze del corpo e dello spirito. Ora come andarne libero non facendo altro che pensare e vivendo di pensieri senza una distrazione al mondo? e come far che cessi l'effetto se dura la causa? Che parla Ella di divertimenti? Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia. So che la noia può farmi manco male che la fatica, e però spesso mi piglio la noia, ma questa mi cresce, com'è naturale, la malinconia, e quando io ho avuto la disgrazia di conversare con questa gente, che succede di raro, torno pieno di tristissimi pensieri agli studi miei, o mi vo covando in mente e ruminando quella nerissima materia. Non m'è possibile rimediare a questo né fare che la mia salute debolissima non si rovini, senza uscire di un luogo che ha dato origine al mal e lo fomenta e l'accresce ogni dì più, e a chi pensa non concede nessun ricreamento. Veggo ben io che per poter continuare gli studi bisogna interromperli tratto tratto e darsi un poco a quelle cose che chiamano mondane, ma per far questo io voglio un mondo che mi alletti e mi sorrida, un mondo che splenda (sia pure di luce falsa) ed abbia tanta forza da farmi dimenticare per qualche momento quello che soprattutto mi sta a cuore, non un mondo che mi faccia dare indietro a prima giunta, e mi sconvolga lo stomaco e mi muova la rabbia e m'attristi e mi forzi di ricorrere per consolarmi a quello da cui volea fuggire. Ma già Ella sa benissimo che io ho ragione, e me lo mostra la sua seconda lettera, nella quale di proprio moto mi esortava a fare un giro per l'Italia, benché poi (e so ben io perché) con lodevolissima intenzione della quale le sono sinceramente grato, abbia voluto parlarmi in altra guisa. Laonde ho cianciato tanto per mostrarle che io ho per certissimo quello che Ella ha per certissimo.

Abbiamo riportato questo lungo brano perché contiene gli elementi utili per capire il rapporto tra Recanati e Leopardi. Giacomo si sente appartenere a un altro mondo; ma uscendo da Recanati mai riuscirà a trovare questo mondo che potesse adattarsi alle sue caratteristiche umane. Da Recanati vuole uscire a tutti i costi; avrebbe perfino accettato una cattedra di storia naturale a Parma. E quando gi arriva nel 1830 dal Colletta l'invito a venire a Firenze, dove avrebbe potuto vivere con i proventi di una sottoscrizione di amici, accetta subito, disponendosi immediatamente a preparare la partenza.

Così si esprime nella lettera di accettazione al Colletta del 2 aprile 1830:

Mio caro Generale. Né le condizioni mie sosterrebbero ch’io ricusassi il benefizio, d’onde e come che mi venisse, e voi e gli amici vostri sapete beneficare in tal forma, che ogni più schivo consentirebbe di ricever benefizio da’ vostri pari. Accetto pertanto quello che mi offerite, e l’accetto così confidentemente, che non potendo (come sapete) scrivere, e poco potendo dettare, differisco il ringraziarvi a quando lo potrò fare a viva voce, che sarà presto, perch’io partirò fra pochi giorni. Per ora vi dirò solo che la vostra lettera, dopo sedici mesi di notte orribile, dopo un vivere dal quale Iddio scampi i miei maggiori nemici, è stata a me come un raggio di luce, più benedetto che non è il primo barlume del crepuscolo nelle regioni polari.

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Mar Mag 29, 2007 2:13 pm, modificato 3 volte in totale
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MessaggioInviato: Mar Mag 29, 2007 12:46 pm    Oggetto:  Leopardi.
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Non poteva mancare la mia considerazione, per una poesia che più mi ha dato la gioia di leggere l'emozioni in versi. Come dire leggere un racconto un'emozione in versi toccanti e poetici utilizzando chi meglio di lui la parte più triste ( forse ). Ciò che traggo dai suoi versi è la magia il modo di colorare i pensieri, il modo di ritmare e musicare la lettura, nascondere, chiarire, e poi il farti pensare all'infinito. Certo che allora era faticoso essere un poeta, ma sicuramente c'era molta gente che li leggeva.
Oggi ci sono troppi Poeti ( o pseudo poeti ) e pochissimi lettori, con dispiacere dico e peno.
Grazie Cris e Monia, molto bello tutto questo.
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MessaggioInviato: Mar Mag 29, 2007 5:26 pm    Oggetto:  Re: Grazie infinite!
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Monia Di Biagio ha scritto:
smile 20 Grazie infinite per questo apporto, cris-r. E BENVENUTA!!!

Poesia straordinaria, ma che comunque ho tenuto a modificare, nella visualizzazione da te scelta, riportandola al come è scritta in originale, perchè nel "copia-incolla" su internet, spesso e volentieri appaiono spazi tra un verso e l'altro (identici poi a quelli tra una strofa e l'altra) certamente non consoni e opportuni alla attenzione e memoria di questo grandissimo Poeta...

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Bellissima INOLTRE l'immagine che hai scelto come firma! Posso proporla per la sezione "Impatto visivo"? Tale sezione la trovi qui:

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Dove per ora siamo giunti al 4° "Impatto visivo", appunto. Grazie ancora.


Grazie a te per l'opportunità di poter partecipare a questo forum!

Anche a me piace molto l'immagine della mia firma, ma purtroppo non ho idea di sia l'autore. Sarei comunque felice di vederla proposta nella sopracitata sezione!

Ancora grazie mille!

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MessaggioInviato: Mar Mag 29, 2007 5:45 pm    Oggetto:  Re: Leopardi.
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Aquilone ha scritto:

Oggi ci sono troppi Poeti ( o pseudo poeti ) e pochissimi lettori, con dispiacere dico e peno.


Purtroppo credo che ciò che oggi spinga qualcuno a fare poesia non sia più l'intento di svuotarsi, di trascrivere in armonia le proprie emozioni ed i pensieri relativi a queste. Credo piuttosto che ai nostri giorni sussista un vero e proprio svilimento dell'arte del poetare, un'arte che non rimane più incondizionata e fine a sè stessa.
I fruitori della poesia, quella vera, sono sempre meno, perchè leggere in versi costa fatica..e per sognare ci si accontenta di facili e superficiali emozioni che tanti romanzi hanno imparato ad offrire.

Quello che mi spaventa è il fatto che questa commercalizzazione delle emozioni non abbia ancora ricevuto una potente, ma soprattutto efficace offensiva.

Aquilone ha scritto:
Grazie Cris e Monia, molto bello tutto questo.
Simpaticamente
Aquilone


Grazie a te per come hai saputo descrivere e tradurre gli effetti di questa bellissima poesia!

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MessaggioInviato: Mar Mag 29, 2007 6:13 pm    Oggetto:  
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Rispondi citando

Concordo pienamente su questa tua risposta, in ogni sua singola parte e concetto espresso.

Propongo subito l'immagine su "Impatto Visivo", questo sarà il 5°.

Non fa niente che tu Cris non sappia dirci chi è l'autore...Tu l'hai scelta ponendola sotto la tua firma evidentemente come piena espressione della tua personalità e del tuo sentire, e se ne fossi io "il misterioso autore" ti ringrazierei solo per questo!

Poi tutti noi siamo solo degli istintivi poeti e come tali in pieno cercheremo di carpire, chiunque lui sia, a primissimo impatto, dunque di getto, cosa ha cercato di farci percepire raccontandoci queste due mani che forse si cercano, ma non si trovano...!

Grazie ancora, di esser giunta qui tra noi!

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MessaggioInviato: Mar Mag 29, 2007 6:38 pm    Oggetto:  
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Rispondi citando

Monia Di Biagio ha scritto:
Poi tutti noi siamo solo degli istintivi poeti e come tali in pieno cercheremo di carpire, chiunque lui sia, a primissimo impatto, dunque di getto, cosa ha cercato di farci percepire raccontandoci queste due mani che forse si cercano ma non si trovano...


Che bella immagine...
Io credo, però, di averla scelta più per il senso di tensione che le due mani sembrano avere l'una verso l'altra, come se rapresentassero i sentimenti delle due persone a cui appartengono...

e poi in fondo questa luce...che sembra quasi delineare la strada all'amore, alla passione...

Forse ho esagerato! smile 4

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MessaggioInviato: Mar Mag 29, 2007 6:53 pm    Oggetto:  
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Rispondi citando

smile 3 Allora spiega tutto questo, ogni emozione in te suscitata da questa foto, il perchè l'hai scelta, su "Impatto Visivo", ho difatti già aperto il nuovo Topic dedicato appunto a questa foto, lo trovi qui:

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E ti informo che cercando in internet, e proprio per dar un nome "al misterioso Autore" ho anche praticamente già capito chi è, ma te lo dico di là....Poi in suo onore apriremo pure un nuovo Topic anche su Fotografia, perchè è un Fotografo eccezionale, e questo lo si capiva anche già solo dall'immagine scelta da te!

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