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Giovanni Pascoli: Vita&Opere
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 11:08 am    Oggetto:  Giovanni Pascoli: Vita&Opere
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Giovanni Pascoli: Vita

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Giovanni Pascoli: «Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l'oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l'uno e l'altra... »

(G. Pascoli - da "Il fanciullino")


*************

Giovanni Placido Agostino Pascoli (San Mauro di Romagna, Forlì, 31 dicembre 1855 - Bologna, 6 aprile 1912) è stato uno dei maggiori poeti italiani di fine Ottocento.

La poesia di Pascoli è caratterizzata da una metrica formale con endecasillabi, sonetti e terzine coordinati con grande semplicità. Nonostante la classicità della forma esterna, provata dal gusto per le letture scientifiche, alle quali si ricollegano il tema cosmico e la precisione del lessico botanico e zoologico, Pascoli ha saputo rinnovare la poesia nei suoi contenuti, toccando temi fino ad allora trascurati dai grandi poeti, capace di far capire nella sua prosa il piacere delle cose più semplici viste con la sensibilità infantile che ogni uomo porta dentro di sé.

Pascoli era un personaggio malinconico, rassegnato alle sofferenze della vita e alle ingiustizie della società, convinto che quest'ultima fosse troppo forte per essere vinta. Nonostante ciò, seppe conservare un senso profondo di umanità e di fratellanza. Crollato l'ordine razionale del mondo, in cui aveva creduto il positivismo, il poeta, di fronte al dolore e al male che dominano sulla Terra, recupera il valore etico della sofferenza, che riscatta gli umili e gli infelici, capaci di perdonare i propri persecutori.

Indice [in questa pagina:]

1 Biografia
2 Prima giovinezza
3 L'impegno politico e professionale
4 Gli ultimi anni
5 Rivoluzione poetica
6 La formazione letteraria
7 La poesia come "mondo" che protegge dal mondo
8 Il poeta e il "fanciullino"
9 La produzione latina
10 Critiche
11 Bibliografia

*************

Biografia

Per pochi scrittori come per Pascoli le vicende della prima giovinezza furono tanto determinanti nello sviluppo creativo della maturità: sembra quasi impossibile comprendere il vero significato di gran parte - e sicuramente la più importante - della sua produzione poetica, se si ignorano i dolorosi e tormentosi presupposti biografici e psicologici che egli stesso riorganizzò per tutta la vita, in modo ossessivo, come sistema semantico di base del proprio mondo.

Prima giovinezza

Giovanni Pascoli nacque in una famiglia benestante, quarto dei dieci figli di Ruggero e di Caterina Allocatelli Vincenzi.

Il 10 agosto 1867 il padre Ruggero venne assassinato con una fucilata mentre tornava a casa. Le ragioni e gli autori del delitto rimasero per sempre oscuri (nonostante la famiglia avesse forti sospetti sull'identità dell'assassino, come traspare evidente nella poesia "La cavallina storna"). Ma il trauma lasciò segni profondi nella vita di Giovanni. La famiglia cominciò dapprima a perdere il proprio status economico e poi a subire una serie impressionante di altri lutti, disgregandosi: costretti a lasciare la tenuta, l'anno successivo morirono la madre e la sorella Margherita, nel '71 il fratello Luigi e nel '76 il fratello maggiore Giacomo, che aveva tentato di ricostituire il nucleo familiare. Pascoli dovette lasciare il liceo di Urbino, ma poté continuare gli studi a Firenze grazie all'interessamento di un suo professore.

Nella biografia lasciataci dalla sorella Maria, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, il futuro poeta ci viene presentato come un ragazzo solido e vivace, il cui carattere non è stato alterato dalle disgrazie; per anni, infatti, le sue reazioni parvero essere volitive e tenaci, nell'impegno a terminare il liceo ed a cercare i mezzi per gli studi universitari, nonché nel puntiglio, sempre frustrato, dimostrato nel ricercare e perseguire l'assassino del padre.

L'impegno politico e professionale

Conosciuto Andrea Costa ed avvicinatosi ai socialisti, cominciò, nel 1877, a tenere comizi a Forlì e a Cesena.

Ciò lo portò a quello che si può definire il punto di rottura: la detenzione nel carcere di Bologna, in seguito a una retata della polizia tra i socialisti che avevano organizzato una manifestazione contro il governo per la condanna dell'anarchico Giovanni Passannante. L'isolamento forzato - dopo la goliardica esperienza dell'università e dell'impegno politico nei movimenti della sinistra - lo costrinse forse a riflettere su di sé. È da qui che cominciò quella che la critica storica ha registrato come la regressione infantile di Pascoli.

Dopo la laurea conseguita a Bologna nel 1882 ebbe inizio la sua carriera di professore di latino e greco nei licei di Matera e di Massa. Qui volle vicino a sé le due sorelle minori Ida e Maria, con le quali tentò di ricostituire il primitivo nucleo familiare. Dal '87 al '95 insegnò a Livorno.

Intanto iniziava la collaborazione con la rivista «Vita nuova», su cui uscirono le prime poesie di Myricae (la raccolta continuò a rinnovarsi in cinque edizioni fino al 1900).

Vinse, inoltre, per ben tredici volte di seguito la medaglia d'oro al concorso di poesia latina di Amsterdam, col poemetto Veianus e coi successivi Carmina. Nel '94 fu chiamato a Roma per collaborare con il Ministero della pubblica istruzione; nella capitale pubblicò la prima versione dei Poemi conviviali (Gog e Magog).

Costretto dalla sua professione di docente universitario a lavorare in città (Bologna, Firenze e Messina, dove insegnò per alcuni anni all'Università e compose tra le sue più belle poesie, una su tutte: "L'Aquilone"), egli non si radicò mai in esse, preoccupandosi sempre di garantirsi una "via di fuga" verso il proprio mondo di origine, quello agreste. Addirittura si può dire che la vita moderna della città non entrò mai, neppure come antitesi, come contrapposizione polemica, nella poesia pascoliana: egli, in un certo senso, non uscì mai dal suo mondo, che costituì, in tutta la sua produzione letteraria, l'unico grande tema, una specie di microcosmo chiuso su sé stesso, come se il poeta avesse bisogno di difenderlo da un minaccioso disordine esterno che, però, rimase innominato e oscuro, privo di riferimenti e di identità, come lo era stato l'assassino di suo padre.

Sull'ambiguo e tormentato rapporto con le sorelle - il "nido" familiare che ben presto divenne "tutto il mondo" della poesia di Pascoli - ha scritto parole di estrema chiarezza il poeta Mario Luzi:

«Di fatto si determina nei tre che la disgrazia ha diviso e ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle quali Ida è connivente solo in parte. Per il Pascoli si tratta in ogni caso di una vera e propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo presto. Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che meglio gli garantiscono il regresso all'infanzia, escludendo di fatto, talvolta con durezza, gli altri fratelli. In pratica il Pascoli difende il nido con sacrificio, ma anche lo oppone con voluttà a tutto il resto: non è solo il suo ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Garfagnana dove può, oltre tutto, mimetizzarsi con la natura.»

Gli ultimi anni

Nel 1895 si trasferì con la sorella Maria nella casa di Caprona, colle di Castelvecchio presso Barga, che divenne la sua residenza stabile.
Le trasformazioni politiche e sociali che agitavano gli anni di fine secolo e preludevano alla catastrofe bellica europea e all'avvento del fascismo gettarono progressivamente Pascoli, già emotivamente provato dall'ulteriore fallimento del suo tentativo di ricostruzione familiare, in una condizione di insicurezza e pessimismo ancora più marcati.

Dal 1897 al 1903 insegna latino all'Università di Messina, e col ricavato della vendita di alcune medaglie d'oro vinte nei concorsi, compra una casa a Castelvecchio. Nel 1905 assume la cattedra di letteratura all'Università di Bologna succedendo a Carducci.

Nel 1912 muore a causa di un cancro all'addome a Bologna e viene sepolto nella cappella annessa alla sua dimora di Castelvecchio di Barga, dove sarà tumulata anche l'amata sorella Mariù.

Rivoluzione poetica

Secondo Giovanni Pascoli, la poesia non è una mera creazione della fantasia ma il risultato di una particolare capacità di "leggere" la realtà, non è una "invenzione" ma il disvelamento di ciò che è nelle cose, anche in quelle più semplici della vita di ogni giorno.

Pascoli, pertanto, fu il primo grande poeta italiano a mettere radicalmente in discussione l'idea consolidata secondo cui la poesia avrebbe potuto e dovuto cantare solo argomenti nobili ed elevati quali l'amore, le armi e la virtù: inoltre, aprendo le porte della poetica alle "piccole cose", Pascoli aprì anche la lingua della poesia alle "piccole parole", quelle - semplici - della comunicazione quotidiana, e completò l'avvicinamento del linguaggio poetico a quello della prosa.

La formazione letteraria

La fase cruciale della formazione letteraria di Pascoli va fatta risalire ai nove anni trascorsi a Bologna come studente alla Facoltà di Lettere (1873 - 1882). Allievo di Carducci, che si accorse subito delle qualità del giovane Pascoli, nella cerchia ristretta dell'ambiente creatosi attorno al grande poeta Pascoli visse gli anni più movimentati della sua vita.

Qui, protetto comunque dalla naturale dipendenza tra maestro e allievo, Pascoli non ebbe bisogno di alzare barriere nei confronti della realtà, dovendo limitarsi a seguire gli indirizzi ed i modelli del suo corso di studi: i classici, la filologia, la letteratura italiana.

Nel 1875 perse la borsa di studio e con essa l'unico mezzo di sostentamento su cui poteva contare. La frustrazione ed i disagi materiali lo spinsero verso il movimento socialista in quella che fu l'unica breve parentesi politica della sua vita. Nel 1879 venne arrestato e assolto dopo tre mesi di carcere; l'ulteriore senso di ingiustizia e la delusione lo riportarono nell'alveo d'ordine del maestro Carducci e al compimento degli studi con una tesi sul poeta greco Alceo.

A margine degli studi veri e propri, egli, comunque, condusse una vasta esplorazione del mondo letterario ed anche scientifico straniero, attraverso le riviste francesi specializzate come la «Revue des deux Mondes», che lo misero in contatto con l'avanguardia simbolista, e la lettura dei testi scientifico-naturalistici di Jules Michelet, Jean-Henry Fabre e Maurice Maeterlinck.

Tali testi utilizzavano la descrizione naturalistica - la vita degli insetti soprattutto, per quell'attrazione per il microcosmo così caratteristica del Romanticismo decadente di fine Ottocento - in chiave poetica; l'osservazione era aggiornata sulle più recenti acquisizioni scientifiche dovute al perfezionamento del microscopio e della sperimentazione di laboratorio, ma poi veniva filtrata letterariamente attraverso uno stile lirico in cui dominava il senso della meraviglia e della fantasia.

Era un atteggiamento positivista "romanticheggiante" che tendeva a vedere nella natura l'aspetto pre-cosciente del mondo umano.
Coerentemente con questi interessi, vi fu anche quello per la cosiddetta "filosofia dell'inconscio" del tedesco Eduard von Hartmann, l'opera che aprì quella linea di interpretazione della psicologia in senso anti-meccanicistico che sfociò nella psicanalisi freudiana.

È evidente in queste letture - come in quella successiva dell'opera dell'inglese James Sully sulla "psicologia dei bambini" - un'attrazione di Pascoli verso il "mondo piccolo" dei fenomeni naturali e psicologicamente elementari che tanto fortemente caratterizzò tutta la sua poesia. E non solo la sua.

Per tutto l'Ottocento la cultura europea aveva coltivato un particolare culto per il mondo dell'infanzia, dapprima, in un senso pedagogico e culturale più generico, poi, verso la fine del secolo, con un più accentuato intendimento psicologico.

I Romantici, sulla scia di Giambattista Vico e di Rousseau, avevano paragonato l'infanzia allo stato primordiale "di natura" dell'umanità, inteso come una sorta di età dell'oro.
Verso gli anni '80 si cominciò, invece, ad analizzare in modo più realistico e scientifico la psicologia dell'infanzia, portando l'attenzione sul bambino come individuo in sé, caratterizzato da una propria realtà di riferimento.

La letteratura per l'infanzia aveva prodotto in meno di un secolo una quantità considerevole di libri che costituirono la vera letteratura di massa fino alla fine dell'Ottocento.

Parliamo dei libri per i bambini, come le innumerevoli raccolte di fiabe dei fratelli Grimm (1822), di H.C. Andersen (1872), di Ruskin (1851), Wilde (1888), Maurice Maeterlinck (1909); o come i capolavori di Carroll, Alice nel paese delle meraviglie (1865). Oppure i libri di avventura adatti anche all'infanzia, come i romanzi di Jules Verne, Kipling, Twain, Salgari, London. O libri sull'infanzia, dall'intento moralistico ed educativo, come Senza famiglia di Malot (1878), Il piccolo Lord Faunthleroy di F.H. Burnett (1886), Piccole donne di Alcott (1869) e i celeberrimi Cuore di De Amicis (1886) e Pinocchio di Collodi (1887).

Tutto questo ci serve a ricondurre, naturalmente, la teoria pascoliana della poesia come intuizione pura e ingenua, espressa nella poetica del "Fanciullino", ai riflessi di un vasto ambiente culturale europeo che era assolutamente maturo per accogliere la sua proposta. In questo senso non si può parlare di una vera novità, quanto piuttosto della sensibilità con cui egli seppe cogliere un gusto diffuso ed un interesse già educato, traducendoli in quella grande poesia che all'Italia mancava dall'epoca di Leopardi.

Per quanto riguarda il linguaggio, Pascoli ricerca una sorta di musicalità evocativa, accentuando l'elemento sonoro del verso, secondo il modello dei poeti maledetti Verlaine e Mallarmé.

La poesia come "mondo" che protegge dal mondo

Nella vita dei letterati italiani degli ultimi due secoli ricorre pressoché costantemente la contrapposizione problematica tra mondo cittadino e mondo agreste, intesi come portatori di valori opposti: mentre la campagna appare sempre più come il "paradiso perduto" dei valori morali e culturali, la città diviene simbolo di una condizione umana maledetta e snaturata, vittima della degradazione morale causata da un ideale di progresso puramente materiale.

Questa contrapposizione può essere interpretata sia alla luce dell'arretratezza economica e culturale di gran parte dell'Italia rispetto all'evoluzione industriale delle grandi nazioni europee, sia come conseguenza della divisione politica e della mancanza di una grande metropoli unificante come erano Parigi per la Francia e Londra per l'Inghilterra.

I "luoghi" poetici della "terra", del "borgo", dell'"umile popolo" che ricorrono fino agli anni del secondo dopoguerra non fanno che ripetere il sogno di una piccola patria lontana, che l'ideale unitario vagheggiato o realizzato non spegne mai del tutto.

Decisivo nella continuazione di questa tradizione fu proprio Pascoli, anche se i suoi motivi non furono quelli tipicamente ideologici degli altri scrittori, ma nacquero da radici più intimistiche e soggettive.

Nel '99 scrisse al pittore De Witt: «C'è del gran dolore e del gran mistero nel mondo; ma nella vita semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c'è gran consolazione, la quale pure non basta a liberarci dall'immutabile destino». In questa contrapposizione tra l'esteriorità della vita sociale (e cittadina) e l'interiorità dell'esistenza familiare (e agreste) si racchiude l'idea dominante - accanto a quella della morte - della poesia pascoliana.

Dalla casa di Castelvecchio, dolcemente protetta dai boschi della Media Valle del Serchio vicino al borgo medievale di Barga, Pascoli non "uscì" più (psicologicamente parlando) fino alla morte.

Pur continuando in un intenso lavoro di pubblicazioni poetiche e saggistiche, e accettando nel 1905 di succedere a Carducci sulla cattedra dell'Università di Bologna, egli ci ha lasciato del mondo una visione univocamente ristretta attorno ad un "centro", rappresentato dal mistero della natura e dal rapporto tra amore e morte.

Fu come se, sopraffatto da un'angoscia impossibile a dominarsi, il poeta avesse trovato nello strumento intellettuale del componimento poetico l'unico mezzo per costringere le paure ed i fantasmi dell'esistenza in un recinto ben delimitato, al di fuori del quale egli potesse continuare una vita di normali relazioni umane. A questo "recinto" poetico egli lavorò con straordinario impegno creativo, costruendo una raccolta di versi e di forme che la letteratura italiana non vedeva, per complessità e varietà, dai tempi di Chiabrera.

La ricercatezza quasi sofisticata, e artificiosa nella sua eleganza, delle strutture metriche scelte da Pascoli - mescolanza di novenari e quinari e quaternari nello stesso componimento, e così via - è stata interpretata come un paziente e attento lavoro di organizzazione razionale della forma poetica attorno a contenuti psicologici informi e incontrollabili che premevano dall'inconscio. Insomma, esattamente il contrario di quanto i simbolisti francesi e le altre avanguardie artistiche del primo Novecento proclamavano nei confronti della spontaneità espressiva.

Anche se l'ultima fase della produzione pascoliana è ricca di tematiche socio-politiche (Odi e inni del 1911, i Poemi italici e i Poemi del Risorgimento, postumi; nonché il celebre discorso La grande Proletaria si è mossa tenuto nel 1911 in occasione di una manifestazione a favore dei feriti della guerra di Libia), non c'è dubbio che la sua opera più significativa è rappresentata dai volumi poetici che comprendono le raccolte di Myricae e dei Canti di Castelvecchio (1903). Il "mondo" di Pascoli è tutto lì: la natura come luogo dell'anima dal quale contemplare la morte come ricordo dei lutti privati.

«Troppa questa morte? Ma la vita, senza il pensiero della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico. D'altra parte queste poesie sono nate quasi tutte in campagna; e non c'è visione che più campeggi o sul bianco della gran nave o sul verde delle selve o sul biondo del grano, che quella dei trasporti o delle comunioni che passano: e non c'è suono che più si distingua sul fragor dei fiumi e dei ruscelli, su lo stormir delle piante, sul canto delle cicale e degli uccelli, che quello delle Avemarie. Crescano e fioriscano intorno all'antica tomba della mia giovane madre queste myricae (diciamo cesti o stipe) autunnali.»

(dalla Prefazione di Pascoli ai Canti di Castelvecchio)

Il poeta e il "fanciullino"

Uno dei tratti salienti per i quali Pascoli è passato alla storia della letteratura è la cosiddetta poetica del fanciullino, da egli stesso così bene esplicitata appunto nello scritto omonimo apparso sulla rivista " Il Marzocco" nel 1897.

In tale scritto, Pascoli, influenzato dal manuale di psicologia infantile di J. Sully e da "La filosofia dell'inconscio" di E. von Hartmann, dà una definizione assolutamente compiuta - almeno secondo il suo punto di vista - della poesia (dichiarazione poetica). Si tratta di un testo di 20 capitoli, in cui si svolge il dialogo fra il poeta e la sua anima di fanciullino, simbolo:

dei margini di purezza e candore, che sopravvivono nell'uomo adulto;
Emblema della poesia e delle potenzialità latenti di scrittura poetica nel fondo dell'animo umano.

Caratteristiche del fanciullino:

-"Rimane piccolo anche quando noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce ed egli fa sentire il suo tinnulo squillo come di campanella".
-"Piange e ride senza un perché di cose, che sfuggono ai nostri sensi ed alla nostra ragione".
-Guarda tutte le cose con stupore e con meraviglia, non coglie i rapporti logici di causa- effetto, ma INTUISCE.
-Scopre nelle cose le relazioni più ingegnose.
-Riempie ogni oggetto della propria immaginazione e dei propri ricordi (soggettivazione), trasformandolo in simbolo.

Il poeta allora mantiene una razionalità di fondo, organizzatrice della metrica poetica, ma:

-Possiede una sensibilità speciale, che gli consente di caricare di significati ulteriori e misteriosi anche gli oggetti più comuni;
-Comunica verità latenti agli uomini: è "Adamo", che mette nome a tutto ciò che vede e sente (secondo il proprio personale modo di sentire, che tuttavia ha portata universale).
-Deve saper combinare il talento della fanciullezza (saper vedere), con quello della vecchiaia (saper dire);
-Coglie l'essenza delle cose e non la loro apparenza fenomenica.

La poesia, quindi, è tale solo quando riesce a parlare con la voce del fanciullo ed è vista come la perenne capacità di stupirsi tipica del mondo infantile, in una disposizione irrazionale che permane nell'uomo anche quando questi si è ormai allontanato, almeno cronologicamente, dall'infanzia propriamente intesa. È una realtà ontologica.

Ha scarso rilievo per Pascoli la dimensione storica (egli trova suoi interlocutori in Omero, Virgilio, come se non vi fossero secoli e secoli di mezzo): la poesia vive fuori dal tempo ed esiste in quanto tale.

Nel fare poesia una realtà ontologica (il poeta-microcosmo) si interroga su un'altra realtà ontologica (il mondo-macrocosmo); ma per essere poeta è necessario confondersi con la realtà circostante senza che il proprio punto di vista personale e preciso interferisca: il poeta si impone la rinuncia a parlare di se stesso. È vero che la vicenda autobiografica dell'autore caratterizza la sua poesia, ma con connotazioni di portata universale; cioè la morte del padre viene percepita come l'esempio principe della descrizione dell'universo, di conseguenza gli elementi autenticamente autobiografici sono scarsi. Tuttavia, nel passo XI de "Il fanciullino", Pascoli dichiara che un vero poeta è, più che altro, il suo sentimento e la sua visione che cerca di trasmettere agli altri.

Per cui il poeta Pascoli rifiuta:

-il Classicismo, che si qualifica per la centralità ed unicità del punto di vista del poeta, che narra la sua opera ed esprime la proprie sensazioni.
-il Romanticismo, dove il poeta fa di se stesso, dei suoi sentimenti e della sua vita, poesia.

La poesia, così definita, è naturalmente buona ed è occasione di consolazione per l'uomo ed il poeta.

Pascoli fu anche commentatore e critico dell'opera di Dante e diresse inoltre la collana editoriale "Biblioteca dei Popoli".

La produzione latina

Giovanni Pascoli fu anche autore di poesie in lingua latina e con esse vinse per ben 13 volte il Certamen Hoefftianum, un prestigioso concorso di poesia latina che annualmente si teneva ad Amsterdam. La produzione latina accompagnò il poeta per tutta la sua vita: dai primi componimenti scritti sui banchi del collegio degli Scolopi di Urbino, fino a Thallusa, poemetto di cui il poeta seppe della vittoria solo sul letto di morte nel 1912. In particolare, l'anno 1892 fu insieme l'anno della sua prima premiazione con il poemetto Veianius e l'anno della stesura definitiva delle Myricae.

Pascoli amava molto il latino, che può essere considerato la sua lingua del cuore: il poeta scriveva in latino, prendeva appunti in latino, spesso pensava in latino, trasponendo poi espressioni latine in italiano; la sorella Maria ricorda che dal suo letto di morte Pascoli parlò in latino, anche se la notizia è considerata dai più poco attendibile, dal momento che la sorella non conosceva questa lingua.

Per lungo tempo la produzione latina pascoliana non ha ricevuto l'attenzione che merita, essendo stata erroneamente considerata quale un semplice esercizio del poeta. Il Pascoli in quegli anni non era infatti l'unico a cimentarsi nella poesia latina (un maestro di Pascoli vinse alcune edizioni del Certamen con poemetti dedicati alla locomotiva o alla luce), ma lo fece in maniera nuova e con risultati, poetici e linguistici, sorprendenti. L'attenzione verso questi componimenti si è accesa solo con la raccolta a cura di Gandiglio e poi con l'edizione tradotta, edita da Mondadori nel 1951 e curata da Manara Valgimigli. Tuttavia la produzione latina ha un significato fondamentale, essendo coerente con la poetica del Fanciullino, la cifra del pensiero pascoliano. In realtà, la poetica del Fanciullino è la confluenze di due differenti poetiche: la poetica della memoria e la poetica delle cose.

Gran parte della poesia pascoliana nasce dalle memorie, dolci e tristi, della sua infanzia: "Ditelo voi […], se la poesia non è solo in ciò che fu e in ciò che sarà, in ciò che è morto e in ciò che è sogno! E dite voi, se il sogno più bello non è sempre quello in cui rivive ciò che è morto". Pascoli dunque intende fare rivivere ciò che è morto, attingendo non solo al proprio ricordo personale, bensì travalica la propria esperienza, descrivendo personaggi facenti parte anche dell'evo antico: infanzia e mondo antico sono le età nelle quali l'uomo vive o è vissuto più vicino ad una sorta di stato di natura. "Io sento nel cuore dolori antichissimi, pure ancor pungenti. Dove e quando ho provato tanti martori? Sofferto tante ingiustizie? Da quanti secoli vive al dolore l'anima mia? Ero io forse uno di quegli schiavi che giravano la macina al buio, affamati, con la museruola?". Contro la morte - delle lingue, degli uomini e delle epoche - il poeta si appella alla poesia: essa è la sola, la vera vittoria umana contro la morte. "L'uomo alla morte deve disputare, contrastare, ritogliere quanto può".

Ma da ciò non consegue di necessità l'uso del latino. Qui interviene l'altra e complementare poetica pascoliana: la poetica delle cose. "Vedere e udire: altro non deve il poeta. Il poeta è l'arpa che un soffio anima, è la lastra che un raggio dipinge. La poesia è nelle cose". Ma questa aderenza alle cose ha una conseguenza linguistica di estrema importanza, ogni cosa deve parlare quanto più è possibile con la propria voce: gli esseri della natura con l'onomatopea, i contadini col vernacolo, gli emigranti con l'italo-americano, Re Enzio col bolognese del Duecento; i Romani, naturalmente, parleranno in latino. Dunque il bilinguismo di Pascoli in realtà è solo una faccia del suo plurilinguismo.

Bisogna tenere conto anche di un altro elemento: il latino del Pascoli non è il la lingua che abbiamo appreso a scuola. Questo è forse il secondo motivo per il quale la produzione latina pascoliana è stata per anni oggetto di scarso interesse: per poter leggere i suoi poemetti latini è necessario essere esperti non solo del latino in generale, ma anche del latino di Pascoli. Si è già fatto menzione del fatto che nello stesso periodo, e anche prima di lui, altri autori avevano scritto in latino; scrivere in latino per un moderno comporta due differenti e contrapposti rischi. L'autore che si cimenti in questa impresa potrebbe, da una parte, cadere nell'errore di esprimere una sensibilità moderna in una lingua classica, cadendo in un latino maccheronico; oppure potrebbe cadere nell'errore di imitare gli autori classici, senza apportare alcuna novità alla letteratura latina. Pascoli invece reinventa il latino, lo plasma, piega la lingua perché possa esprimere una sensibilità moderna, perché possa essere una lingua contemporanea. Se oggi noi parlassimo ancora latino, forse parleremmo il latino di Pascoli. (cfr. Alfonso Traina, Saggio sul latino del Pascoli, Patron).

Numerosi sono i componimenti, in genere raggruppati in diverse raccolte secondo l'edizione del Gandiglio, tra le quali: Poemata Christiana, Liber de Poetis, Res Romanae, Odi et Hymni.

Due sembrano essere i temi favoriti del poeta:

-Orazio, poeta della mediocritas, che Pascoli sentiva come suo alterego e le madri orbate, cioè private del loro figlio (cfr. Thallusa, Pomponia Graecina). In quest'ultimo caso il poeta sembra come ribaltare la sua esperienza personale di orfano, privando invece le madri del loro ocellus ("occhietto", come Thallusa chiama il bambino).

-I Poemata Christiana sono da considerarsi il suo capolavoro in lingua latina. In essi Pascoli traccia attraverso i vari poemetti, tutti in esametri, la storia del Cristianesimo in Occidente: dal ritorno a Roma del centurione che assistette alla morte di Cristo sul Golgota (Centurio), alla penetrazione del Cristianesimo nella società romana, dapprima attraverso gli schiavi (Thallusa), poi attraverso la nobiltà romana (Pomponia Graecina), fino al tramonto del paganesimo (Fanum Apollinis).

Critiche

Gianfranco Contini ha osservato i «pasticci» fatti dal Pascoli sulla storia d'Italia. Carlo Emilio Gadda, intervistato da Alberto Arbasino, li definì «ridicolissimi»: quando per esempio Pascoli cerca di inseguire contemporaneamente la retorica di Carducci e di D'Annunzio... così l'Inno a Torino[1], per l'Esposizione del Cinquantenario dell'Unità d'Italia, a suo avviso risulta una scemenza: «Toro divino ch'oltra due fiumane... - ...sbalzando al piano, corneggiando al vento...». E sulla poesia Garibaldi vecchio a Caprera, Gadda commenta il verso "cova il fuoco, cova il suo pensiero" «così gallinesco, così poco dignitoso.» «E poi rimemora i suoi anni giovanili sotto forma de "lo stallone e la sua gioventù". Ma è vagamente ridicola questa epopea dello stallone. Ed è leggermente comico che il Pascoli pretenda di rappresentare i ricordi di gioventù di uno stallone. Però la lirica è particolarmente efficace sia nella terminologia marinaresca e sudamericana con la quale il ricordo viene espresso, sia nei rapidi versi finali: "Più veloce sei tu del pampero, | più del tempo… del tempo che fu…"»[1] Tra coloro che hanno fortemente criticato il Pascoli, identificando il "fanciullo" come "l'infantile", si annovera anche Benedetto Croce.

*********

Bibliografia

-Antonio Piromalli, La poesia di Giovanni Pascoli, Pisa, Nistri Lischi, 1957
-Gian Luigi Ruggio, Giovanni Pascoli: tutto il racconto della vita tormentata di un grande poeta (in appendice un'ampia antologia dei suoi versi migliori), Milano, Simonelli, 1998
-Maria Santini, Candida Soror: tutto il racconto della vita di Mariù Pascoli la più adorata sorella del poeta della Cavalla storna, Milano, Simonelli, 2005
-Alberto Arbasino, Genius Loci (1977), published by The Edinburgh Journal of Gadda Studies (EJGS) ISSN: 1476-9859. Previously published in Certi romanzi (Turin: Einaudi, 1977). artwork 2000-2004 by G. & F. Pedriali. [2]
-Giovanni Pascoli, Le Petit Enfant trad. dall'italiano, introd. e annotato da Bertrand Levergeois (prima edizione francese del "Fanciullino" in Francia), Parigi, Michel de Maule, "L'Absolu Singulier", 2004.

************

( Biografia tratta da Wikipedia, l'enciclopedia libera:
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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 11:08 am    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 11:22 am    Oggetto:  Giovanni Pascoli: Opere
Descrizione:
Rispondi citando

Giovanni Pascoli: Opere

-1891- Myricae (I edizione della fondamentale raccolta di versi)

Myricae

Il libro Myricae, è la raccolta di poesie più amata dal Pascoli. Il libro crebbe per il numero delle poesie in esso raccolte. Nel 1891, data della sua prima edizione, il libro raccoglieva soltanto 22 poesie. Nel 1903, la raccolta definitiva comprendeva 156 liriche del poeta. I componimenti in esso raccolti sono dedicati al ciclo delle stagioni, al lavoro dei campi e alla vita contadina. Il titolo indica la modestia e la semplicità della poetica. Le myricae, le umili tamerici, diventano un simbolo delle tematiche del Pascoli ed evocano riflessioni profonde. La descrizione realistica cela un significato più ampio così che, dal mondo contadino si arriva poi ad un significato universale. La rappresentazione della vita nei campi e della condizione contadina è solo all'apparenza il messaggio che il poeta vuole trasmettere con le sue opere. In realtà questa frettolosa interpretazione della poetica pascoliana fa da scenario a stati d'animo come inquietudini ed emozioni. Il significato delle Myricae, va quindi oltre l'apparenza. Nell'edizione del 1897 compare la poesia Novembre, mentre nelle successive compariranno anche altri componimenti come L'Assiuolo. Pascoli ha dedicato questa raccolta alla memoria di suo padre “A Ruggero Pascoli, mio padre”.

La struttura di Myracae:

Poemetto introduttivo: Il giorno dei morti.
1) sezione: Dall’alba al tramonto 10 poesie;
2) sezione: Ricordi 12 poesie;
3) sezione: Pensieri 10 poesie;
4) sezione: Creature 5 poesie;
5) sezione: La civetta;
6) sezione: Le pene del poeta 4 poesie;
7) sezione: L’ultima passeggiata 16 poesie;
8) sezione: Dialogo;
9) sezione: Nozze;
10)sezione: Le gioie del poeta 6 poesie;
11)sezione: Finestra illuminata 9 poesie;
12)sezione: Solitudine
13)sezione: Campane a sera
14)sezione: Elegie 6 poesie;
15)sezione: Ida e Maria;
16)sezione: In campagna;
17)sezione: Primavera;
18)sezione: Germoglio;
19)sezione: Dolcezze;
20)sezione: Tristezze;
21)sezione: Il bacio del morto;
22)sezione: La notte dei morti;
23)sezione: I due cugini;
24)sezione: Placido;
25)sezione: Tramonti 2 testi;
26)sezione: Il cuore del cipresso;
27)sezione: Alberi e fiori 12 poesie;
28)sezione: Colloquio;
29)sezione: In cammino;
30)sezione: Ultimo sogno.

-1896- Iugurtha (poemetto latino)

-1897- Il fanciullino (scritto pubblicato sulla rivista "Il Marzocco")

-1897- Poemetti

-1898- Minerva oscura (studi danteschi)

-1903-Canti di Castelvecchio (dedicati alla madre)-Myricae (edizione definitiva)-Miei scritti di varia umanità

-1904- Primi poemetti-Poemi conviviali

-1906- Odi e Inni-Canti di Castelvecchio (edizione definitiva)-Pensieri e discorsi

-1909- Nuovi poemetti-Canzoni di re Enzio-Poemi italici

-1911-1912- Poemi del Risorgimento-Carmina-La grande proletaria si è mossa.

**********

Opere in latino

(Presentate nel certamen poetico Hoeufftiano di Amsterdam)

-Veianius. 1892 medaglia d'oro
-Phidyle. 1894
-Laureolus.1894.
-Castanea. 1896
-Cena in Caudiano Nervae. 1896 medaglia d'oro
-Iugurta. 1897
-Centurio. 1902
-Paedagogium. 1904
-Fanum Apollinis. 1905
-Rufius Crispinus 1907 medaglia d'oro
-Ultima linea 1907
-Ecloga XI sive Ovis Pecularis. 1909
-Pomponia Graecina. 1910 medaglia d'oro
-Fanum Vacunae. 1911
-Thallusa 1912 medaglia d'oro
-Altre opere

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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 2:48 pm    Oggetto:  Poesie di Giovanni Pascoli
Descrizione:
Rispondi citando

Opere di Giovanni Pascoli

Questa Raccolta delle maggiori Opere di Giovanni Pascoli, è concepita come un viaggio nel nuovo mondo del Pascoli stesso: la casa, l'orto e il giardino di Castelvecchio, fuori dal quale continua a scorrere in un paesaggio di ombre e nebbia la vita del mondo. Tema principale è la meditazione e il racconto del dolore della vita, sempre uguale a se stesso.

***********

-Seguiranno:

-La poesia
-La partenza del boscaiolo
-L'uccellino del freddo
-I due girovaghi
-Il brivido
-Notte d'Inverno
-Per sempre La nonna
-La canzone della granata
-Il ciocco
-Foglie morte
-Canzone di Marzo
-Valentino
-Il croco
-La vite
-Il sonnellino
-La bicicletta
-La figlia maggiore
-L'usignolo e i suoi rivali
-Il fringuello cieco
-Il gelsomino notturno
-Il poeta solitario
-La guazza
-Primo canto
-La canzone del girarrosto
-Il viatico
-La fonte di Castelvecchio
-Temporale
-La mia sera
-Il sogno della vergine
-Ov'è?
-La servetta di monte
-Addio!
-La cavalla storna
-In ritardo
-La tessitrice
-Casa mia
-Mia madre
-Commiato Giovannino

....E Molte altre!

************

Poesia

Io sono una lampada ch'arda
soave!
la lampada, forse, che guarda
pendendo alla fumida trave,
la veglia che fila;
e ascolta novelle e ragioni
da bocche
celate nell'ombra, ai cantoni,
là dietro le soffici rócche
che albeggiano in fila:
ragioni, novelle, e saluti
d'amore, all'orecchio, confusi:
gli assidui bisbigli perduti
nel sibilo assiduo dei fusi;
le vecchie parole sentite
da presso con palpiti nuovi,
tra il sordo rimastico mite
dei bovi:

II
la lampada, forse, che a cena
raduna;
che sboccia sul bianco, e serena
su l'ampia tovaglia sta, luna
su prato di neve;
e arride al giocondo convito;
poi cenna,
d'un tratto, ad un piccolo dito,
là, nero tuttor della penna
che corre e che beve:
ma lascia nell'ombra, alla mensa,
la madre, nel tempo ch'esplora
la figlia più grande che pensa
guardando il mio raggio d'aurora:
rapita nell'aurea mia fiamma
non sente lo sguardo tuo vano;
già fugge, è già, povera mamma,
lontano !

III
Se già non la lampada io sia,
che oscilla
davanti a una dolce Maria,
vivendo dell'umile stilla
di cento capanne:
raccolgo l'uguale tributo
d'ulivo
da tutta la villa, e il saluto
del colle sassoso e del rivo
sonante di canne:
e incende, il mio raggio, di sera,
tra l'ombra di mesta viola,
nel ciglio che prega e dispera,
la povera lagrima sola;
e muore, nei lucidi albori,
tremando, il mio pallido raggio,
tra cori di vergini e fiori
di maggio:

IV
o quella, velata, che al fianco
t'addita
la donna più bianca del bianco
lenzuolo, che in grembo, assopita,
matura il tuo seme;
o quella che irraggia una cuna
—la barca
che, alzando il fanal di fortuna,
nel mare dell'essere varca,
si dondola, e geme—;
o quella che illumina tacita
tombe profonde—con visi
scarniti di vecchi; tenaci
di vergini bionde sorrisi;
tua madre! . . . nell'ombra senz'ore
per te, dal suo triste riposo,
congiunge le mani al suo cuore
già róso!—

V
Io sono la lampada ch'arde
soave !
nell'ore più sole e più tarde,
nell'ombra più mesta, più grave,
più buona, o fratello!
Ch'io penda sul capo a fanciulla
che pensa,
su madre che prega, su culla
che piange, su garrula mensa,
su tacito avello;
lontano risplende l'ardore
mio casto all'errante che trita
notturno, piangendo nel cuore,
la pallida via della vita:
s'arresta; ma vede il mio raggio,
che gli arde nell'anima blando:
riprende l'oscuro viaggio
cantando.

*****************

La partenza del Boscaiolo

I
La scure prendi su, Lombardo,
da Fiumalbo e Frassinoro!
Il vento ha già spiumato il cardo,
fruga la tua barba d'oro.
Lombardo, prendi su la scure,
da Civago e da Cerù:
è tempo di passar l'alture:
tient'a su! tient'a su! tient'a su!

II
Più fondo scavano le talpe
nelle prata in cui già brina.
E tempo che tu passi l'Alpe,
chè la neve s'avvicina.
Le talpe scavano più fondo.
Vanno più alte le gru.
Fa come queste, e va pel mondo:
tient'a su! tient'a su! tient'a su!

III
Per le faggete e l'abetine,
dalle fratte e dal ruscello,
quel canto suona senza fine,
chiaro come un campanello.
Per l'abetine e le faggete
canta, ogni ora ogni dì più,
la cinciallegra, e ti ripete:
tient'a su! tient'a su! tient'a su!

IV
Di bosco è come te, la cincia:
campa su la macchia anch'essa.
Sa che, col verno che comincia,
ti finisce la rimessa.
La cincia è come te, di bosco:
sa che pane non n'hai più.
Va dove n'ha rimesso il Tosco:
tient'a su! tient'a su! tient'a su!

V
Le gemme qua e là col becco
picchia: anch'essa è taglialegna.
Nel bosco è un picchierellar secco
della cincia che t'insegna.
Col becco qua e là le gemme
picchia al mo' che picchi tu.
Va, taglialegna, alle maremme.
tient'a su! tient'a su! tient'a su!

VI
Ha il nido qua e là nei buchi
d'ischie o d'olmi, ove gli garba;
e pensa forse a que' tuoi duchi,
grandi, dalla lunga barba.
Nei buchi erbiti dove ha il nido,
pensa al gran tempo che fu;
e getta ancora il vecchio grido:
tient'a su! tient'a su! tient'a su!

VII
Un'azza è quella con cui squadri
là, nel verno, il pino e il cerro;
con cui picchiavano i tuoi padri
sopra i grandi elmi di ferro.
Tu squadri i tronchi, ora; con l'azza
butti le foreste giù.
Va ora senza più corazza. . .
tient'a su! tient'a su! tient'a su!

VIII
Rimane nella valle il canto.
Sono ormai, le cincie, sole.
La scure dei lombardi intanto
lassù brilla contro al sole.
E sempre il canto che rimane,
giunge in alto alla tribù,
che parte a guadagnarsi il pane;
tient'a su! tient'a su! tient'a su!

*************

L'uccellino del freddo

I
Viene il freddo. Giri per dirlo
tu, sgricciolo, intorno le siepi;
e sentire fai nel tuo zirlo
lo strido di gelo che crepi.
Il tuo trillo sembra la brina
che sgrigiola, il vetro che incrina. . .
trr trr trr terit tirit

II
Viene il verno. Nella tua voce
c'è il verno tutt'arido e tecco.
Tu somigli un guscio di noce,
che ruzzola con rumor secco.
T'ha insegnato il breve tuo trillo
con l'elitre tremule il grillo . . .
trr trr trr terit tirit. . .

III
Nel tuo verso suona scrio scrio,
con piccoli crepiti e stiocchi,
il segreto scricchiolettio
di quella catasta di ciocchi.
Uno scricchiolettio ti parve
d'udirvi cercando le larve. . .
trr trr trr terit tirit. . .

IV
Tutto, intorno, screpola rotto.
Tu frulli ad un tetto, ad un vetro.
Così rompere odi lì sotto,
così screpolare lì dietro.
Oh! lì dentro vedi una vecchia
che fiacca la stipa e la grecchia. . .
trr trr trr terit tirit. . .

V
Vedi il lume, vedi la vampa.
Tu frulli dal vetro alla fratta.
Ecco un tizzo soffia, una stiampa
già croscia, una scorza già scatta.
Ecco nella grigia casetta
l'allegra fiammata scoppietta. . .
trr trr trr terit tirit. . .

VI
Fuori, in terra, frusciano foglie
cadute. Nell'Alpe lontana
ce n'è un mucchio grande che accoglie
la verde tua palla di lana.
Nido verde tra foglie morte,
che fanno, ad un soffio più forte. . .
trr trr trr terit tirit.

*************

I due girovaghi

Siamo soli. Bianca l'aria
vola come in un mulino.
Nella terra solitaria
siamo in due, sempre in cammino.
Soli i miei, soli i tuoi stracci
per le vie. Non altro suono
che due gridi:
—Oggi ci sono
e doman me ne vo . . .
—Stacci!
stacci! stacci!
Io di qua, battendo i denti,
tu di là, pestando i piedi:
non ti vedo, e tu mi senti;
io ti sento, e non mi vedi.
Noi gettiamo i nostri urlacci,
come cani in abbandono
fuor dell'uscio:
—Oggi ci sono
e doman me ne vo . . .
—Stacci!
stacci! stacci!
Questa terra ha certe porte,
che ci s'entra e non se n'esce.
È il castello della morte.
S'ode qui l'erba che cresce:
crescer l'erba e i rosolacci
qui, di notte, al tempo buono:
ma nient'altro. . .
—Oggi ci sono
e doman me ne vo. . .
—Stacci!
stacci! stacci!
C'incontriamo . . . Io ti derido?!
No, compagno nello stento!
No, fratello! È un vano grido
che gettiamo al freddo vento.
Nè c'è un viso che s'affacci
per dire, Eh! spazzacamino! . . .
per dire, Oh! quel vecchiettino
degli stacci
degli stacci! . . .
—stacci! stacci!

**************

Il brivido

Mi scosse, e mi corse
le vene il ribrezzo.
Passata m'è forse
rasente, col rezzo
dell'ombra sua nera,
la morte. . .
Com'era ?
Veduta vanita,
com'ombra di mosca:
ma ombra infinita,
di nuvola fosca
che tutto fa sera:
la morte. . .
Com'era ?
Tremenda e veloce
come un uragano
che senza una voce
dilegua via vano:
silenzio e bufera:
la morte. . .
Com'era ?
Chi vede lei, serra
nè apre più gli occhi.
Lo metton sotterra
che niuno lo tocchi,
gli chieda—Com'era?
rispondi . . .
com'era ?—

**************

Notte d'inverno

Il Tempo chiamò dalla torre
lontana. . . Che strepito! È un treno,
là, se non è il fiume che corre.
O notte! Nè prima io l'udiva,
lo strepito rapido, il pieno
fragore di treno che arriva;
sì, quando la voce straniera,
di bronzo, me chiese; sì, quando
mi venne a trovare ov'io era,
squillando squillando
nell'oscurità.
Il treno s'appressa. . . Già sento
la querula tromba che geme,
là, se non è l'urlo del vento.
E il treno rintrona rimbomba,
rimbomba rintrona, ed insieme
risuona una querula tromba.
E un'altra, ed un'altra— Non essa
m'annunzia che giunge?—io domando.
—Quest'altra! - Ed il treno s'appressa
tremando tremando
nell'oscurità.
Sei tu che ritorni. Tra poco
ritorni, tu, piccola dama,
sul mostro dagli occhi di fuoco.
Hai freddo? paura? C'è un tetto,
c'è un cuore, c'è il cuore che t'ama
qui! Riameremo. T'aspetto.
Già il treno rallenta, trabalza,
sta. . . Mia giovinezza, t'attendo!
Già l'ultimo squillo s'inalza
gemendo gemendo
nell'oscurità . . .
E il Tempo lassù dalla torre
mi grida ch'è giorno. Risento
la tromba e la romba che corre.
Il giorno è coperto di brume.
Quel flebile suono è del vento,
quel labile tuono è del fiume.
È il fiume ed è il vento, so bene,
che vengono vengono, intendo,
così come all'anima viene,
piangendo piangendo,
ciò che se ne va.

***************

Per sempre

Io t'odio?! . . . Non t'amo più, vedi,
non t'amo . . . Ricordi quel giorno ?
Lontano portavano i piedi
un cuor che pensava al ritorno.
E dunque tornai . . . tu non c'eri.
Per casa era un'eco dell'ieri,
d'un lungo promettere. E meco
di te portai sola quell'eco:
PER SEMPRE !

Non t'odio. Ma l'eco sommessa
di quella infinita promessa
vien meco, e mi batte nel cuore
col palpito trito dell'ore;
mi strilla nel cuore col grido
d'implume caduto dal nido:
PER SEMPRE!

Non t'amo. Io guardai, col sorriso,
nel fiore del molle tuo letto.
Ha tutti i tuoi occhi, ma il viso
non tuo. E baciai quel visetto
straniero, senz'urto alle vene.
Le dissi: «E a me, mi vuoi bene?»
«Sì, tanto!» E i tuoi occhi in me fisse.
«Per sempre?» le dissi. Mi disse:
PER SEMPRE!

Risposi: «Sei bimba e non sai
Per sempre che voglia dir mai!»
Rispose: «Non so che vuol dire?»
Per sempre vuol dire Morire. . .
sì: addormentarsi la sera:
restare così come s'era,
PER SEMPRE !

**************

La nonna

Tra tutti quei riccioli al vento,
tra tutti quei biondi corimbi,
sembrava, quel capo d'argento,
dicesse col tremito, bimbi,
sì . . . piccoli, sì . . .
E i bimbi cercavano in festa,
talora, con grido giulivo,
le tremule mani e la testa
che avevano solo di vivo
quel povero sì.
Sì, solo; sì, sempre, dal canto
del fuoco, dall'umile trono;
sì, per ogni scoppio di pianto,
per ogni preghiera: perdono,
sì . . . voglio, sì . . . sì!
Sì, pure al lettino del bimbo
malato . . . La Morte guardava,
la Morte presente in un nimbo. . .
La tremula testa dell'ava
diceva sì! sì!
Sì, sempre; sì, solo; le notti
lunghissime, altissime! Nera
moveva, ai lamenti interrotti,
la Morte da un angolo. . . C'era
quel tremulo sì,
quel sì, presso il letto . . . E sì, prese
la nonna, la prese lasciandole
vivere il bimbo. Si tese
quel capo in un brivido blando,
nell'ultimo sì.

***************

La canzone della granata

I
Ricordi quando eri saggina,
coi penduli grani che il vento
scoteva, come una manina
di bimbo il sonaglio d'argento ?
Cadeva la brina; la pioggia
cadeva: passavano uccelli
gemendo: tu gracile e roggia
tinnivi coi cento ramelli.
Ed oggi non più come ieri
tu senti la pioggia e la brina,
ma sgrigioli come quand'eri
saggina.

II
Restavi negletta nei solchi
quand'ogni pannocchia fu colta:
te, colsero, quando i bifolchi
v'ararono ancora una volta.
Un vecchio ti prese, recise,
legò; ti privò della bella
semenza tua rossa; e ti mise
nell'angolo, ad essere ancella.
E in casa tu resti, in un canto,
negletta qui come laggiù;
ma niuno è di casa pur quanto
sei tu.

III
Se t'odia colui che la trama
distende negli alti solai,
l'arguta gallina pur t'ama,
cui porti la preda che fai.
E t'ama anche senza, chè ai costi
ti sbalza, ed i grani t'invola,
residui del tempo che fosti
saggina, nei campi già sola.
Ma più, gracilando t'aspetta
con ciò che in tua vasta rapina
le strascichi dalla già netta
cucina.

IV
Tu lasci che t'odiino, lasci
che t'amino: muta, il tuo giorno,
nell'angolo, resti, coi fasci
di stecchi che attendono il forno.
Nell'angolo il giorno tu resti,
pensosa del canto del gallo;
se al bimbo tu già non ti presti,
che viene, e ti vuole cavallo.
Riporti, con lui che ti frena,
le paglie ch'hai tolte, e ben più;
e gioia or n'ha esso; ma pena
poi tu.

V
Sei l'umile ancella; ma reggi
la casa: tu sgridi a buon'ora,
mentre impazïente passeggi,
gl'ignavi che dormono ancora.
E quando tu muovi dal canto,
la rondine è ancora nel nido;
e quando comincia il suo canto,
già ode per casa il tuo strido.
E l'alba il suo cielo rischiara,
ma prima lo spruzza e imperlina,
così come tu la tua cara
casina.

VI
Sei l'umile ancella, ma regni
su l'umile casa pulita.
Minacci, rimproveri; insegni
ch'è bella, se pura, la vita.
Insegni, con l'acre tua cura
rodendo la pietra e la creta,
che sempre, per essere pura,
si logora l'anima lieta.
Insegni, tu sacra ad un rogo
non tardo, non bello, che più
di ciò che tu mondi, ti logori
tu!

***************

Il ciocco

CANTO PRIMO

Il babbo mise un gran ciocco di quercia
su la brace; i bicchieri avvinò; sparse
il goccino avanzato; e mescè piano
piano, perchè non croccolasse, il vino.
Ma, presa l'aria, egli mesceva andante.
E ciascuno ebbe in mano il suo bicchiere,
pieno, fuor che i ragazzi: essi, al bicchiere
materno, ognuno ne sentiva un dito.
Fecero muti i vegliatori il saggio,
lodando poi, parlando dei vizzati
buoni; ma poi passarono allo strino,
quindi all'annata trista e tribolata.
E le donne ripresero a filare,
con la rócca infilata nel pensiere:
tiravano prillavano accoccavano
sfacendo i gruppi a or a or coi denti.
Come quando nell'umida capanna
le magre manze mangiano, e via via,
soffiando nella bassa greppia vuota,
alzano il muso, e dalla rastrelliera
tirano fuori una boccata d'erba;
d'erba lupina co' suoi fiori rossi,
nel maggio indafarito, ma nel verno,
d'arida paglia e tenero guaime;
così dalla mannella, ogni momento,
nuova tiglia guidata era nel fuso.
Io dissi: «Brucia la capanna a gente!»
E i vegliatori, col bicchiere in mano,
tutti volsero gli occhi alla finestra,
quasi vedere il lustro della vampa,
ad ascoltare il martellare a fuoco,
ton ton ton, nella notte insonnolita.
Non c'era nella notte altro splendore
che di lontane costellazioni,
e non c'era altro suono di campana,
se non della campana delle nove,
che da Barga ripete al campagnolo:
—Dormi, che ti fa bono! bono! bono!—
Non capparone ardeva per le selve,
zeppo di fronde aspre dal tramontano;
non meta di vincigli di castagno,
fatti d'agosto per serbarli al verno;
non metato soletto in cui seccasse
a un fuoco dolce il dolce pan di legno:
sopra le cannaiole le castagne
cricchiano, e il rosso fuoco arde nel buio.
Al buio il rio mandava un gorgoglìo,
come s'uno ci fosse a succhiar l'acqua.
Tutto era pace: sotto ogni catasta
sornacchiava il suo ghiro rattrappito.
In cima al colle un nero metatello
fumava appena in mezzo alla Grand'Orsa.
Che bruciava? . . . La quercia, assai vissuta
fu scalzata da molte opre, e fu svelta
e giacque morta. Ma la secca scorza,
all'acqua e al sole rifiorì di muschi;
e un'altra vita brulicò nel legno
che intarmoliva: un popolo infinito
che ben sapeva l'ordine e la legge,
v'impresse i solchi di città ben fatte.
E chi faceva nuove case ai nuovi,
e chi per tempo rimettea la roba,
e chi dentro allevava i dolci figli,
e chi portava i cari morti fuori.
Quando s'udì l'ingorda sega un giorno
rodere rauca torno torno il tronco;
e il secco colpo rimbombò del mazzo
calato da un ansante ululo d'uomo.
E il tronco sodo ora sputava fuori
la zeppola d'acciaio con uno sprillo,
or la pigliava, e si sentiva allora
crepare il legno frangolo, e stioccare
le stiglie, or dalla gran forza strappate,
ora recise dalla liscia accetta:
lucida accetta che alzata a due mani
spaccava i ciocchi e ne facea le schiampe.
Le schiampe alcuno accatastò; poi altri
se le portò nella legnaia opaca.
Del popolo infinito era una gente
rimasta in un dei ciocchi. Ebbe l'accetta
molte case distrutte, ebbe d'un colpo
il mazzo molte sue tribù schicciate.
Ma i sorvissuti non sapean già nulla:
chè volgendo i lor mille anni in un anno,
chi schivò l'ascia, chi campò dal mazzo,
l'ago sentì, che, dopo un po' che cuce
il Tempo, uggito, punta nel lavoro,
e se ne va. Nessuno ora sapeva
che il mondo loro fu congiunto al tutto
della gran quercia, sotto un cielo azzurro.
Sapeva ognuno che non c'era altr'aria
che quell'odor di mucido, altro suono
che il grave gracilar delle galline
e il sottile stridìo dei pipistrelli:
dei pipistrelli, che pendeano a pigne
dai cantoni, nel giorno, quando il sole
facea passare i fili suoi tra i licci
d'una tela che ordiva un vecchio ragno.
Così passava la lor cauta vita
nell'odoroso tarmolo del ciocco:
e chi faceva nuove case ai nuovi,
e chi per tempo rimettea la roba,
e chi dentro allevava i dolci figli,
e chi portava i cari morti fuori.
E videro l'incendio ora e la fine
i vegliatori: disse ognun la sua.
E disse il Biondo, domator del ferro
cui la verde Corsonna ama, e gli scende
cantando per le selve allo stendino
e per lui picchia non veduta il maglio:
«Vogliono dire ch'hanno tutti i ferri,
quanti con sè porta il bottaio, allora
ch'è preso a opra avanti la vendemmia:
l'aspro saracco, l'avido succhiello,
e tenaglie che azzeccano, e rugnare
di scabra raspa e scivolar di pialla.
Chè non hanno bottega: a giro vanno
come il nero magnano, quando passa
con quello scampanìo sopra il miccetto;
ossia concino, o fradicio ombrellaio,
voce del verno, la qual morde il cuore
a chi non fece le rimesse a tempo.
Nè lëo lëo vanno, come loro.
Piglian le gambe e stradano, la vita,
come noi, strinta dal grembial di cuoio»
E disse il Topo, portatore in collo,
primo, fuor che del Nero; sì, ma questi
porta più poco, e brontola incaschito:
—Carico piccolo è che scenta il bosco—:
«Vogliono dire ch'han la tiglia soda
più che nimo altri che di mattinata
porti in monte il cavestro e la bardella.
E hanno l'arte, perchè intorno al peso
girano ora all'avanti ora all'indietro
or dalle parti, per entrarci sotto.
Se lo possono, via, telano; quando
non lo possono, vanno per aiuto;
e su e su, per una carraiuola:
come una nera fila di muletti
di solitari carbonai, su l'Alpe,
che in quel silenzio semina i tintinni
de' suoi sonagli. Alcuno ecco s'espone,
come anco noi, per ragionar con altri
che scende, e frescheggiare allo sciurino»
E disse il Menno, vangatore a fondo,
a cui la terra, nell'aprir d'aprile,
rotta e domata ai piedi ansa e rifiata:
e' la sogguarda curvo su l'astile:
«Ho inteso dire ch'hanno i suoi poderi,
come noi. Sotto le città ben fatte
coltano un campo sodo: che bel bello
si fa lo scasso, e qua si tira dentro,
là si leva la terra, e si tramuta
con le pale o valletti e cestinelle.
La pareggiano, seminano. Nasce
un'erba. Ed ecco poi vanno a pulirla,
levano il loglio, scerbano i vecciuli,
e scentano la sciàmina, cattiva,
e la gramigna, che riè cattiva,
e i paternostri, ch'è peggior di tutte.
A suo tempo si sega, lega, ammeta,
scuote, ventola, spula. Eccolo bello
nel bel soppiano dai due godi il grano »
E disse il Bosco, buon pastor di monte,
ch'era ad albergo: egli da Pratuscello
mena il branco alla Pieve, a quei guamacci:
per là dicon guamacci: è il terzo fieno:
«Ho inteso dire ch'hanno le sue bestie:
quali, pecore, e quali proprio bestie,
ossia da frutto, ovvero anche da groppa.
Ma piccoline e verdi queste, e quelle
con una lana molle come sputo:
pascono in cento un cuccolo di fiore.
E il pastore ha due verghe, esso, non una:
due, con nodetti, come canne; e molge
con esse: le vellìca, e dànno il latte;
o chiuse dentro, o fuori, per le prata:
come noi, che si molge all'aria aperta,
nella statina, le serate lunghe:
quando su l'Alpe c'è con noi la luna
sola, che passa, e splende sui secchielli,
e il poggio rende un odorin che accora»
E disse il Quarra, un capo, uno che molto
girò, portando santi e re sul capo,
di là dei monti e del sonante mare:
ora s'è fermo, e campa a campanello:
«Lessi in un libro, ch'hanno contadini
come noi; ma non come mezzaiuoli
timidi sol del Santo pescatore,
e che, d'Ottobre, quando uno scasato,
cerca podere, a lui dice il fringuello:
—Ce n'è, ce n'è, ce n'è, Francesco mio!—
Quelli no: sono negri. Alla lor terra
venne un lontano popolo guerriero,
che il largo fiume valicò sul ponte.
Fecero un ponte: l'uno chiappò l'altro
per le gambe, e così tremolò sopra
l'acqua una lunga tavola. Fu presa
la munita città, presi i fanciulli,
ch'or sono schiavi e fanno le faccende;
e il vincitore campa a campanello»
E qui la China, madre d'otto figli
già sbozzolati, accoccò il filo al fuso,
mise il fuso sul legoro, le tiglie
si strusciò dalla bocca arida; e disse:
« Io l'ho vedute, come fanno ai figli
le madri, ossia le balie. Hanno figlioli
quasi fasciati dentro un bozzolino.
Lo sa la mamma che lì dentro è chiuso
il lor begetto, ch'è cicchin cicchino,
e dorme, e gli fa freddo e gli fa caldo.
Lasciano all'altre le faccende, ed esse
altro non fanno che portare il loro
furigello ora all'ombra ed ora all'aspro,
in collo, come noi; ch'è da vedere
come via via lo tengono pulito
come lo fanno dolco con lo sputo;
e infine con la bocca aprono il guscio,
come a dire, le fasce; e il figliolino
n'esce, che va da sè, ma gronchio gronchio»
Così parlando, essi bevean l'arzillo
vino, dell'anno. E mille madri in fuga
correan pei muschi della scorza arsita,
coi figli, e c'era d'ogni intorno il fuoco;
e il fuoco le sorbiva con un breve
crepito, nè quel crepito giungeva
al nostro udito, più che l'erme vette
d'Appennino e le aguzze alpi Apuane,
assise in cerchio, con l'aeree grotte
intronate dal cupo urlo del vento,
odano lo stridor d'un focherello
ch'arde laggiù laggiù forse un villaggio
con le sue selve; un punto, un punto rosso
or sì or no. Nè pur vedea la gente
là, che moriva, i mostri dalla ferrea
voce e le gigantesse filatrici:
i mostri che reggean concavi laghi
di sangue ardente, mentre le compagne
con moto eterno, tra un fischiar di nembi,
mordean le bigie nuvole del cielo.
Ma non vedeva il popolo morente
gli dei seduti intorno alla sua morte,
fatti di lunga oscurità: vedeva,
forse in cima all'immensa ombra del nulla,
su, su, su, donde rimbombava il tuono
della lor voce, nelle occhiute fronti,
da un'aurora notturna illuminate,
guizzare i lampi e scintillar le stelle.
E lo Zi Meo parlò. Disse: «Formiche!
L'altr'anno seminai l'erba lupina.
Venne la pioggia: non ne nacque un filo.
Vennero i soli: il campo parea sodo.
Un giorno che v'andai, vidi sul ciglio
del poggio un mucchiarello alto di chicchi.
Guardai per tutto. Ad ogni poco c'era
un mucchiarello. Erano i semi, i semi
d'erba lupina. Avean rumato poco ?
Non un chicco, ch'è un chicco, era rimasto!
Aveano fatto, le formiche, appietto!
E ben sì che v'avevo anco passato
l'erpice a molti denti, e su la staggia,
per tutte bene pianeggiar le porche,
mi facev'ir di qua di là, come uno
fa, nel passaggio, in mezzo all'Oceàno»

CANTO SECONDO

Ed il ciocco arse, e fu bevuto il vino
arzillo, tutto. Io salutai la veglia
cupo ronzante, e me ne andai: non solo:
m'accompagnava lo Zi Meo salcigno.
Era novembre. Già dormiva ognuno,
sopra le nuove spoglie di granturco.
Non c'era un lume. Ma brillava il cielo
d'un infinito riscintillamento.
E la Terra fuggiva in una corsa
vertiginosa per la molle strada,
e rotolava tutta in sè rattratta
per le puntura dell'eterno assillo.
E rotolando per fuggir lo strale
d'acuto fuoco che le ruma in cuore,
ella esalava per lo spazio freddo
ansimando il suo grave alito azzurro.
Così, nel denso fiato della corsa
ella vedeva l'iridi degli astri
sguazzare, e nella cava ombra del Cosmo
ella vedeva brividi da squamme
verdi di draghi, e svincoli da fruste
rosse d'aurighi, e lampi dalle freccie
de' sagittari, e sprazzi dalle gemme
delle corone, e guizzi dalle corde
delle auree lire; e gli occhi dei leoni
vigili e i sonnolenti occhi dell'orse.
Noi scambiavamo rade le ginocchia
sotto le stelle. Ad ogni nostro passo
trenta miglia la terra era trascorsa,
coi duri monti e le maree sonore.
E seco noi riconduceva al Sole,
e intorno al Sole essa vedea rotare
gli altri prigioni, come lei, nel cielo,
di quella fiamma, che con sè li mena.
Come le sfingi, fosche atropi ossute,
l'acri zanzare e l'esili tignuole,
e qualche spolverio di moscerini,
girano intorno una lanterna accesa:
una lanterna pendula che oscilla
nella mano d'un bimbo: egli perduta
la monetina in una landa immensa,
la cerca invano per la via che fece
e rifà ora singhiozzando al buio:
e nessun ode e vede lui, ch'è ombra,
ma vede e svede un lume che cammina,
nè par che vada, e sempre con lui vanno,
gravi ronzando intorno a lui, le sfingi:
lontan lontano son per tutto il cielo
altri lumi che stanno, ombre che vanno,
che per meglio vedere alzano in vano
verso le solitarie Nebulose
l'ardor di Mira e il folgorìo di Vega.
Così pensavo; e non trovai me stesso
più, nè l'alta marmorea Pietrapana,
sopra un grano di polvere dell'ala
della falena che ronzava al lume:
dell'ala che in quel punto era nell'ombra;
della falena che coi duri monti
e col sonoro risciacquar dei mari
mille miglia in quel punto era trascorsa.
Ed incrociò con la sua via la strada
d'un mondo infranto, e nella strada ardeva,
come brillante nuvola di fuoco,
la polvere del suo lungo passaggio.
Ma niuno sa donde venisse, e quanto
lontane plaghe già battesse il carro
che senza più l'auriga ora sfavilla
passando rotto per le vie del Sole.
Nè sa che cosa carreggiasse intorno
ad uno sconosciuto astro di vita,
allora forse di su lui cantando
i viatori per la via tranquilla;
quando urtò, forviò, si spezzò, corse
in fumo e fiamme per gli eterei borri,
precipitando contro il nostro Sole,
versando il suo tesoro oltresolare:
stelle; che accese in un attimo e spente,
rigano il cielo d'un pensier di luce.
Là, dove i mondi sembrano con lenti
passi, come concorde immensa mandra,
pascere il fior dell'etere pian piano,
beati della eternità serena;
pieno è di crolli, e per le vie, battute
da stelle in fuga, come rossa nube
fuma la densa polvere del cielo;
e una mischia incessante arde tra il fumo
delle rovine, come se Titani
aeriformi, agli angoli del Cosmo,
l'un l'altro ardendo di ferir, lo spazio
fendessero con grandi astri divelti.
Ma verrà tempo che sia pace, e i mondi,
fatti più densi dal cader dei mondi,
stringan le vene e succhino d'intorno
e in sè serrino ogni atomo di vita
quando sarà tra mondo e mondo il Vuoto
gelido oscuro tacito perenne;
e il Tutto si confonderà nel Nulla,
come il bronzo nel cavo della forma;
e più la morte non sarà. Ma il vento
freddo che sibilando odo staccare
le foglie secche, non sarà più forse,
quando si spiccherà l'ultima foglia ?
E nel silenzio tutto avrà riposo
dalle sue morti; e ciò sarà la morte.
Io riguardava il placido universo
e il breve incendio che v'ardea da un canto.
Tempo sarà (ma è! poi ch' il veloce
immobilmente fiume della vita
è nella fonte, sempre, e nella foce),
tempo, che persuasa da due dita
leggiere, mi si chiuda la pupilla:
nè però sia la visïon finita.
Oh! il cieco io sia che, nella sua tranquilla
anima, vede, fin che sa che intorno
a lui c'è qualche aperto occhio che brilla!
Così, quand'io, nel nostro breve giorno,
guardo, e poi, quasi in ciò che guardo, un velo
fosse, un'ombra, col lento occhio ritorno
a un guizzo d'ala, a un tremolìo di stelo:
quando a mirar torniamo anche una volta
ciò ch'arde in cuore, ciò che brilla in cielo;
noi s'è la buona umanità che ascolta
l'esile strido, il subito richiamo,
il dubbio della umanità sepolta:
e le risponde:—Io vivo, sì, viviamo—
Tempo sarà che tu, Terra, percossa
dall'urto d'una vagabonda mole,
divampi come una meteora rossa;
e in te scompaia, in te mutata in Sole,
morte con vita, come arde e scompare
la carta scritta con le sue parole.
Ma forse allora ondeggerà nel Mare
del nettare l'azzurra acqua, e la vita
verzicherà su l'Appennin lunare.
La vecchia tomba rivivrà, fiorita
di ninfèe grandi, e più di noi sereno
vedrà la luce il primo Selenita.
Poi, la placida notte, quando il Seno
dell'iridi ed il Lago alto e selvaggio
dei sogni trema sotto il Sol terreno;
errerà forse, in quell'eremitaggio
del Cosmo, alcuno in cerca del mistero;
e nello spettro ammirerà d'un raggio
la traccia ignita dell'uman pensiero.
O sarà tempo, che di là, da quella
profondità dell'infinito abisso,
dove niuno mai vide orma di stella;
un atomo d'un altro atomo scisso
in mille nulla, a mezzo il dì, da un canto
guardi la Terra come un occhio fisso;
e venga, e sembri come un elïanto,
la notte, e il giorno, come luna piena;
e la Terra alzi il cupo ultimo pianto;
e sotto il nuovo Sole che balena
nella notte non più notte, risplenda
la Terra, come una deserta arena;
e Sole avanzi contro Sole, e prenda
già mezzo il cielo, e come un cielo immenso
su noi discenda, e tutto in lui discenda
Io guardo là dove biancheggia un denso
sciame di mondi, quanti atomi a volo
sono in un raggio: alla Galassia: e penso:
O Sole, eterno tu non sei—nè solo!—
Anima nostra! fanciulletto mesto!
nostro buono malato fanciulletto,
che non t'addormi, s'altri non è desto!
felice, se vicina al bianco letto
s'indugia la tua madre che conduce
la tua manina dalla fronte al petto;
contento almeno, se per te traluce
l'uscio da canto, e tu senti il respiro
uguale della madre tua che cuce;
il respiro o il sospiro; anche il sospiro;
o almeno che tu oda uno in faccende
per casa, o almeno per le strade a giro;
o veda almeno un lume che s'accende
da lungi, e senta un suono di campane
che lento ascende e che dal cielo pende;
almeno un lume, e l'uggiolìo d'un cane:
un fioco lume, un debole uggiolìo:
un lumicino . . . Sirio: occhio del Cane
che veglia sopra il limitar di Dio!
Ma se al fine dei tempi entra il silenzio ?
se tutto nel silenzio entra? la stella
della rugiada e l'astro dell'assenzio?
Atair, Algol? se, dopo la procella
dell'Universo, lenta cade e i Soli
la neve della Eternità cancella?
che poseranno senza mai più voli
nè mai più urti nè mai più faville,
fermi per sempre ed in eterno soli!
Una cripta di morti astri, di mille
fossili mondi, ove non più risuoni
nè un appartato gocciolìo di stille;
non fumi più di tanti milioni
d'esseri, un fiato; non rimanga un moto,
delle infinite costellazioni!
Un sepolcreto in cui da sè remoto
dorma il gran Tutto, e dalle larghe porte
non entri un sogno ad aleggiar nel vuoto
sonno di ciò che fu!—Questa è la morte!—
Questa, la morte! questa sol, la tomba
se già l'ignoto Spirito non piova
con un gran tuono, con una gran romba;
e forse le macerie anco sommuova,
e batta a Vega Aldebaran che forse
dian, le due selci, la scintilla nuova;
e prenda in mano, e getti alle lor corse,
sotto una nuova lampada polare,
altri Cigni, altri Aurighi, altre Grand'Orse;
e li getti a cozzare, a naufragare,
a seminare dei rottami sparsi
del lor naufragio il loro etereo mare;
e li getti a impietrarsi e consumarsi,
fermi i lunghi millenni de' millenni
nell'impietrarsi, ed in un attimo arsi;
all'infinito lor volo li impenni,
anzi no, li abbandoni all'infinita
loro caduta: a rimorir perenni:
alla vita alla vita, anzi: alla vita!
Io mi rivolgo al segno del Leone
dond'arde il fuoco in che si muta un astro,
alle Pleiadi, ai Carri, alle Corone,
indifferenti al tacito disastro;
ai tanti Soli, ai Soli bianchi, ai rossi
Soli, lucenti appena come crune,
ai lor pianeti, ignoti a noi, ma scossi
dalla misterïosa ansia comune;
a voi, a voi, girovaghe Comete
che sapete le vie del ciel profondo;
o Nebulose oscure, a voi, che siete
granai del cielo, ogni cui grano è un mondo;
di là di voi, di là del firmamento,
di là del più lontano ultimo Sole;
io grido il lungo fievole lamento
d'un fanciulletto che non può, non vuole
dormire! di questa anima fanciulla
che non ci vuole, non ci sa morire!
che chiuder gli occhi, e non veder più nulla,
vuole sotto il chiaror dell'avvenire!
morire, sì; ma che si viva ancora
intorno al suo gran sonno, al suo profondo
oblìo; per sempre, ov'ella visseun'ora;
nella sua casa, nel suo dolce mondo:
anche, se questa Terra arsa, distrutto
questo Sole, dall'ultimo sfacelo
un astro nuovo emerga, uno, tra tutto
il polverìo del nostro vecchio cielo.
Così pensavo; e lo Zi Meo guardando
ciò ch'io guardava, mormorò tranquillo:
«Stellato fisso: domattina piove».
Era andato alle porche il suo pensiero.
Bene egli aveva sementato il grano
nella polvere, all'aspro; e san Martino
avea tenuta per più dì la pioggia
per non scoprire e portar via la seme.
Ma era già durata assai la state
di san Martino, e facea bono l'acqua.
E lo Zi Meo, sicuro di svegliarsi
domani al rombo d'una grande acquata,
era contento, e andava a riposare,
parlando di Chioccetta e di Mercanti,
sopra le nuove spoglie di granturco,
la cara vita cui nutrisce il pane.

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Mar Set 04, 2007 7:27 pm, modificato 2 volte in totale
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Monia Di Biagio

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Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 2:58 pm    Oggetto:  Poesie di Giovanni Pascoli
Descrizione:
Rispondi citando

Foglie morte

Oh! che già il vento volta
e porta via le pioggie!
Dentro la quercia folta
ruma le foglie roggie
che si staccano, e fru . . .
partono; un branco ad ogni
soffio che l'avviluppi.
Par che la quercia sogni
ora, gemendo, i gruppi
del novembre che
fu.
Volano come uccelli,
morte nel bel sereno:
picchiano nei ramelli
del roseo pesco, pieno
de' suoi cuccoli già.
E il roseo pesco oscilla
pieno di morte foglie:
quale s'appende e prilla,
quale da lui si toglie
con un sibilo, e va.
Ma quelle foglie morte
che il vento, come roccia,
spazza, non già di morte
parlano ai fiori in boccia,
ma sussurrano—Orsù!
Dentro ogni cocco all'uscio
vedo dei gialli ugnoli:
tu che costì nel guscio
di più covar ti duoli,
che ti pèriti più?
Fuori le aluccie pure,
tu che costì sei vivo!
Il vento ruglia . . . eppure
esso non è cattivo.
Ruglia, brontola: ma
contende a noi! Chè tutto
vuol che sia mondo l'orto
pei nuovi fiori, e il brutto,
il secco, il vecchio, il morto,
vuol che netti di qua.
Noi c'indugiammo dove
nascemmo, un po', ma era
per ricoprir le nuove
gemme di primavera.. .—
Così dicono, e fru . . .
partono, ad un rabbuffo
più stridulo e più forte.
E tra un voletto e un tuffo
vanno le foglie morte,
e non tornano più.

************

Canzone di Marzo

Che torbida notte di marzo!
Ma che mattinata tranquilla!
che cielo pulito! che sfarzo
di perle! Ogni stelo, una stilla
che ride: sorriso che brilla
su lunghe parole.
Le serpi si sono destate
col tuono che rimbombò primo.
Guizzavano, udendo l'estate,
le verdi cicigne tra il timo;
battevan la coda sul limo
le biscie acquaiole.
Ancor le fanciulle si sono
destate, ma per un momento:
pensarono serpi, a quel tuono;
sognarono l'incantamento.
In sogno gettavano al vento
le loro pezzuole.
Nell'aride bresche anco l'api
si sono destate agli schiocchi.
La vite gemeva dai capi,
fremevano i gelsi nei nocchi.
Ai lampi sbattevano gli occhi
le prime viole.
Han fatto, venendo dal mare,
le rondini tristo viaggio.
Ma ora, vedendo tremare
sopr'ogni acquitrino il suo raggio,
cinguettano in loro linguaggio,
ch'è ciò che ci vuole.
Sì, ciò che ci vuole. Le loro
casine, qualcuna si sfalda,
qualcuna è già rotta. Lavoro
ci vuole, ed argilla più salda;
perchè ci stia comoda e calda
la garrula prole.

*******************

Valentino

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de' tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.
Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d' un mese,
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a Gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!
Poi, le galline chiocciarono, e venne
Marzo, e tu, magro contadinello
restasti a mezzo, così, con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l'uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch' oltre il beccare, il cantare, l'amare,
ci sia qualch'altra felicità.

*********************

Il croco

I
O pallido croco,
nel vaso d'argilla,
ch'è bello, e non l'ami,
coi petali lilla
tu chiudi gli stami
di fuoco:
le miche di fuoco
coi lunghi tuoi petali
chiudi nel cuore
tu leso, o poeta
dei pascoli, fiore
di croco!
Vuoi l'acqua di polla
ravvivi, o viole,
non chi la sua zolla
rivuole !

II
Ma messo ad un riso
di luce e di cielo,
per subito inganno
ritorna il tuo stelo
colà donde l'hanno
diviso:
tu pallido, e fiso
nel raggio che accora,
nel raggio che piace,
dimentichi ch'ora
sei esule, lacero,
ucciso:
tu apri il tuo cuore,
ch'è chiuso, che duole,
ch'è rotto, che muore,
nel sole!

*************

La vite

Or che il cucco forse è vicino,
mentre i peschi mettono il fiore,
cammino, e mi pende all'uncino
la spada dell'agricoltore.
Il pennato porto, chè odo
già la prima voce del cucco
cu . . . su. . . io rispondo a suo modo:
mi dice ch'io cucchi, e sì, cucco.
Sì, ti cucco, vite, chè senti
già nel sole stridere l'api:
ti taglio ogni vecchio sarmento,
ti lascio tre occhi e due capi.
O che piangi, vite gentile,
perchè al vento stai nuda nata?
Se anch'io tra i fioretti d'aprile
sembravo una vite tagliata!
Piangi quello che ti si toglie ?
Ma ti cucco, taglio ed accollo,
perchè, quando cadon le foglie,
tu abbia un tuo qualche grispollo!
O mia vite . . . no, o mia vita,
così torta meglio riscoppi!
E poi . . . com'è buono, alle dita,
l'odore di gemme di pioppi!
E parlare, ritto su loro,
col venuto di là dal mare,
chiedendogli, in mezzo al lavoro,
quant'anni si deve campare!

***********************

Il sonnellino

Guardai, di tra l'ombra, già nera,
del sonno, smarrendo qualcosa
lì dentro: nell'aria non era
che un cirro di rosa.
E il cirro dal limpido azzurro
splendeva sui grigi castelli,
levando per tutto un sussurro
d'uccelli;
che sopra le tegole rosse
del tetto e su l'acque del rio
cantavano, e non che non fosse
silenzio ed oblìo:
cantavano come non sanno
cantare che i sogni nel cuore,
che cantano forte e non fanno
rumore.
E io mi rivolsi nel blando
mio sonno, in un sonno di rosa,
cercando cercando cercando
quel vecchio qualcosa;
e forse lo vidi e lo presi,
guidato da un canto d'uccelli,
non so per che ignoti paesi
più belli. ..
che pure ravviso, e mi volgo,
più belli, a guardarli più buono . .
Ma tutto mi toglie la folgore . . .
O subito tuono!
ch'hai fatto succedere a un'alba
piaciuta tra il sonno, passata
nel sonno, una stridula e scialba
giornata!

**************

La bicicletta

I
Mi parve d'udir nella siepe
la sveglia d'un querulo implume.
Un attimo . . .Intesi lo strepere
cupo del fiume.
Mi parve di scorgere un mare
dorato di tremule messi.
Un battito . . . Vidi un filare
di neri cipressi.
Mi parve di fendere il pianto
d'un lungo corteo di dolore.
Un palpito . . . M'erano accanto
le nozze e l'amore.
dlin . . . dlin . . .

II
Ancora echeggiavano i gridi
dell'innominabile folla;
che udivo stridire gli acrìdi
su l'umida zolla.
Mi disse parole sue brevi
qualcuno che arava nel piano:
tu, quando risposi, tenevi
la falce alla mano.
Io dissi un'alata parola,
fuggevole vergine, a te;
la intese una vecchia che sola
parlava con sè.
dlin . . . dlin . . .

III
Mia terra, mia labile strada,
sei tu che trascorri o son io ?
Che importa? Ch'io venga o tu vada,
non è che un addio!
Ma bello è quest'impeto d'ala,
ma grata è l'ebbrezza del giorno.
Pur dolce è il riposo . . . Già cala
la notte: io ritorno.
La piccola lampada brilla
per mezzo all'oscura città.
Più lenta la piccola squilla
dà un palpito, e va. . .
dlin... dlin...

******************

La figlia maggiore

Ninnava ai piccini la culla,
cuciva ai fratelli le fasce:
non sapeva, madre fanciulla,
come si nasce.
Nel cantuccio, zitta, da brava,
preparava cercine e telo
pei bimbi che mamma le andava
a prendere in cielo.
Or cantano i passeri intorno
la piccola croce, in amore. . .
chè lo seppe, misera, un giorno,
come si muore!
L'erba è verde, piena di grilli.
Non un passo, non una voce
mai. Vivono, loro, tranquilli
intorno la croce.
Si beccano, s'amano, pascono,
in mezzo a quel pieno di cose
e di silenzio, dove il verbasco
fa tra le rose.
No, passeri! su le sue zolle,
no! non fate tanto vicino!
Là fitto di bianche corolle
è il pero e il susino.
Andate su l'albero in fiore
che al vento si dondola e culla!
Non turbate l'umile cuore
che non sa nulla!
Passa il vento come un respiro
caldo, lungo, dolce, che porta
su l'alito il polline in giro. . .
sopra la morta.
No, vento d'aprile, no, vento
d'amore, no tanto vicino!
Là nei campi bacia il frumento,
soffia tra il lino!
Fa che venga l'anima ai cardi,
che le viti tengano il raspo:
fa che abbiano l'accia, più tardi,
il guindolo e l'aspo.
Ma l'erba qui prima del fiore,
ma il fiore qui prima del seme,
la frullana taglia, e due ore
sibila e freme.
Un vecchione falcia e raduna
l'erbe e i fiori di primavera;
poi tutto egli brucia, là, una
limpida sera:
la sera, una sera di maggio,
che s'odono tanti stornelli
di sui gelsi, e sente, il villaggio,
di filugelli.
Dal villaggio vedon la fiamma
ch'arde sola, rossa, in quel canto:
la vedono gli occhi di mamma
pieni di pianto.
Oh! piange, chè il vecchio le toglie
qualcosa più che le togliesse:
fili d'erba, piccole foglie,
povera mèsse,
fioritura, sì, bianca e rossa,
della bimba, che non lo sa:
sua sola, laggiù, nella fossa, maternità.

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 3:07 pm    Oggetto:  Poesie di Giovanni Pascoli
Descrizione:
Rispondi citando

L'usignolo e i suoi rivali

Egli coglieva ed ammucchiava al suolo
secche le foglie del suo marzo primo
(era il suo nuovo marzo), il rosignolo,
per farsi il nido. E gorgheggiava in tanto
tutto il gran giorno; e dolce più del timo
e più puro dell'acqua era il suo canto.
Cantava, quando, per le valli intorno,
cu . . . cu . . . sentì ripetere, cu . . . cu . . .
Ecco: al cuculo egli cedette il giorno,
e di giorno non volle cantar più.
Non più di giorno. Ma la notte! Appena
la luna estiva, di tra l'alabastro
delle rugiade, tremolò serena,
riprese il verso; e d'or in poi soltanto
cantava a notte; e lucido com'astro
e soave com'ombra era il suo canto.
Cantava, quando, da non so che grotte,
sentì gemere, chiù. . . piangere, chiù. . .
All'assïuolo egli lasciò la notte,
anche la notte; e non cantò mai più.
Or nè canta nè ode: abita presso
il brusìo d'una fonte e d'un cipresso.

**********************

Il fringuello cieco

Finch . . . finchè nel cielo volai,
finch . . . finch'ebbi il nido sul moro;
c'era un lume, lassù, in ma' mai,
un gran lume di fuoco e d'oro,
che andava sul cielo canoro,
spariva in un tacito oblio . . .
Il sole! . . . Ogni alba nella macchia,
ogni mattina per il brolo,
«Ci sarà ?» chiedea la cornacchia;
«Non c'è più!» gemea l'assïuolo;
e cantava già l'usignolo:
Addio addio dio dio dio dio . . .
Ma la lodola su dal grano
saliva a vedere ove fosse.
Lo vedeva lontan lontano
con le belle nuvole rosse.
E, scesa al solco donde mosse,
trillava: «C'è, c'è, lode a Dio!»
« Finch . . . finchè non vedo, non credo »
però dicevo a quando a quando.
Il merlo fischiava «Io lo vedo»;
l'usignolo zittìa spiando.
Poi cantava gracile e blando:
« Anch'io anch'io chio chio chio chio »
Ma il dì ch'io persi cieli e nidi,
ahimè che fu vero, e s'è spento!
Sentii gli occhi pungermi, e vidi
che s'annerava lento lento.
Ed ora perciò mi risento:
a O sol sol sol sol . . . sole mio ?»

******************

Il gelsomino notturno

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento . . .
È l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

*******************

Il poeta solitario






O dolce usignolo che ascolto
(non sai dove), in questa gran
pace cantare cantare tra il folto,
là, dei sanguini e delle acace;
t'ho presa—perdona, usignolo—
una dolce nota, sol una,
ch'io canto tra me solo solo,
nella sera, al lume di luna.
E pare una tremula bolla
tra l'odore acuto del fieno,
un molle gorgoglio di polla,
un lontano fischio di treno . . .
Chi passa, al morire del giorno,
ch'ode un fischio lungo laggiù
riprende nel cuore il ritorno
verso quello che non è più.
Si trova al nativo villaggio,
vi ritrova quello che c'era:
l'odore di mesi-di-maggio
buon odor di rose e di cera.
Ne ronzano le litanie,
come l'api intorno una culla:
ci sono due voci sì pie!
di sua madre e d'una fanciulla.
Poi fatto silenzio, pian piano,
nella nota mia, che t'ho presa,
risente squillare il lontano
campanello della sua chiesa.
Riprende l'antica preghiera,
ch'ora ora non ha perchè;
si trova con quello che c'era,
ch'ora ora ora non c'è.
Chi sono ? Non chiederlo. Io piango,
ma di notte, perch'ho vergogna.
O alato, io qui vivo nel fango.
Sono un gramo rospo che sogna.

***********************

La guazza

Laggiù, nella notte, tra scosse
d'un lento sonaglio, uno scalpito
è fermo. Non anco son rosse
le cime dell'alpi.
Nel cielo d'un languido azzurro,
le stelle si sbiancano appena:
si sente un confuso sussurro
nell'aria serena.
Chi passa per tacite strade?
Chi parla da tacite soglie?
Nessuno. È la guazza che cade
sopr'aride foglie.
Si parte, ch'è ora, nè giorno,
sbarrando le vane pupille;
si parte tra un murmure intorno
di piccole stille.
In mezzo alle tenebre sole,
qualcuna riluce un minuto;
riflette il tuo Sole, o mio Sole:
poi cade: ha veduto.

***************

Primo canto

Quando apparisce l'oro nel grano
col verdolino nuovo dei tralci,
e già nell'ore d'ozio il villano
sopra una pietra batte le falci;
dall'aie, dalle prode, dal fimo
che vaporando sente la state,
voi con la gioia del canto primo,
primi galletti, tutti cantate:
Vita da re. . .!
A tutte l'ore gettate all'aria,
chi di tra i solchi, chi di sui rami,
la vostra voce stridula e varia,
chi, che ripeta, chi, che richiami.
Chi fioco i versi muta e rimuta,
chi strilla quasi lo correggesse:
e l'uno dopo l'altro saluta
la casa, il sole, l'ombra, la mèsse:
Vita da re . . .!
Galletti arguti, gloria dell'aia
che da due mesi v'ospita e pasce,
ora la vostra vecchia massaia,
quando vi sente, pensa alle grasce:
quando vi sente, pensa ai padroni
il contadino vostro che miete,
e mentre lega manne e covoni,
galletti arguti, con voi ripete:
Vita da re. . .!
Quando, odorati sempre di lolla,
lasciate i campi dove nasceste,
perchè, se un'aspra mano vi sgrolla,
voi vi beccate tra voi le creste ?
Lunga è la strada, grave la state,
vi stringe il duro cappio di tozzo:
voi l'uno all'altro rimproverate
quel vostro canto chiuso nel gozzo:
Vita da re. . .!
Poi nel paese, tra quattro mura,
sotto il barlume forse d'un moggio,
nella cucina tacita e scura
voi ricordate l'aia ed il poggio;
e mentre tutti dormono, e scialba
geme la luce dalle finestre,
come un lamento lungo su l'alba
suona l'antico grido silvestre:
Vita da re!

********************

La canzone del girarrosto






I
Domenica! il dì che a mattina
sorride e sospira al tramonto! . . .
Che ha quella teglia in cucina?
che brontola brontola brontola. . .
È fuori un frastuono di giuoco,
per casa è un sentore di spigo. . .
Che ha quella pentola al fuoco ?
che sfrigola sfrigola sfrigola. . .
E già la massaia ritorna
da messa;
così come trovasi adorna,
s'appressa:
la brage qua copre, là desta,
passando, frr, come in un volo,
spargendo un odore di festa,
di nuovo, di tela e giaggiolo.

II
La macchina è in punto; l'agnello
nel lungo schidione è già pronto;
la teglia è sul chiuso fornello,
che brontola brontola brontola. . .
Ed ecco la macchina parte da sè,
col suo trepido intrigo:
la pentola nera è da parte,
che sfrigola sfrigola sfrigola. . .
Ed ecco che scende, che sale,
che frulla,
che va con un dondolo eguale
di culla.
La legna scoppietta; ed un fioco
fragore all'orecchio risuona
di qualche invitato, che un poco
s'è fermo su l'uscio, e ragiona.

III
È l'ora, in cucina, che troppi
due sono, ed un solo non basta:
si cuoce, tra murmuri e scoppi,
la bionda matassa di pasta.
Qua, nella cucina, lo svolo
di piccole grida d'impero;
là, in sala, il ronzare, ormai solo,
d'un ospite molto ciarliero.
Avanti i suoi ciocchi, senz'ira
nè pena,
la docile macchina gira
serena,
qual docile servo, una volta
ch'ha inteso, nè altro bisogna:
lavora nel mentre che ascolta,
lavora nel mentre che sogna.

IV
Va sempre, s'affretta, ch'è l'ora,
con una vertigine molle:
con qualche suo fremito incuora
la pentola grande che bolle.
È l'ora: s'affretta, nè tace,
chè sgrida, rimprovera, accusa,
col suo ticchettìo pertinace,
la teglia che brontola chiusa.
Campana lontana si sente
sonare.
Un'altra con onde più lente,
più chiare,
risponde. Ed il piccolo schiavo
già stanco, girando bel bello,
già mormora, intavola! in tavola!,
e dondola il suo campanello.

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 3:21 pm    Oggetto:  Poesie di Giovanni Pascoli
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Il viatico

Là, suonano a doppio. Si sente,
qua presso, uno struscio di gente,
e suona suona un campanello
sul dolce mezzodì.
Si sente una lauda che sale
tra il fremito delle cicale
per il sentiero, ove il fringuello
cauto via via zittì
E passa un branchetto . . . Son quelli.
Son poveri bimbi in capelli,
poi donne salmeggianti in coro,
O vivo pan del ciel! . . .
È un vecchio che parte; e il paese
gli porta qualcosa che chiese,
cantando sotto il cielo d'oro:
O vivo pan del ciel! . . .
qualcosa che in tanti e tanti anni,
cercando tra gioie ed affanni,
ancora non potè riporre
da portar via con sè.
E gli altri si assidono a mensa,
ma egli ancor cerca, ancor pensa
al niente, al niente che gli occorre,
a un piccolo perchè,
nel piccolo passo, ch'è un volo
di mosca, ch'è un attimo solo. . .
Quel giorno anche per me, campane,
sonate pur così,
quel canto, in quell'ora, s'inalzi,
portatemi, o piccoli scalzi,
portatelo anche a me quel pane,
sul vostro mezzodì.

*****************

La fonte di Castelvecchio

O voi che, mentre i culmini Apuani
il sole cinge d'un vapor vermiglio,
e fa di contro splendere i lontani
vetri di Tiglio;
venite a questa fonte nuova, sulle
teste la brocca, netta come specchio,
equilibrando tremula, fanciulle
di Castelvecchio;
e nella strada che già s'ombra, il busso
picchia de' duri zoccoli, e la gonna
stiocca passando, e suona eterno il flusso
della Corsonna:
fanciulle, io sono l'acqua della Borra,
dove brusivo con un lieve rombo
sotto i castagni; ora convien che corra
chiusa nel piombo.
A voi, prigione dalle verdi alture,
pura di vena, vergine di fango,
scendo; a voi sgorgo facile; ma, pure
vergini, piango:
non come piange nel salir grondando
l'acqua tra l'aspro cigolìo del pozzo:
io solo mando tra il gorgoglio blando
qualche singhiozzo.
Oh! la mia vita di solinga polla
nel taciturno colle delle capre!
udir soltanto foglia che si crolla,
cardo che s'apre,
vespa che ronza, e queruli richiami
del forasiepe! Il mio cantar sommesso
era tra i poggi ornati di ciclami
sempre lo stesso;
sempre sì dolce! E nelle estive notti,
più, se l'eterno mio lamento solo
s'accompagnava ai gemiti interrotti
dell'assiuolo,
più dolce, più! Ma date a me, ragazze
di Castelvecchio, date a me le nuove
del mondo bello: che si fa? le guazze
cadono, o piove ?
e per le selve ancora si tracoglie,
o fate appietto? ed il metato fuma,
o giàpicchiate ? aspettano le foglie
molli la bruma,
o le crinelle empite ne' frondai
in cui dall'Alpe è scesa qualche breve
frasca di faggio ? od è già l'Alpe ormai
bianca di neve ?
Più nulla io vedo, io che vedea non molto
quando chiamavo, con il mio rumore
fresco, il fanciullo che cogliea nel folto
macole e more.
Col nepotino a me venìa la bianca
vecchia, la Matta; e tuttavia la vedo
andare come vaccherella stanca
va col suo redo.
Nella deserta chiesa che rovina,
vive la bianca Matta dei Beghelli
più ? desta lei la sveglia mattutina
più, de' fringuelli?
Essa veniva al garrulo mio rivo
sempre garrendo dentro sè, la vecchia:
e io, garrendo ancora più, l'empivo
sempre la secchia.
Ah! che credevo d'essere sua cosa!
Con lei parlavo, ella parlava meco,
come una voce nella valle ombrosa
parla con l'eco.
Però singhiozzo ripensando a questa
che lasciai nella chiesa solitaria,
che avea due cose al mondo, e gliene resta
l'una, ch'è l'aria.

***************

Temporale

È mezzodì. Rintomba.
Tacciono le cicale
nelle stridule seccie.
E chiaro un tuon rimbomba
dopo uno stanco, uguale,
rotolare di breccie.
Rondini ad ali aperte
fanno echeggiar la loggia
de' lor piccoli scoppi.
Già, dopo l'afa inerte,
fanno rumor di pioggia
le fogline dei pioppi.
Un tuon sgretola l'aria.
Sembra venuto sera.
Picchia ogni anta su l'anta.
Serrano. Solitaria
s'ode una capinera,
là, che canta . . . che canta . . .
E l'acqua cade, a grosse
goccie, poi giù a torrenti,
sopra i fumidi campi.
S'è sfatto il cielo: a scosse
v'entrano urlando i venti
e vi sbisciano i lampi.
Cresce in un gran sussulto
l'acqua, dopo ogni rotto
schianto ch'aspro diroccia;
mentre, col suo singulto
trepido, passa sotto
l'acquazzone una chioccia.
Appena tace il tuono,
che quando al fin già pare,
fa tremare ogni vetro,
tra il vento e l'acqua, buono,
s'ode quel croccolare
co' suoi pigolìi dietro.

*******************

La mia sera

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c'è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell'umida sera.
E', quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d'oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell'aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
Nè io ... che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra ...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era ...
sentivo mia madre ... poi nulla ...
sul far della sera.

**********************

Il sogno della vergine

I
La vergine dorme. Ma lenta
la fiamma dal puro alabastro
le immemori palpebre tenta;
bussa alla chiusa anima. Il lume
vacilla nell'ombra, come astro
di vita tra un velo di brume.
Echeggia nell'anima, invasa
dal sonno, quel battere, e pare
destare la tacita casa.
La casa si desta: un sorriso
s'accende, si muove ed appare
via via qua e là per il viso . . .
La vergine sogna; ed un rivo
di sangue stupisce le intatte
sue vene, d'un sangue più vivo,
più' tiepido: come di latte. . .

II
Stupisce le placide vene
quel flutto soave e straniero
quel rivolo, labile, lene,
d'ignota sorgente, che sembra
che inondi di blando mistero
le pie sigillate sue membra.
Le gracili membra non sanno
lo schianto, non sanno l'amplesso:
nel cuore, sì forse un affanno
c'è, l'ombra di un palpito, l'orma
d'un grido: il respiro sommesso
d'un vago ricordo che dorma;
che dorma nel cuore ed esali
nel cuore il suo sonno romito.
La vergine sogna: ecco, un alito
piccolo, accanto . . . un vagito . . .

III
Un figlio! che posa nel letto
suo vergine! e cerca assetato
le fonti del vergine petto!
O figlio d'un intimo riso
dell'anima! o fiore non nato
da seme, e sbocciato improvviso!
Tu fiore non retto da stelo
tu luce non nata da fuoco,
tu simile a stella del cielo;
dal cielo dell'anima, ov'ora
sbocciasti improvviso, tra poco
tu dileguerai nell'aurora.
In tanto tu vivi per una
breve ora; in un'anima, in tanto,
di vergine: in quella tua cuna
tu piangi il tuo tacito pianto.

IV
Si dondola dondola dondola
senza rumore la cuna
nel mezzo al silenzio profondo;
così, come tacito al vento
nel tacito lume di luna,
si dondola un cirro d'argento.
Oh! dormi col tremolìo muto
dell'esile cuna che avesti!
non piangerlo tutto, il minuto
che avesti, dell'esile vita!
nel cuore di mamma non resti
quell'eco di pianto, infinita!
Sorridile, guardala; appressati
a mamma, ch'ormai non ha più,
per vivere un poco ancor essa,
che il poco di fiato ch'hai tu!

V
Il lume inquieto ora salta
guizzando, ora crepita e scende:
s'è spento. Quiete più alta.
Nell'ombra già rara, già scialba
traverso le immobili tende
si sfuma la nebbia dell'alba.
Il fiore improvviso, non sorto
da seme, non retto da stelo. . .
svanito! Non nato, non morto:
svanito nell'alito chiaro
dell'alba! svanito dal cielo
notturno del sogno!—Cantarono
i galli, rabbrividì l'aria,
s'empì di scalpicci la via;
da lungi squillò solitaria
la voce dell'Avemaria—

******************

Ov'è?

C'è uno di nuovo stamane
su nella casa solitaria.
Dall'uscio leva il muso il cane,
ne odora la vocina in aria.
Eppure fu notte serena!
nè l'uscio sui gangheri appena
ciulì . . .
Non l'hanno (che dicono ?) preso
in una ceppa di castagno!
Stanotte si sarebbe inteso
nel gran silenzio quel suo lagno.
Invece nei prati tranquilli
non c'era che il canto dei grilli:
tri. . . tri. . .
Non l'hanno comprato alla fiera,
non l'hanno avuto dal convento.
Stanotte per le vie non c'era
che qualche scalpiccìo del vento;
e intorno alle tacite case
poi sola la voce rimase
del chiù.
Le case eran tacite; chiare
le vie; dormiva il cane all'uscio.
In casa egli dovette entrare,
come il pulcino nel suo guscio!
Cadevano stelle celesti,
brillando . . . Oh! dal cielo cadesti
pur tu!
Dal cielo! Dal cielo! che piove
la guazza su le dure zolle.
Tu sei caduto, e non sai dove
e giri l'occhio tutto molle.
Non fu la caduta di nulla!
Ma c'era una morbida culla
per te!
Oh! il mondo in cui oggi ti trovi,
del tuo cielo non t'è più caro!
fai tante rughe! e sempre muovi
la bocca, che ci senti amaro!
Oh! il cielo! il tuo cielo! e ne chiedi
col fievole grido a chi vedi:
ov'è? ov'è?
Ne chiedi ai ragazzi, col giorno
venuti sopra il piè leggieri,
e alle rondini che intorno
passano come lampi neri.
Nè più, tra il bisbiglio e il sussurro
capisci, il tuo cielo d'azzurro
dov'è.
Zitti! . . . ora non chiede più nulla:
dov'è, sua madre gliel'ha detto.
A lei lo porser dalla culla;
la mamma se l'è messo al petto.
Oh! ecco il suo cielo infinito!
E più non si sente il vagito:
ov'è? ov'è?

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Mar Mag 15, 2007 6:09 pm, modificato 1 volta in totale
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Monia Di Biagio

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SCRITTURALI


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Monia Di Biagio is offline 

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Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 3:27 pm    Oggetto:  Poesie di Giovanni Pascoli
Descrizione:
Rispondi citando

La servetta di monte

Sono usciti tutti. La serva
è in cucina, sola e selvaggia.
In un canto siede ed osserva
tanti rami appesi alla staggia.
Fa un giro con gli occhi, e bel bello
ritorna a guardarsi il pannello.
Non c'è nulla ch'essa conosca.
Tutto pende tacito e tetro.
E non ode che qualche mosca
che d'un tratto ronza ad un vetro;
non ode che il croccolìo roco
che rende la pentola al fuoco.
Il musino aguzzo del topo
è apparito ad uno spiraglio.
È sparito, per venir dopo:
fa già l'acqua qualche sonaglio . .
Lontano lontano lontano
si sente sonare un campano.
È un muletto per il sentiero,
che s'arrampica su su su;
che tra i faggi piccolo e nero
si vede e non si vede più.
Ma il suo campanaccio si sente
sonare continuamente.
È forse anco un'ora di giorno.
C'è nell'aria un fiocco di luna.
Come è dolce questo ritorno
nella sera che non imbruna!
per una di queste serate!
tra tanto odorino d'estate!
La ragazza guarda, e non sente
più il campano che a quando a quando.
Glielo vela forse il torrente
che a' suoi piedi cade scrosciando;
se forse non glielo nasconde
la brezza che scuote le fronde;
od il canto dell'usignolo
che, tacendo passero e cincia,
solo solo con l'assïuolo
la sua lunga veglia comincia,
ch'ha fine su l'alba, alla squilla,
nel cielo, della tottavilla.

*********************

Addio!

Dunque, rondini rondini, addio!
Dunque andate, dunque ci lasciate
per paesi tanto a noi lontani.
È finita qui la rossa estate.
Appassisce l'orto: i miei gerani
più non hanno che i becchi di gru.
Dunque, rondini rondini, addio!
Il rosaio qui non fa più rose.
Lungo il Nilo voi le rivedrete.
Volerete sopra le mimose
della Khala, dentro le ulivete
del solingo Achilleo di Corfù.
Oh! se, rondini rondini, anch'io. . .
Voi cantate forse morti eroi,
su quest'albe, dalle vostre altane,
quando ascolto voi parlar tra voi
nella vostra lingua di gitane,
una lingua che più non si sa.
Oh! se, rondini rondini, anch'io . . .
O son forse gli ultimi consigli
ai piccini per il lungo volo.
Rampicati stanno al muro i figli
che al lor nido con un grido solo
si rivolgono a dire: Si va?
Dunque, rondini rondini, addio!
Non saranno quelle che le case
han murato questo marzo scorso,
che a rifarne forse le cimase
strisceranno sopra il Rio dell'Orso,
che rugliava, e non mormora più.
Dunque, rondini rondini, addio!
Ma saranno pur gli stessi voli;
ma saranno pur gli stessi gridi;
quella gioia, per gli stessi soli;
quell'amore, negli stessi nidi:
risarà tutto quello che fu.
Oh! se, rondini rondini, anch'io. . .
io li avessi quattro rondinotti
dentro questo nido mio di sassi!
ch'io vegliassi nelle dolci notti,
che in un mesto giorno abbandonassi
alla libera serenità!
Oh! se, rondini rondini, anch'io . . .
rivolando su le vite loro,
ritrovando l'alba del mio giorno,
rimurassi sempre il mio lavoro,
ricantassi sempre il mio ritorno,
mio ritorno dal mondo di là!

************

La cavalla storna

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
« O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d'otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non tocco' mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l'uragano,
tu dai retta alla sua piccola mano.
Tu c'hai nel cuore la marina brulla,
tu dai retta alla sua voce fanciulla».
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
« O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l'amavi forte!
Con lui c'eri tu sola e la sua morte
O nata in selve tra l'ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l'agonia . . . »
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
«O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dove' pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l'eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole».
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l'abbraccio' su la criniera.
« O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona . . . Ma parlar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:
esso t'è qui nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t'insegni, come».
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l'unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome . . . Sonò alto un nitrito.

********************

In ritardo

E l'acqua cade su la morta estate,
e l'acqua scroscia su le morte foglie;
e tutto è chiuso, e intorno le ventate
gettano l'acqua alle inverdite soglie;
e intorno i tuoni brontolano in aria;
se non qualcuno che rotola giù.
Apersi un poco la finestra: udii
rugliare in piena due torrenti e un fiume;
e mi parve d'udir due scoppiettìi
e di vedere un nereggiar di piume.
O rondinella spersa e solitaria,
per questo tempo come sei qui tu ?
Oh! non è questo un temporale estivo
col giorno buio e con la rosea sera,
sera che par la sera dell'arrivo,
tenera e fresca come a primavera,
quando, trovati i vecchi nidi al tetto,
li salutava allegra la tribù.
Se n'è partita la tribù, da tanto!
tanto, che forse pensano al ritorno,
tanto che forse già provano il canto
che canteranno all'alba di quel giorno:
sognano l'alba di San Benedetto
nel lontano Baghirmi e nel Bornù.
E chiudo i vetri. Il freddo mi percuote,
L'acqua mi sferza, mi respinge il vento.
Non più gli scoppiettìi, ma le remote
voci dei fiumi, ma sgrondare io sento
sempre più l'acqua, rotolare il tuono,
il vento alzare ogni minuto più.
E fuori vedo due ombre, due voli,
due volastrucci nella sera mesta,
rimasti qui nel grigio autunno soli,
ch'aliano soli inmezzo alla tempesta:
rimasti addietro il giorno del frastuono,
delle grida d'amore e gioventù
Son padre e madre. C'è sotto le gronde
un nido, in fila con quei nidi muti,
il lor nido che geme e che nasconde
sei rondinini non ancor pennuti.
Al primo nido già toccò sventura.
Fecero questo accanto a quel che fu.
Oh! tardi! Il nido ch'è due nidi al cuore,
ha fame in mezzo a tante cose morte;
e l'anno è morto, ed anche il giorno muore,
e il tuono muglia, e il vento urla più forte,
e l'acqua fruscia, ed è già notte oscura,
e quello ch'era non sarà mai più.

*******************

La tessitrice

Mi son seduto su la panchetta
come una volta . . . quanti anni fa ?
Ella, come una volta, s'è stretta
su la panchetta.
E non il suono d'una parola;
solo un sorriso tutto pietà.
La bianca mano lascia la spola.
Piango, e le dico: Come ho potuto,
dolce mio bene, partir da te?
Piange, e mi dice d'un cenno muto:
Come hai potuto ?
Con un sospiro quindi la cassa
tira del muto pettine a sè.
Muta la spola passa e ripassa.
Piango, e le chiedo: Perchè non suona
dunque l'arguto pettine più?
Ella mi fissa timida e buona:
Perchè non suona?
E piange, piange—Mio dolce amore,
non t'hanno detto? non lo sai tu ?
Io non son viva che nel tuo cuore.
Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso
per te soltanto; come, non so:
in questa tela, sotto il cipresso,
accanto alfine ti dormirò—

*****************

Casa mia

Mia madre era al cancello.
Che pianto fu! Quante ore!
Lì, sotto il verde ombrello
della mimosa in fiore!
M'era la casa avanti,
tacita al vespro puro,
tutta fiorita al muro
di rose rampicanti.
Ella non anche sazia
di lagrime, parlò:
a Sai, dopo la disgrazia,
ci ristringemmo un po' . . . »
Una lieve ombra d'ale
annunzïò la notte
lungo le bergamotte
e i cedri del viale.
«ci ristringemmo un poco,
con le tue bimbe; e fanno . . . »
Era il suo dire fioco
fioco, con qualche affanno.
S'udivano sussurri
cupi di macroglosse
su le peonierosse
e sui giaggioli azzurri.
« Fanno per casa (io siedo)
le tue sorelle tutto.
Quando così le vedo,
col grembiul bianco, in lutto . . . »
Io vidi allor la mia
vita passar soave,
tra le sorelle brave,
presso la madre pia.
Dissi: «Oh! restare io voglio!
Vidi nel mio cammino
al sangue del trifoglio
presso il celeste lino.
Qui sperderò le oscure
nubi e la mia tempesta,
presso la madre mesta,
tra le sorelle pure!
Lavorerò di lena
tutto il gran giorno; e sento
ch'alla tua parca cena
m'assiderò contento,
quando dal mio lavoro,
o la tua lieve mano
od il vocìo lontano
mi chiamerà, di loro.
E sarò lieto e ricco
io delle mie fatiche,
quando ogni tenue chicco
germinerà tre spiche.
E comprerò leggiadre
vesti alle mie fanciulle,
e l'abito di tulle
alla lor dolce madre»
Così dicevo: in tanto
ella piangea più forte,
e gocciolava il pianto
per le sue guancie smorte.
S'udivano sussurri
cupi di macroglosse
su le peonie rosse
e sui giaggioli azzurri.
«Oh! tu lavorerai
dove son io ? Ma dove
son io, figliuolo, sai,
ci nevica e ci piove!»
lieve ombra d'ale
annunziò la notte
lungo le bergamotte
e i cedri del viale.
«Oh! dolce qui sarebbe
vivere? oh! qui c'è bello?
Altri qui nacque e crebbe!
Io sto, vedi, al cancello»
M'era la casa avanti
tacita al vespro puro,
tutta fiorita al muro
di rose rampicanti.

********************

Mia madre

Zitti, coi cuori colmi,
ci allontanammo un poco.
Tra il nereggiar degli olmi
brillava il cielo in fuoco.
. . Come fa presto sera,
o dolce madre, qui!
Vidi una massa buia
di là del biancospino:
vi ravvisai la thuia,
l'ippocastano, il pino. . .
. . . Or or la mattiniera
voce mandò il luì;
Tra i pigolìi dei nidi,
io vi sentii la voce
mia di fanciullo . . . E vidi,
nel crocevia, la croce.
. . . sonava a messa, ed era
l'alba del nostro dì:
E vidi la Madonna
dell'Acqua, erma e tranquilla,
con un fruscìo di gonna,
dentro, e l'odor di lilla.
. . . pregavo . . . E la preghiera
di mente già m'uscì!
Sospirò ella, piena
di non so che sgomento.
Io me le volsi: appena
vidi il tremor del mento.
. . Come non è che sera,
madre, d 'un solo dì ?
Me la miravo accanto
esile sì, ma bella:
pallida sì, ma tanto
giovane! una sorella!
bionda così com'era
quando da noi partì.

*******************

Commiato

Una stella sbocciò nell'aria.
Le risplendè nelle pupille.
Su la campagna solitaria
tremava il pianto delle squille.
—È ora, o figlio, ora ch'io vada.
Sono stata con te lunghe ore.
Tra questi bussi è la mia strada;
la tua, tra quelle acacie in fiore.
Sii buono e forte, o figlio mio:
va dove t'aspettano. Addio!
. . . Venir con te? Ma non è dato!
Sai pure: m'han cacciata via.
Ci fu chi non mi volle allato
nel mondo, così larga via;
chi non permise che, sai pure,
stessi con le mie creature.
. . . Tu venir qui ? Viene chi muore . . .
E tu vuoi dunque venir qui.
Sei stanco: è vero ? Hai male al cuore.
Quel male l'ebbi anch'io, Zvanî!
È un male che non fa dormire;
ma che alfine poi fa morire—
Si chiudevano i casolari.
Cresceva l'ombra delle cose.
Ancor tra i lontani filari
traspariva color di rose.
—Ma dimmi, o madre, dimmi almeno,
se nel tramonto del suo giorno
tuo figlio si deve sereno
preparare per un ritorno!
se ciò che qualcuno ci prende,
v'è qualch'altro che ce lo rende!
Ricorderò quella preghiera
con quei gesti e segni soavi:
tuo figlio risarà qual era
allora che glieli insegnavi:
s'abbraccerà tutto all'altare:
ma fa che ritorni a sperare!
A sperare e ora e nell'ora
così bella se a te conduce!
O madre, fa ch'io creda ancora
in ciò ch'è amore, in ciò ch'è luce!
O madre, a me non dire, Addio,
se di là è, se teco è Dio!—
Sfioriva il crepuscolo stanco.
Cadeva dal cielo rugiada.
Non c'era avanti me, che il bianco
della silenziosa strada.

*******************

Giovannino

In una breccia, allo smorir del cielo,
vidi un fanciullo pallido e dimesso.
Il fior caduto ravvisò lo stelo;
io nel fanciullo ravvisai me stesso.
Ci rivedemmo all'ultimo riflesso;
e sì: l'uno dell'altro ebbe pietà.
Gli dissi: «Tu sei qui solo soletto:
un mucchiarello d'alga presso il mare.
Hai visto un chiuso, e tu non hai più tetto;
di là c'è gente, e tu vorresti entrare.
Oh! quella casa è senza focolare:
non c'è, fuor che silenzio, altro, di là».
Scosse i capelli biondi di su gli occhi.
No!» mi rispose: «là c'è il camposanto.
Tua madre ti riprende sui ginocchi;
tu ti rivedi i fratellini accanto.
Si trova un bacio quando qui s'è pianto;
si trova quello che smarrimmo qui».
O fior caduto alla mia vita nuova! »
io rispondeva, «o raggio del mattino!
Io persi quello che non più si trova,
e vano è stato il lungo mio cammino.
A notte io vedo stanco pellegrino,
che deviai su l'alba del mio dì!
Felice te che a quello che rimpiango,
così da presso, al limitar, rimani!»
« Misero me, che fuori ne rimango,
così lontano come i più lontani!
Alla porta che s'apre alzo le mani,
ma tu sai ch'io . . . non posso entrarvi più.
S'apre a tant'altri gracili fanciulli,
addormentati sui lor lunghi temi,
addormentati in mezzo ai lor trastulli;
s'apre appena e si chiude e par che tremi;
assai se, là, venir tra i crisantemi
vedo la rossa veste di Gesù! . . .»

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MessaggioInviato: Mar Mag 15, 2007 6:27 pm    Oggetto:  Poesie di Giovanni Pascoli
Descrizione:
Rispondi citando

Orfano

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;
canta una vecchia, il mento sulla mano.
La vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

**************

Fides

Quando brillava il vespero vermiglio,
e il cipresso pareva oro, oro fino,
la madre disse al piccoletto figlio:
così fatto è lassù tutto un giardino.
Il bimbo dorme, e sogna i rami d’oro,
gli alberi d’oro, le foreste d’oro;
mentre il cipresso nella notte nera
scagliasi al vento, piange alla bufera.

************

Sera d’ottobre

Lungo la strada vedi su la siepe
ridere a mazzi le vermiglie bacche:
nei campi arati tornano al presepe
tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento
passo tra foglie stridule trascina:
nei campi intuona una fanciulla al vento:
Fiore di spina!…

*************

Mare

M’affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.

Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.

Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?

************

Sorella

A Maria

Io non so se più madre gli sia
la mesta sorella o più figlia:
ella dolce ella grave ella pia,
corregge conforta consiglia.

A lui preme i capelli, l’abbraccia
pensoso, gli dice, Che hai?
a lui cela sul petto la faccia
confusa, gli dice, Non sai?

Ella serba nel pallido viso,
negli occhi che sfuggono intorno,
ah! per quando egli parte il sorriso,
le lagrime per il ritorno.

Per l’assente la madia che odora
serbò la vivanda più buona;
e lo accoglie lo sguardo che ignora,
col bacio che sa, ma perdona.

Ella cuce; nell’ombra romita
non s’ode che l’ago e l’anello:
ecco, l’ago fra le agili dita
ripete, Stia caldo, sia bello!

Ella prega: un lungo alito d’ave-
marie con un murmure lene...
ella prega; ed ecco un’eco soave
ripete, Sia buono, stia bene!

************

Anniversario

Sono più di trent'anni e, di queste ore,
mamma, tu con dolor m'hai partorito;
ed il mio nuovo piccolo vagito
t'addolorava più del tuo dolore.

Poi tra il dolore sempre ed il timore,
o dolce madre, m'hai di te nutrito:
e quando fui del corpo tuo vestito,
quand'ebbi nel mio cuor tutto il tuo cuore,

allor sei morta: e son vent'anni: un giorno!
e già gli occhi materni io penso a vuoto;
e il caro viso già mi si scolora;

mamma, e più non ti so. Ma nel soggiorno
freddo de' morti, nel tuo sogno immoto,
tu m'accarezzi i riccioli d'allora.

*************

X agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
elle aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono...

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

*************

Il fiume

Fiume che là specchiasti un casolare
co' suoi rossi garofani, qua mura
d'erme castella, e tremula verzura;
eccoti giunto al fragoroso mare:

ed ecco i flutti verso te balzare
su dall'interminabile pianura,
in larghe file; e nella riva oscura
questa si frange, e quella in alto appare;

tituba e croscia. E là, donde tu lieto,
di sasso in sasso, al piè d'una betulla,
sgorghi sonoro tra le brevi sponde;

a un po' d'auretta scricchiola il canneto,
fruscia il castagno, e forse una fanciulla
sogna a quell'ombre, al mormorio dell'onde.

***************

Sogno

Per un attimo fui nel mio villaggio,
nella mia casa. Nulla era mutato.
Stanco tornavo, come da un viaggio;
stanco, al mio padre, ai morti ero tornato

Sentivo una gran gioia, una gran pena
Una dolcezza ed un’angoscia muta.
-Mamma?- E’ là che ti scalda un po’ di cena-
Povera Mamma! E lei, non l’ho veduta.

*************

I gattici

E vi rivedo, o gattici d'argento,
brulli in questa giornata sementina:
e pigra ancor la nebbia mattutina
sfuma dorata intorno ogni sarmento.

Già vi schiudea le gemme questo vento
che queste foglie gialle ora mulina;
e io che al tempo allor gridai, Cammina,
ora gocciare il pianto in cuor mi sento.

Ora, le nevi inerti sopra i monti,
e le squallide piogge, e le lunghe ire
del rovaio che a notte urta le porte,

e i brevi dì che paiono tramonti
infiniti, e il vanire e lo sfiorire,
e i crisantemi, il fiore della morte.

**************

L'agrifoglio

Sul limitare, tra la casa e l'orto
dove son brulli gli alberi, te voglio,
che vi verdeggi dopo ch'io sia morto,
sempre, agrifoglio.

Lauro spinoso t'ha chiamato il volgo,
che sempre verde t'ammirò sul monte:
oh! cola il sangue se un tuo ramo avvolgo
alla mia fronte!

Tu devi, o lauro, cingere l'esangue
fronte dei morti! E nella nebbia pigra
alle tue bacche del color di sangue,
venga chi migra,

tordo, frosone, zigolo muciatto,
presso la casa ove né suona il tardo
passo del vecchio. E vengavi d'appiatto
l'uomo lombardo,

e del tuo duro legno, alla sua guisa
foggi cucchiari e mestole; il cucchiare
con cui la mamma imbocca il bimbo, assisa
sul limitare.

*************

Lavandare

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggiero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene.

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l'aratro in mezzo alla maggese.

************

La felicità

"Quella, tu dici, che inseguii, non era
lei...?" "No: era una vana ombra in sembiante
di quella che ciascuno ama e che spera

e che perde. Virtù di negromante!"
"Ella è qui, nel castello arduo ch'entrai?"
Forse la tocchi, o cavaliere errante!"

"Forse... E non la vedrò?" "Non la vedrai".
"Oh!" "Tale è l'arte dell'oscuro Atlante:
non è, la vedi: è, non la vedi". "E, mai...?"

"Ma sì: se leggi in questo libro tante
rapide righe". "E dicono...?" "S'ignora:
chi lesse, tacque, o cavaliere errante!"
"Se leggo..." "Sai: l'incanto è rotto". "Allora?"
"La vedrai". "Su l'istante?" "In quell'istante!"
"E il castello?" "Nell'ombra esso vapora".
"Ed è?..." "La Vita, o cavaliere errante!"

*************

Romagna

(A Severino)

Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l'azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando
va la tacchina con l'altrui covata,
presso gli stagni lustreggianti, quando
lenta vi guazza l'anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,
e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l'urlo che lungi si perde
dentro il meridiano ozio dell'aie;

mentre il villano pone dalle spalle
gobbe la ronca e afferra la scodella,
e 'l bue rumina nelle opache stanze
la sua laboriosa lupinella.

Da' borghi sparse le campane in tanto
si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano al rezzo, alla quiete, al santo
desco fiorito d'occhi di bambini.

Già m'accoglieva in quelle ore bruciate
sotto ombrello di trine una mimosa,
che fioria la mia casa ai dì d'estate
co' suoi pennacchi di color di rosa;

e s'abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato
chiassoso a giorni come un birichino.

Era il mio nido: dove, immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; e mi vedea presente
l'imperatore nell'eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via
con l'ippogrifo pel sognato alone,
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor allor falciati
de' grilli il verso che perpetuo trema,
udiva dalle rane dei fossati
un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli
ch'io meditai, mirabili a sognare:
stormir di fronde, cinguettio di uccelli,
risa di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,
tutti tutti migrammo un giorno nero;
io, la mia patria or è dove si vive;
gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura
tra que' tuoi polverosi biancospini
ch'io non ritrovi della mia verzura
del cuculo ozioso i piccolini,

Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

*************

Novembre

Gèmmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E' l'estate,
fredda, dei morti.

**************

Allora

Allora... in un tempo assai lunge
felice fui molto; non ora:
ma quanta dolcezza mi giunge
da tanta dolcezza d'allora!

Quell'anno! per anni che poi
fuggirono, che fuggiranno,
non puoi, mio pensiero, non puoi,
portare con te, che quell'anno!

Un giorno fu quello, ch'è senza
compagno ch'è senza ritorno;
la vita fu vana parvenza
sì prima sì dopo quel giorno!

Un punto!... così passeggero,
che in vero passò non raggiunto,
ma bello così, che molto ero
felice, felice, in quel punto!

*************

L' immortalità

Poeta Omar, pupilla solitaria
che vede e splende, che contempla e crea,
diceva avanti il mausoleo di Caria:

«Non mescerai la polvere all'idea!
Misero te, cui nella rupe piace
scoprir la bianca faretrata dea!

e te che il fosco eroe dalla fornace
susciti vivo sopra il suo cavallo
che ringhia! Il tempo che cammina e tace,

rode il tuo marmo, lima il tuo metallo.

Tra mille, tra duemila anni, tra poco,
l'eroe sarà nella volante arena,
sarà la dea ne' grappoli di fuoco!

Misero! Ma quest'opera serena,
fatta d'anima pura e di parole,
beltà dal tempo e dalla morte ha lena:

vive la vita lucida del sole».

«Dunque morrà!» rispose Abdul, quïeta
pupilla, su cui getta ombre il fulgore
del cielo immenso: «Il sol morrà, poeta!

Quando? Tu conta i bàttiti al tuo cuore:
secoli sono i palpiti del sole;
ma sono, istanti e secoli, a chi muore,

o poeta, una cosa e due parole!»

Disse. E al poeta il breve inno non piacque
mai più. Godé del cielo egli e del suolo,
di brevi rose e brevi trilli; e tacque.

Moriva; e disse, mentre un usignolo
cantava ancora ne' verzieri suoi:
«Giova ciò solo che non muore, e solo

per noi non muore, ciò che muor con noi».

************

L'aquilone

C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d'antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch'erbose hanno le soglie:

un'aria d'altro luogo e d'altro mese
e d'altra vita: un'aria celestina
che regga molte bianche ali sospese...

sì, gli aquiloni! È questa una mattina
che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d'albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c'era
d'autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza.

S'inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.

S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo
petto del bimbo e l'avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla
lassù lassù... Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto... - Chi strilla?

Sono le voci della camerata
mia: le conosco tutte all'improvviso,
una dolce, una acuta, una velata...

A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! e te, sì, che abbandoni
su l'omero il pallor muto del viso.

Sì: dissi sopra te l'orazïoni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!

Tu eri tutto bianco, io mi rammento.
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch'io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto...

Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co' bei capelli a onda

tua madre... adagio, per non farti male.

***************

La baia tranquilla

Getta l'ancora, amor mio;
non un'onda in questa baia.
Quale assiduo sciacquio
fanno l'acque tra la ghiaia!

Vien dal lido solatio,
vien di là dalla giuncaia,
lungo vien, come un addio,
un cantar di marinaia.

Tra le vetrici e gli ontani
vedi un fiume luccicare;
uno stormo di gabbiani

nel turchino biancheggiare;
e sul poggio, più lontani,
i cipressi neri stare.

Mare! Mare!
dolce là, dal poggio azzurro,
il tuo urlo e il tuo sussurro.

************

La quercia caduta

Dov'era l'ombra, or sé la quercia spande
morta, né più coi turbini tenzona.
La gente dice: Or vedo:era pur grande!

Pendono qua e là dalla corona
i nidietti della primavera.
Dice la gente: Or vedo:era pur buona!

Ognuno loda, ognuno taglia. A sera
ognuno col suo grave fascio va.
Nell'aria, un pianto… d'una capinera

che cerca il nido che non troverà.

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Mag 15, 2007 6:32 pm    Oggetto:  Canti di Castelvecchio
Descrizione:
Rispondi citando

Ivi raccolte con sommo piacere, alcune Poesie di Giovanni Pascoli suddivise per Opere da cui sono tratte. Iniziamo con:

"Canti di Castelvecchio"

La fonte di Castelvecchio

O voi che, mentre i culmini Apuani
il sole cinge d'un vapor vermiglio,
e fa di contro splendere i lontani
vetri di Tiglio;
venite a questa fonte nuova, sulle
teste la brocca, netta come specchio,
equilibrando tremula, fanciulle
di Castelvecchio;
e nella strada che già s'ombra, il busso
picchia de' duri zoccoli, e la gonna
stiocca passando, e suona eterno il flusso
della Corsonna:
fanciulle, io sono l'acqua della Borra,
dove brusivo con un lieve rombo
sotto i castagni; ora convien che corra
chiusa nel piombo.
A voi, prigione dalle verdi alture,
pura di vena, vergine di fango,
scendo; a voi sgorgo facile: ma, pure
vergini, piango:
non come piange nel salir grondando
l'acqua tra l'aspro cigolìo del pozzo:
io solo mando tra il gorgoglio blando
qualche singhiozzo.
Oh! la mia vita di solinga polla
nel taciturno colle delle capre!
udir soltanto foglia che si crolla,
cardo che s'apre,
vespa che ronza, e queruli richiami
del forasiepe! Il mio cantar sommesso
era tra i poggi ornati di ciclami
sempre lo stesso;
sempre sì dolce! E nelle estive notti,
più, se l'eterno mio lamento solo
s'accompagnava ai gemiti interrotti
dell'assiuolo,
più dolce, più! Ma date a me, ragazze
di Castelvecchio, date a me le nuove
del mondo bello: che si fa? le guazze
cadono, o piove?
e per le selve ancora si tracoglie,
o fate appietto? ed il metato fuma,
o già picchiate? aspettano le foglie
molli la bruma,
o le crinelle empite ne' frondai
in cui dall'Alpe è scesa qualche breve
frasca di faggio? od è già l'Alpe ormai
bianca di neve?
Più nulla io vedo, io che vedea non molto
quando chiamavo, con il mio rumore
fresco, il fanciullo che cogliea nel folto
macole e more.
Col nepotino a me venìa la bianca
vecchia, la Matta; e tuttavia la vedo
andare come vaccherella stanca
va col suo redo.
Nella deserta chiesa che rovina,
vive la bianca Matta dei Beghelli
più? desta lei la sveglia mattutina
più, de' fringuelli?
Essa veniva al garrulo mio rivo
sempre garrendo dentro sé, la vecchia:
e io, garrendo ancora più, l'empivo
sempre la secchia.
Ah! che credevo d'essere sua cosa!
Con lei parlavo, ella parlava meco,
come una voce nella valle ombrosa
parla con l'eco.
Però singhiozzo ripensando a questa
che lasciai nella chiesa solitaria,
che avea due cose al mondo, e gliene resta
l'una, ch'è l'aria.

La poesia

I
Io sono una lampada ch'arda
soave!
la lampada, forse, che guarda,
pendendo alla fumida trave,
la veglia che fila;
e ascolta novelle e ragioni
da bocche
celate nell'ombra, ai cantoni,
là dietro le soffici rócche
che albeggiano in fila:
ragioni, novelle, e saluti
d'amore, all'orecchio, confusi:
gli assidui bisbigli perduti
nel sibilo assiduo dei fusi;
le vecchie parole sentite
da presso con palpiti nuovi,
tra il sordo rimastico mite
dei bovi:

II
la lampada, forse, che a cena
raduna;
che sboccia sul bianco, e serena
su l'ampia tovaglia sta, luna
su prato di neve;
e arride al giocondo convito;
poi cenna,
d'un tratto, ad un piccolo dito,
là, nero tuttor della penna
che corre e che beve:
ma lascia nell'ombra, alla mensa,
la madre, nel tempo ch'esplora
la figlia più grande che pensa
guardando il mio raggio d'aurora:
rapita nell'aurea mia fiamma
non sente lo sguardo tuo vano;
già fugge, è già, povera mamma,
lontano!

III
Se già non la lampada io sia,
che oscilla
davanti a una dolce Maria,
vivendo dell'umile stilla
di cento capanne:
raccolgo l'uguale tributo
d'ulivo
da tutta la villa, e il saluto
del colle sassoso e del rivo
sonante di canne:
e incende, il mio raggio, di sera,
tra l'ombra di mesta viola,
nel ciglio che prega e dispera,
la povera lagrima sola;
e muore, nei lucidi albori,
tremando, il mio pallido raggio,
tra cori di vergini e fiori
di maggio:

IV
o quella, velata, che al fianco
t'addita
la donna più bianca del bianco
lenzuolo, che in grembo, assopita,
matura il tuo seme;
o quella che irraggia una cuna
- la barca
che, alzando il fanal di fortuna,
nel mare dell'essere varca,
si dondola, e geme -;
o quella che illumina tacita
tombe profonde - con visi
scarniti di vecchi; tenaci
di vergini bionde sorrisi;
tua madre!... nell'ombra senz'ore,
per te, dal suo triste riposo,
congiunge le mani al suo cuore
già róso! -

V
Io sono la lampada ch'arde
soave!
nell'ore più sole e più tarde,
nell'ombra più mesta, più grave,
più buona, o fratello!
Ch'io penda sul capo a fanciulla
che pensa,
su madre che prega, su culla
che piange, su garrula mensa,
su tacito avello;
lontano risplende l'ardore
mio casto all'errante che trita
notturno, piangendo nel cuore,
la pallida via della vita:
s'arresta; ma vede il mio raggio,
che gli arde nell'anima blando:
riprende l'oscuro viaggio
cantando.

La partenza del boscaiolo

La scure prendi su, Lombardo,
da Fiumalbo e Frassinoro!
Il vento ha già spiumato il cardo,
fruga la tua barba d'oro.
Lombardo, prendi su la scure,
da Civago e da Cerù:
è tempo di passar l'alture:
tient'a su! tient'a su! tient'a su!
Più fondo scavano le talpe
nelle prata in cui già brina.
E` tempo che tu passi l'Alpe,
ché la neve s'avvicina.
Le talpe scavano più fondo.
Vanno più alte le gru.
Fa come queste, e va pel mondo:
tient'a su! tient'a su! tient'a su!
Per le faggete e l'abetine,
dalle fratte e dal ruscello,
quel canto suona senza fine,
chiaro come un campanello.
Per l'abetine e le faggete
canta, ogni ora ogni dì più,
la cinciallegra, e ti ripete:
tient'a su! tient'a su! tient'a su!
Di bosco è come te, la cincia:
campa su la macchia anch'essa.
Sa che, col verno che comincia,
ti finisce la rimessa.
La cincia è come te, di bosco:
sa che pane non n'hai più.
Va dove n'ha rimesso il Tosco:
tient'a su! tient'a su! tient'a su!
Le gemme qua e là col becco
picchia: anch'essa è taglialegna.
Nel bosco è un picchierellar secco
della cincia che t'insegna.
Col becco qua e là le gemme
picchia al mo' che picchi tu.
Va, taglialegna, alle maremme...
tient'a su! tient'a su! tient'a su!
Ha il nido qua e là nei buchi
d'ischie o d'olmi, ove gli garba;
e pensa forse a que' tuoi duchi,
grandi, dalla lunga barba.
Nei buchi erbiti dove ha il nido,
pensa al gran tempo che fu;
e getta ancora il vecchio grido:
tient'a su! tient'a su! tient'a su!
Un'azza è quella con cui squadri
là, nel verno, il pino e il cerro;
con cui picchiavano i tuoi padri
sopra i grandi elmi di ferro.
Tu squadri i tronchi, ora; con l'azza
butti le foreste giù.
Va ora senza più corazza...
tient'a su! tient'a su! tient'a su!
Rimane nella valle il canto.
Sono ormai, le cincie, sole.
La scure dei lombardi intanto
lassù brilla contro al sole.
E sempre il canto che rimane,
giunge in alto alla tribù,
che parte a guadagnarsi il pane:
tient'a su! tient'a su! tient'a su!

L'uccellino del freddo

Viene il freddo. Giri per dirlo
tu, sgricciolo, intorno le siepi;
e sentire fai nel tuo zirlo
lo strido di gelo che crepi.
Il tuo trillo sembra la brina
che sgrigiola, il vetro che incrina...
trr trr trr terit tirit...
Viene il verno. Nella tua voce
c'è il verno tutt'arido e tecco.
Tu somigli un guscio di noce,
che ruzzola con rumor secco.
T'ha insegnato il breve tuo trillo
con l'elitre tremule il grillo...
trr trr trr terit tirit...
Nel tuo verso suona scrio scrio,
con piccoli crepiti e stiocchi,
il segreto scricchiolettio
di quella catasta di ciocchi.
Uno scricchiolettio ti parve
d'udirvi cercando le larve...
trr trr trr terit tirit...
Tutto, intorno, screpola rotto.
Tu frulli ad un tetto, ad un vetro.
Così rompere odi lì sotto,
così screpolare lì dietro.
Oh! lì dentro vedi una vecchia
che fiacca la stipa e la grecchia...
trr trr trr terit tirit...
Vedi il lume, vedi la vampa.
Tu frulli dal vetro alla fratta.
Ecco un tizzo soffia, una stiampa
già croscia, una scorza già scatta.
Ecco nella grigia casetta
l'allegra fiammata scoppietta...
trr trr trr terit tirit...
Fuori, in terra, frusciano foglie
cadute. Nell'Alpe lontana
ce n'è un mucchio grande che accoglie
la verde tua palla di lana.
Nido verde tra foglie morte,
che fanno, ad un soffio più forte...
trr trr trr terit tirit...

Nebbia

Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l'alba,
da' lampi notturni e da' crolli
d'aeree frane!
Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch'è morto!
Ch'io veda soltanto la siepe
dell'orto,
la mura ch'ha piene le crepe
di valeriane.
Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che dànno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.
Nascondi le cose lontane
che vogliono ch'ami e che vada!
Ch'io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...
Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch'io veda il cipresso
là, solo,
qui, solo quest'orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.

Il brivido

Mi scosse, e mi corse
le vene il ribrezzo.
Passata m'è forse
rasente, col rezzo
dell'ombra sua nera
la morte...
Com'era?
Veduta vanita,
com'ombra di mosca:
una ombra infinita,
di nuvola fosca
che tutto fa sera:
la morte...
Com'era?
Tremenda e veloce
come un uragano
che senza una voce
dilegua via vano:
silenzio e bufera:
la morte...
Com'era?
Chi vede lei, serra
né apre più gli occhi.
Lo metton sotterra
che niuno lo tocchi,
gli chieda - Com'era?
rispondi...
com'era? -

I due girovaghi

Siamo soli. Bianca l'aria
vola come in un mulino.
Nella terra solitaria
siamo in due, sempre in cammino.
Soli i miei, soli i tuoi stracci
per le vie. Non altro suono
che due gridi:
- Oggi ci sono
e doman me ne vo...
- Stacci!
stacci! Stacci!
Io di qua, battendo i denti,
tu di là, pestando i piedi:
non ti vedo e tu mi senti;
io ti sento, e non mi vedi.
Noi gettiamo i nostri urlacci,
come cani in abbandono
fuor dell'uscio:
- Oggi ci sono
e doman me ne vo...
- Stacci!
stacci! stacci!
Questa terra ha certe porte,
che ci s'entra e non se n'esce.
E` il castello della morte.
S'ode qui l'erba che cresce:
crescer l'erba e i rosolacci
qui, di notte, al tempo buono:
ma nient'altro...
- Oggi ci sono
e doman me ne vo...
- Stacci!
stacci! stacci!
C'incontriamo... Io ti derido?!
No, compagno nello stento!
No, fratello! E` un vano grido
che gettiamo al freddo vento.
Né c'è un viso che s'affacci
per dire, Eh! spazzacamino!...
per dire, Oh! quel vecchiettino
degli stacci...
degli stacci!...
- stacci! stacci!

Per sempre!

Io t'odio?!... Non t'amo più, vedi,
non t'amo... Ricordi quel giorno?
Lontano portavano i piedi
un cuor che pensava al ritorno.
E dunque tornai... tu non c'eri.
Per casa era un'eco dell'ieri,
d'un lungo promettere. E meco
di te portai sola quell'eco:
PER SEMPRE!
Non t'odio. Ma l'eco sommessa
di quella infinita promessa
vien meco, e mi batte nel cuore
col palpito trito dell'ore;
mi strilla nel cuore col grido
d'implume caduto dal nido:
PER SEMPRE!
Non t'amo. Io guardai, col sorriso,
nel fiore del molle tuo letto.
Ha tutti i tuoi occhi, ma il viso...
non tuo. E baciai quel visetto
straniero, senz'urto alle vene.
Le dissi: "E a me, mi vuoi bene?"
"Sì, tanto!" E i tuoi occhi in me fisse.
"Per sempre?" le dissi. Mi disse:
"PER SEMPRE!"
Risposi: "Sei bimba e non sai
Per sempre che voglia dir mai!"
Rispose: "Non so che vuol dire?
Per sempre vuol dire Morire...
Sì: addormentarsi la sera:
restare così come s'era,
PER SEMPRE!"

Le ciaramelle

Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.
Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne' suoi tuguri
tutta la buona povera gente.
Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.
Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.
Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;
suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.
O ciaramelle degli anni primi,
d'avanti il giorno, d'avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;
che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s'accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.
Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;
sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!

La nonna

Tra tutti quei riccioli al vento,
tra tutti quei biondi corimbi,
sembrava, quel capo d'argento,
dicesse col tremito, bimbi,
sì... piccoli, sì...
E i bimbi cercavano in festa,
talora, con grido giulivo,
le tremule mani e la testa
che avevano solo di vivo
quel povero sì.
Sì, solo; sì, sempre, dal canto
del fuoco, dall'umile trono;
sì, per ogni scoppio di pianto,
per ogni preghiera: perdono,
sì... voglio, sì... sì!
Sì, pure al lettino del bimbo
malato... La Morte guardava,
La Morte presente in un nimbo...
La tremula testa dell'ava
diceva sì! sì!
Sì, sempre; sì, solo; le notti
lunghissime, altissime! Nera
moveva, ai lamenti interrotti,
la Morte da un angolo... C'era
quel tremulo sì,
quel sì, presso il letto... E sì, prese
la nonna, la prese, lasciandole
vivere il bimbo. Si tese
quel capo in un brivido blando,
nell'ultimo sì.

La voce

C'è una voce nella mia vita,
che avverto nel punto che muore;
voce stanca, voce smarrita,
col tremito del batticuore:
voce d'una accorsa anelante,
che al povero petto s'afferra
per dir tante cose e poi tante,
ma piena ha la bocca di terra:
tante tante cose che vuole
ch'io sappia, ricordi, sì... sì...
ma di tante tante parole
non sento che un soffio... Zvanî...
Quando avevo tanto bisogno
di pane e di compassione,
che mangiavo solo nel sogno,
svegliandomi al primo boccone;
una notte, su la spalletta
del Reno, coperta di neve,
dritto e solo (passava in fretta
l'acqua brontolando, Si beve?);
dritto e solo, con un gran pianto
d'avere a finire così,
mi sentii d'un tratto daccanto
quel soffio di voce... Zvanî...
Oh! la terra, com'è cattiva!
la terra, che amari bocconi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
- No... no... Di' le devozioni!
Le dicevi con me pian piano,
con sempre la voce più bassa:
la tua mano nella mia mano:
ridille! vedrai che ti passa.
Non far piangere piangere piangere
(ancora!) chi tanto soffrì!
il tuo pane, prega il tuo angelo
che te lo porti... Zvanî... -
Una notte dalle lunghe ore
(nel carcere!), che all'improvviso
dissi - Avresti molto dolore,
tu, se non t'avessero ucciso,
ora, o babbo! - che il mio pensiero,
dal carcere, con un lamento,
vide il babbo nel cimitero,
le pie sorelline in convento:
e che agli uomini, la mia vita,
volevo lasciargliela lì...
risentii la voce smarrita
che disse in un soffio... Zvanî...

Oh! la terra come è cattiva!
non lascia discorrere, poi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
- Piuttosto di' un requie per noi!
Non possiamo nel camposanto
più prendere sonno un minuto,
ché sentiamo struggersi in pianto
le bimbe che l'hanno saputo!
Oh! la vita mia che ti diedi
per loro, lasciarla vuoi qui?
qui, mio figlio? dove non vedi
chi uccise tuo padre... Zvanî?... -
Quante volte sei rivenuta
nei cupi abbandoni del cuore,
voce stanca, voce perduta,
col tremito del batticuore:
voce d'una accorsa anelante
che ai poveri labbri si tocca
per dir tante cose e poi tante;
ma piena di terra ha la bocca:
la tua bocca! con i tuoi baci,
già tanto accorati a quei dì!
a quei dì beati e fugaci
che aveva i tuoi baci... Zvanî!...
che m'addormentavano gravi
campane col placido canto,
e sul capo biondo che amavi,
sentivo un tepore di pianto!
che ti lessi negli occhi, ch'erano
pieni di pianto, che sono
pieni di terra, la preghiera
di vivere e d'essere buono!
Ed allora, quasi un comando,
no, quasi un compianto, t'uscì
la parola che a quando a quando
mi dici anche adesso... Zvanî...

Il poeta solitario

O dolce usignolo che ascolto
(non sai dove), in questa gran pace
cantare cantare tra il folto,
là, dei sanguini e delle acace;
t'ho presa - perdona, usignolo -
una dolce nota, sol una,
ch'io canto tra me, solo solo,
nella sera, al lume di luna.
E pare una tremula bolla
tra l'odore acuto del fieno,
un molle gorgoglio di polla,
un lontano fischio di treno...
Chi passa, al morire del giorno,
ch'ode un fischio lungo laggiù
riprende nel cuore il ritorno
verso quello che non è più.
Si trova al nativo villaggio,
vi ritrova quello che c'era:
l'odore di mesi-di-maggio
buon odor di rose e di cera.
Ne ronzano le litanie,
come l'api intorno una culla:
ci sono due voci sì pie!
di sua madre e d'una fanciulla.
Poi fatto silenzio, pian piano,
nella nota mia, che t'ho presa,
risente squillare il lontano
campanello della sua chiesa.
Riprende l'antica preghiera,
ch'ora ora non ha perché;
si trova con quello che c'era,
ch'ora ora ora non c'è...

Chi sono? Non chiederlo. Io piango,
ma di notte, perch'ho vergogna.
O alato, io qui vivo nel fango.
Sono un gramo rospo che sogna.

Il gelsomino notturno

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento...
E` l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

L'imbrunire

Cielo e Terra dicono qualcosa
l'uno all'altro nella dolce sera.
Una stella nell'aria di rosa,
un lumino nell'oscurità.
I Terreni parlano ai Celesti,
quando, o Terra, ridiventi nera;
quando sembra che l'ora s'arresti,
nell'attesa di ciò che sarà.
Tre pianeti su l'azzurro gorgo,
tre finestre lungo il fiume oscuro;
sette case nel tacito borgo,
sette Pleiadi un poco più su.
Case nere: bianche gallinelle!
Case sparse: Sirio, Algol, Arturo!
Una stella od un gruppo di stelle
per ogni uomo o per ogni tribù.
Quelle case sono ognuna un mondo
con la fiamma dentro, che traspare;
e c'è dentro un tumulto giocondo
che non s'ode a due passi di là.
E tra i mondi, come un grigio velo,
erra il fumo d'ogni focolare.
La Via Lattea s'esala nel cielo,
per la tremola serenità.

La mia malattia

I
L'altr'anno, ero malato, ero lontano,
a Messina: col tifo. All'improvviso
udivo spesso camminar pian piano,
a piedi scalzi. Era Maria, col viso
tutt'ombra, dove un mio levar di ciglia
gettava sempre un lampo di sorriso.
A volte erano i morti, la famiglia
nostra... Io pian piano mi sentia toccare
il polso, e sussurrare: - Oh! la mia figlia!
sola! con nulla! con di mezzo il mare! -

II
Quelle sere, Maria non, come suole,
pregava al mio guanciale, co' suoi lenti
bisbigli, con le sue dolci parole:
dolci parole dette per gli assenti
al buon Gesù, dette per me: preghiere
perché in pace riposi e m'addormenti.
Prega, e vuol ch'io ripeta. Quelle sere,
nulla, o diceva: "Dormi, ch'hai la voce
debole; è meglio ora per te tacere,
dormire; fatti il segno della croce".

III
Io pensava: - Ma dunque ella non crede
più, tanto? Che sarà della sua vita,
un vilucchio avvoltato alla sua fede? -
E pensando, alla mente illanguidita
io richiamava le devozioni
già dette con le mie tra le sue dita.
E ricordai che tra quei fiochi suoni
che a un Angiolo bisbiglia che li porti
su, c'era il Requiem; c'era anche: Vi doni
nostro Signore eterna pace, o morti!

IV
Morti che amate, morti che piangete,
morti che udivo camminar pian piano
nella mia, nella sua stanza a parete:
che sempre in dubbio d'aspettare in vano
sempre aspettate con pupille fisse,
come il mendico, tesa ch'ha la mano,
quelle preghiere; oh! sì, Maria le disse,
quelle preghiere, ma da sé, ma ebbre
di pianto, ma di là... che non sentisse
suo fratello, che aveva alta la febbre...

Addio!

Dunque, rondini rondini, addio!

Dunque andate, dunque ci lasciate
per paesi tanto a noi lontani.
E` finita qui la rossa estate.
Appassisce l'orto: i miei gerani
più non hanno che i becchi di gru.

Dunque, rondini rondini, addio!

Il rosaio qui non fa più rose.
Lungo il Nilo voi le rivedrete.
Volerete sopra le mimose
della Khala, dentro le ulivete
del solingo Achilleo di Corfù.

Oh! se, rondini rondini, anch'io...

Voi cantate forse morti eroi,
su quest'albe, dalle vostre altane,
quando ascolto voi parlar tra voi
nella vostra lingua di gitane,
una lingua che più non si sa.

Oh! se, rondini rondini, anch'io...

O son forse gli ultimi consigli
ai piccini per il lungo volo.
Rampicati stanno al muro i figli
che al lor nido con un grido solo
si rivolgono a dire: Si va?

Dunque, rondini rondini, addio!

Non saranno quelle che le case
han murato questo marzo scorso,
che a rifarne forse le cimase
strisceranno sopra il Rio dell'Orso,
che rugliava, e non mormora più.

Dunque, rondini rondini, addio!

Ma saranno pur gli stessi voli;
ma saranno pur gli stessi gridi;
quella gioia, per gli stessi soli;
quell'amore, negli stessi nidi;
risarà tutto quello che fu.

Oh! se, rondini rondini, anch'io...

io li avessi quattro rondinotti
dentro questo nido mio di sassi!
ch'io vegliassi nelle dolci notti,
che in un mesto giorno abbandonassi
alla libera serenità!

Oh! se, rondini rondini, anch'io...

rivolando su le vite loro,
ritrovando l'alba del mio giorno,
rimurassi sempre il mio lavoro,
ricantassi sempre il mio ritorno,
mio ritorno dal mondo di là!

*******************

IL RITORNO A SAN MAURO

Casa mia

Mia madre era al cancello.
Che pianto fu! Quante ore!
Lì, sotto il verde ombrello
della mimosa in fiore!
M'era la casa avanti,
tacita al vespro puro,
tutta fiorita al muro
di rose rampicanti.
Ella non anche sazia
di lagrime, parlò:
- Sai, dopo la disgrazia,
ci ristringemmo un po'... -
Una lieve ombra d'ale
annunziò la notte
lungo le bergamotte
e i cedri del viale.
- ci ristringemmo un poco,
con le tue bimbe; e fanno... -
Era il suo dire fioco
fioco, con qualche affanno.
S'udivano sussurri
cupi di macroglosse
su le peonie rosse
e sui giaggioli azzurri.
- Fanno per casa (io siedo)
le tue sorelle tutto.
Quando così le vedo,
col grembiul bianco, in lutto... -
Io vidi allor la mia
vita passar soave,
tra le sorelle brave,
presso la madre pia.
Dissi: - Oh! restare io voglio!
Vidi nel mio cammino
al sangue del trifoglio
presso il celeste lino.
Qui sperderò le oscure
nubi e la mia tempesta,
presso la madre mesta,
tra le sorelle pure!
Lavorerò di lena
tutto il gran giorno; e sento
ch'alla tua parca cena
m'assiderò contento,
quando dal mio lavoro,
o la tua lieve mano
od il vocio lontano
mi chiamerà, di loro.
E sarò lieto e ricco
io delle mie fatiche,
quando ogni tenue chicco
germinerà tre spiche.
E comprerò leggiadre
vesti alle mie fanciulle,
e l'abito di tulle
alla lor dolce madre. -
Così dicevo: in tanto
ella piangea più forte,
e gocciolava il pianto
per le sue guancie smorte.
S'udivano sussurri
cupi di macroglosse
su le peonie rosse
e sui giaggioli azzurri.
- Oh! tu lavorerai
dove son io? Ma dove
son io, figliuolo, sai,
ci nevica e ci piove! -
Una lieve ombra d'ale
annunziò la notte
lungo le bergamotte
e i cedri del viale.
- Oh! dolce qui sarebbe
vivere? oh! qui c'è bello?
Altri qui nacque e crebbe!
Io sto, vedi, al cancello. -
M'era la casa avanti,
tacita al vespro puro,
tutta fiorita al muro
di rose rampicanti.

Mia madre

Zitti, coi cuori colmi,
ci allontanammo un poco.
Tra il nereggiar degli olmi
brillava il cielo in fuoco.
... Come fa presto sera,
o dolce madre, qui!
Vidi una massa buia
di là del biancospino:
vi ravvisai la thuia,
l'ippocastano, il pino...
... Or or la mattiniera
voce mandò il luì;
Tra i pigolìi dei nidi,
io vi sentii la voce
mia di fanciullo... E vidi,
nel crocevia, la croce.
... sonava a messa, ed era
l'alba del nostro dì:
E vidi la Madonna
dell'Acqua, erma e tranquilla,
con un fruscìo di gonna,
dentro, e l'odor di lilla.
... pregavo... E la preghiera
di mente già m'uscì!
Sospirò ella, piena
di non so che sgomento.
Io me le volsi: appena
vidi il tremor del mento.
... Come non è che sera,
madre, d'un solo dì?
Me la miravo accanto
esile sì, ma bella:
pallida sì, ma tanto
giovane! una sorella!
bionda così com'era
quando da noi partì.

*****************

APPENDICE

Diario autunnale (1907)

I - Bologna, 1 novembre.

Che fanno là, presso la muta altana,
i crisantemi, i nostri fior, che fanno?
Oh! stanno là, con la beltà lor vana,
a capo chino, lagrimando, stanno.
Pensano che quest'anno sei lontana,
lagrimano che non ci sei quest'anno.
Non torna più! mormora la campana...
Ma le cincie: Sì! Sì! Ritorneranno!

II - Bologna, 2 novembre.

Per il viale, neri lunghi stormi,
facendo tutto a man a man più fosco,
passano: preti, nella nebbia informi,
che vanno in riga a San Michele in Bosco.
Vanno. Tra loro parlano di morte.
Cadono sopra loro foglie morte.
Sono con loro morte foglie sole.
Vanno a guardare l'agonia del sole.

III - Torre di San Mauro.
Notte dal 9 al 10 novembre.

Dormii sopra la chiesa della Torre.
Cantar, la notte, udii soave e piano.
Udii, tra sonno e sonno, voci e passi,
e tintinnire il campanello d'oro,
ed un fruscìo di pii bisbigli bassi,
ed un ronzìo d'alte preghiere in coro,
ed una gloria d'organo canoro,
che dileguava a sospirar lontano.
A sospirar così soave e piano!
Era una messa. Santo! Santo! Santo!
Ma eran voci morte che cantare
udii la notte fino sul mattino:
un morto prete curvo su l'altare,
un bimbo morto ritto sul gradino,
con su le spalle il suo lenzuol di lino
in che l'avvolse la sua madre in pianto.
Era la messa. Santo! Santo! Santo!
Ma sul mattino ecco garrir gli uccelli:
- No: era il vento quel ronzìo che udisti,
erano pioggia quei bisbigli bassi.
Frusciavan alto i vecchi abeti tristi,
brusivan cupo i tristi vecchi tassi.
Erano foglie, foglie secche, i passi,
cadute ai vecchi tigli, ai vecchi ornelli. -
Così garrendo mi dicean gli uccelli.
E i vecchi alberi: - Il tempo, come corre!
Quel campanello era il tuo vecchio cuore,
in cui battean vecchie memorie care;
ma le altre voci, fievoli o sonore,
di noi, non le potevi ricordare...
Siamo di dopo!... A que' tuoi giorni, pare,
tutto era a prato avanti quella Torre. -

IV - Bologna, 14 novembre.

La luna par che adagio si avvicini
a San Michele, e guardi nel Convento.
No: non ci sono frati, ma bambini...
fuori del nido. Ella ristà tra il vento.
Han l'ali rotte... Ma nei letti bianchi
dormono in lunghe file, come stanchi;
stanchi di voli, ora sognati almeno,
che poi la madre li raccoglie al seno.
La luna ascolta. Non li vuol destare
ma vuol vedere; e se ne va, ma sale.
Illuminare deve i monti e il mare,
ma un raggio manda anche sul lor guanciale.
E sale il cielo, l'alto cielo buono;
cerca le stelle in cielo: dove sono?...
e corre e cerca: dove mai son elle?...
Vuol dir la cosa alle virginee stelle.

V - Bologna, 20 novembre.

Il ponte sull'Aposa

Aposa trista! Il povero al tuo ponte
sosta, e non altri. Siede sul sedile,
né guarda: non a valle non a monte:
non alle torri lunghe e sdutte, che oggi
sfumano in grigio, non a quelle file
d'alti cipressi tra i castagni roggi:
ascolta, a capo chino, ad occhi bassi,
te che laggiù brontoli cupa, e passi.
A te vengono gli uomini infelici,
Aposa trista! E nella solitaria
notte a qualcuno tristi cose dici.
T'ascolta a lungo. E poi, quando una foglia
secca di platano, a un brivido d'aria,
sembra un fruscìo di gonna su la soglia:
ecco, quell'uomo non è più: dirupa...
tu passi, e dopo un po' brontoli cupa.
Aposa trista! E l'Aposa risponde:
- Vien l'usignolo, a marzo, tra le acace!
Al gorgoglìo delle mie picciole onde
sta prima attento, a lungo impara, e tace.
Ma poi di canto m'empie le due sponde;
e il canto suo già mio singulto fu.
Canta al suo nido, al nido suo di fronde,
di quelle fronde che cadono giù... -

VI - Bologna, 12 decembre.

Narcissi

- Narcissi d'oro, candidi narcissi,
voi che corona avete oltre corolla:
per cuna aveste un vaso, e non la zolla;
terriccio a letto, e non la madre terra.
Per gli altri il freddo, ma per voi la serra;
morivan gli altri, e voi veniste in boccia.
Ora ogni foglia stride e s'accartoccia;
e voi fiorite, lieti, belli, e soli. -
- Oh! i primi caldi dopo il verno, e i voli
delle farfalle, e i canti dei fringuelli!
Al sole uscir con tutti i suoi fratelli,
odorar tutti al cominciar d'aprile!
al vento, all'acqua, a gruppi a macchie a file,
in tanti, in tanti, da sfiorire in pace!
nel prato, con le altr'erbe, fin che piace
alla falce che agguaglia erbe e narcissi. -

VII - Castelvecchio, 15 decembre.

Nell'orto

A casa mia giunto sul vespro alfine,
io vedo un sogno ch'è pur cosa vera.
I quattro peri che piantai nell'orto
a circondar la conca d'arenaria,
vedo fioriti! E il cielo è bigio e smorto,
la nebbia fuma, fredda punge l'aria:
la neve è su la Pania solitaria...
- Allora, a marzo, o che lassù non c'era? -
E tutto cade, tutto va, si perde;
il fiume va come una folla in pianto.
La quercia ha il musco e l'edera, di verde:
sui verdi rami ha un suo gran rosso manto.
Sol foglie secche, e i vostri fior soltanto!...
- O non era così di primavera? -
Marzo a decembre, alba somiglia a sera!
Eppure altro è il principio, altro la fine.
Vedo tremare un poco le fogline
delle corolle al vento che le sfiora.
Avete il tempo, arbusti miei, sbagliato:
ora non viene la dolciura in cielo.
Non si prepara a rifiorire il prato:
viene la brina e mangia ogni suo stelo.
Viene la brina, ed anche viene il gelo...
- E così dunque non accadde allora? -
Ma il monte allora ritornò turchino,
e fiorirono i peschi e gli albicocchi.
Era fiorito il mandorlo e il susino,
metteva il melo foglie e fiori a gli occhi.
Fiori per tutto, a spighe, a mazzi, a fiocchi...
- A noi, col gelo li strinò l'aurora! -
Poveri arbusti! E si riprovan ora.
Oh! videro fiorire anche le spine!...

VIII - Castelvecchio, 21 decembre.

Io sento il suono dell'antica avena
su l'alba ancora scialba ma serena.
Ed ecco il monte trascolora in rosa,
splendono i vetri a tutte le finestre.
E gente va, che vuol saper la cosa,
per le callaie e per le vie maestre.
Va dove il placido organo silvestre
canta l'antica sacra cantilena.
E` un pastor bianco al pari della neve,
che non ha casa ed anco all'otre beve.
Dice: - Era il sole per fuggir dal cielo.
Oggi s'è fermo e tornerà pian piano.
Piccolo è il seme, ma fa lungo stelo;
il seme è poco, ma fa tanto grano:
ed il buon Sole per un anno sano
semina, o genti, il giorno suo più breve. -

******************

Per leggere tutte le altre Poesie contenute in "Canti di Castelvecchio" vai sul sito Ufficiale del Poeta, clickando su questo link:
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Mag 15, 2007 6:35 pm    Oggetto:  Primi Poemetti di Giovanni Pascoli
Descrizione:
Rispondi citando

Alcune Poesie tratte da: Primi Poemetti di Giovanni Pascoli.

A Maria Pascoli

Maria, dolce sorella: c'è stato un tempo che noi non eravamo qui? che io non vedevo, al levarmi, la Pania e il monte forato? che tu non udivi, la notte, il fruscìo incessante del Rio dell'Orso? Il campaniletto di San Niccolò, bigio e scalcinato, che mi apparisce tra i ciliegi rosseggianti de' loro mazzetti di bacche, e i peri e i meli; quel campaniletto, c'è stato un tempo in cui non lo sentivamo annunziare la festa del domani? Din don... Din don don... Din don don... Non fu quel prete smunto e cereo, che viene su per la viottola col breviario in mano, non fu esso il rettore che ci battezzò? non era Mère il buon contadino che ci rallegrava fanciulli col suo parlare a scatti, coi suoi motti e proverbi curiosi? "Il cane fa ir la coda, perché non ha cappello da cavarsi": ecco una sua osservazione sottile a proposito del nostro Gulì. E quel fringuello che canta così da vicino il suo francesco mio e il suo barbazipìo, non è stato sempre così vicino? Non li abbiamo sentiti sempre quei più minuti e più confusi e più teneri chiacchiericci dei cardellini? Quelle verlette (sono venute da poco a portare il caldo), quelle canipaiole (vennero quando c'era da seminar la canapa; vennero a dirlo ai contadini), che sembrano ninnare i loro nidiaci con una fila di note sempre uguali; tonde, in gorgia, le prime, limpide e veloci e tristi come un lamento di piccolo, le altre; non le abbiamo sempre avute nella nostra campagna? E non abbiamo sempre udito cantar gli sgriccioli, che hanno tanta voce e sono così piccini? gli sgriccioli che... Parlano romagnolo? Dicono magnè, magnè, magnè!... E quei balestrucci che strisciano intorno per l'aria coi loro scoppiettìi rapidi e sonori, non li abbiamo sempre avuti nella nostra casa? C'erano anzi, negli anni passati, anche le rondini, quelle che hanno il pettino rugginoso, non bianco, e la lunga coda biforcuta, e il canto più soave e più parlato; ma ebbero che dire con queste loro rissose sorelle del pettino bianco; e se ne sono andate. Ce n'è qualche nido sotto il tetto della chiesa, in un luogo molto ombroso e solitario. Sentono cantare i vespri e le litanie da una parte; dall'altra frusciare il Rio dell'Orso. Vivono in gran ritiro, come pensose ancora, nel loro appartato sfaccendare, d'una sventura domestica e comune, toccata là, nelle isole lontane. O rondinelle dal petto rosso, o rondinelle dal petto bianco, se poteste andar d'accordo! Le une e le altre io vorrei torno torno sotto le mie grondaie, e vorrei avere tutto il dì, mentre sto curvo sui libri, negli occhi intenti ad altro, la vertigine d'ombra del vostro volo! Mi fate tanta buona compagnia già voi, bianche. Io non so che cosa succede stamane. Ho sorpreso una viva conversazione familiare dentro un nido. C'erano pigolìi e strilli. Qualcuno alzava la voce. E ne siete usciti in tre o quattro. Che si è deliberato nella capannetta sospesa, che forse è la residenza del capo-tribù? forse l'impianto di nuove case? Fate pure. E buona caccia! Le mosche abbondano quest'anno, come sempre. A proposito: si chiede a che servono le mosche. Chiaro, che a nutrir le rondini. E le rondini? Chiaro, che a insegnare agli uomini (perciò si mettono sopra le loro finestre) tante cose: l'amore della famiglia e del nidietto. La prima capanna che uomo costruì, di terra seccata al sole, alla sua donna, gli insegnò una coppia di rondini a costruirla. Ciò fu al tempo dei nomadi. Le rondini viaggiatrici insegnarono all'uomo di fermarsi. E gli dettero il modellino della casa. Solo, l'uomo lo capovolse.
Ma questa voce che è? un rotolìo che mai non finisce, come d'un treno che non arriva mai. È il Fiume, cioè il Serchio. Di', Maria, dolce sorella: c'è stato tempo che noi non s'udiva quella voce? Oh! sì: belle Panie aguzze e taglienti, bel fiume sonoro, cari balestrucci affaccendati, care verlette, care canipaiole, cari reattini, caro campanile; sì, c'è stato quel tempo che noi non si viveva così da presso. E se sapeste, che dolore allora, che pianto era il nostro, che solitudine rumorosa, che angoscia segreta e continua! Ma via, uomo, non ci pensare: mi dite. Ma no, pensiamoci anzi. Sappiate che la dolcezza lunga delle vostre voci nasce da non so quale risonanza che esse hanno nell'intima cavità del dolore passato. Sappiate che non vedrei ora così bello, se già non avessi veduto così nero. Sappiate che non godrei tanto di così tenue (per altri!) materia di gioia, se il martòro non fosse stato così duro e così durevole e non fosse venuto da tutte le possibili fonti di dolore, dalla natura e dalla società, e non ne avesse ferito tutte le possibili sedi, l'anima e il corpo, l'intelligenza e il sentimento. Non è vero, Maria? E benedetto dunque il dolore! Perché in ciò riconoscere un atroce sgarbo della matrigna Natura, che il poco bene che ci dà, ci dia solo a patto di male? Io dico parola più giusta. Io dico: O madre Natura, siano grazie a te che anche dal male ricavi per noi il bene. Noi, mansueta Maria, abbiamo a lungo camminato per l'erta viottola del dolore, e ci siamo anche stancati, o Maria, molto; ma la passeggiata ci ha dato un giovanile appetito di gioia. Sì, che anche una crosta ammuffita e una scodella di legumi sono buon cibo alla nostra fame.
Ricordiamo, o Maria: ricordiamo! Il ricordo è del fatto come una pittura: pittura bella, se impressa bene in anima buona, anche se di cose non belle. Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo. Quindi noi di poesia ne abbiamo a dovizia. Potrò significarla altrui? Aspettando i «Canti di Castelvecchio» e i «Canti di San Mauro», il presente e il passato, la consolazione e il rimpianto, aspettando questi canti che echeggiano già così soave nelle nostre due anime sole; leggi, o Maria, anzi rileggi questi poemetti......(continua)

**************

Da La Sementa

"L' alba "

I

Allor che Rosa dalle bianche braccia
aprì le imposte, piccola e lontana
dal cielo la garrì la cappellaccia.

Dalla Pieve a' Cipressi la campana
sonava l'alba: in alto, sul Mongiglio
erano bianchi bioccoli di lana.

Raspava una gallina sopra il ciglio
d'un fosso. Po s'alzò, scosse la brina,
scodinzolando, con uno sbadiglio.

Ed al frizzar dell'aria mattutina,
nel comun letto si svegliò Viola,
all'improvviso, e mormorò: «Rosina!

Rosina!». E già taceva la chiesuola
lasciando udire un canto di fringuello,
e, per i campi ombrati di viola,

lo squillar de' pennati sul marrello.

II

E Rosa in tanto, al davanzale, i semi
coglieva d'una spiga d'amorino,
e mondava dal secco i crisantemi.

Si sfumò d'oro un bioccolo argentino:
oh! una mandra, tutta oro, tranquilla
pasceva in alto in mezzo al cilestrino.

Corsero come guizzi di pupilla;
tutto via via razzava: un fil di paglia
nel concio nero, un ciottolo, una stilla.

Ma il sole entrava come in una maglia
sottil di nubi d'un color d'opale,
e traspariva dalla nuvolaglia.

Rosa si ravviava al davanzale:
or luce, or ombra si sentìa sul viso;
ché il sol montando per il cielo a scale

appariva e spariva all'improvviso.

III

Appariva e spariva; e venìa meno
la terra all'occhio, e poi, come in un fiato,
tutto balzava su verso il sereno.

A monte, a mare, ella guardò: guardato
ch'ebbe, ella disse (udiva sui marrelli
a quando a quando battere il pennato):

«Aria a scalelli, acqua a pozzatelli».

"Il desinare"

I

Ubbidì Rosa al subito comando.
Sotto il paiolo aggiunse legna, il sale
gettò nell'acqua che fremé ronzando.

Stacciò: lo staccio, come avesse l'ale,
frullò fra le sue mani; e la farina
gialla com'oro nevicava uguale.

Ne sparse un po' nell'acqua, ove una fina
tela si stese. Il bollor ruppe fioco.
Ella ne sparse un'altra brancatina.

E poi spentala tutta a poco a poco,
mestò. Senza bisogno di garzone,
inginocchiata nel chiaror del fuoco,

mestò, rumò, poi schiaffeggiò il pastone,
fin che fu cotto; e lo staccò bel bello,
l'ammucchiò nel paiolo, col cannone

di pioppo; e lo sbacchiò sopra il tarvello.

II

Ora la madre nella teglia un muto
rivolo d'olio infuse, e di vivace
aglio uno spicchio vi tritò minuto.

Pose la teglia su l'ardente brace,
col facile olio; e, solo intenta ad esso,
un poco d'ora l'esplorò sagace.

L'olio cantò con murmure sommesso;
un acre odore vaporò per tutto.
Fumavano le calde erbe da presso,

nel tondo ch'ella inebbriò del flutto
stridulo, aulente; e poi nel canovaccio
nitido e grosso avviluppava il tutto.

E Rosa intanto sospendea lo staccio,
ponea le fette sopra un bianco lino,
stringea le còcche, e v'infilava il braccio.

Tornò Viola, e furono in cammino.

III

Rosa e Viola furono in cammino.
Ma la pia madre altro pensò; discese;
spillò la botte d'un segreto vino.

E poi, tornata, con le figlie prese
pei greppi; lesta, poi ch'una campana
si sentiva sonare dal paese:

non più che un'ombra pallida e lontana.

"Nei campi"

I

Il capoccio avea detto: «Odimi, moglie.
Senti le rare tremule tirate
che fanno i grilli? Cadono le foglie;

e tristi i grilli piangono l'estate.
L'altra notte non chiusi occhio, tanto era
quel gridìo! - Seminate! Seminate! -

credei sentire. Poi, sentii ier sera
passar su casa un lungo rombo d'ale:
l'anatre vanno per la notte nera.

C'è sopra il verno. Il primo temporale
cova nell'aria. Sai che, per il grano,
presto è talora, tardi è sempre male.

Domani voglio il mio marrello in mano;
ché chi con l'acqua semina, raccoglie
poi col paniere; e cuoce fare in vano

più che non fare. Incalciniamo, o moglie».

II

E per due giorni consegnava il grano
alle soffici porche. Seminare
volle la costa, seminare il piano.

E per due giorni non uscì da mare
pure una nube; e il garrulo vicino,
«Il tempo è in filo,» gli dicea, «compare!»

Ma egli arava tutto il giorno, chino
sopra le porche. Il terzo dì, cantava
al buio il gallo, prima di mattino.

Ed egli al buio sorse, ed aggiogava
le brune vacche (uscirono mugliando
e rugumando la lor verde bava),

e seminava. Dore al giogo, Nando
era alla coda: Nando, il suo maggiore,
che ammoniva le bestie a quando a quando,

tarde, e la forza pargola di Dore.

III

Forza di Dore, le divincolanti
vacche reggevi; ma tuo padre il grano
pulverulento si gettava avanti.

La sementa spargea con savia mano;
altri via via copriva la sementa.
L'aratro andava, nell'ombrìa, pian piano:

qualche stella vedea l'opera lenta.

"L' Ave Maria"

I


E poi sazi sorgevano: le zolle
sbriciò l'aratro, della terra nera,
dietro le vacche non ancor satolle.

Rosa, con gli altri e con Viola, a schiera,
ricopriva le porche col marrello.
Babbo voleva aver finito a sera.

Il dì passò tra sole e solicello:
il sole s'insaccò, né tornò fuori,
e Montebello si pose il cappello.

Stridule, qua e là, di più colori,
correan le foglie: non s'udia per gli ampi
filari che il vocìo degli aratori.

Palpitavano, a tratti, larghi lampi;
serrava il cardo le argentine spade;
ma tutta la sementa era nei campi.

Venne la sera ed abbuiò le strade.

II

E le vacche tornavano alle stalle;
e la gente, ciarlando per la via,
saliva co' marrelli su le spalle.

Sonò, di qua di là, l'Avemaria:
si sentì la campana di San Vito,
si sentì la campana di Badia.

Era nel cielo un pallido tinnito:
Dondola dondola dondola! - A nanna
a nanna a nanna! - Il giorno era finito.

Ora il fuoco accendeva ogni capanna,
e i bimbi sazi ricevea la cuna,
col sussurrare della ninnananna.

E le campane, A nanna a nanna! l'una;
l'altra, Dondola dondola! tra il volo
de' pipistrelli per la costa bruna.

A nanna, il bimbo! e dondoli, il paiuolo!

III

La madre era su l'uscio, poi che intese
un parlottare ed uno scalpicciare
tra la confusa romba delle chiese.

Ed un lampo alitò sul casolare,
e bianche bianche illuminò le strade;
e il capoccio ella udì dal limitare,

che diceva: «La festa il dì che cade!»

"Il cacciatore"

I

Po le seguiva, il fido cane. Or essi
siedono su la porca assai contenti.
La Pieve sorridea sotto i cipressi.

Po ringhiò, fece biancheggiare i denti:
passava un uomo, un cacciator; ristette.
«Giovine, giunto qui tra le mie genti!

ciò che avanza per sei, basta per sette»
disse il capoccio; e poi con lieta cera:
«Male per voi, che bene per noi mette!

Noi ci vedemmo, o giovine, alla fiera
di Castiglione, all'osteria di Betto.
Tuo padre, Andrea buon'anima, non c'era

l'uomo più bravo e tuttavia più schietto;
e dava tempo al tempo: ecco e tu ari
un campetto con siepe e con fossetto...

Bevi il mio vino e siedi tra' miei cari!»

II

Ed ei s'assise, il giovane, tra loro,
e bevve il rosso vino. Era di faccia
alla fanciulla da' capelli d'oro.

Ma la fanciulla dalle bianche braccia
non lo guardava. Ed il capoccio allora
gli domandò della sudata caccia.

E lui: «La prima non ho fatto ancora;
e sì, che non so dir con quanta pena
io tutta notte l'aspettai, l'aurora!

Che ieri io rincasava a notte piena,
pensando ad altro, a non so che: zirlare
io sentiva nell'alta ombra serena.

Erano i tordi, che già vanno al mare,
in alto, in alto, in alto. Io sentìa quelle
voci dell'ombra, nel silenzio, chiare;

e mi pareva un canticchiar di stelle.

III

Ma i tordi ancor non calano, e non sento
se non il fischio delle ballerine
seguire il solco dell'aratro lento;

e lo scoppiettìo trito senza fine
del pettirosso mattinier... Comincia
il passo. Sono piene le saggine

e le olivete. Sì; ma c'è la cincia!»

"La cincia"

I

Sorrise, e disse che una volta c'era
un re piccino; e s'egli era piccino,
la sua reggia era grande e nera nera.

E un aio aveva questo reattino
nero, e l'aio era lì sempre a gracchiare,
e più, quando vedea torbo il mattino.

Il re veniva alle finestre a mare,
il re veniva alle finestre a monte:
«Avessi l'ale! Potessi volare!»

Nitrir sentiva alla sua voce pronte
le sue pulledre sparse alla pastura
nel grande prato ch'era dopo il ponte.

E quel nitrito, per le antiche mura,
per gl'infiniti muti colonnati,
destava i cani; e nella reggia oscura

rimbombavano in tanto alti latrati.

II

Or una fata l'ode. Ecco, sia fatto!
La gran reggia doventa una gran macchia
a colonne di pino e d'albogatto.

Nera tra i lecci vola una cornacchia.
È l'aio. Vola su brentoli e mortelle,
libero, il recacchino, il redimacchia.

E il curvo collo svincolano snelle
quelle pulledre scalpitando, ed ecco
ch'elle frullano azzurre cinciarelle.

Tengono l'osso ancora (od uno stecco?)
le cinciallegre, piccoli mastini,
sotto le zampe, e picchiano col becco.

Dunque, dagli albigatti esse e da' pini
fanno la guardia, e il re ne' suoi sambuchi,
tra molta signoria di fiorrancini,

regna, e si svaga con la caccia ai bruchi.

III

Così, vedete, il cacciator che gira,
vede calare un branco. Egli bel bello
s'appressa, egli già mira, egli già tira...

suona un nitrito tremulo d'uccello,
come starnuto, suona un bau bau chiaro,
come doppio squillar di campanello;

e il branco fugge prima dello sparo.

"La notte "

I

Nella notte scrosciò, venne dirotta
la pioggia, a striscie stridule infinite;
e il tuono rotolò da grotta a grotta.

Egli, il capoccio, avvolto nel suo mite
tacito sonno, non udiva. Udiva
nascere l'erba. Vide le pipite

verdi. Il grano sfronzò, quindi accestiva.
Nevicava, in suo sogno, a fiocco a fiocco:
candido il monte, candida la riva.

No: quel bianco era fiori d'albicocco
e di susino, e l'ape uscìa dal bugno
ronzando, e il grano già facea lo stocco:

Anzi graniva; ch'era già di giugno.
La cicala friniva su gli ornelli.
Egli l'udiva, con la falce in pugno.

L'acqua veniva stridula a ruscelli.

I

L'acqua veniva, stridula, a ruscelli.
Rosa dormiva e non udiva: udiva
cantare al bosco zigoli e fringuelli.

Era nel bosco, nella reggia estiva
del redimacchia. Intorno udìa beccare.
gemme di pioppo e mignoli d'uliva.

E la macchia pareva un alveare,
piena di frulli e di ronzìi. Ma ella
sentiva anche un frugare, uno sfrascare,

un camminare. Chi sarà? Ma in quella
che riguardava tra un cespuglio raro,
improvvisa cantò la cinciarella.

E sonò d'ogni parte il bau bau chiaro,
come un tintinno, delle cincie; ed ecco
pronto all'orecchio risonar lo sparo.

Ma era un tuono, che rimbombò secco.

III

E tra il tumulto carezzò Viola
che s'era desta e che piangea. Pian piano
l'addormentava. E Rosa rifù sola.

Pensava... i licci della tela, il grano
della sementa, il cacciatore... e Rosa
lo ricercava. Dove mai? Lontano.

In una reggia. E risognò... Che cosa?

*************

Da Il bordone-L' aquilone

"Il bordone"

I

Si tagliò da una siepe - era un mattino
triste ma dolce - il suo bordone, e, volta
la fronte, mosse per il suo cammino.

Sì: mosse. E quella era la siepe folta
d'un camposanto, ed era il camposanto,
quello, dove sua madre era sepolta.

D'allora ha errato. Seco avea soltanto
il suo bordone. E qua tese la mano,
e qua la porse. E ha gioito e pianto.

E vide il fiume, il mare, il monte, il piano:
tutto: e a tutto era più presso il cuore
di quanto il piede n'era più lontano.

Disperò sui tramonti, e su le aurore
sperò; sì che la via sempre riprese.
Vuoto era il frutto, ma soave il fiore.

Sopra la soglia d'infinite chiese
pregò. Vide infiniti uomini: alcuno,
Raca! gli disse, ed altri, Ave gli rese:

scòrsero i più, come su lago bruno
ombra di nube nera presso nera
ombra di nube. E fu tutto e nessuno.

Sì ch'ora è stanco. Ed è, ora, una sera
triste ma dolce. E sta, come una volta,
presso una siepe. E questa è ancor com'era.

Ché fermo è là, presso la siepe folta
d'un camposanto; e questo camposanto
è quello dove è sua madre sepolta.

Egli è quel ch'era, ma il suo corpo è franto
dall'error lungo; e nel suo cuore è vano
ciò che gioì, ma piange ciò che ha pianto.

E sta, vecchio e canuto, con la mano
sul bordone d'allora. Ed ecco, vede
che da quel giorno radicò pian piano,

il suo bordone, e che visse, e che diede
già fiori e foglie: sotto le sue dita
germinò, radicò sotto il suo piede.

E gli resta una foglia inaridita
che trema. E il vento soffia. E il pellegrino,
curvo sopra la immobile sua vita,

par che muova ora, per il suo cammino.

"L' aquilone"

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I

C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole,
anzi d'antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch'erbose hanno le soglie:

un'aria d'altro luogo e d'altro mese
e d'altra vita: un'aria celestina
che regga molte bianche ali sospese...

sì, gli aquiloni! È questa una mattina
che non c'è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d'albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c'era
d'autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino
ventoso: ognuno manda da una balza
la sua cometa per il ciel turchino.

Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,
risale, prende il vento; ecco pian piano
tra un lungo dei fanciulli urlo s'inalza.

S'inalza; e ruba il filo dalla mano,
come un fiore che fugga su lo stelo
esile, e vada a rifiorir lontano.

S'inalza; e i piedi trepidi e l'anelo
petto del bimbo e l'avida pupilla
e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.

Più su, più su: già come un punto brilla
lassù lassù... Ma ecco una ventata
di sbieco, ecco uno strillo alto... - Chi strilla?

Sono le voci della camerata
mia: le conosco tutte all'improvviso,
una dolce, una acuta, una velata...

A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! e te, sì, che abbandoni
su l'omero il pallor muto del viso.

Sì: dissi sopra te l'orazïoni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!

Tu eri tutto bianco, io mi rammento.
solo avevi del rosso nei ginocchi,
per quel nostro pregar sul pavimento.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi
persuaso, stringendoti sul cuore
il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore
la sua stringendo fanciullezza al petto,
come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto,
anch'io presto verrò sotto le zolle
là dove dormi placido e soletto...

Meglio venirci ansante, roseo, molle
di sudor, come dopo una gioconda
corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda,
che poi che fredda giacque sul guanciale,
ti pettinò co' bei capelli a onda

tua madre... adagio, per non farti male.

****************

Da L' accestire

"L' alloro"

I

«Ecco l'orbaco:» disse Dore, entrando
con un ramo d'alloro umido in mano:
«prendete: io devo ritornar da Nando».

«A che fare?» la madre gridò. «Piano
con le mie scarpe! So che il babbo è stanco:
ci vuole mezzo per calzarli il grano:

andranno scalzi! due siete ed un branco
parete!» L'uscio era socchiuso. Fuori
era per tutto un gran barbaglio bianco.

La neve nascondea tutti i colori.
Su, v'appariva qualche fila nera
delle grandi orme degli agricoltori:

dove scendeva per veder se c'era
la terra più, dal tetto e dalla scala,
il passero: egli che avea messo a sera

tranquillamente il capo sotto l'ala.

II

«L'orbaco...» ripeté Dore, voltando
all'uscio aperto il suo nasetto rosso:
«devo aiutarlo: l'ho promesso, a Nando».

«A che fare? io lo so, mamma, e lo posso
dir io» fece Rosina: «hanno gli archetti
per pigliar qualche cincia e pettirosso!

Povere cincie! poveri uccelletti!
non hanno ove posare le zampine
nude! coperti i campi, alberi, tetti!

Non hanno che beccar, queste mattine:
né un pippolo né un becio: ecco, e costoro
tendono... Oh! babbo è troppo buono, infine!»

Parlava, ed attendeva al suo lavoro,
stacciando su la conca alta la lieve
cenere. E Dore le porgea l'alloro

di su l'uscio, tra un gran bianco di neve.

III

«L'orbaco...». «Dà». Lei prese il ramoscello,
e lui sparì. Ma non pensava a loro
più Rosa bionda. Era il suo giorno, quello.

Poco era il giorno e molto era il lavoro:
la falce è grande, ma più grande il prato.
E su la conca ella sfogliò l'alloro,

perché sapesse odore il suo bucato.

"Accestisce"

I

Egli parlava; e vennero i pisani:
presero Dore, adagio su le braccia:
- Vi si riporterà, gente, domani! -

Nando riprese allora la sua caccia.
Viola lo seguì con la Turella
pascendo i timi giù per la Pianaccia.

Ma gli occhi aperti Rosa, la sorella
bionda, teneva. Ella tra sé romita
faceva e disfaceva una mannella.

Sembravano un veloce aspo le dita
silenzïose. Rigo s'era fatto
più presso: «Ed ora, sola è la mia vita!»

S'udiva solo quel parlare. Un gatto
ronfava. La lucerna ora dimessa
sfriggeva, ora guizzava alto d'un tratto,

come in un sogno: ché dormiva anch'essa.

II

«... E fate a modo!» Rigo uscì. Non c'era
per la campagna bianca che lui solo
e l'ombra sua che lo seguiva nera.

Splendea la luna su quel gran lenzuolo
candido, come, accanto un letto, il lume
dimenticato; e scricchiolava il suolo

sotto i suoi passi; e brontolava il fiume
là là: le giravolte sue lontane
mostrava appena un vago fior di brume.

Pestava un altro su la neve: un cane;
Po: gli strisciò le gambe. Ecco che intese
un arrochito suono di campane.

Mezzanotte. Ogni casa, ogni paese
dormiva. Egli era nella via maestra:
guardava in alto, donde già discese:

c'era un lume, un lumino, alla finestra.

III

E c'era un'ombra. Egli vedeva. Ed ella
vedeva. E fece un segno colla mano.
L'ombra sparì: si spense la fiammella.

E la sua strada seguitò pian piano,
e ripensava dentro sé: che cosa?
Ch'era gennaio... ch'accestiva il grano...

ch'era già tardi... ch'eri bella, o Rosa!

*******************

Da I due fanciulli-I due orfani

"I due fanciulli"

I

Era il tramonto: ai garruli trastulli
erano intenti, nella pace d'oro
dell'ombroso viale, i due fanciulli.

Nel gioco, serio al pari d'un lavoro,
corsero a un tratto, con stupor de' tigli,
tra lor parole grandi più di loro.

A sé videro nuovi occhi, cipigli
non più veduti, e l'uno e l'altro, esangue,
ne' tenui diti si trovò gli artigli,

e in cuore un'acre bramosia di sangue,
e lo videro fuori, essi, i fratelli,
l'uno dell'altro per il volto, il sangue!

Ma tu, pallida (oh! i tuoi cari capelli
strappati e pésti!), o madre pia, venivi
su loro, e li staccavi, i lioncelli,

ed «A letto» intimasti «ora, cattivi!»

II

A letto, il buio li fasciò, gremito
d'ombre più dense; vaghe ombre, che pare
che d'ogni angolo al labbro alzino il dito.

Via via fece più grosse onde e più rare
il lor singhiozzo, per non so che nero
che nel silenzio si sentia passare.

L'uno si volse, e l'altro ancor, leggero:
nel buio udì l'un cuore, non lontano
il calpestìo dell'altro passeggero.

Dopo breve ora, tacita, pian piano,
venne la madre, ed esplorò col lume
velato un poco dalla rosea mano.

Guardò sospesa; e buoni oltre il costume
dormir li vide, l'uno all'altro stretto
con le sue bianche aluccie senza piume;

e rincalzò, con un sorriso, il letto.

III

Uomini, nella truce ora dei lupi,
pensate all'ombra del destino ignoto
che ne circonda, e a' silenzi cupi

che regnano oltre il breve suon del moto
vostro e il fragore della vostra guerra,
ronzio d'un'ape dentro il bugno vuoto.

Uomini, pace! Nella prona terra
troppo è il mistero; e solo chi procaccia
d'aver fratelli in suo timor, non erra.

Pace, fratelli! e fate che le braccia
ch'ora o poi tenderete ai più vicini,
non sappiano la lotta e la minaccia.

E buoni veda voi dormir nei lini
placidi e bianchi, quando non intesa,
quando non vista, sopra voi si chini

la Morte con la sua lampada accesa.

"I due orfani"

I

Fratello, ti do noia ora, se parlo?»
«Parla: non posso prender sonno». «Io sento
rodere, appena...» «Sarà forse un tarlo...»

«Fratello, l'hai sentito ora un lamento
lungo, nel buio?» «Sarà forse un cane...»
«C'è gente all'uscio...» «Sarà forse il vento...»

«Odo due voci piane piane piane...»
«Forse è la pioggia che vien giù bel bello».
«Senti quei tocchi?» «Sono le campane».

«Suonano a morto? suonano a martello?»
«Forse...» «Ho paura...» «Anch'io». «Credo che tuoni:
come faremo?» «Non lo so, fratello:

stammi vicino: stiamo in pace: buoni».

II

«Io parlo ancora, se tu sei contento.
Ricordi, quando per la serratura
veniva lume?» «Ed ora il lume è spento».

«Anche a que' tempi noi s'aveva paura:
sì, ma non tanta». «Or nulla ci conforta,
e siamo soli nella notte oscura».

«Essa era là, di là di quella porta;
e se n'udiva un mormorìo fugace,
di quando in quando». «Ed or la mamma è morta».

«Ricordi? Allora non si stava in pace
tanto, tra noi...» «Noi siamo ora più buoni...»
«ora che non c'è più chi si compiace

di noi...» «che non c'è più chi ci perdoni».

****************

Da ITALY - Sacro all' Italia raminga

"Canto primo "

I

A Caprona, una sera di febbraio,
gente veniva, ed era già per l'erta,
veniva su da Cincinnati, Ohio.

La strada, con quel tempo, era deserta.
Pioveva, prima adagio, ora a dirotto,
tamburellando su l'ombrella aperta.

La Ghita e Beppe di Taddeo lì sotto
erano, sotto la cerata ombrella
del padre: una ragazza, un giovinotto.

E c'era anche una bimba malatella,
in collo a Beppe, e di su la sua spalla
mesceva giù le bionde lunghe anella.

Figlia d'un altro figlio, era una talla
del ceppo vecchio nata là: Maria:
d'ott'anni: aveva il peso d'una galla.

Ai ritornanti per la lunga via,
già vicini all'antico focolare,
la lor chiesa sonò l'Avemaria.

Erano stanchi! avean passato il mare!
Appena appena tra la pioggia e il vento
l'udiron essi or sì or no sonare.

Maria cullata dall'andar su lento
sembrava quasi abbandonarsi al sonno,
sotto l'ombrella. Fradicio e contento

veniva piano dietro tutti il nonno.

II

Salivano, ora tutti dietro il nonno,
la scala rotta. Il vecchio Lupo in basso
non abbaiò; scodinzolò tra il sonno.

E tentennò sotto il lor piede il sasso
davanti l'uscio. C'era sempre stato
presso la soglia, per aiuto al passo.

E l'uscio, come sempre, era accallato.
Lì dentro, buio come a chiuder gli occhi.
Ed era buia la cucina allato.

La mamma? Forse scesa per due ciocchi...
forse in capanna a mòlgere... No, era
al focolare sopra i due ginocchi.

Avea pulito greppia e rastrelliera;
ora, accendeva... Udì sonare fioco:
era in ginocchio, disse la preghiera.

Appariva nel buio a poco a poco.
«Mamma, perché non v'accendete il lume?
Mamma, perché non v'accendete il fuoco?»

«Gesù! che ho fatto tardi col rosume...»
E negli stecchi ella soffiò, mezzo arsi;
e le sue rughe apparvero al barlume.

E raccattava, senza ancor voltarsi,
tutta sgomenta, avanti a sé, la mamma,
brocche, fuscelli, canapugli, sparsi

sul focolare. E si levò la fiamma.

III

E i figli la rividero alla fiamma
del focolare, curva, sfatta, smunta.
«Ma siete trista! siete trista, o mamma!»

Ed accostando agli occhi, essa, la punta
del pannelletto, con un fil di voce:
«E il Cecco è fiero? E come va l'Assunta?»

«Ma voi! Ma voi!» «Là là, con la mia croce».
I muri grezzi apparvero col banco
vecchio e la vecchia tavola di noce.

Di nuovo, un moro, con non altro bianco
che gli occhi e i denti, era incollato al muro,
la lenza a spalla ed una mano al fianco:

roba di là. Tutto era vecchio, scuro.
S'udiva il soffio delle vacche, e il sito
della capanna empiva l'abituro.

Beppe sedé col capo indolenzito
tra le due mani. La bambina bionda
ora ammiccava qua e là col dito.

Parlava, e la sua nonna, tremebonda,
stava a sentire e poi dicea: «Non pare
un luì quando canta tra la fronda?»

Parlava la sua lingua d'oltremare:
«... a chicken-house» «un piccolo luì...»
«... for mice and rats» «che goda a cinguettare,

zi zi» «Bad country, Ioe, your Italy!»

IV

Italy, penso, se la prese a male.
Maria, la notte (era la Candelora),
sentì dei tonfi come per le scale...

tre quattro carri rotolarono... Ora
vedea, la bimba, ciò che n'era scorso!
the snow! la neve, a cui splendea l'aurora.

Un gran lenzuolo ricopriva il torso
dell'Omo-morto. Nel silenzio intorno
parea che singhiozzasse il Rio dell'Orso.

Parea che un carro, allo sbianchir del giorno,
ridiscendesse l'erta con un lazzo
cigolìo. Non un carro, era uno storno,

uno stornello in cima del Palazzo
abbandonato, che credea che fosse
marzo, e strideva: marzo, un sole e un guazzo!

Maria guardava. Due rosette rosse
aveva, aveva lagrime lontane
negli occhi, un colpo ad or ad or di tosse.

La nonna intanto ripetea: «Stamane
fa freddo!» Un bianco borracciol consunto
mettea sul desco ed affettava il pane.

Pane di casa e latte appena munto.
Dicea: «Bambina, state al fuoco: nieva!
nieva!» E qui Beppe soggiungea compunto:

«Poor Molly! qui non trovi il pai con fleva!»

V

Oh! no: non c'era lì né pie né flavour
né tutto il resto. Ruppe in un gran pianto:
«Ioe, what means nieva? Never? Never? Never?»

Oh! no: starebbe in Italy sin tanto
ch'ella guarisse: one month or two, poor Molly!
E Ioe godrebbe questo po' di scianto!

Mugliava il vento che scendea dai colli
bianchi di neve. Ella mangiò, poi muta
fissò la fiamma con gli occhioni molli.

Venne, sapendo della lor venuta,
gente, e qualcosa rispondeva a tutti
Ioe, grave: «Oh yes, è fiero... vi saluta...

molti bisini, oh yes... No, tiene un frutti-
stendo... Oh yes, vende checche, candi, scrima...
Conta moneta: può campar coi frutti...

Il baschetto non rende come prima...
Yes, un salone, che ci ha tanti bordi...
Yes, l'ho rivisto nel pigliar la stima...»

Il tramontano discendea con sordi
brontoli. Ognuno si godeva i cari
ricordi, cari ma perché ricordi:

quando sbarcati dagli ignoti mari
scorrean le terre ignote con un grido
straniero in bocca, a guadagnar danari

per farsi un campo, per rifarsi un nido...

VI

Un campettino da vangare, un nido
da riposare: riposare, e ancora
gettare in sogno quel lontano grido:

Will you buy... per Chicago e Baltimora,
buy images... per Troy, Memphis, Atlanta,
con una voce che te stesso accora:

cheap!... nella notte, solo in mezzo a tanta
gente; cheap! cheap! tra un urlerìo che opprime;
cheap!... Finalmente un altro odi, che canta...

Tu non sai come, intorno a te le cime
sono dell'Alpi, in cui si arrossa il cielo:
chi canta, è il gallo sopra il tuo concime.

«La mi' Mèrica! Quando entra quel gelo,
ch'uno ritrova quella stufa roggia
per il gran coke, e si rià, poor fellow!

O va per via, battuto dalla pioggia.
Trova un farm. You want buy? Mostra il baschetto.
Un uomo compra tutto. Anche, l'alloggia!»

Diceva alcuno; ed assentiano al detto
gli altri seduti entro la casa nera,
più nera sotto il bianco orlo del tetto.

Uno guardò la piccola straniera,
prima non vista, muta, che tossì.
«You like this country...» Ella negò severa:

«Oh no! Bad Italy! Bad Italy!»

VII

Italy allora s'adirò davvero!
Piovve; e la pioggia cancellò dal tetto
quel po' di bianco, e fece tutto nero.

Il cielo, parve che si fosse stretto,
e rovesciava acquate sopra acquate!
O ferraietto, corto e maledetto!

Ghita diceva: «Mamma, a che filate?
Nessuna fila in Mèrica. Son usi
d'una volta, del tempo delle fate.

Oh yes! filare! Assai mi ci confusi
da bimba. Or c'è la macchina che scocca
d'un frullo solo centomila fusi.

Oh yes! Ben altro che la vostra rócca!
E fila unito. E duole poi la vita
e ci si sente prosciugar la bocca!»

La mamma allora con le magre dita
le sue gugliate traea giù più rare,
perché ciascuna fosse bella unita.

Vedea le fate, le vedea scoccare
fusi a migliaia, e s'indugiava a lungo
nel suo cantuccio presso il focolare.

Diceva: «Andate a letto, io vi raggiungo».
Vedea le mille fate nelle grotte
illuminate. A lei faceva il fungo

la lucernina nell'oscura notte.

VIII

Pioveva sempre. Forse uscian, la notte,
le stelle, un poco, ad ascoltar per tutto
gemer le doccie e ciangottar le grotte.

Un poco, appena. Dopo, era più brutto:
piovea più forte dopo la quiete.
O ferraiuzzo, piccolino e putto!

Ghita diceva: «Madre, a che tessete?
Là può comprare, a pochi cents, chi vuole,
cambrì, percalli, lustri come sete.

E poi la vita dite che vi duole!
C'è dei telari in Mèrica, in cui vanno
ogni minuto centomila spole.

E ce n'ha mille ogni città, che fanno
ciascuno tanta tela in uno scatto,
quanta voi non ne fate in capo all'anno».

Dicea la mamma: «Il braccio ch'io ricatto
bel bello, vuole diventar rotello.
O figlia, più non è da fare, il fatto».

E tendeva col subbio e col subbiello
altre fila. La bimba, lì, da un canto,
mettea nello spoletto altro cannello.

Stava lì buona come ad un incanto,
in quel celliere della vòlta bassa,
Molly, e tossiva un poco, ma soltanto

tra il rumore dei licci e della cassa.

IX

Tra il rumore dei licci e della cassa
tossiva, che la nonna non sentisse.
La nonna spesso le dicea: «Ti passa?»

«Yes», rispondeva. Un giorno poi le disse:
«Non venir qui!» Ma ella ci veniva,
e stava lì con le pupille fisse.

Godeva di guardare la giuliva
danza dei licci, e di tenere in mano
la navicella lucida d'oliva.

Stava lì buona a' piedi d'un soppiano;
girava l'aspo, riempìa cannelli,
e poi tossiva dentro sé pian piano.

Un giorno che veniva acqua a ruscelli,
fissò la nonna e chiese: «Die?» La nonna
le carezzava i morbidi capelli.

La bimba allora piano per la gonna
le salì, le si stese sui ginocchi:
«Die?» «E che t'ho a dir io povera donna?»

La bimba allora chiuse un poco gli occhi:
«Die! Die!» La nonna sussurrò: «Dormire?»
«No! No!» La bimba chiuse anche più gli occhi,

s'abbandonò per più che non dormire,
piegò le mani sopra il petto: «Die!
Die! Die!» La nonna balbettò: «Morire!»

«Oh yes! Molly morire in Italy!»

"Canto secondo"

I

Italy allora n'ebbe tanta pena.
Povera Molly! E venne un vento buono
che spazzò l'aria che tornò serena.

I

Vieni, poor Molly! Vieni! Dove sono
le nubi? In cielo non c'è più che poca
nebbia, una pace, un senso di perdono,

di quando il bimbo perdonato ha roca
ancor la voce; all'angolo degli occhi
c'era una stilla, e cade, mentre gioca.

Vieni, poor Molly! Porta i tuoi balocchi.
Dove sono le nubi nere nere?
qualche lagrima sgocciola dai fiocchi

delle avellane, e brilla nel cadere.

II

Porta the doll, la bambola, che viene,
povera Doll, anch'essa dal paese
lontano, ed essa ti capisce bene.

E quando tu le parli per inglese,
presso le guance pallide ti pone
le sue color di rosa d'ogni mese.

Dal suo lettino lucido, d'ottone,
levala su, che l'uggia non la vinca.
Non dorme, vedi. Vedi, dal cantone

sgrana que' suoi due fiori di pervinca.

III

O Moll e Doll, venite! Ora comincia
il tempo bello. Udite un campanello
che in mezzo al cielo dondola? È la cincia.

O Moll e Doll, comincia il tempo bello.
Udite lo squillar d'una fanfara
che corre il cielo rapida? È il fringuello.

Fringuello e cincia ognuno già prepara
per il suo nido il mustio e il ragnatelo;
e d'ora in ora primavera a gara

cantano, uno sul pero, uno sul melo.

IV

Altre due voci ora dal monte al piano
s'incontrano: uno scampanare a festa,
con un altro più piano e più lontano.

L'una tripudia, e i mille echi ridesta
del monte, bianco ancora un po' di neve.
Di tanto in tanto ecco la voce mesta;

ecco un rintocco, appena appena un breve
colpo, che pare così lungo al cuore!
No, non vorrebbe, o gente, no; ma deve.

C'è là chi sposa, ma c'è qua chi muore.

V

Buoni villaggi che vivete intorno
al verde fiume, e di comune intesa
vi dite tutto ciò che fate il giorno!

Si levano. Ora vanno tutti in chiesa,
ora son tutti a desinare, ed ora
c'è in ogni casa la lucerna accesa.

Poi quando immersi ad aspettar l'aurora
sembrano tutti, ecco più su più giù,
più qua più là, le loro voci ancora.

Pensano a quelli che non sono più...

VI

Lèvati, Molly. Gente ode parlare
la tua parlata. Sono qui. Cammina,
se vuoi vederle. Hanno passato il mare.

Fanno un brusìo nell'ora mattutina!
Ma il vecchio Lupo dorme e non abbaia.
È buona gente e fu già sua vicina.

Vengono e vanno, su e giù dall'aia
alla lor casa che da un pezzo è vuota.
Oh! la lor casa, sotto la grondaia,

non gli par brutta, ben che sia di mota!

VII

Sweet... Sweet... Ho inteso quel lor dolce grido
dalle tue labbra... Sweet, uscendo fuori,
e sweet sweet sweet, nel ritornare al nido.

Palpiti a volo limpidi e sonori,
gorgheggi a fermo teneri e soavi,
battere d'ali e battere di cuori!

In questa casa che tu bad chiamavi,
black, nera, sì, dal tempo e dal lavoro,
son le lor case, là sotto le travi,

di mota sì, ma così sweet per loro!

VIII

O rondinella nata in oltremare!
Quando vanno le rondini, e qui resta
il nido solo, oh! che dolente andare!

Non c'è più cibo qui per loro, e mesta
la terra e freddo è il cielo, tra l'affanno
dei venti e lo scrosciar della tempesta.

Non c'è più cibo. Vanno. Torneranno?
Lasciano la lor casa senza porta.
Tornano tutte al rifiorir dell'anno!

Quella che no, di' che non può; ch'è morta.

IX

Quando tu sei venuta, o rondinella,
t'hanno pur salutata le campane;

ti venne incontro il nonno con l'ombrella,
ti s'è strusciato alle gambine il cane.

Pioveva; ma tu, bimba, eri coperta;
trovasti in casa il latte caldo e il pane.

Il tuo nonno ansimava su per l'erta,
la tua nonna pregava al focolare.

Brutta la casa, sì, ma era aperta,
o mia figliuola nata in oltremare!

X

Ha la pena da parte, oggi, e la vita
gli sente, e il capo, alla tua nonna, e il cuore;
e siede al focolare infreddolita.

Ieri si colse malva ed erbe more.
Oggi sta peggio. Ha due rosette rosse,
che non le ha fatte il fuoco che rimuore.

Molly, tu vieni e guardi. Ecco, ha la tosse
che avevi tu. Tosse ogni tanto un po'.
Sta lì nel canto come non ci fosse.

E non tesse e non fila. Oggi non può.

XI

Ha tessuto e filato, anche ha zappato,
anche ha vangato, anche ha portato, oh! tanto
che adesso stenta a riavere il fiato!

O dolce Molly, tu le porti accanto
Doll nel lettino lucido, e tu resti
con loro... Tanto faticato e pianto!

pianto in vedere i figli o senza vesti
o senza scarpe o senza pane! pianto
poi di nascosto, per non far più mesti

i figli che... diceano addio, col canto.

XII

Addio, dunque! Ed anch'essa Italy, vede,
Italy piange. Hanno un po' più fardello
che le rondini, e meno hanno di fede.

Si muove con un muglio alto il vascello.
Essi, in disparte, con lo sguardo vano,
mangiano qua e là pane e coltello.

E alcun li tende, il pane da una mano,
l'altro dall'altra, torbido ed anelo,
al patrio lido, sempre più lontano

e più celeste, fin che si fa cielo.

XIII

Cielo, e non altro, cielo alto e profondo,
cielo deserto. O patria delle stelle!
O sola patria agli orfani del mondo!

Vanno serrando i denti e le mascelle,
serrando dentro il cuore una minaccia
ribelle, e un pianto forse più ribelle.

Offrono cheap la roba, cheap le braccia,
indifferenti al tacito diniego;
e cheap la vita, e tutto cheap; e in faccia

no, dietro mormorare odono: Dego!

XIV

Ma senti, Molly? Dopo pioggie e brume
e nevi e ghiacci, con la sua gran voce
canta passando a' piè dei monti il fiume.

Passa sotto la gran Pania alla Croce
cantando, ed una lunga nube appare,
bianca di sole, al suo passar veloce.

Passa cantando: Al mare! Al mare! Al mare!
e l'Alpe azzurra ne rimbomba in cerchio,
e il cielo azzurro vede là fumare

l'alito che si lascia addietro il Serchio.

XV

O fiumi, o delle rupi e dei ghiacciai
figli rubesti, che precipitate
a pazza corsa senza posar mai,

con l'eterno fragor delle cascate,
ruzzando come giovani giganti,
senza perché, per atterrir le fate

delle montagne; e trascinate infranti
boschi e tuguri, urtate le città,
struggete i campi, sempre avanti, avanti,

avanti, pieni di serenità...

XVI

Acqua perenne, ottima e pessima, ora
morte ora vita, acqua, diventa luce!
acqua, diventa fiamma! acqua, lavora!

Lavora dove l'uomo ti conduce;
e veemente come l'uragano,
vigile come femmina che cuce,

trasforma il ferro, il lino, il legno, il grano;
manda i pesanti traini come spole
labili; rendi l'operare umano

facile e grande come quel del Sole!

XVII

La madre li vuol tutti alla sua mensa
i figli suoi. Qual madre è mai, che gli uni
sazia, ed a gli altri, a tanti, ai più, non pensa?

Siedono a lungo qua e là digiuni;
tacciono, tralasciati nel banchetto
patrio, come bastardi, ombre, nessuni:

guardano intorno, e quindi sé nel petto,
sentono su la lingua arida il sale
delle lagrime; infine, a capo eretto,

escono, poi fuggono, poi: - Sii male... -

XVIII

Non maledite! Vostra madre piange
su voi, che ai salci sospendete i gravi
picconi, in riva all'Obi, al Congo, al Gange.

Ma d'ogni terra, ove è sudor di schiavi,
di sottoterra ove è stridor di denti,
dal ponte ingombro delle nere navi,

vi chiamerà l'antica madre, o genti,
in una sfolgorante alba che viene,
con un suo grande ululo ai quattro venti

fatto balzare dalle sue sirene.

XIX

Non piangere, poor Molly! Esci, fa piano,
lascia la nonna lì sotto il lenzuolo
di tela grossa ch'ella fece a mano.

T'amava, oh! sì! Tu ne imparavi a volo
qualche parola bella che balbetti:
essa da te solo quel die, die solo!

Lascia lì Doll, lasciali accosto i letti,
piccolo e grande. Doll è savia, e tace,
né dorme: ha gli occhi aperti e par che aspetti

che li apra l'altra, ch'ora dorme in pace.

XX

Prima d'andare, vieni al camposanto,
s'hai da ridire come qua si tiene.

Stridono i bombi intorno ai fior d'acanto,
ronzano l'api intorno le verbene.

E qui tra tanto sussurrìo riposa
la nonna cara che ti volle bene.

O Molly! O Molly! prendi su qualcosa,
prima d'andare, e portalo con te.

Non un geranio né un bocciuol di rosa,
prendi sol un non-ti-scordar-di-me!

«Ioe, bona cianza!...» «Ghita, state bene!...
«Good bye». «L'avete presa la ticchetta?»
«Oh yes». «Che barco?» «Il Prinzessin Irene».

L'un dopo l'altro dava a Ioe la stretta
lunga di mano. «Salutate il tale».
«Yes, servirò». «Come partite in fretta!»

Scendean le donne in zoccoli le scale
per veder Ghita. Sopra il suo cappello
c'era una fifa con aperte l'ale.

«Se vedete il mi' babbo... il mi' fratello...
il mi' cognato...» «Oh yes». «Un bel passaggio
vi tocca, o Ghita. Il tempo è fermo al bello».

«Oh yes». Facea pur bello! Ogni villaggio
ridea nel sole sopra le colline.
Sfiorian le rose da' rosai di maggio.

Sweet sweet... era un sussurro senza fine
nel cielo azzurro. Rosea, bionda, e mesta,
Molly era in mezzo ai bimbi e alle bambine.

Il nonno, solo, in là volgea la testa
bianca. Sonava intorno mezzodì.
Chiedeano i bimbi con vocìo di festa:

«Tornerai, Molly?» Rispondeva: - Sì! -

****************

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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Mag 15, 2007 6:39 pm    Oggetto:  "Nuovi Poemetti" di Giovanni Pascoli.
Descrizione:
Rispondi citando

Alcune Poesie tratte da "Nuovi Poemetti" di Giovanni Pascoli:

Ai miei scolari di Matera, Massa, Livorno, Messina, Pisa, Bologna.

A voi che mi conoscete. A voi, ai quali non avrò sempre mostrato molto ingegno e assai dottrina, ma animo onesto uguale sincero, sì, sempre. A voi, ai quali non credo aver dato mai esempi di prosunzione e di ambizione, di malevolenza e di maldicenza. A voi, infine, ai quali io devo molto più che non diedi. Perché vi devo l'abitudine di supporre sempre avanti me che scrivo, come ho avanti me che parlo, anime giovanili, che è dovere e religione non abbassare, raffreddare, violare.
Così voi mi avete beneficato. Così io sono lieto d'aver unito alla divina poesia l'esercizio umano che più con la poesia si accorda: la scuola.

Bologna, 24 giugno 1909.
GIOVANNI PASCOLI

***************

Da La Fiorita

"La cinciallegra"

I

E poi cantò la cinciallegra, e Rigo
tornò. T'avea sognata sul mattino,
t'avea sognata tra un odor di spigo,

sognata, o Rosa, in un candor di lino,
candor di fiori prima della foglia,
senza una foglia, o candido armellino!

Avevi i piedi ignudi su la soglia,
tremavi come un armellino in fiore,
che trema tutto al vento che lo spoglia.

Era rimasto a Rigo, quel tremore;
nel cuore suo, che per due cuori accanto
avea battuto un attimo... o quante ore?

Gli era rimasta una dolcezza, un pianto
per lei come pel bimbo che non parla!
Or pregherebbe come avanti un santo...

E vide Rosa, e non ardì guardarla.

II

Cantava a lei, ch'era a ronzar nell'orto,
la cinciallegra, e l'era Rigo a mente,
quando lo vide, lieto insieme e smorto.

"Rigo!" E lasciò cadere la semente
che aveva in grembo; e vide sé, smarrita,
tutt'arruffata, con le vesti scente...

Si ravviò con le veloci dita:
pareano i segni che si fanno in chiesa.
Sfiorò d'un tratto fronte spalle vita.

Come pareva anche più bella, accesa
in viso, sfatto il nodo biondo, un piede
ignudo fuor della gonnella tesa!

"Oh! quant'è mai che non vi si rivede!"
"Il babbo è indietro con le sue faccende:
gli legherò due viti o tre, se crede..."

Poi mormorò: "Ben rende chi ben prende".

III

Squittian nel sole sopra la fanciulla,
chiedeano a lui le rondinelle nere,
chiedeano: - Ed ora non le dici nulla? -

Ma Rigo, no; perché volea vedere.
- Sei tu che vieni a me tutte le aurore?
Sei tu che torni a me tutte le sere?

Fa, quando s'apre, un fiore più rumore...

"La capinera"

I

Su l'alba Rigo udì cantar gli uccelli.
Parlavan, ora che nessun li udiva,
tra loro, de' lor piccoli castelli:

castelli in aria; in vetta a un melo, in riva
a un botro, appeso a un trave, dentro un muro
nel buco d'un castagno o d'un'oliva.

Il cinguettìo, così tra lume e scuro,
cessò d'un tratto. Era comparso il sole.
Sparì ciascuno nel bel giorno puro.

E Rigo in cuore preparò parole
da dire a lei, ridire, da vicino..
Oh! era tempo! E tutto può chi vuole.

Via via le rimutava in suo cammino,
per via le fece belle a poco a poco...
Rosa stendeva sopra un biancospino

l'accia filata nell'inverno al fuoco.

II

E' parlò d'altro, e disse in fine: "O Rosa..."
Rosa aspettava. "Tutte l'altre vanno
a nozze; e voi non vi farete sposa?"

"Mia madre non è quella d'or un anno.
Come faceva! come lavorava!
Ma ora fa le scale con l'affanno.

Viola è sempre piccola, ed è brava
ma per le bestie. Ora, chi fa mangiare?
chi cuce un po'? chi tesse un po'? chi lava?

Da fare, in una casa, non appare,
ma c'è n'è tanto. E i bimbi? se sapeste!
Dore è piccino, a me mi sembra un mare.

Ora chi li rammenda e li riveste?
Ché tutti i giorni manca lor qualcosa.
Tutti i giorni! Non dico poi le feste..."

A lui così tu rispondesti, o Rosa.

III

E quando venne l'ora del ritorno,
Rosa era allegra, e Rigo, no, non era.
Andava cupo sul morir del giorno.

E chiedeva alcunché la capinera
alto cantando con la voce chiara;
oh! non a lui! Ché nella rosea sera

le rispondeva un'altra voce cara.

"La lodola"

I

Cantar gli uccelli Rigo udì su l'alba.
Parlavan piano di bambagia e piume
e fili e peli e pappi di vitalba.

Dei lor lettini essi garrian tra lume
e scuro. E venne il sole. E frullò via
ciascuno, al bosco, al prato, al campo, al fiume.

- Casa mia! - pensò Rigo - una badia
tu sei davvero, con un fraticello
romito e solo, o trista casa mia!

E ci sarebbe pure tanto bello,
se lei vedessi tutte le mattine
girare in pianellette ed in guarnello... -

Così pensava, e, passo passo, alfine,
vide i cipressi neri della Pieve...
Rosa piegava una sua tela fine

che avea tessuta i giorni della neve.

II

Aveva i pésti, aveva pianto. "O Rosa!
Rosa, avete le guance scolorate,
avete pianto, Rosa. Per che cosa?

Voi fate troppo, autunno verno estate.
Rosa, se non lavate, voi stendete!
Rosa, se non tessete, voi filate!

Per voi non c'è momento di quïete.
Tutto tenete lindo netto asciutto,
lustrate ogni solaio, ogni parete.

Parete un uccelletto, biondo, sdutto,
snello, che cala becca salta frulla
in un minuto. E sola fate il tutto!

E siete sempre piccola fanciulla..."
"Povera mamma, è lei che non ha posa!
Senza mia madre non saprei far nulla".

A lui così tu rispondesti, o Rosa.

III

E' ritornò più tristo, a capo chino.
Ed ecco, in mezzo al grande ciel sereno,
la lodoletta, uguale ad un puntino,

cantava; e poi, come venisse meno
dalla dolcezza, si gittò nel piano:
s'abbandonò sul nido suo terreno,

s'abbandonò sul nido suo tra il grano.

"L' usignolo"

I

Su l'alba udì, ma piano, come fosse
un gran segreto, bisbigliar di bianche
ova e celesti con goccine rosse,

calde nel musco, sopra i pappi, ed anche
tra foglie secche... Prima ancor di giorno
volò ciascuno alle compagne stanche.

Ma tutto il giorno andava Rigo attorno
senza far nulla. Non guardò nell'orto
spighe di lilla e ciondoli d'avorno.

Violacciocche, e' vi guardava torto
quando lo chiamavate con l'odore!
Ma verso sera egli là era, smorto...

E vide Rosa: aveva in grembo un fiore,
non facea nulla, ed era sola e muta.
S'udia lontano il sufolo di Dore.

Guardava in aria, a nulla. Era seduta.

II

Rigo le prese le due mani. "O Rosa,
ti voglio bene. Io t'amo e mi vergogno
di dirlo a te, di dirlo a te... mia sposa!

Non ho coraggio, Rosa, ed ho bisogno
che tu m'incuori. Il cuore trema: senti?
E non m'attento di parlar, che in sogno.

Anche tu sembra allora che ti attenti.
Se mostro un po' di chiuder gli occhi e taccio,
tu entri in casa senza aprir battenti.

Tu vai, tu vieni... Oh! io non ti discaccio!"
Ecco e d'un braccio cinse a lei la vita,
ed essa gli si abbandonò sul braccio.

"Tu sei l'anima mia, sei la mia vita.
Battere, il cuore, senza il tuo, non osa
più. Respiriamo con la bocca unita!

Apriti, alfine, o mio bocciòl di rosa!"

III

Allor s'aprì la prima stella in cielo;
e dalla terra tacita e sorpresa
si levò un trillo come un lungo stelo.

Un'altra, un altro. Ad ogni stella accesa,
un nuovo canto. Un canto senza posa
correva ardendo lungo la distesa

del cielo azzurro. - È l'usignolo, o Rosa! -

"La rondine"

I

E fu tra i campi e stie' su l'altipiano
Dore, sonando. Ed ecco che un susino
bianco sbocciò sul verzicar del grano.

Come un sol fiore gli sbocciò vicino
un pesco, e un altro. I peschi del filare
parvero cirri d'umido mattino;

d'un bel mattino a nuvilette chiare
rosate in cima, che dall'Alpi d'oro
guàtino ancora palpitando il mare.

Usciano le api. Ed or s'udiva un coro
basso, un brusìo degli alberi fioriti,
un gran sussurro, un favellar sonoro.

Dicean del verno, si facean gl'inviti
di primavera. Per le viti sole
era ancor presto, e ne piangean, le viti,

a grandi stille, in cui fioriva il sole.

II

Nell'aia, sotto un prugno, sur un mucchio
di piote, egli chiamò le rondinelle,
Dore, col flauto di castagno in succhio.

Le voci fuori ne traea più belle
e più lontane. Ed ecco che su l'aia
vide due rondini alïare snelle.

Svolar le vide sotto la grondaia,
e poi sparire; e ritornar più tante,
tornare in quattro, in otto, in dieci, a paia.

E stava sotto il prugno tremolante
di bianchi fiori, tra il girar veloce
di tante nere rondinelle sante.

(Avean Gesù pur consolato in croce!)
Forse mancava a casa lor qualcosa:
parlavan alto, tutte ad una voce...

E su la soglia ecco che venne Rosa.

III

Torna la rondine! È fiorito il prugno!
Il prugno è in fiore, in succhio è già il castagno
Quale, di marzo, quale è in fior, di giugno.

Rosa tenea nel gomito il cavagno
pieno di ghiomi. Stette fissa al grido
del buon ritorno. Ognuna, il suo compagno!

L'albero ha il fiore e la rondine il nido.

"Il cuculo"

I

Rigo, mentr'era buona ancor la luna,
potava. Aveva, a raccattar le brocche,
la bionda Rosa e la Viola bruna.

Allegre. Oh! d'un viticcio tra le ciocche
ridean mezz'ora! e poi dicean, ridenti,
col fascio in capo: "Siamo o no due sciocche?"

Rigo seguiva il loro andar con lenti
sguardi, col tralcio che torceva in mano,
ed un vinchietto tremolo tra i denti.

Ché s'affrettava. Era già alto il grano,
avean le gemme l'uva in bocca. - O vigna! -
pensava: - il cucco già non è lontano! -

Pensava: - Il ben nel presto non alligna. -
Ma sì, potava, poi torceva a modo
il capo buono, quel che fa la pigna;

e lo legava con vie più d'un nodo.

II

Sì: presto e bene. E già finiva il tutto,
quasi; e non s'era inteso il doppio accento
del cucco: - Un giorno molle, un giorno asciutto; -

non s'era inteso annoverar tra il vento
dolce le viti ancora da potare,
cuculïando il contadino lento.

Era all'ultima vite del filare
Rigo, e le donne all'ultimo fastello;
e venne il canto da di là del mare.

Con la sua mucca risalìa bel bello
la mamma, e il babbo la scontrava in via.
Dore si ritrovò col suo fratello.

"L'ultimo nodo!" Rigo gridò: "Via!"
Rosa premeva il fascio coi ginocchi...
C'erano tutti, in pace e compagnia,

col sol morente, che splendea, negli occhi.

III

Avea finito. E stettero alcun poco.
E teste bianche e teste bionde e nere
splendean sotto le nuvole di fuoco.

Udiano le due voci delle sere
di primavera, limpide e sonore,
così lontano che parean non vere,

così vicine che parean del cuore.

*******************

Da Il naufrago-Il prigioniero

"Il naufrago"

I

Il mare, al buio, fu cattivo. Urlava
sotto gli schiocchi della folgore! Ora
qua e là brilla in rosa la sua bava.

Intorno a mucchi d'alga ora si dora
la bava sua lungi da lui. S'effonde
l'alito salso alla novella aurora.

Vengono e vanno in un sussurro l'onde.
Sembra che l'una dopo l'altra salga
per veder meglio. E chiede una, risponde

l'altra, spiando tra quei mucchi d'alga...

II

- Chi è? Non so. Chi sei? Che fai? Più nulla.
Dorme? Non so. Sì: non si muove. E il mare
perennemente avanti lui si culla.

Noi gli occhi aperti ti baciamo ignare.
Che guardi? Il vento ti spezzò la nave?
Il vento vano che, sì, è, né pare?

E tu chi sei? Noi, quasi miti schiave,
moviamo insieme, noi moriamo insieme
costì con un rammarichìo soave...

Siamo onde, onda che canta, onda che geme...

III

Tu guardi triste. E dunque tua forse era
la voce che parea maledicesse
nell'alta notte in mezzo alla bufera!

Noi siamo onde superbe, onde sommesse.
Onde, e non più. L'acqua del mare è tanta!
Siamo in un attimo, e non mai le stesse.

Ora io son quella che già là s'è franta.
E io già quella ch'ora là si frange.
L'onda che geme ora è lassù, che canta;

l'onda che ride, ai piedi tuoi già piange.

IV

Noi siamo quello che sei tu: non siamo.
L'ombre del moto siamo. E ci son onde
anche tra voi, figli del rosso Adamo?

Non sono. È il vento ch'agita, confonde,
mesce, alza, abbassa; è il vento che ci schiaccia
contro gli scogli e rotola alle sponde.

Pace! Pace! È tornata la bonaccia.
Pace! È tornata la serenità.
Tu dormi, e par che in sogno apra le braccia.

Onde! Onde! Onda che viene, onda che va...

"Il prigioniero"

I

Prendi, infelice, il tuo dolore in pace!
"Perché?" Tu, perché gridi, urti la porta?
"Perché dolore è più dolor, se tace".

Se lo nascondi, frutterà. Sopporta,
attendi, spera... "O vanità! Non spero.
Non credo". Eppure... "Dio non è!" Che importa?

C'è del mistero intorno a te... "Mistero?
Io non lo vedo". Ciò che tu non vedi,
o prigioniero, è un altro prigioniero;

e un altro e un altro. Hanno nei ceppi i piedi...
"Anch'io". Presto la morte, ora catene!
"Anch'io". Dunque tu sai, dunque tu credi.

Non li destare! "Io, dormo forse?" Ebbene?
Se vuoi parlare, parla sì, ma piano;
canta, se vuoi, ciò che dal cuor ti viene:

canta, ma un dolce canto, esile, vano,
che su la piuma delle sue parole
li porti in collo al loro amor lontano:

cantalo quello che nel cuor ti duole!
piangano anch'essi, ma dormendo ancora!
Chi piange in sogno, è giunto a ciò che vuole,

è giunto alfine a tutto ciò che implora
invano. Canta: e l'anima pugnace
tua placherai. Ritroverà l'aurora

anche te forse addormentato in pace.

******************

Da I filugelli

"Canto primo"

I

Con chi partisci quell'esigua messe?
La deve qualche luccioletta avere,
che ti fa lume? o il ragno, che ti tesse?

o la formica? Le formiche nere
t'han fatto il mucchio, che somiglia un poggio?
E mezzo devi il grano del podere,

e lo misuri: e il tuo ditale è il moggio.

II

T'han fatto, o Rosa, le formiche il mucchio.
Ora partisci, benché sia d'aprile;
San Marco, appunto; quando il gelso è in succhio.

E il tuo grano è una polvere sottile
e sembra nato tutto in una zolla...
Lo tribbiò il grillo dentro il suo cortile,

e la vanessa ventilò la lolla.

III

Te lo tribbiò le lunghe sere il grillo
trillando acuto... Oppur codesto grano
tu l'hai mietuto al regamo e al serpillo?

O scosso t'hai nel cavo della mano
l'urna del fiore dell'oblio, del fiore
del dolce sonno? Vi s'udiva un vano

scrosciar di pioggia in un lontano albore...

IV

E tu vuoi dunque seminare il sogno
del rosso fiore? Non è tardi? È molto
che cadde il fiore al melo ed al cotogno.

Fiorisce il grano già da te sepolto.
Pendono ai rami i pomi verdi e lazzi.
Fiorisce l'uva; e dal ciliegio folto

pendono bianche le ciliege a mazzi.

V

Ma tu ti sganci il candido corsetto,
o bionda Rosa. Fuori è chiaro il sole,
e due colombi tubano sul tetto

Ti slacci il busto. Odore di vïole
bianche è nell'orto. Oh! lascia come prima.
Bello è come è. Non altro fior ci vuole.

Ci son due bocci ch'hanno il rosso in cima.

VI

Non chiudere entro il bianco petto, o Rosa,
il fior del sonno. Non la notte e il giorno
costì si veglia e mai non si riposa?

Ma senti a un tratto scalpicciare intorno
alla tua casa... Ora le lievi trine
tu lieve agganci, ed il corsetto adorno

richiudi, a un grido delle tue vicine.

VII

Chiamano: Rosa! A doppio le campane
suonano. Andate! Va con l'altre a schiera:
prega da Dio la cara pace e il pane.

Peregrinando suoni la preghiera
per campi e selve, e per le vigne e gli orti.
Ristate, o litanie di primavera,

avanti a croci, qua e là, di morti!

VIII

Appiedi, o Rosa, delle vecchie croci
prega anche tu: che venga alle su' ore
il grano e l'uva, e le gioconde noci

e le castagne; per il dolce amore
tuo, per quei morti, che non sai chi sono...
Prega! Pregate che sfiorisca il fiore,

che il bello passi ma che lasci il buono.

IX

Ai morti ignoti hanno pensato, ed anche
al seme chiuso che lor è sul cuore,
covato già da due lievi ale bianche...

E vanno via le vergini canore
e il canto lor si perde nella valle.
Cantano lontanando: Non si muore!

E poi: Lo sanno insino le farfalle!...

********************

Da La mietitura

"Tra le spighe"

I

Il grano biondo sussurrava al vento.
Qualche fior rosso, qualche fior celeste,
tra i gambi secchi sorridea contento.

Pendeano li agli e le cipolle in reste.
S'udian, mutata alfin la voce in gola,
cantar galletti, altieri delle creste.

Tessea le spighe dello spigo a spola
la cara madre, per i suoi rotelli
del banco grande e per le sue lenzuola.

Fioria la zucca, arsivano i piselli,
nell'orto. Le ciliege erano andate:
per San Giovanni avevano i giannelli.

C'erano già le mele dell'estate,
c'erano le susine di San Pietro.
Fatte via via più lunghe le giornate,

il sole, stanco, ritornava indietro.

II

E biondo al vento mormorava il grano.
Fiorivano le snelle spadacciole
tra i gambi gialli; e non sapean, che in vano.

C'era un bisbiglio come di parole.
E l'intendea la lodola che in tanto
aveva lì la giovinetta prole.

Tardi avea fatto il nido, lì da un canto.
Oh! ella amava il sole più che il nido!
Chissà? voleva far lassù, col canto!

Or sui piccini udiva già lo strido
della falciola; e li ammonìa di stare
accovacciati senza dare un grido.

Diceva: - Chiotte, contro terra, o care!
che non si mova un bruscolo, uno stelo!
V'ho fatte color terra: altro non pare,

così, che terra, o nate per il cielo! -

III

E il grano al vento strepitava; e disse
il padre al figlio: "Mieteremo. Vedi:
verdino è, sì, ma non vorrei patisse.

Ché il grano dice: - Io sto ritto, e tu siedi.
Qui temo l'acqua, e il vento mi dà briga.
Altronde, o presto o tardi, o steso o in piedi,

se il gambo è secco seccherà la spiga -".

"Terra e cielo"

I

E disse poi, con tutti i figli attorno,
appiè d'un melo, carico di mele:
"Sì: mieteremo sull'aprir del giorno.

La terra è buona: dura, ma fedele;
ma è una barca, il sole per timone,
e bianche e nere nuvole per vele.

Ci vuole il cielo: tutto a sua stagione;
e freddo, caldo, dolce, aspro, ci vuole,
e i lampi e i tuoni e il fumido acquazzone.

Il grano, in prima, ebbe due barbe sole,
quando escì fuori, un solo gambo in tutto.
Venne la neve: - Ah! vuoi goderti il sole?

No! Soffri un po'! Metti altre barbe! Frutto
non vien da seme che non sia già morto! -
Die' retta il grano. Marzo venne asciutto.

Guai se i miei campi li prendea per l'orto!

II

Si sa: marzo va secco, il gran fa cesto.
Il gran, per uno pallido e sottile,
più ciuffi mise, quanto più fu pesto.

Talliva. Allora sopravvenne aprile
con le dolci acque. I giorni erano belli,
ma e' passava con il suo barile.

Passava in alto, tra un cantar d'uccelli,
con una gonfia nuvoletta nera...
E il gran fece il cannello, anzi i cannelli.

Doglia di verno, gioia a primavera!
Tanti cannelli, tante spighe, nate
d'un chicco solo; e questo chicco ov'era?

Non c'era più. Restare, a che? Pensate.
Il grano in tanto chiuso nello stelo,
dentro le verdi lolle accartocciate,

fioriva. Unita era la Terra e il Cielo.

III

Fioriva il grano. Erano in casa, i fiori,
con l'uscio chiuso, e nuovi della vita
mescean celati i loro dolci amori.

Alfin la spiga aperse con due dita
l'uscio, e guardò stringendo a sé la veste.
Ma come vide al Ciel la Terra unita,

anch'ella uscì, ma con un vel di reste.

"I semi"

L'alba sul monte e l'ombra nella valle.
I vermi chiusi ne' ben fatti avelli,
piccole mummie rinascean farfalle.

Le spose uscian da' bozzoli più belli,
candide e gravi. Col frullar dell'ale
movean ver loro i brevi maschi snelli.

La savia madre il letto nuzïale
bianco lor tese. Ognuno andava in traccia
d'una compagna all'opera immortale.

E venne Rosa dalle bianche braccia
nella stanzetta del fecondo rito.
Recava in grembo i bei rotelli e l'accia.

Rosa ristié vedendo già fiorito
di semi d'oro, tanti semi, il panno.
Pensava: - Allora avrò l'anello al dito,

non ci sarò, quando rinasceranno...

II

Sentiva tonfi e scrosci come pioggia
che sferzi i vetri. Il primo fior del grano
scotean laggiù nella sonante loggia.

Prendeva il babbo una mannella in mano
e la battea, voltandola, più volte,
forte e con garbo, sur un banco piano.

Secche, bell'aspre, già per prime colte,
eran le spighe, e con tre colpi a sesto
davano fuori il grano lor, disciolte.

Pioveano i chicchi. A Rosa vie più mesto
si fece il cuore. Ah! che il desio rimane
addietro, spesso, e il tempo va più lesto!

Capì la madre che pensava al pane
delle sue nozze, pallida e sgomenta;
e disse, volti gli occhi in là: "Stamane

scuotono il grano, ma della sementa..."

III

E nelle braccia si trovò piangente
l'una dell'altra. "Oh! quello che più costa,
figlia, è la gioia: oh! non si dà per niente!"

"Se ho fatto male, non l'ho fatto apposta!
Lascia ch'io resti qui con te, ch'io stia
in un cantuccio, ma con te, nascosta...

Non mi mandare, o dolce madre, via!..."

*****************

Da Gli emigranti nella luna

"Com' è la luna"

I

Scórsero i giorni, anche le notti; e il vento
soffiò più forte, e si levò la luna
più tardi, e il fuoco morto e il lume spento

s'era più presto: un'altra notte, e una
pallida nebbia errò su padri e figli
non sazi. Ma la madre era digiuna.

Destò la luna i languidi sbadigli
degli altri: a lei si rifletté su gli occhi
umidi e lustri sotto i curvi cigli.

Si scaldavano un poco ora i marmocchi
a lei. L'ultimo, in terra, il capo ciondo-
loni via via le urtava ai due ginocchi.

Ella parlò: "Se fosse qui quel biondo
grande... Ma egli prese la bisaccia
vuota; e chi sa, dov'ora è mai, del mondo?

Io gli avrei detto: Non è lei che ghiaccia
i fossi e i fiumi? Non è lei che imbeve
del suo biancore i lunghi teli e l'accia?

Non fa la brina e il gelo essa? Ci deve
far così freddo! tra le stelle sole,
liscie, lustranti! Quel biancore è neve..."

"No, mamma," disse la fanciulla: "è il Sole!"

II

E la tribù guardò nel cielo. Quella?
Dunque piena di sole essa trascorre,
di notte, come una più grande stella?

Una piccola Terra, or sulla torre,
or sull'abete... Ma quell'ombre? Monti,
quelle ombre, rupi valli greppi forre...

rughe: le rughe delle vecchie fronti.
Ma ella, dunque, è vecchia calva ossuta,
senza verde di frondi, acqua di fonti?

E la fanciulla disse: "Io l'ho veduta.
In un suo libro. Egli sapea contare
i monti e i mari. Io l'ascoltava muta.

C'è il Mare di Serenità. C'è il Mare
di Nubi. Anche, di Pioggie e di Tempeste.
Un altro Mare senza l'acque amare.

C'è la Palude delle Nebbie meste.
C'è anche un Seno, a goccia a goccia pieno
di guazza dalla grande alba celeste.

E c'è il Lago dei Sogni. Anche c'è il Seno
delle Iridi: tanti alti archi di porte
nel cielo: un infinito arcobaleno.

Vicino ai Sogni, il Lago della Morte".

III

Anche la morte? e dunque anche i viventi?
"No! no! nessuno. Chi v'andò, discese.
In terra avea del bene e le sue genti".

Dunque nessuno... O tacito paese
sopra le nubi, o isola del cielo,
che fiorisci e sfiorisci d'ogni mese!

Il sole ha fatto colassù lo sgelo!
Gli stagni son coperti ora dei gigli
d'acqua, a fior d'acqua sopra il lungo stelo.

Si sommergono gli alberi vermigli
dentro la cilestrina acqua dei laghi.
L'aria è fiorita dall'odor dei tigli.

E rossi e gialli spuntano tra gli aghi
d'abeti e pini, che nessun calpesta,
fiori, bocche di lupi, occhi di draghi...

Al dolce vento trema la foresta.
Dalla foresta vengono col vento
lontane voci di campane a festa...

Vi s'ode ancora un palpito più lento,
un tuffo molle a quando a quando, un va
e vieni: ondeggiamento sonnolento,

lassù, nel Mare di Serenità.

"L'altra faccia della luna"

I

Crescea la luna. Ognuno già per ogni
plaga passava come a lui straniera.
Ognuno al Lago ora pensò, dei Sogni.

Forse la morte non temean, tant'era
la lor tristezza. E il Lago era pur bello
con le bianche ninfee di primavera!

Ivi abbracciato al dolce oblìo gemello
era il ricordo. Ivi cantava un nido,
da sé, partito ch'era già l'uccello.

Cantava il cuore, ora, da sé, col grido
d'allora, a notte! E ve l'udian cantare
i soli morti assisi lungo il lido.

Ed era il Lago ora nel lume, e chiare
fiorian le schiume. Ecco, una luce scialba
si diffondea nel Caucaso lunare.

E dalle grotte orlate di vitalba
videro, i due, rifulgere le accette
lassù, nel monte, tra il chiaror dell'alba.

S'udiva per le valli e per le strette
l'arido scroscio delle foglie morte...
I lor compagni erano sulle vette,

volti ai Laghi dei Sogni e della Morte!

II

E si levò tra quelle genti un suono
dolce di voce. Usciva allor da un velo
rado la luna pendula, dal cono

d'un abete. Una nebbia, un ragnatelo
di luce scialba tremolò su crani
lustri, su cenci e bioccoli di pelo;

e rifulsero allora occhi lontani,
zuppi di sogno, e bocche aperte a un alto
ululo. Il pugno si stringean le mani.

Videro tutti là, di soprassalto,
quella fanciulla, con le braccia in croce,
bianca sul liscio lago di cobalto.

Ella parlava timida e veloce.
Quello che ammansa, quello che consola,
pioveva dalla giovinetta voce.

"Io l'ho veduta. Corre sempre, vola,
passa. Ma mentre va, che non mai posa,
a noi non volge che una parte sola.

Vediamo, noi, nel cielo azzurro o rosa,
sempre quelle montagne, sempre quelle
paludi. Sempre. Ma di là? Che cosa

è mai di là, verso le grandi stelle?"

III

E la luna fu mezza. Erano tutti
di là. Ciascuno avea varcato un nero
cerchio di monti, un bianco orlo di flutti.

Ciascuno andava per un suo sentiero.
Movean lassù per il paese vuoto,
silenzïoso come il lor pensiero.

Movean pensosi; e cancellava il moto
l'orme sue stesse; per l'eternamente
non visto, per l'eternamente ignoto;

là, dove il tutto rifiorìa dal niente,
libero, dove s'adempìa perenne
un sogno, sogno del buon Dio dormente.

C'era anche il pane. E c'erano le renne
placide, il latte, il fuoco: tutto! Oh! molto
pensava il vecchio: ma di là non venne.

Oh! la sua Terra! Egli torceva il volto.
Veder la Terra gli era assai; ché infine
e' non doveva ch'esservi sepolto.

Oh! pur dal fascio, ch'era, lì, di spine,
all'appressarsi dell'oscurità,
veder la Terra rosseggiar sul crine

delle montagne e dileguar di là!

******************

Da La vendemmia

Canto primo

I

- Una vendemmia fa, così, piacere!
Nemmeno un chicco marcio nella pigna.
- E tutte pigne, salde fisse nere.

- Uva d'alberi, e pare uva di vigna.
- Ma qui ci son d'agosto le cicale
da levar gli occhi! qui la vite alligna!

- Porta il bigoncio. - È pieno.
- Avessi l'ale!
Avessi l'ale d'una rondinella!
Il nido lo farei nel tuo guanciale.

- Guarda: la vespa vuole la più bella.
- L'ape fa il miele, eppur le basta un fiore,
fior di trifoglio, fior di lupinella.

- Ha fatto buono all'uva lo stridore
di tutta estate. - Ciò che fa per l'una,
non fa per l'altro. - Ora, contava l'ore.

"Qua le canestre, donne".
- O bella bruna!
Quando nascesti, in cielo una campana
sonava sola, al lume della luna.

- Questa la stenderete sull'altana:
è troppo bella per andar nel tino.
- Ma anche quello è come vin di grana!

- Non ci fu pioggie, non ci fu lo strino.
- Portate bere. Molto all'uva aggrada
sentirsi in viso l'alito del vino.

- Pigia il bigoncio un po'.
- "Sono in istrada,
E che mi dài, che mi conviene andare?"
"Un bacio in bocca, perché tu non vada".

- La paradisa ha pigne lunghe e chiare,
e tutti d'oro sono i chicchi, e hanno
il sole dentro, il sole che traspare.
- Rigo, di tutte queste qui, si fanno
cipelle, acché, tu con la moglie accanto,
ne mangi all'alba, il primo dì dell'anno.

L'uva vuol dire il buono, il bello, il tanto.
E porta bene, o Rigo.
- Ho contro, io sento,
fin le finestre, e quando passo e canto,
si chiudono da loro senza vento.

II

Così staccavi la dolce uva, alfine,
co' tuoi vicini, ché i vicini sono
mezzo parenti, e con le tue vicine,

o Rigo. Il tempo era da un pezzo al buono,
e la vendemmia si cocea matura
anche a bacìo; quando sentisti un tuono.

Dicesti: il bello è bello, ma non dura.
E vendemmiasti. Ed era un giorno asciutto,
si scivolava per la grande asprura,

cupo di vespe era un ronzìo per tutto,
calda era l'uva e, nei bigonci ancora,
rendeva già l'odor del mosto e il flutto.

La gente era venuta sull'aurora
quando la guazza o la nebbietta inerte
vapora in cielo, e il cielo si colora.

Allor le donne ascesero per l'erte,
parlando basso, e recideano a prova
le pigne con le piccole ugne esperte.

Le recideano al nodo che si trova
a mezzo il gambo. Le galline intorno
bandian l'annunzio, ad or ad or, dell'ova.

Ma crebbe il vario favellìo col giorno.
Montava, per tagliare le pinzane,
un giovinetto sul pioppo e sull'orno.

Cantava poi, quand'erano lontane
le donne, quando in una sua cestella
portava il vino Violetta e il pane.

Ell'era in casa della sua sorella
da un mese e più; ma stava per tornare
a casa sua, più pallida e più bella.

"C'è tempo:" Rigo alla gentil comare
diceva "addietro è là da voi la vite.
Poi verrò io: non c'è di mezzo il mare".

Era un piacere rivederle unite
le due sorelle al solito lavoro!
Ma quelle sere, nell'ottobre mite,

anche si dava che piangean tra loro.

III

Erano quella sera alla finestra.
Salìano gli uni coi bigonci pieni,
l'altre scendean con vuota la canestra.

Parlavano nel lungo va e vieni,
alto, ché in loro anche parlava il vino.
"Si vuol finire, prima che si ceni".

"Non resta che il filare qui vicino.
Saranno due bigonci o tre; ma un poco,
perché li tenga, vuol pigiato il tino".

Il cielo già si colorava in fuoco.
Al colmo tino il giovinetto snello
si lanciò su, come a provar per gioco.

Stette sull'orlo un poco in piedi, bello,
raggiante tutto del suo bel domani,
a braccia spante, simile a un uccello.

Poi si chinò, s'apprese con le mani
all'orlo, e dentro, fra le pigne frante
tuffò le gambe e sul crosciar dei grani.

Il rosso mosto risalì spumante
sopra i garretti; ed ei girava a tondo
premendo coi calcagni e con le piante.

E il sole rosso illuminava il biondo
vendemmiatore; ed ecco, da un remoto
canto del cielo un tintinnìo giocondo.

Uno, dal cielo, accompagnava il moto
dei piedi suoi, di su quei rosei fiocchi,
picchiando in furia sur un bronzo vuoto...

L'altro moveva rapidi i ginocchi
sul rosso mosto, anche movea la testa
ben in cadenza, il sole in mezzo agli occhi.

Ma era un suono di campane a festa.
E quei pigiava; quando, all'improvviso,
Rosa lassù, Rosa, già muta e mesta,

si levò su, molle di pianto il viso,
con un singhiozzo, e Violetta, china
a guardar fuori immersa in un sorriso

si volse bianca, e mormorò: Rosina!

Canto secondo

I

"Rosina! L'hai promesso anche stamane...
Non pianger più!" Ma Rosa pianse ancora,
tra il suono a festa delle due campane.

"O Violetta, mi pareva or ora
fosse la gloria per un angiolino...
oh! come quando... Fu dopo l'aurora.

Sentii parlare ed un odor vicino.
Avean qualche garofano e viola:
una ghirlanda per il mio bambino.

E c'era il prete, il prete con la stola.
- Ma tutto ha qui! le robe sue ben fatte,
la sua cunella con le sue lenzuola,

e un petto ancora pieno del suo latte!

II

Non vuol venire. È tristo, che fa pena.
Oh! come è tristo! In vero è così poco
che ride un poco! Ci ha imparato appena! -

Ricordo un giorno lo sfasciavo, al fuoco,
e lo guardavo. Ei tese il dito a un occhio.
Lo vide lustro, gli pareva un gioco,

chi sa? vedeva un altro bel rabocchio
lì dentro. E io me lo tenea lontano,
lo patullavo in alto d'in ginocchio,

gli prendea la manina nella mano,
e la scoteva, gli facea le rise;
ed ecco, anch'egli si provò pian piano,

fece bel bello le fossette, e rise.

III

Rise. M'avea riconosciuta: ero io:
la mamma, ahimè!... Prima, diceva al seno,
con gli occhi e con le due manine, È mio!

Dopo, ero sua, tutta, né più né meno.
E, se vagiva e se piangeva, al suono
della mia voce si facea sereno.

Com'era savio! Come savio e buono!
A volte, quando era a dormir di giorno,
entravo, udito un grido, un tonfo, un tuono...

S'è desto? Nulla. Qualche mosca intorno
ai vetri... Alzavo il velo della culla.
Sul guancialino coi belli orli a giorno,

ridea tra sé, guardando in alto, a nulla.

IV

Oh! non a nulla! Egli rideva, io penso,
con gli angioletti. Io ci sentii l'odore
di gigli, a volte; o un vago odor d'incenso.

Nella sua stanza essi venian nell'ore
calde che i bimbi dormono. Alla gola
uno lo vellicava con un fiore;

e tutti attorno alla cunella sola
facean i giochi, ed e' guardava attento,
come lassù si canta e suona e vola:

scoteano i loro cembali d'argento,
battean sui loro tamburelli vani...
Entravo, e via sparivano col vento:

rideva esso, annaspando con le mani.

V

Ma poi... piangeva. Mi si fece bianco
e stento, e quando lo attaccavo al petto,
succhiava un poco e poi pareva stanco.

Non mi voleva. E quasi avea dispetto
della sua mamma. Quante n'ho cantate,
di ninnenanne, senza toccar letto!

Me lo ninnavo in collo le nottate
intere al fresco, uscendo con lui fuori
al lucciolìo dell'odorosa estate.

Pensavo ai mesi ch'ebbi in me due cuori...
Come piangeva or l'uno e l'altro, accanto!
E tra quella allegria di grilli mori

come passava triste ora quel pianto!

VI

- Ma che vuoi dunque? Andar con loro? E ch'io
ti lasci andare? A me tu lo domandi?
Per me t'ho fatto! - Eppure un giorno, addio!

- Hai pianto e pianto a ciò che ti rimandi
donde sei sceso. Ora ti lascio alfine! -
Restò con gli occhi aperti fissi grandi.

Gli misi la cuffietta con le trine;
la sua camicia, la sua vesticciola,
gli misi i fiori nelle sue manine.

L'accomodavo senza far parola,
quando d'un tratto udii parlar da basso.
Gli misi le scarpine con la suola

nova, pulita... O Dio, nemmeno un passo!

VII

La terra, non l'avean toccata ancora!
oh! i miei piedini!... I bimbi della scuola
venner coi fiori un po' dopo l'aurora.

E c'era il prete, il prete con la stola.
Era pronto il bambino, era vestito.
Quando sonò la gloria alla chiesuola...

Che scampanìo festoso ed infinito!
L'angiolo andava a gli angioli, a cui tanto
avea sorriso tacito e romito.

E va, va pure, piccolo mio santo...
Cos'è la mamma? E che può darti? Il petto
e un po' di latte; il cuore, un cuore affranto;

e poi, cos'altro? Oh! niente, angiolo eletto.

VIII

Va dunque, e tu, veglia su lei, su loro.
E cosa ha fatto ella per te? T'ha fatte
due camicine: non un gran lavoro!

Lassù quell'uomo batte batte batte
sulle campane... Io guardo il bimbo, muto
con gli occhi aperti, gli occhi ancor di latte...

Ah! che capii, che non avea voluto,
che non voleva! Quel gran pianto, oh! era,
che non voleva, e mi chiedeva aiuto!

Nella cassina stava lì, di cera,
con le manine che facean Gesù,
con gli occhi aperti sino da ier sera:

guardava... - O mamma, che non mi vuoi più! -

IX

Piangea più forte, ma s'alzò smarrita.
Sentiva, dentro, un rodere, un discreto
grattar all'uscio, all'uscio della vita;

ma così piano, ma così segreto,
così lontano... Avea tre mesi appena...
Era già buio, e tutto era già cheto.

L'uva era colta, e si dovea far cena.

***************

Da Pietole

Sacro all' Italia esule

I

Siede, adagiato sotto la corona
d'un ampio faggio, il dorso ad una siepe,
il contadino. E piena d'api i fiori,
la siepe manda un lieve suo sussurro.
Splendono intorno e fiumi e laghi al sole,
al vento glauche fremono le spighe.
Ad ora ad ora un muglio di giovenchi
cupo, e un tremulo ringhio di polledri;
e tubar rauche qua e là colombe,
e gemebonde tortori sull'olmo.
Quegli ripete aspre parole ai pioppi,
ai lunghi pioppi dondolanti in fila.
E dice:

- I am Italian
I am hungry... -

I pioppi a lui rispondono, col canto
d'un rusignolo ch'ha sui rami ognuno,
l'un dopo l'altro; e lontanando il canto
va sino al Mincio ed al ceruleo Po.

II

Ché nell'autunno è per lasciare i campi,
il campagnolo, e dire addio per sempre
alla sua verde Pietole. Ché fugge
la Patria; dove, e' non lo sa per ora.
Qual sia per lui, de' quattro venti, ancora
e' non lo sa; né lo sa meglio il vento,
il lieve vento ch'ora sulla palma
gli sfiora e sfoglia crepitando un libro
da portar seco nel cammino ignoto.
Ora a quel vento e' cómpita cantando
strane parole a chieder pane e fuoco,
acqua e lavoro, oltr'alpi ed oltre mare,
sotto altro sole...

- Ich bin Italiener
Ich bin hungrig... -

A quelle voci strane
dalle verdi acque echeggiano le rane
con la querela sempre ugual, ch'eterna-
mente gracidano gracidano...

III

- Soy Italiano
Tengo hambre... -

Ed ecco
brilla nei tardi avvolgimenti il Mincio,
cinto d'un orlo tenero di canne;
s'irida, come d'un sorriso, il lago.
Leva tra i biodi la giovenca il muso
e fiuta l'aria con le froge larghe;
né più dismette di tubar su l'olmo
la tortore e la querula colomba.
Risuona tutta la campagna intorno
d'allegri ringhi e cupi mugli lunghi.
E di lontano ora vien su crescendo
la melodia de' rusignoli in coro,
quasi canoro aereo ruscello,
nel quale, piane, guazzano le rane.
Bombisce a un tratto e palpita la siepe,
e, fatto sciame, volano via l'api
come un'oscura nuvola. Ché tu,

IV

tu sopra vieni; e ti si fanno incontro
tutte, dai florei pascoli e dai bugni,
l'api con suon d'avene e di campestri
buccine e franto strepere di trombe;
ecco e piegare al tuo passaggio i pioppi,
i lunghi pioppi, con l'ondulamento
d'opre che a tondo menino le falci;
ecco e fiottare al tuo passaggio i campi
d'orzo e di grano, come ad un fecondo
soffio, in un lustro tremolìo di reste;
e impazïenti a te muggir le stalle
chiuse; dall'aie a te squittir la forza
fida dei cani; a te, dal pingue concio,
rosso plaudir, battendo l'ale, il gallo:
perché tu vieni ai dolci campi, ai noti
fiumi, ritorni al tuo natio villaggio,
alla tua gente ed alla tua tribù,

V

VIRGILIO! O tu, cui partorì la madre
nei campi, al sole, dentro un solco aperto
dal curvo aratro per il pio frumento;
o tu, che avesti per gemello un pioppo
che si levò su tutti gli altri al cielo,
sì che ai suoi rami si stessean le nubi:
appiè del dio, chiuso nell'aureo musco,
venìan le incinte, e i loro blandi voti
s'unìan lassù col pigolìo dei nidi:
o tu cui l'arnie, di cucite scorze
o di tessuti lenti vinchi, all'ombra
dell'oleastro, persuadeano il sonno
col grave rombo, quando a te tra i fiori
era la cuna: fiori d'ulivella,
timbra e serpillo che lontano odora,
e di viole scese a bere al fonte,
al fonte che scivola molle e va;

VI

ritorni al luogo, donde già vedesti
passar cacciato dalle sue maggesi
il contadino; che annestati i peri,
piantato vigna, seminato il grano
avea per altri, e che non più, tornando
al regno suo cinto di siepe viva,
alla sua reggia dal colmigno a piote,
vedrebbe ormai, che qualche grama spiga:
passava avendo siepe e campi in cuore,
e l'abituro, e si parava innanzi
poche sue capre, e ne traeva a mano
una che addietro si volgea belando;
che avea lasciato due gemelli addietro
ah! su la ghiara: ed il pastore andava;
ed era l'ora del ritorno a casa
e della cena; e dai tuguri il fumo
salìa nella crescente oscurità.

VII

VIRGILIO, e tu, di tra i pastori uscito,
vedesti intorno lo squallor dei campi
abbandonati, e non più messi, e date
le curve falci al fonditor di spade,
e tolto il coltro all'imporrito aratro:
l'aratro nuovo tu facesti, d'olmo
piegato a forza, e l'erpice e la treggia,
ed intessesti le crinelle e i valli;
e nella nuova primavera, al primo
tiepido soffio, gli anelanti bovi
spingesti al solco, e nereggiava il suolo
al vostro tergo, e si bruniva attrito
lo scabro e roggio vomere. La strada
così segnavi ai campagnoli ignari,
l'opere e i giorni, ed imparare, in prima,
la dura terra, ed osservar nel cielo
la luna e il sole, e il volo delle gru.

VIII

Ritorni ai campi, o già dei campi uscito,
uscito in riva all'infecondo mare;
in cui vedesti gli esuli del fato
venir col fuoco tratto fuor dal fuoco,
venire in cerca dell'antica madre.
Una indugiava, delle stelle in fuga;
una splendea tra il rosso dell'aurora.
ITALIA! ITALIA! udivi tu gridare
di su le prue, tra l'ànsito del mare.
Sul tremolante rosseggiar dell'onde,
nere venìan le navi. E c'era a poppa
d'una un gran vecchio che libava il vino,
con gli occhi al cielo. Ed in un verde prato
pascean, drizzando ad or ad or le orecchie,
quattro cavalli d'un candor di neve.
ITALIA! E il mare col sussurro eterno
montava su, ridiscendeva giù...

IX

O madre grande d'ogni messe, o grande
madre d'eroi! D'oro e d'incenso abbondi,
nessuna terra è più di lei ferace.
Qui piene spighe, qui rigoglio d'uve,
qui pingui ulivi, qui fecondi armenti.
Il bel cavallo qui le zampe al trotto
scambia a test'alta; qui con lenta possa
muovono i bianchi bovi trionfali.
Pascon, la guerra e la vittoria, insieme!
Qui tiepide aure e il fiore d'ogni mese.
Eppur non tigri, non leoni, o l'erba
che buona sembra a cogliere, che uccide;
né il serpe striscia in terra lungo, e s'alza
ravvolto a spire... E quanta opera d'uomo!
Quante massiccie acropoli sui monti!
E quanti fiumi specchiano le grandi
mura di preromulee città!

X

I suoi due mari? dove il Po travolge
lo scintillìo de' ghiacciai su l'Alpi,
e dove il sacro Tevere conduce
l'acque di neri sotterranei laghi?
E i grandi laghi? così grande alcuno,
che come un mare si ribella al vento?
E i tanti porti? E nelle vene il rame
ebbe e l'argento; ebbe già l'oro: ha il ferro.
Ha questa terra una gagliarda stirpe
d'uomini, i Marsi, la genìa Sabella
aspra dal sole, i Liguri indomati
dalla fortuna. Questa terra al mondo
diede gli eroi: gli uomini pronti al fato,
duri alla guerra, i Deci ed i Camilli...
Eppur la terra è del buon Dio di pace,
del buon fuggiasco ignoto Dio, la terra
della giustizia e della libertà!

XI

- Soy Italiano
Tengo hambre... -

E Roma
tu la vedesti quando ancor non era.
L'acque del sacro Tevere la nave
saliva, all'ombra tremula, solcando
nel liscio specchio la boscaglia verde.
Sul mezzodì videro un colle sparso
di pochi tetti; ma quel dì la gente
cingea col re, lunghesso il fiume, un'ara,
l'ara più grande. Ed in due cori i Salii,
giovani e vecchi, avendo al capo rami
di pioppo bianco, dissero un lor canto,
tripudïando, al domator dei mostri
e della morte, ad Ercole sereno,
al vïandante pacificatore,
armato appena d'un fortuito tronco
d'albero. Ercole nudo, Ercole solo,
figlio del cielo, ma né dio né re.

XII

E il re pastore e il povero senato
davano incensi all'ara, un tempo e sempre
massima. E il re del grande Pallantèo
scotean dal sonno i passeri annidati
sotto la stoppia della sua capanna.
Erano scorta, al re per via, due cani.
Pascean nel Foro e nelle vie di Roma
mandre di bovi ad or ad or mugghianti;
ed echeggiava il Campidoglio ai mugghi.
Ed era tutto una silvestre macchia
il Campidoglio, e ruderi, tra i bronchi,
grandi giacean d'una città distrutta.
Roma era morta, e ancor dovea, l'eterna,
sorgere al sole; ancor dovea d'un muro
cingere, Roma, i sette colli, il Lazio,
l'Italia, l'Alpi, i mari ed i deserti,
tutte le genti e l'orbe intiero, a sé.


XIII

Ma il contadino legge sempre al vento
le rauche carte, e lungo sé non vede
VIRGILIO, a cui fremon le messi, e i pioppi
paion falciare mollemente in aria.
Ed egli parla, non inteso all'uomo
suo paesano; l'odono le miti
giovenche intorno e i fervidi polledri.
O forse l'uomo udir non può, che sopra
ora gli ronza più che prima, d'api
tornate ai fiori, la pasciuta siepe;
e d'ogni pioppo ora risuona il canto
d'un rusignolo; il dolce e triste canto
ch'e' fa notturno, e che somiglia al pianto.
E il migratore cómpita presago
a campi e nubi le sue voci strane;
e quatte quatte nelle placide acque
strepono or qua, le vecchie rane, or là.

XIV

Dice VIRGILIO: "Oh! troppo fortunati
agricoltori, cui la madre terra
latta da sé, come una buona madre!
Giusta è la terra e non ti nega il cibo,
la madre, mai: se il grano è poco, l'uva
è tanta: è sempre di qualcosa, annata.
Poi, c'è la pace, e le gioconde feste,
e il sonnellino sotto un olmo, al canto
delle cicale, al mormorìo dell'acque.
Tu non sei ricco ed accallato hai l'uscio,
sempre, di casa, e la gallina becca
nell'atrio tuo; non hai tappeti e bronzi,
e non odora, l'aia tua, d'amomo:
ma il bimbo ricco, in casa tua, s'invoglia
di tutto, e tutto ammira, e tutto chiede,
il pane, il pomo, il latte, l'uovo; e sente
che il buono e il tutto è quello che non ha.

XV

Cerchino gli altri il pallido oro e il plauso
vertiginoso e lascino la soglia
trita dai loro, e migrino: tu resta.
Tu con l'aratro i piccoli nepoti
nutri, e la Patria, e tieni gli occhi in alto,
perché tu segui a mano a mano il sole.
Viene l'inverno, e tu godi il fruttato,
frangi le ulive e affumi quel secondo
orto ch'è il porco che mangiò la ghianda.
La notte, vegli, appunti faci, o tessi
valletti e cesti; e la tua moglie canta,
tra l'alternar dei pettini e dei licci.
Oppure schiuma, più vicina, al fuoco,
con una foglia l'onde che traboccano,
entro il paiuolo tremulo, del mosto.
O notti! O vita dolce assai, ch'ha sempre
amor la notte, come sole il dì!

XVI

E perché migri? e perché fuggi? Grande
assai non t'è questo tuo verde campo?
Non ha la siepe, che lo fa più grande
perché più tuo? Mugliano i bovi, i galli
cantano, l'api ronzano. Qui tutto
avrei passato, io, senza gloria, il tempo!
Qui, la giustizia, che tornava al cielo,
sostò, lasciando una parola in terra:
- Non l'uno il troppo ed abbia l'altro il poco!
Pace abbia il cuor dell'uomo e non lo muova
il ricco all'astio ed il mendico al pianto! -
Va coi vicini, poi ch'è festa, e steso
con lor su l'erba, e col cratere in mezzo,
bevi giocondo... Vissero nei campi
i forti antichi popoli; l'aratro
il solco eterno disegnò di Roma;
l'ITALIA detta dai giovenchi, è qui".

XVII

- I am Italian
I am hungry... -

All'ombra
VIRGILIO siede, non a lui veduto;
ed in quel core egli ode la querela
del fuggitivo suo pastore antico.
"Non anche dunque al lor levante primo
vennero gli astri e ricominciò l'anno
dell'Universo? E non ne diede il segno
a cieli e terre un fievole vagito?
Non ritornò la Vergine? Non prese
dunque a regnare, luce e vita, il Sole?"
VIRGILIO pensa che il vicin suo gramo
fugge dai campi, oh! non a lui, no, dolci,
ch'egli ha solcato con servile aratro
e bovi d'altri, per il pane e il sale.
"Dunque non è ricominciato il regno
del Dio latino, di quel Dio che giusto
semina e miete? E Roma non è più?"

XVIII

O buon profeta! o anima immortale
di nostra gente! La Saturnia terra
torni a chi l'ama, a chi la vanga ed ara!
Rieda a' suoi posti il migratore, e parco
alcuni scabri iugeri redima,
come il tuo vecchio Cilice, e vi pianti
la sua casetta, e viti ed arnie e fiori,
grano per casa, e fieno pei giovenchi,
e pei nepoti il molto cauto ulivo!
Tu sei con noi: la voce tua che suona
mista di trilli, di ronzii, di mugli,
dal cielo annunzia il nuovo tempo umano.
Per tutto ondeggia, senza reste, il grano,
il miele sgorga dalle cave quercie,
e pende l'uva dagl'incolti pruni.
ITALIA! ITALIA!... Ed altri eroi son nati,
e sarà, tutto, ciò che ancor non fu.

*******************

Per leggere tutte le altre Poesie contenute in "Nuovi Poemetti" di Giovanni Pascoli, clicka qui:
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Mag 15, 2007 6:41 pm    Oggetto:  "Myricae" di Giovanni Pascoli
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Rispondi citando

Alcune Poesie tratte da "Myricae" di Giovanni Pascoli:

Myricae arbusta iuvant humilesque myricae

Il giorno dei morti

Io vedo (come è questo giorno, oscuro!),
vedo nel cuore, vedo un camposanto
con un fosco cipresso alto sul muro.

E quel cipresso fumido si scaglia
allo scirocco: a ora a ora in pianto
sciogliesi l'infinita nuvolaglia.

O casa di mia gente, unica e mesta,
o casa di mio padre, unica e muta,
dove l'inonda e muove la tempesta;

o camposanto che sì crudi inverni
hai per mia madre gracile e sparuta,
oggi ti vedo tutto sempiterni

e crisantemi. A ogni croce roggia
pende come abbracciata una ghirlanda
donde gocciano lagrime di pioggia.

Sibila tra la festa lagrimosa
una folata, e tutto agita e sbanda.
Sazio ogni morto, di memorie, posa.

Non i miei morti. Stretti tutti insieme,
insieme tutta la famiglia morta,
sotto il cipresso fumido che geme,

stretti così come altre sere al foco
(urtava, come un povero, alla porta
il tramontano con brontolìo roco),

piangono. La pupilla umida e pia
ricerca gli altri visi a uno a uno
e forma un'altra lagrima per via.

Piangono, e quando un grido ch'esce stretto
in un sospiro, mormora, Nessuno! . . .
cupo rompe un singulto lor dal petto.

Levano bianche mani a bianchi volti,
non altri, udendo il pianto disusato,
sollevi il capo attonito ed ascolti.

Posa ogni morto; e nel suo sonno culla
qualche figlio de' figli, ancor non nato.
Nessuno! i morti miei gemono: nulla!

- O miei fratelli! - dice Margherita,
la pia fanciulla che sotterra, al verno,
si risvegliò dal sogno della vita:

- o miei fratelli, che bevete ancora
la luce, a cui mi mancano in eterno
gli occhi, assetati della dolce aurora;

o miei fratelli! nella notte oscura,
quando il silenzio v'opprimeva, e vana
l'ombra formicolava di paura;

io veniva leggiera al vostro letto;
Dormite! vi dicea soave e piana:
voi dormivate con le braccia al petto.

E ora, io tremo nella bara sola;
il dolce sonno ora perdei per sempre
io, senza un bacio, senza una parola.

E voi, fratelli, o miei minori, nulla! . . .
voi che cresceste, mentre qui, per sempre,
io son rimasta timida fanciulla.

Venite, intanto che la pioggia tace,
se vi fui madre e vergine sorella:
ditemi: Margherita, dormi in pace.

Ch'io l'oda il suono della vostra voce
ora che più non romba la procella:
io dormirò con le mie braccia in croce.

Nessuno!- Dice; e si rinnova il pianto,
e scroscia l'acqua: un impeto di vento
squassa il cipresso e corre il camposanto.

- O figli - geme il padre in mezzo al nero
fischiar dell'acqua - o figli che non sento
più da tanti anni! un altro cimitero

forse v'accolse e forse voi chiamate
la vostra mamma, nudi abbrividendo
sotto le nere sibilanti acquate.

E voi le braccia dall'asil lontano
a me tendete, siccome io le tendo,
figli, a voi, disperatamente invano.

O figli, figli! vi vedessi io mai!
io vorrei dirvi che in quel solo istante
per un'intera eternità v'amai.

In quel minuto avanti che morissi,
portai la mano al capo sanguinante,
e tutti, o figli miei, vi benedissi.

Io gettai un grido in quel minuto, e poi
mi pianse il cuore: come pianse e pianse!
e quel grido e quel pianto era per voi.

Oh! le parole mute ed infinite
che dissi! con qual mai strappo si franse
la vita viva delle vostre vite.

Serba la madre ai poveri miei figli:
non manchi loro il pane mai, né il tetto,
né chi li aiuti, né chi li consigli.

Un padre, o Dio, che muore ucciso, ascolta:
aggiungi alla lor vita, o benedetto,
quella che un uomo, non so chi, m'ha tolta.

Perdona all'uomo, che non so; perdona:
se non ha figli, egli non sa, buon Dio . . .
e se ha figlioli, in nome lor perdona.

Che sia felice; fagli le vie piane;
dagli oro e nome; dagli anche l'oblio;
tutto: ma i figli miei mangino il pane.

Così dissi in quel lampo senza fine;
Vi chiamai, muto, esangue, a uno a uno,
dalla più grandicella alle piccine.

Spariva a gli occhi il mondo fatto vano.
In tutto il mondo più non era alcuno.
Udii voi soli singhiozzar lontano. -

Dice; e più triste si rinnova il pianto;
più stridula, più gelida, più scura
scroscia la pioggia dentro il camposanto.

- No, babbo, vive, vivono - Chi parla?
Voce velata dalla sepoltura,
voce nuova, eppur nota ad ascoltarla,

o mio Luigi, o anima compagna!
come ti vedo abbrividire al vento
che ti percuote, all'acqua che ti bagna!

come mutato! sembra che tu sia
un bimbo ignudo, pieno di sgomento,
che chieda, a notte, al canto della via.

- Vivono, vive. Non udite in questa
notte una voce querula, argentina,
portata sino a noi dalla tempesta?

È la sorella che morì lontano,
che in questa notte, povera bambina,
chiama chiama dal poggio di Sogliano.

Chiama. Oh! poterle carezzare i biondi
riccioli qui, tra noi; fuori del nero
chiostro, de' sotterranei profondi!

Un'altra voce tu, fratello, ascolta;
dolce, triste, lontana; il tuo Ruggiero;
in cui, babbo, moristi un'altra volta.

Parlano i morti. Non è spento il cuore
né chiusi gli occhi a chi morì cercando,
a chi non pianse tutto il suo dolore.

E or per quanto stridula di vento
ombra ne dividesse, a quando a quando
udrei, come da vivo, il tuo lamento,

o mio Giovanni, che vegliai, che ressi,
che curai, che difesi, umile e buono,
e morii senza che rivedessi!

Avessi tu provato di quell'ora
ultima il freddo, e or quest'abbandono,
gemendo a noi ti volgeresti ancora.-

- Ma se vivete, perché, morti cuori,
solo è la nostra tomba illacrimata,
solo la nostra croce è senza fiori ?-

Così singhiozza Giacomo: poi geme:
- Quando sola restò la nidïata,
Iddio lo sa, come vi crebbi insieme:

se con pia legge l'umili vivande
tra voi divisi, e destinai de' pani
il più piccolo a me ch'ero il più grande;

se ribevvi le lagrime ribelli
per non far voi pensosi del domani,
se il pianto piansi in me di sei fratelli;

se al sibilar di questi truci venti,
al rombar di quest'acque, io suscitava
la buona fiamma d'eriche e sarmenti;

e io, quando vedea rosso ogni viso,
e più rossi i più piccoli, tremava
sì, del mio freddo, ma con un sorriso.

Ma non per me, non per me piango; io piango
per questa madre che, tra l'acqua, spera,
per questo padre che desìa, nel fango;

per questi santi, o fratel mio, che vivi;
di cui morendo io ti dicea . . . ma era
grossa la lingua e forse non udivi.-

Io vedo, vedo, vedo un camposanto,
oscura cosa nella notte oscura:
odo quel pianto della tomba, pianto

d'occhi lasciati dalla morte attenti,
pianto di cuori cui la sepoltura lasciò,
ma solo di dolor, viventi.

L'odo: ora scorre libero: nessuno
può risvegliarsi, tanto è notte, il vento
è così forte, il cielo è così bruno.

Nessuno udrà. La povera famiglia
può piangere. Nessuno, al suo lamento,
può dire: Altro è mio figlio! altra è mia figlia!

Aspettano. Oh! che notte di tempesta
piena d'un tremulo ululo ferino!
Non s'ode per le vie suono di pesta.

Uomini e fiere, in casolari e tane,
tacciono. Tutto è chiuso. Un contadino
socchiude l'uscio del tugurio al cane.

Piangono. Io vedo, vedo, vedo. Stanno
in cerchio, avvolti dall'assidua romba.
Aspetteranno, ancora, aspetteranno.

I figli morti stanno avvinti al padre
invendicato. Siede in una tomba.
(io vedo, io vedo) in mezzo a lor, mia madre.

Solleva ai morti, consolando, gli occhi,
e poi furtiva esplora l'ombra. Culla
due bimbi morti sopra i suoi ginocchi.

Li culla e piange con quelli occhi suoi,
piange per gli altri morti, e per se nulla,
e piange, o dolce madre! anche per noi;

e dice:- Forse non verranno. Ebbene,
pietà! Le tue due figlie, o sconsolato,
dicono, ora, in ginocchio, un po' di bene.

Forse un corredo cuciono, che preme:
per altri: tutto il giorno hanno agucchiato,
hanno agucchiato sospirando insieme.

E solo a notte i poveri occhi smorti
hanno levato, a un gemer di campane;
hanno pensato, invidïando, ai morti.

Ora, in ginocchio, pregano Maria
al suon delle campane, alte, lontane,
per chi qui giunse, e per chi resta in via

là; per chi vaga in mezzo alla tempesta,
per chi cammina, cammina, cammina,
e non ha pietra ove posar la testa.

Pietà pei figli che tu benedivi!
In questa notte che non mai declina,
orate requie, o figli morti, ai vivi!-
O madre! il cielo si riversa in pianto
oscuramente sopra il camposanto.

*******************

Da Dall' alba al tramonto

ALBA FESTIVA

Che hanno le campane,
che squillano vicine,
che ronzano lontane?

E' un inno senza fine,
or d'oro, ora d'argento,
nell'ombre mattutine.

Con un dondolio lento
implori, o voce d'oro,
nel cielo sonnolento.

Tra il cantico sonoro
il tuo tintinno squilla
voce argentina - Adoro,

adoro - Dilla, dilla,
la nota d'oro - L'onda
pende dal ciel, tranquilla.

Ma voce più profonda
sotto l'amor rimbomba,
par che al desìo risponda:

la voce della tomba.

SERA FESTIVA

O mamma, o mammina, hai stirato
la nuova camicia di lino ?
Non c'era laggiù tra il bucato,
sul bossolo o sul biancospino.
Su gli occhi tu tieni le mani. . .
Perchè? non lo sai che domani ... ?
din don dan, din don dan.

Si parlano i bianchi villaggi
cantando in un lume di rosa:
dall'ombra de' monti selvaggi
si sente una romba festosa.

Tu tieni a gli orecchi le mani...
tu piangi; ed è festa domani. .
din don dan, din don dan.

Tu pensi . . . oh! ricordo: la pieve . . .
quanti anni ora sono ? una sera . .
il bimbo era freddo, di neve;
il bimbo era bianco, di cera:
allora sonò la campana
(perchè non pareva lontana ?)
din don dan, din don dan.

Sonavano a festa, come ora,
per l'angiolo; il nuovo angioletto
nel cielo volava a quell'ora;
ma tu lo volevi al tuo petto,
con noi, nella piccola zana:
gridavi; e lassù la campana. . .
din don dan, din don dan.

SPERANZE E MEMORIE

Paranzelle in alto mare
bianche bianche,
io vedeva palpitare
come stanche:
o speranze, ale di sogni
per il mare!

Volgo gli occhi; e credo in cielo
rivedere
paranzelle sotto un velo,
nere nere:
o memorie, ombre di sogni
per il cielo!

**************

Da Ricordi

IL MANIERO

Te sovente, o tra boschi arduo maniero,
popolai di baroni e di vassalli,
mentre i falchetti udia squittio su' gialli
merli e radendo il baluardo nero.

Pei vetri un lume trascorrea leggiero,
e nitrivano fervidi i cavalli:
a uno squillo che uscia giù dalle valli,
apria le imposte il maggiordomo austero;

e nel fosso stridea la fragorosa
saracinesca. Or tu, canto divino,
sceso con l'ombre nel mio cuor cadenti,

dove sei? Di tramonti, ora, pensosa,
là sur un torvo giogo d'Apennino
qualch'elce nera lo ripete ai venti.

IL BOSCO

O vecchio bosco pieno d'albatrelli,
che sai di funghi e spiri la malìa,
cui tutto io già scampanellare udia
di cicale invisibili e d'uccelli:

in te vivono i fauni ridarelli
ch'hanno le sussurranti aure in balìa;
vive la ninfa, e i passi lenti spia,
bionda tra le interrotte ombre i capelli.

Di ninfe albeggia in mezzo alla ramaglia
or sì or no, che se il desio le vinca,
l'occhio alcuna ne attinge, e il sol le bacia.

Dileguano; e pur viva è la boscaglia,
viva sempre ne' fior della pervinca
e nelle grandi ciocche dell'acacia.

IL FONTE

Mentre con lieve strepito perenne
geme tra il caprifoglio una fontana,
trema un trotto tranquillo, e s'allontana
per le fatate rilucenti Ardenne.

Qui pontò i piedi e s'alzò sulle penne
quell'Ippogrifo, qui stallò l'Alfana:
Brigliadoro dall'India Sericana
in questo trebbio il lungo error sostenne:

che qui l'abbeverava il paladino,
e meditava al mormorio del fonte
senza piegar la ferrea persona:

poi seguì la sua corsa e il suo destino;
così che intorno per la valle e il monte
ancor la notte il trotto ne rintrona.

************

Da Pensieri

CUORE E CIELO

Nel cuor dove ogni visïon s'immilla,
e spazio al cielo ed alla terra avanza,
talor si spenge un desiderio, e brilla
una speranza:

come nel cielo, oceano profondo,
dove ascendendo il pensier nostro annega,
tramonta un'Alfa, e pullula dal fondo
cupo un'Omega.

MORTE E SOLE

Fissa la morte: costellazïone
lugubre che in un cielo nero brilla:
breve parola, chiara visïone:
leggi, o pupilla.

Non puoi. Così, se fissi mai l'immoto
astro nei cieli solitari ardente,
se guardi il sole, occhio, che vedi ? Un vòto
vortice, un niente.

NEL CUORE UMANO

Non ammirare, se in un cuor non basso,
cui tu rivolga a prova, un pungiglione
senti improvviso: c'è sott'ogni sasso
lo scorpïone.

Non ammirare, se in un cuor concesso
al male, senti a quando a quando un grido
buono, un palpito santo: ogni cipresso
porta il suo nido.

**************

Da Creature

ORFANO

Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;
canta una vecchia, il mento sulla mano.

La vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c'è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s'addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

ABBANDONATO

Nella soffitta è solo, è nudo, muore.
Stille su stille gemono dal tetto.

Gli dice il Santo-Ancora un po'; fa' cuore-
Mormora-Il pane; è tanto che l'aspetto-

L'Angelo dice-or viene il Salvatore-
Sospira-un panno pel mio freddo letto-

Maria dice-È finito il tuo dolore!-
-oh! mamma io voglio, e dormire al suo petto-

Lagrima a goccia a goccia la bufera
nella soffitta. Il Santo veglia, assiso;

l'Angelo guarda, smorto come cera;
la Vergine Maria piange un sorriso.

Tace il bambino, aspetta sino a sera,
all'uscio guarda, coi grandi occhi, fiso.

La notte cade, l'ombra si fa nera;
egli va, desolato, in Paradiso.

LA CIVETTA

Stavano neri al lume della luna
gli erti cipressi, guglie di basalto,
quando tra l'ombre svolò rapida una
ombra dall'alto:

orma sognata d'un volar di piume,
orma di un soffio molle di velluto,
che passò l'ombre e scivolò nel lume
pallido e muto;

ed i cipressi sul deserto lido
stavano come un nero colonnato,
rigidi, ognuno con tra i rami un nido
addormentato.

E sopra tanta vita addormentata
dentro i cipressi, in mezzo alla brughiera
sonare, ecco, una stridula risata
di fattucchiera:

una minaccia stridula seguita,
forse, da brevi pigolii sommessi,
dal palpitar di tutta quella vita
dentro i cipressi.

Morte, che passi per il ciel profondo,
passi con ali molli come fiato,
con gli occhi aperti sopra il triste mondo
addormentato;

Morte, lo squillo acuto del tuo riso
unico muove l'ombra che ci occulta
silenzïosa, e, desta all'improvviso
squillo, sussulta;

e quando taci, e par che tutto dorma
nel cipresseto, trema ancora il nido
d'ogni vivente: ancor, nell'aria, l'orma
c'è del tuo grido.

******************

Da Le pene del poeta

I DUE FUCHI

Tu poeta, nel torbido universo
t'affisi, tu per noi lo cogli e chiudi
in lucida parola e dolce verso;

si ch'opera è di te ciò che l'uom sente
tra l'ombre vane, tra gli spettri nudi.
Or qual n'hai grazia tu presso la gente?

Due fuchi udii ronzare sotto un moro.
Fanno queste api quel lor miele (il primo
diceva) e niente più: beate loro!
E l'altro: E poi fa afa: troppo timo!

IL LAURO

Nell'orto, a Massa - o blocchi di turchese,
alpi Apuane ! o lunghi intagli azzurri
nel celestino, all'orlo del paese!

un odorato e lucido verziere
pieno di frulli, pieno di sussurri,
pieno de' flauti delle capinere.

Nell'aie acuta la magnolia odora,
lustra l'arancio popolato d'oro -
io, quando al Belvedere era l'aurora,
venivo al piede d'uno snello alloro.

Sorgeva presso il vecchio muro, presso
il vecchio busto d'un imperatore,
col tronco svelto come di cipresso.

Slanciato avanti, sopra il muro, al sole
dava la chioma. Intorno era un odore,
sottil, di vecchio, e forse di vïole.

Io sognava: una corsa lungo il puro
Frigido, l'oro di capelli sparsi,
una fanciulla . . . Ancora al vecchio muro
tremava il lauro che parea slanciarsi.

Un'alba - si sentia di due fringuelli
chiaro il francesco mio: la capinera
già desta squittinìa di tra i piselli -

tu più non c'eri, o vergine fugace:
netto il pedale era tagliato: v'era
quel vecchio odore e quella vecchia pace:

il lauro, no. Sarchiava lì vicino
Fiore, un ragazzo pieno di bontà.
Gli domandai del lauro; e Fiore, chino
sopra il sarchiello: Faceva ombra, sa!

E m'accennavi un campo glauco, o Fiore,
di cavolo cappuccio e cavolfiore.

*****************

Da L' ultima passeggiata

LAVANDARE

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l'aratro in mezzo alla maggese.

O VANO SOGNO

Al camino, ove scoppia la mortella
tra la stipa, o ch'io sogno, o veglio teco:
mangio teco radicchio e pimpinella.

Al soffiar delle raffiche sonanti,
l'aulente fieno sul forcon m'arreco,
e visito i miei dolci ruminanti:

poi salgo, e teco - O vano sogno! Quando
nella macchia fiorisce il pan porcino,
lo scolaro i suoi divi ozi lasciando
spolvera il badïale calepino:
chioccola il merlo, fischia il beccaccino;
anch'io torno a cantare in mio latino.

QUEL GIORNO

Dopo rissosi cinguettìi nell'aria,
le rondini lasciato hanno i veroni
della Cura fra gli olmi solitaria.

Quanti quel roseo campanil bisbigli
udì, quel giorno, o strilli di rondoni
impazïenti a gl'inquïeti figli!

Or nel silenzio del meriggio urtare
là dentro odo una seggiola, una gonna
frusciar d'un tratto: alla finestra appare
curïoso un gentil viso di donna.

**************

Da Le gioie del poeta

GLORIA

-Al santo monte non verrai, Belacqua?-

Io non verrò: l'andare in su che porta?
Lungi è la Gloria, e piedi e mani vuole;
e là non s'apre che al pregar la porta,

e qui star dietro il sasso a me non duole,
ed ascoltare le cicale al sole,
e le rane che gracidano, Acqua acqua!

IL MIRACOLO

Vedeste, al tocco suo, morte pupille!
Vedeste in cielo bianchi lastricati
con macchie azzurre tra le lastre rare;

bianche le fratte, bianchi erano i prati,
queto fumava un bianco casolare,
sfogliava il mandorlo ali di farfalle.

Vedeste l'erba lucido tappeto,
e sulle pietre il musco smeraldino;
tremava il verde ciuffo del canneto,
sbocciava la ninfea nell'acquitrino,
tra rane verdi e verdi raganelle.

Vedeste azzurro scendere il ruscello
fuori dei monti, fuor delle foreste,
e quelle creste, aereo castello,
tagliare in cielo un lembo piu celeste:
era colore di viola il colle.

Vedeste in mezzo a nuvole di cloro
rossa raggiar la fuga de' palazzi
lungo la ripa, ed il tramonto d'oro
dalle vetrate vaporare a sprazzi,
a larghi fasci, a tremule scintille.

Dormono i corvi dentro i lecci oscuri
qualche fiaccola va pei cimiteri;
dentro i palazzi, dentro gli abituri,
al buio, accanto ai grandi letti neri,
dormono nere e piccole le culle.

IN ALTO

Nel ciel dorato rotano i rondoni.

Avessi al cor, come ali, così lena!
Pur l'amerei la negra terra infida,

sol per la gioia di toccarla appena,
fendendo al ciel non senza acute strida.
Ora quel cielo sembra che m'irrida,
mentre vado così, grondon grondoni.

*******************

Da Finestra illuminata

MEZZANOTTE a A. B.

Otto... nove... anche un tocco: e lenta scorre
l'ora; ed un altro... un altro. Uggiola un cane.
Un chiù singhiozza da non so qual torre.

È mezzanotte. Un doppio suon di pesta
s'ode, che passa. C'è per vie lontane
un rotolìo di carri che s'arresta

di colpo. Tutto è chiuso, senza forme,
senza colori, senza vita. Brilla,
sola nel mezzo alla città che dorme,
una finestra, come una pupilla

aperta. Uomo che vegli nella stanza
illuminata, chi ti fa vegliare?
dolore antico o giovine speranza?

MISTERO

Vergine . . . bianca sopra il bianco letto,
ti prese il sonno a mezzo la preghiera?
Tu hai le mani in croce sopra il petto.

Ti prese tra i due ceri e le corone
quel sonno? in mezzo agli Ave della sera?
Tu dici ancora quella orazïone.

Tieni il rosario tra le mani pie.
Non muove i labbri un tremito leggiero?
Ma non scorrono più le avemarie,
e tu contemplerai sempre un mistero.

SOLITUDINE

I

Da questo greppo solitario io miro
passare un nero stormo, un aureo sciame;
mentre sul capo al soffio di un sospiro
ronzano i fili tremuli di rame.

È sul mio capo un'eco di pensiero
lunga, né so se gioia o se martoro;
e passa l'ombra dello stormo nero,
e passa l'ombra dello sciame d'oro.

II

Sono città che parlano tra loro,
città nell'aria cerula lontane;
tumultuanti d'un vocìo sonoro,
di rote ferree e querule campane.

Là, genti vanno irrequïete e stanche,
cui falla il tempo, cui l'amore avanza
per lungi, e l'odio. Qui, quell'eco ed anche
quel polverio di ditteri, che danza.

III

Parlano dall'azzurra lontananza
nei giorni afosi, nelle vitree sere;
e sono mute grida di speranza
e di dolore, e gemiti e preghiere. . .

Qui quel ronzìo. Le cavallette sole
stridono in mezzo alla gramigna gialla;
i moscerini danzano nel sole;
trema uno stelo sotto una farfalla.

CAMPANE A SERA

Odi, sorella, come note al core
quelle nel vespro tinnule campane
empiono l'aria quasi di sonore
grida lontane ?

A quel tumulto aereo risponde
dal cuore un fioco scampanìo, sì lieve,
come stormeggi, dietro macchie fonde,
candida pieve.

Forse una pieve ne' cilestri monti
la sagra annunzia ad ogni casolare,
onde si fece a' placidi tramonti
lungo parlare;

ed or, sospeso il ticchettio dell'ago,
guardano donne verso la marina,
seguendo un fiocco di bambagia, vago,
che vi s'ostina.

Grandi occhi, sotto grandi archi di ciglia,
guardano il cielo, empiendosi di raggi,
là dove l'aria allumina vermiglia
boschi di faggi.

Voci soavi, voi tinnite a festa
da così strana e cupa lontananza,
che là si trova il desiderio, e resta
qua la speranza.

Io mi rivedo in un branchetto arguto
di biondi eguali su per l'Appennino
opaco d'elci: o snelle, vi saluto,
torri d'Urbino!

Vi riconosco, o due sottili torri,
vi riconosco, o memori Cesane
folte di lazzi cornïoli i borri
e d'avellane.

Vaga lo stuolo delle rosee bocche
pe' clivi, e sparge nella via maestra
messe di fiordalisi e l'auree ciocche
della ginestra.

Nella via bianca il novo drappo svaria
coi rosolacci e le sottili felci;
e par che attenda, nella solitaria
ombra dell'elci;

pare che attenda nella via tranquilla,
sotto quest'ampio palpito sonoro,
uno dai neri monti su cui brilla
porpora e oro.

***************

Da Elegie

LA FELICITÀ

Quando, all'alba, dall'ombra s'affaccia,
discende le lucide scale
e vanisce; ecco dietro la traccia
d'un fievole sibilo d'ale,

io la inseguo per monti, per piani,
nel mare, nel cielo: già in cuore
io la vedo, già tendo le mani,
già tengo la gloria e l'amore.

Ahi! ma solo al tramonto m'appare,
su l'orlo dell'ombra lontano,
e mi sembra in silenzio accennare
lontano, lontano, lontano.

La via fatta, il trascorso dolore,
m'accenna col tacito dito:
improvvisa, con lieve stridore,
discende al silenzio infinito.

SORELLA a Maria

Io non so se più madre gli sia
la mesta sorella o più figlia:
ella dolce ella grave ella pia,
corregge conforta consiglia.

A lui preme i capelli, l'abbraccia
pensoso, gli dice, Che hai?
a lui cela sul petto la faccia
confusa, gli dice, Non sai?

Ella serba nel pallido viso,
negli occhi che sfuggono intorno,
ah! per quando egli parte il sorriso,
le lagrime per il ritorno.

Per l'assente la madia che odora,
serbò la vivanda più buona;
e lo accoglie lo sguardo che ignora,
col bacio che sa, ma perdona.

Ella cuce: nell'ombra romita
non s'ode che l'ago e l'anello;
ecco, l'ago fra le agili dita
ripete, Stia caldo, sia bello!

Ella prega: un lungo alito d'ave-
marie con un murmure lene...
ella prega; ed un'eco soave
ripete, Sia buono, stia bene!

AGONIA DI MADRE

Muore. Sfugge alla morta pupilla
già il bimbo che geme al suo piede:
ode un suono lontano di squilla:
son due . . . gli occhi, grave, apre: vede.

Uno piange, ma l'altro sorride
d'un bianco sorriso di cieco.
Ella guarda, ella pensa: lo vide
così: quando? e ha come l'eco

d'un gran pianto nel cuore, la traccia
di lagrime morte negli occhi.
Ah! ricordano un peso le braccia,
ricordano un peso i ginocchi,

grave. Due sono i bimbi: uno piange;
ma dorme il più piccolo ancora:
ella versa dal cuor che si frange,
le lagrime d'ora e d'allora.

- Dormi, o angelo - o angelo, déstati,
destati - mormora il cuore.
Tra la culla e una bara s'arresta
la mano sua, rigida. Muore.

Il suo primo, il suo morto è sparito
con lei che nell'ombra lo reca:
piange l'altro; ella n'ode il vagito
col bianco stupore di cieca.

X AGOSTO

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.

Ora è là come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido
portava due bambole in dono...

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
Oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

IDA E MARIA

O mani d'oro, le cui tenui dita
menano i tenui fili ad escir fiori
dal bianco bisso, e sì, che la fiorita
sembra che odori;

o mani d'oro, che leggiere andando,
rigasi il lin, miracolo a vederlo,
qual seccia arata nell'autunno, quando
chioccola il merlo;

o mani d'oro, di cui l'opra alterna
sommessamente suona senza posa,
mentre vi mira bionde la lucerna
silenzïosa:

or m'apprestate quel che già chiedevo
funebre panno, o tenui mani d'oro,
però che i morti chiamano e ch'io devo
esser con loro.

Ma non sia raso stridulo, non sia
puro amïanto; sia di que' sinceri
teli, onde grevi a voi lasciò la pia
madre i forzieri;

teli, a cui molte calcole sonare
udì San Mauro e molte alate spole:
un canto a tratti n'emergea di chiare,
lente parole:

teli, che a notte biancheggiar sul fieno
vidi con occhio credulo d'incanti,
ne' prati al plenilunio sereno
riscintillanti .

****************

Da In campagna

IL VECCHIO DEI CAMPI

Al soie, al fuoco, sue novelle ha pronte
il bianco vecchio dalla faccia austera,
che si ricorda, solo ormai, del ponte,
quando non c'era.

Racconta al sole (i buoi fumidi stanno,
fissando immoti la sua lenta fola)
come far sacca si dové, quell'anno,
delle lenzuola.

Racconta al fuoco (sfrigola bel bello
un ciocco d'olmo in tanto che ragiona),
come a far erba uscisse con Rondello
Buovo d'Antona.

DOPO L'ACQUAZZONE

Passò strosciando e sibilando il nero
nembo: or la chiesa squilla; il tetto, rosso,
luccica; un fresco odor dal cimitero
viene, di bosso.

Presso la chiesa; mentre la sua voce
tintinna, canta, a onde lunghe romba;
ruzza uno stuolo, ed alla grande croce
tornano a bomba.

Un vel di pioggia vela l'orizzonte;
ma il cimitero, sotto il ciel sereno,
placido olezza: va da monte a monte
l'arcobaleno.

L'ASSIUOLO

Dov'era la luna? ché il cielo
notava in un'alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù;
veniva una voce dai campi:
chiù . . .

Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte:
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com'eco d'un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù . . .

Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento:
squassavano le cavallette
finissimi sistri d'argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s'aprono più? . . .);
e c'era quel pianto di morte. . .
chiù . . .

IL BOVE

Al rio sottile, di tra vaghe brume,
guarda il bove, coi grandi occhi: nel piano
che fugge, a un mare sempre più lontano
migrano l'acque d'un ceruleo fiume;

ingigantisce agli occhi suoi, nel lume
pulverulento, il salice e l'ontano;
svaria su l'erbe un gregge a mano a mano,
e par la mandra dell'antico nume:

ampie ali aprono imagini grifagne
nell'aria; vanno tacite chimere,
simili a nubi, per il ciel profondo;

il sole immenso, dietro le montagne
cala, altissime: crescono già, nere,
l'ombre più grandi d'un più grande mondo.

IL PASSERO SOLITARIO

Tu nella torre avita,
passero solitario,
tenti la tua tastiera,
come nel santuario
monaca prigioniera
l'organo, a fior di dita;

che pallida, fugace,
stupì tre note, chiuse
nell'organo, tre sole,
in un istante effuse,
tre come tre parole
ch'ella ha sepolte, in pace.

Da un ermo santuario
che sa di morto incenso
nelle grandi arche vuote,
di tra un silenzio immenso
mandi le tue tre note,
spirito solitario.

***********

Da Primavera

Germoglio

La scabra vite che il lichene ingromma
come di gialla ruggine, germoglia:
spuntar vidi una, lucida di gomma,
piccola foglia.

Al sol che brilla in mezzo a gli umidicci
solchi anche l'olmo screpolato muove:
medita, il vecchio, rame, pei viticci
nuovi, pur nuove:

cui tremolando cercano coi lenti
viticci i tralci a foglie color rame,
mentre su loro tremolano ai venti
anche le rame.

Da qual profonda cavità m'ha scosso
il canto dell'aereo cuculo?
fiorisce a spiga per le prode il rosso
pandicuculo?

È del fior d'uva questa ambra che sento
o una lieve traccia di vïole?
dove si vede il grappolo d'argento
splendere al sole?

grappolo verde e pendulo, che invaia
alle prime acque fumide d'agosto,
quando il villano sente sopra l'aia
piovere mosto:

mosto che cupo brontola e tra nere
ombre sospira e canta San Martino,
allor che singultando nel bicchiere
sdrucciola vino;

vino che rosso avanti il focolare
brilla, al fischiare della tramontana,
che giunge come un fragoroso mare
e s'allontana

simile a sogno: quando su le strade
volano foglie cui persegue il cuore
simili a sogno; quando tutto cade,
stingesi, e muore.

Muore? Anche un sogno, che sognai! Germoglia
la scabra vite che il lichene ingromma:
spunta da un nodo una lanosa foglia
molle di gomma.

LO STORNELLO

- Sospira e piange, e bagna le lenzuola
la bella figlia, quando rifà il letto,-
tale alcuno comincia un suo rispetto:
trema nell'aurea notte ogni parola;

e sfiora i bossi, quasi arguta spola,
l'aura con un bruire esile e schietto:
- e si rimira il suo candido petto,
e le rincresce avere a dormir sola.-

Solo, là dalla siepe, è il casolare;
nel casolare sta la bianca figlia;
la bianca figlia il puro ciel rimira.

Lo vuole, a stella a stella, essa contare;
ma il ciel cammina, e la brezza bisbiglia,
e quegli canta, e il cuor piange e sospira.

LA PIEVE

Giorno d'arrivi il tuo, san Benedetto:
ecco una prima rondine che svola.
E trova i pioppi nella valle sola,
la grande pieve, il nido piccoletto.

Razzano i vetri; l'occhio del coretto
nereggia sotto un ciuffo di vïola:
ecco la cigolante banderuola,
gli embrici roggi del loquace tetto.

E di saluti sonano le gronde
e il chiuso, dove il cielo è vaporato
da un rosseggiar di peschi e d'albicocchi.

E la rondine stridula risponde
alïando con lievi ombre: sul prato
le segue un cane co' fuggevoli occhi.

*************

Da Dolcezze

CON GLI ANGIOLI

Erano in fiore i lilla e l'ulivelle;
ella cuciva l'abito di sposa:

né l'aria ancora aprìa bocci di stelle,
né s'era chiusa foglia di mimosa;

quand'ella rise; rise, o rondinelle
nere, improvvisa: ma con chi? di cosa?

rise, così, con gli angioli; con quelle
nuvole d'oro, nuvole di rosa.

A NANNA

Come un rombo d'arnia suona
tra il cricchiar della mortella.
Nonna, è detta la corona:
nonna, or dì la tua novella.

Ella dice, ell'è pur buona,
la più lunga, la più bella:
- Sola (o Dio: bubbola e tuona!)
sola va la reginella.

Ecco un lume, una stellina,
ma lontanamente, appare.
Via, conviene andare andare.

Va e va.- Ma ciondolare
già comincia una testina;
due sonnecchiano; cammina
che cammina,

e le son tutte arrivate:
sono in collo delle fate.

****************

Da Tristezze

PAESE NOTTURNO

Capanne e stolli ed alberi alla luna
sono, od un tempio dell'antico Anubi,
fosca rovina? Stampano una bruna
orma le nubi

su la campagna, e più profonda e piena
la notte preme le macerie strane,
chiuse allo sguardo, dove alla catena
uggiola un cane.

Ecco la falce d'oro all'orizzonte:
due nere guglie a man a man dipinge,
indi non so che candido. Una fronte
bianca di sfinge?

NOTTE DOLOROSA

Si muove il cielo, tacito e lontano:

la terra dorme, e non la vuol destare;
dormono l'acque, i monti, le brughiere.
Ma no, ché sente sospirare il mare,
gemere sente le capanne nere:
v'è dentro un bimbo che non può dormire:
piange; e le stelle passano pian piano.

RAMMARICO

Chi questo nuovo pianto in cuor mi pone ?

Verso occidente, o dolce madre Aurora,
da te lontano la mia vita è corsa.
Il cielo s'alza e tutto trascolora;
passano stelle e stelle in lenta corsa;
emerge dall'azzurro la grand'Orsa,
e sta nell'arme fulgido Orïone.

Come più lieta la tua vista, quando
un poco accenni delle rosee dita;
e la greggia s'avvia scampanellando,
esce il bifolco e rauco i bovi incìta,
Canta lassù la lodola - apparita
ecco Giulietta, e piange, al suo balcone!-

IL BACIO DEL MORTO

I

È tacito, è grigio il mattino;
la terra ha un odore di funghi;
di gocciole è pieno il giardino.

Immobili tra la leggiera
caligine gli alberi: lunghi
lamenti di vaporïera.

I solchi ho nel cuore, i sussulti,
d'un pianto sognato: parole,
sospiri avanzati ai singulti:

un solco sul labbro, che duole.

II

Chi sei, che venisti, coi lieti
tuoi passi, da me nella notte?
Non so; non ricordo: piangevi.

Piangevi: io sentii per il viso
mio piangere fredde, dirotte,
le stille dall'occhio tuo fiso

su me: io sentii che accostavi
le labbra al mio labbro a baciarmi;
e invano volli io levar gravi

le palpebre: gravi: due marmi.

III

Chi sei? donde vieni? presente
tuttora? mi vedi? mi sai?
e lacrimi tacitamente ?

Chi sei ? Trema ancora la porta.
Certo eri di quelli che amai,
ma forse non so che sei morta. . .

Né so come un'ombra d'arcano,
tra l'umida nebbia leggiera,
io senta in quel lungo lontano
saluto di vaporiera.

LA NOTTE DEI MORTI

I

La casa è serrata; ma desta:
ne fuma alla luna il camino.
Non filano o torcono: è festa.

Scoppietta il castagno, il paiolo
borbotta. Sul desco c'è il vino,
cui spilla il capoccio da solo.

In tanto essi pregano al lume
del fuoco: via via la corteccia
schizza arida... Mormora il fiume

con rotto fragore di breccia...

II

È forse (io non odo: non sento
che il fiume passare, portare
quel murmure al mare) d'un lento

vegliardo la tremula voce
che intuona il rosario, e che pare
che venga da sotto una croce,

da sotto un gran peso; da lunge
Quei poveri vecchi bisbigli
sonora una romba raggiunge

col trillo dei figli de' figli.

III

Oh! i morti! Pregarono anch'essi,
la notte dei morti, per quelli
che tacciono sotto i cipressi.

Passarono... O cupo tinnito
di squille dagli ermi castelli!
o fiume dall'inno infinito!

Passarono... Sopra la luna
che tacita sembra che chiami,
io vedo passare un velo, una

breve ombra, ma bianca, di sciami.

*************

Da Tramonti

IL CUORE DEL CIPRESSO

I

O cipresso, che solo e nero stacchi
dal vitreo cielo, sopra lo sterpeto
irto ,di cardi e stridulo di biacchi:

in te sovente, al tempo delle more,
odono i bimbi un pispillìo secreto,
come d'un nido che ti sogni in cuore.

L'ultima cova. Tu canti sommesso
mentre s'allunga l'ombra taciturna
nel tristo campo: quasi, ermo cipresso,
ella ricerchi tra que' bronchi un'urna.

II

Più brevi i giorni, e l'ombra ogni dì meno
s'indugia e cerca, irrequieta, al sole;
e il sole è freddo e pallido il sereno.

L'ombra, ogni sera prima, entra nell'ombra:
nell'ombra ove le stelle errano sole.
E il rovo arrossa e con le spine ingombra

tutti i sentieri, e cadono già roggie
le foglie intorno (indifferente oscilla
l'ermo cipresso), e già le prime pioggie
fischiano, ed il libeccio ulula e squilla.

III

E il tuo nido? il tuo nido?... Ulula forte
il vento e t'urta e ti percuote a lungo:
tu sorgi, e resti; simile alla Morte.

E il tuo cuore? il tuo cuore?... Orrida trebbia
l'acqua i miei vetri, e là ti vedo lungo,
di nebbia nera tra la grigia nebbia.

E il tuo sogno? La terra ecco scompare:
la neve, muta a guisa del pensiero,
cade. Tra il bianco e tacito franare
tu stai, gigante immobilmente nero.

************

Da Alberi e fiori

FIOR D'ACANTO a Egisto Cecchi

Fiore di carta rigida, dentato
petali di fini aghi, che snello
sorgi dal cespo, come un serpe alato
da un capitello;

fiore che ringhi dai diritti scapi
con bocche tue di piccoli ippogrifi;
fior del Poeta! industrïa te d'api
schifa, e tu schifi.

L'ape te sdegna, piccola e regale;
ma spesso io vidi l'ape legnaiola
celare il corpo che riluce, quale
nera viola,

dentro il tuo duro calice, e rapirti
non so che buono, che da te pur viene
come le viti di tra i sassi e i mirti
di tra l'arene.

Lo sa la figlia del pastor, che vuoto
un legno fende e lieta pasce quanto
miele le giova: il tuo nettare ignoto,
fiore d'acanto.

ROSA DI MACCHIA

Rosa di macchia, che dall'irta rama
ridi non vista a quella montanina,
che stornellando passa e che ti chiama
rosa canina;

se sottil mano i fiori tuoi non coglie,
non ti dolere della tua fortuna:
le invidïate rose centofoglie
colgano a una

a una: al freddo sibilar del vento
che l'arse foglie a una a una stacca,
irto il rosaio dondolerà lento
senza una bacca;

ma tu di bacche brillerai nel lutto
del grigio inverno; al rifiorir dell'anno
i fiori nuovi a qualche vizzo frutto
sorrideranno:

e te, col tempo, stupirà cresciuta
quella che all'alba svolta già leggiera
col suo stornello, e risalirà muta,
forse, una sera.

EDERA FIORITA ad Ettore Toci

Quando, di maggio, tu le dolci sere
imbalsamavi co' tuoi fiori, ornello
(era un sussurro alle finestre nere
del paesello!);

non ti rincrebbe d'un infermo arbusto
che, mosso anch'egli da dolcezza estiva,
con le sue foglie, come cuori, al fusto
lento saliva.

Non ti rincrebbe. Ed ora che gelata
la tramontana soffia, e che traspare
già dalle porte chiuse la fiammata
del focolare;

ora che il verno spoglia le foreste
e le tue foglie per le vie disperde;
o vecchio ornello, te ricopre e veste
l'edera verde.

Sui rami nudi i fiori suoi ti pone,
tra verdi e gialli, piccoli, com'era
la tua fiorita morta: illusïone
di primavera.

IL PESCO a Adolfo Cipriani

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero
di vecchi morti; ove a dormir con essi
niuno più scende; sempre chiuso; nero
d'alti cipressi.

Tra i loro tronchi che mai niuno vede,
di là dell'erto muro e delle porte
ch'hanno obliato i cardini, si crede
morta la Morte,

anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,
sopra quel nero vidi, roseo, fresco,
vivo, dal muro sporgere un sottile
ramo di pesco.

Figlio d'ignoto nòcciolo, d'allora
sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?
ed ora invidii i mandorli che indora
l'alba negli orti?

od i cipressi, gracile e selvaggio,
dimenticàti, col tuo riso allieti,
tu trovatello in un eremitaggio
d'anacoreti?

PERVINCA

So perché sempre ad un pensier di cielo
misterïoso il tuo pensier s'avvinca,
sì come stelo tu confondi a stelo,
vinca pervinca;

io ti coglieva sotto i vecchi tronchi
nella foresta d'un convento oscura,
o presso l'arche, tra vilucchi e bronchi,
lungo la mura.

Solo tra l'arche errava un cappuccino;
pareva spettro da quell'arche uscito,
bianco la barba e gli occhi d'un turchino
vuoto, infinito;

come il tuo fiore: e io credea vedere
occhi di cielo, dallo sguardo fiso,
più d'anacoreti, allo svoltar, tra nere
ombre, improvviso;

e il bosco alzava, al palpito del vento,
una confusa e morta salmodia,
mentre squillava, grave, dal convento
l'avemaria.

VIOLE D'INVERNO

- D'onde, o vecchina, queste vïolette
serene come un lontanar di monti
nel puro occaso ? Poi che il gelo ha strette
tutte le fonti ;

il gelo brucia dalle stelle, o nonna,
ogni foglia, ogni radica, ogni zolla -
- Tiepida, sappi, lungo la Corsonna
geme una polla.

Là noi sciacquiamo il candido bucato
nell'onda calda in mezzo a nevi e brine;
e il poggio è pieno di vïole, e il prato
di pratelline -

Ah! . . . ma, poeta, non ancor nel pio
tuo cuore è l'onda che discioglie il gelo ?
non è la polla, calda nell'oblio
freddo del cielo?

Ché sempre, se ti agghiaccia la sventura,
se l'odio altrui ti spoglia e ti desola,
spunta, al tepor dell'anima tua pura,
qualche vïola.

***************

Per leggere le altre Poesie contenute in "Myricae" di Giovanni Pascoli, clicka qui:
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mar Mag 15, 2007 6:45 pm    Oggetto:  "Il fanciullino" di Giovanni Pascoli
Descrizione:
Rispondi citando

Tratto da "Il fanciullino" di Giovanni Pascoli:

Capitolo I

È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell'età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima d'onde esso risuona.

E anche, egli, l'invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all'uomo fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d'un passato ancor troppo recente. Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l'armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d'un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora.

O presso il vecchio grigio mare. Il mare è affaticato dall'ansia della vita, e si copre di bianche spume, e rantola sulla spiaggia. Ma tra un'ondata e l'altra suonano le note dell'usignuolo ora singultite come un lamento, ora spicciolate come un giubilo, ora punteggiate come una domanda. L'usignuolo è piccolo, e il mare è grande; e l'uno è giovane, e l'altro è vecchio. Vecchio è l'aedo, e giovane la sua ode. Väinämöinen è antico, e nuovo il suo canto (2) . Chi può imaginare, se non vecchio l'aedo e il bardo? Vyàsa è invecchiato nella penitenza e sa tutte le cose sacre e profane. Vecchio è Ossian, vecchi molti degli skaldi. L'aedo è l'uomo che ha veduto (oîde) e perciò sa, e anzi talvolta non vede più ; è il veggente (aoidós) che fa apparire il suo canto (3).

Non l'età grave impedisce di udire la vocina del bimbo interiore, anzi invita forse e aiuta, mancando l'altro chiasso intorno, ad ascoltarla nella penombra dell'anima (4) . E se gli occhi con cui si mira fuor di noi, non vedono più , ebbene il vecchio vede allora soltanto con quelli occhioni che son dentro di lui, e non ha avanti sé altro che la visione che ebbe da fanciullo e che hanno per solito tutti i fanciulli. E se uno avesse a dipingere Omero, lo dovrebbe figurare vecchio e cieco, condotto per mano da un fanciullino, che parlasse sempre guardando torno torno. Da un fanciullino o da una fanciulla: dal dio o dall'iddia: dal dio che sementò nei precordi di Femio quelle tante canzoni, o dell'iddia cui si rivolge il cieco aedo di Achille e di Odisseo (5) .

NOTE IN CALCE:

1). PLATONE, Fedro, 77 E. E Cebes con un sorriso, "Come fossimo spauriti", disse, "o Socrate, prova di persuaderci; o meglio non come spauriti noi, ma forse c'è dentro anche in noi un fanciullino che ha timore di siffatte cose: costui dunque proviamoci di persuadere a non aver paura della morte come di visacci d'orchi."

2). Che Femio sia vecchio, non si dichiara da Omero con parola espressa, ma indirettamente con l'epiteto periclytós (Odissea, 1, 325) comune all'altro aedo Demodoco (ibidem 8, 521 e al.), e specialmente con ciò che Femio stesso afferma di sé (ibidem 22, 347): Sono maestro a me io, ché un dio piantommi nel cuore Ogni ragione di canti...Il che consuona con ciò che di lui dice Penelope (ibidem 1, 337 sg.): Femio, poi che sai molt'altre malie de le genti, Opere d'uomini e dei...
E il vecchio Femio con la canzone più nuova o più giovane (ibidem, 351 sg.): Poi che gli uomini pregiano ed amano più quel canto che il più nuovo all'intorno de li ascoltanti risuoni. Quanto a Väinämöinen, ricordo da quel meraviglioso frammento di versione dovuto al mio P. E. Pavolini (Sul limitare, pp. 75 sg.): L'antico e verace Väinämöinen. Quindi l'antico Väinämöinen: quando udirono il nuovo canto, sentirono il dolce suono. Il che consuona con ciò che di lui dice Penelope (ibidem 1, 337 sg.):
Femio, poi che sai molt'altre malie de le genti, Opere d'uomini e dei...E il vecchio Femio con la canzone più nuova o più giovane (ibidem, 351 sg.): Poi che gli uomini pregiano ed amano più quel cantoche il più nuovo all'intorno de li ascoltanti risuoni. Quanto a Väinämöinen, ricordo da quel meraviglioso frammento di versione dovuto al mio P. E. Pavolini (Sul limitare, pp. 75 sg.).

3). OMERO, Odissea, 8, 499; phaîne d'aoidén.
Badiamo che io non intendo affermare l'etimo di aeidein da a privativo e vid- vedere. No: intendo asseverare che codesto etimo era presente agli antichi cantori. Si confrontino i due versi di Odissea, 1, 337 sg. che terminano il primo con oîdas e il secondo con aoidoì. Si mediti il 64 di 8: Degli occhi, sì, lo privò, ma gli dava la soave aoidén. Si ripensi l'espressione su riferita: mostrava l'aoidén. Persino, oso dire, giova osservare, riguardo l'accecamento di Polifemo, mangiator d'uomini e bevitor di vino, che polyphemos, oltre a essere il nome del terribile Ciclope, è epiteto dell'aoidós Femio (22, 376), Phémios il cui nome somiglia del resto a quello di Polyphemos. E il Ciclope che mostra nella Odissea la sua musicalità solo quando (9, 315): egli con sufolo molto parava le pecore al monte, musicalità che del resto è nel suo nome, se esso vale, come in 2, 150, "pieno di sussurri o di voci", il Ciclope è presso Teocrito un dolce cantor d'amore, e nessuno dei Ciclopi sa sonar la piva come lui (Teocrito, Id., 11).

4). Ricordo che tutto porta a credere che la Comedia sia stata cominciata dal poeta nell'anno quadragesimo ottavo della sua età, o dopo. E quello è il poema della contemplazione, opposta alla vita attiva.

5). Così in vero lo rappresentò il Manzoni con le Muse (bastava una) che l'accompagnano "la mal fida Con le destre vocali orma reggendo".


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