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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Eugenio Montale: Vita&Opere.
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Ott 10, 2006 3:33 pm    Oggetto:  Eugenio Montale: Vita&Opere.
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Eugenio Montale: Vita

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Eugenio Montale durante un'intervista. Nobel per la letteratura 1975.

«Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni»

(Motivazione del Premio Nobel)


Eugenio Montale (Genova, 12 ottobre 1896 – Milano, 12 settembre 1981) è stato un poeta italiano, premio Nobel per la letteratura nel 1975.

Indice [in questa pagina]:

1 Biografia
2 Le radici "nascoste" della poesia di Montale
3 Il "mondo" di Montale: le incancellabili suggestioni della Liguria
4 Tra silenzio e scrittura: l'anticonformismo discreto della nuova poesia
5 La disarmonia col mondo
6 La poetica
7 Bibliografia

**************

Biografia

Le radici "nascoste" della poesia di Montale:

Eugenio Montale nasce a Genova nella zona di Principe, il 12 ottobre 1896, in una famiglia di commercianti di prodotti chimici (il padre, tra l'altro, era il fornitore dell'azienda di Italo Svevo). Bianca Montale, una nipote del poeta, così tratteggia in una sua "Cronaca famigliare" del 1986, i tratti caratteriali comuni della famiglia:

«L'ansia, la fragilità nervosa, la timidezza, la concisione nel parlare e nello scrivere, una visione prevalentemente tendente al peggio di ogni vicenda, un certo senso dell'umorismo.»

(Bianca Montale)


Ultimo di sei figli, il giovane Eugenio gode di quella libertà un po' trascurata e malinconica che di solito è riservata all'ultimo di molti fratelli, come lui stesso ricordò in un'intervista:

«Eravamo una famiglia numerosa, i miei fratelli andavano nello scagno (nota: l'ufficio, in genovese), l'unica mia sorella frequentò l'università, per me non era il caso di parlarne. In molte famiglie esisteva il tacito accordo che il cadetto fosse dispensato dal tenere alto il buon nome della famiglia.»

E infatti, sebbene nel 1915 venga iscritto all'Istituto tecnico commerciale "Vittorio Emanuele" (scuola tecnica serale di Genova), dove si diplomerà in Ragioneria, il giovane Montale ha tutto l'agio di coltivare i propri interessi prevalentemente letterari, frequentando le biblioteche cittadine e assistendo alle lezioni private di filosofia della sorella Marianna.

La sua formazione è dunque quella tipica dell'autodidatta, che scopre interessi e vocazione attraverso un percorso libero da condizionamenti che non siano quelli della sua stessa volontà e dei limiti personali. Letteratura (Dante in primo luogo) e lingue straniere sono il terreno in cui getta le prime radici l'immaginario montaliano; assieme al panorama, ancora intatto, della Riviera ligure di levante: Monterosso al Mare e le Cinque Terre (SP), dove la famiglia trascorre le vacanze.

Sugli anni di formazione del poeta non c'è altro da aggiungere, se non gli studi musicali che coltiva dal '15 al '23 con l'ex baritono Eugenio Sivori, studi che lasciano in lui un vivo (ma superficiale) interesse per la musica.

Entrato all'Accademia militare di Parma, fa richiesta di essere inviato al fronte, e dopo una breve esperienza bellica in Vallarsa e Val Pusteria, è congedato nel '20.

"Scabri ed essenziali", come egli definì la sua stessa terra, gli anni della giovinezza delimitano in Montale una visione del mondo in cui prevalgono i sentimenti privati e l'osservazione profonda e minuziosa delle poche cose che lo circondano – la natura mediterranea e le donne della famiglia.

Ma quel "piccolo mondo" è sorretto intellettualmente da una vena linguistica nutrita di instancabili letture, le più proficue che si possano desiderare: quelle finalizzate al solo piacere della conoscenza e della scoperta. E in quella periferia d'Europa, negli stessi anni in cui D'Annunzio rimbomba per tutta la penisola, Montale ha la fortuna di scoprire non tanto una vocazione di poeta, quanto l'amore per la poesia.

Il "mondo" di Montale: le incancellabili suggestioni della Liguria

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Firma autografa di Montale in calce a scritto inedito del 1979.

Montale ha scritto relativamente poco: quattro raccolte di brevi liriche, un "quaderno" di traduzioni di poesia e vari libri di traduzioni in prosa, due volumi di critica letteraria e uno di prose di fantasia. A ciò si aggiunga la collaborazione al «Corriere della sera», ed è tutto. Il quadro è perfettamente coerente con l'esperienza del mondo così come si costituisce nel suo animo negli anni di formazione, che sono poi quelli in cui vedono la luce le liriche della raccolta Ossi di seppia. Era il momento dell'affermazione del fascismo e della "reclusione" nella provincia ligure, una sorta di tenaglia che gli ispirerà una visione claustrofobica e impotente della vita di cui non fu tuttavia del tutto consapevole, almeno fino agli anni della maturità, nella nuova stagione dell'impegno civile neorealista.

L'emarginazione sociale a cui era condannata la classe di appartenenza, colta e liberale, della famiglia, acuisce nel poeta la percezione del mondo, la capacità di penetrare nelle impressioni che sorgono dalla presenza dei fenomeni naturali: la solitudine genera il colloquio con le cose, quelle piccole e insignificanti della natura ligure, o quella lontana e suggestiva del suo orizzonte, il mare. Una natura "scarna, scabra, allucinante", e un "mare fermentante" dal richiamo ipnotico, come solo quello mediterraneo abbacinato dal sole può suscitare. In una vita che appare già sconfitta prima ancora di cominciare, la natura ispira un sentimento di dignità profonda ed essenziale che è lo stesso che si prova leggendo le liriche del poeta.

Tra silenzio e scrittura: l'anticonformismo discreto della nuova poesia.

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Montale insieme ad Elio Vittorini.

Con questo grande bagaglio letterario e spirituale, Montale giunge a Firenze nel 1927 per il lavoro di redattore ottenuto presso l'editore Bemporad. Nel capoluogo toscano gli anni precedenti erano stati decisivi per la nascita della poesia italiana moderna, soprattutto grazie alle aperture della cultura fiorentina nei confronti di tutto ciò che accadeva in Europa. Le Edizioni della «Voce»; i "Canti orfici" di Dino Campana (1914); le prime liriche di Ungaretti per «Lacerba»; e l'accoglienza che poeti come Cardarelli e Saba avevano ricevuto presso gli editori fiorentini: tutto ciò aveva gettato le basi di un profondo rinnovamento culturale che neppure la censura fascista avrebbe potuto spegnere. Montale dunque entra silenziosamente, ma con l'impressionante "biglietto da visita" dell'edizione degli Ossi del '25, nell'officina della poesia italiana. Nel '29 è chiamato a dirigere il Gabinetto scientifico letterario G. P. Vieusseux (ne sarà espulso nel '38 dal fascismo); nel frattempo collabora alla rivista «Solaria», frequenta i ritrovi letterari del caffè delle «Giubbe Rosse» conoscendovi Gadda e Vittorini, e scrive per quasi tutte le nuove riviste letterarie che nascono e muoiono in quegli anni di incessante ricerca poetica.

La vita a Firenze però si trascina per il poeta tra incertezze economiche e fragili rapporti sentimentali; i suoi "libri della vita" sono Dante e Svevo, coi classici americani; degli innumerevoli altri non parla se non indirettamente, attraverso la tracce da essi lasciate nella sua opera. Fino al '48, l'anno del trasferimento a Milano, egli pubblica le grandi raccolte poetiche Occasioni e Bufera. Montale ha dunque coltivato la propria "vena" poetica nell'atmosfera raccolta e amichevole di un mondo di intellettuali che il fascismo condanna a un deprimente silenzio, non tanto con imposizioni violente quanto con la forza schiacciante di un conformismo di massa che rende vano ogni tentativo di rivolta e invisibile la differenza di chi non vuole adattarsi. In questa clausura, il lavoro, l'amicizia e lo scambio intellettuale sono però profondi e decisivi, tanto che Franco Fortini può dire che la poesia di Montale (con particolare riferimento proprio agli Ossi e a Occasioni) è parsa, a partire dagli anni '60, la più alta di tutto il Novecento italiano.

La disarmonia col mondo

«L'argomento della mia poesia (...) è la condizione umana in sé considerata: non questo o quello avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l'essenziale col transitorio (...). Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia»

(E. Montale in "Confessioni di scrittori (Intervista con se stessi)", Milano 1976)

L'ultima tappa del breve viaggio di Montale nel mondo è Milano (dal '48 alla morte). Diventato collaboratore del "Corriere della sera", scrive critiche musicali e reportage culturali da vari paesi (fra cui il Medio Oriente, visitato in occasione del pellegrinaggio di Papa Paolo VI in Palestina). Ma "viaggiare" non è parte dell'immaginario poetico montaliano; non per nulla l'antologia dei suoi reportage porta il titolo di "Fuori di casa" (1969). Il mondo di Montale è la "trasognata solitudine" (A. Marchese) del suo appartamento milanese di via Bigli. Questo poeta, che ha cantato il mare e l'ultima donna-angelo della poesia italiana, è "della razza di chi rimane a terra": non è l'infinito il suo mondo, né del mare né del cielo, ma il mistero indecifrabile, e forse inesistente, degli oggetti quotidiani che accompagnano il disincanto di un poeta che non vuole dirsi tale.

Le ultime raccolte di versi, Xenia ('66), Satura ('71) e Diario del '71 e del '72 ('73), testimoniano in modo definitivo il distacco del poeta - ironico e mai amaro - dalla Vita con la maiuscola: «pensai presto, e ancora penso, che l'arte sia la forma di vita di chi veramente non vive: un compenso o un surrogato» (Montale, Intenzioni. Intervista immaginaria, Milano 76). Nel poeta ligure sono confluiti quegli spiriti della "crisi" che la reazione anti-dannunziana aveva generato fin dai Crepuscolari: tutto ciò che era stato scritto con vena ribelle nel brulicante mondo poetico italiano tra le due guerre, in lui diventa poesia vera ed alta, l'ultima possibile prima di scoprire altre ragioni per essere poeti. E paradossalmente, il poeta più trasognato e "dimesso" del novecento italiano, è anche stato il più carico di riconoscimenti ufficiali: lauree ad honorem (Milano '61, Cambridge '67, Roma '74), nomina a senatore a vita nel '67 e premio Nobel nel '75. Nel pieno del dibattito civile sulla necessità dell'impegno politico degli intellettuali, Montale continuò ad essere il poeta più letto in Italia. A testimonianza forse del fatto che il compito della poesia non è mai stato quello di dare risposte ma di rieducare a guardare il mondo.

*****************

Bibliografia

-Roberto Mosena, Le affinità di Montale. Letteratura ligure del Novecento, Edizioni Studium, Roma 2006
-Giuseppe Leone, Eugenio Montale nel primo centenario dalla nascita, "Quei suoi "limoni" in orti leopardiani", su Il Punto Stampa, Lecco, Dicembre 1996.

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( Biografia tratta da Wikipedia, l'enciclopedia libera:
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MessaggioInviato: Mar Ott 10, 2006 3:46 pm    Oggetto:  Eugenio Montale: Opere.
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Eugenio Montale: Opere.

Le raccolte di versi contengono la storia della sua poesia: Ossi di seppia (1925); Le occasioni (1939); Finisterre (1943); Quaderno di traduzioni (1948); La bufera e altro (1956); Farfalla di Dinard (1956); Xenia (1966); Auto da fè (1966); Fuori di casa (1969); Satura (1971); Diario del '71 e del '72 (1973); Sulla poesia (1976); Quaderno di quattro anni (1977); Altri versi (1980); Diario Postumo (1996).

"Ossi di Seppia"

Il primo momento della poesia di Montale rappresenta la felice affermazione del motivo lirico. Montale, in Ossi di seppia (1925), attinge l'impossibilità di dare una risposta all'esistenza: nella lirica "Non chiederci la parola" egli afferma che è possibile dire solo "ciò che non siamo, ciò che non vogliamo", sottolineando, anche grazie all'aridità del dettato poetico, l'arsura e la negatività della condizione esistenziale (lo stesso titolo dell'opera è significativo nel designare l'aridità dell'esistenza umana, consunta e logorata dalla natura, e che ormai si è ridotta ad un oggetto inanimato, privo di vita).

In tal modo Montale capovolge l'atteggiamento fondamentale della poesia: il poeta non può trovare e dare risposte o certezze; sul destino dell'uomo incombe quella che il poeta, nella lirica "Spesso il male di vivere ho incontrato", definisce "Divina Indifferenza", che non mostra alcuna compartecipazione emotiva nei confronti dell'uomo.

Il monito scabro ed essenziale (che sembra nascere dal dissidio tra crisi del mondo borghese e necessità di nuovi parametri morali e filosofici) trova la sua prima immagine nell'aspro paesaggio ligure arido e brullo, che si carica di una serie di valenze quasi metafisiche e i cui oggetti, voci, immagini, come anche le sensazioni che scaturiscono dal contatto con esso, suggeriscono in modo arcano ed emblematico, la chiave di lettura dell'esistenza umana.

"Le Occasioni"

In Occasioni (1939) la poesia è fatta di simboli, di analogie, di limpide enunciazioni lontane dall'abbandono e dalla cordialità discorsiva dei poeti ottocenteschi. Il mondo poetico di Montale appare desolato, oscuro, dolente, privo di speranza pur non essendo negazione, infatti, tutto ciò che circonda il poeta è guardato con pietà e con misurata compassione. La stessa memoria, che già nella lirica "Cigola la carrucola del pozzo" (in Ossi di Seppia) sembra non poter costituire la tanto agognata possibilità di evasione dalla tragicità esistenziale, si rivela essere sempre più profondamente labile ed evanescente, in particolare nelle liriche "Non recidere forbice quel volto" e "la casa dei Doganieri". Simbolica la data di pubblicazione, 14 ottobre 1939, poco dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale. Se un ventennio addietro, durante la prima guerra mondiale, i poeti avevano con se le poesie del Carducci e L'allegria di Ungaretti, ora sarà la raccolta di Montale ad essere portata negli zaini. Nonostante non vi si trovino espliciti riferimenti, i soldati videro nel suo atteggiamento passivo, quasi inetto, una via da seguire. Il fascicolo di poesie è dedicato a una misteriosa I.B, iniziali della poetessa Irma Brandeis, con la quale Montale trattenne un ventennio di carteggi. La memoria è sollecitata da alcune "occasioni" di richiamo, in particolare si delineano figure femminili (per esempio una fanciulla conosciuta in vacanza a Monterosso, Annetta Arletta), nuove "Beatrici" a cui il poeta affida la propria speranza. In particolare nei Mottetti si viene esplicitando quella poetica stilnovistica che tornava in auge tramite anche l'influsso di Eliot e Pound. La figura della donna, soprattutto Clizia, nome ripreso da Orazio anche se la rappresentazione della donna proviene da Dante, viene perseguita da Montale attraverso un'idea provenzale della donna-angelo, messaggera di Dio. I tratti che servono per descriverla sono rarissimi, ed il desiderio è interamente sublimato in una visione dell'amore che si configura come prettamente platonico. Le occasioni sono anche libro del fantasma salvatore, che spesso per l'appunto si configura nell'immagine della donna. Ma questa generalmente è una presenza lontana, quindi una non-presenza che implica in Montale il tema del ricordo.

Nel contempo il linguaggio si fa meno penetrabile e i messaggi sono sottintesi; Montale, però non cede all'ermetismo irrazionale ed analogico, ma riafferma la propria tensione razionale e pudicamente sentimentale.
Nelle Occasioni la frase divenne più libera e la riflessione filosofica, che è il pregio maggiore della poesia di Montale, diviene più vigorosa. Il poeta indaga le ragioni della vita, l'idea della morte, l'impossibilità di dare una spiegazione valida all'esistenza. Tali motivi erano già presenti nella prima raccolta, ma senza l'approfondimento di Occasioni, in cui il mondo degli uomini sostituisce il mare deserto.

"Xenia"

Negli ultimi anni Montale approfondì la propria filosofia e divenne meno schivo, quasi temesse di non avere abbastanza tempo "per dire tutto", è il Montale della parola continua degli ultimi quindici anni di vita. Comincia con Xenia (1966) , una raccolta di poesie dedicate alla propria moglie defunta, Drusilla Tanzi, amorevolmente soprannominata "Mosca" per le spesse lenti degli occhiali da vista. Il titolo richiama il XIII libro degli epigrammi di Marziale, ma anche gli "xenia", che nell'antica Grecia erano i doni fatti all'ospite, e che ora dunque costituirebbero il dono alla propria consorte. Nello stesso anno Montale pubblicò i saggi Auto da fé, una lucida riflessione sulle trasformazioni culturali in corso.

La poetica

Montale capovolge l'atteggiamento fondamentale della poesia: il poeta non può dare risposte. Montale sa che la poesia rappresentativa non ha futuro, il poeta non è più "vate" e la stessa poesia è costituita da "qualche storta sillaba, e secca come un ramo" (per citare nuovamente "Non chiederci la parola").

Consapevole che la conoscenza umana non può raggiungere l'assoluto, nemmeno tramite la poesia, a cui spesso si tende ad affidare il ruolo di fonte d'elevazione spirituale per eccellenza (ciò avviene, per esempio, in Ungaretti), Montale scrive poesia perché questa possa essere una sorta di strumento/testimonianza d'indagine della condizione esistenziale dell'uomo novecentesco. A differenza delle allusioni e delle analogie ungarettiana, Montale fa un ampio uso di quello che è stato definito da T.S. Eliot "correlativo oggettivo": anche gli oggetti, le idee, le emozioni e le sensazioni più indefinite risultano correlate in oggetti ben definiti e concreti. Montale cerca una soluzione simbolica in cui la realtà dell'esperienza è assunta a testimonianza di vita. Il "male di vivere", per esempio, nella lirica degli Ossi di seppia "Spesso il male di vivere ho incontrato" viene definito come "rivo strozzato", "incartocciarsi della foglia riarsa", "cavallo stramazzato" e nella lirica "Meriggiare pallido e assorto", appartenente alla stessa raccolta, l'aridità esistenziale è significativamente correlata alle "crepe del suolo", e la negatività esistenziale vissuta dall'uomo novecentesco dilaniato e consunto dal divenire storico, è vista come "una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia".

La poesia assume dunque il valore di testimonianza e un preciso significato morale: Montale esalta lo stoicismo etico di chi (un po' come Agricola, suocero dello scrittore latino Tacito, da cui viene descritto nell'opera omonima) compie in qualsiasi situazione storica e politica il proprio dovere.

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(Articolo tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera.)

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MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 5:35 pm    Oggetto:  Quaderno di quattro anni
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Quaderno di quattro anni

Quaderno di quattro anni, il sesto libro poetico, fu pubblicato nel 1977 dalla Casa editrice Mondadori e contiene 111 poesie.

Come già in Diario del ’71 e del ’72 il libro non è diviso in sezioni e le poesie si susseguono l’una dopo l’altra senza un tema predeterminato e ogni poesia svolge un tema suo senza antecedente né conseguente nella forma libera già conosciuta nel libro precedente.

La prima poesia è L’EDUCAZIONE INTELLETTUALE.

Questa è un poesia importante e ad anche bella. Montale ripercorre la sua esperienza poetica e cultuale, partendo dall’opera di Paul Valey “Il cimitero marino” , per arrivare poi ai razionalisti e agli irrazionalisti che sono simboleggiati da Nietzsche, affermando il suo pessimismo esistenziale ed antropologico e conclude con questi versi sconsolanti:<<E passò molto tempo./ tutto era poi mutato. Il mare stesso/ s’era fatto peggiore. Ne vedo ora crudeli assalti al molo, non s’infiocca / più di vele, non è il tetto di nulla,/ neppure di se stesso.>>. Dopo molte poesie di vari temi e di giudizi suoi su molta aspetti della sua vita e sulla natura e su vari personaggi si arriva al primo capolavoro VIVERE.

Questa poesia esprime tante sensazioni ed emozioni davvero profonde e personale. Presenta anche una ricchezza di idee esistenziali davvero profonde ed originale.

Il poeta parte con un fleshbak e incomincia a raccontare la sua vita dal momento della sua nascita in un mondo prenatale.

Non consoce la filosofia però parla di Epitteto, il quale affermava che anche uno schiavo poteva essere libero interiormente, poi parla da vecchio saggio poiché dice che la rinunzia alla vita era un fatto nobile lo avrebbe detto, invece disse appena che il ricordo della vita segue non anticipa.

Poi parla dei giudici che lo promuovono ugualmente e uno gli consegna l’accessit. Poi riprende l’epigrafe e fa parlare Villiers secondo il quale la vita non è la vita epifania né l’oltre vita ma una sfera occulta di un genio.

Lui non conosce gli altri e ignora anche se stesso. Infine il poeta che era scomparso rientra e dice la sua:<<Respirava l’aria/ dell’Eccelso, come io quella pestifera / di qui>>.

La conclusione è il messaggio della poesia: la sola vita degna di essere vissuta è quello dell’Eccelso, l’altra vita quella giornaliera e banale degli uomini comuni non è degna di essere vissuta.

Ed ecco l’importanza dell’epigrafe Vivere? Lo facciano per noi i nostri domestici, come dire la vita, con la V maiuscola, è sola quella dell’Eccelso, l’altra quella umana la vivano per noi i nostri domestici, qui identificati, come gli uomini schiavi della vita, come esseri inferiori, ma non viventi.

Montale espone il suo punto di vista sulla vita ed esprime anche il suo disprezzo per una vita banale ed inferiore. La bellezza della poesia sta nella varietà dei contenuti e nella bellezza dell’espressioni.

Sembra una prosa ma invece è una poesia perché il ritmo e l’originalità delle espressioni sono talmente nuove e personale che stravolgono il lettore facendolo spaziare da tono surrealistico a un tono tragico a un tono ironico e sarcastico.

Anch’io condivido questa tesi: la sola vita degna di essere vissuta è quella dell’Eccelso, l’altra vita quella epifania, maledetta, priva di felicità non vale la pena di viverla e anch’io se avessi i miei domestici farei vivere la mia vita a loro!!!.

Altre poesie

Segue a poco distanza un altro capolavoro poetico: SUL LAGO D’ORTA. Dopo aver descritto alcune immagini di una villa abbandonata Montale prova una strana angoscia e vede che su un terreno sabbioso vi sono dei Salici che piangono davvero e dove tutto è silenzio.

E poi si chiede:<<Se il bandolo del puzzle più tormentoso / fosse più che un’ubbia / sarebbe strano trovarlo dove neppure un’anguilla tenta di sopravvivere>> e termina con un battuta finale, consueta in molte poesie montaliana, <<molti anni fa c’era qui / una famiglia inglese. Purtroppo manca il custode/ ma forse quegli angeli (angli) non erano così pazzi / da essere custoditi>>.

Il messaggio della poesia è evidente: la vita è sorta in un luogo dove non poteva nascere, dove nemmeno, un’anguilla tenta di sopravvivere e dove i Salici piangono davvero. Non c’è bisogno di nessun bandolo tutto rimarrà oscuro ede incomprensibile agli uomini.

Segue un’altra poesia molto bella IN NEGATIVO. Montale mostra in questa poesia tutto il suo pessimismo, il quale si avvicina molto al pessimismo leopardiano,quando anche lui parla del solido nulla.

È la vittoria del nichilismo: tutti gli uomini sanno che siamo nulla e che non risarà che il nulla, ma ecco il tocco del genio poetico, Montale dice tutti compreso lui ama quel nulla così disperatamente.

Alla fine risulta che la vita è tanto amata e tanto odiata, perché amiamo una cosa che è nulla che diventerà nulla, qualcosa che non esiste, ma per un breve attimo amiamo e ciò non si può negare.

La vita è dunque un conquistarsi un biglietto da presentare a un burocrate per rilasciarci il salvacondotto per una altra vita di cui non si conosce niente. Dopo poche altre poesie si arriva ad un altro capolavoro poetico AI TUOI PIEDI.

Questa stupenda poesia su Dio è tutta costruita su un equilibrio di sfumature ironiche e sarcastiche su attese metafisiche e ritorni sulla terra.

Con un tono emotivo vario: si passa dalla delusione all’illusione dalla scarsa fiducia in Dio all’attesa di un verdetto che non avrà molto importanza dato che sarà soggetto alle leggi del tempo e queste sono sempre imperfette, si passa dal chiedersi del senso dell’aldilà al senso di una vita trascorsa senza essere consultato prima di venire al mondo. (e su questo punto si riallaccia a Vivere).

E nell’attesa di questo verdetto il poeta ripensa alla sua vita di quaggiù che gli sembra poca cosa e si chiede se tutto la sua consistenza sia consistita nel suo corpo ormai diventato incorporeo e quasi si addormenta. Il finale solito, tra ironia e sarcasmo, esprime tutta la delusione di un mondo Divino da cui provengono verdetti grati o ingrati ed esprime anche la delusione della condizione umana fatta essenzialmente e precariamente di un corpo che diventa evanescente e anche debole e allora si addormenta come fanno i bambini quando sono stanchi e si addormentano facilmente sulle braccia della madre.

Come già Montale aveva mischiato DEI e DIO come mitologia religiosa, ora Montale mischia salvezza eterna e sprofondamento nel nulla, come afferma nella poesia Le PROVE GENERALI, quando scrive:<<Le provi generali sono la parodia dell’intero spettacolo8se mai dovremo/ vederne alcuno di prima di sparire/ nel più profondo nulla.>> o come aveva scritto IN negativo:<<Non c’è stato nulla, assolutamente nulla dietro di noi,/ e nulla abbiamo disperatamente amato più di quel nulla>>.

Anche ora non si capisce se Montale tiene di più per l’ipotesi della salvezza eterna per mano di Dio o se auspica il profondo nulla.

La verità è che Montale non lo sa neppure lui, ma elenchi tutte le possibilità della gente comune: la via religiosa, la via atea, la via agnostica, la via scettica, la via meccanicistica, la via spirituale senza preferirne una.

Dopo altre poesia si arriva a una breve poesia “Nel disumano” dedicata alla moglie in cui è evidente tutta l’incredulità e la limitatezza umana di fronte alla morte. Ecco i versi finali:<<Forse sei partita in fretta hai creduto / che chi si muove in fretta trova il posto migliore ./ Ma quale posto e dove? Si continua A pensare con teste umane quando si entra / nel disumano.>> E qui per disumano potrebbe intendersi un posto infernale o l’ade degli antichi greci.

Poco poesie dopo si legge “Quel che resta (se resta)” nella quale Montale riafferma la sua legge etica ed antropologica (già scritta nel famoso articolo Soliloquio):<<la vecchia serva analfabeta e barbuta…della vita non sapendone nulla ne sapeva più di noi, / nella vita quello che si acquista / da una parte si perde dall’altra.>>. Dopo altre poesie si legge “L’immane farsa umana /(non mancheranno ragioni per occuparsi / del suo risvolto tragico) non è affar mio>>.

Subito dopo arriva Fine si Settembre in cui si scaglia contro i vacanzieri e la vita quotidiana che lui considera banale o quasi la disprezza in non e di un passato che non c’è più e se la prende contro il passare inesorabile del tempo il quale scorre con un’orrenda indifferenza a volte un po’ beffarda come ora il canto / del rigogolo il solo dei piumati / che farsi ascoltare in giorni come questi>>. Questa poesia è il controcanto della Ginestra leopardiana.

Qui al posto della ginestra c’è il rigogolo che canta beffardamente il lento trascorrere del tempo su una umanità destinata alla distruzione totale. Di fronte alla siccità universale l’uomo non può fare nulla e tutti i sogni svaniscono.

Dopo poche poesie si legge “Al mare (o quasi). In questa poesia Montale si scaglia contro il malessere e l’inquinamento del tempo e identifica il male di quel periodo nella precarietà dei valori della società italiana.

Infatti proprio in questi anni l’Italia stava vivendo gli anni di piombo e tutto era in crisi ( di fatti si stava passando dalla società moderna alla società postmoderna) e tutto questo gli sembrava lontano ormai dalla sua visione di vita semplice e pulita, lenta sicura.

Si andava infatti in una società in cui tutto è veloce, precario flessibile spezzettato.

E Montale conclude:<<Hic manebimus se vi piace non proprio / ottimamente ma il meglio sarebbe troppo simile /alla morte ( e questa piace solo ai giovani). Non staremo ottimamente forse staremo meglio vicino alla morte perché questa piace ai giovani perché non la temono in quanto la vedono lontano, mentre i vecchi la temono perché la vedono vicina.

Dopo alcune poesia si arriva a “Dormiveglia” nella quale Montale ancora una volta esprime tutto il disprezzo per questa vita sulla terra.

Ecco il testo.

E nella penultima poesia Montale esprime ancora una volta la sua incapacità di capire la vita.

Ecco i versi finali:<<Ma ora / se mi rileggo penso che solo l’inidentità / regge il mondo, lo crea e lo distrugge/ per poi rifarlo sempre più spettrale/ e in conoscibile. Resta lo spiraglio / del quasi fotografico pittore ad ammonirci / che se qualcosa fu non c’è distanza/ tra il millennio e l’istante, tra chi apparve e non appare, tra che visse e chi/ non giunse al fuoco del suo cannocchiale. È poco/ e forse è tutto>>. Segue l’ultima poesia Morgana nella quale Montale confonde sacro e profano, fede e ragione, fantasia e realtà, racconto e storia, presente e passato. Ecco i versi finali:<<Hanno detto hanno scritto che ci mancò la fede. / Forse ne abbiamo avuto un surrogato./ La fede è un’altra. Così fu detto ma / non è detto che il detto sia sicuro. / forse sarebbe bastata quella della Catastrofe, ma non per te che uscivi per ritornarvi / dal grembo degli Dèi>>.

Aspetti estetici di Quaderno di quattro anni

Quaderno di quattro anni presenta la forma già nota dell’ultimo Montale, ripresenta i temi già noti di Montale sulla vita e sulla morte sul tempo e sulla memoria e sui ricordi, eppure il libro contiene poesie singole che hanno una bellezza poetica incomparabile come Vivere, Ai tuoi piedi, In negativo, Fine di settembre Dormiveglia , I Miraggi, Morgana. Tutte poesie che esprimono un senso inquietante della vita e sulla vita. Montale non è un poeta dell’amore né dell’amicizia né dà certezze, Montale esprime tutto la sua incertezza, i suoi dubbi sulla vita e sulla morte e mostra che tutto è dubbio, che tutto può essere così come forse e già vissuto.

Dunque gli aspetti estetici sono:

-la varietà degli argomenti;
-la sottile ironia e il sarcasmo che prevale anche con temi oscuri e dolorosi;
-il mischiare toni scherzosi a toni dolorosi;
-la visione della vita che oscilla tra il sublime e l’immondo / con qualche propensione per il secondo.

La divisione della vita tra eccelsa e domestica e la propensione a dire che la vera vita è quella dell’eccelso, mentre quaggiù si respira quella pestifera che non vale la pena di viverla.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Quaderno_di_quattro_anni" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Ven Mag 11, 2007 11:27 am    Oggetto:  Eugenio Montale: "I Limoni".
Descrizione:
Rispondi citando

Eugenio Montale: "I Limoni".

La poesia "I Limoni" fu scritta tra il 1921 e il 1922 da Montale.

Ascoltami, i poeti laureati
poetano soltanto piante
dai nomi poco conosciuti: bossi ligustri o acanti.

Io, per me, amo le strade che portano
nei fossi erbosi dove i ragazzi agguantano
in pozzanghere mezzo seccate.

Qualche rara anguilla:
amo i sentieri che seguono i dirupi,
che discendono tra i ciuffi delle canne
e che immettono negli orti dei limoni.

È meglio se il vocio rumoroso degli uccelli
si zittisce nel lontano cielo:
si ascolta più chiaro il fruscio
dei rami dei limoni nell’aria che quasi non si muove,
e si percepiscono i sensi dell’odore
che si espande per terra
e che fa sentire nell’animo una dolcezza inquieta.

Qui il tumulto delle passioni deviate
si placa per miracolo,
qui la nostra parte di serenità tocca a noi poveri poeti
ed è il raccoglimento interiore.

Vedi, talora ci si aspetta di scoprire
in questi momenti silenziosi in cui
le cose si mostrano dirette e sembrano vicine
a svelare il loro vero segreto,
un equilibrio infranto, una legge non eseguita,
il significato svelato che finalmente
ci faccia capire la verità sulla vita,
questi sono i momenti nei quali
lo sguardo guarda attentamente d’intorno,
la mente indaga collega analizza
nel profumo dei limoni che dilaga
quando il giorno finisce al crepuscolo.

Questi sono i momenti assorti
quando ogni ombra umana che si allontana
sembra una disturbata Divinità.

Ma l’illusione di scoprire la verità svanisce e
il fluire del tempo ci riporta
nelle città rumorose dove l’azzurro del cielo
si mostra a stento, in altro, tra i cornicioni delle case.

La pioggia si abbatte ripetutamente sulla terra, poi;
il freddo dell’inverno si infittisce sulle case,
la luce del giorno si fa scarsa – l’anima si fa triste.

Quando ad un tratto ci si mostrano
da un portone malchiuso
tra gli alberi di un cortile
il colore giallo dei limoni;
e allora la tristezza dell’anima si scioglie,
e allora il suono d’oro del sole
ci fa sentire nel cuore
una canzone di lietezza.


****************

“I limoni” è una poesia simbolica, o meglio è una poesia polisimbolica perché i Limoni hanno più significati.

I Limoni simboleggiano innanzitutto la possibilità che ha l’uomo di potersi raccogliere in meditazione per iniziare il viaggio verso il soprannaturale. Ecco come Elio Gioanola esprime questo significato: «I Limoni, nella loro struggente umiltà, sanno regalare una ricchezza più autentica e radicale, quella d’apertura verso una dimensione che sta al di là della rete stringente della contingenza reale…..gli umili limoni, con il loro profumo edificano, alludono alla trascendenza, in una direzione che va dal naturale e dall’umano al divino».

Secondo Romano Luperini: “I Limoni” rappresentano «l’aspirazione all’armonia, alla pianezza, alla integrità psichica, e dunque a un inno che viene riconosciuto ormai impossibile, ma cui si continua a pensare con nostalgia».

Gli altri significati dei Limoni sono la ricerca di scoprire la verità sull’universo e il significato della vita attraverso momenti solitari a contatto con la natura. Ma questa resta muta e non comunica all’uomo i suoi segreti, per cui il tentativo della scoperta ricomincia di nuovo in un nuovo tentativo più conscio e più aperto.

Ecco come Maurizio Dardano spiega questo significato: «I Limoni attraggono l’attenzione del poeta perché, al di là del loro aspetto esteriore, essi sembrano nascondere un significato più profondo, che il poeta si sforza di decifrare. I versi di Montale nascono dal desiderio di comprendere il mondo che lo circonda, piuttosto che da un atteggiamento contemplativo o sentimentale: ma questo desiderio di conoscenza è destinato a rimanere inappagato, e le cose restano chiuse nel loro segreto, senza che l’uomo riesca a scoprirne il senso».

L’altra grande novità della poesia riguarda il linguaggio poetico. Esso è aspro ed irto di suoni duri, e molto vicino al linguaggio parlato. La vicinanza - però - è solo apparente, perché le scelte lessicali e sonore restano raffinate ed accurate.

La poesia esprime tutto il pessimismo razionale del poeta e si ricollega al celebre Canto di Giacomo Leopardi “Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia”. In questo Canto il Leopardi chiede alla luna di dire al poeta il significato della vita, ma la luna rimane silenziosa e muta. Allo stesso modo Montale chiede alla Natura di svelare i suoi segreti, ma essa resta muta e silenziosa, lasciando l’umanità priva di senso.

Ma gli uomini hanno la possibilità di ritentare di carpire i segreti in un continuo ed estenuante tentativo di ricerca, che forse un domani non sarà vano ma utile. I limoni rappresentano la forza e il coraggio per gli uomini andare avanti in questa ricerca del significato della vita.

I limoni rappresentano anche un momento religioso incluso dal poeta nei versi 34 –36: «Sono i silenzi in cui si vede / in ogni ombra umana che si allontana / qualche disturbata Divinità».

I limoni sono il simbolo della razionalità dell’uomo che, pur costretto a vivere in una natura ostile, ha a disposizione la mente che «indaga accorda disunisce / nel profumo che dilaga / quando il giorno più languisce».

E come scrive Dardano «questa sequenza di verbi esprime la tensione conoscitiva dell’uomo, la sua appassionata ricerca intellettuale. L’accento posto sulla parola mente ci fa capire come per Montale la poesia sia prima di tutto uno strumento razionale di conoscenza e di interpretazione della realtà».

**************

Sintesi della poesia

La poesia è composta da quattro strofe di lunghezza quasi uguale, per un totale di 49 versi. Essa espone un percorso logico – ideologico e filosofico.

Nei primi tre versi il poeta si contrappone alla ideologia e alla poetica Dannunziana. Egli si distanzia dall’eloquenza di D’Annunzio. Come scrive A. Frattini: «Indica una scelta sentita e perentoria. In questo amore per le strade semplici e inconsuete va colto il motivo polemico antiretorico e antidannunziano di Montale».

Anche F. Puccio mette in rilievo la polemica di Montale contro la poetica retorica di D’Annunzio: «Sin dai primi versi il poeta si dissocia da certa poesia “laureata” cui fa il verso con sottile ironia: non evita appositamente di ripeterne i termini rari di cui tale poesia ama paludarsi, ne riprende l’incipit dannunziano de La pioggia del pineto, gioca con ambiguità su un lessico già presente in Pascoli e D’Annunzio, come “s’affolta”».

Nella prima strofa Montale afferma di amare le strade che conducono nei fossi erbosi, i sentieri che percorrono a lato dei ciglioni e le viuzze che conducono negli orti dei limoni. Nella seconda strofa il poeta descrive il silenzio degli orti, e l’odore dei limoni, che discende nei cuori dei poeti poveri.

In questi luoghi il tumulto delle passioni per miracolo si placa e qui la ricchezza dell’odore tocca anche ai poeti poveri. Nella terza strofe il poeta descrive i momenti magici del crepuscolo quando il silenzio del luogo è più alto e le cose si scoprono in un confidente abbandono, quasi a svelare la loro realtà più misteriosa.

In questa pace solenne della natura il poeta sembra capire e carpire uno sbaglio di natura, oppure il punto morto del mondo, oppure l’anello che non regge, il filo da disbrogliare che finalmente faccia conoscere una qualche verità ontologica. Il poeta guarda attentamente tutto d’intorno, la sua mente indaga, accorda disunisce in mezzo al profumo dei limoni nel momento incantato del crepuscolo.

In questi silenzi stupiti si vede qualche disturbata Divinità dinnanzi a qualche ombra umana che si allontana (alla vista della Divinità). Nella quarta strofa il poeta con uno stacco brusco e netto dichiara che l’illusione di raggiungere la verità viene meno e che il fluire del tempo riporta nella realtà delle città rumorose, dove il cielo si vede a stento in alto trai cornicioni delle case.

Il freddo dell’inverso poi si infittisce e la luce del giorno diminuisce e l’anima si fa triste. Allorché un giorno all’improvviso da un portone di cortile il giallo dei limoni ci si mostra, di modo che il tedio dell’anima si scioglie e i suoni della letizia si sentono nel cuore attraverso il giallo della solarità.

*************

Tema della poesia

Il tema della poesia è la disillusione, cioè la perdita dell’illusione, di poter accedere alla scoperta del segreto delle cose e del significato della vita. Il poeta si rende conto che dopo il momento dell’illusione viene il momento della realtà che distrugge l’illusione.

Ma il poeta non conclude con la vittoria della realtà sulla illusione, perché ad un certo punto i limoni ricompaiono a destare vitalità nell’anima e incoraggiamento al cuore; anzi la poesia termina con un inno alla solarità, quasi capovolge la situazione e dà la vittoria all’illusione.

Il tema della poesia è dunque la riproposta dell’eterna lotta tra illusione e realtà. Il limoni simboleggiano quindi la forza dell’uomo di ricominciare daccapo ogni volta che sopraggiunge la realtà.

I limoni rappresentano volontà di vivere e di ricominciare la lotta della speranza di vita contro il grigiore della vita quotidiana. Ma i limoni significano soprattutto sia la fede sia la razionalità dell’uomo contro il mistero della natura e la sua incomprensione.

E i versi che rinviavano sia alla fede che alla razionalità sono più di uno.

I versi di fede sono i versi 22 – 25 «Vedi, questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto» fanno pensare al tradimento di Giuda contro Gesù Cristo e “l’ultimo segreto” fa pensare all’ultima cena di Cristo. Mentre sono evidente i versi della logica naturale cioè i vv 26 – 32, che rinviano alla teoria scientifica di Boutroux.

In definitiva i limoni simboleggiano da una parte il momento di raccoglimento e di meditazione (spirituale e razionale) dell’uomo nella lotta contro la natura per scoprirne i segreti e dall’altra parte i limoni rappresentano il punto debole della natura che donano all’uomo la felicità della scoperta, perché prima o poi l’uomo con la sua scienza o con la sua fede scoprirà il mistero dell’esistenza e uscirà vittorioso dalle catene che lo legano a questa terra.

***************

Il messaggio della poesia

Il messaggio della poesia, però, è pessimistico, ma razionale o dialettico, come spiega F. Puccio: «Ma - e qui appare il pessimismo dialettico di Montale – la tensione conoscitiva non poteva essere del tutto annullata nell’uomo, doveva pur lasciare qualcosa di sé, se con come presenza, per lo meno come assenza, come energia di un inconscio sempre pronto a riemergere, anche all’improvviso, sotto la spinta di una molla casuale, come l’inatteso mostrarsi agli occhi del giallo dei limoni».

O, come scrive M. Dardano: «Nel finale della poesia Montale, dopo avare sperimentato la disillusione, si affida ad un oggetto-simbolo,capace di sciogliere provvisoriamente il gelo del cuore, ma non di fornire alla mente indagatrice le risposte che cercava».

**************

La tesi della poesia

La tesi della poesia è svelata e spiegata molto bene da Beatrice Panebianco nella sua bella antologia quando scrive: «I versi 22 – 49 contengono l’altro nucleo tematico, la concezione montaliana del male di vivere, della vita come una catena di eventi di cui non si comprende il significato.

L’uomo è sostenuto dalla speranza di scoprire il senso positivo della vita e di trovare un “varco” definito qui una disattenzione della Natura, un punto debole dell’universo, un anello che cede, un filo che ci permette di sbrogliare il groviglio dei segreti della Natura».

Anch’io credo che “l’uomo è sostenuto dalla speranza di scoprire il senso positivo della vita”, benché la vita è piena di sofferenze e del “male di vivere”. E voglio sperare a credere che all’ultimo, quando ormai abbiamo sperso ogni speranza di salvezza, Dio interverrà per salvare l’umanità dalla morte eterna, come conclude Beatrice Panebianco nella spiegazione della poesia: «Eppure quel magico momento può ripetersi, quando tra gli alberi di un cortile appaiono all’improvviso i gialli dei limoni, che evocano, come lo squillo di una tromba, la luminosità del sole e dell’estate e donano all’anima, sia pure per poco, un sentimento consolatorio di gioia. La scoperta di un significato positivo della vita, qui rappresentato, dai limoni, esprime una concezione esistenziale che non appare ancora del tutto pessimistica».

*****************

Contesto sociale, culturale, filosofico e letterario della poesia

La poesia è inserita in un contesto sociale medio alto, dovuto sia a Montale che faceva parte di una famiglia agiata di commercianti, sia alla ideologia liberale di Montale.

Ossi di seppia fu pubblicata nelle edizioni di Piero Gobetti, prestigioso esponente del movimento liberale.

Montale stesso fu per tutta la vita un alto esponente del movimento liberale e della borghesia italiana, e difenderà in molte poesie la sua posizione di centralità della vita politica italiana.

La poesia è inserita nel pieno dell’attività culturale dell’Italia del 1920 –1922. Riprende le tesi della “La Ronda” e interviene potentemente sul vivace dibattito culturale dell’epoca sul dannunzianesimo.

La poesia presenta molti richiami filosofici impliciti e sottesi alla poesia: dal pensiero filosofico di Leopardi a quello di Schopenhauer, da Boutroux a Bergson, da Dostoevskij a L. Scestov.

La poesia presenta molti richiami letterari: da Sbarbaro, a Gozzano, da Pascoli a D’Annunzio, da Saba a Campana, da Rebora a Govoni.

****************

Caducità e attualità della poesia

Credo che la poesia sia per buona parte ancora molto attuale. È una poesia assertiva e dimostrativa, senza tentennamenti o dubbi di sorta.

L’argomento dell’eterna lotta tra l’illusione e la realtà, tra la speranza di salvezza e il pessimismo della distruzione della morte è sempre attuale. È ancora attuale anche la lotta tra fede e ragione e concordo anche pessimismo razionale o dialettico di Montale.

A distanza di molti decenni dalla sua pubblicazione la poesia e l’intera opera Ossi di seppia non ha perso la vibrante e appassionata ricerca intellettuale nello scoprire i segreti della natura e il significato della vita.

Ancora oggi è viva più che mai nell’umanità la passione della conoscenza e della ricerca della verità.

Oggi nell’umanità è sempre viva «la tensione conoscitiva dell’uomo, la sua appassionata ricerca intellettuale».

******************

Il genere della poesia

Il genere della poesia è discorsivo – dimostrativo – filosofico e assertiva. La poesia ha un andamento discorsivo – narrativo.

La prima strofa indica la poetica realistica e quasi dimessa del poeta.

La seconda strofa indica i momenti solenni e silenziosi nei quali i poeti ascoltano i suoni della natura che procurano agli uomini una dolcezza inquieta, (perché sempre cangiante e nascosta).

La terza strofa indica l’abbandono della natura a voler svelare i suoi segreti e indica il desiderio del poeta di voler scoprire il mistero della vita e della natura. Il poeta con la sua mente analizza e collega ciò che vede nella speranza di poter afferrare il significato della vita e svelare il mistero della natura. E in questi silenzi meditativi il poeta vede e quasi avverte nella natura una qualche divinità disturbata dalla presenza umana.

La quarta strofa indica il momento della disillusione che segue al momento dell’illusione. Il tempo poi riporta gli uomini nella vita grigia e difficile di tutti i giorni, acuita dal freddo dell’inverno. Ma di tanto in tanto l’apertura di un portone malchiuso fa vedere il giallo dei limoni, i quali riportano gli uomini a riavere fede e speranza in una vita più alta e serena. Il giallo dei limoni rievocano il giallo oro delle trombe dei raggi del sole.

***************

La metrica della poesia

La metrica della poesia è formata da versi in prevalenza endecasillabi e settenari. I versi hanno rima libera. La poesia è ricchissima di assonanze e consonanze. Le rime interne e le rime al mezzo sono frequenti.

******************

Le figure retoriche

Le figure retoriche della poesia sono tantissime: dai continui enjambements, agli ossimori, dall’anastrofe all’anafora, dalla sineddoche alla paronomasia, dallo zeugma alla sinestesia.

******************

Il tono emotivo

Il tono emotivo della poesia è tono discorsivo colloquiale. Come scrive F. Puccio: «La poesia su una base dai toni prettamente confidenziali e colloquiali, dietro i quali si cela però una diffusa musicalità».

La poesia presenta comunque, secondo me, un tono emotivo neutro, quasi atono, perché la poesia è soprattutto una poesia razionale e quindi non compaiono i sentimenti del poeta. Invece emerge chiara la sua Weltanschauung.

Il tono della poesia è dettato allora solo dalla tensione intellettuale del poeta e dalla sua ansia razionale e pessimistica della vita. Montale non manifesta i suoi sentimenti, né positivi né negativi, né tristi né lieti, ma lancia soltanto il suo messaggio tra il fisico e il metafisico, tra l’agonistico e il rassegnato.

*****************

La lexis della poesia

La lexis della poesia ha un carattere chiaro ed esprime più che altro un pensiero lucido e vivace. È una delle poche poesie di Montale in cui la lexis è chiara e semplice. La sintassi è prevalentemente piana e segue un periodare paratattico. Evita il tono aulico e maquiloquente di D’Annunzio e sfugge ai toni dimessi della poesia crepuscolare e si presenta invece con un Italiano medio e chiaro, nuovo e aperto a tutti i lettori. Da qui il tu iniziale, il quale è riferito a ogni lettore di qualsiasi estrazione sociale. Il tono colloquiale non esclude una lexis ricercata e raffinata all’interno di un discorso narrativo - poetico.

*****************

Il linguaggio poetico

Il linguaggio del testo è chiaro e raffinato. La poesia riesce ad assortire sia termini dal lignaggio comune sia termini della tradizione poetica italiana. La poesia presenta anche preziosismi lessicale come «riescono agli erbosi / fossi»; presenta parole di origine latina «divertite»; presenta verbi rari come «s’affolta». Il linguaggio poetico è, dunque, alto e ricercato. Ma la novità del linguaggio è sicuramente un linguaggio dai suoni aspri e duri frammisti a suoni comuni e dolci.

*****************

Le espressioni più belle della poesia

Le espressioni più belle della poesia sono le immagini nuove e singolari che il poeta crea nella terza strofa quando usa una serie di metafore per descrivere il tentativo degli uomini nel cercare «di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo / l’anello che non tiene, / il filo da sbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità». Anche il finale della poesia presenta una pregiata sinestesia: «Quando un giorno da un malchiuso portone / tra gli alberi di una corte / ci si mostrano i gialli dei limoni; / e il gelo del cuore si sfa, / e in petto ci scrosciano / le loro canzoni / le trombe d’oro della solarità».

********************

La Weltanschauung del poeta

La Weltanschauung del poeta è quella di un uomo che ha chiaro in mente la lotta degli uomini contro la natura. Ecco come Beatrice Pannebianco descrive la weltanschauung di Montale: «Le poesie di Ossi di seppia testimoniano, in un linguaggio semplice e comune, la solitudine esistenziale del poeta e l’esperienza del suo male di vivere, oggettivato nel paesaggio arido e assolato della Liguria.

La poesia ha la funzione di indagare questa funzione del’uomo, di testimoniare i dubbi, le contraddizioni, le discontinuità che regolano le leggi della vita. Il suo pessimismo non è perciò sterile; anzi, il poeta avverte la necessità dell’impegno morale, che permetta all’uomo di riscattarsi da una legge di sofferenza e da una visione deterministica della vita.

Di qui la ricerca di un varco attraverso il muro dietro il quale l’uomo cammina, per intravedere la verità, lo sbaglio di natura, l’anello che non tiene, qualcosa che infranga la regola, che offra un’improvvisa rivelazione del significato della vita, anche se il poeta è consapevole che altri e non lui riusciranno a coglierlo».

********************

Aspetti estetici della poesia

redo che il carattere estetico della poesia sia dovuto soprattutto alla tensione alta e ferma, laica e razionale sottesa e espressa dal poeta nella poesia. Essa presenta né sentimenti vittimistici né un atteggiamento sentimentalistico, ma un atteggiarsi nudo e crudo del poeta di fronte alla dura realtà di tutti i giorni.

La poesia presenta un taglio e un piglio assertivo, logico e razionale.

Il poeta è sicuro dei suoi argomenti e della sua Weltanschauung che non ha tentennamenti di sorta né verso toni maquiloquente né versi toni crepuscolari. Ma credo anche che la poesia presenti un aspetto fideistico implicito nella poesia, che attenua l’altezzosità della ragione e rende la poesia ieratica e solenne. Un altro aspetto bello della poesia è quello della sua costruzione tramite un sapiente assemblaggio moderno di tanti richiami esterni ed interni: dal crepuscolarismo alla filosofia vitalistica, dagli enjambements alle sinestesie, dalle metafore al linguaggio simbolico.

***********

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MessaggioInviato: Mer Set 05, 2007 3:35 pm    Oggetto:  Eugenio Montale: Opere.
Descrizione:
Rispondi citando

Eugenio Montale: Opere.

Il rondone

Il rondone raccolto sul marciapiede
aveva le ali ingrommate di catrame,
non poteva volare.

Gina che lo curò sciolse quei grumi
con batuffoli d’olio e di profumi,
gli pettinò le penne, lo nascose
in un cestino appena sufficiente
a farlo respirare.

Lui la guardava quasi riconoscente
da un occhio solo. L’altro non si apriva.

Poi gradì mezza foglia di lattuga
e due chicchi di riso. Dormì a lungo.

Il giorno dopo riprese il volo
senza salutare.

Lo vide la cameriera del piano di sopra.

Che fretta aveva fu il commento. E dire
che l’abbiamo salvato dai gatti. Ma ora forse
potrà cavarsela.

**************

A pianterreno

Scoprimmo che al porcospino
piaceva la pasta al ragù.

Veniva a notte alta, lasciavamo
il piatto a terra in cucina.

Teneva i figli infruscati
vicino al muro del garage.

Erano molto piccoli, gomitoli.

Che fossero poi tanti
il guardia, sempre alticcio, non n’era sicuro.

Più tardi il riccio fu visto
nell’orto dei carabinieri.

Non c’eravamo accorti
di un buco tra i rampicanti.

*************

L'infilascarpe

L'abbiamo rimpianto a lungo l'infilascarpe,
il cornetto di latta arrugginito ch'era
sempre con noi. Pareva un'indecenza portare
tra i similori e gli stucchi un tale orrore.

Dev'essere al Danieli che ho scordato
di riporlo in valigia o nel sacchetto.

Hedia la cameriera lo buttò certo
nel Canalazzo. E come avrei potuto
scrivere che cercassero quel pezzaccio di latta?

C'era un prestigio (il nostro) da salvare
e Hedia, la fedele, l'aveva fatto.

***************

A mia madre

Ora che il coro delle coturnici
ti blandisce nel sonno eterno, rotta
felice schiera in fuga verso i clivi
vendemmiati del Mesco, or che la lotta
dei viventi più infuria, se tu cedi
come un'ombra la spoglia
(e non è un'ombra, o gentile, non è ciò che tu credi)
chi ti proteggerà?

La strada sgombra
non è una via, solo due mani, un volto,
quelle mani, quel volto, il gesto d'una
vita che non è un'altra ma se stessa,
solo questo ti pone nell'eliso
folto d'anime e voci in cui tu vivi;
e la domanda che tu lasci è anch'essa
un gesto tuo, all'ombra delle croci.

****************

Le parole

Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l'inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;

le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;

le parole
non chiedono di meglio
che l'imbroglio dei tasti
nell'Olivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi
in pallottole;

le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambracche e accolte
con furore di plausi
e disonore;

le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;

le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c'è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;

le parole
dopo un'eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.

**************

Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d'orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

**************

Il male di vivere

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

*************

Un milione di scale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

*************

La carrucola del pozzo

Cigola la carrucola del pozzo
l'acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un'immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all'atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

*******************

Forse un mattino andando

Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

***************

Ripenso il tuo sorriso

Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d'un greto,
esiguo specchio in cui guardi un'ellera i suoi corimbi;
e su tutto l'abbraccio d'un bianco cielo quieto.
Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s'esprime libera un'anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,
e che il tuo aspetto s'insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d'una giovinetta palma...

******************

La casa dei doganieri

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t'attende dalla sera
in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all'avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s'addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell'oscurità.

Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

*****************

Nei miei primi anni

Nei miei primi anni abitavo al terzo piano
e dal fondo del viale di pitòsfori
il cagnetto Galiffa mi vedeva
e a grandi salti dalla scala a chiocciola
mi raggiungeva. Ora non ricordo
se morì in casa nostra e se fu seppellito
e dove e quando. Nella memoria resta
solo quel balzo e quel guaito né
molto di più rimane dei grandi amori
quando non siano disperazione e morte.
Ma questo non fu il caso del bastardino
di lunghe orecchie che portava un nome
inventato dal figlio del fattore
mio coetaneo e analfabeta, vivo
meno del cane, e strano, nella mia insonnia.

**************

Hai dato il mio nome ad un albero?

Hai dato il mio nome ad un albero? Non è poco
pure non mi rassegno a restar ombra, o tronco
di un abbandono nel suburbio. Io il tuo
l'ho dato a un fiume, a un lungo incendio, al crudo
gioco della mia sorte, alla fiducia
sovrumana con cui parlasti al rospo
uscito dalla fogna, senza orrore o pietà
o tripudio, al respiro di quel forte
e morbido tuo labbro che riesce,
nominando, a creare; rospo fiore erba scoglio -
quercia pronta a spiegarsi su di noi
quando la pioggia spollina i carnosi
petali del trifoglio e il fuoco cresce."

******************

Nel fumo

Quante volte t'ho atteso alla stazione
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
tossicchiando, comprando giornali innominabili,
fumando Giuba poi soppresse dal ministro
dei tabacchi, il balordo!
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una
sottrazione. Scrutavo le carriole
dei facchini se mai ci fosse dentro
il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.
poi apparivi, ultima. E' un ricordo
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.

****************

Pregava?

<<Pregava?>>
<<Sì, pregava Sant'Antonio perché fa ritrovare gli ombrelli smarriti e altri oggetti del guardaroba di Sant'Ermete>>.
<<Per questo solo?>>
<<Anche per i suoi morti e per me>>.
<<È sufficiente>> disse il prete.

**************

Serenata indiana

Fosse tua vita quella che mi tiene
sulle soglie - e potrei prestarti un volto,
vaneggiarti figura. Ma non è
non è così. Il polipo che insinua
tentacoli d'inchiostro tra gli scogli
può servirsi di te. Tu gli appartieni
e non lo sai. Sei lui, ti credi te.

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