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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Omaggio a Patonsio: Stanislao Cannizzaro.
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Ott 06, 2006 1:44 pm    Oggetto:  Omaggio a Patonsio: Stanislao Cannizzaro.
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smile 183 In onore di Patonsio.....E finalmente abbiam scoperto di "Chi" è la reincarnazione!

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ARGOMENTI DI SEGUITO PROPOSTI:

1°-Album fotografico:
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2°-Appunti autobiografici

3°-Biografia (di Lionello Paoloni)

4°-La vita (di Giovanni Paoloni, Mauro Tosti Croce)

5°-Impegno didattico, riflessione teorica (di Luigi Cerruti)

6°-La scuola di via Panisperna (di Luigi Cerruti e Arturo Carrano)

7°-Per uno stato moderno (di Luigi Cerruti)

8°-Dall'epistemologia alla politica (di Luigi Cerruti)

9°-Cannizzaro e Palermo. (di Lionello Paoloni)


******************

Biografia di Stanislao Cannizzaro

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(A cura di Antonio De Leo notizie tratte dal sito Minerva)

-Da Genova a Palermo

(Testo tratto dal volume curato da L.Paoloni: Lettere a Stanislao Cannizzaro, scritti e carteggi, 1857-1862, Palermo: Facoltà di Scienze, 1992, alle pp. 7-38)

La storiografia sul decennio palermitano 1862-1871 dell'attività di Stanislao Cannizzaro ha un carattere sommario per ragioni che si possono riassumere dicendo che si trattò di un periodo comparativamente meno importante nel quadro complessivo della sua carriera professionale e politica. Gli scritti di natura celebrativa pubblicati in occasione della sua morte (10 maggio 1910) e del centenario della sua nascita (1926) hanno enfatizzato quelle parti dell'attività scientifica che furono di maggior rilevanza, come per esempio la pubblicazione del Sunto di un corso di filosofìa chimica (1858) e la fondazione a Roma della prima scuola chimica moderna in Italia. Nelle stesse occasioni sono state ricordate, come circostanze salienti del suo impegno politico e civile, la partecipazione alle vicende del 1848-49 in Sicilia, gli undici anni d'esilio, ed alcuni notevoli contributi dati, quale senatore, tra cui la istituzione del Laboratorio Chimico delle Gabelle, poi Laboratorio Chimico delle Dogane, nel 1886, e la elaborazione della legge Crispi-Pagliani sulla igiene e la sanità pubblica nel 1888.

Una più approfondita analisi storica è stata fatta in epoca recente da Luigi Cerruti. Qui il periodo palermitano ha trovato una sua collocazione nel quadro complessivo dell'opera di Cannizzaro come studioso, come didatta e come rifor­matore. Merito di Cerruti è l'aver sottolineato l'unitarietà e la coerenza tra il pensiero scientifico e quello politico. Punti salienti di tale periodo sono l'inno­vazione didattica, l'attività di Rettore, la competizione con Vito D'Ondes Reggio per l'elezione a Deputato di un collegio di Palermo, varie iniziative in ambito culturale e la promozione degli studi tecnici a livello secondario, la fondazione del Giornale di Scienze Naturali ed Economiche (1865) e della Gazzetta Chimica Italiana (1871), l'impegno nell'amministrazione comunale.

I materiali riuniti nel presente Quaderno intendono documentare le vicende del periodo 1857-1862 e contribuire a chiarire con quali motivazioni ed in quale contesto Cannizzaro scelse nel 1861 di venire a Palermo pur avendo avutola possibilità di scelte diverse. Ciò è necessario per capire da un lato l'intero arco della sua attività professionale e politica nel decennio successivo (ma non solo in questo), e dall'altro certi aspetti propri della realtà culturale e sociale palermitana che sono stati determinanti allora e negli anni successivi.

È sembrato utile avviare questa presentazione con le notizie autobiogra-fiche, pubblicate in apertura del volume celebrativo del 1926. Esse si arrestano dopo il trasferimento da Palermo a Roma, al 1872, e perciò debbono essere state redatte in quel periodo.

Le notizie autobiografiche possono essere utilmente integrate da qualche cenno sulle persone, sommariamente citate, che Cannizzaro incontrò nelle prima fase forma­tiva. Filippo Casoria (Napoli 1809 - Palermo 1861) era stato nominato professore di chimica filosofica e farmaceutica nell'anno 1842-43 dopo una vacanza della cattedra che si prolungava dalla morte del suo predecessore Antonino Puritano (Lercara Friddi 1778 - Palermo 1836). Le lezioni di chimica inorganica di Casoria (pubblicate nel 1847) e quelle di chimica organica (pubblicate nel 1852) seguono la traccia della sistematica, consueta in quegli anni, per gli studenti della facoltà medica e per quanti aspiravano alla licenza di farmacista: una generica informazione ispirata alle idee di Lavoisier ed intesa ad un uso più razionale dei rimedi tradizionali. Difficilmente ciò poteva costituire uno stimolo intellettuale signifi­cativo per il giovane Cannizzaro.

Diversa e ben più incisiva l'attività di ricerca di Michele Foderà (Agrigento 1792 - Palermo 1848), che aveva studiato le opere di de Condillac e poi lavorato a Parigi dal 1821 al 1826 alla scuola del fisiologo Francois Magendie (1783-1855), professore al Collège de France. L'opera del 1846 Le abitudini dichiarate secondo la teoria della verità ne causò l'arresto. Liberato, preferì andare esule a Parigi, da dove tornò dopo la rivoluzione siciliana del gennaio 1848, alla quale tuttavia non aderì. Provato nella salute, morì, forse per veleno, a Palermo il 30 agosto. Anche Macedonie Melloni (Parma 1798 - Portici 1854), professore di fisica a Parma, era emigrato a Parigi dopo i moti del 1831. Tomo nel 1839 chiamato a Napoli, previo impegno di astenersi da ogni attività politica, per dirigervi il Conservatorio di Arti e Mestieri. Nel 1840 aveva studiato con Piria le fumarole vesuviane; quando Cannizzaro lo conobbe (settembre-ottobre 1845), aveva descrit­to alcune azioni chinùche dello spettro solare. Foderà, Melloni e Piria offrirono quindi a Canmizzar un primo contatto indiretto con il pensiero scientifico francese.

La presentazione che Piria aveva dato a Cannizzaro per Auguste Cahours (1813-1891) gli valse come introduzione nella scuola chimica di Parigi che si muoveva intomo a Joseph Louis Gay-Lussac (1778-1850) e Michel Eugène Chevreul (1786-1889), figure eminenti e di notevole influenza nell'ambiente scientifico. Gay-Lussac aveva dato un contributo dominante nello sviluppo di alcuni aspetti fondamentali della concettualità chimica e si era poi interessato all'attività manifatturiera. Chevreul si era impegnato sopratutto per l'innovazione produttiva: aveva riconosciuto la natura delle sostanze grasse e lavorava attiva­mente sulle sostanze coloranti e sul loro impiego nella tintura dei tessuti. Ambedue davano le loro lezioni negli stessi giorni (martedì, giovedì e sabato) nel grande anfiteatro del Jardin Royal des Plantes, istituzione antica (fondata nel 1626) il cui nome era rimasto in uso malgrado la Convenzione dal giugno del 1793 lo avesse mutato in Muséum d'Histoire Naturelle. Le lezioni di Gay-Lussac si svolgevano dalle 7,30 alle 9 ed erano assai diverse nella impostazione e nei contenuti da quelle di Chevreul che iniziavano alle 10. Negli anni in cui Cannizzaro frequentò il laboratorio, Gay-Lussac faceva svolgere molte delle sue lezioni da Edmé Fremy (1814-1894) che aveva designato quale supplente. Victor Regnault (1810-1878), dopo essere stato ripetitore alla École Polytechnique ed assistente alla École des Mines, aveva avuto la cattedra al Collège de France, meno prestigiosa (e meno pagata) di quella del Muséum. Egli aveva fama di abile ed accurato sperimentatore, anche per essere riuscito a migliorare la precisione delle misure di Gay-Lussac sulla dilatazione termica dei gas. Non c'è dubbio che questa esperienza diretta della scuola francese mostrò a Cannizzaro lo stretto rapporto che poteva esservi tra la conoscenza chimica e l'innovazione produttiva, un legame al quale fu molto attento nel decennio palermitano ed anche dopo.

-Cannizzaro professore nell'università di Genova

Durante gli anni trascorsi nel Collegio Nazionale di Alessandria Canniz­zaro aveva pubblicato le sue prime ricerche sugli alcooli e gli acidi aromatici lavorando in stretto rapporto con Cesare Bertagnini (1827-1857). Questo lavoro era stato interrotto dalla nomina a Genova per mancanza di un laboratorio. Quando Carlo Matteucci e Raffaele Piria nel 1855 avevano iniziato a pubblicare Il Nuovo Cimento - Giornale di fìsica, di chimica e scienze affini, Cannizzaro ne era diventato collaboratore per la chimica assieme allo stesso Bertagnini ed a Seba­stiano de Luca, allora a Parigi nel laboratorio di Antoine Balard (1802-1876) al Collège de France. La sua collaborazione era tuttavia limitata alla parte che la redazione del giornale classificava come 'estratti', riassunti dei lavori più signi­ficativi apparsi su varie riviste. Questi di regola erano anonimi, mentre il nome del collaboratore compariva come traduttore o autore di un commento all'articolo recensito. Del lavoro svolto da Cannizzaro quale estensore di estratti o come revisore di quelli redatti da altri, si trovano vari riferimenti nelle lettere di Matteucci, di Angelo Pavesi e di Tullio Brugnatelli.

Dopo la pubblicazione del Sunto di un corso di filosofìa chimica (tomo VII, 1858, pp. 321-366), in forma di lettera a de Luca datata 12 marzo 1858, la collaborazione di Cannizzaro al Nuovo Cimento avviene sopratutto con note di commento su temi connessi. I commenti riguardano infatti articoli di Jean-Baptiste Dumas e di Herrmann Kopp sulle densità di vapore anomale; di James A. Wanklyn, George B. Buckton, William Odling, Karl Weltzien e Adolphe Wurtz sull'uso dei pesi atomici corretti nella espressione delle formule molecolari. Nel 1860 viene riorganizzata la redazione del Nuovo Cimento, probabilmente in conseguenza degli eventi politici del 1859 ed anche per eliminare alcune carenze lamentate da Cannizzaro, alle quali vien data risposta nelle lettere di Matteucci.

Dall'esame della rivista e della corrispondenza con Marcelin Berthelot, Wurtz e Cahours, emerge che Cannizzaro è riuscito ad organizzare un laboratorio nel quale riprende la ricerca sperimentale sui derivati aromatici: le note sue e del giovane preparatore Antonio Rossi appaiono sui Comptes Rendus dell'Accademia delle Scienze di Parigi e successivamente sul Nuovo Cimento.

Questo complesso di attività scientifica svolta malgrado le difficoltà incontrate, ha mantenuto l'attenzione della comunità scientifica italiana sulla personalità di Cannizzaro. Oltre a Matteucci, Piria e gli altri già citati della redazione del Cimento, la corrispondenza qui raccolta documenta la considerazione in cui egli era tenuto da Angelo Pavesi, professore di chimica a Pavia, da Salvatore Tommasi, professore di clinica medica pure a Pavia, da Michele Lessona, profes­sore di zoologia e anatomia comparata e collega di facoltà a Genova. L'apprez­zamento della sua figura professionale si manifestò anche a Milano quando, nell'autunno del 1857, alla Società d'Incoraggiamento di Arti e Mestieri si pose il problema di sostituire Luigi Chiozza, direttore dimissionario della Scuola di Chimica. Per integrare l'informazione relativa a questo episodio viene qui pub­blicata la corrispondenza intercorsa tra Piria, Luigi Chiozza e Antonio Allievi.

Nel volgere del 1857-58 si verificano alcuni cambiamenti importanti anche nella vita personale di Cannizzaro. Il 24 settembre 1857 si era infatti sposato a Firenze, presso la Legazione Britannica alla corte di Toscana, secondo il rito della United Church of England, con Harriet Withers figlia del pastore Rey. Edward, da Marlstone, Berkshire, al momento là residente con la sorella Matilde. Il matrimonio era stato contrastato dalla famiglia sopratutto perché Enrichetta, come verrà poi chiamata nella corrispondenza fami­liare, era protestante. Questo tema è trattato nelle lettere di Emerico Amari e di G.B Fardella. Dopo sposato si era trasferito in una abitazione più confortevole alla Salita S. Brigida, Palazzo Chichizola, n.7. Il cambiamento di domicilio pose a Cannizzaro problemi che sono menzionati nella lettera di Giulio Rezasco. In questa casa i coniugi rimasero fino al trasferimento a Palermo e con loro andò a vivere anche la sorella della moglie, Matilde.

Dal gennaio 1858 Cannizzaro fu incaricato dell'insegnamento della Chi­mica applicata alle costruzioni per gli ingegneri, ed il suo stipendio annuo di £ 1500 quale Professore di Chimica generale, integrato da un assegno fisso di £ 350 per gli esami, ebbe un incremento annuo di £ 800 che probabilmente gli furono assai utili per superare alcune difficoltà economiche incontrate dopo il matrimo­nio. Nominato direttore del Laboratorio nel dicembre 1858, con l'entrata in vigore della legge Casati, tra il dicembre 1859 ed il febbraio 1860 il complesso annuo dei suoi stipendi era salito a £ 4600, consentendogli una vita più serena ed agiata, anche dopo la nascita del figlio Mariano, avvenuta il 18 giugno 1858, e della figlia Anna, il 20 maggio 1860.

L'attiyità professionale di Caniuzzaro ha sempre incluso, accanto alla didattica ed alla ricerca, un accentuato interesse per i problemi dell'istruzione tecnica superiore. Avendo una chiara percezione del ruolo che le attività produttive connesse alla chimica potevano svolgere nello sviluppo civile ed economico, riteneva essenziale lavorare per la formazione di operatori competenti a tutti i livelli. Su questi temi Cannizzaro era impegnato da tempo e le sue idee erano note, perché materia di dibattito, ed anche di polemiche recenti sulla stampa dopo la promulgazione della legge di riforma del ministro Gabrio Casati, il 13 novembre 1859.

Di ciò tratta la sua corrispondenza con Carlo Cadoma, precedente ministro dell'istruzione pubblica. Da questa corrispondenza e dalla minuta di una lettera scritta il 7 marzo a Stefano Gatti, apprendiamo come Cannizzaro fosse intervenuto pubblicamente sui problemi che la legge Casati poneva alle scuole tecniche secondarie e ed a quelle di livello superiore, sostenendo essere «preferibile aggiungere queste [ultime] scuole all'attuale università in luogo delle facoltà che mancano e della teologica che è inutile». Questa tesi, è ampiamente elaborata e documentata negli articoli pubblicati in forma anonima sul Corriere Mercantile nel gennaio 1860, qui ristampati al capitolo 3. All'inizio di febbraio 1860 Carlo Tenca gli aveva scritto a nome della Società d'Incoraggiamento di Milano per informarlo su come aveva portato avanti «la sua proposta per una società d'istruzione nel regno», e per invitarlo a far parte della commissione incaricata di redigerne lo statuto.

Le sue idee erano ben conosciute anche nell'ambiente più propriamente politico dell'amministrazione piemontese e dei compagni d'esilio del 1848 sici­liano. Con essi egli aveva incontri e manteneva una corrispondenza, che evidenzia una solida amicizia ed una stima che superavano anche gli inevitabili dissensi su scelte politiche particolari-Michele Amari e Filippo Cordova sono stati suoi assidui corripondenti negli anni che stiamo considerando.

Era quindi del tutto naturale che Cannizzaro aspirasse ad una sistemazione di maggior prestigio nella comunità scientifica e che seguisse con attenzione l'evolversi della situazione politica.

-La nomina nell'università di Pisa

Gli eventi del 1859 avevano avviato un cambiamento della geografìa politica della penisola italiana che abbastanza rapidamente sarebbe sboccato nell'unità. Essi furono anche stimolo alla modernizzazione dell'istruzione supe­riore nelle province emiliana e toscana dove nel settembre le assemblee avevano votato l'unione al Piemonte sotto la Corona di casa Savoia. La percezione politica che innovazione e sviluppo economico erano legati alla chimica si manifestò nel caso attuale con un quasi simultaneo progetto di acquisire la collaborazione di Cannizzaro.

Francesco Selmi, studioso di notevole prestigio ed affidabile funzionario dell'amministrazione piemontese, in quel periodo nominato Rettore dell'università di Modena dal Governatore delle Regie Province dell'Emilia (Luigi Carlo Farini), scrive a Cannizzaro l'11 novembre 1859 per sapere se accetterebbe la cattedra di Chimica Generale. Non abbiamo rintracciato la sua risposta, ma è certo che fu negativa, anche perché dalla lettera di Angelo Pavesi del 14 novembre appren­diamo che Cannizzaro lo aveva informato di tale offerta suggerendogli di concor­rere.

L'esistenza di contatti per una cattedra nella università di Pisa è documen­tata da una lettera del 19 novembre 1859 dove Matteucci, in risposta ad una lettera appena giuntagli da Cannizzaro, parla della possibilità di «tentare se quello stabilimento [il laboratorio di chimica organica per l'università di Pisa] potesse mettersi al museo di Firenze», e da una successiva, databile all'inizio del 1860 (forse gennaio), dove nuovamente parla de «la tua chiamata in Toscana». La circolazione di voci in tal senso si ritrova in una lettera di Pavesi in data 3 gennaio 1860 ed in una di de Luca, del 13 successivo, le cui informazioni si integrano a vicenda. Il de Luca è ovviamente assai meglio informato, trovandosi a Pisa, e scrive: «A Firenze si vuoi creare, anzi si è creato un Collegio di Francia col nome d'istituto di perfezionamento. La cattedra di chimica vaca e forse è quella che ti si vuoi dare»

La fondazione dell'Istituto di Studi Superiori Pratici e di Perfezionamento era avvenuta per decisione del governo di Toscana presieduto da Bettino Ricasoli, ministro della Pubblica Istruzione Cosimo Ridolfi, con l'intento di dotare Firenze di qualcosa che fosse compensativa del fatto che la città mancava di una propria università. L'Istituto, la cui struttura portante diviene il Museo di scienze naturali di fondazione medicea, è concepito come un ente dove condurre studi e ricerche per la specializzazione di coloro che hanno completato gli studi nelle università di Pisa o di Siena. Questa intenzione rimase tale nei decenni successivi malgrado gli sforzi fatti da Matteucci e da altri, sicché l'ateneo pisano riuscì a mantenere una superiorità di fatto, almeno in termini di prestigio accademico.

Ma questo Cannizzaro non poteva prevederlo e non sappiamo se egli dette il suo assenso alla emanazione del decreto che in data 9 marzo 1860 istituiva nella università di Pisa la cattedra di Chimica organica e di essa lo nominava titolare, con decorrenza dal 1 novembre successivo, assegnandogli uno stipendio annuo di £ 4000. Oppure se la decisione fu presa in sede politica in vista dei cambiamenti che sarebbero seguiti al plebiscito di annessione (11-12 marzo), prima che la trattativa con Cannizzaro fosse conclusa, per contrastare il progetto fìorentino caldeggiato da Matteucci, e che nelle sue lettere è menzionato come «il nostro progetto». Questa seconda ipotesi è suggerita da una lettera di Matteucci da Pisa, datata 12 aprile, che raggiunse Cannizzaro a Genova il 14 aprile contemporane­amente alla comunicazione del decreto datata 29 marzo. Rispondendo ad una lettera di Cannizzaro che non conosciamo, della quale possiamo tuttavia arguire parte del contenuto, Matteucci scrive: «... di tutte le cose che mi chiedi, poco posso rispondere. Se fossi ministro direi De Luca a Firenze, Cannizzaro a Pisa. Ecco tutto. Ma non lo sono e non voglio essere più niente ed ho bisogno di riposo e di studiare e non altro. Insomma credo che ci sia nulla o quasi di stabilito. Capisci che due case, due laboratori non si fanno in otto giorni, ma si devon fare. Io sto fermo nei miei pensieri e l'ho detto e lo dirò - ma tu devi venire a Firenze per esser contento.»

Nello stesso giorno Cannizzaro scrive al Direttore della università di Pisa una lunga lettera della quale conservò la minuta. Ringrazia per l'occasione offertagli di «potere insegnare in così rinomata università, in un paese come la Toscana, a fianco di tanti insigni cultori di studii», e passa poi ad esporre «le condizioni che io giudico essenziali per bene compiere l'ufficio affidatemi».

La risposta, diplomaticamente ineccepibile, poneva condizioni eccedenti le possibilità del «governo toscano». Di ciò abbiamo conferma anzitutto in una brevissima nota di Matteucci, da Firenze, del 18 aprile successivo: «Ti scrivo confidenzialmente per dirti che tu non devi far altro che domandare il laboratorio e la dote per la Chimica Organica. Io spingo perché il tuo desiderio sia in un modo o in un altro soddisfatto». A questa si aggiunge una lettera di Marco Tabarrini, membro di quel governo, in data 2 maggio (certamente diretta a Matteucci e giunta a Cannizzaro) che spiega: «... per ora non sono in grado di rispondere alle sue [di Cannizzaro] ultime interpellazioni. Portarlo qui al Museo, o portarvi il De Luca come era tuo consiglio, non mi pare possibile, perché le difficoltà sono le stesse che a Pisa. Qui non vi è nulla per metter su un laboratorio chimico, e per giunta manca il locale. Però quando s'ha da spendere una grossa somma, tanto varrà spenderla qui che a Pisa. ... Ma io non ho nulla di previsto nel bilancio a questo titolo, e conviene che ricorra a Torino. Vedi dunque in che imbroglio mi trovo! Se vedi Cannizzaro a Genova puoi dirgli che le sue domande non sembrano eccessive, ma che ci vuoi tempo a soddisfarle...».

Il progetto toscano nel quale Cannizzaro era coinvolto corrispondeva alla sua statura scientifica ed all'apprezzamento che di lui faceva la comunità scien­tifica e politica alla quale apparteneva. Esso non andò in porto per il concorso di una somma di ragioni politiche ed economiche che vanificarono molte aspira­zioni regionali e locali nel processo di unificazione nazionale. Ma in quegli stessi giorni proprio a Genova si ponevano le premesse degli eventi che avrebbero portato Cannizzaro a Palermo.

-Il primo ritorno in patria

Non sappiamo come e quando la lettera di Tabarrini a Matteucci raggiunse Cannizzaro, ma è da presumere che nei giorni di metà aprile in cui rispondeva all'offerta dell'università pisana egli seguisse con ansia le notizie sulla rivolta capeggiata a Palermo da Francesco Riso. Unico riscontro il cenno che ne fa Angelo Pavesi in chiusura della lettera del 25 aprile. Sappiamo invece che conobbe i preparativi della spedizione Garibaldina e forse ebbe in essi parte attiva. Infatti il 2 maggio ne scrisse a Filippo Cordova a Torino che il 4 gli risponde con una lunga lettera: «Ti ringrazio dell'importanza che mi dai con la tua del 2 giuntami ieri sera. È una pruova della tua amicizia, ma non tutti mi sono così amici come tu mi sei. ... Se fossi giovane e svelto avrei cercato anch'io di andarvi e battermi.»

Le successive notizie dell'impresa garibaldina debbono aver fatto ricordare spesso a Cannizzaro i giorni amari della partenza per l'esilio ed alimentato via via la speranza di un ritorno che, divenuto certezza, si tradusse in decisioni nuove e immediate. Dai carteggi del suo fascicolo personale apprendiamo che il 12 giugno il Rettore dell'università di Genova informò il Ministro che il Professor Cannizzaro domandava «licenza di recarsi per due o tre settimane in Sicilia per vedere sua madre e sorelle delle quali da lungo tempo non ha notizia». Il Ministro accolse la richiesta e ne dette comunicazione al Rettore il 16.

Negli stessi giorni Cannizzaro ricevette da Palermo la lettera della sorella Carmela (alla quale aveva scritto comunicando la recentissima nascita della figlia Anna), che lo sollecitava a tornare confermandogli che «il porto di Palermo è libero». Iniziò quindi i preparativi per la partenza e ne informò Cordova che gli rispose il 14 giugno. Da questa lettera appare probabile che Cannizzaro sia partito da Genova il venerdì 15 giugno con un vapore che doveva raggiungere a Cagliari la spedizione di Giacomo Medici pronta a salpare il 16 per la Sicilia. (L'indicazione è data da W.A. Tilden, che l'attribuisce a Mariano Cannizzaro, nella Memorial Lecture del 1912). La spedizione sbarcò a Castellammare il 17 e raggiunse marciando Palermo il 20. È da presumere che Cannizzaro abbia anticipato il suo arrivo con altro mezzo e che si sia trattenuto a Palermo per il tempo concessogli, cioè probabilmente dal lunedì 18 giugno al venerdì 6 luglio, date che tengono conto dei riferimenti nella corrispondenza con Demetrio Salazaro e dei tempi del servizio di linea (il vapore Provence giunse a Genova 1'8 luglio).

Certamente questo primo breve ritorno in patria fu dominato dai problemi familiari e dalla cura dei propri interessi, di cui è detto nella lettera della sorella Carmela sopra ricordata. Ma non mancarono i contatti suggeriti da Cordova che il 14 giugno, nell'augurargli «un felice viaggio», lo incaricava di salutare «gli antichi amici del 1848». Sulle persone contattate e su uno dei temi oggetto dei loro colloqui, «il riordinamento degli studi» ed un «progetto d'istruzione pubbli­ca», ci informano in parte le lettere che gli scrissero il 19 luglio Vincenzo Errante ed il 23 Michele Amari, Segretari di Stato rispettivamente per il Culto e per la Istruzione Pubblica nel governo affidato da Garibaldi dittatore al proprio capo di stato maggiore Generale Giuseppe Sirtori il giorno 18 e poi ad Agostino Depretis il 23.

La riforma delle istituzioni scolastiche a tutti i livelli sarà il tema domi­nante, anche se non il solo, intorno al quale si articoleranno i rapporti di Cannizzaro con gli uomini del nuovo governo delle province siciliane. Egli opererà nella convinzione che dalle scelte che saranno fatte e dalle decisioni conseguenti dipenderanno non solo il rinascimento culturale ed economico dell'isola, ma anche tempo e modo del suo ritorno. Questi due aspetti del problema appaiono ai suoi interlocutori ed a lui indissolubilmente connessi.

-Luglio-settembre 1860: da Genova a Palermo passando per Carlsruhe

Tornato a Genova Cannizzaro deve fronteggiare alcune urgenze della sua vita professionale. Per continuare le ricerche sull'alcool anisico, descritte nella memoria inviata a Marcelin Berthelot per l'Accademia delle Scienze di Parigi e pubblicata nei Comptes Rendus della seduta dell'11 giugno, deve chiedere un "sussidio straordinano" al Ministero..Nel fascicolo personale è conservata la lettera che il 19 luglio scrisse all'ispettore Carlo Demaria allegando una copia della memoria pubblicata e chiedendo £ 1000 da destinare esclusivamente a tale ricerca. Il Ministro, Terenzio Mamiani, ordinò al funzionario «di interpellare anzitutto il Cannizzaro se era suo intendimento trasferirsi a Firenze chiamatovi all'insegna­mento della chimica», poiché intendeva vincolare la concessione del contributo alla di lui permanenza a Genova. Cannizzaro si recò a Torino, informò il funzionario «che almeno per un anno, quando pur rispondesse all'invito toscano, sarebbe rimasto a Genova» ed il contributo, concesso il 28 luglio nella misura di £ 400 , fu disponibile alla tesoreria provinciale di Genova una decina di giorni dopo. L'impegno al quale esso era stato subordinato venne mantenuto: egli insegnò a Genova fino al termine del successivo anno accademico, anche se la sede di trasferimento non fu la Toscana ma Palermo.

Un altro impegno, di rilevanza professionale ben maggiore, Cannizzaro aveva assunto confermando all'organizzatore Adolphe Wurtz la propria adesione al Congresso dei chimici, che si doveva tenere a Carlsruhe dal 3 al 6 settembre, per discutere e possibilmente risolvere un conflitto di idee che aveva la sua radice nei differenti modi di concepire atomi e molecole. Tale adesione infatti era stata data a suo nome da Raffaele Piria, che di ciò lo aveva informato con una lettera il 6 maggio. In quelle giornate, piene di ansia per la sorte della spedizione garibaldina, egli annotò i punti del suo intervento al Congresso e l'indirizzo di Wurtz a tergo della lettera di Piria, e mandò il manifesto all'amico Pavesi a Pavia, anche per averlo guida e compagno di viaggio.

Pavesi infatti conosceva la Germania e l'Austria, e parlava bene il tedesco poiché, dopo aver compiuto nel 1855 gli studi di chimica nella scuola della Società d'Incoraggiamento di Milano (con Antonio de Kramer e Luigi Chiozza), aveva lavorato nel Laboratorio di Robert Bunsen ad Heidelberg fino al 1857, poi come assistente nell'Università di Vienna fino al 1858. L'8 agosto egli scrisse a Cannizzaro proponendo l'itinerario e suggerendo di partire da Milano il 22 o il 23. L'autorizzazione ministeriale per ottenere il passaporto, chiesta da Cannizzaro l'il agosto, venne mandata al Rettore di Genova due giorni dopo.

La situazione siciliana frattanto si evolve. Il Giornale Officiale di Sicilia del 23 luglio pubblica un decreto del Segretario di Stato per l'Istruzione Michele Amari che assegna «alle università, licei ed altri stabilimenti d'insegnamento superiore e secondario dell'isola 18 mila ducati prelevati su le entrate degli aboliti ordini religiosi de' Gesuiti e de' Liguorini». Con il medesimo decreto «le biblioteche, musei di antichità ed arti, e di scienze naturali, i gabinetti di fìsica e tutt'altra collezione di simile natura che apparteneva ai Gesuiti e ai Liguorini» vengono aggregati agli analoghi stabilimenti pubblici delle rispettive città. Nello stesso giorno l'Amari scrisse affrettatamente a Cannizzaro «Non ho tempo di rispondervi primamente perché oggi Depretis assume la pro-dittatura». Infatti, dopo la partenza di Garibaldi per la continuazione delle operazioni militari a Milazzo in vista della liberazione di Messina, l'insediamento del Pro-dittatore Agostino Depretis cambiò il quadro politico siciliano. Egli promulgò nell'isola lo Statuto albertino, mentre il governo Cavour preparava un progetto di riforma dell'ordinamento statuale che andava incontro a molte delle aspettative dei fautori delle autonomie regionali.

Il cambiamento politico tuttavia non influì molto sulle prospettive di un ruolo di Cannizzaro nelle prevedibili riforme. Filippo Cordova, rientrato a Palermo e nominato il 30 luglio dal governo siciliano Senatore della città, gli scrisse il 18 agosto per informarlo di averlo proposto come referendario al Consiglio di Stato insieme a Federico Napoli ed all'avvocato siracusano Giuseppe Majelli, rassicu­randolo: «Depretis ti ha notato ne mai più la tua nomina è stata posta in dubbio, mentre si discute ancora per gli altri e perciò non si pubblica il personale». Gaetano Daita, che lavorava ad un progetto di riforma della pubblica istruzione, il 16 agosto gli scrisse chiedendo copia delle leggi piemontesi per i «tre gradi di insegnamento», ed lo informò di aver «fatto suggerire indirettamente qualcosa al G[iovanni] Interdonato», che aveva preso il posto di Michele Amari nel nuovo governo, perché «i lavori intanto dovrebbero prepararsi ed approvarsi per mettersi in atto quando il momento sarà opportuno».

Non è possibile accertare, dalla corrispondenza e dai documenti di archivio del suo fascicolo personale, quando Cannizzaro sia tornato da Carlsruhe. L'itine­rario del ritomo suggerito da Pavesi ipotizzava una visita a Stoccarda e al Lago di Costanza, o in alternativa «una corsa fino a Monaco». È ragionevole presumere che sia passato da Torino ed abbia avuto contatti informali per trascorrere a Palermo un periodo di vacanza. Tornò certamente a Genova verso la metà di settembre e si imbarcò per Palermo la domenica 23 o il lunedì 24, portando con se la moglie e Mariano, mentre la figlia Annetta ancora lattante rimase a Genova affidata alla zia Matilde (presumibilmente con una balia). Questo fatto (discordante con l'informazione annotata negli «Appunti autobiografici») risulta dalle lettere che Michele Lessona gli scrisse da Genova a Palermo, dalla domenica 30 settembre in avanti, con notizie familiari e discussioni politiche.

Alla metà di settembre cambiamenti di grande rilievo erano avvenuti nel governo siciliano e Cannizzaro arrivò in tempo per esservi coinvolto a pieno. Garibaldi, lasciata per un breve intervallo la guida delle operazioni militari, rientrò da Napoli a Palermo e il 17 settembre chiuse la gestione governativa affidata a Depretis e cambiò la struttura e gli uomini del governo. Il nuovo esecutivo, presieduto dal Pro-dittatore Antonio Mordini, aveva come ministro per il Culto e l'Istruzione pubblica monsignor Gregorio Ugdulena.

-Cannizzaro nella politica durante il governo Mordini

L'istruzione pubblica era un settore di primaria importanza per consolidare il consenso del groppo sociale siciliano, ed in particolare di quello palermitano, intorno al progetto unitario temperato dall'autonomia nella gestione politica ed amministrativa. Questo groppo aveva dato un sostegno decisivo all'impresa ga­ribaldina, ed ambiva a riforme profonde nei settori considerati crociali per far recuperare alla Sicilia un ritardo socio-economico di cui i maggiori esponenti della cultura progressista avevano avuto percezione diretta e piena misura negli anni dell'emigrazione. Su questo obbiettivo si aveva in quel momento una naturale convergenza di interessi tra governo centrale e governo delle province siciliane in vista del plebiscito di annessione fissato per la domenica 21 ottobre.

L'attuazione di riforme incisive ha come strumento essenziale un apparato amministrativo competente ed affidabile. Il governo Mordini si rese conto di tale necessità e provvide subito destituendo e sostituendo un certo numero di alti funzionali che erano stati nominati durante la gestione Depretis. Le loro proteste, raccolte dalla Gazzetta di Genova del 1 ottobre, al momento dello sbarco degli espulsi da Palermo, prendono la forma di gravi accuse al nuovo governo siciliano:

«Le destituzioni si succedono le une alle altre ... Si esercita da quella polizia un vero terrore. La popolazione aspetta con somma impazienza l'assistenza armata del Governo di Vittorio Emmanuele. Nessuno è più sicuro di poter dormire nella propria casa. L'opinione pubblica in Palermo comincia a recriminare contro il Piemonte pel ritardo dei suoi soccorsi....». Il nuovo governo risponde pubblicando queste gravi accuse sul Giornale Officiale del 4 ottobre, facendole seguire da un commento nel quale si legge: «La scelta di buoni Impiegati è sempre difficile, ma sopratutto in tempi come quelli che corrono di presente per la Sicilia. Il governo lo sa e pone ogni suo studio dell'adempiere rettamente a questa parte delicatissima del suo compito. ... Quindi la moralità, la capacità, le opinioni schiettamente liberali, i servigi veri resi alla Patria, sono i requisiti che il Governo richiede negli uomini, i quali ambiscono l'onore delle pubbliche funzioni retribuite dallo Stato. ... Tali sono nella materia le regole direttrici degli uomini che amministrano oggi la cosa pubblica in Sicilia. Quanto alla applicazione essi credono soddisfare ad un preciso dovere a rispondere a un legittimo desiderio di tutti gli onesti cittadini circondandosi di cautele e chiamando in ausilio altrettante commissioni di scrutinio per gl'impiegati quanti sono i rami del pubblico servizio. Queste commissioni sono l'ottima delle garentie quando i tempi anormali non consentono le savie lentezze dei concorsi. E niun cittadino, il quale desideri percorrere l'aringo dei pubblici impieghi può alle medesime sottrarsi. ... ».

Il quadro delle intenzioni politiche del governo era chiarito, nella stessa pagina, dal decreto Mordini-Scrofani-Peranni-Ugdulena che aboliva le decime e dichiarava redimibili al 5 per cento «le ottene, le decime, le vigesime, i censi, i canoni, e tutte le altre prestazioni variabili e invariabili, che sino al presente si riscotono dagli enti morali ecclesiastici». Le norme che attuavano tale decisione appaiono ispirate al criterio di non recare danno economico immediato agli enti religiosi, ma di privarli degli strumenti con i quali esercitavano il loro influente potere. Sulla stessa linea venne realizzato, di lì a poco, l'affrancamento dell'uni­versità dai vincoli religiosi imposti sin dalla sua fondazione.

I decreti Mordini-Ugdulena, che modificavano in maniera sostanziale il quadro dell'istruzione pubblica in Sicilia, si susseguirono dai primi giorni di ottobre con un ritmo che presuppone la struttura amministrativa attivamente impegnata e solidale con la dirczione politica. L'elencazione dei decreti nell'ordine in cui vennero pubblicati sul Giornale Officiale è sufficiente a sostenere questa valutazione. Essi sono stati riepilogati nell'Appendice 2 di questo Quaderno. Non è possibile documentare un diretto intervento di Cannizzaro nella preparazione di almeno parte di essi, anche se le sue relazioni personali con alcuni dei protagonisti ed il confronto con le opinioni che egli aveva espresso sulla legge Casati (si vedano al Cap.3 gli articoli pubblicati sul Corriere Mercantile nel gennaio 1860) ne danno la quasi certezza. Per una valutazione di questa influenza è stata ripubblicata (Appendice 3) la relazione della Commissione sulla istituzione dei licei.

Tra i decreti predetti quello emanato il 17 ottobre estendeva alla Sicilia l'applicazione della legge Casati, istituendo un Consiglio Superiore di Istruzione Pubblica per la Sicilia, del quale fu chiamato a far parte anche Cannizzaro. Il più importante tuttavia fu quello del 19 ottobre, che provvide i mezzi finanziari per l'ammodernamento delle università siciliane: «un fondo straordinario di lire sei milioni per la fondazione ed ingrandimento dei gabinetti, laboratori ed altri stabilimenti dipendenti dalle università di Sicilia; cioè tre milioni per l'università di Palermo, un milione e cinquecentomila per Catania ed altrettanto per Messina». Esso non venne mai negato dai governi del regno, ma la sua attuazione si diluì su un arco di circa sessant'anni!

Vanno ancora ricordati, per chiarezza del nostro discorso, alcuni altri decreti. Quello del 20 ottobre che modificò l'assetto delle cattedre nell'università di Palermo, provvedendone 14 per nuovi insegnamenti, e sdoppiando 4 delle antiche cattedre con cambiamento di denominazione. Tale provvedimento evitava di creare malcontento allontanando alcuni dei professori, pur modificando in modo notevole il quadro complessivo. Tra le cattedre sdoppiate era quella di chimica fìlosofica e farmaceutica, che veniva trasformata in una di Chimica inorganica, affidata a Filippo Casoria titolare della precedente, ed in una di Chimica organica, alla quale con decreto in pari data veniva nominato lo stesso Cannizzaro. Un decreto del 22 ottobre laicizzava l'università di Palermo, restituendo «al Corpo accademico d'essa i diritti e le prerogative che godono per legge le altre Università del Regno d'Italia». Con altro decreto nella stessa data veniva nominato Rettore il Professor Filippo Casoria. Questi, il 27 ottobre scrisse a Cannizzaro di aver «destinato il giorno ventinove ottobre alle ore dodici antimeridiane per la presta­zione del di lei giuramento», ma non risulta che ciò sia avvenuto.

La domenica 21 ottobre ebbe luogo il plebiscito di annessione, il cui risultato ufficiale registrò 432053 consensi su 432720 votanti. Possiamo presumere che tra questi vi sia stato anche Cannizzaro. In ordine a tale evento egli ebbe un ruolo come componente del Consiglio di Stato straordinario istituito da Mordini con un decreto del 19 ottobre. Lo scopo di questo Consiglio, presieduto da Gregorio Ugdulena, è testualmente ricordato da Cannizzaro nei suoi «appunti autobiogra­fici». Poiché i componenti erano «uomini prescelti tra i più capaci del paese», se ne può concludere che l'inclusione di Cannizzaro in quel ristretto gruppo conferma la presunzione espressa sopra che egli fosse di fatto persona il cui parere sulle materie attinenti alla pubblica istruzione era tenuto in grande considerazione.

A questo ruolo di consulente-consigliere Cannizzaro aggiunse il coinvol­gimento nelle elezioni per l'assemblea dei rappresentanti che il governo Mordini avrebbe voluto far svolgere unitamente al plebiscito per l'annessione. Di ciò resta traccia in due lettere a lui dirette. Quella di Vincenzo Cordova, da Aidone in data 10 ottobre, lo informa che per la rappresentanza locale (Aidone è la città di origine della famiglia Cordova) vi sono già le candidature di due parenti (zio e cugino) ed «avversarli sarebbe indegna ostilità»; perciò avverte Cannizzaro di aver scritto a Caltagirone per cercare «collegi disponibili per me e per lei». La seconda lettera, scritta da Messina 1'8 novembre, è di Achille Varvessis e si riferisce al collegio di Francavilla (dove Cannizzaro era stato eletto deputato al Parlamento siciliano nel marzo del 1848): gli suggerisce di scrivere al Dott. Vincenzo Amodeo per ringraziarlo di quanto aveva fatto, perché «se si fosse dovuta fare l'elezione voi sareste riescilo rappresentante. ... Ciò, mi credo, potrà giovarvi un'altra volta». La sua candidatura a Francavilla sarà infatti riproposta, senza successo, nelle elezioni del gennaio 1861.

Cannizzaro ha quindi delineato un programma per rientrare a Palermo in una posizione professionale e politica eminente, che fa passare in secondo piano anche la prospettiva pisana o fiorentina. Tuttavia la imminente riapertura dell'anno accademico lo richiamava ai suoi obblighi di docente a Genova. Diversamente da come è sommariamente detto negli appunti autobiografici, Cannizzaro rimase a Palermo ancora nei mesi di novembre e dicembre. Da una lettera di Michele Lessona del 6 novembre sappiamo che egli chiese, o fece chiedere, l'intervento del deputato piemontese Vincenzo Capriolo per ottenere un permesso dal Ministro. Questa via politica si rivelò poco agevole. Scrive Lessona: «Capriolo non aveva chiesto per voi nessun permesso; ho parlato col Demaria, ed egli mi disse di scrivervi che il permesso era accordato pel mese corrente: egli mi incaricò di parlarne qui col rettore, ciò che farò domani... ». Delle lezioni fu incaricato l'aiuto Giacomo Finollo e delle esercitazioni il preparatore Antonio Rossi. Lessona, in una successiva lettera del 12, riprende il discorso politico e critica Cannizzaro: «mi fate un elogio di Mordini cosi violento che mi fa temere che voi stesso sentiate che il vostro prodittatore ha bisogno di essere difeso. Caro mio, chi è ben sicuro di aver ragione non grida così forte». Dopo una diffusa discussione sui nascosti sentimenti repubblicani di Mordini, Lessona si rivolge così a Cannizzaro: «Quanto a voi, il miglior consiglio che io vi possa dare è di lasciar la Sicilia: se rimanete là perdete il frutto della pratica di mondo guadagnata in Francia e qui, vi farete ridere alla spalle come politico quanto vi fate ammirar come chimico».

-Il dicembre palermitano e la nomina alla cattedra di Napoli

A Palermo, dopo la proclamazione dei risultati del plebiscito, si attendeva la visita del Re. L'annuncio era stato dato con un ordine del giorno pubblicato nel Giornale Officiale il 22 novembre. La data non era precisata, ed i dispacci da Napoli, dove il Re era in visita, informavano di vari rinvii della partenza determinati dalle cattive condizioni del mare. Il 27 il Giornale Officiale pub­blicava il messaggio che Mordini aveva ricevuto da Caserta dal Generale Garibaldi:

«...ho deposto i miei poteri di Dittatore nelle mani del Re...». Era la fine del governo che Cannizzaro aveva sostenuto con tanto entusiasmo. L'atteso arrivo del Rè avvenne sabato 1 dicembre ed il Giornale Officiale del 2 annunciava la decisione reale di affidare il governo della Sicilia ad un Luogotenente Generale, scelto nella persona del marchese Massimo Corderò di Montezemolo. Tre giorni dopo questi istituiva il Consiglio di Luogotenenza, cioè il nuovo governo siciliano, composto di Consiglieri incaricati dei vari dicasteri, e procedeva alle seguenti nomine:

Interno e Sicurezza pubblica: Giuseppe La Farina

Finanze, Agricoltura e Commercio: Filippo Cordova

Istruzione pubblica: barone Casimiro Pisani

Lavori pubblici: principe Romualdo Trigona di Sant'Elia

Segretario generale: barone Giacinto Tholosano

II Re partì da Palermo nel pomeriggio del 6 dicembre. Erano tornati al governo i gruppi moderati che Garibaldi aveva messo da parte scegliendo come Pro-dittatore Antonio Mordini. Tuttavia alcune modifiche nella composizione del governo luogotenenziale si resero necessario circa un mese dopo. All'Interno venne nominato Emerico Amari, alla Sicurezza pubblica il barone Niccolo Turrisi Colonna, all'Istruzione pubblica il marchese Vincenzo Fardella di Torrearsa mentre per qualche tempo rimase vacante il dicastero della Finanze, una posizione che la difficile situazione economica rendeva poco ambita.

Nel mattino dello stesso 6 dicembre il rettore Filippo Casoria riapriva l'università di Palermo, che riprendeva ufficialmente la sua attività per il nuovo anno scolastico dopo una interruzione che durava dalle battaglie di maggio. La situazione era critica, anche perché da allora impiegati e professori dell'università (e di tutte le altre scuole) avevano ricevuto solo modesti acconti sul loro stipendio. Il Consigliere Pisani inviò in proposito una circolare al Consiglio Superiore, a nome del Luogotenente, ordinando «che si continui a pagare l'antico soldo a tutti coloro, tra i Professori e gli Impiegati, ...che si trovano in percezione di averi;

e che tutti gli altri Professori e Impiegati nuovamente eletti, dovendosi sino alla conferma riguardare come provvisoriamente eletti, proponga il Consiglio Superiore quale retribuzione mensuale possa a' medesimi assegnarsi». Ma di fatto solo alla fine del gennaio 1861 (Consigliere Salvatore Marchese) il governo sarà in grado di garantire loro il pagamento dei due terzi dello stipendio, impegnandosi al saldo in un prossimo futuro.

Questo è il contesto nel quale Cannizzaro si trovava a Palermo. Era stato intanto contattato da Raffaele Piria, dal 9 novembre titolare del Dicastero del­l'Istruzione pubblica nel governo di Napoli (Luogotenente Luigi Carlo Farini), affinchè assumesse l'incarico provvisorio della cattedra di Chimica organica in quella università ed aveva dato il suo consenso. Non possiamo documentare come tale contatto sia avvenuto, e non si può escludere che Cannizzaro si sia recato di persona a Napoli per un incontro. Le ragioni per le quali decise di accettare l'invito non sono documentate, ma ci sembra ragionevole supporre che alla difficoltà di dare una risposta negativa al proprio maestro, si sia aggiunta la prospettiva di un sostanziale incremento delle entrate personali che per quell'anno sarebbero passate a £ 8000, risultanti dal cumulo dello stipendio di professore con quello di direttore e con una speciale indennità prevista per la sede napoletana.

Della nomina a Palermo e dei contatti napoletani certamente era giunta notizia a Torino perché, in data 20 novembre, il ministro incaricò il Segretario generale di scrivere a Cannizzaro una lettera di tono alquanto perentorio: «II Ministro sottoscritto ...sarebbe ben tenuto alla di Lei cortesia se volesse fargli conoscere con qualche sollecitudine se Ella intenda o no di far ritomo a Genova per continuarvi l'insegnamento ...». La risposta non venne con la sollecitudine auspicata ed il Ministro, in data 17 dicembre, fece scrivere dall'ispettore Demaria al rettore dell'università di Genova per sapere se Cannizzaro avesse ripreso servizio o se lo avesse informato delle sue intenzioni. La risposta del rettore è immediata, con una velata protesta per decisioni ministeriali delle quali nulla aveva saputo: Cannizzaro «non si è restituito al suo posto, ed il sottoscritto, mentre provvide onde fosse dal Prof. Sost. Sig. Finollo supplito alla scuola, non fece alcuna parte presso il titolare non essendo stato informato della Superiore determinazione presa sulla domanda del medesimo». Su questa lettera si legge la decisione del ministro annotata di mano dell'ispettore Demaria: «Si risponderà al Sig. Rettore di Genova che il prof. Cannizzaro ebbe dal ministero facoltà di differire il suo ritomo...». Questa risposta partì da Torino il 26 dicembre.

Dobbiamo quindi ritenere che nel tempo intercorso il ministro abbia ricevuto una spiegazione che lo indusse a mutar parere, e che la spiegazione sia venuta dagli interlocutori politici di Cannizzaro. Sicuramente egli restò a Palermo tutto il mese di dicembre, trascorrendo in famiglia le festività natalizie e forse il capo d'anno, e ritornò a Genova all'inizio di gennaio. Qui gli fu spedita il 9 gennaio la copia del decreto Piria-Farini-Pisanelli che, in data 31 dicembre 1860, gli conferiva l'incarico di insegnamento della Chimica organica nella università di Napoli per l'anno 1861.

La rinuncia alla cattedra di Napoli e l'insuccesso politico

La decisione del direttore del dicastero napoletano, Gaetano Cammarata, di inviare all'interessato a Genova la copia del decreto, in conformità alle norme di buona amministrazione, mise fuori gioco Piria, che il 19 gennaio scrisse a Cannizzaro una lettera piuttosto risentita: «Caro Cannizzaro, Per Dio perché indugiate tanto a venire? Qui si mormora e con ragione. Si mormora di voi, si mormora di me. Io non sono più nulla [dal 1 gennaio era cessato dalla carica, sostituito da Ruggero Bonghi]. Sono dolente di questa vostra spensieratezza così poco opportuna in momenti come gli attuali. ...Ho ritenuto presso di me il vostro decreto di nomina e la lettera di partecipazione, che nella certezza di vedervi arrivare da un momento all'altro, ho stimato inutile spedirvi ;a Genova». Piria ignorava che il 13 gennaio Cannizzaro aveva scritto al dicastero della Pubblica Istruzione del governo luogotenenziale napoletano, spiegando di dover rinunciare all'incarico perché «la salute di mia famiglia non mi permette di staccarmi per ora da essa, recandomi solo in Napoli».

La motivazione aveva un qualche fondamento, perché dalla successiva corrispondenza con Pavesi risulta che la moglie ebbe disturbi alla vista. Ma nelle. settimane precedenti il Pavesi era rimasto privo di notizie ed il 10 gennaio aveva scritto a Genova indirizzandosi ad un comune amico (certamente Lessona) per averne. Da questa lettera Cannizzaro apprese che Piria, tramite Tommasi, due mesi prima aveva invitato Pavesi a recarsi a Napoli senza poi dar seguito a tale invito.

Gli strascichi di questa vicenda napoletana coinvolsero Cannizzaro ancora per qualche tempo. Il ministro Mamiani, dovendo provvedere quanto meno a dare una indicazione per la copertura del posto vacante, il 22 gennaio interpellò Tommasi e Cannizzaro per avere informazioni su un aspirante, «... il Signor Raffaele Napoli ... il quale in una lettera scritta dalla capitale delle province Napoletane viene rappresentato come egregio cultore e professore della scienza chimica». Gli appunti di Cannizzaro sul merito dei lavori del Signor Napoli sembrano concordare con il parere poco favorevole che Tommasi trasmise al ministro, inviandone copia a Cannizzaro stesso il 26 gennaio. Anche Tommasi nulla sapeva ancora della rinuncia. Infatti a conclusione della lettera «di risposta alla tua ricevuta oggi» chiedeva: «Vai a Palermo o a Napoli? Se io avessi a tornare a Napoli l'anno venturo sarei proprio lieto di averti dappresso».

Dalle lettere di questo periodo si rileva che Cannizzaro per circa tre settimane tenne all'oscuro della decisione di rinunciare alla cattedra napoletana anche i familiari di Palermo ed i suoi amici Michele Amari, Federico Napoli e Carlo Matteucci. Forse ritenne che tale notizia potesse essere usata per influenzare negativamente l'elettorato di uno dei collegi della provincia di Messina al quale era stato presentato dal Comitato Patriottico presieduto da Mariano Stabile. L'esito delle votazioni gli fu comunque sfavorevole e le diverse giustificazioni addotte dai suoi sostenitori sono tutte valide: non era andato di presenza; le sue lettere erano arrivate troppo tardi; l'elettorato ricordava poco gli eventi del 1848; vi era una grande confusione di idee che favoriva gli intrighi degli avversali. La cugina Vittoria De Spuches gli scrisse il 4 febbraio (ancora chiedendo «se è vero che vai a Napoli») per dare i risultati elettorali dei sei comuni più grandi del collegio: a Francavilla Cannizzaro aveva avuto 16 voti su un totale di 51, a Taormina 1 su 50, nulla negli altri. Prevalse Giovanni Interdonato proposto dal Comitato elet­torale presieduto da Francesco Crispi e che risultò tuttavia ineleggibile perché impiegato governativo. Un mese dopo Giovan Battista Fardella sollecitò Canniz­zaro a presentarsi per la tornata delle elezioni supplettive, ma dobbiamo ritenere, mancando ogni altro riferimento nelle carte esaminate, che egli vi abbia rinunciato.

Forse l'insuccesso lo indusse a restringere il campo degli obbiettivi immediati ed a sondare la consistenza delle sollecitazioni che riceveva affinchè si trasferisse a Palermo. La più documentata è una lettera di Federico Napoli, Segretario generale al Dicastero dei Lavori pubblici del governo siciliano, databile al principio di febbraio, dalla quale emerge uno stretto rapporto tra la possibile realizzazione di un laboratorio chimico moderno a Palermo e le vicende politiche siciliane e nazionali. Il contesto di questa lettera è analogo a quella di Giuseppe Inzenga in data 5 febbraio. Ambedue descrivono le stesse difficoltà ed insistono affinché Cannizzaro prenda una decisione e intervenga di persona assicurando le autorità politiche sulla propria disponibilità a trasferirsi a Palermo, concludendo contatti esplorativi che sicuramente andavano avanti dall'epoca della sua nomina durante la gestione Mordini-Ugdulena.

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MessaggioInviato: Ven Ott 06, 2006 1:48 pm    Oggetto:  Gli Appunti autobiografici
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Gli Appunti autobiografici

«Nacqui a Palermo il 13 luglio 1826 da Anna Di Benedetto e da Mariano Cannizzaro, Magistrato, il quale nel 1826 era Direttore Generale della Polizia di Sicilia e nel 1827 divenne Presidente della Gran Corte dei conti di Sicilia.

La sua famiglia era composta di sei figlie e di quattro figli compreso me, ultimo nato.

Feci i primi studii elementari parte in casa, parte nelle prime classi del Ginnasio di Palermo, detto allora scuola normale.

Perduto il padre (che aveva appena 62 anni) il 21 marzo 1836, entrai, alla fine dello stesso anno, nel Reale collegio-convitto "Carolino Calasanzio".
Ne uscii temporaneamente durante la terribile epidemia colerica del 1837, nella quale perdei due fratelli avvocati ed io stesso fui attaccato; dopo una lunga convalescenza, cessata l'epidemia, nello stesso anno 1837 rientrai nel convitto e percorsi le classi denominate: Grammatica inferiore - Grammatica superiore -Umane lettere - Rettorica - Filosofia.

Studiando cioè lingua e letteratura italiana e latina, lingua francese, aritmetica, algebra e geometria elementari, filosofia, geografia e un po' di storia greca e romana; nessuna nozione di scienze naturali.

Nel pubblico saggio dato nel 1840 dagli allievi del convitto, ottenni la medaglia di oro alla pari di un altro allievo. La relazione di premiazione fatta in pubblico nel Settembre 1840 dice: «che i due allievi di rettorica, Salemi e Cannizzaro, si mostrarono non solo bene addottrinati nella letteratura latina ed italiana, ma pure nella poetica, spiccando il Salemi per vigore di immaginazione, il Cannizzaro per maturità di concetti. È anche di quest'ultimp notata la perizia nell'aritmetica, superiore a tutti gli altri allievi della stessa classe».

Diedi anche nell'anno successivo, saggio degli studii fatti nella classe di filosofia, cioè di filosofia, di letteratura latina ed italiana, di matematiche elemen­tari, ed ottenni la medaglia.

Uscito di convitto nel 1841, frequentai l'Università di Palermo dall'anno scolastico 1841-42 sino al 1845. Mi iscrissi al corso per la laurea in medicina, ma frequentai corsi diversi di letterature e di matematiche, feci alcuni esami richiesti per la laurea in medicina, ma non presi tale laurea, ne altra. Si noti che nell'Università di Palermo, allora non si davano altre lauree che quelle professio­nali di medicina, di legge e di teologia.
Frequentai per tre anni di seguito il corso di fisiologia del celebre fisiologo
Michele Fodera, col quale mi legai in intima amicizia. Sotto la sua dirczione feci da me vari studii biologici; in casa di lui o in casa propria mi addestrai alle ricerche sperimentali, non essendovi allora nell'Università di Palermo un Laboratorio di fisiologia, il cui insegnamento si era costretti a fare soltanto oralmente.

Spinto dalle esigenze della fisiologia tentai in casa propria di esercitarmi nelle manipolazioni chimiche, mancando nell'Università di Palermo qualsiasi Laboratorio chimico per gli allievi e non essendovi altro che l'occorrente per le più elementari dimostrazioni sperimentali delle lezioni, che con molta chiarezza faceva il Prof. Casoria, noto per qualche lavoretto di analisi.

Nella seconda metà dell'anno 1845 mi fermai in Napoli, ove nel mese di ottobre presi parte al Congresso degli scienziati italiani, e ad alcune discussioni nelle sezioni di Zoologia e di Fisiologia. Durante la dimora in Napoli fui accolto affettuosamente dal celebre fisico Macedonie Melloni, che mi fece assistere ad alcune sue ricerche, e che mi diede coll'esempio e coi consigli, efficaci amma­estramenti sull'impiego dei metodi sperimentali.

Conservai indelebili, nella mia educazione intellettuale, le orme impressevi dalla lunga dimestichezza col Fodera, dalla breve assistenza al Melloni ed infine dalla pratica fatta per due anni nel laboratorio del Piria, che fu il mio vero maestro in chimica. Per l'intermedio del Melloni, alla fine del Congresso degli scienziati, il Piria mi offrì il posto di preparatore straordinario nel Laboratorio di chimica dell'Università di Pisa, ufficio che accettai ed esercitai per i due anni scolastici 45-46 e 46-47. In questi due anni scolastici ebbi la mia intera educazione chimica, colla sola eccezione delle vacanze che passai in Sicilia.

Da preparatore seguii con attenzione le lezioni di chimica inorganica ed organica nei due anni, facendovi le esperienze ed il sunto sugli appunti ordina­lissimi dello stesso Professore; il resto della giornata lo passavo nel laboratorio insieme al Piria che in quegli anni attendeva, per più di otto ore al giorno, alle importanti sue ricerche sulla Solicino, sulla Populina, suìVAsparagina e sopra alcuni derivati della Naftalina ed anche parecchie analisi minerali.

Il più delle volte io facevo da semplice testimone, osservando con atten­zione ed in silenzio quello insuperabile modello d'ordine, di precisione e di eleganza che era il Piria nell'esperimentare e nell'analizzare. Di tempo in tempo Egli mi delegava la continuazione di qualche esperienza o analisi da Lui iniziata o qualche preparazione di materiale che gli abbisognava; il che dovevo fare attenendomi fedelmente alle precise istruzioni da Lui ricevute.

Nelle ore mattutine, prima che il Piria scendesse dal suo alloggio nel laboratorio, o nelle ore che se ne allontanava io attendevo a preparare le dimo­strazioni sperimentali delle lezioni o da me solo o in compagnia del Bertagnini, nel che dovevamo porre la massima cura per soddisfare le esigenze del Piria, che richiedeva nelle esperienze del suo corso non solo esattezza, ma eleganza.

Passavo spesso le serate in gradevolissima conversazione col Piria, ed allora soltanto Egli dava a me spiegazione sulle sue ricerche alle quali avea assistito come testimone nella giornata; allora soltanto si discuteva alla pari. Era il Piria affabilissimo in queste conversazioni serali, però taciturno lavoratore nella giornata e severissimo giudice per qualsiasi negligenza dei preparatori, che lo assistevano sia nelle lezioni, sia nei suoi lavori.

Così sotto una severa disciplina io potei in due anni scolastici, compire la mia educazione pratica in chimica.

Mi proponevo tornando in Sicilia, dopo le vacanze, l'anno scolastico successivo, intraprendere qualche ricerca originale; ma tornato in Sicilia alla fine di luglio 1847 incominciai a prendere parte alla preparazione della rivoluzione; avvenuta questa in gennaio 1848, feci per poco in Messina da ufficiale di artiglieria; eletto deputato di Francavilla al Parlamento siciliano mi recai a Palermo alla fine di marzo; presi parte ai lavori parlamentari, come il più giovane deputato, da Segretario nella Camera dei Comuni. Dopo la caduta di Messina avvenuta il 7 settembre 1848 fui mandato in Taormina, affine di raccogliervi forze cittadine da opporre all'avanzare delle truppe regie; firmato l'armistizio del 13 settembre, rimasi a Taormina come Commissario del Governo siciliano. Rottosi in marzo del 1849 l'armistizio, seguii la sorte delle truppe siciliane, e mi ritirai per la via di Catania e di Castrogiovanni in Palermo; ed in maggiol849, caduta la rivoluzione siciliana, mi imbarcai sulla fregata siciliana Indipendente.

Sbarcato in Marsiglia, dopo l'interruzione completa per due anni degli studi di chimica, procurai riprenderli colla lettura e colla visita degli stabilimenti delle industrie chimiche. Dopo alcune settimane passate a Marsiglia visitai Arles, Avignone, Lione, Nimes e Montpellier, tornando a Lione ove mi fermai qualche tempo per studiare le industrie che mi era permesso di visitare. Da Lione, in settembre 1849, andai a Torino per assistere al ritomo della salma di Carlo Alberto.

Alla fine di ottobre mi recai a Parigi. Per mezzo di una lettera di Piria mi posi in relazione con Cahours. Egli mi procurò l'introduzione nel piccolo labo­ratorio di chimica di Chevreul annesso al grande anfiteatro del Giardino delle Piante, del quale laboratorio era preparatore Cloez. Ivi lavorai assiduamente da me solo e qualche volta in compagnia di Cloez; qualche volta assistetti alle esperienze che Fremy faceva nel laboratorio di Gay-Lussac, il quale comunicava per mezzo dell'anfiteatro con quello di Chevreul. Mi allontanavo dal laboratorio soltanto nei giorni e nelle ore delle lezioni di Regnault al collegio di Francia, che costantemente seguivo.
In quel laboratorio feci lo studio della cianamide ed aveva già preparato una provvista di cloruro di cianogeno e diverse ammine col metodo allora recente di Wurtz, per continuare ed estendere quel lavoro.

Nel 3 novembre 1851 andai in Alessandria della Paglia nominato Profes­sore di fìsica, chimica e meccanica in quel Collegio Nazionale, nel cosidetto corso speciale che corrisponde al corso tecnico o alla scuola reale di Germania. Il Municipio di quella città mi fornì un laboratorio sufficiente per le dimostrazioni sperimentali delle lezioni e pei lavori proprii in compagnia di un preparatore.

Non avendo avuto studenti regolari nel corso speciale feci lezioni pubbli­che, or di chimica or di meccanica elementare, frequentate da cittadini e da operai. Ivi aveva incominciato a proseguire lo studio della cianametilamide che sospesi (non senza qualche reclamo) quando Cloez e Cahours pubblicarono le loro esperienze sullo stesso argomento.
Ivi intrapresi poi il lavoro sull'alcool benzoico.

Stetti in Alessandria sino all'ottobre 1855, passando spesso i mesi di vacanza o a Pisa, in compagnia di Piria o a Montignoso presso Massa-Carrara in casa di Bertagnini col quale lavoravo sulle aldeidi aromatiche. Ivi, usando il metodo del Bertagnini, incominciai a depurare l'aldeide benzoica colla quale preparai l'alcool.

In ottobre 1855 fui nominato Professore di chimica nell'Università di Genova; contemporaneamente il Piria era da Pisa chiamato Professore a Torino.

Incominciai l'insegnamento l'anno scolastico 55-56 con una prelezione La chimica e le scienze naturali e lo ripetei per gli anni successivi sino al 1861. Negli anni 57, 58, 59 e 60, fui anche in quella Università incaricato dell'insegnamento della chimica applicata alle costruzioni.
Trovai in Genova per Laboratorio una cameraccia oscura ed umida e neppure l'occorrente per le più elementari dimostrazioni sperimentali delle lezioni, sicché non potei in tutto l'anno 1855 proseguire i lavori incominciati in Alessandria e molto meno intraprenderne dei nuovi.
Nell'anno successivo ottenni un nuovo locale all'ultimo piano dell'edificio universitario e potei adattarlo convenientemente per lavorare io col preparatore, e un paio di allievi, senza però una vera scuola pratica. In quel Laboratorio proseguii i lavori sugli alcooli aromatici.

Durante la mia residenza a Genova pubblicai, oltre i lavori sperimentali, il Sunto di un corso di filosofia chimica che aveva fatto in quella Università, ed una lezione di quel corso.

Nell'anno 1860, appena dopo l'ingresso di Garibaldi a Palermo, mi ci recai per rivedere la mia vecchia madre e le mie sorelle che non avevo potuto vedere dopo il 1849; e per prestare, ove occorresse, l'opera mia per il consolidamento della rivoluzione. Lasciai Palermo per recarmi insieme al Prof. Pavesi di Pavia, al Congresso dei chimici adunatesi a Karlsruhe; tornato a Genova partii subito per Palermo insieme alla mia famiglia (moglie ed una bambina lattante nata nel maggio dello stesso anno).
A Palermo feci parte del «Consiglio di Stato straordinario incaricato di studiare ed esporre al Governo quali sarebbero nella costituzione della grande famiglia italiana gli ordini e le istituzioni su cui convenga portare l'attenzione, perché rimangano conciliati i bisogni peculiari della Sicilia con quelli generali dell'Unità e prosperità della Nazione Italiana».

Compito nell'ottobre 1860 questo incarico, mi restituii colla famiglia a Genova dopo una breve fermata a Napoli, ove era stato messo a capo della istruzione pubblica il Prof. Piria.

A Genova ripresi l'insegnamento, non avendo accettato la nomina avuta in marzo 1860, di professore di chimica organica nella Università di Pisa, né l'incarico datomi in Dicembre della cattedra di chimica organica nella Università di Napoli.

Nell'ottobre 1861 fui nominato professore di chimica inorganica ed orga­nica e Direttore dello annesso laboratorio nell'Università di Palermo, ove mi stabilii poco dopo.

Trovai il Laboratorio nello stesso stato in cui era quando seguii il corso di chimica nel 1842-43; consistente cioè in alcuni armadi posti nella stessa sala delle lezioni, nei quali armadi vi era l'occorrente per le più elementari dimostra­zioni delle lezioni.

Perciò nello stesso anno scolastico 61-62 la mia attività fu impiegata nelle lezioni e nelle pratiche necessario per ottenere un nuovo laboratorio. L'ebbi nell'anno successivo nel piano superiore dell'edificio universitario, composto di oltre l'anfiteatro per le lezioni, di più ambienti adattati a lavori e ricerche del Professore, degli assistenti, e di alcuni allievi, e di un ambiente abbastanza ampio per la scuola pratica di analisi.

Ivi per un decennio feci l'insegnamento orale e pratico. Ebbi la collabo­razione di Adolfo Lieben (prima da aiuto, poi da collega Professore), di Guglielmo Koerner ed in ultimo di Emanuele Paternò, che ebbe la sua educazione scientifica e compì la sua carriera in Palermo, ove mi successe nella cattedra.

In Palermo, mia città nativa e stante i precedenti miei del 1848, non potei evitare di prendere qualche parte alla vita pubblica. Fui per alcuni anni consigliere comunale ed assessore della Giunta municipale negli anni che si aprivano le nuove scuole elementari; impiantai una scuola tecnica serale per gli operai, che è stata dalle amministrazioni municipali successive mantenuta e ampliata.

Fui nello stesso tempo Rettore dell'Università.
In una elezione di deputati fui candidato in un collegio di Palermo del partito liberale moderato ed in ballottaggio col candidato del partito clericale, Ondes Reggio, che mi vinse per pochi voti.

Nel 1871 fui nominato Professore di chimica nell'Università di Roma; fui anche nominato Senatore del Regno.

Nel 1871 feci opera per ottenere e costruire l'attuale istituto chimico nell'orto di S. Lorenzo in Panispema, ove dal 1872 fo tutti gli anni due corsi, ciascuno di tre lezioni la settimana, uno di chimica generale ed uno di chimica organica, e dirigo la scuola pratica».

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Ott 06, 2006 1:53 pm    Oggetto:  La vita
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La vita

Testi di Giovanni Paoloni e Mauro Tosti Croce tratti dal sito Minerva.

Stanislao Cannizzaro nacque a Palermo il 13 luglio 1826 da Mariano e Anna Di Benedetto, ultimo di dieci figli.

La famiglia paterna vantava una lunga fedeltà alla casa regnante: il padre, magistrato, fu direttore generale della polizia di Sicilia proprio negli anni in cui le tensioni politiche e libertarie toccarono l'acme in seguito al ritorno dei Borboni, sancito dal trattato di Vienna; e successivamente, nel 1827, rivestì la carica di presidente della Gran Corte dei Conti di Sicilia. La sorella Angelina, andata sposa al marchese Ruffo, fu dama di corte della regina.

Nella famiglia materna circolavano invece quelle idee patriotiche che non tardarono ad attecchire nello stesso Cannizzaro: dei cinque fratelli della madre due caddero nell'insurrezione di Palermo del 1860 e uno fu ucciso a Mentana nel 1867. Cannizzaro, rimasto orfano di padre in giovane età, entrò alla fine del 1836 nel collegio-convitto «Carolina Calasanzio», da cui uscì temporaneamente nel 1837 durante l'epidemia di colera che imperversò a lungo, uccidendo due suoi fratelli e attaccando gravemente lui stesso.

Ritornato nel convitto dopo una lunga convalescenza, seguì regolarmente gli studi classici distinguendosi in particolare nella matematica[1]. Uscito dal convitto nel 1841, alla età di appena 15 anni, si iscrisse alla facoltà di medicina, allora unica facoltà scientifica dell'Università di Palermo, dove rimase fino al 1845, senza peraltro conseguire alcuna laurea.

Particolare importanza nella formazione di Cannizzaro ebbe la frequenza per tre anni del corso di fisiolo gia tenuto da Michele Foderà, col quale si legò di intima amicizia, e sotto la cui direzione eseguì alcune ricerche sperimentali nella propria abitazione e in quella del maestro, mancando allora l'Università di Palermo di un laboratorio attrezzato.

Fu proprio lo studio della fisiologia a spingere Cannizzaro alla chimica, di cui apprese i rudimenti nel corso tenuto da E. Caronia nel 1842-43. Anche in questo caso la mancanza di strutture adeguate lo costrinse a tentare i primi esperimenti chimici in casa propria. Se questo ci conferma nel l'immagine di un Cannizzaro desideroso di tradurre nella sperimentazione concreta i contenuti teorici della scienza, ci spiega altresì l'impegno da lui sempre in seguito profuso nel dotare le Università in cui prestò servizio di strutture moderne e funzionali, dove gli studenti potessero esercitarsi.
Nell'autunno del 1845 partecipò a Napoli alla VII adunanza degli scienziati italiani, dove presentò nella sezione di zoologia, anatomia comparata e fisiologia, una comunicazione che suscitò l'interesse del fisico Macedonio Melloni, che gli dette utili consigli, facendolo assistere ad alcune sue ricerche e presentandolo a Raffaele Piria. Questi, che era allora il più illustre chimico italiano e che mirava a costituire presso la sua cattedra di Pisa una scuola italiana di chimica, intuì le capacità del giovane Cannizzaro, al quale offrì il posto di preparatore straordinario nel laboratorio di chimica dell'Università di Pisa, ufficio che Cannizzaro ricoprì per i due anni accademici 1845-46 e 1846-47.

Fu appunto in questi anni che Cannizzaro completò la sua formazione chimica, accanto ad allievi come Cesare Bertagnini e Sebastiano De Luca, coi quali visse una meravigliosa stagione di comune lavoro e di ideali scientifici e patriottici, sotto la guida dell'illustre maestro, personalità di grande spessore non solo accademico, ma anche umano, "affabilissimo nelle conversazioni serali, taciturno lavoratore nella giornata e severissimo giudice per qualsiasi negligenza dei preparatori"[2].
Ancora a tanta distanza di anni, nell'autobiografia redatta in occasione delle celebrazioni per il suo 70° compleanno risuona l'eco di quella felice collaborazione con Piria che resta per lui un "insuperabile modello d'ordine, di precisione e di eleganza... nell'esperimentare e nell'analizzare"[3].

Cannizzaro aveva già cominciato a lavorare ad alcune ricerche indipendenti quando la sua carriera di chimico subì una temporanea interruzione per la partecipazione alla rivolta contro i Borboni che andò maturando nell'estate del 1847, durante il suo annuale periodo di vacanza in Sicilia. Le idee antiborboniche avevano attecchito fra gran parte degli intellettuali siciliani, che accusavano la casa regnante non solo di malgoverno, ma anche di tradimento nei confronti della Sicilia, ridotta dopo il trattato di Vienna a una mera provincia del Regno di Napoli, privata dell'indipendenza fino ad allora gelosamente custodita e defraudata non solo della costituzione del 1812, che le garantiva una certa indipendenza e libertà, ma anche dell'altra antichissima del tempo degli Aragonesi.

L'opposizione alla casa dei Borboni, durata con fasi più o meno acute dal 1820 al 1860, si configurò principalmente come movimento per la creazione di uno Stato autonomo siciliano, con leggi proprie e propria costituzione, senza precise aspirazioni nazionali unitarie. E' questo anche il carattere del moto che scoppiò nel gennaio del 1848, a cui prese parte attiva Cannizzaro, nominato ufficiale d'artiglieria nel piccolo esercito del nuovo Stato siciliano e poi eletto alla Camera dei Comuni come deputato di Francavilla.

In questa sede egli prese più volte la parola fra il 5 maggio e il 7 settembre 1848. E' interessante ricordare come molto più tardi Cannizzaro, in una lettera a Emanuele Paternò scritta il 24 settembre 1897, mentre si preparava il volume commemorativo della rivoluzione siciliana del '48, affermi che "l'elemento giovane del Parlamento siciliano aveva dato alla rivoluzione siciliana una direzione verso l'unità monarchica, e quella rivoluzione ebbe origine e interesse nazionale"[4].
La rivoluzione siciliana - e Cannizzaro riconfermò il concetto in un discorso del 9 gennaio 1898 davanti ai professori dell'Università di Palermo - non sarebbe così nata dal desiderio di ripristinare la costituzione di Palermo del 1812, lasciando aperta la questione del futuro inserimento della Sicilia libera e indipendente nell'Unione o Federazione italiana, bensì avrebbe avuto come sua meta finale il Regno d'Italia unito, quale poi nacque nel 1861.

Se queste tarde affermazioni di Cannizzaro non sembrano trovare un effettivo riscontro alla luce dei documenti e delle testimonianze dell'epoca, è invece chiaramente attestata la sua richiesta di una radicale riforma della costituzione del 1812, espressione del patriziato locale e ormai incapace di rispondere a nuove e più avanzate esigenze liberali. Cannizzaro propendeva esplicitamente per un maggiore coinvolgimento del "popolo" nella vita dello Stato: "uomini nuovi esigono nuovi ordinamenti"[5].

Nella sua duplice veste militare e politica Cannizzaro seppe conquistarsi la fiducia del governo rivoluzionario che lo inviò nel settembre del 1848 a Taormina per raccogliere forze cittadine contro l'avanzata delle truppe borboniche. Dopo l'armistizio del 13 settembre Cannizzaro rimase a Taormina come commissario del governo rivoluzionario siciliano.
Quando nel marzo del 1849 venne rotto l'armistizio e si dimostrò inutile ogni forma di ulteriore resistenza, Cannizzaro seguì le altre truppe rivoluzionarie nella ritirata fino a Palermo. Il suo nome venne iscritto, insieme a quello di uomini come Francesco Crispi, Vincenzo Errante, Giuseppe La Farina, nelle liste di proscrizione, per cui il 23 aprile 1849 fu costretto ad imbarcarsi sulla fregata "L'Indipendente", lasciando l'isola alla volta di Marsiglia.

In Francia Cannizzaro rimase per più di due anni. Dopo aver soggiornato per qualche settimana nella Francia meridionale, dove visitò alcuni stabilimenti industriali, si rec ò prima a Lione e poi a Parigi. Qui, grazie ad una lettera di presentazione di Piria, si mise in rapporto con August Cahours, che gli procurò l'introduzione nel piccolo laboratorio di chimica di Michel-Eugène Chevreul, al Jardin des plantes, dove era preparatore Stanislas Clöez.

Assistette anche ad alcune sperimentazioni effettuate da Edmond Fremy nel laboratorio di Gay Lussac, attiguo a quello di Chevreul, e frequentò regolarmente le lezioni di Henri-Victor Regnault [6] sulla calorimetria, al Collège de France. Il soggiorno a Parigi procurò a Cannizzaro contatti con alcuni chimici che lavoravano nel vicino laboratorio di Jean-Baptiste Dumas: Faustino Malaguti, Eugène-Melchior Pélignot, Adolphe Wurtz, e altri.

Nel novembre del 1851 accettò, dopo qualche esitazione, la nomina a professore di fisica, chimica e meccanica nel Collegio Nazionale di Alessandria. Qui poté disporre di un piccolo lab oratorio per le dimostrazioni sperimentali delle lezioni, e per la continuazione delle ricerche iniziate in Francia. Tenne anche lezioni pubbliche serali di chimica e di meccanica elementare a cittadini e operai.

In questo periodo ripresero intensi i contatti con Piria e Bertagnini, attestati da una cospicua corrispondenza da cui traspare non solo la reciproca stima e la passione per la scienza, ma anche i comuni sentimenti patriottici. Ad Alessandria Cannizzaro rimase fino all'ottobre 1855, quando venne chiamato dal ministro della pubblica istruzione Giovanni Lanza alla cattedra di chimica dell'Università di Genova. Tale nomina rientrava in un quadro più generale che vide il conferimento a Piria della cattedra torinese e l'insediamento a Pisa di Bertagnini, al posto lasciato libero dal maestro.

Questo "movimento", concordato dallo stesso Piria col ministro Lanza, si realizzò malgrado l'opposizione accanita degli ambienti conservatori, e in special modo di Ascanio Sobrero: da qui le continue pressioni che negli anni seguenti il Piria eserciterà su Cannizzaro perché questi produca lavori scientifici con cui sostenere l'assegnazione della cattedra genovese.
In quegli anni Cannizzaro si sente dunque puntato addosso l'occhio non solo del maestro, ma di tutta la comunità scientifica italiana, che attendeva il giovane scienziato al varco di una prova che potesse testimoniare le sue doti di chimico. La realtà era però decisamente sconfortante. A Genova Cannizzaro si scontrò con una situazione che si ripresenterà puntualmente ad ogni nuova nomina: l'assenza di strutture per la ricerca scientifica e la cronica indifferenza della burocrazia ministeriale a tali problemi.

Quando Cannizzaro giunse a Genova trovò per laboratorio "una cameraccia oscura e umida e neppure l'occorrente per le più elementari dimostrazioni sperimentali delle lezioni"[7], tanto da non poter neppure proseguire i lavori iniziati ad Alessandria.

Soltanto l'anno successivo riuscì ad ottenere un nuovo locale all'ultimo piano dell'edificio universitario, per poter continuare le proprie ricerche. La sua produzione scientifica si mantenne comunque molto scarsa fino a tutto il 1857: solo alla fine di quell'anno comparve una breve nota sulla rivista «Nuovo Cimento», unico indizio delle meditazioni di Cannizzaro poi sfociate nella stesura del suo fondamentale Sunto di un corso di filosofia chimica.

Quest'opera nasce sostanzialmente da una esigenza didattica: dalla volontà cioè di chiarire a se stesso e quindi ai propri studenti concetti e principi sui quali regnava allora la più assoluta confusione. Non è un caso che Cannizzaro, in un discorso pronunciato nel 1896, parlando del suo scritto, abbia affermato: "Io non ebbi veramente l'ambizione di proporre una riforma, non ebbi altro scopo che quello pedagogico" [8].
E sempre nello stesso discorso ricorda "la soddisfazione, dirò, anche la gioia che provai quando dopo le vacanze impiegate a preparare il mio corso potei esporre i concetti fondamentali della teoria molecolare e atomica"[9]. E' proprio la validità didattica della sua teoria a spingerlo a comunicarne i risultati al mondo scientifico sotto forma di una lettera al collega De Luca, successore a Pisa del Bertagnini, prematuramente scomparso.

Nel «Nuovo Cimento» del maggio 1858 venne dunque pubblicata una lettera contenente il sunto delle prime otto lezioni del suo corso. L'importanza del Sunto sta nell'aver definitivamente chiarito il concetto di peso atomico, posto in corretta relazione con quello di peso molecolare e nell'aver quindi posto su salde basi tutta la teoria atomica, eliminando l'incertezza allora dominante nella definizione dei concetti fondamentali della scienza chimica.

Se nel discorso pronunciato in occasione delle onoranze per il suo 70° compleanno egli ebbe ad affermare: "Io non pretendo di essere stato un grande riformatore della scienza... ebbi soltanto la fortuna di enunciare ciò di cui indispensabilmente si sarebbe accorto chiunque in quel momento si fosse accinto ad una critica severa dello stato della scienza"[10], non bisogna però dimenticare che con le sue considerazioni poté aprire una nuova strada, ancorando su basi sperimentalme nte verificabili presupposti concettuali fino allora rimasti piuttosto nebulosi.
In questa sede è anche interessante notare come il linguaggio usato da Cannizzaro nel Sunto e poi nella Lezione sulla teoria atomica, pubblicata anch'essa nel 1858 sulla rivista «Liguria medica» e incentrata sugli stessi temi del Sunto, precisati e illustrati con vari esempi, metta chiaramente in evidenza la sua fede in un cammino della scienza lungo e faticoso, ma anche necessario e conseguenziale, che si svolge in tappe graduali e forse anche contraddittorie, ma che non può non raggiungere la meta ultima quasi per una sorta di "obbligatorietà superiore".

Tale impostazione emerge con estrema chiarezza in un saggio pubblicato nel primo numero della «Gazzetta Chimica Italiana» del 1871 sullo sviluppo della teoria atomica nella prima metà dell'Ottocento. In queste Notizie storiche Cannizzaro traccia il graduale "cammino" della scienza inteso come "movimento" e "progresso" lungo una traiettoria che si avvicina alla meta per approssimazioni successive. E' per questa ragione che Cannizzaro considera la "legge degli atomi", da lui scoperta e oggi universalmente nota con il suo nome, come una semplice conseguenza delle precedenti ricerche scientifiche: atteggiamento che non nasce da falsa modestia, ma da una convinta interpretazione della scienza come Entwicklungsgeschichte, come processo storico inarrestabile governato non dal caso, ma da una logica "superiore"[11].

Il congresso internazionale dei chimici, organizzato nel 1860 a Karlsruhe da Kekulé e Wurtz offrì a Cannizzaro la grande occasione di divulgare efficacemente le sue idee. A questo congresso che durò dal 3 al 5 settembre parteciparono circa 130 chimici di tutta Europa che si confrontarono su temi allora molto controversi. Il congresso non raggiunse tuttavia un punto di vista unitario che superasse i contrasti tra le diverse tesi. E' però possibile cogliere un sintomo dell'interesse e dell'emozione che suscitò la teoria di Cannizzaro in una frase di Julius Lothar Meyer, che nel suo viaggio di ritorno lesse il Sunto che Angelo Pavesi, amico di Cannizzaro e professore di chimica a Pavia, aveva provveduto a far stampare in forma di opuscolo e distribuire fra i congressisti: "Sentii come se mi fossero cadute le bende dagli occhi, i dubbi svaniti e la percezione della tranquillità più sicura prese il loro posto"[12].

A Lothar Meyer va infatti il merito di aver diffuso le idee del chimico italiano nei paesi di lingua tedesca. Tuttavia rimase forte l'opposizione alle tesi di Cannizzaro: le critiche di Marcelin Berthélot[13] e della sua cerchia sono un esempio molto significativo di come fossero radicati nella comunità chimica certi convincimenti, e di quali resistenze dovesse incontrare la teoria di Cannizzaro, nonostante tutta la sua chiarezza ed evidenza.

Il 1860 fu un anno importante oltre che per Cannizzaro anche per l'Italia e la Sicilia. Nell'estate di quell'anno Garibaldi entrò a Palermo, e Cannizzaro poté tornare nell'isola natale dove rivide dopo anni di esilio la madre e le sorelle e dove iniziò quella carriera politica che lo porterà fino alla carica di vicepresidente del Senato.

Da questo momento nella vita di Cannizzaro si affiancano agli impegni scientifici e didattici quelli legati alla vita pubblica, che non costituiscono però un momento distinto e separato, quasi antitetico alla sua vocazione "teorica", ma si uniscono a formare quella che Cerruti chiama con felice espressione la "continuità biografica di Cannizzaro, non diviso fra i suoi numerosi ruoli, ma unito nella forza (forma) della sua personalità" [14].

Dopo aver fatto parte del Consiglio di Stato straordinario, incaricato dal governo italiano di conciliare i bisogni della Sicilia con quelli della nascente nazione italiana, Cannizzaro continuò ad insegnare per un anno a Genova, avendo rifiutato la cattedra di chimica organica offertagli prima dall'Università di Pisa e poi da quella di Napoli. La sua intenzione era chiaramente quella di ritornare a Palermo e di adoperarsi per una rinascita culturale e politica della Sicilia.

Quando con R.D. 28 ottobre 1861 gli venne conferita la cattedra di chimica organica e inorganica nell'Università di Palermo [15] egli poté finalmente trasferirsi nell'isola con la moglie Enrichetta Whiters, figlia di un pastore protestante, da lui sposata nel 1857 nonostante l'opposizione della famiglia, contraria ad un matrimonio con una straniera di confessione non cattolica [16].

A Palermo trovò il laboratorio chimico nello stesso stato in cui era quando l'aveva frequentato come studente nel 1842-43, consistente cioè in alcuni armadi nei quali vi erano gli strumenti per le dimostrazioni più elementari. Dovette quindi insistere presso le autorità competenti perché venissero stanziati i fondi per la riorganizzazione del laboratorio [17].
Soltanto nel 1863 Cannizzaro riuscì ad ottenere ambienti adatti, al piano superiore dell'edificio universitario, dove poté installare un laboratorio ed una scuola pratica di analisi.

Grazie alle sue capacità didattiche Cannizzaro riuscì a fare di Palermo un centro di studi chimici in Italia, attirandovi un buon numero di giovani scienziati italiani e stranieri, fra cui Emanuele Paternò, Guglielmo Koerner, Adolf Lieben, Ugo Schiff, che hanno lasciato un nome illustre nella storia della chimica.

Particolare importanza ebbe per Cannizzaro la collaborazione con Lieben, giovane chimico viennese, nominato vicedirettore del laboratorio di chimica di Palermo e già dal 1863-64 incaricato dallo stesso Cannizzaro del corso di chimica inorganica. Nel luglio 1865 Cannizzaro riuscì a far nominare Lieben professore ordinario di chimica organica, riservando per sé la sola cattedra di chimica inorganica [18], anche in previsione dei più onerosi compiti connessi alla sua nomina a rettore (R.D. 31 ottobre 1865).
Cannizzaro poté giovarsi della proficua collaborazione con Lieben - "la sola cosa che mi compensi dell'isolamento scientifico in questa estrema parte d'Europa" [19] - fino al 1867, quando il chimico austriaco, in seguito alla disposizione ministeriale che riduceva ad una le cattedre di chimica esistenti presso ciascuna Università italiana, venne spostato a Torino, lasciando Cannizzaro unico titolare della cattedra di chimica generale a Palermo [20].

Come si può facilmente comprendere, ciò comportò per lui, oltre ad un maggiore isolamento, anche un notevole aggravio di lavoro, che lo spinse nell'agosto 1868 a chiedere di essere esonerato dall'ufficio di rettore. La sua richiesta venne accolta ed al suo posto venne nominato Giuseppe Albeggiani, preside della facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali di Palermo.

Né bisogna dimenticare che Cannizzaro, come già si è accennato, affiancò agli impegni didattici e scientifici anche varie cariche pubbliche: fu infatti consigliere comunale e assessore nella Giunta municipale e durante l'epidemia di colera del 1867 svolse un'intensa atti vità come commissario per la sanità pubblica.

Parallelamente cercò di potenziare il dibattito scientifico con la fondazione di un periodico esclusivamente dedicato alla chimica: la «Gazzetta Chimica Italiana», che apparve a Palermo nel 1871 e di cui ebbe la direzione, mentre Paternò ne fu redattore capo.
Il congiungimento di Roma all'Italia ed il conseguente trasferimento della capitale determinarono una svolta nella carriera accademica di Cannizzaro, che venne invitato a ricoprire la cattedra di chimica nell'Ateneo romano.

Le trattative intercorse nell'estate del 1872 fra Cannizzaro, che già nel 1871 era stato nominato membro del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione, e il Ministero, retto allora dallo stesso presidente del Consiglio, Quintino Sella, amico personale di Cannizzaro, chiariscono come l'illustre chimico intendesse recarsi a Roma solo a determinate condizioni.
Cannizzaro era disposto ad accettare la cattedra di chimica organica propostagli dal ministro a condizione che "quella di chimica inorganica fosse affidata a persona al corrente della scienza": altrimenti il suo insegnamento sarebbe rimasto "senza base o peggio sopra basi poco solide" [21]. E in quest'ottica propone la costituzione di un'unica scuola di chimica inorganica e organica e di chimica pratica con annesso laboratorio, sul modello delle università tedesche, di cui lui stesso avrebbe assunto la direzione.

Per evitare le difficoltà costantemente incontrate nella organizzazione di un efficiente gabinetto chimico, Cannizzaro insiste presso le autorità competenti perché il laboratorio di Roma venga fornito di locali adeguati, del materiale occorrente, di una dotazione annua e del personale necessario.

Le preoccupazioni di Cannizzaro si rivolgono ancora una volta alla didattica: con le condizioni da lui poste egli intende non tanto assicurare il proprio prestigio personale all'interno dell'Ateneo romano, quanto garantirsi la possibilità di esplicare un insegnamento effettivamente efficace e proficuo.

Le richieste di Cannizzaro cadevano peraltro in un momento politicamente favorevole: la fondazione di grandi Istituti di ricerca nella capitale era un'esigenza condivisa da larga parte della classe dirigente, in quanto si sposava felicemente con la costruzione di uno Stato moderno ed efficiente e con quell'accentramento amministrativo che se da un lato continuava la "piemontesizzazione" del paese, dall'altro si presentava anche come un antidoto all'oppressiva presenza clericale, ancora rimarchevole a Roma.

Non si può poi non tenere conto dell'inevitabile influsso esercitato dalle grandi capitali europee, in particolar modo da Berlino dove August Wilhelm Hofmann aveva fondato un importante Istituto, nat uralmente destinato a costituire un termine di confronto per l'organizzazione della ricerca in Italia.

In questo contesto venne emanata la legge sulla istituzione dei laboratori di chimica, fisiologia e fisica dell'Università di Roma, che consentì a Cannizzaro di poter attrezzare un Istituto efficacemente operante e rispondente alle esigenze della ricerca e della didattica.
D'altra parte la sua richiesta di poter disporre, come già a Palermo, di una abitazione all'interno dell'Istituto si collegava al desiderio di introdurre in Italia un modello non solo di ricerca, ma anche di vita di tipo anglosassone, idoneo a stabilire un contatto ancor più diretto e proficuo fra maestro e alunni.

Il nuovo Istituto sorse così nell'orto del vecchio convento di S. Lorenzo in Panisperna, dove Cannizzaro, in un quarantennio di attività didattica riuscì a creare una vera scuola chimica romana da cui uscirono scienziati come Carnelutti, Ciamician, Nasini, Villavecchia, Miolati.
A Cannizzaro, che continuò l'insegnamento fino al 1909, spetta dunque il merito di aver fondato una scuola di carattere realmente nazionale (i suoi studenti provenivano da tutte le regioni d'Italia) inserita in un contesto europeo e attenta ai nuovi sviluppi emergenti in altri paesi, primo fra tutti la Germania con cui Cannizzaro mantenne sempre rapporti privilegiati [22].

Accanto a questo respiro internazionale della scuola di Cannizzaro va anche rilevata la libertà di cui potevano godere i suoi alunni, stimolati anzi a crescere in direzioni diverse da quelle del maestro "per l'avvenire della scienza e per il decoro nazionale" [23].

In questo senso la scuola di Roma poté in effetti esplicare una funzione rilevantissima per il progresso del paese, non solo perché molti dei suoi componenti ricoprirono gran parte delle cattedre universitarie della penisola e contribuirono allo sviluppo della scienza, ma anche perché l'attività didattica di Cannizzaro mirò sempre ad aprirsi all'esterno in un'azione concreta e incisiva sulla società italiana.

Ed è in questo contesto che si colloca la sua attività pubblica, che non può essere disgiunta da quella propriamente scientifica e didattica, perché nella persona di Cannizzaro i due aspetti si muovono lungo una stessa direttiva: l'aspirazione a realizzare il progresso della scienza e della società civile.

La politica esercitò sempre su Cannizzaro una forte attrazione che non si esaurì con la partecipazione ai moti risorgimentali del 1848, ma restò viva anche durante l'esilio, ed anzi si sviluppò e rafforzò soprattutto dopo l'unificazione italiana.

Nel 1865 Cannizzaro visse la sua più intensa avventura politica proponendosi come candidato per il collegio di Palermo durante le elezioni politiche di quell'anno. La sconfitta elettorale lo indusse a non tentare più l'accesso alla Camera elettiva, tanto più che già nel 1864 era stato nominato "socio nazionale non residente" dell'Accademia delle Scienze di Torino, la cui appartenenza costituiva titolo secondo l'articolo 33 dello Statuto albertino ad entrare per nomina regia nel Senato del Regno dopo un'anzianità di sette anni.

Fu così che il 15 novembre 1871 Cannizzaro venne nominato senatore, nella categoria XVIII, quella appunto in cui erano raggruppati i membri dell'Accademia delle Scienze con sette anni di anzianità. Tuttavia anche la nomina a senatore fu fonte di una certa amarezza per Cannizzaro: lo Statuto albertino prevedeva infatti per la nomina a senatore anche una XX categoria comprendente quanti avevano illustrato la patria con servizi e meriti eminenti. Non avergliela riconosciuta significava dimenticare i suoi alti meriti di scienziato, dando alla sua nomina una portata più modesta e ristretta e negando al suo ingresso al Senato il pubblico riconoscimento dell'intera nazione.

Nella sua veste di senatore Cannizzaro si impegnò comunque in importanti battaglie politiche che lo portarono a lottare per la costruzione di uno Stato moderno, al di fuori e al di sopra di precisi "schieramenti politici", nella convinzione di essere "un uomo isolato che esprime la sua opinione individualmente e lo fa perciò con la massima libertà" [24].
Ciò non vuol dire che Cannizzaro non abbia avuto un suo orientamento, riconducibile a posizioni liberali moderate che lo portavano a difendere contro ogni "sovvertimento" l'assetto sociale e civile costituitosi alla fine del processo di unificazione dello Stato italiano.

Il problema che si poneva a Cannizzaro era di incanalare le risorse e le potenzialità nazionali verso un ordinato sviluppo civile in cui la scienza fosse in grado di spandere i suoi benefici effetti "su tutti i rami del pubblico servizio e della privata prosperità" [25], opponendosi da un lato alle forze oscurantiste e reazionarie identificate con la teocrazia romana "pervenuta... a tessere una rete di ferro" intorno alle libertà di coscienza e dall'altro alle "idee sociali e politiche sovversive", alle "passioni malsane" che si sono insinuate nelle "nostre popolazioni operaie".

L'attività pubblica di Cannizzaro è dunque caratterizzata allo stesso tempo da una spinta progressista volta ad un graduale miglioramento dell'ordinamento statale e da una volontà di conservazione di quello Stato liberale attaccato da forze ritenute capaci di minarne l'unità e la compattezza. Questa circostanza, comune peraltro a larga parte della classe dirigente del tempo, induce Cannizzaro ad assumere posizioni di volta in volta "avanzate" o "reazionarie", ma che si collocano tutte all'interno di una visione politica conformata anch'essa, come quella scientifica, alla metafora del "cammino" lento, graduale, difficile, ma sicuro e ordinato sulla strada del progresso.

In questo contesto partecipò al progetto di statalizzazione della gestione dei tabacchi, il cui monopolio era rimasto affidato fino al 1883 a una Regìa cointeressata che in cambio dell'esercizio della privativa dei tabacchi aveva anticipato al governo una somma ragguardevole con cui finanziare l'enorme debito pubblico, aggravatosi soprattutto dopo la guerra austro-prussiana.

Cannizzaro, incaricato di studiare l'ordinamento del monopolio dei tabacchi in Francia, presentò nel 1878 una relazione in cui descrisse gli ottimi risultati conseguiti oltr'alpe e la necessità di introdurre anche in Italia, sull'esempio francese, un laboratorio chimico dedito alle ricerche necessarie per una sempre migliore produzione manifatturiera e con proprio personale tecnico.

Quando nel 1886 venne istituito questo laboratorio, esso si configurò - a differenza di quanto auspicato da Cannizzaro - non già come un centro sperimentale, gestito con moderni criteri imprenditoriali, ma come un'azienda scarsamente produttiva, insoddisfacente sia per i risultati pratici che per il personale impiegato.

Anche quando il laboratorio dei tabacchi fu trasformato in laboratorio chimico delle gabelle, suddiviso in due sezioni, una riguardante i tabacchi, l'altra le analisi merceologiche agli effetti dell'applicazione della tariffa doganale di importazione, il suo funzionamento incontrò resistenze di ogni tipo perché si trovò spesso a toccare gli interessi di gruppi industriali le cui manovre speculative erano di fatto coperte dalla connivenza e dal silenzio della classe politica [26].

Un successo notevole Cannizzaro riuscì invece ad ottenerlo nel campo dell'igiene pubblica quando nel 1888 fece passare al Senato, auspice Crispi, una riforma destinata a scardinare il sistema sanitario fino allora vigente affidato all' "empirìa spicciola degli amministratori e all'incerta cultura del singolo professionista" [27].

Venivano infatti istituiti organi statali in cui accanto ai medici erano presenti anche cultori di altri rami della scienza in modo da garantire la rappresentanza di tutti i settori tecnici coinvolti nel complesso problema dell'igiene pubblica. Questa nuova intelaiatura, comprendente al vertice un Consiglio superiore di sanità e una rete di Consigli provinciali, era dunque basata su un'ampia interdisciplinarietà che, oltre a garantire una maggiore efficienza, assicurava anche, grazie alla presenza di funzionari pubblici decentrati, la possibilità di sottrarsi alle pressioni dei notabili locali, spesso interessati a coprire l'effettiva situazione sanitaria del posto.
Ma il campo in cui esplicò maggiormente la sua azione fu quello scolastico dove espose idee assai avanzate. Chiese ad esempio maggiore libertà di scelta dei corsi per gli studenti universitari (7 giugno 1873) e una riforma degli esami di maturità sostenendo che la "deficienza in qualcuna delle materie prescritte" non significa che non sia raggiunta la "maturità intellettuale" (16 febbraio 1865).

Se ritenne opportuno mantenere i due indirizzi negli studi secondari, quello dei ginnasi-licei e quello delle scuole ed istituti tecnici, sostenne la necessità di rendere questi ultimi meglio rispondenti ai loro scopi primari, intervenendo non tanto sui programmi, quanto piuttosto nella preparazione degli insegnanti, troppo spesso superficiale e lacunosa.
Tali carenze, evidenti soprattutto nei professori di lingue moderne, lo spinsero a proporre l'istituzione di una scuola normale di lingue moderne, a fianco delle facoltà di lettere e filosofia, dove grazie alla presenza di grandi letterati stranieri potesse costituirsi un "vivajo di maestri di lingue" [28].

Accanto a questa attività che ben evidenzia gli sforzi di Cannizzaro per la costruzione di uno Stato moderno, va però anche ricordata la sua vocazione conservatrice, che lo portò ad appoggiare misure repressive nei confronti di qualsiasi forma di organizzazione di massa che potesse in prospettiva rivelarsi pericolosa per le basi borghesi dello Stato italiano.
Incapace di comprendere come fosse necessario incanalare nella vita politica quelle forze tenute per troppo tempo ai margini dello Stato, dimostrò una scarsa attenzione ai problemi sociali che affliggevano le classi subalterne: si espresse così contro riduzioni parziali della tassa sul macinato, ritenendo inopportuno privarsi di quei fondi necessari a finanziare le grandi spese pubbliche per "acquistare nel concerto europeo quell'autorità che è nostro diritto e nostro dovere".

L'abolizione della tassa sul macinato si sarebbe anzi, a suo giudizio, ritorta sulle stesse classi povere "per il prolungamento di questo stato infermiccio, di questo stato cronico-patologico delle nostre finanze e della nostra pubblica economia" [29].

Ugualmente, durante la discussione della legge sul lavoro minorile, si oppose alla elevazione del limite di età a dieci anni, affermando che poiché "l'epoca dell'istruzione obbligatoria cessa a nove anni...è buono che il fanciullo, dopo finita l'istruzione elementare, cominci a lavorare" [30].

Anche se in Cannizzaro c'è pur sempre la convinzione di un cammino graduale della legislazione che condurrà inevitabilmente "a fare altri passi su questa via" [31], è altresì evidente il continuo anteporre ai bisogni delle classi lavoratrici il progresso della nazione, le esigenze dell'industria e dei produttori.

Da qui la sua opposizione ad aumentare le indennità da corrispondersi ai lavoratori infortunati, provvedimento che considerava gravoso almeno per quel che riguardava industrie come quella dello zolfo (31 marzo 1903). Il timore di spinte eversive che potessero compromettere la solidità dello Stato risorgimentale si riflette nel rifiuto opposto da Cannizzaro ad allargare il suffragio, mantenendo fermi i requisiti dell'assolvimento della scuola dell'obbligo e anche di un piccolo censo (13 novembre 1881 e 27 novembre 1888).

Nella stessa ottica si colloca la sua richiesta di licenziare i "maestri antipatriottici" dalle scuole elementari, perché non si deve affidare "una scuola a chi non crede il patriottismo sentimento da coltivare nei giovinetti" [32].

Cannizzaro mostra così di condividere con la maggior parte della classe dirigente del tempo quella mentalità da Stato assediato, costretto a difendersi dalle opposte spinte eversive provenienti dai "rossi", che mettevano in crisi l'unità sociale agitando lo spettro della lotta di classe, e dai "neri" che minacciavano l'unità nazionale per il loro costante riferimento al potere temporale dei papi.

In questo senso Cannizzaro è un tipico esponente di quella classe dirigente liberale che se aveva saputo realizzare l'unificazione nazionale e costruire lo Stato italiano, si era però chiusa a difesa di un ordinamento che riteneva privo di alternative.

Cannizzaro morì a Roma il 10 maggio 1910. Nel centenario della nascita, i suoi resti furono deposti, accanto a quelli della moglie, nel chiostro della chiesa di S. Domenico a Palermo, facendo però in modo che dei due coniugi l'uno riposasse in terra consacrata, e l'altra, di religione non cattolica, restasse al di fuori delle mura della chiesa.

Va infine ricordato che Cannizzaro ebbe in vita molti onori:
fu membro di numerose accademie ed associazioni scientifiche nazionali ed estere, fra le quali giova ricordare qui l'Accademia dei XL, di cui venne eletto membro nel 1865, e della quale fu presidente dal 1903 alla morte, l'Accademia dei Lincei, che lo nominò socio nazionale nel 1873, e l'Accademia di Francia, che lo elesse socio straniero nel 1894.

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MessaggioInviato: Ven Ott 06, 2006 1:59 pm    Oggetto:  Impegno didattico, riflessione teorica
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Didatta e riformatore

Impegno didattico, riflessione teorica di Luigi Cerruti.

(Ripreso da LA CHIMICA E L'INDUSTRIA, V. 64, N. 10, OTTOBRE 1982, pp. 668-673)

Dopo quasi tre generazioni, dopo l'avvicendarsi di tre diversi regimi istituzionali, la figura di Stanislao CANNIZZARO (1826-1910) rimane di singolare attua­lità. Mentre la sua prassi di ricerca e la sua attività di rivoluzionario risorgimentale appaiono tutte con­dizionate dalla situazione culturale e politica di allo­ra, per altri aspetti egli appartiene ancora ai nostri tempi: così dalla passione per la didattica emerge uno stretto particolarissimo rapporto tra chiarezza pedagogica e limpidezza teorica, e dall'impegno per la costruzione di uno Stato unitario, efficiente nelle sue strutture pubbliche, si sviluppa una visione di ampio respiro dell'Università e degli studi chimici. I due atteggiamenti hanno la loro comune origine in un unico punto focale, quella emancipazione della ra­gione a cui fu dedicato il discorso di apertura dell'anno accademico 1864 all'Università di Palermo ('); è tuttavia opportuno separare la loro trattazione, concentrando in questa nota l'analisi dei ricchi frutti della didattica di cannizzaro, e dedicandone una seconda alla sua azione per lo sviluppo di una Università avan­zata, collegata al progresso economico del paese.
Parigi, Alessandria della Paglia, Genova

La relativa abbondanza di informazioni biografiche su cannizzaro, facilmente accessibili al lettore inte­ressato (2), permette di ridurre al minimo la descri­zione dell'itinerario che lo portò dalla natia Palermo all'Università di Genova, dove a 32 anni scrisse la sua opera più famosa, il “ Sunto di un corso di filoso­fia chimica ”.

Stanislao Cannizzaro si formò come chimico alla scuola di Raffaele piria (1813-1865), negli anni dal 1845 al 1847. Nel laboratorio di Pisa il diciannovenne siciliano era “ preparatore straordinario ”, ma la mo­desta posizione lo metteva a contatto con la grande impegnativa ricerca sulle sostanze vegetali condotta dal trentaduenne maestro calabrese. Le parole con cui cannizzaro ricorda quegli anni risentono dell'am­mirazione di un giovane che vede delinearsi davanti a sé un programma di vita: “ il più delle volte io facevo da semplice testimone, osservando con atten­zione e in silenzio quello insuperabile modello d'or­dine, di precisione e di eleganza che era il piria nell'esperimentare e nell'analizzare ” (3). Dal luglio del 1847 al maggio 1849 la cospirazione e la rivoluzione siciliana assorbono tutte le energie di cannizzaro, ma il ritorno dei Borboni lo condanna all'esilio. piria lo introduce con una lettera nel laboratorio di M.E. chevreul (1786-1889) a Parigi, dove lavora dall'ot­tobre del 1849 al novembre del 1851; l'immersione nell'ambiente scientifico più prestigioso dell'epoca è completa. Il laboratorio di chevreul comunica attra­verso l'anfiteatro del Jardin des plantes con quello di L.-J. gay-lussac, dove potè assistere alle esperienze di Edmond fremy (1814-1894), futuro caposcuola della chimica industriale francese. Ma per quanto ri­guarda le influenze più profonde nella formazione scientifica di cannizzaro una frase dei suoi appunti autobiografici è particolarmente significativa: “ mi allontanava dal laboratorio solo nei giorni e nelle ore delle lezioni di regnault al collegio di Francia, che costantemente seguivo ” (4). Il riferimento a H.V. regnault (1810-1878) è frequentissimo nei lavori teorici di cannizzaro, e anche nelle opere di carat­tere storico e didattico il cenno alla sua influenza de­cisiva non manca: “ avendo nel 1851 seguito il corso di regnault al Collegio di Francia sul calore, ed essendo rimasto profondamente colpito dalla piena concordanza tra le deduzioni tratte dai calori specifici e quelle tratte dall'isomortismo, non poteva indurmi a riguardare come accidentale tanta armonia ” (5).

Il giovane scienziato non si lasciava sfuggire una traccia di armonia nella confusa discussione che al­lora ferveva sui possibili fondamenti atomici della chimica, e d'altra parte le ricerche che regnault aveva condotto per conto del governo francese sulla fisica dei gas e dei vapori erano già allora un modello insuperato di precisione e sistematicità. È indubbio che l'insegnamento di regnault incise profonda­mente sul “ gusto ” scientifico di cannizzaro.

Nel novembre del 1851 avviene il brusco salto da Parigi ad “ Alessandria della Paglia, nominato pro­fessore di fisica, chimica e meccanica in quel Colle­gio Nazionale ” (4). Sono anni di solitudine, tempe­rati dall'amicizia con piria e con il coetaneo Cesare bertagnini (1827-1857), giovane speranza della chi­mica organica. Entrambi gli amici sono però a Pisa e la didattica è poco stimolante: “ il mio pubblico si compone di pochi alessandrini e moltissimi milita­ri ” (6) scrive a bertagnini nell'ottobre 1853.
Ma nella stessa lettera cannizzaro parla della rispo­sta, interessatissima, avuta da liebig al suo annun­cio della scoperta dell'alcool benzilico, ottenuto con quella reazione di dismutazione dell'aldeide benzoica che da allora porta il nome del suo scopritore. Si è aperta la strada che condurrà cannizzaro alla cat­tedra universitaria di Genova. L'ottobre 1855 segna una svolta nella chimica italiana, e, più nel dettaglio, nelle strutture accademiche torinesi: vincendo le re­sistenze degli ambienti conservatori, contro l'oppo­sizione accanita di Ascanio sobrero (1812-1888), piria riesce a essere chiamato a Torino, principal­mente per l'appoggio del ministro lanza (7). Contem­poraneamente piria ottiene per il siciliano la nomina a Genova (8); il “ movimento ” è completato dall'as­segnazione della cattedra di Pisa a bertagnini (1856). Quando cannizzaro giunge a Genova trova “ per laboratorio una cameraccia oscura e umida e nep­pure l'occorrente per le più elementari dimostrazioni sperimentali delle lezioni ” (9). Malgrado questo ini­zio un po' opprimente il destino scientifico di can­nizzaro avrà proprio a Genova la sua piena matu­razione.
Otto preziose lezioni

Nel novembre del 1855 cannizzaro è ancora alla ricerca di un locale adatto per installare il laboratorio; nello stesso tempo deve assestare il suo primo corso universitario, e alla vigilia dell'esordio sente la neces­sità di uno sfogo (epistolare) con l'amico bertagnini, impegnato a sua volta nella supplenza a piria e in attesa dell'assegnazione della cattedra di Pisa. Nel post-scriptum di una lettera datata 21 novembre scri­ve: “ saluta piria. Domani leggerò una lunga prolu­sione e venerdì farò la prima lezione. Poi lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì, quattro giorni la setti­mana, L. 800 di stipendio. Se non riesci tu, tutto questo movimento non ha prodotto utile vero a nes­suno — forse alla scienza — chi lo sa? ” (l0).

Il giorno di Natale tornava sullo stesso argomento dell'impegno didattico: “ siamo occupati tutti e due, io con quattro lezioni e tu con tre; nonostante tutto dobbiamo trovare il tempo di fare il seguente lavoro. Esporre l'influenza che hanno avuto i lavori di piria nei progressi della chimica. Bisogna farlo per do­vere verso il ministro, per l'utilità della chimica e di noi ”. La proposta di cannizzaro a bertagnini si inserisce nel contesto degli attacchi che da parte (politica) conservatrice continuavano a essere mossi a piria e a lanza che lo aveva voluto a Torino, ma non è solo un problema di autodifesa: “ si tratta di fare una memoria storico-critica per un grosso gior­nale ” (n). È questo il primo cenno a un interesse sto­riografico di cannizzaro rintracciabile nel suo episto­lario, e al di là del tono scherzoso (“ ...ponti all'opera di cercare per tutto citazioni... voglio comparire eru­dito. ”) esso corrisponde, come vedremo, a un'esigen­za profonda di sistemazione del suo pensiero e della sua didattica.

I primi mesi del soggiorno a Genova sono comunque difficili per cannizzaro, sia per la mancanza di strut­ture fisiche decenti in cui far ricerca, sia per il con­tinuo tallonamento di piria e, in tono più blando, di bertagnini, per strappargli carta stampata con cui sostenere l'assegnazione della cattedra di Genova (le sue memorie si contavano sulle dita di una mano). Nel marzo del 1856 piria riceve, finalmente!, la se­conda attesissima parte di una memoria sull'alcool benzilico da pubblicare sul Nuovo Cimento. La sua risposta è aspra, franca, vi si legge sollecitudine e preoccupazione. Eccone un intero passo: “ Impiegate un mese per scrivere la prolusione e non potete im­piegare una settimana per scrivere una memoria in modo che si possa leggere. Vi par quello il modo di cominciare una memoria: preparo quest'etere così! ! ! ! ! che dirà la gente (e non è poca) che misura il merito di un lavoro dalle parole!!!!! voi dovreste d'altronde essere persuaso che dopo le lotte che ci sono state per il vostro posto e per il mio, non sono pochi quelli che ci guardano e cercano il pelo nell'uovo per addebitarci qualcosa. Vi rimando adunque la memoria: ...vi sarà facile rifarla rendendo l'esposizione più chiara, più ordinata e possibilmente più elegante ” (12). I dieci punti esclamativi sono in parte ingiusti, infatti cannizzaro non aveva ancora un laboratorio, come apprendiamo da una lettera a bertagnini dei primi di aprile: “ II nuovo laboratorio di Chimica generale è in buono stato, e alla fine del corrente mese potrò cominciare a lavorarvi ” (").

Malgrado le sollecitazioni e il miglioramento della situazione materiale la “ produttività ” di canniz­zaro si mantenne molto bassa per tutto il 1857, solo alla fine dell'anno compare sul Nuovo Cimento una breve nota, uno scarto rispetto alla linea di ricerca seguita fino ad allora. Questo scarto, dalla chimica organica preparativa alla chimica teorica, è l'unico sintomo delle meditazioni di cannizzaro reso pub­blico prima del “ Sunto ”. La nota risponde alle sug­gestioni suscitate dalle prime pubblicazioni di H. sainte-claire deville (1818-1881) sulla dissocia­zione di gas e vapori, suggestioni che agivano pro­prio nel campo in cui cannizzaro si stava inoltran­do: la ricerca dell'“ armonia ” fra le diverse leggi della chimica, suprema tra tutte quella legata ad avogadro. Fra i motivi “ sperimentali ” del suo ri­fiuto da parte di molti chimici dell'epoca erano le densità di vapore di composti come l'NH4CI e il PCI5 che davano un valore metà di quello che si attendeva.

Il giovane ordinario di Genova coglie immediata­mente nelle esperienze di deville la chiave risolu­tiva dei suoi ultimi dubbi: “ è lecito sospettare che l'equivalente dell'idroclorato d'ammoniaca occupi un volume doppio ridotto in vapore perché, in tali con­dizioni, si muta in un miscuglio di acido e di ammo­niaca ”. E in conclusione della nota aggiunge: “ ...cre­diamo che non ci sia eccezione alla legge generale che volumi eguali dei corpi aeriformi in eguali condi­zioni contengono eguai numero di molecole e credia­mo che le apparenti anomalie dispariranno sottomesse a un rigoroso esame ” (14).

Un'altra fonte di “ certezza ” gli era venuta fin dal marzo del 1857 dalla (poi) famosa memoria di clau-SIUS sulla teoria cinetica dei gas. Parecchi anni do­po cannizzaro sottolineò che “ clausius... condot­to ad ammettere che volumi eguali di gas in eguali condizioni contengono un eguai numero di molecole... pare avesse ignorato le cose pubblicate da avogadro, da ampère, da dumas, da bineau, da gaudin, da gerhardt, da laurent e da altri chimici ” (15). L'evidenza di una intera tradizione culturale “ igno­rata ” dal fisico tedesco suona per il cannizzaro del 1871 quasi imperdonabile, ma per il cannizzaro del 1857, la lettura dell'articolo sugli Annalen der Physik aveva avuto certamente la tonalità complementare di una indipendente, solida conferma.

Si deve sottolineare che non era certo il solo can­nizzaro a essere in difficoltà per quanto riguarda i quesiti più strettamente teorici della chimica di quel periodo. Per individuare il livello estremo dell'incer­tezza cui si era giunti è sufficiente ricordare che la comunità dei chimici non aveva nessuna definizione concettuale e operativa di atomo, equivalente e mo­lecola che fosse accettata da tutti. Gli itinerari, sperimentali e teorici, che condussero a questa situazione furono molto complessi e la loro trattazione è oltre la portata di questa nota; d'altra parte lo stesso can­nizzaro ha riunito le proprie riflessioni sullo sviluppo della teoria atomica nel saggio (di quasi trecento pa­gine) da cui abbiamo tratto il passo su clausius. Possiamo però “ entrare ” più fenomenologicamente nella situazione ricordando (con Lothar meyer) che anche i composti più semplici come l'acqua potevano essere indicati con parecchie formule distinte, a se­conda della teoria che si adottava, o dei pesi atomici che si impiegavano (per esempio I-hO, HO, H202). Come scriveva appunto meyer nell'edizione tedesca del “ Sunto ”: “ Qua e là si poteva trovare la for­mula H202, così si aveva la scelta se interpretarla come acqua o come perossido di idrogeno; CiH^ era, a seconda del partito cui apparteneva l'autore, o il metano o l'etilene; C4H404 poteva rappresentare la formula empirica dell'acido acetico o del fumarico e del maleico... Cu20 poteva significare l'ossido o l'ossidulo ” (10).

L'estate del 1857 è per cannizzaro il tempo della maturazione del suo pensiero teorico: l'ostinato “ te­ner fermo ” il principio di avogadro, l'uso attento della legge sui calori specifici di dulong e petit, la “ soluzione ” del problema delle densità fuori leg­ge, con l'invocazione dell'allotropia (per gli elementi) o con il sospetto della dissociazione (per i composti), tutto questo si ricompose in modo chiaro e armonico: “ Ho vivissima nella memoria la soddisfazione, dirò, anche la gioia, che provai quando dopo le vacanze impiegate a preparare il mio corso, potei esporre i concetti fondamentali della teoria molecolare e ato­mica ”. Il riscontro immediato lo ebbe dal volto at­tento dei suoi studenti: “ Mi accorsi che era la prima volta che gli studenti avevano capito chiaramente il significato delle formule chimiche... Esitai a farne una memoria da passare le Alpi; io non volli fare che una comunicazione ai miei colleghi e la feci sotto la forma di lettera al mio collega de luca ” ("). Il Nuovo Cimento del maggio 1858 pubblicava come lettera al successore di bertagnini, de luca, il sunto delle prime otto lezioni del corso di canniz­zaro. Lo stile è rapido, contenuto come si addice a un “ sunto ”. Il confronto con l'“ Aggiunta alla pri­ma lezione ” che cannizzaro inserì nella propria traduzione di un trattato francese di malaguti (feb­braio 1857) è illuminante. In questo scritto canniz­zaro dimostra una infinita pazienza espositiva: gira e rigira formule, numeri, rapporti per dimostrare co­me PROUS-rsia stato a un passo dalla legge delle pro­porzioni multiple, ma come fosse stato “ ingannato ” dal suo stesso modo di disporre i risultati analitici. Gli interlocutori sono effettivamente gli studenti a cui si rivolge continuamente nello scritto (“ Una vol­ta che avete la formula empirica di un composto ne ricercate la razionale... ”), il contenuto è ancora ade­guato alla convenzione degli equivalenti, per cui scri-ve “ H + O = HO ” (H = 1, O = 8); il nome di avogadro non è citato. Nella lettera a de luca l'esordio è già una presa di posizione definitiva, senza dubbi: “ Io credo che i progressi della scienza, fatti in questi ultimi anni, abbiano confermato l'ipotesi di avogadro, di ampère e di dumas sulla simile co­stituzione dei corpi allo stato aeriforme, cioè che vo­lumi eguali di essi, sieno semplici, sieno composti, contengono l'eguai numero di molecole; non però l'eguai numero di atomi, potendo le molecole dei vari corpi o quelle dello stesso corpo nei suoi vari stati, contenere un vario numero di atomi, sia della mede­sima natura, sia di natura diversa ” (19). È un passo di alta densità concettuale in cui è evi­dente l'attenzione rivolta alla riaffermazione dell'ipo­tesi di avogadro e nello stesso contesto immediato, contiguo, la sottolineatura della distinzione fra atomo e molecola.

In verità tutto il testo è un tesoro inesauribile per la storia della Chimica: vi troviamo l'enunciazione della “ legge degli atomi ”: “ ...le varie quantità dello stes­so elemento contenute in volumi eguali sia del corpo libero, sia dei suoi composti, son tutte multiple intere di una medesima quantità ” (p. 13), la netta distin­zione di questa “ legge ” da quella degli equivalenti, i contributi sulla nascente teoria della valenza diffusi nelle ultime tre lezioni (20), l'assunzione della mono­atomicità della molecola del mercurio (dimostrata sperimentalmente diciassette anni dopo) (21). Ma il germoglio teoricamente più fruttifero è da individua­re nei pesi atomici pubblicati da cannizzaro nel suo “ Sunto ” [31 in tutto, rispetto alla sessantina di elementi allora conosciuti (22)]. Per apprezzarne a pieno il valore è meglio lasciare la parola a D. mendeléeff (1834-1907). Il grande chimico russo, nella sua Faraday Lecture del 1889 descrisse l'effetto che gli fece la serie di interventi fatti da cannizzaro al convegno di Karisruhe, convocato da kekulé nel 1860 per dirimere proprio le questioni trattate nel “ Sunto ”: “ Ricordo vivamente l'impressione prodot­ta dai suoi discorsi, che non ammettevano compro­messi e sembravano difendere la verità stessa, basata sulle concezioni di avogadro, gerhardt e re­gnau lt, che a quel tempo erano lungi dall'essere generalmente accettate ”. mendeléeff esemplificava efficacemente il ruolo svolto dai pesi proposti da can­nizzaro nell'apertura di una strada verso il riconosci­mento del sistema periodico: “ È sufficiente per via di esempio indicare i seguenti casi in cui la relazione è vista subito ed è perfettamente chiara:

K = 39 Rb = 85 Cs = 133

Ca = 40 Sr = 87 Ba = 137

mentre con gli equivalenti allora in uso

K = 39 Rb = 85 Cs = 133

Ca = 20 Sr = 43,5 Ba = 68,5

scompare completamente la consecutività di cambia­mento nel peso atomico, che con i valori veri è così evidente ” (23).
Lo straordinario esito scientifico del “ Sunto ” non deve però farci dimenticare che nelle origini, nella forma e nel contenuto è proprio quanto dichiara il titolo: “ Sunto di un corso di filosofia chimica ”. Nel già citato discorso del 1896, parlando del suo scritto più famoso, cannizzaro disse: “Io non ebbi vera­mente l'ambizione di proporre una riforma, non ebbi altro scopo che quello pedagogico ”.

-Una lettera dell' “amico ” Berthelot.

L. mayer descrisse l'emozione provata alla lettura del “ Sunto ” con una frase rimasta celebre negli annali della chimica: “ Mi sentii come se mi fossero cadute le bende dagli occhi, i dubbi svaniti, e la per­cezione della tranquillità più sicura prese il loro posto ” (24). Non si deve pensare però che un'improvvisa “ illuminazione ” abbia colto nei suoi singoli '' componenti l'intera comunità dei chimici: un esempio molto significativo della resistenza (anche linguistica) opposta alle proposte di cannizzaro è dato dalla lettera che Marcelin berthelot (1827-1907) scrisse a cannizzaro nell'ottobre 1858, quattro mesi dopo la pubblicazione del “ Sunto ” sul Nuovo Cimento. Se si riporta la lettera al tempo in cui fu scritta non si può sfuggire all'impressione di un discorso obli­quo, con un referente reale (il “ Sunto ”) lasciato nel limbo delle cose non scritte; come giustamente ha sottolineato Raffaello nasini presentando il testo ori­ginale della lettera: “ II berthelot non accenna che alle note del cannizzaro sulla densità dei vapori, ma non è ammissibile che non conoscesse la lettera al de luca (il “ Sunto ”), tanto più che il de luca lavorava nel suo laboratorio ” (25).

In realtà non si trattava di una “ rimozione ” psico­logica, ma della sistematica tendenza che berthelot dimostrerà in tutta la sua lunga carriera di ricercatore a ignorare (sottovalutare) il contributo di altri scien­ziati nei campi da lui via via esplorati. Nel caso che qui ci interessa il contrasto con le opinioni di can­nizzaro è totale, sia nelle “ spiegazioni ” di molti dati sperimentali, sia nel sistema teorico su cui ber­thelot basa le sue argomentazioni. Su quest'ultimo punto è sufficiente dire che berthelot non usa mai le parole atome e molècole; fra le 2700 parole del testo compare sempre e solo il termine equivalerli. Un urto duro ed esplicito con un autore come can­nizzaro che aveva articolato-gran parte dei suoi ra­gionamenti teorici sulla distinzione (appunto!) fra atomo e molecola.
Avendo proscritto la parola “ molecola ” berthelot non potrebbe certo far riferimento alla legge di avo­gadro e quindi ricorre a quella di gay-lussac, op­portunamente reinterpretata. Nella lettera a canniz­zaro questo enunciato è il punto focale dell'intero ragionamento: “ i volumi dei corpi allo stato gassoso sono proporzionali ai loro equivalenti moltiplicati da numeri semplici ”, e aggiunge che “ in generale sono sufficienti i numeri 1, 1/2, 2 per ottenere il risultato richiesto ” (26). Certamente questa formulazione tra­diva lo spirito originale di gay-lussac, che quando aveva presentato la sua memoria sui volumi, esatta­mente quaranta anni prima (dicembre 1808), aveva usato un linguaggio molto più neutrale, esclusivamente fenomenologico: “ le combinazioni delle sostanze gassose le une con le altre si fanno sempre nei rapporti più semplici, e tali che se si prende uno dei termini come unità, l'altro è uno, due o al più tre ” (27). Come è noto nel 1811 Amedeo avogadro (1776-1856) commentò la scoperta di gay-lussac con queste parole: “ A questo riguardo l'ipotesi che si presenta per prima, è che... è da supporre che il numero delle molecole... in qualsiasi gas è sempre lo stesso a volumi eguali, o è sempre proporzionale ai volumi ” (28). berthelot è ben conscio di non poter contrapporre nulla di altrettanto limpido al pensiero del torinese, per cui trapela un'insolita ras­segnazione quando scrive, di seguito alla citazione che abbiamo riportato poco sopra: “ Trenta anni fa i chimici stabilirono completamente questa legge (di gay-lussac, n.d.A.) mediante ripetute esperienze: nello stesso tempo riconobbero che non si possono ricondurre tutti gli equivalenti a una unità tale che corrispondano tutti a un medesimo volume gassoso ”. Ci sembra che l'intreccio delle citazioni di berthe­lot, gay-lussac e avogadro, letto sullo sfondo del “ Sunto ”, metta in evidenza come dopo quasi due generazioni si riviveva dalle due parti delle Alpi un “ dialogo ” reso improduttivo dalla specifica “ sor­dità ” della parte francese alla definizione (e distin­zione) di atomo e molecola [non per nulla cannizzaro aveva scritto nel “ Sunto ”: “ Sopra tutto mi studio di piantar bene nelle menti dei miei allievi la differenza fra molecole e atomo ” (29)]. Ma berthe­lot sembra essere un “ allievo ” piuttosto indispo­nibile a una lettura attenta della “ Filosofia chimica ” dell'italiano. Il punto di partenza della sua confuta­zione riguarda gli equivalenti dei corpi semplici, con un ragionamento che corre sul confronto fra le pro­prietà dell'azoto, del fosforo e dell'arsenico per poi estendersi alla discussione di tutti i “ corpi semplici ” di cui si conosceva la densità del gas o del vapore, e cioè oltre a quelli indicati: idrogeno, ossigeno, zolfo, doro, bromo, iodio, mercurio (nell'ordine con cui compaiono nel secondo “ quadro ” del “ Sunto ”). berthelot constata sulla base della densità dei com­posti con l'idrogeno che gli equivalenti di azoto, fosforo e arsenico presentano i rapporti 14:31:75. Gli stessi valori dovrebbero essere trovati per i “ cor­pi semplici ”, ma “ le esperienze di dumas sul fosfo­ro, quelle di mitscherlich sul fosforo e sull'arsenico hanno provato che un litro di vapore di fosforo pesa circa 62 volte di più di un litro di idrogeno: e che un litro di vapore di arsenico pesa circa 150 volte di più di un litro di idrogeno ”. Di qui una conclu­sione secca: “ il fosforo e l'arsenico sono in contrad­dizione sperimentale ” con la legge proposta da cannizzaro (x). La sottolineatura nel testo indica quale è la parola decisiva per berthelot, quasi che l'autore del “ Sunto ” li avesse “ ignorati ”, mentre in questa opera si legge: “ ...noi osserviamo che le molecole dei corpi più analoghi (come il solfo e l'ossigeno) anzi quella del medesimo corpo nei vari suoi stati allotropici son fatte di vario numero di atomi ” (“ Scritti ”, p. 15), e in una successiva tabella si ve­dono indicati pesi e formule per il solfo come atomo e come molecola al di sotto di 1000 "C (S6) e al di sopra di questa temperatura (S2). Se poi il lettore del “ Sunto ” volesse fare lo sforzo (lieve) di connettere i dati riportati nel secondo “ quadro ” con la “ legge degli atomi ” immediatamente successiva, si accorge­rebbe che cannizzaro assegna correttamente pesi atomici e pesi molecolari a tutti i 10 elementi in di­scussione.

Quando berthelot passa a trattare i “ corpi composti ” la sua linea d'attacco non muta, anzi svela completamente sia la base chimica del ragionamento sia la voluta ignoranza delle considerazioni fisiche di cannizzaro. Un solo esempio chiarirà questo dupli­ce aspetto. Il cloruro d'arsenico e l'acido arsenico (As203) secondo le misure di mitscherlich presen­tano allo stato di vapore un peso rispettivamente “ conforme ” e “ doppio ” rispetto alla legge posta da cannizzaro; anche qui la conclusione è trionfan­te: “ Nessuna trasformazione di formule può spie­gare questa anomalia: perché se si cambia la formula dell'acido arsenico, si dovrà cambiare nello stesso tempo quella del cloruro d'arsenico e far nascere, di conseguenza, un'altra eccezione ”. Come si vede l'ar­gomento assume per buone in ogni stato di aggrega­zione le formule dedotte per via chimica e trova le densità di vapore in contrasto con esse, mentre can­nizzaro non avrebbe avuto difficoltà ad “ ammette­re ” proprio quello che berthelot trova impropo­nibile e cioè che esiste allo stato di vapore una mo­lecola As4O6.

Non pago di aver messo (a suo parere) in difficoltà l'“ amico ” cannizzaro, berthelot si accinge, in chiusura di lettera, a impartirgli una lezione di me­todo; però per comprenderla a pieno dobbiamo co­gliere l'asimmetria nello status accademico del fran­cese e dell'italiano. berthelot era ancora in attesa di una cattedra (gli sarà data nel 1859), mentre can­nizzaro era ordinario da un paio di anni, sia pure in una Università periferica (ma quale sede fuori Parigi non era periferica?). Questa situazione sem­brava contrastare con la diversa produttività dei due scienziati nei tre anni precedenti: berthelot aveva pubblicato sugli Annales de Chimie 29 memorie ori­ginali mentre cannizzaro nelle sue 7 note non aveva proposto un solo dato sperimentale che non fosse già noto, e fra di esse 3 avevano carattere “ didattico ” (la “ prelezione ” criticata da piria, il “ Sunto ”, il testo di una lezione apparsa sulla Liguria Medica). Con queste premesse si capisce la facilità con cui sgorga l'ammonimento: “ ...non si devono mettere in luce i fatti concordanti con una ipotesi semplice, dis­simulando altri fatti certi come i precedenti: ma si devono esporre le leggi nella loro realtà sperimentale: per questa via solamente si può sperare di conoscere un giorno le cause reali di queste diversità ” (31). Un po' dell'acidità del giudizio di berthelot (perché di questo si tratta) può essere neutralizzata spostando il contrasto sul piano fìlosofico, ovvero sul diverso uso che i due autori facevano, esplicitamente, delle strutture teoriche del pensiero chimico. In questa nota lasceremo berthelot al suo destino schiettamente e meccanicamente a la Comte per indagare più da vi­cino le teorie didattiche di cannizzaro, teorie che ci presentano, nello stesso tempo, la psicologia della ricerca del loro autore. •

-“Didattica, arte tutta sperimentale”.

Una frase, che costituisce il secondo paragrafo del “ Sunto ”, ci descrive lo stretto nesso, psicologico oltre che scientifico, fra l'attività di studio e quella di insegnamento di cannizzaro: “ Per condurre i miei allievi al medesimo convincimento che io ho, gli ho voluti porre sulla medesima strada per la quale io ci son giunto, cioè per l'esame storico delle teorie chimiche ” ("). Questo passo, oltre a illustrare quanto detto in chiusura della precedente sezione, introduce anche il motivo conduttore della didattica cannizza-riana: il metodo storico-critico. Nel 1871 la Gazzetta Chimica Italiana inaugurava la sua lunga vita con la prima parte delle “ Notizie storiche ” sulla teoria ato­mica scritte dal nostro autore. Questo lungo studio, che abbiamo già avuto modo di citare, assume, per dichiarazione di cannizzaro, il carattere di un'offerta destinata alla didattica: “ ...ho voluto prendere l'as­sunto di tenere i nostri lettori al corrente della discus­sione sul sistema di pesi atomici che tuttavia dura, sia sull'insieme, sia su qualche parte di esso, e di offrire soprattutto ai giovani chimici avviati alla car­riera dell'insegnamento occasione e materia che li inviti a meditare su questa parte fondamentale della nostra scienza ” (33). Tuttavia il testo più impegnativo di cannizzaro sul tema della didattica è certo quello della Faraday Lecture tenuta a Londra nel 1872. Da­vanti al pubblico della Chemical Society cannizzaro ripropone integralmente il suo metodo storico di espo­sizione delle leggi fondamentali della chimica, meto­do che non si basa su una successione cronologica strettamente vincolante, ma che ricerca il suo ordine a partire dall'esposizione della legge di avogadro e di ampère. Essa ha una posizione centrale, come dice cannizzaro è il “ cuore della sua tesi ”. A essa giunge dopo aver introdotto “ gli allievi nello studio della chimica, cercando di metterli, con l'aiuto di esperienze bene scelte, al medesimo livello dei con­temporanei di lavoisier ” (34); quando poi passa dal­l'epoca di lavoisier a quella di proust, canniz­zaro tenta una sorta di “ simulazione ” storica: “ do allo spirito de' miei allievi lo stesso impulso che berzelius ricevette dalla conoscenza dell'ipotesi di dalton ”. Ma è una simulazione sui generis in quan­to operata con strumenti coscientemente anacronistici rispetto all'epoca di riferimento: “ Espongo que­sta ipotesi di dalton libera di ogni accessorio. Do dogmaticamente la tavola dei pesi atomici elementari e introduco l'uso dei simboli e delle formule ” (“ Scrit­ti ”, p. 310).

Questo porta a un'inversione dell'“ ordine che si è seguito nell'insegnamento della chimica per esporre tutto ciò che concerne i rapporti delle formule coyi pesi e i volumi gassosi ” (p. 304), e cioè l'assunzione di “ criteri chimici per determinare i pesi delle mo­lecole e dimostrare in seguito la loro proporzionalità alle densità gassose ” (p. 304 e 305). cannizzaro è certissimo del suo ordine: “ tutto nasce nell'intelli­genza chiaro, netto, coordinato e incatenato quando si segue nell'esposizione dei fatti e nei ragionamenti l'ordine che ho indicato ” (p. 320).

Il metodo di cannizzaro ci appare così teso fra l'ef­ficacia del “ dubbio ” e della “ certezza ”, rivissuti nella storia critica della scienza, e la diversa efficacia delle grandi ipotesi ordinatrici.

Le finalità di tutto questo sono esplicite: “ lo scopo dell'insegnamento chimico... non è solo di confidare alla memoria degli studenti un certo numero-di cono­scenze positive, ma ancora di cooperare alla loro sana educazione intellettuale ”. E ancora, con una enfasi in cui si sente l'entusiasmo del Maestro: “ La chimi­ca... offre nell'insegnamento orale come nell'insegna­mento pratico, le migliori occasioni per esercitare tutte le facoltà dello spirito umano e per regolarne lo sviluppo armonico ” (p. 329).

-Conclusioni.

In questa nota abbiamo ricercato le connessioni fra l'attività didattica, istituzionale, di cannizzaro e i risultati della sua meditazione sulle teorie chimiche. In realtà il riferimento alla filosofia chimica che ap­pare nel titolo del “ Sunto ” è lontano dall'essere un puro uso linguistico dell'epoca. Se dalla lontananza del nostro tempo osserviamo gli anni cruciali della fondazione del sistema cannizzariano vediamo quanti fattori convergono nel “ favorire ” una riflessione pro­fonda, notiamo l'isolamento dai centri più attivi della comunità scientifica, la prolungata inagibilità di strut­ture atte alla ricerca sperimentale, l'esordio accade­mico sotto lo sguardo occhiuto degli oppositori di piria. Come sempre nella storia, gli stessi fattori operando su altri che cannizzaro avrebbero potuto produrre risultati affatto diversi, fra cui il più proba­bile sarebbe potuto essere il conformismo ai modelli scritti, impietriti, dei manuali. Lo sforzo didattico--teorico di cannizzaro ci appare da questo punto di vista rischioso, forse temerario.

Quanto si è detto sulla proposta didattica dell'autore del “ Sunto ” non richiede ne commenti, ne conclu­sioni forzate, proprio per il carattere di offerta che cannizzaro stesso sottolineava, un'offerta la cui ric­chezza dipende tutta dall'impegno di chi la riceve.

Istituto di Chimica fisica dell'Università, Torino.

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MessaggioInviato: Ven Ott 06, 2006 2:03 pm    Oggetto:  La scuola di via Panisperna
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La scuola di via Panisperna

di Luigi Cerruti, Arturo Carrano.

(Ripreso da LA CHIMICA E L'INDUSTRIA, V. 64, N. 11, NOVEMBRE 1982, pp. 742-747)

L'esigenza di riportare l'Italia su posizioni di eccel­lenza in campo scientifico era stata sentita profonda­mente dai patrioti che avevano affollato i congressi degli scienziati italiani negli anni del Risorgimento. Stanislao cannizzaro (1826-1910) aveva partecipato giovanissimo a quello di Napoli nel 1845, e da allora l'attività scientifica si era sempre accompagnata a una partecipazione attenta alla costruzione di una società moderna, prima e dopo l'Unità.

Il contributo più importante dato da cannizzaro in questo campo è certo la fondazione della scuola chimica di via Panisperna a Roma. In una nota pre­cedente (') si sono seguiti da vicino gli impegni di ricercatore e di didatta di cannizzaro docente ad Alessandria e a Genova (1851-1861). In questo arti­colo vedremo un cannizzaro diverso, mentre delinea la sua Università ideale come senatore (era stato no­minato nel 1871), e ancor più mentre struttura nella realtà la sua scuola di chimica.

-“Un sistema medio di libertà” (Casati, 1859)

II lungo soggiorno di cannizzaro nel Regno di Sar­degna coincise quasi esattamente con il periodo di governo di cavour; il nostro scienziato visse quindi in quel Piemonte costituzionale, ricco di fermenti innovatori, che rimaneva unica speranza dei rivo-luzionari del 1848. Come è noto le riforme di cavour si estesero in ogni dirczione, dalla costruzione delle ferrovie e dei canali, alla spinta per la laicizzazione dello Stato; qui tuttavia ci interessa particolarmente un solo aspetto, collocato proprio alla soglia della trasformazione decisiva verso l'unità del nostro paese, nei mesi che seguono immediatamente l'acquisizione della Lombardia. Ci riferiamo alla legge casati del novembre del 1859, destinata a regolare per oltre sessanta anni l'intero ordinamento scolastico italiano; questa legge era il risultato di un lungo e a volte agitato dibattito durato molti anni, dibattito cui cannizzaro, docente prima ad Alessandria, poi a Ge­nova, doveva aver prestato un'attenzione acuita dalla delicata posizione di immigrato siciliano. L'Univer­sità che casati delineava è per noi pertinente non solo perché in essa cannizzaro sviluppò tutto il suo impegno di educatore e di fondatore della scuola chi­mica italiana, ma anche perché a essa egli si riferì con parole talmente appassionate da rendere evidente una completa adesione ai suoi principi ispiratori.

Poiché la legge casati è il punto di partenza obbli­gato per qualsiasi discorso sulla storia della scuola in Italia dall'Unità a oggi, la letteratura che le si riferisce è molto ampia e a essa si rinvia per un ap­profondimento (2), per noi sono sufficienti alcuni ri­chiami al testo legislativo e alla “ relazione a Sua Maestà ” che lo accompagnava sulla Gazzetta Pie­montese del 18 novembre 1859. La relazione affronta l'argomento dell'istruzione superiore con un riferi­mento (inevitabile) all'Oltralpe: sono stati presi in considerazione il sistema universitario inglese, dove regna “ libertà piena e assoluta ” rispetto allo Stato, quello belga, con “ stabilimenti privati ” in concor­renza con lo Stato, e infine quello prussiano, dove le responsabilità fondamentali di gestione sono affidate al potere governativo, ma sono comunque presenti insegnanti privati e ufficiali. Dopo ampia disamina si decise di “ abbracciare il partito più sicuro... un sistema medio di libertà sorretta da quelle cautele che la contengono entro i dovuti confini ”. Per i docenti la libertà che più è messa in evidenza è “ il diritto di far corsi privati, affinchè ciascuno abbia modo di manifestare il proprio valore ”. A questo tipo di inse­gnamento potranno accedere i professori ufficiali, i dottori delle Facoltà (che a Torino erano costituiti in Collegio) e chiunque avesse dato “ le necessarie prove di capacità ”. Con un'argomentazione essenziale (an­che nel pensiero di cannizzaro) la relazione fa ora discendere “ Dalla libertà d'insegnare... la convenien­za di lasciare, salve poche eccezioni, agli studenti la facoltà di regolare il corso dei loro studi ”. Così l'art. 125 affermava: “ Gli studenti sono liberi di rego­lare essi stessi l'ordine degli studi che aprono l'adito al grado cui aspirano ”, mentre alle Facoltà spettava il compito di formulare “ un piano destinato a se­guire da guida ”. Sul punto “ dolente ” degli esami, detti “ speciali ” in contrapposizione a quelli “ gene­rali ” di laurea, la legge prescriveva: “ Non si avrà che un solo esame speciale per ogni materia... qua­lunque sia il numero dei professori fra i quali è ri­partito ”. Su tutti questi temi vedremo ora la difesa (inutile) fattane da cannizzaro.

Stanislao Cannizzaro partecipò attivamente ai lavori della Camera vitalizia, impegnandosi vigorosamente (spesso come relatore) su tutte le leggi riguardanti le strutture educative, scientifiche e tecniche dello Stato. Una delle discussioni più vivaci fra quelle che lo videro protagonista si tenne nel giugno del 1873 su una proposta di legge di riforma dell'Università. La legge era stata presentata al Senato nel dicembre pre­cedente, per essere in seguito ritirata e sostituita con un provvedimento più modesto, volto ad allentare la “ stretta di freni ” introdotta nella legge casati dal ministro matteucci nel 1862, ed è proprio a questi interventi che fa riferimento cannizzaro nell'esordio del suo discorso. Il tono dello scienziato-senatore è pesantemente sarcastico quando richiama l'origine delle “ modifiche ” di matteucci: sotto il titolo modesto di “ legge sulle tasse universitarie ”, sotto una pretesa “ provvisorietà ”, si è completamente stra­volto il senso della legge casati, infatti “ si soppres­se ogni libertà negli studenti di ordinare i loro studi e si andò all'antico sistema... che determinava ora per ora quali dovevano essere le sue occupazioni ” (3). Anche tutte le regole tese a “ disciplinare ” nei mini­mi dettagli il comportamento degli studenti sono tal­mente analitiche da portare a un'unica conseguenza: “ tutte le disposizioni più rigorose sono eluse, perché quando volete sorvegliar troppo voi finirete col non sorvegliar nulla ”. Nello stesso modo anche l'estrema rigidità dell'ordinamento degli esami, per cui il falli­mento in uno solo di essi (su 5 o 6 materie obbliga­torie in un anno) significa rimanere fermi, ha avuto come effetto che “ 'Si è dovuto eludere la legge... e la eludiamo tutti i giorni in tutte le Università ”. Come si sente è un discorso “ forte ”, impegnato an­che sul tema degli esami “ speciali ”. cannizzaro ricorda che nella legge casati si dice che “ per le materie affini si darà un esame unico ”, mentre con i provvedimenti matteucci “ si cominciò a estendere il numero degli esami dei giovani e il vezzo è tanto aumentato, che si è reso insopportabile e agli allievi e all'amministrazione ”. La soluzione di queste diffi­coltà è il ritorno alla casati eliminando una situa­zione in cui “ Non si fanno esami complessivi” di 2, 3 scienze con una sola commissione, ma si fanno esami di ciascuna scienza separatamente ”.

La perorazione di cannizzaro culmina nelle riven­dicazioni (associate) delle libertà di insegnamento per i docenti e di frequenza per gli studenti: l'insegnante ufficiale di chimica terrà un suo corso, mentre due altri professori potranno concordare nell'insegnamen­to privato “ due distintissimi corsi della chimica organica e inorganica ”. Questa la conclusione: “ darete campo a esercitare un po' quella libertà di dedicarsi agli studi, che si prediligono, libertà tanto feconda ”. Questo discorso, pur provenendo dal seggio di un “ liberale moderato ” [secondo l'autodefinizione di cannizzaro (4)], non poteva certo lasciare indiffe­renti quei numerosi colleghi che vivevano l'esperienza universitaria con minore entusiasmo. E infatti l'inter­vento successivo, del senatore maggiorani, sembra iniziare addirittura con un balbettamento: “ Io sono talmente turbato nell'ascoltare uomini di gran mente, di molta scienza, sostenere principi che mi sembrano irragionevoli, contrari al buon senso, contrari all'espe­rienza generale, che veramente sentendo di aver a dir molto, finisco col non poter accozzare che poche pa­role ”. Seguono di gran lena i motivi dell'indignazio­ne: “ Mi sono davvero turbato nel sentire a sostenere che un giovane a diciassette anni, che non sa che cosa siano le scienze... possa dare loro da sé il debito ordine ”... “ Sono stato esaminatore per 40 anni... ho veduto che i giovani bisogna condurli. Se permet­tete loro di fare quello che vogliono, non so cosa avverrà ”. E infine a proposito della scelta fra corsi alternativi e del non obbligo di frequenza maggio­rani afferma che “ condannare un povero professore a vedere la scuola deserta non (gli) par giusto, ed è deserta la scuola quando o non ci sono gli alletta­menti cui tende la gioventù, o mancano gli esami ”. Forse cannizzaro e maggiorani sarebbero stati me­no accalorati e accorati se avessero potuto prevedere che il provvedimento in discussione non avrebbe nem­meno superato l'esame preliminare, e che il Senato avrebbe deciso dopo pochi giorni di sospenderne la lettura (che non sarebbe stata mai più ripresa). Dob­biamo comunque ricordare che le posizioni di can­nizzaro non erano affatto isolate e che politici e in­tellettuali di spicco come bonghi e villari esprime­vano il loro pensiero sulle questioni universitarie con ragionamenti e parole del tutto analoghe (5); d'altra parte il raccordo completo delle posizioni culturali e politiche del grande chimico con il gruppo dirigente della Destra liberale, allora al governo, era già emerso nella vicenda del finanziamento del primo grande Isti­tuto di chimica in Italia.

-Nell'orto di S. Lorenzo in Panisperna.

Quando cannizzaro accettò nel 1871 il trasferi­mento alla cattedra di Chimica generale di Roma si trovò ad affrontare, per la terza volta nella sua vita accademica, il compito interessante e gravoso di co­struire dal nulla un laboratorio chimico. Come a Ge­nova (si veda la nota. I) anche l'arrivo a Palermo nel­l'ottobre 1861 non aveva avuto il conforto di acco­glienti strutture di ricerca: “ Trovai il Laboratorio nello stesso stato in cui era quando seguii il corso di chimica nel 1842-43; consistente cioè in alcuni armadi posti nella stessa sala delle lezioni, nei quali armadi vi era l'occorrente per le più elementari dimostra­zioni delle lezioni ”. Un anno speso nelle “ pratiche necessarie ” gli fece ottenere un nuovo laboratorio con “ più ambienti adatti a lavori e ricerche del professore, degli assistenti, e di alcuni allievi, e di un ambiente abbastanza ampio per la scuola pratica di analisi ” (ó).

Dieci anni dopo, a Roma, la situazione politico-cul­turale era profondamente mutata: l'Unità era sostan­zialmente compiuta, la crisi finanziaria del 1866 su­perata, la confusa e sanguinosa rivolta contadina nel sud domata. La fondazione di grandi Istituti di ri­cerca nella capitale si collocava all'intersezione di due orizzonti, sempre presenti alla classe dirigente di quel periodo: la legittimazione del diritto di conqui­sta agli occhi delle altre potenze del “ concerto ” eu­ropeo con la costruzione di uno Stato a un tempo liberale ed efficiente, e l'accentramento delle funzioni amministrative e di governo nella sede del potere politico. Quest'ultima tendenza non solo continuava nel bene e nel male la tradizione piemontese, ma do­veva anche costituire un antidoto (nel pensiero dei liberali) all'oppressiva presenza clericale nella Roma ex papale: si capisce poi quanto quest'ultimo tratto potesse essere presente in provvedimenti riguardanti la “ ragione scientifica ” [in opposizione positivistica al “ dominio del chiericato ” (7)].

A tutti i motivi appena ricordati ne va aggiunto uno specifico che lega strettamente la congiuntura interna­zionale con l'educazione scientifica. La vittoria prus­siana sulla Francia di Napoleone III era stata inter­pretata in tutta Europa come risultato convergente di una supremazia militare e di una egemonia culturale. Secondo il racconto che ci da lo stesso cannizzaro il Ministro della pubblica istruzione. Cesare cor­renti, era stato interessato alla lettura dei rapporti di wurtz nello stato della ricerca chimica in Prus-sia e nell'Austria-Ungheria. Nell'opera di wurtz spiccava la descrizione del grandioso Istituto fondato da hofmann a Berlino (8), un modello cui si ade­gueranno per molti decenni le iniziative universitarie di tutto il mondo. Con le parole di cannizzaro: “ il Correnti si innamorò di questo fatto... e iniziò così un certo movimento, il quale condusse alla fonda­zione e alla costituzione di Istituti designati all'in­segnamento pratico e alla coltura della scienza ” (9). Il progetto di legge riguardava “ Lavori di stabili­mento dei laboratori di chimica, di fisiologia e di fisica della regia Università di Roma ”, ma al momen­to della discussione in Parlamento correnti si era dimesso in contrasto con la maggioranza della Ca­mera sul complesso di provvedimenti proposti per il rinnovamento della scuola italiana (1D). Era allora Mi­nistro reggente per la pubblica istruzione lo stesso presidente del Consiglio, Quintino sella, amico per­sonale di cannizzaro ("). Sull'accoglienza da parte del Senato di questa specifica iniziativa di correnti i verbali non ci danno alcuna indicazione; la legge passò il 29 giugno 1872 senza discussione, con 66 voti a favore e 4 contrari (perché?). Più indicativo il dibattito alla Camera, dove non poche perplessità furono espresse sul carattere “ accentratore ” della legge e sull'entità dei finanziamenti (500 000 lire ripartite negli anni dal 1872 al 1874). Così nel primo intervento, sul primo articolo, Coriolano monti si chiedeva: “ Ma proprio abbisogna una somma come questa?... Io non sarei disposto a votare questa gran­de spesa senza qualche giustificazione che mi per­suada di operare saviamente ” (12). A queste esita­zioni rispondeva subito Ruggero bonghi, futuro mi­nistro dell'istruzione dal 1874 al 1876, che esordiva con un perentorio “ Questa somma è affatto mini­ma... ” e illustrava i grandi Istituti scientifici sparsi nei diversi paesi europei, costati più di un milione ciascuno, con l'inevitabile particolare insistenza su quelli tedeschi. bonghi piuttosto vedeva un altro di­fetto, quello di riversare solo sulla capitale l'intero finanziamento: “ Sta bene il voler creare la vita scien­tifica dove non è; ma sta bene il fecondarla dove è. Quello è l'avvenire, questo è il presente ”. Il nuovo argomento piaceva a monti che dichiarava la sua op­posizione all'accentramento romano, sul modello del­le grandi capitali europee: “ Non parmi vi sia biso­gno... d'impiantare proprio in Roma tutta la quin­tessenza della scienza sperimentale ”.

Nel corso del dibattito comunque le opposizioni an­darono attenuandosi sotto il comune denominatore del necessario appoggio alla cultura, con qualche punta ironica verso il Ministro reggente a proposito della spesa: “ L'onorevole sella ci ha raccoman­dato sempre economie ed economie... ” (capone), mentre il relatore puntualizzava “ occorre subito prov­vedere a quello di chimica che è il più urgente ” e bonghi insisteva: “ la somma non basta ”. Tuttavia al termine della giornata cannizzaro aveva il suo finanziamento e la certezza di poter attrezzare un Istituto senza eccessive apprensioni per la lesina di sella. D'altra parte lo stesso sella aveva la soddi­sfazione di aver portato a termine un'operazione che aveva suscitato grande interesse all'estero al suo solo annuncio, specie nell'amica Inghilterra. Già nel di­cembre del 1871 Edward frankland (1825-1883), allora presidente della Chemical Society, aveva scritto a cannizzaro in termini entusiastici: “ Un labora­torio chimico a Roma! È un'idea portentosa (glorious). Veramente viviamo nell'età del progresso! Mi congratulo... per l'invito che vi è stato fatto di mettervi alla testa di un movimento così impor­tante ” (13).

Cannizzaro volle che la sua abitazione, come già a Palermo, fosse inserita nel progetto dell'Istituto; an­che questo doveva servire al trapianto in Italia del modo di vivere, oltre che di far ricerca, delle grandi ammirate Università inglesi (14). Ma indubbiamente una cosa è porsi un modello e un'altra il farlo vivere: merito veramente glorious è di essere riuscito ad an­dare ben oltre il “ semenzaio ” di ingegni da colti­vare. Fra quanti vissero nei laboratori di via Pani-sperna nei lunghi anni della direziono di cannizzaro troviamo infatti giovani ricercatori educati dalla col­laborazione diretta con il Maestro, altri stimolati a crescere in dirczione affatto diverse da quelle battute dal grande chimico palermitano, e accanto a questi scienziati maturi e ricchi di esperienza richiamati a Roma dal prestigio del Direttore, dal suo interesse per ogni fronte avanzato di ricerca, e, non da ultimo, dal suo costante impegno a tradurre i risultati positivi in termini di impianto in altre sedi di cattedre adeguate allo sviluppo delle necessità culturali ed economiche del paese.

Un'analisi dettagliata delle ricerche e degli uomini che si irraggiarono in tutta Italia dal fuoco romano va oltre la possibilità di questa nota, tuttavia anche una concisa serie di date e di nomi, pur nelle inevitabili esclusioni, servirà a illustrare il carattere di fondatore-innovatore di Stanislao cannizzaro.

Uno dei suoi primi collaboratori fu Giovanni carnelutti (1850-1901): nato presso Udine compì i suoi studi di chimica a Vienna, ma già nel 1871 era a Roma con cannizzaro, con cui lavorò per un decen­nio sui composti santoninici. Nel 1881 lasciò la ca­pitale per Milano dove assume la cattedra di Chimica della Società di Arti e Mestieri; nel 1888, quando il comune di Milano fondò uno dei primi laboratori chimici municipali, carnelutti ne divenne il di­rettore (15).

Nel 1878 giunse a Roma, come borsista, Raffaello nasini (1854-1931), senese, che dopo un ulteriore periodo di perfezionamento a Berlino divenne assi­stente di cannizzaro nel 1882; i suoi studi verterono sulle proprietà ottiche (potere rotatorio, indice di ri­frazione) dei composti organici: come si vede una linea di ricerca nettamente distinta da quella condotta da cannizzaro. Nel 1891 nasini lasciò Roma per Padova, dove aveva vinto la cattedra di Chimica ge­nerale (l6).

Alla stessa area culturale centro-europea di carnelutti apparteneva Giacomo ciamician (1857-1922), triestino, che aveva studiato a Vienna e a Giessen (laurea nel 1880). Appena terminato il curriculum studentesco, complicato dal fatto che proveniva dagli studi tecnici, ciamician fu a Roma da dove inviò (1881) alle Berichte la prima nota dei suoi memo­rabili studi sui pirroli. Chimica organica e chimica fìsica tendono a fondersi perfettamente negli scritti del giovane triestino, vera vivente dimostrazione della libertà di ricerca vigente nel laboratorio di cannizzAro. Dal 1887 ciamician precedette per qualche tempo nasini sulla cattedra di Chimica generale di Padova, nel 1889 fu a Bologna dove fino alla morte diresse l'Istituto che ora porta il suo nome (17).

Nel 1884 si laureò a Roma Gerolamo Vittorio vil­lavecchia (1859-1937). Alessandrino, aveva già con­seguito il diploma in Chimica tecnologica al Politec­nico federale di Zurigo, dove primeggiava l'insegna­mento veramente “ integrale ” di Georg lunge. Nel 1886 villavecchia entrò nel laboratorio chimico della Gabelle appena fondato e nel 1896, quando fu creato l'apposito ruolo, divenne Direttore dei labora­tori, carica mantenuta per oltre 40 operosissimi anni. villavecchia con le sue opere di merceologia è uno dei fondatori di questa disciplina nel nostro paese (18). Quasi un decennio dopo villavecchia diventò assi­stente nell'Istituto romano un giovane ricercatore che come molti dei suoi predecessori si era “ fatto le os­sa ” nelle Università di lingua tedesca. Ingegnere chi­mico, diplomato a Zurigo, Arturo miolati (1869-1956) aveva compiuto le sue prime ricerche di chi­mica organica a Tubingen, ma nel laboratorio di cannizzaro le sue ricerche e le sue pubblicazioni (non numerose come quelle di ciamician) spaziarono fra il 1893 e il 1902 dalla stabilità dei composti orga­nici alla costituzione dei complessi inorganici. La cat­tedra di Elettrochimica che il mantovano miolati ottenne presso il Regio Museo Industriale di Torino (il predecessore dell'attuale Politecnico) è del 1902: risultato, come vedremo, di una vera battaglia cul­turale condotta da cannizzaro (19).

Come dimostrazione del fatto che a Roma si poteva arrivare anche se non ci si era addottorati in qualche prestigiosa università tedesca possiamo prendere il ca­so di Amerigo andreocci (1863-1899). Nato a Pe­rugia da famiglia povera, aveva lavorato come com­messo in una farmacia vicino a Roma per risalire (len­tamente) la gerarchla interna ai laboratori farmaceu­tici. Nel 1886 era farmacista nella sua città, nel 1889 fu in via Panisperna, dove rimase fino al 1897, quan­do diventò straordinario di Chimica presso l'Univer­sità di Catania. A Roma collaborò con cannizzaro nelle sue indagini sulla santonina, sviluppando per proprio conto una vigorosa linea di ricerca sugli ets-rocicli (la morte prematura fu causata da un inci­dente ferroviario) (20).

I brevi cenni precedenti lasciano trasparire tutta una serie di aspetti dell'opera di cannizzaro come Mae­stro che è bene mettere in evidenza. Innanzi tutto emerge il carattere veramente nazionale della scuola romana: i sei componenti qui citati appartengono a sei diverse regioni del nostro paese. In connessione dialettica con queso carattere nazionale vi è la gravitazione verso l'area culturale tedesca, negli studi e nelle pubblicazioni di molti degli studiosi di via Pa-nisperna: corrisponde certo alla costante richiesta di un livello di eccellenza. Il “ rinnovo ” dei ricerca­tori, man mano che questi conquistavano la matu­rità della cattedra, non incise sulla qualità dei lavori prodotti nel laboratorio di cannizzaro, indice sicuro questo delle capacità di “ scelta ” del Direttore. Da ultimo non può non risultare chiarissima la grande libertà che cannizzaro lasciava ai suoi assistenti, sia nell'individuare e condurre i loro temi di ricerca, sia nel diverso stile e ritmo nel flusso di pubblicazioni. È anche interessante ricordare che tutti gli ingegni, pur così diversi, che cannizzaro riuniva intorno a sé trovavano un raccordo di discussione e chiari­mento per le loro ricerche nell'impegno didattico dello stesso cannizzaro. Tutte le novità emergenti dalle indagini condotte a Roma e dalla letteratura chimica venivano vagliate in riunioni domenicali che francesconi (un altro collaboratore negli studi sulla santonina) definì “ indimenticabili ”; esse erano tra­dotte “ in linguaggio semplice ed elementare e acqui­stavano straordinaria importanza nell'insegnamento ”. Si può certo pensare che non fossero solo gli studenti a trarre profitto dalla “ mente profonda, sintetica e chiara ” di cannizzaro (21).

-Scienza e industria: il caso dell'elettrochimica.

La libertà di ricerca che abbiamo visto esaltata oggettivamente nella vita scientifica dell'Istituto chimi­co di Roma non diminuiva l'attenzione di canniz­zaro verso i problemi dello sviluppo economico del paese. Difficilmente poteva essere altrimenti, con molti dei suoi assistenti che iniziavano la loro collabora­zione ai lavori di via Panisperna saturi della cultura scientifico-industriale tedesca. Il riferimento all'espe­rienza germanica è una costante del dibattito sui rap­porti fra “ movimento industriale ” e “ movimento della scienza ”, sia in Italia, nazione in cerca di un proprio sentiero di sviluppo, sia in Francia e Inghil­terra, paesi di vecchia tradizione industriale, superati o minacciati dall'emergente supremazia dell'impero di Guglielmo II (22). Coglieremo qualche tratto di que­sta discussione vedendo come cannizzaro affrontò il problema dell'insegnamento dell'elettrochimica.

Una storia compiuta dagli studi di elettrochimica nel nostro paese, fra la fine del secolo scorso e l'inizio di questo, costituirebbe un capitolo assai significativo dell'impegno degli scienziati italiani verso la moder-nizzazione dell'apparato industriale, proprio perché l'accesso alle vaste riserve di energia idroelettrica delle Alpi e di alcune zone degli Appennini apriva, per la prima volta, una prospettiva (esplicita) di competiti­vita rispetto agli altri concorrenti europei. I chimici si sentivano chiamati a porsi alla testa di questo pro­cesso innovativo, puntando alla messa a punto dei procedimenti e alla direzione dei reparti elettrochi­mici, attività dovute e affidate, in Germania, esclusi­vamente a colleghi, da kiliani a buchner. Il “ ri­tardo ” rispetto ai pionieri tedeschi, pur sentito e denunciato, non era eccessivo: un insegnamento par­ticolare per gli elettrochimici era stato avviato da nernst a Góttingen nel 1896, e due anni dopo ostwald ne aveva seguito l'esempio a Dresda. A Torino l'insegnamento era stato avviato nel 1899-1900, e nello stesso anno nasini aveva ottenuto a Padova l'incarico di Elettrochimica per Giacomo car­rara (1864-1925), allora assistente a Chimica gene­rale.

Queste date segnano l'inizio di una “ contesa ” fra chimici e fisici per la “ copertura ” delle future cat­tedre di elettrochimica. Anche in questo caso si deve sottolineare che la discussione in Italia seguiva l'an­damento, quasi mimava, quella che si era già svolta in Germania e in Svizzera. Nell'ottobre 1901 canniz­zaro presentò una memoria all'Accademia dei Lincei in cui riassumeva l'andamento del dibattito sulla Zeitscrift fùr Elektrochemie e dava la sua definizione dello scienziato più adatto a insegnare da una catte­dra di elettrochimica (il suo candidato era miolati): “ ...tutti ormai sono concordi nel richiedere che l'elet­trochimico sia prima di ogni altra cosa un chimico provetto, conoscitore profondo della chimica generale, inorganica e organica e padrone assoluto dell'analisi chimica e dell'arte sperimentale ” (23). La definizione andava argomentata e questo viene fatto con un con­fronto esplicito e diretto con i “ concorrenti ” dell'al­tro versante della chimica fisica: “ II fisico o l'elettro­tecnico è certamente in grado di svolgere benissimo una parte dell'elettrochimica, specialmente quella che per mezzo della termodinamica entra nel campo della matematica ”, ma senza una lunga, seria e specifica preparazione “ non può in alcun modo... trattare del­l'applicazione dell'energia elettrica nei processi chimi­ci industriali... del loro controllo analitico, dei rapporti chimici ed economici che i procedimenti elettrolitici potranno avere con altri metodi chimici, già esistenti o nuovi che fossero in grado di far loro concorren­za ”. C'è appena il bisogno di sottolineare il carat­tere prettamente imprenditoriale dell'ultimo aspetto evocato da cannizzaro e quindi, di converso, della funzione che veniva assegnata agli studenti di elettro­chimica una volta compiuti gli studi e immessi nella produzione.

Nella citata nota di cannizzaro spira una sottile aria di fronda nei confronti della (sempre) asserita supe­riorità culturale dei fisici rispetto ai chimici, infatti mentre afferma di essere persuaso che “ l'intervento di un fisico matematico nell'insegnamento di una scuola di ingegneri chimici può essere non solo di somma utilità, ma che sia quasi anche una necessità ”, subito dopo riconduce il contributo dei fisici a “ com­plemento ”: “ uno studio della meccanica chimica basato sulla termodinamica, come fanno il gibbs, il planck, il duhem... può essere un utilissimo com­plemento alla coltura di elevati ingegneri chimici, ma non può mai da sé solo formare un corso d'elettro­chimica ”. La “ battuta ” più chiara è però espressa per interposta persona (Svante arrhenius!) median­te una citazione riferita ai lavori di planck e di “ al­tri matematici ”: “ Le deduzioni termodinamiche da essi date non hanno contribuito in un grado degno di nota ad aumentare il nostro positivo sapere; ma sono da considerarsi come un rifacimento prevalente­mente formale, sebbene molto elegante, della tratta­zione teoretica già esistente del materiale empiri­co ” (24).

Argomenti analoghi, in forma più “ cauta ” verso i fisici, erano espressi nel dicembre 1901 da Luigi gabba (1841-1916), docente di Chimica tecnologica al R. Istituto tecnico superiore di Milano, in una comunicazione davanti alla Società chimica di quella città. Nella stessa comunicazione poteva annunciare la fondazione di “ Un'apposita scuola elettrochimi­ca... grazie alla illuminata liberalità della Cassa di Risparmio di Lombardia ” (25). Questa cattedra ve­niva assegnata nel 1903 a carrara, fino ad allora assistente nell'Istituto di nasini a Padova. Ma già l'anno prima Arturo miolati era stato nominato pro­fessore straordinario di elettrochimica al R. Museo industriale di Torino. Così a due “ allievi ” di can-nizzaro, di prima e seconda generazione, venivano affidati, in due capitoli dello sviluppo industriale ita­liano, insegnamenti e ricerche da cui la crescita eco­nomica del nostro paese poteva dipendere in non tra­scurabile misura.

-Conclusioni.

L'attività di cannizzaro come fondatore della scuola di via Panisperna è difficilmente separabile da quella meno nota di riformatore delle articolazioni ammini­strative dello Stato. Solo l'obbligo dello spazio ci in­duce a rinviare a un successivo contributo l'analisi di questi aspetti della figura politica e civile di can­nizzaro. D'altra parte lo stesso “ successo ” della scuola romana, con il suo espandersi nelle sedi uni-versitarie dall'estremo sud al nord industriale, fu il risultato di un programma di sviluppo degli studi chimici “ diffuso ” su tutta la società: fra i sei col­laboratori che abbiamo citato tre (carnelutti, vil-lavecchia, miolati) assunsero posizioni di respon­sabilità diretta sul versante applicativo della chimica e della chimica fisica; per altri due possiamo appena citare le motivazioni pratiche delle ricerche fotochi­miche (ciamician) e il contributo importante al con­trollo economico delle forze geotermiche (nasini). Il campione è ristretto, ma non poco significativo. I risultati dell'opera di dirczione non devono però far . dimenticare il metodo con cui cannizzaro li ot­tenne. Volutamente non abbiamo riportato le testi­monianze, numerose, di quanti lavorarono con lui: a livello di documentazione “ oggettiva ” serve di più il Handwörterbuch di poggendorff. Gli elenchi di pubblicazioni posti in calce ai molti nomi di “ al­lievi ” sono una dimostrazione esplicita di maturità, autonomia, eccellenza. Sono la conferma che cannizzaro non solo voleva, ma, per quanto gli era possi­bile, costruiva un'Università libera e avanzata.

Istituto di Chimica fisica dell'Università, Torino.

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MessaggioInviato: Ven Ott 06, 2006 2:08 pm    Oggetto:  Per uno Stato moderno
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Per uno Stato moderno

di Luigi Cerruti.

(Ripreso da LA CHIMICA E L'INDUSTRIA, V. 65, N. 10, OTTOBRE 1983, pp 645-650)

L'attività di Stanislao Cannizzaro (1826-1910) come uomo politico e riformatore può essere compresa solo se la si caratterizza all'interno di quella complessa congiuntura storica che vide la classe dirigente libe­rale, protagonista del Risorgimento, alle prese con una situazione sfuggente e insidiosa, sia all'interno, sia nelle relazioni internazionali. L'apporto di un intellettuale-tecnico è rintracciabile come un filo che emerge ogni tanto nella trama della costruzione dello Stato unitario; ne risulta un'intermittenza che è certo un effetto del nostro sguardo, ormai distante, ma che è anche risultato di scelte ed esclusioni. In questa nota seguiremo i modi con cui cannizzaro cercò di (im)porre al servizio del paese le conoscenze dei chi­mici, nell'amministrazione, nelle dogane, nel controllo sanitario. Nel successivo articolo, conclusivo di que­sto studio critico-biografico ('), cercheremo di cogliere il nesso fra il pensiero epistemologico del chimico palermitano e il suo orientamento politico.

-La questione dei tabacchi: appalto delle imposte o impresa industriale?

Les financiers soutiennent l'Etat, comme la corde soutient le pendu. (Montesquieu)

La partecipazione di cannizzaro alle vicende del monopolio dei tabacchi si svolse secondo un cano­vaccio tipico dei rapporti fra un tecnico illuminato e il potere politico ed economico nel nostro paese. Nell'Italia unificata il monopolio non nacque sotto una buona stella. Nella disperata situazione finanzia­ria successiva al nostro coinvolgimento nella guerra austro-prussiana era inevitabile che il governo cer­casse nuovi cespiti imponendo nuove tasse e imposte. Oltre all'odiata tassa sul macinato il ministro delle finanze cambray-digny non trovò niente di meglio che affidare la gestione del monopolio dei tabacchi a un gruppo di 'speculatori organizzati nell'emana­zione italiana del Crédit Mobilier di Parigi. cambray­-digny era un esponente del “ gruppo toscano ” che dominava la scena politica e finanziaria di Firenze capitale, per cui non ebbe “ difficoltà ” a concludere un accordo con il Credito Mobiliare, un accordo tale che in cambio dell'“ esercizio della privativa dei ta­bacchi ” mediante una “ Regia cointeressata ”, con­cesso per 15 anni (1869-1883), i gruppi coinvolti avrebbero effettuato “ una anticipazione di 180 mi­lioni di lire effettive ” (2). La proposta suscitò una forte opposizione alla Camera, in particolare da parte dei piemontesi capeggiati da sella e da lanza. Uno dei deputati di questo gruppo (chiaves) citò la fa­mosa frase di montesquieu che abbiamo posto come epigrafe di questo paragrafo, lanza con grande lucidità ricordò che gli appalti dei tributi avevano sempre avuto come conseguenze “ appaltatori impin­guati, finanze stremate, ira popolare, rivoluzione ”. La legge fu comunque approvata e, malgrado una successiva inchiesta parlamentare, entrò regolarmente in vigore il 1° gennaio 1869 (3).

Per valutare fino a che punto avesse ragione lanza dobbiamo ricordare che “ le casse statali di contro a un ricavato effettivo di 171 milioni registrarono un indebitamento effettivo di 237 milioni, mentre la Società, costituita con capitale di 50 milioni, incassò in quindici anni circa 130 milioni di lire ” (4).

Poco dopo la metà del mandato alla Regia cointeres­sata, giunta al potere la Sinistra, fu affidato a can­nizzaro “ l'incarico di studiare l'ordinamento della Scuola di applicazione delle manifatture dello Stato in Francia ” e di informarsi dei progressi ottenuti “ nella coltura e manifattura dei tabacchi, per mezzo di studi chimici ” (5). La relazione finale è datata 3 gennaio 1878. Con una scrittura ricca di dati e di spunti polemici vengono prima descritti gli ottimi risultati ottenuti dalla scuola parigina, poi suggeriti alcuni provvedimenti, fra cui la costituzione di “ un laboratorio appositamente ed esclusivamente ordina­to ” per le ricerche chimiche necessarie, “ se non vuolsi rimanere stazionari nella manifattura e nella coltura dei tabacchi indigeni ” (p. 19). Ma la rela­zione di cannizzaro non ci interessa solo per la pro­posta tecnica (inevitabile), ma soprattutto per il mo­do e i limiti con cui essa viene a essere formulata. Fin dall'esordio è ricordato come “ lo Stato in Italia abbia dato il pessimo esempio di dirigere e sorve­gliare una grande industria chimica, come è quella dei tabacchi, senza l'aiuto continuo di uno speciale laboratorio chimico, e senza curarsi di allevare un personale tecnico appropriato ” (p. 5). La situazione in Francia è esemplare, ma la sua riproduzione in Italia è molto difficile. I mèmbri della scuola sono reclutati fra gli allievi della Scuola politecnica, e cannizzaro osserva che “ tra i pregi di cotesto per­sonale va notato quello che, dedito completamente al servizio nazionale, è rare volte tentato dall'ambizione politica” (p. 11); d'altra parte i risultati ottenuti hanno un immediato risvolto politico in quanto “ la sicurezza delle norme introdotte per accordare il per­messo della coltura... avevano dato all'amministra­zione la forza di resistere alle pressioni degl'interessi locali, spesso anche in Francia difesi da potenti mèm­bri del Parlamento ” (sottolineatura nostra, p. 16). Lo scetticismo di cannizzaro giunge a essere espli­cito. Dopo aver esposto analiticamente i compiti ideali del chimico posto a capo del costituendo labo­ratorio osserva: “ Se si volesse che questo ordina­mento nascesse per incanto bello e compito, bisogne­rebbe offrire per la Dirczione... tal compenso, da attirarvi persona... assai perita nella chimica tecno­logica e agricola..., la qual persona si decida a con­sacrarsi esclusivamente a questo servizio ”. Ma su­bito dopo dichiara in prima persona: “ Confesso che, stante l'ordinamento e le consuetudini della nostra amministrazione, io non oso sperare che ciò si faccia ” (p. 20). E infatti qualcosa fu fatto soltanto sei anni dopo, e non certo secondo il progetto cannizzariano. Alla scadenza della convenzione per la Regia cointe­ressata, fu presentata una legge ispirata da canniz­zaro che stanziava 183 000 lire “ per l'impianto del Laboratorio chimico dei tabacchi ”. Sito in un locale adiacente alla Manifattura dei tabacchi di Ro­ma, secondo la testimonianza di Vittorio villavecchia (1859-1937) il nuovo laboratorio risultò arre­dato “ in modo pratico ed elegante, così da riuscire a modello dei Laboratori del genere, come ben sanno tutti quelli che lo imitarono ”. “ Ma ben presto quel Laboratorio, impiantato con larghezza di mezzi e con vedute sorpassanti i bisogni immediati... potè essere utilizzato per altre mansioni dall'Amministrazione finanziaria ” (6). Per cannizzaro, nominato diret­tore della nuova struttura, la situazione rimase insod­disfacente, anche quando (si veda oltre) al labora­torio furono affidati ufficialmente nuovi compiti in relazione ai controlli doganali. cannizzaro non era uomo da lasciar cadere facilmente le proprie pro­poste. Così in un dibattito al Senato sull'aumento delle tariffe dei tabacchi lo vediamo riproporre le sue ampie vedute di politica industriale a un uditorio che si dimostra impreparato, più pronto alla beffa che alla discussione.

Il rapporto del ministro delle finanze seismit-doda aveva presentato una situazione assai allarmante per l'abbassamento dei consumi (7) e, in particolare, per la cattiva qualità dei tabacchi italiani che spesso risul­tavano persino incombustibili. Relatore della legge, e nella discussione avversario diretto di cannizzaro, fu quel cambray-digny che abbiamo conosciuto a proposito dello scandalo dell'appalto al Credito Mobiliare.
cannizzaro riprende integralmente i risultati della sua inchiesta del 1877, in particolare la necessità di controlli selettivi sui terreni da adibire a coltura dei tabacchi, ventilando un possibile adattamento dei ter­reni stessi mediante opportune concimazioni. È però il problema complessivo del rapporto fra ricerca, ge­stione e produzione ad angustiare il nostro senatore: “ II laboratorio... non può produrre tutto il vantaggio che se ne spera, se l'Amministrazione non organizza una manifattura di esperimenti e di prove ed una scuola pel tirocinio del personale tecnico ”. E per dare maggiore chiarezza ai suoi riferimenti aggiunge: “ Tutte le grandi industrie hanno sempre una sezione nella quale si fanno prove di nuovi processi, e di mi­glioramenti da introdurre prima di applicarli ” (8). Nel concreto cannizzaro richiede la “ conversione ” della manifattura romana, arretrata e passiva, in centro sperimentale. Tutte le propóste e le stesse ar­gomentazioni del senatore palermitano, vengono re­spinte. Il ministro afferma di non poter prendere in considerazione la proposta di conversione principal­mente perché essa comporterebbe la perdita del lavoro di un certo numero di operai, e questo “ nella Capitale ”, per motivi di ordine pubblico, non è nemmeno pensabile. Il relatore cambray-digny rifiuta ogni appunto sul (proprio) passato, giungendo impudente­mente a vantarsene: “ È una materia che io conosco ormai da molti anni e non vedo che ci sia da lagnarsi del come è stata condotta ”. cambray-digny, pro­prietario terriero, si da anche un preciso attestato tecnico: “ Non ho molta fede nei concimi artificiali, anche per ciò che riguarda la spesa ”. Il grande indu­striale Alessandro Rossi approda al rimpianto. Al­l'affermazione di cannizzaro che “ la Regia consi­derava gli studi [proposti] come molesti ” contrap­pone la sua valutazione: “ la Regia amministrava meglio del Governo ”. Per quanto riguarda gli aspetti specifici. Rossi preferisce rispondere accattivandosi l'opinione del Senato con una battuta: “ Io non cre­do affatto indispensabile la scuola dei tabacchi. Per amor di Dio, non facciamo un'università per i tabac­chi! ”. I verbali della seduta chiosano: “ (Si ride) ”. L'isolamento di cannizzaro risultò completo e la sua tesi fondamentale (“ Se lo Stato vuoi tenere questa industria, lo deve fare con metodi industriali ”) du­ramente sconfitta. D'altra parte l'ostinata resistenza della classe dirigente d'allora a una efficenza dello Stato che mettesse in pericolo i suoi ben protetti “ santuari ” fiscali è ben dimostrata da un altro tema, quello dello zucchero, su cui cannizzaro e la sua scuola si potevano presentare ancora più pericolosa­mente (per l'evasione fiscale) con tutto il peso di una proposta tecnica ed economica che bona fide nessun consesso politico avrebbe dovuto rifiutare.

-Vent'anni dopo.

I Laboratori chimici delle Gabelle (poi delle Dogane e Imposte indirette) entrarono in funzione il 1" luglio 1886 come conseguenza di una legge che stabiliva obblighi particolari e facilitazioni per gli industriali zuccherieri. Al momento della riesportazione essi po­tevano richiedere la restituzione delle tasse pagate per l'importazione degli zuccheri greggi, purché fos­sero stati raffinati negli stabilimenti italiani. Poiché si trattava di “ restituzione di dazio e non [di] pre­mio di esportazione ” (9) divenne necessario un con­trollo quantitativo del rendimento, in zucchero cristal­lizzabile, dei greggi importati. Per sopperire a queste nuove esigenze il “ vecchio ” Laboratorio dei tabacchi assunse la nuova denominazione, fu affidato alla dire­zione di cannizzaro, e diviso in due sezioni: “ una destinata alle ricerche e analisi inerenti al servizio dei tabacchi e dei sali; l'altra destinata alla revisione delle analisi degli zuccheri greggi e alle analisi di mer­ci ” (10). I primi chimici addetti al laboratorio furono per il settore doganale Raffaello nasini (1854-1931) e il già citato villavecchia.

Ora noi sappiamo che il destino dei due scienziati fu diverso, e che l'opera dell'alierà giovane villavecchia doveva diventare con il tempo un vero monumento alla chimica ap­plicata, ma proprio per questo può essere interessante rileggere con quale spirito essi si accingevano al diffi-cilissimo compito di stabilire un presidio sulle frontiere doganali e fiscali del nostro paese.

In una lettera di dedica a cannizzaro dei risultati dei loro primi tré anni di lavoro i due ricercatori dichiaravano che era stata loro intenzione “ mostrare tutto ciò che si è fatto... e fornire nel tempo stesso tutte le delucidazioni che potevano darsi agli indu­striali e ai commercianti sui metodi ”. Essi si erano trovati in una situazione del tutto inesplorata, in quan­to “ nei trattati la maggior parte dei quesiti che [venivano] loro proposti non [erano] presi in con­siderazione ”. Per di più “ le esigenze imprescindibili del commercio ” li costringevano “ in poche ore a immaginare ed eseguire dei metodi di ricerca ”. Di qui una savia massima: “ Val meglio un metodo meno esatto ma spiccio, anziché un metodo più preciso, ma lungo e complicato ” (11), purché, ovviamente, i risul­tati fossero adeguati al loro scopo.

Quanto fossero ben adeguati i metodi “ spicci ” di nasini e villavecchia risulta chiaro dall'opposi­zione incontrata dalle proposte, loro e di cannizzaro, di modificare il regime doganale degli zuccheri.

Nel decennio che seguì la fondazione dei laboratori delle dogane la produzione italiana di barbabietole si mantenne su cifre irrisorie, dell'ordine delle decine di migliala di quintali, mentre Germania e Austria-Un-gheria raccoglievano rispettivamente 95 e 55 milioni di quintali [media decennale 1885-1894 (12)]. Per coprire il consumo interno gli industriali italiani ricor­revano all'importazione di zuccheri greggi, in partico­lare dall'Austria-Ungheria, per poi raffinarli nei nostri stabilimenti e immetterli al consumo. Questa situa­zione era di estremo interesse fiscale, in quanto il get­tito annuo del dazio di importazione si aggirava in­torno agli 80 milioni di lire. E tuttavia l'entità della cifra nascondeva (per chi non voleva vedere) una gros­sa evasione fiscale, sostanzialmente legalizzata. Il no­stro sistema doganale si attardava infatti nell'uso della Scala olandese (Hollandesche Standaard) “ com­posta di 16 campioni di zuccheri di Giava, diversa­mente e gradatamente colorati... essendo il n. 5 il più colorato ed il n. 20 il più chiaro ”. La scala, pura­mente empirica, aveva avuto una sua incerta vali­dità se applicata a zuccheri della stessa provenienza dei campioni, ma lo sviluppo della produzione euro­pea e il progredire dei metodi di analisi chimico-fisici aveva indotto il governo olandese a cessare la sorve­glianza su questa scala ufficiale a partire dal 1884, passando le consegne a privati (13). Così al momento della discussione di cui ora ci occuperemo (10 feb­braio 1888) l'Italia basava il suo sistema fiscale degli zuccheri su un metodo scientificamente indifendibile: gli zuccheri che alla frontiera si presentavano con co­lorazione più chiara del n. 20 olandese erano ritenuti “ raffinati ”, tutti gli altri erano classificati “ greggi ”; solo nel caso in cui fosse prevista la restituzione del dazio d'entrata al momento della riesportazione gli zuccheri potevano essere sottoposti a un'analisi com­pleta. Erano state appunto queste analisi a dare a cannizzaro e ai suoi più giovani colleghi la base oggettiva delle loro denunce.

Nel febbraio dell'88 era giunta al Senato una pro­posta di legge per “ una variazione della tariffa degli zuccheri ”. L'attacco di cannizzaro è deciso: il sistema dei due colori “ falsa l'industria della raffi­neria, spingendola a simulare il raffinamento di zucheri ricchi ai quali non fa che togliere quel colo­rante che spesso è stato applicato artificialmente ” (14). nasini e villavecchia nei loro rapporti avevano segnalato l'uso di carbone animale, melassa, giallo d'anilina, o, più semplicemente, greggi molto colo­rati. Prima del trattato con l'Austria-Ungheria del 7 dicembre 1887 il dolo non era nemmeno ipotizzato, così che “ tali colorazioni e mescolanze si facevano sotto gli occhi stessi degli impiegati doganali ” (15). Dopo il trattato gli importatori sono diventati più cauti, più “ raffinati ”; nel caso in cui lo zucchero sia sporcato con polvere di carbone “ non occorre la chimica ” ricorda cannizzaro “ basta sciogliere un po' di zucchero in un po' di acqua e si vedrà la pol­vere di carbone che non si scioglie ”. Ma in tutti gli altri casi la questione è ben più difficile, come quando lo zucchero viene mescolato con melassa; alle nostre “ raffinerie ” basta centrifugare la colo­razione “ ottenendo così il premio di una industria che non hanno assolutamente esercitato ”. La conclu­sione di cannizzaro non può essere che la riproposta del metodo saccarimetrico mediante polarimetria. La risposta del ministro delle finanze ha una struttura logica singolare.
magliani, che era ministro da un decennio, ricorda innanzi tutto l'entità della posta in gioco, quasi che i Senatori non ne valutassero a pieno l'importanza: la “ tassa degli zuccheri ” che rende 80 milioni al­l'anno è “ una delle basi dell'edificio finanziario ”. Sì, è vero, è stato dimostrato che la saccarimetria po­trebbe risolvere il problema dell'evasione, “ ma mi è sembrato che l'Amministrazione non sia abbastanza preparata ”, in quanto per poter attuare controlli più scientifici dei “ due colori ” “ è necessario avere una forte schiera di impiegati doganali abili e sperimen­tati ”. Alla superficie del discorso del ministro affiora la preoccupazione di tenere a bada le proposte dei tecnici, come se la loro realizzazione potesse giungere a diminuire il gettito dell'imposta e quindi a minare alle fondamenta il suo “ edifìcio finanziario ”; a con­ferma di questo va detto che il ministro non accenna a nessun impegno in direzione della preparazione della “ forte schiera ” di tecnici che avrebbero dovuto vigilare sulle frontiere doganali italiane.

Ma l'opacità della logica di magliani è solo appa­rente. Il ministro era perfettamente al corrente dei modi e dell'entità della frode. nasini e villavec­chia fin dalle prime analisi avevano dimostrato che un terzo abbondante dello zucchero importato come “ grezzo ” aveva un rendimento superiore al “ cam­pione tipo 20 d'Olanda ”; in base ai dati quantitativi avevano calcolato che “ per 100 di raffinato ” veni­vano pagate allo Stato 67,97 lire invece di 78,50, con “ una protezione di lire 10,53 ” (16). È così facile dedurre che venivano evasi più di tré milioni di im­posta. Poiché i laboratori diretti da cannizzaro costa­vano allo Stato 50 000 lire annue, fra compensi al personale (per 20 000 lire) e altre spese di gestione, è evidente che al ministro non poteva sfuggire che gli investimenti necessari per porre un'efficace barriera all'evasione erano esigui, se rapportati all'entità dei possibili risultati fiscali. Come molti anni dopo doveva notare con amarezza villavecchia, solo nel 1902 il metodo dei due colori basato sulla scala d'Olanda era accantonato per far posto ai metodi saccarimetrici (17). Da quando il governo olandese aveva tolto ogni crisma di ufficialità alla scala degli zuccheri di Giava (1884), erano trascorsi quasi vent'anni, senza che i nostri tecnici potessero stroncare l'attività spe-culatrice degli zuccherieri italiani.

-“Questo meschino, vizioso e incompetente ordinamento”.

Nella sua lotta per uno stato moderno cannizzaro ottenne un successo di grande rilievo storico nell'apri­le del 1888, quando fece passare al Senato una ri­forma sanitaria che portava l'Italia ai livelli più avanzati nel campo dell'igiene pubblica. La Relazione stesa da cannizzaro, i suoi interventi e quelli del Presidente del consiglio crispi, che partecipava alla discussione nella veste di ministro degli interni, molte delle loro parole ci rinviano un tono duro e deciso, tanto più notevole in quanto spesso rivolto contro la più potente delle corporazioni professionali, quella dei medici. Per apprezzare questo tono, che acco­muna i due politici siciliani, è utile ricordare la lunga e dolorosa consuetudine della Sicilia (e di cannizzaro) con il colera.

Nel 1837, durante una grave epidemia di colera che infuriò a Palermo, cannizzaro undicenne “ fu col­pito dal terribile morbo che gli tolse anche due fra­telli ” (18). Trenta anni dopo, un cannizzaro adulto dovette affrontare da posizioni di responsabilità, ma con strumentazioni del tutto inadeguate, una diversa catastrofe, non privata ma pubblica. Nel settembre del 1866 Palermo era caduta per una settimana in mano a un Comitato provvisorio che riuniva “ cleri­cali, borbonici, autonomisti e democratici estre­mi ” (19). L'insurrezione fu spenta rapidamente con una dura repressione, ma il governo “ colse l'occa­sione ” e inviò dal continente, dove serpeggiava il colera, ben 30 000 uomini di truppa. Gli effetti di questa invasione furono terribili: “ all'atto dello sbarco del corpo di spedizione..., cessata per l'emer­genza ogni forma di controllo sanitario, il colera... fece inesorabilmente di nuovo la sua comparsa in Sicilia ” (20). cannizzaro come suprema autorità scientifica dell'isola fu nominato Commissario per la sanità pubblica (21), ma la situazione era ormai in­controllabile e fra l'ottobre del '66 e l'agosto del '67 la Sicilia pagò con 53 000 morti il suo conato auto­nomistico (22).

Erano queste le memorie incancellabili che canniz­zaro e crispi condividevano. Per di più fatti recenti le avevano riacutizzate, aggiungendo al dramma il tocco, insopportabile, della farsa. L'epidemia di colera che nell'83-'84 aveva atterrito diverse zone del paese era stata affrontata con il solito “ metodo ” dei cor­doni sanitari “ fatti mediante soldati distesi in cate­na, distanti dieci metri l'uno dall'altro, intorno agli abitati infetti di colera, colla consegna di non lasciare uscire chicchessia, pena... la fucilazione ”. Con simili cordoni si ebbe la pretesa “ di rinchiudere il colera entro la città di Spezia, come se si fosse trattato... di un gruppetto di catapecchie isolate ”. Ma “ l'altro provvedimento, che completò l'opera, coprendoci di ridicolo al cospetto del mondo civile... consistette... nei suffumigi ”. Questi suffumigi veni­vano praticati principalmente nelle stazioni, dove al­l'arrivo di ogni trèno i passeggeri venivano avviati a una sala d'aspetto, chiusi ermeticamente ed espo­sti ai vapori svolti da una miscela di cloruro di calce e di acido solforico: “ dopo alcuni minuti di codesto supplizio, si spalancava la porta e... la salute pub­blica era salva ” (23). Come commenterà il medico provinciale dì Torino, a cui dobbiamo i passi che ab­biamo appena citato, nel 1883-84 “ la scienza uffi­ciale italiana credeva ancora di potersi opporre alle invasioni epidemiche coi cordoni sanitari, colle qua­rantene, coi suffumigi, vero fumo negli occhi ai gon­zi ” (24).

In realtà la questione sanitaria era stata posta all'at­tenzione dei politici dall'attività instancabile di intel­lettuali democratici come Agostino bertani fin dai primi anni successivi all'Unità, però ben poco era stato fatto, e male. Il giudizio di cannizzaro nella Relazione con cui accompagna la proposta di crispi è inequivocabile: “ Presso noi dal 1860 in poi si è fatto nell'ordinamento dell'Amministrazione centrale sanitaria un cammino retrogrado... Non è mestieri di rammentare quali frutti abbia dato questo meschino, vizioso ed incompetente ordinamento dell'Ammini­strazione centrale sanitaria ”. Ma per chiarire ai col­leghi ciò di cui sta parlando il nostro senatore deve essere più esplicito: “ la inefficacia pratica di Con­sigli anche ben composti, senza la cooperazione di funzionari stabili competenti ” è dimostrata dalla “ storia delle nostre recenti epidemie ” (25). Sullo stes­so tono sono molti degli interventi di crispi, che ricorda più volte la collaborazione fra il governo e la commissione a nome della quale parlava cannizzaro; con un linguaggio tutto caratteristico, appena è termi­nata la discussione generale sostenuta dall'intellet­tualità medico-progressista del Senato (pacchiotti, boccardo, moleschott), lo statista siciliano san­ziona la necessità di una procedura spedita: “ la legge... fu studiata da me e dalla Commissione e... siccome era mio desiderio, e forte desiderio, che do­po ventidue anni si troncassero gli indugi, ci siamo messi d'accordo, Commissione e Governo ” (26).

Senza seguire nel dettaglio l'andamento della discus­sione, che per altro ebbe solo rari momenti di vero interesse, possiamo qui mettere in evidenza i punti principali del pensiero di cannizzaro sulla complessa questione della sanità, un pensiero assai attento ai rap­porti fra le competenze degli uomini e le funzioni delle strutture, fìsiche e amministrative, che lo Stato doveva darsi per divenire civile. Un cardine della legge difeso e argomentato a oltranza dal relatore è l'ampia interdisciplinarietà di tutti gli organi ammi­nistrativi competenti in materia d'igiene. I medici vi sono costantemente in minoranza, e su questo si abbattono molte critiche, ma le risposte di cannizza­ro non sono esitanti. I naturalisti chiamati a far parte del Consiglio superiore di sanità “ riempiranno alcu­ne lacune che hanno spesso i medici nella cultura scientifica, base dell'igiene ”; i Consigli, superiore e provinciali, non sono “ eterogenei ” come era stato affermato da un oppositore, in quanto ogni problema di sanità pubblica richiede il parere “ del medico, l'ingegnere, il chimico, l'amministratore e il socio­logo ” (27).

Un secondo punto su cui cannizzaro si batte con vigore è la necessità di avere presso la Dirczione generale di sanità funzionari che siano, sul modello tedesco, “ distinti cultori di vari rami di scienze, stipendiati per attendere esclusivamente agli studi richiesti dal servizio sanitario ” (28). Al centro del sistema sanitario si collocava ancora un funzionario pubblico, decentrato, il medico provinciale. Su que­sta nuova figura e sui suoi poteri, specie in relazione agli enti locali, si ebbero molti contrasti, ed è inte­ressante vedere la perfetta sintonia fra cannizzaro e crispi al Senato, e il relatore alla Camera, panizza. Tutti i proponenti hanno un'evidente consolidata sfi­ducia in quanto poteva avvenire in molte situazioni periferiche. Così a proposito dell'ufficiale sanitario comunale ne viene sottolineata la necessaria indipen­denza da tutti i notabili locali: qui ministro e rela­tore si rubano letteralmente la battuta: “ I comuni spesso tacciono il loro stato sanitario ” (cannizzaro); “ A Catania si nascose il colera quattro mesi! ” (cri­spi); “ Quando la notizia giungeva al carabiniere, allora soltanto passava i confini del comune ” (can­nizzaro) (29). E panizza nella sua successiva rela­zione alla Camera scriverà a proposito del medico provinciale: “ Questo funzionario, indirizzando le schiere degli ufficiali sanitari... sorreggendole nelle loro attribuzioni le difenderà contro ogni soggezione o capriccio di consorterie locali ” (30).
Per superare le obiezioni ai vasti poteri di intervento pubblico che venivano richiesti a un Senato troppo spesso chiuso in difesa di privilegi più o meno con­solidati, cannizzaro è pronto a ricorrere all'aneddoto gustoso e incontrovertibile, come quando discutendo la possibilità di ispezionare le farmacie senza preav­viso, il relatore ne rivendica la necessità: altrimenti “ quello che manca, si fa comparire; e ho dovuto con­statare che il materiale di una farmacia si faceva comparire successivamente in ben altre cinque farma­cie, e si faceva, per così dire, viaggiare dall'una al­l'altra con una vettura e rapidamente ” (31). In altri casi sceglie la tonalità dell'understatement. Viene per esempio, allontanato lo spauracchio dei laboratori de­centrati diluendone nel tempo la comparsa e sotto­valutandone l'impatto: i “ laboratori... debbono es­sere fondati successivamente, gradatamente, con... prudenza ”, “ si tratta soltanto di dare alla persona incaricata della vigilanza igienica i mezzi indispen­sabili per poter fare i primi saggi sopra gli alimen­ti ” (32). Certo la gradualità dipese molto dalle con­dizioni locali, ma quando cannizzaro si riferiva solo a “ primi saggi ”, sapeva che a Torino e a Milano, dove da qualche tempo erano in funzione i laboratori chimici comunali, le più diffuse, odiose e pericolose adulterazioni, quelle del latte e del pane, erano già state duramente colpite (33).

Nel vedere approvata la legge sanitaria cannizzaro conseguiva due obiettivi: accanto a quello politico-generale, a tutti evidente, ve n'era un secondo non meno rilevante per la comunità dei chimici (e degli altri tecnici non-medici). Una vasta tematica sociale veniva sottratta all'empirìa spicciola degli ammini­stratori e all'incerta cultura del singolo professionista, per fare intervenire in modo strutturato e continuativo un potere pubblico tecnico e non solo burocratico. Con un nuovo potere, con una responsabilità insolita per il nostro paese, i chimici venivano chiamati a svol­gere un ruolo molto importante, che solo in questi ultimi decenni è apparso meno qualificante e incisivo.

-Conclusioni.

Abbiamo qui privilegiato nell'ampia attività pubblica di cannizzaro tré temi, economici e politici, su cui l'intervento della ricerca poteva avere esiti risolutivi. Solo nel caso, fondamentale, della Sanità il pensiero tecnico-politico di cannizzaro ebbe un compiuto sbocco legislativo, ma non c'è dubbio che condizione necessaria per il successo fu la ferma volontà rifor­matrice di crispi.

Un risultato non secondario di questo nostro studio è di correggere in modo inoppugnabile un giudizio se­condo cui cannizzaro “ fino agli ultimi anni del secolo mostrò di fatto di intendere [la ricerca chimi­ca] come diretta a scopi conoscitivi, non pratici ” (34). Di fatto cannizzaro operò in tutt'altra direzione: “ sviste ” come quella appena citata derivano più da premesse ideologiche che da certezze documentarie.

Istituto di Chimica fisica dell'Università, Torino.

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Ott 06, 2006 2:13 pm    Oggetto:  Dall'epistemologia alla politica
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Dall'epistemologia alla politica

di Luigi Cerruti

(Ripreso da LA CHIMICA E L'INDUSTRIA, V. 65, N. 11, NOVEMBRE 1983, pp. 712-717)

Stanislao Cannizzaro (1826-1910) fu nominato se­natore a 45 anni. Nello stesso anno 1871 fu chiamato alla cattedra di chimica dell'Università di Roma e pubblicò un ampio saggio storico, di impianto episte-mologico, sullo sviluppo della teoria atomica nella prima metà dell'ottocento. Nei quaranta anni succes­sivi i lavori del Senato, la ricerca in via Panisperna e la riflessione storiografica occuparono in vario modo la sua vita. Questa nota si propone di rintracciare in tutte queste attività un nesso unificante; esso sarà in­dividuato nel rapporto fra pensiero epistemologico e scelta politica.

-Il “cammino” della scienza.

Un aspetto importante del pensiero di cannizzaro, quello appunto epistemologico, affiora con evidenza anche da una prima lettura dei suoi scritti storiogra­fici e di polemica scientifica. Abbiamo analizzato con una certa profondità questi testi in altra sede (*), ma ci pare necessario riprendere alcuni dei risultati già ottenuti, arricchendoli con qualche nuova esemplifi­cazione, sia perché su tutto ciò nulla è ancora stato pubblicato, sia perché certi elementi della violenta polemica anticlericale del nostro grande chimico si identificano con una ben precisa visione delle origini e dello sviluppo delle scienze sperimentali.

La metafora che informa l'attività storiografica di cannizzaro è quella, apparentemente assai “ con­sunta ”, del “ cammino ” della scienza. La presenza continua, talvolta pesante, di questa immagine può sembrare dapprima una caduta di stile, semplice ri­petitività in una scrittura non certo brillante, quando però una seconda lettura di tutti i suoi scritti ci ri­propone decine di varianti, centinaia di richiami “ la­terali ”, allora diventa indispensabile soffermarvisi con maggiore attenzione per esplicitare e correlare i tratti della metafora. I più evidenti sono quelli del “ movimento ” e del “ progresso ”, intesi nel loro senso dinamico di “ muoversi lungo una traiettoria ”; la rottura con i modi di pensare del Medioevo av­venne quando “ la colonizzazione delle nuove . ter­re ” e “ l'agitazione religiosa ... diedero nuovi im­pulsi all'intelligenza umana e ne accrebbero la velo­cità del moto ” (2). Altri tratti, decisivi e rivelatori in una concezione dello sviluppo storico, sono la “ continuità ” e la “ gradualità ” del processoo. can­nizzaro, dopo aver citato “ gilbert e harvey in Inghilterra... galileo e gli accademici del Cimento in Italia ”, così caratterizza la rivoluzione scientifi­ca: “ A passo a passo la mente umana si veniva abi­tuando (a) partire dall'osservazione ” e “ si veniva convincendo della efficacia... del metodo scientifico induttivo ”. E qui aggiunge: “ Non fu, come qual­cuno il crede, l'introduzione di esso una rivoluzione subitanea ” (3).

Spesso il “ cammino ” si trasforma in un viaggio d'esplorazione e tutte le doti del ricercatore sono chiamate a sostenere la fatica del lavoro scientifico. Nella commemorazione di hofmann fatta ai Lincei l'immagine ispiratrice è sviluppata compiutamente: “ Lo studio dell'anilina può dirsi che determinò la dirczione dei suoi studi avvenire... ma è merito do­vuto alla sua perseveranza... senza impazienza..., alla prontezza di indovinare la convenienza di battere una via di diramazione o di scorcio che si accennava nel suo cammino, ... se partito da un punto così ri­stretto, ... si sia tanto esteso occupando e coltivando a fondo successivamente nuovi campi limitrofi ” (4). Si sarà notato che i protagonisti nelle tré precedenti citazioni di cannizzaro erano “ l'intelligenza uma­na ”, “ la mente umana ”, e uno scienziato, hof­mann. Non si tratta di un caso, in quanto canniz­zaro ha una concezione psicologica dei procedimenti di produzione e di accettazione delle teorie scienti­fiche. L'insistente sottolineatura degli aspetti “ men­tali ” della prassi di ricerca distacca nettamente il nostro pensatore da una certa dogmatica comtiana e post-comtiana, per avvicinarlo alla “ psicologia delle menti associate ” di cattaneo (5). Il “ vivo desiderio di penetrare nelle leggi naturali che tormenta... l'ani­mo del filosofo ” è “ la sola molla che ha spinto avanti e spingerà le scienze ”, mentre la “ vaghezza di gloria, l'avidità del guadagno ” sono solo “ forze concomitanti ”. La forza fondamentale è “ interna, avente sede e radici nella intelligenza stessa ”. “ Que­sta forza che nelle anime di archimede, galileo e newton fu tanto prepotente, è quella stessa che giornalmente agisce anche sulle minori intelligenze ” per aiutarle nello “ scoprire e imparare la più pic­cola nuova verità ” (ó). Le stesse forze sono neces-sarie per “ vincere gli ostacoli che si frappongono allo scoprire ”. Molti di questi ostacoli sono da sem­pre interni alla mente di ogni ricercatore e si chia­mano abitudine, pregiudizio, inerzia, ma altri sono esterni e consistono in tutto ciò che si oppone al “ libero esame delle cose fìsiche e morali ” (p. 7). In Italia l'ostacolo maggiore era stato la “ teocrazia romana ” che era “ pervenuta... a tessere una rete di ferro, dalla quale nessun libero pensatore (po­teva) sfuggire ” (p. 8). Ma poi la rete era stata in­franta e si era' accesa “ la libera discussione nel cam­po stesso della religione ”, era stato introdotto il “ principio della libertà di coscienza ” (p. 16); accan­to alla “ libertà dell'intelligenza ”, sfociata nei fatti del 1789 (p. 20), cannizzaro vede nascere “ il libero sviluppo delle scienze sperimentali ” così caratteri-stico della civiltà moderna (p. 22-23). Alla “ tetra immagine di Satana ” si era finalmente contrapposta “ la soave e maestosa immagine della verità ” (p. 45). Tutte le libertà civili e intellettuali sono per cannizzaro inseparabili e qualificano nel loro insieme il suo atteggiamento “ anticlericale ”. In una lettera invia­ta a Giacomo dina, direttore dell'organo liberale L'Opinione, in occasione di un'importante discussio­ne sulla libertà di critica nelle questioni religiose, cannizzaro informava l'amico sulla sua posizione a proposito del ventilato reato di “ vilipendio della religione ”: “ È nuova nei codici moderni la difesa del sentimento religioso astratto collettivo... È una formula insidiosa rivolta contro i filosofi liberi pen­satori ” (7).

Tagliata la “rete di ferro” di una Chiesa secolar­mente potente, lo scienziato palermitano non voleva che essa si ricostituisse nel nuovo stato liberale. Ve­dremo ora da vicino come cannizzaro si impegnò in prima persona in questo nuovo Stato.

-Una carriera difficile.

“Pour que le Sénat soit quelque chose, il faut que chaque séna-teur soit quelq'un ”, C. DE montalembert (8).

La figura di Cannizzaro, ventiduenne rivoluzionario in Sicilia, è già stata tratteggiata da altri (9), mentre quella ben più complessa di cannizzaro politico è ancora tutta da valutare, se si vuole andare oltre le singole battaglie parlamentari (10). Egli riprende l'at­tività politica pubblica dopo il suo ritorno in Sicilia nel 1861, quando viene eletto consigliere comunale e diventa assessore all'istruzione per il Comune di Palermo. Secondo la testimonianza diretta di pater­no, da quella posizione diede “ grandissimo impulso alla istruzione popolare e fondò la scuola tecnica serale per gli operai, che è tuttora (1930) onore e vanto del Municipio di Palermo ” (11).

Nel 1865 cannizzaro visse la sua avventura politica più intensa mettendosi in lizza come candidato per il collegio di Palermo IV durante le elezioni politi­che generali dell'ottobre di quell'anno. Un'idea delle dimensioni “ pratiche della campagna elettorale è data subito dall'elettorato iscritto: solo 1282 citta­dini avevano diritto di voto, e di questi 518 vota­rono al primo turno e 654 (con un notevole incre­mento) nel ballottaggio. Fu in questa occasione che cannizzaro diede alle stampe il pamphlet su “ L'E­mancipazione della ragione ” che abbiamo più volte citato: le credenziali ideologiche con cui il nostro chimico si presentava agli elettori erano quindi quel­le di un liberale che trovava i suoi riferimenti poli­tici nell'individualismo della liberalissima Inghilterra, nella necessità di lottare contro ogni ingerenza cleri­cale nel governo della Società e nel controllo delle coscienze, nella costruzione di uno Stato che fosse civile all'interno e forte verso l'esterno. L'efficacia (parziale) di questo programma può essere dedotta dall'andamento delle votazioni.

Avversari di cannizzaro al primo turno furono il barone Vito d'ondes-reggio (1815-1885) e Luigi la porta (1830-1894). Tutti i candidati erano pa­trioti: cannizzaro e d'ondes-reggio erano stati de­putati nel Parlamento Siciliano del '48 e successiva­mente esiliati nel Regno di Sardegna; la porta era stato un avventuroso e attivo rivoluzionario: garibal­dino, era entrato in Palermo alla testa di una squa­dra di “ picciotti ”. I primi due appartenevano al composito schieramento liberale, il terzo militava nel­l'estrema sinistra. Alla prima votazione d'ondes-reggio ebbe 231 voti, cannizzaro 132, la porta 125. A questo punto lo scontro era limitato ai due candidati che avevano ottenuto il maggior numero di suffragi; l'aspetto (per noi) più interessante è che l'in­tera “ dote ” del garibaldino la porta si riversò su cannizzaro, portando al secondo turno i suoi voti a 275; questi sarebbero stati sufficienti a superare l'avversario se la maggiore affluenza alle urne di elet­tori spaventati dal programma anticlericale di can­nizzaro non avesse “ gonfiato ” i voti di d'ondes-reggio a 374 (12). Le forze che appoggiarono que­st'ultimo sono precisate in un tardo commento: “ Ap­pena fu eletto deputato voltò bandiera e attaccò de­cisamente le leggi liberali, sostenendo gli interessi clericali ” (13).
cannizzaro non ritentò più l'accesso al ramo elet­tivo del Parlamento, ma già dal 3 luglio 1864 era comparso come “ Socio nazionale non residente ” ne­gli elenchi accademici dell'Accademia delle Scienze di Torino (al n. 327), iniziando così a maturare i sette anni di anzianità che secondo il dettato dell'ar­ticolo 33 dello Statuto albertino gli avrebbero per­messo di entrare, per nomina regia, nel Senato del Regno. E infatti, “ puntualmente ”, il 15 novembre 1871 arrivò il decreto che lo nominava senatore, “ ascrivendolo ” alla 18'' e 20" categoria. I fatti pe­rò, ancora una volta, non corrisposero alle migliori aspettative dello scienziato palermitano.

Lo Statuto prevedeva 21 categorie nelle quali potes­sero essere convalidati i senatori: alla 18" apparte­nevano “ i mèmbri della Regia Accademia delle scien­ze, dopo 7 anni di nomina ”, alla 20'' “ coloro che con servizio meriti eminenti (avessero) illustrata la patria ”. Il relatore che comunicò al Senato i titoli di canniìzzaro riferì, per dovere d'ufficio, che il .candidato era stato “ ascritto ” alle due categorie citate, ma poi sembra dimenticarsene, e “ senza in­trattenere il Senato dei meriti scientifici del prof. cannizzaro ”, citò solo la sua appartenenza alle ac­cademie di Palermo (dal 1845) e di Torino. Fu così che al Nostro “ non fu riconosciuta la 20"' catego­ria ” (M), rendendo la sua iniziazione tuttaltro che trionfale. Ma le difficoltà che cannizzaro dovette affrontare nella sua attività politica furono perma­nenti, connesse a due ordini diversi di questioni.

È ovvio che le possibilità di un'azione politica effi­cace si presentarono al senatore cannizzaro in gran parte condizionate dalle funzioni che il Senato stesso assolveva all'interno del sistema istituzionale del Re­gno; in questo contesto va poi collocato un secondo limite indipendente dalla personalità del nostro scien­ziato, e cioè la composizione stessa del Senato. Fin dai primi anni di funzionamento nel regno di Sar­degna il Senato si trovò più volte contrapposto alla Camera elettiva (15), e lo stesso cannizzaro parte­cipò su posizioni di primo piano al duro conflitto fra i due rami del Parlamento a proposito della tassa sul macinato. In generale però la Camera vitalizia tendeva a tenere un comportamento meno vistoso, giungendo a dichiarare come corpo collegiale, in ri­sposta al discorso inaugurale del re (20 novembre '76), che il Senato “ per sua natura deve tenersi estraneo alle parti politiche che sono la vita della Camera elettiva ” (16).

Questa dichiarazione era così poco vera che ogni Presidente del consiglio tendeva a modificare l'orien­tamento del Senato provvedendo a delle opportune “ infornate ” di nuovi senatori (17). depretis giunse a voler “ far riconoscere formalmente... che era il Ministero e non la Corona a nominare i componenti della Camera alta ” (18). In questo modo il Senato si affollava di rappresentanti di due strati sociali ben più “ significativi ”, nell'Italia post-unitaria, dei “ tec­nici ” della 18a categoria. Tra il 1848 e il 1943 fra i 2404 senatori via via nominati ben 648 furono con­validati solo per la 3a categoria (“ deputati dopo tre legislature o 6 anni di esercizio ”), e 554 per la 21a categoria (“ le persone che da tre anni pagano 3000 lire di imposizione diretta in ragione dei loro beni o della loro industria ”). La categoria cui apparte­neva cannizzaro ebbe appena 147 nomine, con un'aggravante che già i suoi contemporanei sottoli­neavano: “ Occorre (solo) il titolo di accademico, quantunque si sappia che delle accademie possa far parte chi non è scienziato ”. Il passo è del 1889, pronunciato all'Università di Bologna nel discorso inaugurale dell'anno accademico; subito dopo veni­va aggiunto: “ Tutte le categorie hanno la loro im­portanza e sopra tutte quella del censo; ma questa del sapere non conta nulla: il Governo si dichiara incompetente a giudicare l'impegno e il merito scien­tifico. E ne ha mille volte ragione! ” (19). Il quadro era completato da una corposa presenza di militari (“ gli ufficiali Generali di terra e di mare ”, 245) e da una dozzina di altre categorie che permettevano di promuovere al seggio senatoriale una miriade di magistrati, funzionar! ministeriali, prefetti, ecc. (20). Nel suo complesso il Senato rifletteva compiutamente una cultura politica le cui basi erano costituite da una generica ma esibita conoscenza dei classici, da una consuetudine professionale con i codici, da una empiria economica dedotta dalla gestione del patri­monio personale. Si comprende perciò come le argo­mentazioni di scienziati quali cannizzaro o moleschott fossero destinate a non essere, spesso, nem­meno comprese dai colleghi.

In questa situazione il disagio di cannizzaro fu no­tevole. Ne abbiamo una testimonianza, interessante in quanto privata, nella già citata lettera inviata a Giacomo dina, cannizzaro racconta all'amico che il Ministro (che “ ora mostravasi inflessibile, ora ce­devole ”) era giunto ad accettare un suo emenda­mento: “ Poi avendo visto la certezza di far passare l'articolo disse che il mio emendamento esprimeva la stessa cosa con un linguaggio meno proprio per la giurisprudenza... Io avendo detto abbastanza sorrisi, ma non risposi ” (21). Altrettanto indicativo è il fatto che in due diverse occasioni, durante accesi dibat­titi, prettamente politici, sulla tassa del macinato can­nizzaro abbia insistito sul suo essere “ diverso ”: “ Non sono uno scrittore, né un pubblicista, né un uomo politico che parli molto in pubblico ” (tornata del 24 luglio 1879); e ancora “ non sono ne capo, ne soldato di nessuna delle legioni che militano nel campo politico; sono un uomo isolato che esprime la sua opinione individualmente, e lo fa perciò con la massima libertà ” (tornata del 14 gennaio 1880). Da tutto questo nasceva un certo ritegno a pronunciarsi su temi lontani dalle proprie “ competenze ”, ritegno non privo di scrupoli e di controspinte autocritiche. Il 21 dicembre 1895, venti anni dopo la citata let­tera a dina, cannizzaro interviene sulla richiesta di un ingente stanziamento straordinario, destinato a raf­forzare la presenza militare italiana in Eritrea; que­sta la sua dichiarazione: “ Vinco oggi la grande ri­pugnanza a manifestare la mia opinione su certe que­stioni politiche, che purtroppo ho avuto altre volte; ripugnanza di cui spesso, confesso, non sono rimasto soddisfatto ”.

Non si deve però pensare che la presenza di can­nizzaro in Senato sia stata tutta e solo “ tecnica ”, nella prossima sezione vedremo qualche suo inter­vento “ politico ” in quel consesso, ma un indice uti­le per apprezzare “ oggettivamente ” l'operato del nostro scienziato-senatore è dato dal numero e dalla distribuzione temporale delle proposte di legge di cui egli fu relatore. Nelle nove legislature fra la XI e la XIX (fra il '73 e il '97) cannizzaro fu il relatore di 25 leggi, non certo un record, ma comunque un nu­mero cospicuo. Di questi progetti 7 appartengono alla XIII legislatura, vissuta sulla schiacciante vittoria della Sinistra guidata da depretis, 6 furono presen­tati nella XVI, dominata da una figura di grande inci­sività riformatrice come Francesco crispi. Si può dire che se cannizzaro non volle essere “ schiera­to ” con nessuna “ truppa ” politica, non per questo fu meno impegnato secondo un ben preciso orienta­mento.

-Il pensiero politico.

Nel 1863, al termine del suo discorso sull'“ Emanci­pazione della ragione ”, cannizzaro delinea un'Eu­ropa meravigliata che guarda “ le distaccate membra della nostra patria ” mentre si ricompongono in un sol corpo “ sotto lo scettro di un Rè leale e guerrie­ro ”. Ed ecco presentati agli osservatori stranieri così evocati i punti del programma di cannizzaro, quasi fossero essi a rinvenirli come frutti del “ pensiero ” della “ nazione ”. Prima di tutto “ la pubblica edu­cazione ”, poi, accanto al “ bisogno supremo della difesa ” tutto “ il lavorio del riordinamento civile e politico ”. In questo contesto a insegnanti e stu­denti la patria chiede che dalle scuole esca una ge­nerazione capace di spandere “ i benefìci effetti della scienza su tutti i rami del pubblico servizio e della privata prosperità ” (22).

È stato scritto autorevolmente che nel liberalismo italiano convivevano due anime: “ l'utilitaristica, mo­derata, di impronta liberistica, che... tendeva a ri­durre al minimo la presenza dello Stato, e quella "hegeliana" che potenzialmente estendeva al mas­simo il ruolo dello Stato ”. Nella pratica politica le due “ vocazioni ” spesso si confusero “ non senza ambiguità e reciproche concessioni ” ("). cannizza­ro fu sempre poco “ hegeliano ”, preferendo affidare allo Stato nulla più che il compito (decisivo) di ga­rantire il libero gioco delle forze sociali. Questo è bene espresso in un discorso pronunciato contro l'at­tenuazione della tassa sul macinato: “ lo Stato ita­liano ha ancora molte gravi ingenti spese da soste­nere per rimuovere gli ostacoli fisici e morali, che si oppongono al pieno e libero svolgimento della nostra attività economica e intellettuale, e per acquistare nel concerto europeo quell'autorità, che è nostro di­ritto e nostro dovere ”. Rimanevano quindi necessa-rie “ grandi spese nei lavori pubblici e per istituti utili all'ampliamento della civiltà ”. Per quanto ri­guardava “ le sofferenze delle classi disagiate che la­vorano ”, l'abolizione della tassa sul macinato avreb­be solo aggiunto malessere e malanni “ per il prolun­gamento di questo stato infermiccio, di questo stato cronico-patologico delle nostre finanze e della nostra pubblica economia ” (24).

Il limite più grave della concezione politica di can­nizzaro, e di gran parte della classe dirigente cui apparteneva, era la diffidenza verso ogni forma di organizzazione di massa capace di alterare il rapporto diretto con gli specifici interessi espressi dal ristretto elettorato del collegio uninominale.

Nelle nuove pro­poste organizzative dei cattolici e dei socialisti (i “ neri ” e i “ rossi ”) i liberali moderati come can­nizzaro vedevano un duplice, diverso, pericolo per l'unità del paese. I neri minacciavano l'unità nazio­nale per il loro costante riferimento al potere tem­porale dei papi, i rossi mettevano in crisi l'unità so­ciale agitando lo spettro della lotta di classe e ne­gavano addirittura la sacralità del concetto di na­zione. Il senatore palermitano si pronunciò più volte, e con durezza, su questi temi. Nel '63 non aveva ancora “ nemici ” a sinistra; troppo fresca era la memoria di un'Italia “ coverta di gesuiti e frati di ogni colore ”, delle “ persecuzioni della chiesa colle­gate a quelle delle polizie ”, della “ trama clericale sorretta da una selva di baionette straniere ” (25). Nell'80 fa ancora solo riferimento a “ quel partito reazionario che diramasi per tutta l'Europa, che cer­ca di distruggere tutte le conquiste della civiltà mo­derna e rivolge i suoi strali specialmente sovra que­sta Italia soprattutto quando è retta da un partito arditamente liberale ” (26). Ma nel '98, durante la più grave crisi sociale e politica vissuta dallo Stato uni­tario, i timori di cannizzaro provengono da più direzioni. “ Idee sociali e politiche sovversive”, “ passioni malsane ” si sono insinuate “ nelle nostre popolazioni operaie ”.

A lungo il senatore parla del­le “ diramazioni di quell'associazione mista, laicale ed ecclesiastica che si va estendendo... con l'appa­rente scopo di religione e di carità ”: queste “asso­ciazioni, dette cattoliche... accalappiano affigliati na­scondendo il loro vero scopo ” che è di agire contro l'unità nazionale, l'ordinamento e le spese militari, le alleanze necessarie per la sicurezza. Però ora queste organizzazioni non sono più sole; a Milano, per esem­pio, “ si sono associati in gran numero i maestri alla Camera del Lavoro ”. 20 maestri si sono rifiutati di partecipare con le scolaresche alle commemorazioni delle Cinque Giornate, ma allora non si deve affi­dare “ una scuola a chi non crede il patriottismo sen­timento da coltivare nei giovanotti ” (2?). Questo at­teggiamento accomuna cannizzaro a quei “ liberali più gelosi d'una organizzazione laica dell'organizza­zione civile e che perciò si dichiaravano parimenti avversi ai "rossi" e ai "neri" ” (28).

L'analisi del pensiero politico di cannizzaro ci ha dimostrato fino a che punto egli appartenesse al suo tempo e al suo ceto. Su questa matrice, comune alla classe dirigente post-risorgimentale, affiorano però del­le nervature, degli orientamenti che ci riconducono ad alcuni degli aspetti dell'epistemologia del nostro scien­ziato. Fra i molti riferimenti possibili ne proponiamo uno legato a un momento delicato dell'esperienza po­litica di cannizzaro, durante la discussione sulla leg­ge riguardante il lavoro minorile. Egli stesso ricorda di aver “ sostenuto nell'Ufficio centrale la proibizione del lavoro notturno pei fanciulli ” ma si era poi con­vinto che così facendo si sarebbe andati incontro a “ serie conseguenze ”, prima fra tutte l'ingerenza del governo in tutte le industrie, “ la quale cosa desta nel nostro paese grande ripugnanza ”. Poiché “ l'epo­ca dell'istruzione obbligatoria cessa a nove anni... è buono che il fanciullo, dopo finita l'istruzione ele­mentare, cominci a lavorare ”, purché si tratti di “ un lavoro innocuo ”. Malgrado questa “ innocui­tà ” a cannizzaro pare necessario, con una proposta d'emendamento, porre un limite alla giornata lavo­rativa dei ragazzi compresi fra i 9 e i 12 anni (“ non potranno essere impiegati... che per otto ore di la­voro ”), ma così facendo si contraddice essendosi opposto poco prima ad altri emendamenti “ progres­sisti ” con una motivazione che richiama da vicino la metafora del “ cammino ” della scienza. canniz­zaro aveva sostenuto che l'alzare troppo i limiti d'età avrebbe reso più difficile l'applicazione della legge e aveva definito “ non accidentale ” il fatto che il pro­getto passava da molti anni da un ramo all'altro del Parlamento: “ È questo l'effetto piuttosto di molte idee di molti ostacoli... che sotto mano riescono a fermare il corso di questo progetto di legge ”; occor­re giungere a una conclusione in quanto “ una volta applicato il principio, il progresso della legislazione... ci spingerà a fare altri passi su questa via ” (29).

È una via da percorrere a piccoli passi quella che cannizzaro prospetta al paese, una via spesse volte obbligata, e sentita come tale. Nel proporre una rior­ganizzazione dell'amministrazione dei tabacchi, dopo aver delineato un modo rapido per giungere all'am­modernamento, egli prendeva atto della nostra realtà burocratica e scriveva: “ Bisognerà forse appagarsi che si avvi sin d'ora e si prepari questo ordinamento, rifacendo presso a poco la via che fece in Francia l'amministrazione dei tabacchi prima di giungere al­l'assetto attuale ” (30). Nello stesso modo, in una po­lemica che lo opponeva a kolbe aveva profetizzato: “ Checché ne sia... egli verrà su quello stesso campo su cui noi siamo, poiché noi passammo per la stessa via in cui egli si è fermato ” (31). Per le menti asso­ciate in una nazione, come per le menti dei singoli scienziati l'itinerario è talvolta unico, obbligato.

-Materiali per un'interpretazione.

Giunti al termine di questo studio critico-biografico dobbiamo fare ancora qualche considerazione sui suoi scopi e sui suoi risultati. Gli scopi erano pertinenti alla duplice valenza intrinseca nella storia della chi­mica: si fa opera storiografica, ma si parla della chimica, della sua creatività, del suo valore conosci­tivo, culturale, professionale. Recentemente è stato sottolineato come “ tutto il mondo delle università (negli anni post-risorgimentali) dei professori, dei lo­ro orientamenti e insegnamenti, (sia) ancora in gran parte da studiare ” (32). Quanto abbiamo reperito a proposito di Stanislao cannizzaro si pone in conso­nanza con le vicende politico-culturali dell'Italia libe­rale tratteggiate da R. romanelli; questo ci ha faci­litato il compito di organizzare dei materiali per una interpretazione del ruolo degli scienziati nella vita pubblica di quei decenni. Sul secondo versante ab­biamo cercato di rinnovare un'operazione già avvia­ta da altri, e cioè inserire nell'“ epopea storiografi­ca ” dell'ottocento italiano scienziati che non fossero uomini “ ritagliati ” ("), privati di qualche compo­nente essenziale del loro esserci storico.

I risultati ottenuti riguardano il nesso fra visione del mondo e azione in cannizzaro. Grande evidenza ha il ruolo da lui assegnato all'insegnamento e alla ri­cerca: strettamente connessi, essi risultano in disci­plina educativa per il docente e il discente (34). Un'epi­stemologia psicologica giustifica questa sua ambizione e pone come condizione necessaria di ogni progresso la “ libertà della ragione ”: il successo della scuola di via Panisperna, fondata sull'assoluto rispetto della vocazione di ricerca degli “ allievi ” (35), deve avere confermato in cannizzaro, per lunghi decenni, la giustezza delle sue posizioni ideali. La ragione scien­tifica, infine, deve contribuire all'edificazione di una Società civile, operando non solo nell'educazione dei cittadini, ma nella stessa amministrazione dello Sta­to (36). In questo suo ultimo impegno cannizzaro non ebbe vita facile in quanto si scontrò costante­mente con una cultura che solo in parte minore cor­rispondeva alla sua, ma ciò è stato destino comune a molti intellettuali, nel nostro Paese e altrove.

Istituto di Chimica fisica dell'Università, Torino.

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MessaggioInviato: Ven Ott 06, 2006 2:25 pm    Oggetto:  Cannizzaro e Palermo
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Cannizzaro e Palermo

di Lionello Paoloni.

-La programmazione del trasferimento a Palermo.

II corso degli eventi che portarono Cannizzaro a programmare il proprio trasferimento a Palermo è quindi legato alle vicende del governo luogotenenziale a Palermo ed a quelle del governo nazionale a Torino, che fino al febbraio 1861 non erano state tali da rassicurarlo sulla fattibilità del suo progetto. Concomitante è anche una circostanza certamente non prevista, la morte di Filippo Casoria, avvenuta il 17 maggio. Tuttavia almeno dal 4 febbraio egli era impedito, presu­mibilmente dalla malattia che lo condurrà a morte, a tenere l'ufficio di rettore essendo sostituito negli atti ufficiali dal preside anziano Gregorio Ugdulena.

Federico Napoli nella sopracitata lettera del febbraio, aveva suggerito a Cannizzaro di collaborare ai contatti politici necessari per modificare «lo stato presente della finanza siciliana». Non possiamo documentare se ciò sia avvenuto, ma non vi è dubbio che un evento favorevole fu la nomina di Francesco De Sanctis alla Istruzione pubblica nel governo formato da Cavour il 23 marzo 1861, dopo la proclamazione del Regno d'Italia. Morto Cavour all'inizio di giugno, Filippo Cordova, sostenitore della causa siciliana, entrava nel governo Ricasoli come titolare del ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio. Appariva perciò fondata la prospettiva che il governo acconsentisse a spendere una quota dei tre milioni di contributo straordinario assegnati all'università di Palermo dal decreto prodittatoriale del 19 ottobre 1860.1 primi contatti dettero un risultato, del quale Federico Napoli il 6 giugno informava Cannizzaro: «De Sanctis mi scrive appro­vando la mia idea di farvi venire a Palermo e che da parte sua farà del tutto per contentarvi. Autorizzatemi dunque a proporre che voi, già eletto per la cattedra di Chimica organica, siate intanto destinato per la Chimica inorganica. Scriverò intanto pei fondi del laboratorio, e se voi ci metterete un poco di buona volontà parlandone a Torino, potrete far cosa utile al nostro paese».L'intervento auspicato ci fu, anche se non siamo in condizione di documentarlo. Probabilmente avvenne tramite Quintino Sella, Segretario Generale del ministero dell'Istruzióne, che il I4 giugno firmò per il Ministro la seguente lettera: «Consta a questo Ministero che la S.V. Ill.ma fu tempo fa nominato professore di chimica nella R. Università di Palermo. Ora essendo mancato ai vivi il Sig. Filippo Casoria, professore di chimica inorganica nella medesima università, lo scrivente desidera conoscere se Ella intenda di assumere in quella Università l'insegnamento che Le fu affidato, e quindi attende dalla sua gentilezza un cenno in proposito». Questa lettera reca a margine l'annotazione di mano di Cannizzaro: «Risposta alla lettera del Ministero di pubblica istruzione Div.2a sez.1a, SI»; ma alla minuta di essa, conservata nel fascicolo personale, manca qualsiasi riscontro.

La successiva nota ministeriale del 17 agosto informò Cannizzaro degli impegni assunti dal ministero nel pieno rispetto dell'autonomia propositiva del Consiglio Superiore della pubblica Istruzione delle Province siciliane, e delle prerogative del governo luogotenenziale. Infatti, riconosciuta l'urgenza di prov­vedere secondo la relazione ed il progetto di massima che Cannizzaro aveva presentato al Consiglio Superiore delle Province siciliane «il Ministro sottoscritto ha oggi stesso conferta facoltà alla Segreteria Generale delle Province stesse d'iniziare tutte le pratiche ed i lavori occorrenti a tal uopo, riservandosi di impostare sul bilancio 1862 la somma necessaria da prelevarsi sul fondo cospicuo assegnato dal Prodittatore con Decreto 19 ottobre 1860». Dopo aver specificato che la Segreteria Generale era autorizzata a far allestire una perizia dei lavori necessari per l'adattamento dei locali, il ministro riteneva che per tali lavori e per il corredo scientifico del laboratorio occorresse la guida di un esperto e «perciò fa preghiera [a Cannizzaro] di recarsi a Palermo per dare i necessari suggerimenti, e prendere quei provvedimenti che saranno più acconci d'accordo con il Signor Segretario Generale al quale vennero impartite le necessarie istruzioni».

Il Segretario Generale della pubblica Istruzione del nuovo governo sici­liano (luogotenente Alessandro Della Rovere) era, dalla fine di giugno, Federico Napoli. Egli il 23 luglio aveva preavvisato Cannizzaro di quanto predisposto (sicché la lettera ministeriale del 17 agosto fu per lui una conferma di decisioni attese), rassicurandolo su due punti importanti.

Primo, rispetto ad opposizioni che dovevano esser note ad entrambi diceva: «resisterò per ciò che riguarda lo stabilimento di un laboratorio chimico sulle basi da voi tracciate e spero di venirne a capo con un poco di pazienza; persuaso che sarà questo uno dei progressi più veri e pratici che possano farsi in Sicilia». Secondo, sulla sede, per la quale dovevano esserci state intese preliminari, aggiungeva: «quanto al locale esso è sempre a nostra disposizione e non sarà adoperato ad alcun altro uso».

La conclusione era incoraggiante: «Qui le cose vanno molto bene, e se continuano di questo piede fra un tempo non lungo, sarà la Sicilia una delle province più utili per l'intera Nazione».

Il contesto in cui avviene il trasferimento a Palermo.

La conclusione ottimista della lettera di Federico Napoli aveva una sua giustificazione sia nel quadro generale, sia nelle prospettive sembravano aprirsi nel momento del rientro di Cannizzaro in Sicilia.

Nel gennaio 1861 un decreto luogotenenziale dava vita al Reale Istituto d'Incoraggiamento di Agricoltura, Arti e Manifatture per la Sicilia, nominandone presidente Emerico Amari. Al pari di istituzioni analoghe sorte in varie città italiane, esso doveva coordinare strumenti educativi e mezzi finanziari, pubblici e privati, al fine di promuovere lo sviluppo di attività produttive basate sulle nuove conoscenze scientifiche. Nei mesi successivi ne veniva definita l'organizzazione interna con la nomina del vice-presidente Ferdinando Gaudiano, del Segretario generale Francesco Dotto Scribani (anch'egli chimico), di un direttore per la classe rurale ed uno per la classe civile, e di vari soci, corrispondenti ed onorari, con funzioni di consulenza e di rappresentanza. Tra questi erano stati via via inclusi, oltre a Cannizzaro, Gaetano Giorgio Gemmellaro, Ascanio Sobrero, Francesco Selmi. In giugno l'Istituto si fece carico della scelta e delle spese per la rappre­sentanza siciliana alla Esposizione Italiana che si sarebbe aperta a Firenze nel mese di settembre.

Nello stesso periodo il Consiglio Provinciale, presieduto da Mariano Stabile, aveva deliberato, su proposta della propria commissione di Istruzione Pubblica, una serie di provvedimenti a favore dei comuni per stipendi e premi destinati a promuovere attività educative e formative per adulti, con lo scopo agevolare lo sviluppo di nuove produzioni agricole ed artigianali. In questa prospettiva il Consiglio aveva chiesto, con voto unanime, che venisse istituita nell'università di Palermo una cattedra di veterinaria. Con eguale intento la Società di Acclimatazione e di Agricoltura in Sicilia , presieduta da Francesco Anca, consigliere comunale, portava avanti su terreni privati la sperimentazione di nuove colture, tra cui quella del sorgo zuccherino, e sollecitava l'apertura di un Giardino di Acclimatazione da aggregare all'Orto Botanico.

Dal canto suo il Dicastero della Istruzione, subito dopo l'insediamento di Federico Napoli, avendo ottenuto dal ministro De Sanctis fondi per la riforma dell'insegnamento primario attraverso le scuole normali e magistrali previste dalla legge italiana, aveva deliberato l'apertura di apposite Conferenze Magistrali, da tenersi a cura dei comuni nelle province di Palermo, Girgenti e Catania dal 1 agosto al 15 ottobre. Lo scopo, descritto nell'art.2 del decreto (Giornale Officiale del 4 luglio 1861) era «di far conoscere ai maestri quali sieno veramente la natura e i limiti dello insegnamento elementare, e di render loro familiari i metodi che l'esperienza ha dimostrato più acconci. Perciò esse verseranno principalmente sul modo di svolgere i programmi delle scuole elementari inferiori, sulle discipline da osservarsi nelle scuole tanto diurne che serali, tanto pei fanciulli che per gli adulti». Mentre i professori destinati alle Conferenze erano a carico del ministero, i comuni dovevano «sovvenire con conveniente indennità i maestri chiamati ad assistere a tali conferenze», avvertendo che quanti si fossero sottratti a tale obbligo sarebbero stati «considerati dimissionari dall'ufficio di pubblici insegnanti». L'im­pegno per la loro realizzazione da parte del nuovo sindaco di Palermo, Salesio Balsano (nominato il 10 luglio), ne permise l'inaugurazione il 1 agosto, nella sede dell'università, con una solenne cerimonia alla quale intervennero il luogotenente Della Rovere, il nuovo rettore Salvatore Cacopardo e varie autorità politiche ed accademiche. Le Conferenze per le maestre vennero aperte successivamente ed ebbero uno svolgimento separato.

A questo fervore di iniziative locali si affiancava l'azione di Filippo Cordova, dal 13 giugno ministro per l'Agricoltura, Industria e Commercio nel governo Ricasoli. Egli portò a compimento l'organizzazione dell'Esposizione Italiana. Da essa il governo si aspettava non solo un impulso alla crescita economica, ma anzitutto risultati politici: uno di immagine della realtà nazionale emersa dalla unificazione e uno di stimolo al processo unitario verso le province romane e venete. In questo quadro assumeva rilievo politico anche la partecipa­zione italiana alla Esposizione Universale di Londra (la cui apertura era fissata per il 1 maggio 1862). Al Comitato ministeriale Cordova affiancò una Commis­sione che doveva promuoverla e chiamò a fame parte anche Raffaele Piria, che a sua volta portò Cannizzaro nella Giuria Intemazionale. Di altre iniziative del ministro abbiamo notizia dalla sua corrispondenza con Cannizzaro: la riforma dell'insegnamento nelle scuole agrarie dipendenti dal ministero; l'eventualità di istituire a Messina una Università Commerciale; l'avvio degli studi necessari per realizzare una carta geologica d'Italia; l'eventuale prospczione geologica in Sicilia per la ricerca di carbone fossile; la traduzione italiana di un manuale per le analisi chimiche tecniche; la modemizzazione dell'estrazione dello zolfo in Sicilia. A ciò fanno riscontro varie decisioni politiche: l'istituzione di «una Giunta consultiva per discutere i metodi e stabilire le norme per la formazione di una carta geologica del Regno d'Italia» (20 agosto); l'introduzione nelle scuole siciliane e napoletane dell'insegnamento del sistema metrico decimale (21 agosto); l'istituzione di una Giunta per il miglioramento dell'industria solfifera siciliana di cui è membro Cannizzaro (13 ottobre). Angelo Pavesi, interpellato da Cannizzaro sul manuale di analisi tecniche che il ministro voleva far tradurre, nella lettera di risposta commentava: «Cordova s'adopera a tutt'uomo per la Sicilia. ...Io desidero un Cordova per la Lombardia».

Nel quadro della politica di decentramento amministrativo della Istruzione pubblica il il ministro De Sanctis aveva decretato il 4 agosto un'ampia delega di poteri ai Rettori e Capi di Istituto per le università ed ai Provveditori agli studi per le scuole secondarie e primarie. Nel caso delle Province siciliane, che avevano un proprio Consiglio Superiore per l'Istruzione pubblica, i rapporti tra i rettori e l'amministrazione centrale (già regolati da un decreto del 5 maggio precedente) vengono ridefiniti il 12 settembre, temperando il decentramento già in atto con un obbligo di corrispondenza generalizzato su tutti gli affari amministrativi. È nell'ambito di questo quadro normativo che il rettore Cacopardo il 27 settembre pubblicava un messaggio per annunciare la prossima entrata in vigore degli statuti e regolamenti d'esame stabiliti dalla legge Casati, promulgati in Sicilia dal governo Mordini con decorrenza dall'anno scolastico 1861-62. L'inizio delle sessioni degli esami di ammissione era fissato per il 15 ottobre. La «lettura della orazione inaugurale», in una seduta solenne alla presenza del Luogotenente Generale del Rè (il conte Ignazio de Genova di Pettinengo, succeduto a Della Rovere che il 17 settembre era stato nominato ministro della Guerra), era fissata per il 10 novembre, l'inizio delle lezioni per il giorno successivo.

Queste scadenze, comunicate al ministro della Istruzione pubblica, gli imponevano di provvedere a quanto di sua competenza: le nomine dei professori straordinari cominciarono ad essere pubblicate dal 24 ottobre; il decreto pef il trasferimento di Cannizzaro a Palermo è del 28 ottobre. Nel Giornale Officiale di Sicilia del 29 si legge la seguente notizia: «Siamo lieti di annunziare i grandi miglioramenti che nel prossimo anno riceveranno vari stabilimenti scientifici dell'Ateneo palermitano. Oltre l'ingrandimento dell'Orto Botanico con un giardino di acclimatazione, di che abbiamo fatto cenno altra volta, il Dicastero d'Istruzione ha posto nel progetto di bilancio del 1862 per facoltà concessane dal Ministro, i fondi necessari onde creare un grande laboratorio chimico con una scuola pratica. B stata inoltre stanziata dietro superiore autorizzazione, la somma necessaria per trasformare il grande locale dell'antica biblioteca della Università in un museo di mineralogia, dove sarà esposta la magnifica raccolta mineralogica lasciata in dono dal cav. Cesare Airoldi di compianta memoria, arricchita di acquisti posteriori. I lavori nell'Osservatorio Astronomico sono già intrapresi». Passarono ancora due settimane prima che lo stesso giornale desse notizia del decreto che nominava «il Cav. Stanislao Cannizzaro Professore ordinario di Chimica organica e inorganica nella Regia Università di Palermo e Direttore dell'annessovi laboratorio». Il ritardo nella informazione può essere giustificato almeno in parte con i tempi burocratici richiesti dal formale rispetto dell'autonomia delle Province siciliane: infatti il decreto fu inviato al Luogotenente del Rè a Palermo con una lettera del ministro che concludeva così: «La S.V. Ill.ma vorrà essere cortese di curare che il Decreto sopradetto sia registrato alla Corte dei Conti di codesta Città, dopo di che Ella si compiacerà di trasmetterlo al Sig. Rettore della Università di Palermo perché possa essere consegnato al Titolare».

-I preparativi per la partenza e l'arrivo a Palermo.

Da una lettera di Pavesi del 15 giugno sappiamo che Cannizzaro prevedeva di recarsi a Parigi durante le vacanze, ma dubitiamo che lo abbia fatto perché lo stesso Pavesi in una lettera successiva insiste per avere informazioni «circa i tuoi progetti per le vacanze». Egli si recò a Palermo come suggeriva il ministro nella lettera del 17 agosto. La corrispondenza familiare indica che vi giunse da solo e vi si trattenne fino al 4 o 5 di settembre, quando partì alla volta di Catania per poi recarsi a Giarre. Dalle lettere che qui ricevette sappiamo che vi rimase almeno dal 14 al 20 settembre soggiornando in albergo, per curare affari inerenti alle proprietà sue o della famiglia. Non sappiamo se sia rientrato direttamente a Genova imbarcandosi a Messina, oppure via Palermo. Era comunque a Genova almeno nella seconda settimana di ottobre e certamente si recò poi a Torino per meglio definire alcune condizioni importanti per il suo trasferimento.

Ricevuta notizia della nomina Cannizzaro constatò che lo stipendio sta­bilito nel decreto per l'ufficio di Professore e Direttore, £ 3500, riduceva le sue entrate di 1100 lire l'anno. Non volendo accettare tale danno economico il 31 ottobre scrive al ministro una lunga lettera nella quale, dopo aver riepilogato tutta la propria carriera, aggiunge: «Permetta V.S. Ill.ma che io le rammenti che nella mia lettera in risposta alla ministeriale del 14 giugno 1861 colla quale mi invitava ad assumere l'insegnamento di Chimica nella Università di Palermo, io non chiesi si aumentasse il mio stipendio, ma chiesi che almeno non diminuisse. V.S. Ill.ma non troverà certamente esagerata una tal dimanda; tanto più se considera l'aumento del lavoro che mi verrà dalla natura complessa della scuola. In tale stato di cose permetta V.S. Ill.ma che prima di abbandonare l'attuale mio posto in questa Università, attenda ulteriori ordini di V.S., i quali mi pongano al sicuro che in questa traslocazione da me non chiesta io non abbia a ledere profondamente i miei attuali interessi e quelli avvenire della mia famiglia».

Un decreto del 3 novembre assegnò a Cannizzaro £ 1000 per l'ufficio di Direttore del laboratorio chimico. Informato di tale decisione, dopo aver ringra­ziato egli ricorda al ministro di essere impegnato nei lavori della commissione per il concorso alla cattedra di chimica organica nella università di Napoli e che perciò dovrà ritardare la partenza per Palermo. Cannizzaro considerava importanti i giudizi che tale commissione (dove egli era con Piria e Pavesi) avrebbe dato sui vari candidati, e voleva servirsene per influire sulla scelta del suo successore a Genova. Notizia di ciò si ricava da una lettera piuttosto dura di Piria, che rifiuta di influenzare tale scelta, e da una di Pavesi. Quest'ultima accenna ad un disaccordo tra il ministro De Sanctis (che avrebbe visto favorevolmente la nomina di un professore tedesco) ed il suo segretario generale Francesco Brioschi.

Dal canto suo il rettore di Palermo, informato da Cannizzaro dell'inevi­tabile ritardo con cui raggiungerà la nuova sede, il 7 novembre si rivolse al ministro affinchè, prima del 20, «abbia cura di mandare un di lui sostituto, mentre in questa città è molto difficile trovare altri che possa degnamente supplirlo in una cattedra di tanto interesse».

La progettata vacanza di Cannizzaro a Parigi, menzionata da Pavesi, aveva probabilmente come obbiettivo di trovare qualche giovane valente formatesi in una buona scuola e disposto a recarsi a lavorare con lui a Palermo. Dopo la lettera ministeriale del 17 agosto, prima di lasciare Genova, deve aver incaricato qual­cuno, forse Wurtz, di prendere contatti in tal senso. Sta di fatto che il 21 agosto Alfred Naquet gli scrisse da Parigi per rispondere a quesiti che gli erano stati posti e in un discreto italiano dice: «Egregio Signore, non ho mai lavorato che in Francia e non conosco il tedesco... Accettarci con piacere il grado di assistente nel laboratorio di Palermo, se questo laboratorio si fa. Vorrei però prima di promettere, sapere che lavoro sarebbe il mio e che sarebbero le condizioni pecuniarie. ...». Non avendo ricevuto risposta entro il 1 settembre, come aveva chiesto, Naquet scrisse di nuovo per confermare la propria disponibilità. Tuttavia il progetto non si realizzò in quella circostanza e le carte reperite non danno informazioni sui motivi. Di fatto Naquet verrà a Palermo due anni dopo e stabilirà con Cannizzaro un duraturo rapporto di amicizia.

La posizione di primo assistente e vice-direttore, creata il 3 novembre nel laboratorio di Palermo, fu data al preparatore di Genova Antonio Rossi, con decorrenza dal 16 novembre. Ricevuta notizia della nomina il giorno 8, Rossi ringraziò il ministro e comunicò che sarebbe partito per Palermo il lunedì successivo. Il che sicuramente avvenne, poiché venerdì 15 novembre egli prestava il prescritto giuramento davanti il rettore Cacopardo. La fretta con cui avveniva tale partenza era motivata, almeno in parte, dalla sollecitazione che il rettore aveva rivolto al ministro.

Nella stessa data del 3 novembre e con la medesima decorrenza dal 16, veniva nominato primo preparatore Giovanni Campisi, palermitano. Dopo aver conseguito la licenza di Farmacia, dal 1853 egli era stato assistente onorario alla cattedra di Casoria. Nominato farmacista militare dal governo di Garibaldi il 29 inaggio 1860, era tornato nell'università come assistente provvisorio con un decreto Mordini-Ugdulena del 23 ottobre 1860, ed era quindi già conosciuto da Cannizzaro. Lezioni ed esercitazioni potevano dunque essere avviate anche in assenza del professore titolare.

Cannizzaro giunse due settimane più tardi; sicuramente era a Palermo il 1 dicembre perché in tale data prestò giuramento come membro del Consiglio Superiore di Pubblica Istruzione ed Educazione di Sicilia.

-Professore a Palermo: le vicende del primo anno.

Poco dopo l'arrivo di Cannizzaro a Palermo muta la situazione politica: all'inizio di gennaio il governo Ricasoli delibera che, con decorrenza 1 febbraio, cesserà la Luogotenenza generale del Re nelle province siciliane e che tutti i poteri esercitati dai Segretari generali dei vari dicasteri passeranno al governo nazionale. È la fine della autonomia. Per il periodo di transizione viene nominato un Regio Commissario nella persona dell'avvocato Carlo Faraldo (già Segretario generale del dicastero degli intemi), alla cui firma è subordinata la validità di tutti i mandati di pagamento tratti sul bilancio delle province siciliane.

La crisi e la caduta del governo Ricasoli all'inizio di marzo non toglie efficacia al provvedimento, ma forse dilaziona l'assunzione di iniziative. Esiste nel fascicolo personale di Cannizzaro un carteggio, attivato l'11 marzo 1862 da un rilievo del Regio Commissario che contesta la legittimità dell'insediamento di Cannizzaro nel Consiglio Superiore di Pubblica Istruzione di Sicilia. Egli obbietta che Cannizzaro doveva considerarsi decaduto da tale ufficio perché, nominato con decreto Pro-Dittatoriale del 23 ottobre 1860, non ne aveva preso possesso entro 40 giorni. Su tale base il Regio Commissario riteneva di non poter disporre il pagamento della indennità prevista per i mèmbri del Consiglio.

La faccenda si risolverà nell'arco di circa due mesi. Essa vale però a dare un'idea dell'atmosfera e dei rapporti che si sarebbero stabiliti tra il professore che tornava dall'esilio politico animato di spirito innovativo e quella parte della burocrazia locale-piemontese che nell'amministrazione rappresentava intenzioni ed interessi discordanti da tale spirito. Questo scontro evidenziava solo un aspetto della complessa situazione che Cannizzaro dovette affrontare.

La corrispondenza che agli avviò con Matteucci, nominato ministro della Istruzione Pubblica dal 1 aprile, si svolse necessariamente su due piani: uno privato ed uno ufficiale. Avviata per il tramite di Francesco Brioschi, Segretario generale del ministero ed amico comune, tocca temi e problemi assai diversi tra loro ed è segnata da divergenze di opinioni. La contestazione fatta dal Regio Commissario è accennata da Cannizzaro «come cosa che riguarda il mio decoro» nella parte conclusiva della lettera del 7 aprile 1862, presumibilmente diretta a Brioschi. Di ciò non si fa più menzione nella corrispondenza successiva. Quello che preoccupa Cannizzaro è invece il ritardo nei lavori concordati nella corrispondenza tra Federico Napoli ed il Ministro De Sanctis: il suo laboratorio deve essere collocato nei locali utilizzati come magazzino per i materiali destinati al progettato Museo di Mineralogia. Nulla si è fatto per questo, e di conseguenza nulla per il Laboratorio di chimica; anzi «ora è venuto sin anche il dubbio se si porrà mai mano a tali opere».

Certamente la prima causa è la perdita di autonomia nelle decisioni di spesa e la paralisi amministrativa conseguente al conflitto di poteri tra Regio Commis­sario e Segretario Delegato, per colpa «anche del Governo che ci tiene a forza Napoli che non vuole starci ed ora se ne occupa meno che mai». A ciò va aggiunto l'abbandono di fatto del rettore Cacopardo, le cui funzioni sono affidate al preside anziano Giovanni Bruno. Nel quadro si inseriscono i disordini provocati da studenti che reclamano per le nuove tasse e che sono strumentalizzati dall'opposizione politica. Il pessimismo di Cannizzaro, ampiamente giustificato, sembra ora tem­perato dalla nomina di Matteucci. Ma la sua risposta, nella lettera del 18 aprile, fu tutt'altro che incoraggiante: dissentiva su tutti i suggerimenti che Cannizzaro aveva fatto direttamente e tramite Brioschi. Rifiutava di nominare Gaetano Cacciatore perché «non mi pare robba da Rettore». Sui finanziamenti per portare avanti i lavori programmati, ancora peggio: «Per i soldi ed altre spese tirate via e abbiate pazienza». Per il viaggio di Cannizzaro in Inghilterra quale giurato aggiunto dell'Esposizione Universale di Londra: «Restate a Palermo e sarete molto più utile che andando a Londra dove potrete andare anche più tardi». Sull'autonomia gestionale la risposta non era soltanto negativa, ma peggiorava anche la prospettiva politica: «sono deciso a farla finita con la vostra Delegazione [il dicastero dell'Istruzione pubblica era retto da un Segretario Delegato i cui mandati andavano alla firma del Regio Commissario] ed a passarne le attribuzioni ampliate al Consiglio Superiore».

Cannizzaro tuttavia non ne fu particolarmente scoraggiato. Continuò i contatti epistolari con Pavesi e Lessona per attrezzare il futuro Laboratorio, andò a Parigi ed a Londra nel giugno e luglio successivo, come sappiamo dalla corrispondenza che ebbe con Piria e con Pavesi. Il suo avvio a Palermo era 4i verso da come lo aveva immaginato e le prospettive più difficili. Un segno ulteriore del loro deterioramento fu la decisione del suo primo assistente e vice-direttore Antonio Rossi di lasciare Palermo. Non sappiamo come questa scelta sia maturata, ma è ragionevole supporre che il giovane fosse preoccupato di restare addetto unicamente alle esercitazioni per gli studenti, senza una attività di ricerca speri­mentale per un periodo di durata imprevedibile. Il Rossi fu bene accolto a Torino da Piria, lieto di avere un valido aiuto, come scrisse in proposito a Matteucci.

La documentazione disponibile consente di stabilire che Cannizzaro era già informato dell'abbandono da parte del Rossi il 25 settembre, perché in tale data gli scrisse una lettera cui Rossi risponde il 4 ottobre. Il posto resosi vacante venne occupato da Adolf Lieben che il 5 ottobre aveva scritto a Cannizzaro di essere disposto a venire in Italia, pur senza fare riferimento a Palermo. Matteucci provvide sollecitamente alla sua nomina alla fine di novembre, dandone comunicazione a Cannizzaro subito dopo l'apertura della crisi politica che avrebbe portato alla caduta del gabinetto Rattazzi sulla vicenda della spedizione garibaldina ed i fatti di Aspromonte. Lieben arrivò a Palermo nel marzo dell'anno successivo.

La politica universitaria di Matteucci incontrò il dissenso di una parte cospicua dell'ambiente accademico. Un'eco di questo dissenso si trova nella lettera di Pavesi dell'8 novembre 1862, che, invitato da Cannizzaro ad esprimere soli­darietà a Matteucci, rifiutò facendogli carico di aver fatto «una legge che ha tolto " libertà d'insegnamento», e dichiarandosi «partigiano forse esagerato e cieco, del sistema [universitario] germanico». Comunque l'iniziativa ebbe successo e di ciò Matteucci espresse apprezzamento a Cannizzaro nell'ultima lettera che gli indi­rizzò come ministro.

La conclusione della crisi politica aprì a Cannizzaro una prospettiva decisamente più favorevole: nel governo presieduto da Luigi Carlo Farmi, inse­diato 1'8 dicembre 1862, il ministero dell'Istruzione Pubblica veniva affidato a Michele Amari. Egli restò in carica fino al settembre 1864 e introdusse varie innovazioni nell'ordinamento dell'università di Palermo. La documentazione e l'analisi del ruolo che vi ebbe Cannizzaro sarà argomento di un successivo Quaderno.

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