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Francesco Petrarca: Vita&Opere
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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 12:32 pm    Oggetto:  Francesco Petrarca: Vita&Opere
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Francesco Petrarca: Vita&Opere

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«Il saggio muta consiglio, ma lo stolto resta della sua opinione» (F.Petrarca, Ecloghe, VIII)

Francesco Petrarca (Arezzo, 20 luglio 1304 – Arquà Petrarca, 19 luglio 1374) è stato uno scrittore, poeta e umanista italiano.

L'opera per la quale è maggiormente conosciuto è il Canzoniere.

*************

Indice [in questa pagina]

1 Note biografiche
1.1 Ad Avignone e ritorno
1.2 Da Napoli a Parma e Verona
1.3 Via dalla peste
2 Opere
2.1 Opere latine in versi
2.2 Opere latine in prosa
2.3 Opere in volgare
3 Curiosità

**************

Note biografiche

Nacque ad Arezzo il 20 luglio 1304, da Eletta Cangiani (o Canigiani) e dal notaio ser Pietro di ser Parenzo (soprannominato Ser Petracco, noto nei documenti come Petraccolus o Petrarca). Petracco era un guelfo bianco amico di Dante Alighieri, esiliato da Firenze nel 1302 per motivi politici, legati all'arrivo di Carlo di Valois ed alle lotte tra guelfi bianchi e neri; per questo Francesco trascorse l'infanzia in Toscana (prima ad Incisa e poi a Pisa), dove il padre era solito spostarsi per ragioni politico-economiche.

Ma già nel 1311 la famiglia (nel frattempo era nato nel 1307 il fratello Gherardo) si trasferì a Carpentras, vicino ad Avignone (Francia), dove Petrarca sperava in qualche incarico al seguito della corte papale.

Malgrado le inclinazioni letterarie, manifestate precocemente nello studio dei classici e in componimenti d'occasione, Francesco, dopo gli studi grammaticali compiuti sotto la guida di Convenevole da Prato, venne mandato dal padre prima a Montpellier e dal 1320, insieme a Gherardo, a Bologna per studiare diritto civile.

Morto il padre, poco dopo il rientro in Provenza (1326), Petrarca incontrò il 6 aprile 1327, nella chiesa di Santa Chiara in Avignone, Laura e se ne innamorò. Un amore autentico per una donna reale (come insistette il poeta nelle sue confessioni), del quale non restano tuttavia dati documentati: esso non venne ricambiato e assurse tra i motivi centrali dell'esperienza umana e poetica dello scrittore. E' stata proposta l'identificazione di Laura con Laura de Noves,coniugata con Ugo de Sade. Attorno al 1330, consumato il modesto patrimonio paterno, Petrarca si diede alla carriera ecclesiastica, abbracciando gli ordini minori e impegnandosi a osservare il celibato e a recitare l'ufficio. In tale veste fu assunto quale cappellano di famiglia dal vescovo Giovanni Colonna, nominato vescovo di Lombez.

Appoggiato da questa illustre e potente famiglia romana (fu amico anche di Stefano e Giovanni), compì in quegli anni numerosi viaggi in Europa, spinto dall'irrequieto e risorgente desiderio di conoscenza umana e culturale che contrassegna l'intera sua agitata biografia: fu a Parigi, a Gand, a Liegi (dove scoprì due orazioni di Cicerone), ad Aquisgrana, a Colonia, a Lione.

Ad Avignone e ritorno

Parallelamente alla formazione culturale classica e patristica, cresceva il suo prestigio in campo politico: nel 1335 ebbe inizio il suo carteggio con il Papa, inteso non solo a sedare le più incresciose rivolte della penisola, ma anche a ottenere il ritorno della sede pontificia da Avignone a Roma.

A questo periodo (1336-1337) risalgono anche la prima visita dell'Urbe, il trasferimento da Avignone a Valchiusa, attualmente Fontaine-de-Vaucluse nel dipartimento francese della Vaucluse, dove aveva acquistato una casa) e la nascita di un figlio naturale, Giovanno, che morì in giovane età. All'anno successivo rimonta il progetto delle opere umanisticamente più impegnate, la cui parziale stesura, dell'Africa in particolare, gli procurò tale notorietà che contemporaneamente (il 1° settembre 1340) gli giunse da Parigi e da Roma il desiderato invito dell'incoronazione poetica.

Scelta Roma, preparata l'orazione per la solenne cerimonia, Petrarca scese in Italia a Napoli, ove, sotto il patrocinio del re Roberto D'Angiò, lesse alcuni episodi del poema e discusse, in tre giornate, di poesia, dell'arte poetica e della laurea: l'8 aprile del 1341, per mano del senatore Orso dell'Anguillara, veniva incoronato magnus poeta et historicus, e otteneva il privilegium lauree.

Questo altissimo riconoscimento, che sarà al centro della battaglia combattuta da Petrarca per il rinnovamento umanistico della cultura, lo confortò a proseguire la stesura dell'''Africa'', ospite di Azzo da Correggio a Parma e a Selvapiana sino al 1342.

Altri eventi turbarono la sua vita a Valchiusa: come la conoscenza di Cola di Rienzo, alle cui istanze Petrarca ottenne dal Papa la promessa della proclamazione, nel 1350, del giubileo romano, la monacazione (tra i certosini di Montreux-Jeune) di Gherardo, la nascita (da una misteriosa relazione) di una figlia illegittima, Francesca.

Da Napoli a Parma e Verona

Verso la fine del 1343 ritornò, per incarico del Papa, a Napoli, ripassò da Parma e riparò infine, a causa della guerra che turbava l'Emilia, a Verona, ove scoprì i primi sedici libri delle "Epistole" ad Attico e le "Epistole" a Quinto e a Bruto di Cicerone. Dall'autunno del 1344 al 1347 risiedette a Valchiusa, donde lo distolse l'entusiastica adesione alla rivolta di Cola, ben presto smorzata amaramente dagli eventi, quando già aveva varcato le Alpi.

Rinunciò al viaggio romano e si arrestò a Parma, ove lo raggiunse la notizia (19 maggio 1348) della morte di Laura, colpita dalla peste così come gli amici Sennuccio del Bene, Giovanni Colonna, Francesco degli Albizzi.

Lasciata Parma, Petrarca riprese a vagabondare per l'Italia (fu a Carpi e a Ferrara, a Padova su invito di Francesco da Carrara, a Mantova, a Firenze, ove rinnovò i legami amicali con Giovanni Boccaccio e altri letterati toscani, e a Roma), fino al 1351, quando, rifiutata ogni altra offerta, rientrò (anche su pressione papale) in Provenza, donde scrisse le prime Epistole a Carlo IV di Boemia perché scendesse in Italia a sedare le rivolte cittadine.

Nel giugno del 1353, in seguito alle aspre e pungenti polemiche ingaggiate con l'ambiente ecclesiastico e culturale di Avignone, Petrarca lasciò la Provenza e accolse l'ospitale offerta di Giovanni Visconti, arcivescovo e signore della città, di risiedere a Milano. Malgrado le critiche di amici e nemici, collaborò con missioni e ambascerie (a Genova, a Venezia e a Novara, incontrò l'imperatore a Mantova e a Praga) all'intraprendente politica viscontea, cercando di indirizzarla verso la distensione e la pace.

Via dalla peste

Nel giugno del 1361 per sfuggire la peste abbandonò Milano per Padova e poi (1362) per Venezia, dove la Repubblica Veneta gli donò una casa in cambio della promessa di donazione, alla morte, della biblioteca alla città lagunare. Il tranquillo soggiorno veneziano, trascorso fra libri e amici, fu turbato nel 1367 dall'attacco maldestro e violento mosso alla cultura, all'opera e alla figura sua da quattro filosofi averroisti: amareggiato per l'indifferenza dei veneziani, Petrarca, dopo alcuni brevi viaggi, accolse l'invito di Francesco da Carrara e si stabilì a Padova, donde, di lì a poco (1370), si trasferì con i suoi libri ad Arquà, un tranquillo paese sui colli Euganei, nel quale, per generoso dono del tiranno padovano, si era costruito una modesta casa. Tra le famiglie padovane che gli furono più vicine ci fu quella dei Peraga e in particolare con i due fratelli frati Bonsembiante e Bonaventura Badoer Peraga. Da Arquà (dove l'aveva raggiunto con il marito Francescuolo da Brossano la figlia Francesca) si mosse di rado: una volta per sfuggire alla guerra scoppiata tra Padova e Venezia, un'altra per pronunciare una solenne orazione che ratificava la pace tra le due città venete.

Colpito da una sincope, morì ad Arquà nella notte fra il 18 e il 19 luglio del 1374. Il frate dell'Ordine degli Eremitani di Sant'Agostino Bonaventura Badoer Peraga fu scelto, da tutte le autorità, per tessere l'orazione funebre a nome di tutti.

Per volontà testamentaria, le spoglie di Petrarca furono sepolte nella chiesa parrocchiale del paese; furono poi collocate dal genero in un'arca marmorea accanto alla chiesa.

Opere

-Opere latine in versi-

-Africa – scritto fra il 1339 e il 1342 e in seguito corretto e ritoccato è un poema eroico incompleto che tratta della seconda guerra punica e in particolare delle gesta di Scipione.

-Bucolicum carmen – composto fra il 1346 e il 1357 e costituito da dodici egloghe, gli argomenti spaziano fra amore, politica e morale.

-Epistole metricae - scritte fra il 1333 e il 1361, sono 66 lettere in esametri, di cui alcune trattano d'amore ma in maggioranza si occupano di politica, morale o di materie letterarie. Alcune sono autobiografiche.

-Carmina varia - Si ricompone un materiale testuale disperso in vari luoghi:
1-6: F. Petrarchae, Poemata minora quae extant omnia, vol. III, Medioelani 1834.
7-24: K. Burdach, Von Mitteralter zur Reformation. IV. Aus Petrarcas Altestem Deutschen Schülerkreise, Berlin 1929.
25: E.H. Wilkins, The Making of the "Canzoniere" and other petrarchan Studies, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura 1951, pp.303.
26: G. Billanovich, Un carme ignoto del Petrarca, "Studi petrarcheschi", V (1989) pp.101-25.

-Opere latine in prosa-

-De viris illustribus - (1337) è un'opera di biografie di uomini illustri in prosa latina composta da Francesco Petrarca redatta a partire dal 1337 e dedicata a Francesco da Carrara signore di Padova nel 1358. Nell'intenzione originale dell'autore l'opera doveva trattare la vita di personaggi della storia di Roma da Romolo a Tito, ma arrivò solo fino a Nerone. In seguito Petrarca aggiunse personaggi di tutti i tempi, cominciando da Adamo e arrivando a Ercole. L'opera rimase incompiuta e fu continuata da un amico di Petrarca, Lombardo della Seta, fino alla vita di Traiano.

-Rerum memorandarum libri - (1350) raccolta di esempi storici e aneddoti a scopo d'educazione morale

-Itinerarium ad sepulcrum Domini, descrizione dei luoghi che si incontrano viaggiando da Genova a Gerusalemme

-Secretum o De secreto conflictu curarum mearum - (composta tra il 1347 ed il 1353, ed in seguito riveduta) è un'opera in prosa latina e articolata come un dialogo immaginario in tre libri tra il poeta stesso e Sant'Agostino, alla presenza di una donna muta che simboleggia la Verità. Quale esame di coscienza personale esso affronta temi intimi del poeta e per questo non era stato concepito per la divulgazione (da cui il titolo Secretum). Il primo libro tratta del male in generale e conclude, secondo il pensiero appunto agostiniano, che esso non esiste, ma è causato da un'insufficiente volontà di bene, causata dalle passioni terrene che imbambolano lo spirito: Petrarca stesso non può non guarire, ma non vuole( per questo si è soliti affermare che la sua malattia è una "voluptas dolendil", una voglia nel contempo di librarsi dell'accidia, ma continuare a conviverci, perché era questa la "scusa" dietro cui l'autore si nascondeva e rifugiava spesso). Nel secondo libro vengono analizzate le passioni negative del Petrarca stesso, tra le quali egli si sofferma soprattutto sull'accidia che lo tormenta, sottolineando di essere affetto dalle colpe di tutti i peccati capitali, tranne dall'invidia(era stato più volte accusato di invidiare il Sommo Poeta Dante, accuse che cercò immediatamente di dissipare). Nel terzo si esaminano altre due passioni del poeta, in particolare l'amore per Laura e l'amore per la gloria, considerate le due più gravi indole di Petrarca, che gi impediscono di raggiungere l'equilibrio spirituale cui tanto aspirava: per quanto il poeta dia ragione a Sant'Agostino che gli consiglia di rinunciarvi egli però non sa come poter farne a meno.

-De vita solitaria - (1346-1356 circa) è un trattato in prosa latina. Redatto all'incirca tra il 1346 e il 1356, è un'esaltazione della solitudine. Essa viene descritta come necessaria per la vita contemplativa, sia per i religiosi (tra i quali viene citato Sant'Agostino), sia per i filosofi e i pensatori in genere. L'ideale di vita per Petrarca è quello di una raccolta solitudine nella pace agreste, dedicata agli studi letterari e alla riflessione religiosa. Il trattato fu scritto in due libri e al suo interno è presente un motivo di riflessione e tormento a causa della monacazione del fratello Gherardo. È simile al De otio religioso.

-De otio religioso - (1346 – 1356) è un trattato in prosa latina, redatto all'incirca tra il 1346 e il 1356 ed è un'esaltazione della vita monastica. Simile al De vita solitaria, esalta la solitudine in particolare quella legata alle regole degli ordini religiosi (otium = tranquillità di spirito), definita come la migliore condizione di vita possibile.

-De remediis utriusque fortunae - (1360–1366) è una raccolta di brevi dialoghi scritti in prosa latin, redatta all'incirca tra il 1360 e il 1366 ed composta da 254 scambi di battute tra entità allegoriche: prima il "Gaudio" e la "Ragione", poi il "Dolore" e la "Ragione".
Simile ai precedenti Rerum memorandarum libri, questi dialoghi hanno scopi educativi e moralistici, proponendosi di rafforzare l'individuo contro i colpi della Fortuna sia buona che avversa.

-Invectivarum contra medicum quendam libri IV - (1355)

-De sui ipsius et multorum ignorantia - (1368)

-Invectiva contra cuiusdam anonimi Galli calumnia o Contra eum qui maledixit Italiam

-Epistole (familiares, sine nomine, extravagantes, seniles)

-De gestis Cesaris'

-Psalmi penitentiales

-Posteritati - esclusa per sua stessa volontà dalla raccolta Seniles, si descrive per i posteri con quegli attributi che poi saranno dell'umanista (cioè il recupero della civiltà classica e l'amore per il latino)

-Contra quendam magni status hominem
-Collatio laureationis
-Collatio coram Johanne rege
-Collatio iter Scipionem,Alexandrum,Hannibalem
-Arringhe
-Orationes
-Testamentum

-Opere in volgare-

-Il Canzoniere (titolo originale: Francisci Petrarca laureatae poetae Rerum vulgarium fragmenta) è la storia della vita interiore del Petrarca. La raccolta comprende 366 componimenti: 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali [NB.- non raccoglie tutti i componimenti poetici del Petrarca, ma solo quelli che il poeta scelse con grande cura, altre rime (extravagantes) andarono perdute o furono incluse in altri manoscritti]. La maggior parte delle rime del Canzoniere sono d'argomento amoroso, una trentina sono di argomento morale, religioso o politico. Sono celebri le canzoni Italia mia e Spirto gentil nelle quali il concetto di Patria si identifica con la bellezza della terra natale, sognata libera dalle lotte fratricide e dalle milizie mercenarie. Fra le canzoni più celebri ricordiamo anche Chiare, fresche e dolci acque e tra i sonetti Solo e Pensoso. La raccolta è stata divisa dagli editori in due parti: rime in vita e rime in morte di Madonna Laura. In realtà il Petrarca compose il canzoniere dopo il 1348, includendovi rime già composte sia per Laura, sia per altre donne (ed attribuendo queste ultime a Laura), stendendo altre rime che finse di aver scritto quando l'amata era ancora in vita ed aggiungendone altre ancora, in modo da rappresentare Laura come l'unico puro amore, che riconduce a Dio il poeta (vedi Dante). L'amore per Laura è il centro intorno al quale ruota la vita spirituale, ricchissima ed originale, del Petrarca, per il quale tutto, spontaneamente, diviene letteratura, collegandosi agli studi dei classici. Da tale substrato di letteratura ha origine la grande poesia petrarchesca. Con il Petrarca la letteratura diventa maestra di vita e nasce la prima lezione dell'umanesimo. In Petrarca si avverte la ricerca della serenità. Lo sconforto, il dolore, la volontà di pentimento, divengono speranza ed anche il pianto per la morte della donna amata trascolora nella figurazione di Laura che scende consolatrice dal cielo. Nella poesia del Petrarca la descrizione dei sentimenti trova riscontro o contrapposizione nel paesaggio. Il Petrarca, perfezionò le forme della tradizione lirica medievale, dai provenzali prese il metro (la sestina) e ne rielaborò i modi poetici. Anche la raffigurazione della donna amata si inquadra nella tematica provenzale: Laura è una donna superiore alla quale il poeta rende omaggio, ma non ha nulla di sovrumano, ella è modello di virtù e di bellezza, ma la sua figura non è palpitante di vita, non ha una vera realtà, i suoi tratti umani, i bei occhi, le trecce bionde, il dolce riso, si ripetono immutati, però Laura costituisce il fulcro ideale intorno al quale si dispone la vita sentimentale del poeta. La seconda parte del Canzoniere si chiude con la canzone Alla Vergine, nella quale il poeta implora perdono e protezione.

-I Trionfi
-Frammenti e rime extravaganti
-Testi del Vaticano latino 3196

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Curiosità

-Il 5 aprile 2004 vennero resi noti i risultati dell'analisi dei resti conservati nella tomba del poeta ad Arquà: il teschio presente, peraltro ridotto in frammenti, una volta ricostruito, è stato riconosciuto come femminile e quindi non pertinente. Lo scheletro è stato invece riconosciuto come autentico, esso infatti riporta alcune costole fratturate e Petrarca fu ferito da una cavalla con un calcio al costato.

-Nella casa del Petrarca, visitabile ad Arquà Petrarca, è conservato un gatto mummificato. Leggenda vuole che il gatto sia proprio quello appartenuto al Petrarca, cui era affezionatissimo (sembra che l'amore per il gatto fosse più forte dell'amore per Laura); in realtà non è il suo, ma un altro gatto mummificato nel 1500 circa.

-Il 26 aprile del 1336 Petrarca, insieme al fratello e altri due compagni, scalarono il Monte Ventoso (monte della Provenza di 1.909 m s.l.m., oggi famoso per il Tour de France). Molto più tardi egli scrisse una memoria del viaggio sotto forma di lettera all'amico Francesco Dionigi. A quei tempi non era usuale scalare montagne senza uno scopo pratico. Per questo il 26 aprile 1336 è considerata la "data di nascita dell'alpinismo", ed il "Petrarca alpinista" uno dei precursori di questo sport. In realtà, questa ascensione è tutta basata sull'allegoria. La data stessa è connotata da elementi allegorici. L'ascensione al monte non è il semplice resoconto di una scalata in compagnia, bensì una lettera di forte valore simbolico e ricca di elementi allegorici che si ritrovano a partire dalla data. La lettera è datata 26 aprile, mentre l'anno è possibile ricavarlo dal fatto che Petrarca scrive che sono passati dieci anni da quando ha lasciato Bologna (cosa che avvenne nel 1326). Questa data viene fatta cadere da Petrarca nel giorno di Venerdì santo e da ciò si può dedurre che l'autore abbia voluto far cadere questa esperienza in un giorno importante per ciascun cristiano: la morte di Gesù Cristo. Così come Cristo deve affrontare una salita sotto il peso della croce, allo stesso modo Petrarca deve affrontare una salita e la croce è rappresentata dal conflitto interiore a cui è sottoposto; l'uomo, prima ancora che il poeta, è scisso dal desiderio di congiungersi fisicamente con Laura e il rispetto delle morali cristiane. A differenza del fratello Gherardo, che salirà senza difficoltà, Petrarca sarà costretto continuamente a fermarsi. Ciò non è dovuto all'esser Gherardo un alpinista esperto, ma, in un contesto allegorico, all'esser lui, in quanto frate, estraneo "alla pesantezza" dei beni materiali. Vista nella sua interezza l'ascensione rappresenta, allegoricamente parlando, la vita di Petrarca. Le asperità del terreno rappresentano le difficoltà della vita e la cima del monte la salvezza. Tant'è che il Petrarca, ammirando il magnifico panorama dalla cima del monte, aprendo una pagina a caso di una minuscola copia delle Confessioni di Sant'Agostino che portava con sé, lesse alcune parole che lo toccarono profondamente, facendogli capire la futilità delle cose umane.

"E gli uomini - dicevano quelle parole - vanno ad ammirare le vette dei monti e gli enormi flutti del mare, le vaste correnti dei fiumi e il giro dell'Oceano e le rotazioni degli astri, e non si curano di se stessi".

Ma se queste parole scossero il poeta, certamente non cambiarono la sua vita.

-Nel 1368 il Petrarca consigliò ad un giovane padovano che voleva andare a Costantinopoli a studiare il greco, di recarsi invece in Calabria, terra più vicina e altrettanto proficua ed ellenizzata.

****************

( Biografia tratta da Wikipedia, l'enciclopedia libera:
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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 12:42 pm    Oggetto:  Francesco Petrarca: Il Canzoniere
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Francesco Petrarca: Il Canzoniere

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Ritratto di Francesco Petrarca, Altichiero, 1376 circa

********************

Voi ch’ascoltate in rime sparse

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nutriva ‘l core
in sul mio primo giovanile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono:

del vario stile in ch’io piango e ragiono,
fra le vane speranze e ‘l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, non che perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesimo meco mi vergogno;

e del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto
e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente
che quando piace al mondo è breve sogno.


(Canzoniere, I)

*******************

Il Canzoniere (titolo originale Rerum vulgarium fragmenta) è la storia della vita interiore del Petrarca.

La raccolta comprende 366 componimenti: 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali [NB.- non raccoglie tutti i componimenti poetici del Petrarca, ma solo quelli che il poeta scelse con grande cura, altre rime (extravagantes) andarono perdute o furono incluse in altri manoscritti]. La maggior parte delle rime del Canzoniere è d'argomento amoroso, una trentina sono di argomento morale, religioso o politico.

Sono celebri le canzoni Italia mia e Spirto gentil nelle quali il concetto di Patria si identifica con la bellezza della terra natale, sognata libera dalle lotte fratricide e dalle milizie mercenarie. Fra le canzoni più celebri ricordiamo anche Chiare, fresche e dolci acque e tra i sonetti Solo e Pensoso.

La raccolta è stata divisa dagli editori in due parti: rime in vita e rime in morte di Madonna Laura. In realtà il Petrarca compose il canzoniere dopo il 1348, includendovi rime già composte sia per Laura, sia per altre donne (ed attribuendo queste ultime a Laura), stendendo altre rime che finse di aver scritto quando l'amata era ancora in vita ed aggiungendone altre ancora, in modo da rappresentare Laura come l'unico puro amore, che riconduce a Dio il poeta (vedi Dante).

L'amore per Laura è il centro intorno al quale ruota la vita spirituale, ricchissima ed originale, del Petrarca, per il quale tutto, spontaneamente, diviene letteratura, collegandosi agli studi dei classici. Da tale substrato di letteratura ha origine la grande poesia petrarchesca. Con il Petrarca la letteratura diventa maestra di vita e nasce la prima lezione dell'umanesimo. In Petrarca si avverte la ricerca della serenità. Lo sconforto, il dolore, la volontà di pentimento, divengono speranza ed anche il pianto per la morte della donna amata trascolora nella figurazione di Laura che scende consolatrice dal cielo.

Nella poesia del Petrarca la descrizione dei sentimenti trova riscontro o contrapposizione nel paesaggio. Il Petrarca, perfezionò le forme della tradizione lirica medievale, dai provenzali prese il metro (la sestina) e ne rielaborò i modi poetici. Anche la raffigurazione della donna amata si inquadra nella tematica provenzale: Laura è una donna superiore alla quale il poeta rende omaggio, ma non ha nulla di sovrumano, ella è modello di virtù e di bellezza, ma la sua figura non è palpitante di vita, non ha una vera realtà, i suoi tratti umani, i bei occhi, le trecce bionde, il dolce riso, si ripetono immutati, però Laura costituisce il fulcro ideale intorno al quale si dispone la vita sentimentale del poeta.

La seconda parte del Canzoniere si chiude con la canzone Alla Vergine, nella quale il poeta implora perdono e protezione.

***************

Chiare, fresche et dolci acque

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Il fiume "la Sorgue" che ispirò Petrarca nel Comune di Fontaine-de-Vaucluse in Provenza.

Chiare, fresche e dolci acque è la canzone numero 126 del Canzoniere di Francesco Petrarca. Fu scritta molto probabilmente tra il 1344 e il 1345.

Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir' mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior' che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
date udïenza insieme
a le dolenti mie parole extreme.

S'egli è pur mio destino
e 'l cielo in ciò s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
et torni l'alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
ché lo spirito lasso
non poria mai in piú riposato porto
né in piú tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et l'ossa.

Tempo verrà anchor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella et mansüeta,
et là 'v'ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disïosa et lieta,
cercandomi; et, o pietà!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l'inspiri
in guisa che sospiri
sí dolcemente che mercé m'impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.

Da' be' rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior' sovra 'l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito et perle
eran quel dí a vederle;
qual si posava in terra, et qual su l'onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: - Qui regna Amore. -

Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Cosí carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m'aveano, et sí diviso
da l'imagine vera,
ch'i' dicea sospirando:
Qui come venn'io, o quando?;
credendo d'esser in ciel, non là dov'era.
Da indi in qua mi piace
questa herba sí, ch'altrove non ò pace.

Se tu avessi ornamenti quant'ài voglia,
poresti arditamente
uscir del boscho, et gir in fra la gente.


Francesco Petrarca - Canzoniere (Rerum vulgarium fragmenta)

*********************

Solo e Pensoso

Solo e Pensoso è un sonetto, ma anche uno dei più famosi 366 componimenti in metri vari del Canzoniere di Francesco Petrarca.

Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l'arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi 5
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d'alegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avampi:

sì ch'io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre 10
sia la mia vita, ch'è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch'Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co llui.


Di questa poesia, come di tutta l’intera opera, fulcro dell’ispirazione del poeta è la sua passione per una donna, Laura, simbolo per lui della simbiosi fra bellezza mortale ed eterna; con pennellate di perfezione e varietà tecnica, e sfumature di eccelsa armonia, Petrarca dipinse quello che oggi si può definire un essenziale pilastro della poesia amorosa tutta.

L'autore, che predilige l'"io lirico" al fine di evocare sensazioni e situazioni comuni all'animo di ogni umano, ci mostra, nelle prime due quartine, il suo fuggire con un lento deambulare la gente ed i suoi sguardi, o anche il frastuono della vita quotidiana e dei suoi obblighi; anela ad affidare i suoi veementi sentimenti ad una solitudine assoluta ed ermetica.

Nella prima strofa, e in generale per quasi tutta la durata della composizione, dall'effluvio di rime incatenate, aggettivi dal simile significato ripetuti e rafforzati, accenti distanti e conseguente andazzo lento del ritmo, emerge dalla poesia la monotonia della passeggiata; la seconda strofa, però, insieme all’apprensione del Petrarca di allontanarsi da ipotetiche violazioni della sua ricerca della quiete, si vivacizza mediante la fonetica e varie antitesi rafforzanti il contrasto fra l’esteriorità e l'interiorità del poeta.

Arriviamo quindi alle ultime due strofe, che sono invece costituite da due terzine, le cui rime seguono lo schema ABC-ABC

L'autore s'inoltra fra "monti e piagge e fiumi e selve"; mediante il polisindeto viene delineato un paesaggio vago e indeterminato, simboleggiante la natura in sé, che lo straziato innamorato vede compassionevole custode del segreto della sua costernazione.

L'ultima terzina è quindi la conclusione, che palesa il messaggio amaramente dolce che Petrarca lancia ai cuori infranti, trepidanti, o sofferenti; ponendo il pensiero d'amore come un instancabile inseguitore, non v'è modo di scamparvi, per quanto sia forte l'oblio e il rinnego di tal meraviglioso e indomato sentimento.

***********************

Rime in morte di Madonna Laura

Laura fu una nobildonna, probabilmente avignonese, conosciuta, amata e celebrata da Francesco Petrarca. Viene identificata comunemente in Laura di Noves, sposa del marchese Ugo di Sade. Visse dal 1308 al 1348 e morì a causa di una epidemia di peste. Petrarca la conobbe nella chiesa di Santa Chiara durante il suo soggiorno ad Avignone il 6 Aprile del 1327, giorno di Venerdì Santo.

-Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo-

Oimè il bel viso, oimè il soave sguardo,
oimè il leggiadro portamento altero;
oimè il parlar ch'ogni aspro ingegno et fero
facevi humile, ed ogni huom vil gagliardo!

et oimè il dolce riso, onde uscío 'l dardo
di che morte, altro bene omai non spero:
alma real, dignissima d'impero,
se non fossi fra noi scesa sí tardo!

Per voi conven ch'io arda, e 'n voi respire,
ch'i' pur fui vostro; et se di voi son privo,
via men d'ogni sventura altra mi dole.

Di speranza m'empieste et di desire,
quand'io partí' dal sommo piacer vivo;
ma 'l vento ne portava le parole.


Quello che si sa di lei - immagine stilizzata dall'amore ideale - viene dalle parole dello stesso Petrarca che nel nome di Madonna Laura scrisse il suo Canzoniere (366 componimenti, 263 in vita di Madonna Laura e 103 in morte di Madonna Laura). Laura è il simbolo dell'allontanamento da Dio e rappresenta al tempo stesso l'attaccamento ai beni terreni di Petrarca impedendogli di intrapendere il difficile percorso verso il raggiungimento del suo più grande desiderio: raggiungere Dio. Non essendoci conciliazione tra terra e cielo provoca in lui un dissidio interiore che trova pace solo attraverso la poesia e la letteratura.

**************

Petrarca - La vita fugge e non s'arresta un'ora

Autore: Petrarca
Genere Opera: Canzoniere
Titolo: La vita fugge e non s'arresta un'ora
Contesto storico: 1360-1374
Contenuti: La vita è tempestosa navigazione, il porto della vecchiaia non è sereno approdo alla pace religiosa.

Una metafora: il difficile approdo al viaggio esistenziale.

La vita fugge, et non s'arresta una ora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi danno guerra, et le future ancora;

e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora,
or quinci or quindi; sì che 'n veritate,
se non ch'i' ho di me stesso pietate,
i' sarei già di questi pensier' fora.

Tornami avanti, s'alcun dolce mai
ebbe 'l cor tristo; et poi da l'altra parte
veggio al mio navigar turbati i venti;

veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
e i lumi bei, che mirar soglio, spenti.


***************

PARAFRASI DELLA POESIA:

La vita fugge e non si arresta un attimo
e la morte viene dietro velocemente,
e le cose presenti e passate
mi tormentano,e ancora quelle future;

e il ricordare e l’aspettare mi angosciano,
da una parte e dall’altra,in ogni modo,così che in verità,
se non fosse che ho pietà di me stesso,
sarei già fuori da questa vita.

Mi ritorna in mente se mai alcuna gioia
ebbe il mio cuore infelice,e poi da altra parte
vedo venti contrari al mio navigare;

vedo nel porto (della mia vita) violenta tempesta, e ormai stanca la mia ragione, spezzati alberi e cordami,
privi di luce gli occhi belli di Laura che solevo guardare.

*****************

Collegamenti esterni

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MessaggioInviato: Mer Set 12, 2007 5:01 pm    Oggetto:  Francesco Petrarca: I Trionfi.
Descrizione:
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Francesco Petrarca: I Trionfi.

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Ritratto di Petrarca di Altichiero.

I Trionfi sono un poemetto allegorico in volgare italiano di Francesco Petrarca.

Si tratta di una specie di visione composta in terza rima tra le ultime composizioni del poeta. Il testo è diviso in sei capitoli, ciascuno dedicato a un trionfo, e vuole rappresentare in chiave allegorica la vita umana, dalla lotta contro le passioni alla consapevolezza della fugacità delle cose terrene, alla finale vittoria dell'Eternità.

La struttura del poemetto è la seguente:

-Il Trionfo d'Amore: vi si narra come in un giorno di primavera il poeta si addormentò a Valchiusa e vi fece un sogno dove la personificazione dell'Amore passava su una carro trionfale, seguito da una schiera di seguaci che sono i vinti dall'amore; entrando nella schiera il poeta vi riconosce numerosi personaggi illustri, storici, letterari, mitologici, biblici oltre a poeti antichi, medievali e trovatori. Nel corteo parla con diversi personaggi e alla fine approda a Cipro, isola dove nacque Venere.

-Il Trionfo della Pudicizia: la protagonista è Laura, che sottrae al carro di Amore molte illustre donne antiche e medievali, come Didone; questo secondo corteo si scioglie a Roma, nel Tempio della Pudicizia

-Il Trionfo della Morte: qui il poeta rievoca eroi e popoli scomparsi e ricorda, in uno dei passi più belli del poema, la morte idealizzata di Laura.

-Il Trionfo della Fama: vengono descritti una folla di uomini illustri, re, poeti, oratori, filosofi, capitani, ecc. Interessante come per Petrarca il filosofo maggiore sia Platone, non Aristotele come aveva scritto Dante.

-Il Trionfo del Tempo: il poeta riflette su sé stesso e compone una nuova toccante elegia sulla fugacità delle cose e dei giorni che passano.

-Il Trionfo dell'Eternità: si parla del rifugio dell'uomo in Dio, trovando un mondo stabile ed eterno.

Dal punto di vista critico vengono apprezzati nei Trionfi la viva introspezione del poeta nei suoi sentimenti e l'alto livello del lirismo e della poesia in alcuni punti; vengono invece criticati il meccanismo rigido della narrazione, le enumerazioni lunghe di personaggi e l'impostazione senile del lavoro, che spesso spengono la vitalità dell'opera.

*****************

I Trionfi - Francesco Petrarca

-Indice-

-Triumphus Cupidinis – Il trionfo d'Amore
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV

-Triumphus Pudicitie – Il trionfo della Pudicizia - Trionfo della Morte
Capitolo I
Capitolo II

-Triumphus Fame - Trionfo della Fama
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III

-Triumphus Temporis – Il trionfo del Tempo

-Triumphus Eternitatis – Il trionfo dell'Eternità

*******************

Francesco Petrarca - I Trionfi

TRIUMPHUS CUPIDINIS - Trionfo d'Amore

◄Capitolo I►

Al tempo che rinnova i miei sospiri
per la dolce memoria di quel giorno
che fu principio a sì lunghi martiri,
già il sole al Toro l'uno e l'altro corno
scaldava, e la fanciulla di Titone
correa gelata al suo usato soggiorno.
Amor, gli sdegni, e 'l pianto, e la stagione
ricondotto m'aveano al chiuso loco
ov'ogni fascio il cor lasso ripone.
Ivi fra l'erbe, già del pianger fioco,
vinto dal sonno, vidi una gran luce,
e dentro, assai dolor con breve gioco,
vidi un vittorïoso e sommo duce
pur com'un di color che 'n Campidoglio
triunfal carro a gran gloria conduce.
I' che gioir di tal vista non soglio
per lo secol noioso in ch'i' mi trovo,
voto d'ogni valor, pien d'ogni orgoglio,
l'abito in vista sì leggiadro e novo
mirai, alzando gli occhi gravi e stanchi,
ch'altro diletto che 'mparar non provo:
quattro destrier vie più che neve bianchi;
sovr'un carro di foco un garzon crudo
con arco in man e con saette a' fianchi;
nulla temea, però non maglia o scudo,
ma sugli omeri avea sol due grand'ali
di color mille, tutto l'altro ignudo;
d'intorno innumerabili mortali,
parte presi in battaglia e parte occisi,
parte feriti di pungenti strali.
Vago d'udir novelle, oltra mi misi
tanto ch'io fui in esser di quegli uno
che per sua man di vita eran divisi.
Allor mi strinsi a rimirar s'alcuno
riconoscessi ne la folta schiera
del re sempre di lagrime digiuno.
Nessun vi riconobbi; e s'alcun v'era
di mia notizia, avea cangiata vista
per morte o per prigion crudele e fera.
Un'ombra alquanto men che l'altre trista
mi venne incontra e mi chiamò per nome,
dicendo: - Or questo per amar s'acquista! -
Ond'io meravigliando dissi: - Or come
conosci me, ch'io te non riconosca? -
Et ei: - Questo m'aven per l'aspre some
de' legami ch'io porto, e l'aer fosca
contende agli occhi tuoi; ma vero amico
ti son e teco nacqui in terra tosca. -
Le sue parole e 'l ragionare antico
scoverson quel che 'l viso mi celava;
e così n'assidemmo in loco aprico,
e cominciò: - Gran tempo è ch'io pensava
vederti qui fra noi, ché da' primi anni
tal presagio di te tua vita dava. -
- E' fu ben ver, ma gli amorosi affanni,
mi spaventar sì ch'io lasciai la 'mpresa;
ma squarciati ne porto il petto e' panni. -
Così diss'io; et ei, quando ebbe intesa
la mia risposta, sorridendo disse:
- O figliuol mio, qual per te fiamma è accesa! -
Io nol intesi allor, ma or sì fisse
sue parole mi trovo entro la testa,
che mai più saldo in marmo non si scrisse;
e per la nova età, ch'ardita e presta
fa la mente e la lingua, il dimandai:
- Dimmi per cortesia, che gente è questa? -
- Di qui a poco tempo tel saprai
per te stesso - rispose - e sarai d'elli:
tal per te nodo fassi, e tu nol sai;
e prima cangerai volto e capelli
che 'l nodo di ch'io parlo si discioglia
dal collo e da' tuo' piedi anco ribelli.
Ma per empier la tua giovenil voglia
dirò di noi, e 'n prima del maggiore,
che così vita e libertà ne spoglia.
Questi è colui che 'l mondo chiama Amore:
amaro come vedi e vedrai meglio
quando fia tuo com'è nostro signore:
giovencel mansueto, e fiero veglio:
ben sa chi 'l prova, e fi' a te cosa piana
anzi mill'anni: infin ad or ti sveglio.
Ei nacque d'ozio e di lascivia umana,
nudrito di penser dolci soavi,
fatto signor e dio da gente vana.
Qual è morto da lui, qual con più gravi
leggi mena sua vita aspra et acerba
sotto mille catene e mille chiavi.
Quel che 'n sì signorile e sì superba
vista vien primo è Cesar, che 'n Egitto
Cleopatra legò tra' fiori e l'erba;
or di lui si triunfa, et è ben dritto,
se vinse il mondo et altri ha vinto lui,
che del suo vincitor sia gloria il vitto.
L'altro è suo figlio; e pure amò costui
più giustamente: egli è Cesare Augusto,
che Livia sua, pregando, tolse altrui.
Neron è il terzo, dispietato e 'ngiusto;
vedilo andar pien d'ira e di disdegno;
femina 'l vinse, e par tanto robusto.
Vedi 'l buon Marco d'ogni laude degno,
pien di filosofia la lingua e 'l petto;
ma pur Faustina il fa qui star a segno.
Que' duo pien di paura e di sospetto,
l'un è Dionisio e l'altr'è Alessandro;
ma quel di suo temer ha degno effetto.
L'altro è colui che pianse sotto Antandro
la morte di Creusa, e 'l suo amor tolse
a que' che 'l suo figliuol tolse ad Evandro.
Udito hai ragionar d'un che non volse
consentir al furor de la matrigna
e da' suoi preghi per fuggir si sciolse,
ma quella intenzïon casta e benigna
l'occise, sì l'amore in odio torse
Fedra amante terribile e maligna,
et ella ne morio: vendetta forse
d'Ippolito, e di Teseo, e d'Adrianna,
ch'a morte, tu 'l sai bene, amando corse.
Tal biasma altrui che se stesso condanna;
ché chi prende diletto di far frode,
non si de' lamentar s'altri lo 'nganna.
Vedi 'l famoso, con sua tanta lode,
preso menar tra due sorelle morte:
l'una di lui, ed ei de l'altra gode.
Colui ch'è seco è quel possente e forte
Ercole, ch'Amor prese; e l'altro è Achille,
ch'ebbe in suo amar assai dogliose sorte.
Quello è Demofoon, e quella è Fille;
quello è Giasone, e quell'altra è Medea
ch'Amor e lui seguio per tante ville;
e quanto al padre et al fratel più rea,
tanto al suo amante è più turbata e fella,
ché del suo amor più degna esser credea.
Isifile vien poi, e duolsi anch'ella
del barbarico amor che 'l suo l'ha tolto.
Poi ven colei ch'ha 'l titol d'esser bella:
seco è 'l pastor che male il suo bel volto
mirò sì fiso, ond'uscir gran tempeste,
e funne il mondo sottosopra vòlto.
Odi poi lamentar fra l'altre meste
Enone di Parìs, e Menelao
d'Elena, et Ermïon chiamare Oreste,
e Laodamia il suo Protesilao,
et Argia Polinice, assai più fida
che l'avara moglier d'Anfïarao.
Odi 'l pianto e i sospiri, odi le strida
de le misere accese, che li spirti
rendero a lui che 'n tal modo li guida.
Non poria mai di tutti il nome dirti,
che non uomini pur, ma dèi gran parte
empion del bosco e degli ombrosi mirti.
Vedi Venere bella e con lei Marte,
cinto di ferri i piè, le braccia e 'l collo,
e Plutone e Proserpina in disparte;
vedi Iunon gelosa, e 'l biondo Apollo
che solea disprezzar l'etate e l'arco
che gli diede in Tessaglia poi tal crollo.
Che debb'io dir? In un passo men varco:
tutti son qui in prigion gli dèi di Varro;
e di lacciuoli innumerabil carco
ven catenato Giove innanzi al carro.

( Articolo letterario tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera:
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-Wikisource contiene il testo completo dei Trionfi:
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MessaggioInviato: Mer Set 12, 2007 5:07 pm    Oggetto:  Petrarchismo
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Petrarchismo

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Il petrarchismo nasce come fenomeno d'imitazione della poesia di Petrarca soprattutto nel Cinquecento.

In questo periodo, infatti, il cardinale Pietro Bembo proponeva lo stile del poeta come esempio di purezza lirica e come modello assoluto. Su questa indicazione la poesia dell'epoca prenderà esempi e imitazione dalle rime petrarchesce.

Si diffonderà non solo come stile letterario, ma anche assumendo un significato di una posizione d'intellettuale e d'artista.

PETRARCHISMO DEL BEMBO

Il Petrarchismo nasce come fenomeno di imitazione della poesia di Petrarca e dall’Italia si diffonde in tutta Europa assumendo il significato di una posizione intellettuale e artistica , che influenzera’ la cultura e la lirica amorosa del ‘500 e di gran parte dei secoli successivi. Parlando di petrarchismo è immediato il riferimento all’opera letteraria di Pietro Bembo e in particolare agli ‘Asolani’ e alla ‘Prosa della volgare lingua’, in cui egli fissa i canoni principali e i valori formali di tale lirica.

Il Bembo nato da una nobile famiglia veneziana, fu introdotto dal padre Bernardo, dotto umanista e uomo politico, nei principali ambienti culturali e politici del tempo. Conobbe già da giovane la Firenze di Lorenzo il Magnifico, la società di Ferrara dove risiedette tra il 1497 e il 1499 e successivamente tra il 1502 e il 1505 e dove tra l’altro strinse rapporti di amicizia con l’Ariosto.

Fu anche alla corte Estense e a quella di Urbino. Studiò a Padova e a Messina dove apprese il greco dal famoso ellenista Lascaris e dove definì sempre meglio la sua vocazione di scrittore e di filologo , rivolta sia al latino che al volgare. A seguito di una così accurata preparazione culturale il Bembo fu il principale iniziatore della trattatistica cinquecentesca dell’amore Platonico e del Petrarchismo. Le sue opere più famose sono gli ‘Asolani’ , un dialogo d’amore, e le Prose della volgar lingua, anch’essa sotto forma di dialogo.

In queste due opere il Bembo definisce i principali caratteri del petrarchismo: la prima è una prosa arcaizzante e involuta in cui sono inserite canzoni petrarcheggianti; il secondo, che è un dialogo, costituisce una specie di grammatica della lingua volgare secondo i canoni del ‘500 , e il suo assunto principale è che la lingua italiana debba corrispondere al fiorentino della tradizione scritta fino a Petrarca e Boccaccio.

Sulle orme del Bembo si sviluppa nel secolo XVI una lirica petrarchista "regolare" i cui valori formali, squisitamente letterari, si gustano secondo i temi della retorica classica, filtrati attraverso le arditezze della poesia provenzale di cui Petrarca e’ spesso considerato interprete caratteristico se non unico. Secondo la teoria bembesca e per gli umanisti del ‘500, Petrarca è un modello connesso al concetto di "imitatio", quale era stato nei confronti dei poeti latini.

Merito del Bembo è di aver considerato il linguaggio di Petrarca non legato al toscano, ma all’italiano nazionale oltre che al Provenzale e, piu’ addietro ancora, al Latino(risolvendo in questo modo la rivalita’ tra Italiano e Latino che nasceva spontaneamente con il concetto di "imitatio").

Nell’elaborazione del Petrarchismo il Bembo delinea il concetto d’amore platonico che si risolve nel desiderio e nella contemplazione di una bellezza tutta ideale. Il vero amore deve tendere alla perfezione; in questo senso `isogna evitare gli inutili amori mondani per cercare una felicità e una serenità immutabili, che soltanto l’amore più alto può dare, cioè quello divino.

Questo concetto influenzerà in modo significativo la lirica amorosa e perfino il modo di pensare di tutto il secolo XVI e verrà rivisitato e ripreso nei secoli a seguire. In particolare il Petrarchismo, durante l’epoca del Manierismo Europeo, diventa un simbolo per la ricerca di una bellezza eterna legata alla creazione di una forma poetica.

Il Petrarchismo è visto in questo periodo come il veicolo per eccellenza di una poesia che racchiuda in sé verità e bellezza, dottrina e genio inventivo: la lucidità, la forma e il distacco favoriscono la ricerca di universalità lell’espressione creatrice.

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(Articolo Letterario tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera)

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