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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Gabriele D’Annunzio: Vita&Opere
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 5:30 pm    Oggetto:  Gabriele D’Annunzio: Vita&Opere
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Gabriele D’Annunzio: Vita

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«Io ho quel che ho donato» (G. d'Annunzio, testamento del Vittoriale degli Italiani)

Gabriele d'Annunzio (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1 marzo 1938) è stato uno scrittore, drammaturgo e poeta italiano, simbolo del decadentismo ed eroe di guerra.

Occupò una posizione centrale nella letteratura e nella vita politica dell'Italia tra il 1914 e il 1945. Fu un personaggio pubblico eccentrico ed eclettico, come tuttora testimoniano gli interni della sua residenza al Vittoriale. Discusso, amato od odiato, oltre a quella letteraria ebbe anche una notevole carriera politica.

Indice [in questa pagina]:

1 Biografia
1.1 Gli anni di formazione
1.2 Il periodo romano
1.3 L'esilio volontario in Francia
1.4 La Prima guerra mondiale e il D'Annunzio fiumano
1.5 Curiosità
2 Opere
2.1 Romanzi
2.2 Opere teatrali
2.2.1 Tragedie
2.3 Racconti
2.4 Poesia (raccolte e canti)
2.5 Opere autobiografiche
2.6 Epistolari
3 D'Annunzio al cinema
4 Estetica e pensiero dannunziano
4.1 Le fonti dell'immaginario dannunziano: le letture e gli amori
4.2 Il rapporto tra "mondo" e codice. Guerra e retorica
4.3 I motti
4.3.1 Motti di guerra
4.3.1.1 Memento Audēre Semper (ricorda di osare sempre)
4.3.1.2 Semper Adamas (sempre adamantino, duro come il diamante)
4.3.1.3 Cominus et Eminus Ferit (da lontano e da vicino ferisce)
4.3.1.4 Eja, eja, eja, alalà
4.3.2 Motti di Fiume
4.3.2.1 Cosa fatta capo ha
4.3.2.2 Immotus nec Iners (fermo ma non inerte)
4.3.2.3 Me ne frego
5 Fortuna letteraria e critica
6 Bibliografia essenziale

*************

Biografia

-Gli anni di formazione-

Gabriele d'Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863. Visse un'infanzia felice tra numerosi fratelli e sorelle tra i quali spiccava per intelligenza e vivacità.

Non tardò a manifestare una personalità priva di complessi e inibizioni, portata al confronto competitivo con la realtà. Una testimonianza ne è la lettera che, ancor sedicenne (1879), scrisse a Giosuè Carducci, mentre frequentava il liceo al prestigioso istituto Cicognini di Prato. All'epoca Carducci era il più rinomato poeta italiano e godeva di grande fama nella neonata Italia. Nel 1879 il padre finanziò la pubblicazione della prima raccolta di poesie del giovane studente,"Primo vere". In breve tempo ne nacque quello che sarebbe poi diventato il "fenomeno dannunziano".
Accompagnato da un'entusiastica recensione critica sulla rivista romana «Fanfulla della Domenica», il successo del libro venne gonfiato dallo stesso d'Annunzio che fece diffondere la falsa notizia della propria morte per una caduta da cavallo. La notizia ebbe l'effetto, insieme alle successive smentite, di richiamare l'attenzione del pubblico romano sul romantico studente abruzzese, facendone un personaggio da leggenda. Giunse a Roma nel 1881, con una notorietà che andava crescendo. A Roma condusse una vita sontuosa, ricca di amori e avventure, senza portare a termine gli studi.

In breve tempo divenne una figura di primo piano della vita culturale e mondana romana. D'Annunzio costruì questo precoce successo collaborando a diversi periodici, sfruttando il mercato librario e orchestrando spettacolari iniziative pubblicitarie intorno alle sue opere.

-Il periodo romano-

I dieci anni trascorsi nella capitale (1881-1891) furono decisivi per la formazione dello stile comunicativo di d'Annunzio, e nel rapporto con il particolare ambiente culturale e mondano della città si formò quello che possiamo definire il nucleo centrale della sua visione del mondo. L'accoglienza nella città fu favorita dalla presenza in essa di un folto gruppo di scrittori, artisti, musicisti, giornalisti di origine abruzzese (Edoardo Scarfoglio, Francesco Paolo Michetti, Francesco Paolo Tosti ecc.) che fece parlare in seguito di una "Roma bizantina".

La cultura provinciale e vitalistica di cui il gruppo si faceva portatore appariva al pubblico romano, chiuso in un ambiente ristretto e soffocante - ancora molto lontano dall'effervescenza intellettuale che animava le altre capitali europee -, una novità "barbarica" eccitante e trasgressiva; d'Annunzio seppe condensare perfettamente, con uno stile giornalistico esuberante, raffinato e virtuosistico, gli stimoli che questa opposizione "centro-periferia" "natura-cultura" offriva alle attese di lettori desiderosi di novità.

Attratto alla frequentazione della Roma "bene" dal suo gusto per l'esibizione della bellezza e del lusso, D'Annunzio si era dovuto adattare al lavoro giornalistico soprattutto per esigenze economiche; infatti nel 1883 aveva dovuto sposare, con un "matrimonio di riparazione" nella cappella di Palazzo Altemps a Roma, Maria Hardouin duchessa di Gallese, da cui ebbe tre figli (Mario, Gabriellino e Veniero). Ma le esperienze per lui decisive furono quelle trasfigurate negli eleganti e ricercati resoconti giornalistici. In questo rito di iniziazione letteraria egli mise rapidamente "a fuoco" il proprio mondo di riferimento culturale, nel quale si immedesimò fino a trasfondervi tutte le sue energie creative ed emotive.

Si può quindi parlare, tanto nelle opere quanto nella vita di d'Annunzio, di una idealizzazione del mondo, che viene ad essere circoscritto nella dimensione del mito; la sua fantasia lottò prepotentemente per imporre sulla realtà del presente, vissuto con disprezzo, i valori "alti" ed "eterni" di un passato visto come modello assoluto di vita e di bellezza.

Il conflitto tra realtà presente e ideali è ben espresso in questa pagina de Le vergini delle rocce:

«Vivendo in Roma, io ero testimonio delle più ignominiose violazioni e dei più osceni connubii che mai abbiano disonorato un luogo sacro. Come nel chiuso di una foresta infame, i malfattori si adunavano entro la cerchia fatale della città divina dove pareva non potesse novellamente levarsi tra gli smisurati fantasmi d'imperio se non una qualche magnifica dominazione armata d'un pensiero più fulgido di tutte le memorie [...] La cupola solitaria nella sua lontananza transtiberina, abitata da un'anima senile ma ferma nella consapevolezza dei suoi scopi, era pur sempre il massimo segno, contrapposta a un'altra dimora inutilmente eccelsa dove un re di stirpe guerriera dava esempio mirabile di pazienza adempiendo l'officio umile e stucchevole assegnatogli per decreto fatto dalla plebe.» (Le vergini delle rocce)

Uno dei risultati più impressionanti della sua apparizione nel mondo letterario, consolidatasi con la pubblicazione del primo romanzo Il Piacere nel 1889, fu la creazione di un vero e proprio "pubblico dannunziano", condizionato non tanto dai contenuti quanto dalla forma divistica, un vero e proprio star system, che lo scrittore costruì attorno alla propria immagine. Egli inventò uno stile immaginoso e appariscente di vita da "grande divo", con cui nutrì il bisogno di sogni, di misteri, di "vivere un'altra vita", di oggetti e comportamenti-culto che stava connotando in Italia la nuova cultura di massa. Tra il 1891 e il 1893 d'Annunzio visse a Napoli. Qui compose il suo secondo romanzo, L'innocente, seguito dal Trionfo della morte e dalle liriche del Poema paradisiaco. Sempre di questo periodo è il suo primo approccio agli scritti di Nietzsche, che vennero parzialmente fraintesi, sebbene ebbero l'effetto di liberare la produzione letteraria di d'Annunzio da certi residui moralistici ed etici. Tra il 1893 e il 1897 d'Annunzio intraprese un'esistenza più movimentata che lo condusse dapprima nella sua terra d'origine e poi ad un lungo viaggio in Grecia.

Nel 1897 volle provare l'esperienza politica, vivendo anch'essa, come tutto il resto, in un modo soggettivo e clamoroso: eletto deputato della destra, passò quasi subito, con la famosa e tutta dannunziana affermazione "vado verso la vita", nelle file della sinistra. Sempre nel '97 conobbe la celebre attrice Eleonora Duse, con la quale ebbe inizio la "stagione" centrale della sua vita. Per vivere accanto alla sua nuova compagna, d'Annunzio si trasferì nei dintorni di Firenze, a Settignano, dove affittò la villa "La Capponcina", trasformandola in un monumento del gusto estetico decadente.

-L'esilio volontario in Francia-

Il periodo dei successi si chiuse nel 1910 con una fuga in Francia: già da tempo la follia dissipatrice del poeta aveva accumulato una serie di creditori; e l'unico modo per evitarli era diventato oramai la fuga dall'Italia. L'arredamento della villa fu messo all'asta e D'Annunzio non rientrò in Italia fino allo scoppio della guerra, nel 1915.
A Parigi D'Annunzio era già una celebrità (all'epoca era già stato tradotto in Francia da Georges Hérelle). Ciò gli permise di mantenere sostanzialmente inalterato il suo stile di vita (continuò a contrarre debiti, a dissipare danaro e a coltivare amicizie femminili), anche grazie ai prestiti che gli concessero alcuni giornali (il Corriere della Sera in specialmodo). Pur lontano dall'Italia, d'Annunzio collaborò al dibattito politico dell'Italia prebellica. Nel 1910 Enrico Corradini organizzò l'Associazione nazionalista italiana. D'Annunzio aderì a questo progetto, opponendosi all' "Italietta meschina e pacifista" e inneggiando a una nazione dominata dalla volontà di potenza.

Dopo il periodo parigino, si ritirò ad Arcachon, sulla costa Atlantica, dove si diede soprattutto all'attività letteraria in collaborazione con musicisti di successo (Mascagni, Debussy,...).

La Prima guerra mondiale e il D'Annunzio fiumano

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D'Annunzio e Mussolini.

Rifiutata la cattedra di letteratura italiana che era stata di Giovanni Pascoli, partecipò come volontario alla Prima guerra mondiale con alcune azioni dimostrative navali ed aeree e il volo su Vienna.

Nel 1915 ritornò in Italia, conducendo da subito una intensa propaganda interventista. Il discorso celebrativo che D'Annuzio pronuncia a Quarto (4 maggio 1915) suscita entusiastiche manifestazioni interventiste. D'Annunzio si arruola volontario. Nel gennaio del 1916, costretto a un atterraggio d'emergenza subì una lesione, all'altezza della tempia e dell'arcata sopracigliare, sbattendo contro la mitragliatrice del suo aereo. Non curò la ferità per un mese, perdendo un occhio. Visse così un periodo di convalescenza, in cui fu assistito dalla figlia Renata. Ma ben presto tornò in guerra. Contro i consigli dei medici, continuò a partecipare ad azioni belliche aeree e di terra.

Nel 1919 organizzò un clamoroso colpo di mano para-militare, guidando una spedizione di "legionari" all'occupazione della città di Fiume, che le potenze alleate vincitrici non avevano assegnato all'Italia. Con questo gesto d'Annunzio raggiunse l'apice del processo di edificazione del proprio mito personale - "immaginifico" e politico.

Al volgere della guerra, d'Annunzio si fa portatore di un vasto malcontento, insistendo sul tema della "vittoria mutilata" e chiedendo, in sintonia con una serie di voci della società e della politica italiana, il rinnovamento della classe dirigente in Italia. Questo vasto malcontento, trovò ben presto il suo portavoce e capo carismatico in un volto nuovo della politica italiana: Benito Mussolini. L'11 e 12 settembre 1919, la crisi di Fiume. La città, occupata dalle truppe alleate, aveva chiesto d'essere annessa all'Italia. D'Annunzio con una colonna di volontari occupa Fiume e vi instaura il comando del "Quarnaro liberato". Il 12 novembre 1920 viene stipulato il Trattato di Rapallo: Fiume diventa città libera, Zara passa all'Italia. Ma d'Annunzio non accettò l'accordo e il governo italiano fece sgomberare i legionari con la forza. Costretto a ritirarsi, d'Annunzio si "esiliò", con un gesto altrettanto carico di significati retorici, in un'esistenza solitaria nella sua villa di Gardone Riviera - il Vittoriale degli Italiani.

Qui lavorò e visse fino alla morte, avvenuta nel 1938, curando con gusto teatrale un mausoleo di ricordi e di simboli mitologici di cui la sua stessa persona costituiva il momento di attrazione centrale. Dopo la scrittura e la voce, egli dunque scelse il silenzio del mistero per delimitare i confini del "proprio mondo"; e mai un possessivo fu più adeguato per indicare una visione della vita così egocentrica e assoluta. Non avendo più strumenti comunicativi adatti alla realtà, D'Annunzio trovò in quel silenzio l'unica possibilità in grado di mantenere in vita il proprio personaggio.

Curiosità

Prima della pubblicazione della seconda edizione di Primo Vere (1879), prima raccolta di poesie sull'esempio carducciano, lo stesso poeta sparse la notizia della propria morte. Raccolse così le condoglianze ed i pensieri dei grandi critici del suo tempo, affranti dalla morte di quello che consideravano in prospettiva uno dei nuovi grandi poeti. Fu la prima, grande trovata pubblicitaria del Vate.

Giovanni Pastrone fu il regista di Cabiria (1912), primo grande kolossal del cinema delle origini. La paternità del film venne però attribuita, per anni, a Gabriele d'Annunzio. Fu lo stesso Pastrone a pagare il poeta perché questo si prendesse il merito anche della regia, oltre che della sceneggiatura e delle cosiddette "didascalie vergate" che costituivano il soggetto. L'opera cinematografica, che si ispira a Salammbô di Flaubert, si avvalse delle locandine di Leopoldo Metlicovitz, il più grande cartellonista vivente a quel tempo, e delle musiche del maestro Ildebrando Pizzetti, che diresse oltre settanta musicisti. La pellicola originale durava tre ore e vede la prima apparizione di Maciste, pura creazione superomistica dannunziana. Come dimostrato dallo scrittore e critico letterario Emanuele Podestà, si possono trovare diverse analogie tra Cabiria e Terra Vergine (1882), raccolta di racconti giovanili dannunziani.

Le Laudi dovevano essere composte da un totale di sette libri, come il numero delle Pleiadi dalle quali ciascun libro prende il suo nome. Ma d'Annunzio non completò l'opera, come non completò diversi cicli che aveva immaginato ma solo iniziato. L'unico completo è infatti il Ciclo della rosa, composto da tre romanzi: "Il Piacere", "L'Innocente", "Trionfo della Morte". Il Ciclo del giglio avrebbe dovuto comprendere altri due romanzi ed è invece rimasto fermo solo al primo, ossia "Le Vergini delle Rocce"; anche il ciclo del Melogramo è incompleto e ne è stato scritto solo "Il Fuoco".

Nel 1886, d'Annunzio pubblicò "Isaotta Guttadauro ed altre poesie". Sul Corriere di Roma, Edoardo Scarfoglio (poeta, marito di Matilde Serao) ne fece una parodia, intitolata "Risaotta al Pomodauro". Ciò suscitò le ire di D'Annunzio, che sfidò a duello Scarfoglio. D'Annunzio ne uscì con una ferita alla mano.

D'Annunzio fu un grande pubblicitario e coniatore di neologismi. Fu lui a privilegiare in Italia, tra le tante varianti che allora si usavano, la parola "automobile", in origine di genere maschile.

Anche il nome de La Rinascente, per gli omonimi attuali grandi magazzini di Milano, fu suggerito da Gabriele d'Annunzio. I magazzini, originariamente chiamati " magazzini Bocconi" furono distrutti da un incendio che ne blocco' per un certo periodo l'attività. In occasione della riapertura, l'esercizio commerciale venne ribattezzata La Rinascente.
Fu sempre d'Annunzio a battezzare Liala la scrittrice Amalia Negretti Odescalchi: "Ti chiamerò Liala perché ci sia sempre un'ala nel tuo nome".

Nel periodo in cui lavorava come giornalista a Roma, D'Annunzio si firmava sotto lo pseudonimo di Duca Minimo.

-Eia Eia Alalà, fu un grido di esultanza creato da d'Annunzio, con riferimenti alla Grecia classica. L'interiezione venne coniata nel 1917 in occasione del bombardamento di Pola, e ha sostituito l' Hip Hip Urrà nel Ventennio fascista.

-Me ne frego fu il grido di D'Annunzio alla guida dei legionari alla conquista di Fiume, diventato poi il motto delle Squadre d'azione fasciste.
L'uso dell'olio di ricino come strumento di tortura, impiegato successivamente dal fascismo, fu ideato da d'Annunzio durante l'occupazione di Fiume.

La poetessa cilena Gabriela Mistral prese questo pseudonimo in onore dei suoi due poeti preferiti, Frédéric Mistral e Gabriele d'Annunzio, appunto.
D'Annunzio fu testimonial dell'Amaro Montenegro e dell' Amaretto di Saronno .

D'Annunzio lanciò una propria linea di profumi, l'Acqua Nunzia.
E' d'Annunzio ad aver coniato il nome Saiwa per la famosa azienda di biscotti.

Veivolo e folla oceanica sono espressioni che introdusse lo stesso Vate.
Il regime non fece mai conoscere la causa della morte di d'Annunzio, dopo il ventennio si fece strada la storia che il poeta fosse stato ucciso dal suo pianista spingendolo fuori dalla finestra.

D'Annunzio al cinema

Il delitto di Giovanni Episcopo, regia di Alberto Lattuada (1947), tratto dal romanzo Giovanni Episcopo
L'innocente, regia di Visconti (1976), tratto dall'omonimo romanzo

Estetica e pensiero dannunziano

-Le fonti dell'immaginario dannunziano: le letture e gli amori-

Alcune volte la fortuna di cui un autore gode è il frutto di scelte consapevoli, di una capacità strategica di collocarsi nel centro di un sistema culturale che possa garantirgli le migliori opportunità che il suo tempo ha da offrirgli. D'Annunzio aveva cominciato a "immaginarsi" poeta leggendo Giosuè Carducci negli anni del liceo; ma la sua sensibilità per la trasgressione e il successo dal 1885 lo portò ad abbandonare un modello come quello carducciano, già provinciale e superato in confronto a quanto si scriveva e si dibatteva in Francia, culla delle più avanzate correnti di avanguardia - Decadentismo e Simbolismo. Il suo giornale gli assicurava l'arrivo di tutte le riviste letterarie parigine, e attraverso i dibattiti e le recensioni in esse contenuti, d'Annunzio poté programmare le proprie letture cogliendo i momenti culminanti dell'evoluzione letteraria del tempo.

Fu così che conobbe non solo Théophile Gautier, Guy de Maupassant, Max Nordau e soprattutto Joris-Karl Huysmans, il cui romanzo "À rebours" costituì il manifesto europeo dell'estetismo decadente. In un senso più generale, le scelte di d'Annunzio furono condizionate da un utilitarismo che lo spinse non verso ciò che poteva rappresentare un modello di valore "alto", ideale, assoluto, ma verso ciò che si prestava a un riuso immediato e spregiudicato, alla luce di quelli che erano i suoi obiettivi di successo economico e mondano.

D'Annunzio non esitava a "saccheggiare" ciò che colpiva la sua immaginazione e che conteneva quegli elementi utili a soddisfare il gusto borghese ed elitario insieme del "suo pubblico". D'altronde, a dimostrazione del carattere unitario del "mondo dannunziano", è significativo il fatto che egli usò nello stesso modo anche il pensiero filosofico.

Gli autori contemporanei più letti in Europa negli Anni 1880 e 1890 furono senza dubbio Schopenhauer e Nietzsche; da essi lo scrittore trasse non più che spunti e motivi per nutrire un universo di sentimenti e valori che appartenevano già a lui da sempre, e che facevano parte dell'atmosfera culturale che si respirava in un continente agitato da venti di crisi nazionalistiche, preannunzio della Grande guerra. La scelta di nuovi modelli narrativi e soprattutto linguistici - elemento questo fondamentale nella produzione dannunziana - comportò anche, e forse soprattutto, l'attenzione verso nuove ideologie. Ciò favorì lo spostamento del significato educativo e formativo che la cultura positivista aveva attribuito alla figura dello scienziato verso quella dell'artista, diventato il vero "uomo rappresentativo" di fine ottocento - primo novecento: "è più l'artista che fonde i termini che sembrano escludersi: sintetizzare il suo tempo, non fermarsi alla formula, ma creare la vita".

Spregiudicatezza e narcisismo, slanci sentimentali e calcolo furono alla base anche dei rapporti di d'Annunzio con le numerose donne della sua vita. Quella che sicuramente più di ogni altra rappresentò per lo scrittore un nodo intricato di affetti, pulsioni e di artificiose opportunità fu Eleonora Duse, l'attrice di fama internazionale con cui egli si legò dal 1898 al 1901.

Non c'è dubbio infatti che a questo nuovo legame debba essere fatto risalire il suo nuovo interesse verso il teatro e la produzione drammaturgica in prosa (Sogno di un mattino di primavera, La città morta, Sogno di un tramonto d'autunno, La Gioconda, La gloria) e in versi (Francesca da Rimini, La figlia di Jorio, La fiaccola sotto il moggio, La nave e Fedra). In quegli stessi anni, la terra toscana ispirò al poeta la vita del "signore del Rinascimento fra cani, cavalli e belli arredi", e una produzione letteraria che rappresenta il punto più alto raggiunto da d'Annunzio nel repertorio poetico.

Nei cinque libri delle Laudi, che costituiscono l'opera poetica più nota e famosa di d'Annunzio, viene sviluppato il concetto di Superomismo. Sembra un'eccezione l'Alcyone, in cui si riflettono i momenti più felici della sua panica immersione nel paesaggio fiorentino e versiliese e in cui apre la strada al periodo del Notturno,ma questa fusione panica non è in contrasto con le ideologie dei due precedenti libri, infatti la fusione panica puo essere raggiunta solo dal superuomo perché lui è la creatura superiore.L' alcyone è considerato dalla critica il più autentico di tutto il materiale dannunziano. Un'esistenza segnata, per altro verso, da quell'edonismo sperperatore di cui parlavamo a proposito dell'impronta ricevuta dal padre; incurante della realtà e dei sentimenti altrui, d'Annunzio oscillò tra Firenze e la Versilia curando le proprie pubblicazioni, che non erano comunque sufficienti a coprire le spese del suo esagerato tenore di vita, e intrecciando ripetuti rapporti sentimentali con diverse donne.

Il rapporto tra "mondo" e codice. Guerra e retorica

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Nei cinque anni che d'Annunzio trascorse in Francia, compose libretti d'opera ("Le martyre de Saint Sèbastien" per la musica di Claude Débussy), soggetti per film ("Cabiria" di Pastrone) e inviò al «Corriere della sera» prose d'invenzione e di ricordo (tra cui l'opera in versi per la celebrazione della guerra di Libia). In quelli che furono gli anni immediatamente precedenti il conflitto mondiale, in tutta Europa e soprattutto in Italia si diffusero nel gusto e nella mentalità collettiva quei contenuti politico-ideologici di carattere superomistico che avevano avuto origine nell'attività artistica delle avanguardie e sulle riviste letterarie. Fu un fenomeno di massa che lo stesso D'Annunzio aveva contribuito a creare; un processo che si avvalse, per la prima volta in modo sistematico, dei mezzi di comunicazione di massa, così adatti a diffondere contenuti emotivi e irrazionali per il prevalere della retorica che sottostà ai loro particolari codici comunicativi. Il "mito di Roma" e nazionalistico in generale divenne un'arma politica sfrenata per una battaglia in cui le parole avevano il preciso scopo di offendere e colpire. Una retorica che D'Annunzio riuscì sempre a mantenere nel sistema dei mass media, dando ad essa tuttavia l'apparenza di un modello espressivo elitario. Un'intuizione, questa, che anticipò lo stile della propaganda fascista. L'"uso" della parola nella produzione dannunziana seguì un'evoluzione estremamente particolare, la cui descrizione viene a coincidere perfettamente da un lato col carattere dell'"uomo" d'Annunzio, dall'altro con gli aspetti più concreti del mondo che egli contribuì a edificare. Il piacere fisico e gestuale della parola ricercata, della sonorità quasi fine a sé stessa, della materialità del suono come aspetto della sensualità, aveva già caratterizzato la poetica delle "Laudi"; ma con l'opera teatrale d'Annunzio aveva successivamente maturato uno stile retorico-linguistico il cui scopo era conquistare fisicamente il pubblico in un rapporto sempre più diretto e meno letterario. Questo cammino, che con la guerra sfociò nell'oratoria politica, testimonia di un atteggiamento carismatico e mistico che si fece quasi parossistico, in una vera e propria escalation narcisistica. L'abbandono della prosa letteraria e l'immersione nel rito collettivo della guerra fu un vero e proprio tentativo di conquistare la folla, sia per dominarla che per annullarsi in essa in quella comunione totale tra capo (Duce) e popolo che si manifestò nell'immaginario collettivo italiano, dagli anni della propaganda interventista a buona parte del ventennio fascista. Il poeta non si appagava più dell'usuale effetto d'una comunicazione elettrica stabilita tra il dicitore e l'uditorio" che caratterizza il proprio teatro; egli cercava "l'incarnazione" della parola, "l'incantesimo" che prende forza dal "contatto" con un'"umanità agglomerata e palpitante".

I motti

Tra le altre cose, D'Annunzio coniò una serie di motti incisivi (circa ottanta). Alcuni di questi divennero celebri, anche per il loro legame con gli eventi storici. Si possono grossolanamante riunire nelle seguenti categorie:

Motti di guerra

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Memento Audēre Semper (ricorda di osare sempre)

La scritta Memento Audere Semper posta sull'edificio del Vittoriale che ospita il MAS 96 usato da Gabriele d'Annunzio durante la Beffa di Buccari.Forse il motto più famoso, nasce utilizzando le medesime iniziali della sigla M.A.S. (motoscafo armato silurante) con cui d'Annunzio fu protagonista della leggendaria Beffa di Buccari nella notte fra il 10 e l'11 febbraio 1918. Evidente, in questo motto, il concetto sempre caro al Vate dell'osare a ogni costo. L'illustrazione mostra una mano affiorante dalle onde e che, chiusa a pugno, stringe un serto di alloro.

Semper Adamas (sempre adamantino, duro come il diamante)

Questo motto, illustrato come moltissimi altri da Adolfo de Carolis, fu destinato alla Prima Squadriglia Navale. L'illustrazione mostra un braccio nudo che, levato orizzontalmente e con il dito puntato, si leva fra le fiamme. In calce la dicitura il Comandante.

Cominus et Eminus Ferit (da lontano e da vicino ferisce)

Anche questo motto fu illustrato da Adolfo de Carolis e fu ideato per decorare gli aerei della Squadra della Comina, squadriglia di aviatori dediti ad azioni particolarmente rischiose. Nell'illustrazione un'aquila ad ali spiegate e nella posizione di attacco scocca fulmini da sotto le ali.

Eja, eja, eja, alalà

Grido di guerra suggerito da D'Annunzio al posto del "barbarico" hip, hip, urrà! durante una cena alla mensa del Campo della Comina, nella notte del 7 agosto 1918. Il giorno seguente gli aviatori ebbero ciascuno una bandierina di seta tricolore su cui il Vate scrisse di suo pugno il nuovo grido di battaglia, con la data e la firma. Divenne presto di uso comune e dopo la guerra fu ripreso dalla propaganda fascista. Il grido ha origini classiche. L'eja o heja è una parola greca, usata da Eschilo e anche da Platone; inoltre si diffuse nel Medio Evo e cantato dai Crociati. L'alalà (in greco alalazo), è un grido di guerra o di caccia, usato da Pindaro e da Euripide, si trova anche nel Carducci e nel Pascoli.

Motti di Fiume

Cosa fatta capo ha

Il motto, frase attribuita a Mosca dei Lamberti, fu adottato dopo che d'Annunzio prese, a capo di un gruppo di Arditi, la città di Fiume. Nell'illustrazione alcune mani stringono dei pugnali neri.

Immotus nec Iners (fermo ma non inerte)

La frase è di Orazio ed orna, come motto, lo stemma nobiliare di "Principe di Monte Nevoso"; lo stemma fu dipinto da Guido Marussig; il titolo di principe fu concesso a d'Annunzio da Mussolini il 15 marzo 1924, dopo la definitiva annessione di Fiume all'Italia. Sembra evidente come la scelta di questo motto avesse un intento dichiaratamente polemico con lo stesso Duce. Nella raffigurazione, si vede la cima di un monte coperta di neve e sovrastata dalla costellazione dell'Orsa Maggiore.

Me ne frego

«La mia gente non ha paura di nulla, nemmeno delle parole»

(Gabriele d'Annunzio)

Un motto "crudo" come lo definì lo stesso poeta tratto dal dialetto romanesco. Il motto apparve per la prima volta nei manifesti lanciati dagli aviatori del Carnaro su Trieste. Il motto era ricamato in oro al centro del gagliardetto azzurro dei legionari fiumani. In seguito venne utilizzato dalle Squadre d'azione fasciste.

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( Biografia tratta da Wikipedia, l'enciclopedia libera:
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MessaggioInviato: Mer Ott 11, 2006 5:39 pm    Oggetto:  Gabriele D’Annunzio: Opere
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Gabriele D’Annunzio: Opere

Fortuna letteraria e critica

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"Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte", recita un famoso assioma dannunziano: e non si può dire che il geniale pescarese sia venuto meno al precetto di edificare l’esistenza quasi si trattasse del proprio capolavoro.

Se da un lato la fama di D'Annunzio è rimasta costante, dall'altro la sua fortuna critica ha avuto vicende alterne. Come si è visto nella biografia, dopo il successo precoce (1879-1889) D'Annunzio divenne uno scrittore affermato.

Tra il 1890 e il 1924 la sua fama man mano aumentò. Il grosso del suo operato è da collocarsi in questo periodo. Tra il 1924 e il 1938 la sua attività subì una calo, sebbene fino alla fine della Seconda guerra mondiale D'Annunzio fu un vero e proprio titano nel panoram a della letteratura italiana. In questo periodo si affermò il mito del poeta della Nazione.

Dopo il 1945 tutto D'Annunzio venne man mano ridimensionato: D'Annunzio all'indomani della Seconda guerra mondiale veniva a rappresentare un mito nazionale legato del Ventennio e dai forti legami col fascismo. In un certo periodo, esaltarlo voleva dire fare dell'apologia del fascismo; svalutarlo totalmente equivaleva a fare dell'oscurantismo politico o del revisionismo storico. Di qui anche la scissione tra il D'Annunzio-letterato e il D'Annunzio-politico.

E se dell'uomo politico è la storia ad occuparsi, del letterato sono stati messi in ombra l'attivismo politico, il vitalismo, l'avanguardismo e il ribellismo. Ne è stata invece sottolineata la produzione di sapore intimistico e notturno, come appunto i "Notturni"; episodi di poesia sensistica e dal linguaggio analogico, come le "Laudi"; alcuni romanzi, come il "Piacere".

Negli anni '90, in Europa la critica letteraria ha rivalutato (in toto o in parte) alcuni personaggi che fino ad allora avevano avuto poca fortuna. In questo processo si può far rientrare anche D'Annunzio.

**************

-Romanzi-

-Il piacere (1889)
-Giovanni Episcopo (1891)
-L'innocente (1892)
-Il trionfo della morte (1894)
-Le vergini delle rocce (1895)
-Il fuoco (1900)
-Forse che sì forse che no (1910)
-In realtà Cabiria di Pastrone era ispirata al salgariano "Cartagine in fiamme". D'annunzio stesso vide un insulto alla sua grandezza letteraria lo scoprire che adattò per il cinema il testo di uno scrittore popolare.

-Opere teatrali-

-Sogno d'un mattino di primavera (1897)
-Sogno d'un tramonto d'autunno (1897)
-La Gloria (1899)
-Più che l'amore (1910)
-Le Chèvrefeuille (1910)
-Il ferro (1910)
-Le martyre de Saint Sébastien (1911)
-Parisina (1912)
-La Pisanelle (1913)

-Tragedie-

-La città morta (1899)
-La Gioconda (1899)
-Francesca da Rimini (1902)
-L'Etiopia in fiamme (1904)
-La fiaccola sotto il moggio (1905)
-La nave (1908)
-Fedra (1909)

-Racconti-

-Terra vergine (1882)
-Le novelle della pescara (1884-1886)

-Poesia (raccolte e canti)-

-Primo vere (1879)
-Canto novo (1882)
-Poema paradisiaco (1893)
-I cinque libri delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi, scritti fra il 1903 ed il 1912:
-Maia (Canto Amebeo della Guerra)
Elettra
Alcyone
Merope
Asterope

-Opere autobiografiche-

-La Leda senza cigno
-Notturno
-Le faville del maglio
-Le cento e cento e cento e cento pagine del Libro Segreto di Gabriele d'Annunzio tentato di morire o Libro Segreto (l'autore di questo libro è Angelo Cocles, il "nunzio orbo" alter ego del poeta dopo l'incidente aereo)

-Epistolari-

-Solus ad solam (postumo)

****************

Bibliografia essenziale

In vita, l'opera dannunziana fu gestita dall'editore Emilio Treves. L'opus completo è stato pubblicato, in 48 volumi, dalla Mondadori e curato dallo stesso d'Annunzio tra il 1927 e il 1936. Poi lo stesso progetto è stato ripubblicato dalla Mondadori in 9 volumi (1939-1976).

A chi è interessato a un approfondimento più diretto e dettagliato può tornare utile la Fondazione del Vittoriale. Inoltre molto interessante è l'edizione dei "Meridiani" Mondadori, pubblicata nel 1989, con un saggio di Ezio Raimondi. Oltre a quest'ultimo, è utile fornire i nomi dei maggiori critici, biografi e specialisti che si sono occupati di d'Annunzio: Benedetto Croce, Federico Flora, Piero Chiara, John Woodhouse, Annamaria Andreoli, Pietro Gibellini, Gianni Turchetta, Niva Lorenzini, Benigno Palmerio, Mario Praz, Pier Vincenzo Mengaldo, Piero Nardi, Enzo Palmieri.

Tuttavia, come si può facilmente intuire, la lista di testi e studiosi di e su d'Annunzio potrebbe essere molto più corposa.

******************

(Articolo Letterario tratto da Wikipedia, l'enciclopedia libera)

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Gio Set 06, 2007 5:10 pm, modificato 1 volta in totale
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 4:48 pm    Oggetto:  Il piacere (romanzo)
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Il piacere (romanzo)

Il piacere è un romanzo di Gabriele d'Annunzio, scritto nel 1888 e pubblicato nel 1889.

Così come un secolo prima Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo aveva diffuso in Italia la corrente e la sensibilità romantica, Il piacere e il suo protagonista Andrea Sperelli introducono nella cultura italiana di fine Ottocento la tendenza decadente e l'Estetismo.

Come affermò Benedetto Croce, con d'Annunzio "risuonò nella letteratura italiana una nota, fino ad allora estranea, sensualistica, ferina, decadente", in contrapposizione al naturalismo ed al positivismo che in quegli anni sembravano aver ormai conquistato la letteratura italiana, con la pubblicazione del Mastro-don Gesualdo di Giovanni Verga. Per uscire dai canoni del naturalismo, d'Annunzio inaugura un tipo di prosa psicologica, che avrà in seguito un grande successo e gli permetterà di indagare gli errori e le contrarietà della vita dell'"ultimo discendente d'una razza intellettuale".

Indice [in questa pagina]:

1 Il contesto storico
2 Elementi biografici
3 I modelli letterari di riferimento
4 Altri modelli culturali
5 Il ruolo dell’arte
6 Il protagonista: Andrea Sperelli
7 La figura della donna: Elena Muti & Maria Ferres
8 L'intreccio
8.1 Libro primo
8.2 Libro secondo
8.3 Libro terzo
8.4 Libro quarto
9 La struttura del romanzo
10 Cinema

***************

Il contesto storico

Nel 1876 cade la Destra storica che aveva governato l'Italia dalla formazione del Regno nel 1861. Il re chiama al governo Agostino Depretis, un ex-mazziniano che forma un ministero con uomini della Sinistra parlamentare, tenendo il potere fino al 1887. A Depretis succede Francesco Crispi, che governa, a fasi alterne, fino al '96. Politica economica della Sinistra: protezionismo delle industrie e delle grandi aziende agrarie nazionali, fino alla guerra doganale con la Francia. Politica estera: 1882: Triplice Alleanza, a carattere difensivo, con Austria e Germania. Inaugurazione di una politica coloniale, con l'occupazione dell'Eritrea sfociata nella sconfitta di Dogali del 1887. Governo Crispi: nuovo codice penale - codice Zanardelli - che abolisce la pena di morte;azione repressiva nei confronti delle associazioni cattoliche e del movimento operaio; ulteriore spinta al protezionismo; rigida applicazione del trattato di alleanza con Austria e Germania; ripresa della politica coloniale: 1889 trattato di Uccialli e costituzione della colonia Eritrea. I fatti qui citati si collocano nel pieno della "grande depressione" economica che colpì l'Europa alla fine del secolo scorso. Il periodo fu caratterizzato da alcuni mutamenti nella struttura socio-economica delle grandi nazioni occidentali: concentrazioni industriali e finanziarie (trust, monopoli) sostenute dallo Stato (protezionismo); conseguente crisi del liberalismo e nascita di nuove tendenze autoritarie. Queste tendenze si scontrano con le conquiste sociali precedentemente ottenute dalle classi lavoratrici e con la conseguente formazione di grandi partiti di massa (socialisti e socialdemocratici), che diventano la struttura portante della società industriale. In questa situazione, artisti e intellettuali scelgono spesso una collocazione divergente o di autoemarginazione dalle masse, dalla vita "ordinaria" promossa dal nuovo modello produttivo capitalistico, e dalla mercificazione dell'opera d'arte, assumendo atteggiamenti accentrici ed elitari, o provocatori e demistificanti.

Elementi biografici

D'Annunzio compose Il piacere tra il luglio del 1888 e il gennaio del 1889, a Francavilla al Mare, dove era ospite del pittore Francesco Paolo Michetti. Il poeta era in quegli anni collaboratore fisso del giornale la «Tribuna» di Roma, da cui dipendeva sul piano economico dalla fine del 1884, dopo la fuga d'amore e il matrimonio riparatore con la contessina Maria Gallese.

Uno dei risultati più impressionanti della sua apparizione nel mondo letterario, che Il piacere aveva reso travolgente, fu la creazione di un vero e proprio "pubblico dannunziano"condizionato non tanto dai contenuti quanto dalla forma divistica, un vero e proprio "star system", che lo scrittore costruì attorno alla propria immagine. Egli inventò uno stile immaginoso e appariscente di vita da "grande divo", con cui nutrì il bisogno di sogni, di misteri, di "vivere un'altra vita", di oggetti e comportamenti-culto che stava connotando in Italia la nuova cultura di massa.

I modelli letterari di riferimento

Parigi fu, negli anni della Terza repubblica fino allo scoppio della prima guerra mondiale, la capitale culturale d'Europa, la città in cui vennero elaborati i modelli, gli atteggiamenti, i programmi dei principali movimenti culturali, il luogo di attrazione di tutti gli artisti e scrittori europei. Quello che segue è un elenco indicativo dei principali poeti e letterati che soggiornarono a Parigi tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento: Arthur Symon, W.B. Yeats, George Moore dal Regno Unito; Stefan George, Hofmannsthal, Rilke e Gerhart Hauptmann dai paesi di lingua tedesca; Gualdo, D'Annunzio e Marinetti dall'Italia; i fratelli Machado dalla Spagna; Maeterlink e Verhaeren dal Belgio; Moreas dalla Grecia. Essi ingrossarono le file già nutrite degli scrittori francesi, che in quegli anni contavano i nomi di Emile Zola, Guy de Maupassant, Huysmans, i fratelli Goncourt, Gustave Flaubert. D'Annunzio utilizzò il suo impiego giornalistico alla "Tribuna" di Roma per esplorare e assimilare i modelli della nuova letteratura elaborati in quella formidabile fucina di pensiero. La sede parigina del giornale gli procurava le riviste della capitale francese, attraverso cui lo scrittore attrezzò la struttura percettiva, ideologica e costruttiva del romanzo a cui stava lavorando. Alle sue letture precedenti, che comprendevano Charles Baudelaire, Gautier, l'estetica preraffaellita elaborata dai critici del giornale "Cronaca bizantina", e Goethe, si aggiunsero dunque quelle provenenti dalla nuova fonte di ispirazione francese. Quando fu a Parigi scrisse numerose opere in francese e "Canzoni della festa d'oltremare" per festeggiare la conquista della Libia.

Altri modelli culturali

D'Annunzio giunse a Roma nel 1881. I dieci anni trascorsi nella capitale furono decisivi per la formazione del suo stile comunicativo, e nel rapporto con il particolare ambiente culturale e mondano della città si formò quello che possiamo definire il nucleo centrale della sua visione del mondo. L'accoglienza nella città fu favorita dalla presenza in essa di un folto gruppo di scrittori, artisti, giornalisti di origine abruzzese, che fece parlare in seguito di una "Roma bizantina". Questo gruppo, di cui facevano parte il giornalista e scrittore Edoardo Scarfoglio, il pittore Francesco Paolo Michetti e il musicista Francesco Paolo Tosti, amava rappresentarsi – nelle opere e nella critica – con l'atteggiamento rude dei provinciali provenienti da una terra selvaggia ma ricca di una profonda coscienza storica, per conquistare, con il fascino dell'esotico, gli ambienti più raffinati della capitale. La cultura provinciale e vitalistica di cui il gruppo si faceva portatore appariva al pubblico romano, chiuso in un ambiente ristretto e soffocante – ancora molto lontano dall'effervescenza intellettuale che animava le altre capitali europee -, una novità "barbarica" eccitante e trasgressiva; D'Annunzio seppe condensare perfettamente, con uno stile giornalistico esuberante, raffinato e virtuosistico, gli stimoli che questa opposizione "centro-periferia" "natura-cultura" offriva alle attese dei lettori desiderosi di novità. Dal 1884 al 1888 egli scrisse come critico d'arte e di cronaca mondana per il quotidiano la "Tribuna", firmando con vari pseudonimi; si occupò soprattutto di mostre d‘arte, di ricevimenti d'ambiente aristocratico e di aste d'antiquariato. Attraverso questa intensissima attività D'Annunzio si costruì un personale e inesauribile archivio di stili e registri di scrittura, da cui attinse poi per le sue opere di narrativa. In questo rito di iniziazione letteraria egli mise rapidamente "a fuoco" il proprio mondo di riferimento culturale, nel quale si immedesimò fino a trasfondervi tutte le sue energie creative ed emotive, condannandosi così per molti anni ad accumulare debiti e a fuggire dai creditori. Si può quindi parlare, tanto nelle opere quanto nella vita di D'Annunzio, di una idealizzazione del mondo, che viene ad essere circoscritto nella dimensione del mito; la sua fantasia lottò prepotentemente per imporre sulla realtà del presente, vissuto con disprezzo, i valori "alti" ed "eterni" di un passato visto come modello di vita e di bellezza.

Il ruolo dell’arte

Valore assoluto de Il Piacere è l’arte, che è un programma estetico ed un modello di vita, a cui Andrea Sperelli subordina tutto il resto, giungendo alla corruzione fisica e morale (è il tipico dandy, formatosi nell’alta cultura e votato all’edonismo). È, insomma, la realizzazione di un’elevazione sociale e di quel processo psicologico che affina i sensi e le sensazioni: “bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte […]. La superiorità vera è tutta qui. […]. La volontà aveva ceduto la scettro agli istinti; il senso estetico aveva sostituito il senso morale. Codesto senso estetico […] gli manteneva nello spirito un certo equilibrio. […] Gli uomini che vivono nella Bellezza, […] che conservano sempre, anche nelle peggiori depravazioni, una specie di ordine. La concezion della Bellezza è l’asse del loro essere interiore, intorno a cui tutte le loro passioni ruotano”. Dopo la convalescenza, successiva alla ferita procuratasi a causa del duello con Giannetto Rutolo, Andrea scopre che l’unico amore possibile è quello dell’arte, “l’amante fedele, sempre giovine mortale; eccola fonte della gioia pura, vietata alle moltitudini, concessa agli eletti; ecco il prezioso alimento che fa l’uomo simile a Dio”. Questo attrazione per l’arte viene rappresentata dall’inclinazione di Andrea verso la poesia, che “può rendere i minimi moti del sentimento […] può definire l’indefinibile e dire l’ineffabile; può abbracciare l’illimitato e penetrare l’abisso; […] può inebriare come un vino, rapire come un estasi; […] può raggiungere infine l’Assoluto”. Il culto “profondo e appassionato dell’arte” diventa per Andrea l’unica ragione della sua vita, tirato in gioco anche nei rapporti con Elena Muti e Donna Maria Ferres , perché egli è convinto che la sensibilità artistica illumini i sensi e colga nelle apparenze le linee invisibili, percepisca l’impercettibile, indovini i pensieri nascosti della natura. Senza dubbio, “i miraggi erotici, tutte le insane orge dei sensi si fondano su una profonda corruzione del sentimento. […] L’arte si dissolve nella minuziosità di un estetismo individualmente raffinato, si limita alla forma e non penetra la sostanza” (appunto di lettura del Michelstaedter sul “Piacere”). Tuttavia, messo da parte l’atteggiamento patologicamente affinato, l’autosuggestione decadente e la tendenza alla spettacolarizzazione di D’Annunzio, l’accostamento tra arte e bellezza, arte e vita è una risposta, energica ed eloquente, verso la massificazione dell’arte e la mercificazione del letterato e della letteratura. Il Piacere è l’agonia dell’ideale aristocratico di bellezza. Racconta la vacuità e la decadenza della società aristocratica, infettata dall’edonismo, vicina al proprio annichilimento morale, poiché il valore del profitto ha sostituito quella della bellezza. Emblematica è la fine del romanzo: Andrea, vinto, disfatte le proprie avventure amorose, vaga per le antiche stanze del palazzo del ministro del Guatemala, disabitato, in rovina, il cui arredamento è stato venduto all’asta.

Il protagonista: Andrea Sperelli

“Egli era per così dire tutto impregnato d’arte, […] poté compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura paterna, […]. Dal padre appunto ebbe il culto delle cose d’arte, il culto spassionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizi, l’avidità del piacere. […] fin dal principio egli fu prodigo di sé; poiché la grande forza sensitiva, ond’egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l’espansione di quella forza era in la distruzione di un’altra forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a reprimere. [...] Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: bisogna fare la propria vita come un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui”. Il protagonista del romanzo è un’esteta - come il Barone Des Esseintes di Joris Karl Huysmans o il Dorian Gray di Oscar Wilde - che, seguendo la tradizione di famiglia, ricerca il bello e disprezza il mondo borghese, conduce una vita eccezionale, vive la sua vita come un’opera d’arte e rifiuta le regole basilari del vivere morale e sociale. La sua sensibilità straordinaria implica, però, una certa corruzione, evidente nella sadica sovrapposizione delle due donne, corruzione che fa parte di quella necessità ideologica e psicologica del dandy, cagionata anche dalla Roma corrotta e lussuriosa. Anche se Andrea Sperelli la vive non senza un’intima sofferenza, dovuta dalla degradazione di quella forza morale, della sua personalità, perché le massime paterne presumono uno spirito forte, che domini le proprie debolezze. Questo suo atteggiamento ha, dunque, una ragione più profonda. Infatti, ha vissuto la separazione dei genitori, la madre ha anteposto l'amante al figlio e il padre lo ha spinto verso l'arte, l'estetica e gli amori e le avventure facili. È forse per questa infanzia che Andrea passa da una storia all'altra, senza nessun rimpianto o amarezza, che studia cinicamente e accuratamente ciò che dovrà dire ad una donna per sedurla ed ottenere da lei quello che lui vuole. Insomma, Andrea diventa una figura intermedia tra il superuomo e l’inetto, che ha perso il dominio di sé, la propria genuinità, la facoltà di agire senza ambivalenze e di godere a pieno i piaceri agognati. Perciò la sua eccezionalità ha anche un secondo risvolto negativo: è sempre e comunque destinato al fallimento, soprattutto in amore, prima con Elena Muti, poi con Maria Ferres. Questo personaggio, che è tipico della letteratura decadente e crepuscolare, segue l’ideologia dannunziana, non solo per quello che concerne l’estetismo, ma soprattutto perché denuncia la crisi dei valori ed egli ideali aristocratici a causa della violenza del mondo borghese. È importante che non si cada nel luogo comune che vuole Andrea Sperelli come l’alter ego di Gabriele D’Annunzio: l’autore si identifica, il narratore se ne distacca e lo critica pesantemente. Nel primo caso Andrea è ciò che D’Annunzio è e che vorrebbe essere, poiché impersona le sue esperienze effettive e quelle aspirate, è nobile e ricco, intellettuale e seduttore a tratti timido come Cherubino o cinico come Don Giovanni, accede facilmente ai ritrovi mondani e ai salotti della nobiltà. Nel secondo, la critica è indirizzata soprattutto all' “anima camaleontica, mutabile, fluida, virtuale”, alla sua falsità, alla sua doppiezza, alla menzogna e all’inganno che usa nei confronti delle donne da lui amate e possedute: il personaggio si scinde, infatti, in ciò che è internamente e in ciò che deve essere in realtà, in ciò che è e in ciò che vorrebbe essere.

La figura della donna: Elena Muti & Maria Ferres

L’immaginario della donna ne Il Piacere si lega a quello del Decadentismo: oscilla tra la sensualità sottile, metamorfica e finemente viziosa e l’immagine, prettamente stilnovista e preraffaelita, della donna delicata ed eterea, anche se entrambe estremizzante e molte volte mescolate. Tale immaginario si sdoppia tra la seduzione sessuale e passionale di Elena Muti, esponente di una cultura mediocre, dell’eros, dell’istinto carnale, espressione di piacere e lascivia, che ricorre spesso ai versi di Goethe (poeta sensuale) e la sanità spirituale e quasi mistica di Maria Ferres, colta, intelligente e sensibile all’arte e alla musica, legata alla famiglia ed in particolare alla figlia Delfina, molto religiosa, che nel corso del romanzo assume una natura quasi misteriosa, passionale, inafferrabile, ricorrendo ai versi di un poeta malinconico, quale Shelley. La contrapposizione tra le due si fa emblematica anche nel nome: la prima ricorda colei che fece scoppiare la guerra di Troia, la seconda la madre di Cristo. La donna, però, non deve essere concepita come un personaggio autonomo, ma piuttosto come lo specchio del conflitto interno dell’uomo, tormentato dalla volontà di autoaffermarsi e di dominare l’altro e dal fascino dei fantasmi di distruzione della propria potenza, rappresentati dalla donna. Questo appare palese nella deforme mistione cerebrale che Andrea fa tra le due donne: è un processo di identificazione, che conduce dapprima ad una sovrapposizione sentimentale e poi allo scambio dell’una con l’altra.

L'intreccio

-Libro primo-

(cap. I) Andrea Sperelli, giovane aristocratico, alla fine di dicembre del 1886 aspetta con ansia la sua ex amante, Elena, nella sua casa romana a Palazzo Zuccari. Ricorda nel frattempo la scena dell'abbandono, in una carrozza sulla via Nomentana, quando Elena lo ha lasciato, quasi due anni prima, nel marzo del 1885. Quando Elena entra, nell'incontro fra i due si alternano ricordo, ardore e di nuovo allontanamento e dolore. (cap. II) Si ripercorre la storia della casata aristocratica degli Sperelli, gli insegnamenti del padre, l'arrivo del giovane a Roma. La rievocazione prosegue con il primo incontro tra Andrea ed Elena, a una cena a casa della marchesa di Ateleta, cugina del protagonista. Subito egli inizia un serrato corteggiamento. (cap. III) Il giorno dopo, i due si riincontrano a un'asta di oggetti antichi in via Sistina. (cap. IV) Andrea viene a sapere che Elena è malata e chiede di essere ricevuto da lei; l'incontro con l'amata, che giace a letto, è erotico-mistico. Comincia quindi la narrazione dell'idillio che nei mesi successivi unisce Andrea e Elena, sullo sfondo della Roma rinascimentale, e dei loro amplessi tra gli oggetti d'arte di Palazzo Zuccari, dove il corpo di Elena nutre l'immaginazione estetica di Sperelli. Una sera, tornando a cavallo dall'Aventino, Elena gli annuncia che sta per partire, lasciandolo. (cap. V) Dopo l'abbandono Sperelli si immerge in un gioco di continue seduzioni, conquistando una dopo l'altra sette nobildonne; si incapriccia infine di Ippolita Albònico. In una giornata di corse di cavalli, Andrea la corteggia ostentatamente suscitando la gelosia dell'amante di lei, Giannetto Rutolo, da cui viene provocato a duello. Nonostante la sua maggiore abilità nella scherma, Andrea subisce una grave ferita.

-Libro secondo-

Ospitato dalla cugina nella villa di Schifanoja, sul mare, Sperelli esce da una lunga agonia e inizia la convalescenza, in un'unione mistica con la natura e l'arte. Il 15 settembre del 1886 arriva, ospite a Schifanoja, Maria Ferres con il marito (che riparte subito) e la figlia Delfina. (cap. III) Dieci giorni dopo, il 25 settembre, Andrea è sedotto dalla donna «spirituale ed eletta»; la loro amicizia aumenta ogni giorno, finché il poeta non dichiara il suo amore a Maria, che non risponde, facendosi schermo della presenza della figlia. (cap. IV) Maria Ferres tiene un diario di quei giorni, dove sono annotati i suoi sentimenti, le sue riflessioni, i turbamenti d'amore per Andrea, da cui non vuol lasciarsi vincere. Dal 26 settembre in poi, attraverso il diario, si ha notizia del corteggiamento sempre più serrato, che ottiene infine una risposta, durante una cavalcata nella pineta di Vicomile, il 4 ottobre. Tornato il marito, avviene la separazione tra i due innamorati.

-Libro terzo-

(cap. I) Sperelli, tornato a Roma si rituffa nella vita precedente la convalescenza, tra donnine del demi-monde e amici indifferenti e superficiali. (cap. II) lrrequieto e pieno di amarezza, Andrea rincontra Elena. Ora l'attrazione per Elena, nella sua nuova veste provocatrice e schiva, e per Maria, nella sua ingenua purezza e fragilità, si intreccia nel suo spirito e nella sua esistenza, facendolo passare ininterrottamente dall'una all'altra. Tenta così di incontrare Elena nella casa di cui ha ripreso possesso, a palazzo Barberini, ma la presenza del marito lo fa fuggire. (Cap. III) Poco dopo, a casa di lei, Andrea assedia Maria, e la sera dopo i due si rincontrano a un concerto alla sala dei Filarmonici, dove arriva anche Elena; partita Maria, Elena invita Andrea ad accompagnarla in carrozza; nel tragitto, incontrano una folla di manifestanti per i fatti di Dogali; prima di lasciare l'ex-amante, Elena lo bacia intensamente. Sperelli dunque riflette su sé stesso e si giudica «camaleontico, chimerico, incoerente, inconsistente». Ma ormai è deciso a dare caccia senza tregua a Maria, che lo ama. (cap. IV) Maria cede sempre più all'amore; a villa Medici, in una delle passeggiate con cui il giovane offre alla donna l'esperienza di un virgiliato tra le bellezze della città Andrea e Maria si baciano.

-Libro quarto-

(Capp. I & II) Respinto con durezza da Elena, Sperelli viene a sapere dagli amici della rovina del marito di Maria, sorpreso a barare al gioco. Maria si mostra più forte di lui di fronte al dolore di dover partire e separarsi, rimanendogli totalmente fedele. Andrea, al contrario, riesce a nascondere con sempre maggior difficoltà il suo "doppio gioco". Dopo aver visto Elena uscire di casa per andare dal nuovo amante, Andrea torna nel rifugio di palazzo Zuccari, dove, durante l'ultima notte d'amore con Maria, pronuncia inconsciamente il nome di Elena. Maria, con orrore, lo lascia. (Cap. III) Il 20 giugno all'asta dei mobili appartenuti ai Ferres, Sperelli vive con ribrezzo e nausea il senso del «dissolvimento del suo cuore». Fugge alla vista di Elena e degli amici, e verso sera rientra nelle stanze dove Maria aveva vissuto, ora vuote e percorse dai facchini; la vicenda si conclude, per Andrea, amaramente, dietro il trasporto dell'armadio che ha comprato all'asta «di gradino in gradino, fin dentro la casa».

***************

La struttura del romanzo

Il lessico utilizzato è conforme al comportamento ed all’educazione da esteta di Andrea Sparelli: pregiato, quasi artefatto, aulico e molto elaborato, in particolar modo nella descrizione degli ambienti e nell’analisi degli stati d’animo; si prendano ad esempio l’uso di parole tronche, o le forme arcaiche e letterarie, come nel caso di articoli e preposizioni articolate. Anche se l’eloquenza e la ricercatezza tendono ad appiattire il registro verbale, come succede per l’uso di metafore e comparazione che talvolta complicano ed intensificano momenti carichi di tensione. È naturale che la sintassi sia prettamente paratattica, in grado di rafforzare la tendenza all’elencazione, alla comparazione, all’anafora e che la prosa sia ricca, allusiva e musicale, tanto da assumere una funzione espressiva, non più comunicativa. Non dimentichiamo che D’Annunzio affida la narrazione delle vicende ad un narratore onnisciente in terza persona; che usa fare riferimenti ad opere letterarie ed artistiche per conferire un tono più elevato al romanzo, senza prescindere da vocaboli in inglese, francese e latino. In ultimo, per smorzare una narrazione generalmente statica, segnata da un’eccessiva narrazione che prevale sui dialoghi, e nel tentativo di coinvolgere l’autore, D’Annunzio fa uso del flashback.

Cinema

Il piacere (1918), trasposizione cinematografica diretta da Amleto Palermi

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(Recensione tratta da Wikipedia, l'enciclopedia libera.)

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I motti del vate

L'impresa di Fiume, i motti Dannunziani, le apparizioni pubbliche e il modo squillante, acuto e cristallino di arringare le folle rappresentano inconsapevolmente le prove generali degli strumenti propagandistici utilizzati per più di vent'anni dal regime.

-Ognora desto-

Motto che serviva a Poeta da sprone al suo lavoro letterario.Lo usò per i suoi ex libris accompagnato dall'immagine di un gallo che canta ritto su una pila di libri.

-Io ho quello che ho donato-

Inciso sul frontone all'ingresso del Vittoriale, e'questo il più celebre dei motti dannunziani.Alla affermazione apparentemente paradossale,usata dal poeta fino agli ultimi anni della sua vita,e legata l'idea della generosità e della munificenza a cui il Poeta si ispirò sopratutto negli ultimi anni trascorsi al Vittoriale. Racchiuso in un tondo recante la figura di una cornucopia,simbolo dell'abbondanza,o impresso al centro di due cornucopie,il motto si trova impresso sui sigilli,sulla carta da lettere e su tutte le opere di Gabriele d'Annunzio pubblicate dall'Istituto Nazionale e dall'Oleandro. Il Poeta affermò di aver trovato la frase incisa su una pietra di focolare appartenente a un camino del Quattrocento.In realtà è la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio,contemporaneo di Augusto,citato da Seneca nel VI libro del De beneficiis:"Hoc habeo quadcumque dedi".La frase e' riportata in un trattato seicentesco dell'Abate Giovanni Ferro come motto di un cavaliere spagnolo del Cinquecento.

-Piegandomi lego-

Motto impresso sulla carta da lettere e sugli ex libris con l'immagine di un salice pingente che si piega legandosi ad un altro albero.Non è escluso che si "piega" alla volontà di Mussolini che lo vuole lontano dalla vita politica della nazione.

-Suis viibus pollens possente di sua propria forza-

Una delle frasi predilette dal d'Annunzio che la fece incidere sui sigilli dorati con cui chiudeva le buste e sugli oggetti che usava donare agli amici:gemelli e portasigarette d'argento.E' inscritta in un tondo recantee l'immagine di un elefantee con la proboscite in alto.

-Vivere ardendo e non bruciarsi mai-

Parafrasi di un verso di Gaspara Stampa:" Vivere ardendo e non sentire il male".Il motto fu adottato da d'Annunzio anche in guerra durante l'impresa di Fiume.

-Resto dentro di me-

La frase latina è legata alla immagine della tartaruga che resta nel suo guscio.D'Annnunzio la fece incidere su una placca che inviò a Mussolini ne '35.Il Poeta era solito regalare agli amici piccole tartarughe d'argento che usava come "talismani".

-Cosa fatta capo ha-

Celebre frase dantesca usata da d'Annunzio per sancire la sua impresa divenuta dopo pochi giorni gia' leggendaria.Per i Poeta la parola "capo" ha il doppio significato di "principio" e di "comandante". D'Annunzio fece disegnare per il motto,da Adolfo De Carolis,la figura di un nodo tagliato da un pugnale:rappresenta il nodo scorsoio che il presidente Wilson aveva messo intorno alla gola dell'Italia,stabilendo le umilianti condizioni di pace. Il motto fu gridato dal Comandante il 12 settembre 1920 nell'annunciare che avrebbe inviato al Senato americano la nuova delibera del Consiglio di Fiume contro il Patto di Londra.

-Indeficienter-

Si trova sullo stemma che Leopoldo I concesse aal città di Fiume nel 1659,sotto un'urna che versaacqua perenne,sovrastata da un'aquila ad ali spiegate.Secondo la leggenda l'acqua di Fiume serviva a guarire tutti i mali."L'Urna inesausta" del vecchio stemma fu ripresa da d'Annunzio come simbolo della città occupata dai legionari e impressa sui francobolli della "Reggenza del Carnaro".

-Hic manebimus optime Non ducor, duco-

Non sono guidato,guido Motto dei ligionari fiumani.E' scritto in un cartiglio posto alla base di una ghirlanda di rami di quercia.Al centro campeggia un braccio si un guerriero che impugna la lancia.

-Me ne frego-

Il motto è ricamato in oro al centro del gagliardetto azzurro dei legionari fiumani.Un motto "crudo", come lo definì il Poeta,tratto dal dialetto romanesco, ma a Fiume -disse il Comandante - "la mia gente non ha paura di nulla nemmeno delle parole".Il motto appare per la prima volta nei manifesti lanciati dagli aviatori della Squadra del Carnaro su Trieste.

-A ferro freddo-

Grido di battaglia ,lanciato da d'Annunzio contro Francesco Misiano,deputato al Parlamento,che avversava la causa di Fiume e che tentò di entrare nella "Città di Vita" per sobillare la popolazione contro il Comandante.D'Annunzio incitò i suoi legionari a dare la caccia al "traditore" e a infliggergli il castigo immediato, "a ferro freddo".

-A noi !-

Risposta alla enfatiche domande poste ai legionari durante la Festa di San Sebastiano,il 20 genneio 1920: "A chi la forza?" "A noi." "A chi la fedeltà?" "A noi." "A chi la vittoria?" "A noi." Ma alla fine di quello stesso anno la domanda ai fedeli legionari cambiava: dopo il "Natale di sangue" era svanito ogni entusiasmo , non c'erano che morti e feriti in una città "assassinata" sulla quale il Comandantee non può che gettare un alalà funebre.E conclude: "A chi l'ignoto?" "A noi."

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 5:01 pm    Oggetto:  Lettere d'amore
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Lettere d'amore

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Per Gabriele D’Annunzio la stesura di una lettera d’amore indirizzata ad un unica persona rappresenta un artifizio letterario non di meno di quello utilizzato nelle sue opere più alte e di somma beltà.

La sensualità, la continua ricerca di donare musicalità al verso, la seduzione delle parole, l’enfatica descrizione degli stati d’animo così languidi e ricercati, così intimi ma eleganti mostrano la profonda dedizione del poeta ad un amore intenso, lancinante e forte nei confronti delle donne amate.

Per D’Annunzio l’amore non era sentimento da antologia, era passione smodata, consacrazione all’arte, devozione completa all’amata, adorazione che talvolta giungeva all’eccesso e portava la donna a sentirsi innalzata alla gloria, unica, la prescelta.

Dalle lettere d’amore sembra che il poeta nutra per l’amata un sentimento così ossessivo e assillante da portarlo all’annullamento di se in funzione della passione, ma in realtà era proprio questo a sorreggere la sua ispirazione e quindi alimentare la sua creatività; bisogna anche puntualizzare che ogni relazione volgeva al termine quando l’amata veniva a conoscenza del tradimento con la successiva prescelta e che ad ognuna di loro D’Annunzio aveva dato l’illusione di una vita più alta, più viva e più intensa.

E’ impossibile affermare con certezza se D’Annunzio giocava con la sua virtù per sedurre e abbandonare le belle prede che affollavano i suoi sogni o se effettivamente le passioni così intense descritte nelle sue lettere derivano veramente e interamente dal suo animo corrotto dalla passione. Sicuramente non era per beffa o per puro sollazzo poiché anche il più disattento lettore nota che D’Annunzio aveva un animo ricco di sentimenti e ricercate emozioni.

D’Annunzio amava la novità, ogni cosa imminente rappresentava per lui uno stimolo che poi si affievoliva, mutava o veniva assorbito da un nuovo bisogno.

Le lettere d’amore perciò rappresentano una forma d’arte, scritta non per celia ma per manifestare all’amata una devozione piena, nuova, impetuosa. Talvolta questi sentimenti vengono conditi con del lirismo tipico del Vate con esagerazioni, affermazioni spropositate e allusioni carnali per magnificare il sentimento e far sentire viva in lui l’amata.

D’Annunzio riesce ad andare oltre ad ogni retorica romantica rendendo l’amore un sentimento arcano fatto di passione, entusiasmo, esultanza fisica e spirituale, desiderio viscerale ed intenso di possesso, ebbro di fiumane di desideri e orde di voluttà. D’Annunzio nell’arte d’amare ricorre al verso, alla fantasia, alla spiritualizzazione del sentimento “ ambedue non avevano alcun ritegno alle mutue prodigalità della carne ” elevando l’amata in uno stato di felicità intensa, viva, piena. Molte amanti sedotte e abbandonate dal vate diedero in seguito segni di squilibrio, chi scelse l’esilio, alcune ricorsero alla monacazione, altre optarono per l’omosessualità.

Ma non si deve trascurare il fatto che esse per un giorno vissero un sentimento colmo d’ardore e che le rese diverse, elette, magnifiche, eccelse, un sentimento forte, veemente e impetuoso che ogni donna meriterebbe d’avere, per la vita.

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( Articolo di Daniele De Marchi, tratto da
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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 5:08 pm    Oggetto:  Gabriele D'Annunzio: L'Innocente
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Gabriele D'Annunzio: L'Innocente

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Storia di un infanticidio, di una malattia psichica, di un amore nevrotico, ma, soprattutto, storia di una confessione.

Pubblicato nel 1892 e accusato di immoralità, "L'Innocente" narra la storia di Tullio Hermil, libertino aristocratico, che, venuto a sapere che la moglie Giuliana aspetta un figlio dal suo unico sofferto adulterio, non esita ad eliminare il bambino appena nato esponendolo al gelo di una nevicata. Su modello dei romanzi russi, al motivo del delitto si lega lo scandaglio delle miserie dell'anima umana. Anche Tullio Hermil è un esempio di "vivere inimitabile", di cui l'assassinio rappresenta l'infrazione suprema.

Giovane esteta, dalla sensualità disperata, il protagonista tradisce ripetutamente la moglie finendo per spingerla tra le braccia di uno tra i più letti scrittori dell’epoca, Filippo Arborio, nei cui tratti si riscontrano molte caratteristiche del Vate. Il tormento derivato dalla gravidanza di Giuliana porterà Tullio al gesto estremo, l’eliminazione del neonato Raimondo, l’”intruso”.Dopo un anno intero giunge il bisogno di confessare il delitto, riempiendo la pagina bianca che diventerà "L’Innocente". Pagine di spietata analisi psicologica di una personalità instabile ispirate da romanzi come “Delitto e castigo” e “I fratelli Karamàzov” di Dostoevskij che D’Annunzio elabora, fondendole con la lezione dei naturalisti francesi.

Il risultato è un’ ottima resa dell’ ”osservazione dal vero” unita alla continua tensione dell’autore tra autobiografia e romanzo. Se Tullio Hermil e il rivale rispecchiano gli opposti della personalità dannunziana, Giuliana corrisponde alle donne amate da D’Annunzio negli anni della stesura del romanzo: la moglie, Maria di Gallese e l’amante Barbara Leoni.

Uomo più maturo, al tempo stesso più freddo e cinico ma anche più riflessivo dello Sperelli de “Il Piacere”, Tullio Hermil segna una tappa fondamentale nell’evoluzione dei personaggi dannunziani. Alla figura dell’esteta si associa quella del superuomo che, considerandosi al di sopra della legge, si compiace della propria potenza, convinto di poter plasmare il mondo senza doverne pagare le conseguenze. “Violento” e “appassionato” ma “cosciente” , Tullio Hermil è un composto di violenza e freddezza, un uomo debole e malato nella volontà in grado di affermarsi solo su esseri più deboli di lui.

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 5:25 pm    Oggetto:  D'Annunzio, l'uomo, l'eroe, il poeta.
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D'Annunzio, l'uomo, l'eroe, il poeta.

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“Io non sono e non voglio essere un poeta mero (…). Tutte le manifestazioni della vita e tutte le manifestazioni dell’intelligenza mi attraggono egualmente e credo di aver pienissima libertà di portare il mio studio e la mia ricerca in ogni campo”.

E’ così che un giovanissimo Gabriele D’Annunzio ribatte alle dichiarazioni del “perfetto rimatore” Theodore de Banville. Siamo nella Parigi di fine ottocento e il poeta è allora un giornalista alle sue prime esperienze. Eppure questa frase si presta a riassumere l’attitudine e la tempra di una vita intera e dell’opera completa.

E’ innegabile infatti che una certa critica, sia militante che accademica, non senza prolungato consenso e compiacimento, abbia contribuito a descrivere ai posteri un poeta dandy, dedito solo ai piaceri quando non incline agli eccessi più riprovevoli e stravaganti, profittatore della buona fede femminile, fino al punto di ridurre sul lastrico e gettare nella triste disperazione una donna come Eleonora Duse.

Non migliore sorte è toccata al D’Annunzio poeta, antologizzato ormai nelle belle ma riduttive pagine de “La pioggia nel Pineto” o il canto dell’usignolo nell’ “Innocente”, o, ancor peggio, nei riassunti scolastici de “Il Piacere”. Oltre che seduttore senza scrupoli, maschilista e scialacquatore, D’Annunzio viene archiviato nel secondo dopo guerra come fascista.

Il giudizio si dimostra oggi frettoloso e univoco. Non si dimentichi che i rapporti tra il Vate e Mussolini sono stati spesso tesi e che il poeta non partecipò alla regia della marcia su Roma sentendosi “usurpato” dal Duce.

Il percorso si è reso possibile grazie alla dovizia di testimonianze che il poeta stesso lasciò. In mostra dunque D’annunzio eroico, aviatore, marinaio, difensore della patria e di nuovi e lungimiranti ideali politici, paladino dell’uomo di un secondo rinascimento ed esteta.

E con ciò non si intenda amante di bei vestiti e arredi eleganti ma cultore della bellezza italiana. Egli fu infatti il primo ad avere un concetto di bene culturale come noi oggi lo intendiamo.

Lo dimostrano la sua attenzione all’artigianato, alle sue possibilità di produzione e fruizione in serie, ma anche i vari tentativi di rivalutazione di piccoli centri urbani disseminati nelle campagne della sua regione: l’Abruzzo.

In queste sue operazioni antropologiche e culturali, D’Annunzio ebbe già chiara una moderna idea di turismo di massa, così come elaborò una teoria della comunicazione, utilizzando con incredibile efficacia la pubblicità, la fotografia e gli slogan.

D’Annunzio eroico soldato e difensore della patria, D’Annunzio politico nell’esperienza di Fiume, il Vittoriale come luogo simbolico dell’uomo e del poeta.

Campeggia lo SVA 10 sul quale il poeta soldato porta a termine il volo su Vienna del 9 agosto 1918, un piccolo aeroplano simbolo del coraggio e dell’azione, mentre un modellino in scala riproduce le gesta del marinaio in occasione della “Beffa di Buccari”.

L’impresa di Fiume, con la Carta del Carnaro, le grandi uniformi e le bandiere: testimonia l’importanza storica dell’avventura dannunziana e la sua modernità politica.

Se infatti Nitti definì i fiumani “mattoidi”, già nel 1920, Francesco Ruffini espresse un giudizio totalmente diverso. La Carta del Carnaro viene oggi considerata come il primo esempio di ordinamento sindacale.

D’Annunzio, nella sua costituzione, nomina la parola Stato solo 4 volte, sostituendola con la parola Univesitas, termine con il quale egli fa riferimento alla comunità sulla quale si fonda lo Stato.

Grande attenzione è dedicata al Vittoriale, documento “di pietre vive” che D’Annunzio lasciò in eredità a tutti gli italiani: il Salotto degli ospiti, l’Officina Studio, e il Portico del Parente.

Nell’Officina vi è anche testimonianza della cultura del poeta, attraverso il lascito cartaceo e la sconfinata biblioteca che non trova paragoni per un “raccoglitore privato”.

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Gabriele D'Annunzio: costruzione di una leggenda.

"Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte", recita un famoso assioma dannunziano: e non si può dire che il geniale pescarese sia venuto meno all’annunciato precetto di edificar l’esistenza quasi si trattasse del proprio capolavoro.

Unico scrittore nostrano capace di farsi conoscere in Europa tra l’Otto ed il Novecento, D’Annunzio gode all’estero di fama ben maggiore - gli sono amici o lo stimano Sarah Bernhardt e la Rubinstein, Debussy e Proust, Diaghilev e Montesquieu - di quanto non avvenga in patria, ove certi suoi atteggiamenti non vengono perdonati: poco curandosi peraltro della posterità, egli desidera soltanto d’esser amato dai contemporanei, ai quali propone un’ardita alchimia ove i libri costituiscono una sorta di appendice a se medesimo.

E’ della fabbricazione di detto mito che s’occupa Annamaria Andreoli nel suo bel volume "Il vivere inimitabile" (Mondadori, pp.670, L.60.000): col prezioso ausilio d’una enorme mole di carte autografe recentemente venuta alla luce, l’autrice conduce il lettore ad una esplorazione del pianeta D’Annunzio di ricchezza ed interesse straordinari.

A prender la parola è non solo il protagonista di codesta ammaliante recita, ma anche i suoi interlocutori, si tratti di apologeti o detrattori: entrano pure in scena, pel tramite dei nuovi carteggi amorosi, le sue donne, vero fil rouge - da Eleonora Duse alla pianista veneziana Luisa Baccara - teso attraverso i giorni e le opere del Nostro.

Patriota intemerato e combattente indomito, sprezzante del pericolo e mai servile nei confronti del potere, D’Annunzio viene qui ritratto nei suoi lati meno conosciuti: accanto al sembiante di dandy giocoso e modaiolo trova posto, ad esempio, il paladino che s’erge contro l’incuria delle istituzioni in difesa di "tutte le bellezze della terra italiana"; a fianco della propria smania di goder delle gioie del mondo, s’affaccia egualmente il desiderio di cambiarlo, quest’ultimo.

Insomma, trattasi di personaggio a tutto tondo: modello inconfessato, diciamolo pure, per tutti i Vittorio Sgarbi a venire...

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( Articoli tratti da:
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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 5:50 pm    Oggetto:  GABRIELE D’ANNUNZIO (1863-1938) LE OPERE PRINCIPALI
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GABRIELE D’ANNUNZIO (1863-1938) LE OPERE PRINCIPALI

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Da Alcyone: “La sera fiesolana”

D’Annunzio era un terziario francescano (ordine di francescani non monastico ma laico); infatti questa poesia è scritta in un periodo in cui D’Annunzio si era dedicato a pratiche mistiche. Nella poesia si respira proprio questo francescanesimo e rieccheggia anche la laude di San Francesco. Qui la natura si anima e sembra voler suggerire al poeta una vicinanza naturale e un desiderio di rivelargli il mistero che lo avvolge. Questo è un esempio di panismo (da pan, divinità greca, che vuol dire “tutto”), quel sentimento di unione con il tutto, che ritroviamo in tutte le poesie più belle di D’Annunzio, in cui egli riesce ad aderire con tutti i sensi e con tutta la sua vitalità alla natura, si immerge in essa e vi si confonde. D’Annunzio descrive questo momento straordinario in cui la natura è prossima a sorgere e già il cielo non ha più lo splendore del giorno. L’unico rumore percepibile è quello del fruscio delle foglie del gelso, fatto dal contadino che le raccoglie; il resto è tutta natura, che aspetta finalmente dalla sera, dal sorgere della luna, la pace alla fine della giornata. Nella parte centrale della poesia, la natura sembra animata, desiderosa di rivelare all’uomo il grande mistero che la circonda. Le colline, ad esempio, sembra che vogliano parlare, però un divieto impedisce loro di farlo e questo loro silenzio le rende consolatrici dell’uomo; egli vivendo a contatto con la natura sente da parte di questa il desiderio di rivelarsi. Ogni sera sembra che l’uomo possa amare la natura di un amore ancora più forte.

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Da Alcyone: “La pioggia nel pineto”

Questa lirica, una delle più belle del D’Annunzio, è stata definita una sorta di partitura musicale: la parola diventa un concerto che riproduce la caduta della pioggia nel bosco. Il poeta vaga nel bosco solitario con la donna amata, mentre la pioggia crepita sui rami e porta nella calura estiva un germinare nuovo della vita; i due viaggiano verso la più grande illusione della vita dell’uomo, l’amore, che nella quiete del bosco sembra improvvisamente possibile. Le due figure umane si fondono con la natura del bosco, in una totale e gioiosa comunione con la vita elementare di questa. La pioggia, dopo essere caduta sulla vegetazione e aver creato un insieme di suoni, di accordi che si fondono in una vasta sinfonia, finisce per penetrare nei loro sentimenti e nelle loro sensazioni.

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“MAIA”

Fu composto nel 1903. E’ un poema vasto e ambizioso, perché vuole essere il messaggio di una vita nuova e di una nuova morale per l’umanità, o meglio per gli eletti, cioè gli eroi o superuomini. Maia canta la vita come gioia che nasce dall’abbandono all’ebbrezza dei sensi e ai suggerimenti dell’istinto, e da una comunione con la natura che ci permette di riviverne l’inesauribile energia vitale e quindi di raggiungere la pienezza dell’essere e della felicità. A questo naturalismo è connesso il mito dannunziano del superuomo, cioè dell’eroe, che è tale perché dotato di una vitalità più intensa, di una più forte capacità di godimento, e afferma la sua volontà di potenza realizzando i suoi istinti di là da ogni norma, accampandosi sulla massa degli altri uomini, gli schiavi.
Poeticamente il libro ha un valore assai limitato; è condotto infatti con un’ansia di rivelazioni grandiose e un tono oracolare che non riescono a nasconderne la sostanziale povertà spirituale. È tuttavia indicativo della personalità dannunziana e della sua ispirazione.

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“ELETTRA”

Il libro esalta gli eroi, la grandezza e la bellezza dell’eroismo, secondo il mito superumano ed estetizzante del D’Annunzio. In questo libro trovano spazio descrizioni di vecchie mura e viene rievocata la loro bellezza, la loro felicità lontana soprattutto dai tempi moderni. Comincia inoltre di qui la trasformazione del sentimento nazionale in nazionalismo ed imperialismo. Qui il D’Annunzio è chiaramente la voce di una parte importante della classe politica italiana ed europea di quegli anni, fautrice di quella politica di potenza che porterà alla grande guerra e alle successive dittature.

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Da “Il piacere”: "Andrea Sperelli”

D’Annunzio introduce questo personaggio, Andrea Sperelli, il protagonista. Egli è un’esteta che vive la propria vita come fosse un’opera d’arte, un individuo che riesce ad elevarsi al di sopra delle masse per vivere una vita eccezionale e proprio per questo non si sente legato neppure ai vincoli morali e sociali che uniscono invece le persone comuni. In questo romanzo D’Annunzio descrive l’ultimo discendente di un’antica famiglia nobile, Andrea Sperelli, che porta avanti la tradizione di raffinatezza propria della sua casa. In particolare la sua vita amorosa è improntata su tali criteri: ha per amante Elena Muti , una bellissima donna, da cui è attratto per la sua sensualità straordinaria, che trova corrispondenza nella donna che lo appaga. Ma la Muti lo abbandona e Sperelli cerca di dimenticarla lanciandosi in nuove avventure, passioni, alla ricerca del piacere. In un duello viene ferito e successivamente curato a casa della cugina. Qui conosce un’altra donna, Maria Ferris, che al contrario della Muti è bella soprattutto spiritualmente. Sperelli vive con questa donna un rapporto ambiguo, in cui si fonde l’amore per l’amante precedente, soprattutto sessuale, con l’amore spirituale per la Ferris. Se non chè in un momento di trasporto amoroso chiama Maria con il nome di Elena. Maria si accorge dell’equivoco in cui è vissuta fino a quel momento e delusa lo abbandona. Andrea Sperelli resta così solo.
Le donne che D’Annunzio descrive finiscono sempre per abbandonarlo . L’esteta, forse proprio per l’eccezionalità della vita che pretende di vivere, è condannato alla solitudine. Il romanzo ha una carica vitalistica eccezionale e soprattutto il sensualismo diventa lussuria. E’ presente oltremodo una ricerca dell’artifizio per arrivare ad un piacere fisico sempre più intenso. Questo modo di scrivere portò al D’Annunzio un consenso ed una notorietà grandissima.

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Da “Le vergini delle rocce”: “Claudio Cantelmo”

Al mito del superuomo D’Annunzio dedica un romanzo che ha per protagonista Claudio Cantelmo; egli è il superuomo e pensa che non gli basti una vita per poter realizzare questo suo desiderio di potenza e azione, decide quindi di avere un erede. Frequenta così una famiglia di grande nobiltà borbonica e dovrebbe scegliere tra le tre fanciulle di questa famiglia la donna con la quale avere l’erede. Di queste tre ragazze una è caratterizzata da grande sensualità e bellezza fisica, un’altra da grande bellezza spirituale e la terza da grande erudizione. Il romanzo si conclude con la sconfitta del superuomo, perché Cantelmo non può avere una fanciulla che possegga tutte e tre le caratteristiche.
Nel 1892 D’Annunzio legge Nietzsche, un filosofo che aveva mitizzato la figura del superuomo. Naturalmente D’Annunzio lascia cadere tutta la parte filosofica che circonda questo mito e coglie soprattutto le indicazioni politiche e amorali del superuomo; così quella componente di trascuratezza morale, che abbiamo visto in Andrea Sperelli, si associa al mito della violenza e ad una grande volontà operativa, cioè ad un grande desiderio di agire soprattutto dal punto di vista politico.
Di questo superuomo vediamo due componenti:
- l’ideologia antidemocratica: egli si caratterizza soprattutto con un grande disgusto della plebe, vuole elevarsi al di sopra delle masse ed ha disgusto soprattutto del regime democratico, dell’uguaglianza politica, sociale ed economica della collettività. Per questo è possibile dire che il superuomo è interprete del disagio della borghesia in questo momento di grandi rivendicazioni sociali; egli pensa che potrà ridurre all’obbedienza il “gregge” e che le plebi resteranno sempre schiave;
- l’atteggiamento di spingere alla guerra, vista come igiene del mondo, e quindi in guerra cercare quelle avventure che la pace e la tranquillità della vita borghese non potevano più offrire. In questo riconosciamo D’Annunzio, cioè per la sua attiva presenza nella vita politica italiana e per le imprese, che solo una dose di grande coraggio può indurre a compiere.[/u]

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 5:54 pm    Oggetto:  D'ANNUNZIO: LAUDI DEL CIELO DELLA TERRA E DEGLI EROI
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D'ANNUNZIO: LAUDI DEL CIELO DELLA TERRA E DEGLI EROI

Si tratta dell'opera poetica più notevole e più famosa di D'Annunzio; doveva essere costituita da 7 libri quante sono le Pleiadi; consta invece di soli 4 libri (o di 5, se si include il libro di Asterope).

Il primo libro Maia fu (probabilmente) composto nel 1903 e pubblicato nello stesso anno; il sottotitolo ne chiarisce i motivi ispiratori: una vitalistica celebrazione, non scevra da toni magniloquenti e oratori, dell'energia vitale; un naturalismo pagano impreziosito (o sopraffatto) dai riferimenti classici e mitologici.

Il secondo libro, Elettra, composto fra il 1899 e il 1902 e pubblicato nel dicembre 1903 con data 1904, celebra gli eroi della atrio (Notte di Caprera) e dell'arte (Per la morte di Giuseppe Verdi) nella terza parte - difficilmente collegabile con le altre - sono cantate 25 "città del silenzio" (Ferrara, Ravenna ecc.); nella quarta è il famoso Canto augurale per la Nazione eletta ché infiammò di entusiasmo i nazionalisti nostrani.

Il terzo libro, Alcyone, fu pubblicato assieme al secondo e contiene per acquisito giudizio il meglio del D'Annunzio poeta (La pioggia nel pirneto, La sera fiesolana, Madrigali dell'Estate, i Sogni di terre lontane).

Il quarto libro raccoglie canti celebrativi della conquista della Libia composti ad Arcachon, pubblicati dapprima sul « Corriere della Sera» e poi in volume nel 1912.

Vengono considerati una continuazione di questi quattro libri i Canti della guerra latina, composti e pubblicati fra il 1914 e il 1918 (costituiranno, in seguito, il volume intitola Asterope).

***********

Alcyone: L'onda

È una delle più famose liriche di D'Annunzio (il che non significa delle più valide); e, come si legge sul manoscritto autografo, fu composta il 21 agosto 1902 e pubblicata per la prima volta nell'Alcyone. Il lungo componimento ha una finalità fonica più che descrittivi: il poeta si impegna virtuosisticamente per gareggiare sul piano del linguaggio con lo spettacolo naturale «in guisa che le parole paiono rendere in immediatezza di suoni i fluttuanti giuochi del mare accolto in una cala tranquilla».

Una prima lettura di questo testo potrebbe essere fatta mettendone in evidenza con una puntuale analisi la dimensione fonica (o meglio: fonosimbolica) che è indiscutibilmente in esso prevalente. La iterazione di suoni favorita dalla rima baciata e accentuata dalla brevità dei versi (vv. 1-2 tranquilla: scintilla; 4-5: l'antica: lorica; 16-1 i s'ammorza: rinforza ecc.); l'incalzante susseguirsi di voci verbali legate da affinità fonica (vv. 63-66); il riecheggiamento interno di certi gruppi fonici (25-26 ridonda: onda; 24-25 «,Ma il vento riviene /rincalza, ridonda») sono gli artifici tecnici ai quali il poeta ricorre per realizzare questa dimensione fonica del componimento. Ma un esame di questo genere - nel quale per la verità qualcuno è arrivato a sottigliezze piuttosto eccessive - può solo costituire il punto di partenza per arrivare a conclusioni più generali. Per arrivare, per esempio, a sottolineare che quello che più interessa a D'Annunzio in questi cento versi è il virtuosismo linguistico, una strenua lotta impegnata con la lingua per sfruttarne tutte le valenze. Più che poeta della natura (come ne La sera fiesolana) qui D'Annunzio è "poeta del vocabolario". Una conferma di questa sostanziale "freddezza" del componimento-che resta comunque una straordinaria prova di virtuosismo (il Roncoroni parla di «funambolismo verbale») - ci viene da quanto ha ampiamente dimostrato il Praz e cioè che la lirica è tutta tramata di termini e di immagini che si trovano nel Vocabolario marino e militare del Padre Maestro Alberto Guglielmotti, alle voci "onda" e "vento". Già per altre sue pagine D'Annunzio aveva fatto ricorso al lessico tecnico di questo testo, ma, scrive il Praz, dopo avere addotto moltissimi esempi, «il lessico non serve soltanto di sussidio all'ispirazione dannunziana: talvolta un'intera poesia sgorga da una concordanza di parole belle e bene sonanti. È il caso della celeberrima Onda [...] D'Annunzio ha dunque trattato il Guglielmotti a guisa di marmo michelangiolesco, rinnovandone il soverchio, e cavandone una cosa d'arte».

I due versi conclusivi, poi, confermano il significato di esercizio letterario, che si deve attribuire - ci sembra - a questo componimento, che è inseribile fra l'altro nel gusto decadente per il ricorso al termine desueto o di preziosistica derivazione latina (intento, lorica, dismaglia, s'alluma, s'infiora) al materiale prezioso (crisopazi e berilli). In tali versi l'inatteso "ingresso" del poeta mira esplicitamente a lodare la "strofe lunga", è un dichiarato compiacimento del componimento realizzato. «L'Onda quindi - conclude il Roncoroni - sarebbe anche una sorta di celebrazione, enfatica e ancora una volta superomistica, dell'estrema duttilità dello strumento espressivo impiegato dal poeta e, in ultima analisi, anche una sorta di monumentale esaltazione della capacità creativa della poesia».

************

Stabat nuda Aestas

Anche per questa lirica, si può parlare, secondo il suggerimento del Gargiulo, di "antropomorfismo", cioè di quel procedimento frequente nell'Alcyone che consiste nel rappresentare il paesaggio (o alcuni suoi elementi) in una dimensione umana. Questa umanizzazione di stagioni, fenomeni atmosferici, dati paesistici - che si può anche leggere come una epifania del divino - è qui particolarmente felice perché si risolve in una figura dotata di una propria autonomia e, nel contempo, tramata di paesaggio, oggettivazione dei suoi elementi; questa figura femminile che agile passa «su per gli aghi arsi dei pini», immersa in una natura solare è una delle creazioni più suggestive di D'Annunzio poeta. La lirica fu pubblicata per la prima volta nell'Alcyone (1903).

II testo è volutamente ambiguo. Descrive un inseguimento di cui si palesa progressivamente la natura erotica. II soggetto, colui che dice io, intravede il «piè stretto», ma di chi? E chi è il soggetto? Un fauno che insegue una ninfa, il poeta-avventuriero che insegue una delle sue proverbiali amanti?

La natura sembra partecipare ansiosa all'evento: l'aria arde «con grande tremito», le cicale tacciono improvvisamente, geme la resina... Il soggetto raggiunge la sua "preda" in un bosco di ulivi; di lei che fugge si colgono due dettagli, la «schiena falcata» e i «capei fulvi» che ondeggiano silenziosi. La comparsa in scena di questa figura femminile è accompagnata dal gridorichiamo dell'allodola e del soggetto medesimo: qui appare chiaro che la natura della "preda" è più che umana. I! grido è anche una primitiva invocazione al divino che si manifesta. La ninfadea riprende la corsa, si rinchiude nel falasco, a proteggersi dall'insidiosa presenza dell'uomo, ma inciampa, cade in mare mescolando i capelli alla schiuma del ponente e appare, conclusivamente, nella sua immensa, panica nudità. La dea (lo sappiamo dal titolo, le cui implicazioni sono però chiare solo leggendo il testo) è l'Estate, personificata, e cioè umanizzata e divinizzata al tempo stesso.

II soggetto, ebbro di luce, di calura e di quel vitalismo panico che già conosciamo in D'Annunzio, al cospetto di una natura pure felicemente personificata, compie un inseguimento che è quasi un tentativo di mistico abbraccio col divino e di annullamento in esso.

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 5:55 pm    Oggetto:  D'ANNUNZIO: NOTTURNO
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D'ANNUNZIO: NOTTURNO

Raccolta di meditazioni e ricordi, in forma di prosa, redatta nel 1916 durante il periodo di immobilità e cecità al quale il D'Annunzio fu costretto in seguito ad un incedente aereo. D'Annunzio le compose scrivendo su cartigli, su strisce di carta (circa 10.000, pare) che in seguito vennero messi in ordine dalla figlia. La prima edizione è del 1916, senza il diretto controllo dell'autore; quella definitiva è del 1921.

Ferito tra feriti

Il Notturno ha una particolare fisionomia nel panorama della produzione dannunziana: é il testo in cui in modo particolare risultano evidenti una componente riflessiva e meditativa, il superamento della tensione superomistica che pervade quasi tutte le altre opere di D'Annunzio, l'esperienza del dolore vissuta come occasione di bilancio della propria vita e di scoperta degli altri.

Confrontata con i moduli abituali del D'Annunzio prosatore questa pagina (e, nel complesso, tutto il Notturno) si distingue per la snellezza e l'essenzialità del periodare, per il prevalere dell'andamento paratattico, per il quasi costante ricorso al tempo presente, che conferisce alla scrittura l'immediatezza di un'esperienza nel suo farsi, e comunica un'impressione di contemporaneità fra enunciato e vissuto.

A spiegare questo superamento dei moduli narrativi precedenti non bastano le motivazioni di ordine pratico (privo della vista, D'Annunzio doveva scrivere su sottili strisce di carta); vale piuttosto la pena di ricordare che dopo i romanzi, già nelle prime Faville del maglio egli si era orientato verso una prosa meno sofisticata, tutta nutrita di memorie e di impressioni; ed inoltre non sono da sottovalutare eventuali suggestioni esercitate su di lui da talune esperienze delle giovani generazioni: ad esempio, certo impressionismo dei vociani e la pubblicazione del Porto sepolto di Ungaretti.

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 5:57 pm    Oggetto:  D'ANNUNZIO: CANTO NOVO
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D'ANNUNZIO: CANTO NOVO

Raccolta d liriche pubblicata in prima edizione nel 1882 e in seconda edizione nel 1898 con I'eliminazione di 43 componimenti sui 63 iniziali. Se sul piano delle forme poetiche la lezione carducclana (metrica barbara) è evidente, la tematica e i toni sono nuovi e il vitalismo dannunziano manifesta con particolare vigore. La natura é rappresentata nel suo tripudio di luci, colori, odori e con essa il giovane poeta stabilisce un «rapporto di tipo solare, panico» (Zaccaria), proteso alla più piena fruizione, al godimento, a una sorta di mitica fusione. L'edizione definitiva è divisa in due parti, scandite a tre "Offerte votive": alI'inzio, a Venere; nel mezzo a Pan; nella conclusione ad Apollo.

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 6:00 pm    Oggetto:  D'ANNUNZIO: LE FAVILLE DEL MAGLIO
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D'ANNUNZIO: LE FAVILLE DEL MAGLIO

Con questo titolo furono pubblicati (1924 e 1928) due volumi di prose, molte autobiografiche, che (alcune in una differente stesura erano apparse sul « Corriere della Sera», nei primi del secolo. Di notevole interesse Il compagno dagli occhi senza cigli, sul quale negli ultimi decenni i critici hanno richiamato l'attenzione.

Nel Compagno dagli occhi senza cigli D'Annunzio rievoca l'adolescenza trascorsa in collegio, e di contro a quell'ambiente chiuso e gretto, ai pedagoghi meschini, a quel sentore dì muffa che emana da sonnolente consuetudini di vita e di studio, si levano le aspirazioni e i vagheggiamenti di un mondo eroico, di cui pullula l'animo del giovane collegiale col suo amore del rischio, della grandezza, dell'avventura. Ma su tutto questo si riflette un'intensa malinconia, un'intima disperazione a volte, in quanto la rievocazione di tanta tensione giovanile è fatta alla luce di una ben triste realtà: Dario, il compagno più caro, che in quegli anni di collegio ha nutrito i suoi sogni di gloria con lo studio e l'infatuazione delle imprese napoleoniche, torna dopo vent'anni a trovare il poeta: è malato, misero, ridotto ormai una triste larva umana. Da qui un contrappunto tra passato e presente, un conseguente bilancio fallimentare: e in ciò precisamente consiste la validità di questo testo.

Già parecchi decenni fa il MomIgliano aveva definito il compagno dagli occhi senza cigli «la migliore tra le cose di D'Annunzio di una certa ampiezza e la sola che gli sopravviverà intera»; di recente il Salinari, dopo aver affermato che «si toccano le cime più alte dell'opera dannunziana quando il tema della sconfitta si spiega in tutta la sua terribile consapevolezza».

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 6:02 pm    Oggetto:  D'ANNUNZIO: POEMA PARADISIACO
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D'ANNUNZIO: POEMA PARADISIACO

Raccolta di liriche composte a partire dal 1891, pubblicata nel 1893; il titolo, dal latino paradisius = giardino, letteralmente equivale a'"Poema dei giardini'.

II Poema è costituito da una lirica dedicatoria Alla Nutrice e da 5 sezioni; Prologo ( 5 liriche), Hortus conclusus (9), Hortus larvarum (17), Horutus animae (17), Epilogo (5).

In termini un pò schematici si può dire che questa raccolta costituisce il rovesciamento tematico del Canto novo: la natura, privilegiata qui nella sua emblematica dimensione di hortus, di spazio chiuso del giardino, « perde il turgore le espansioni paniche per manifestarsi come atmosfera quieta, un pò sfatta, esausta che si precisa nella scelta dell'autunno e deIl'aprile (Autunno, Aprile, O rus!).

Il Dannunzio appare qui alle prese con la tematica decadente, ma segnata di rievocazione nostalgica, con aspirazioni epidermiche a una sorta di purezza e di spiritualizzazione delle passioni, che si traducono in un linguaggio e in una versificazione sapientissimi, accordati su toni dimessi, come di colloquio e di confessione» Per i poeti crepuscolari il Poema ,paradisiaco sarà fondamentale punto di riferimento.

La lirica Consolazione può essere considerata, insieme con la lirica Ai lauri che la precede di un paio di giorni, la capostipite della produzione «buona», vagheggiante, non sappiamo con quanta verità, il ritorno alla vita semplice degli affetti familiari (vedi anche Il buon messaggio).

L'impressione che si riceve ad una prima lettura della lirica è quella di trovarsi di fronte a un canto di grande suggestione sentimentale e musicale e nello stesso tempo schietto e genuino: un canto che, per usare le parole quasi programmatiche dello stesso D'Annunzio, è veramente di «una / grazia... vaga e negletta alquanto» (vv. 63-64 ).

In realtà, al di là dell'apparente ingenuità sentimentale e sotto l'apparente immediatezza espressiva, la lirica rivela un laborioso studio di immagini e di eleganze e una sapiente e calcolata ricerca di «effetti», tutti volti a irretire il lettore nell'ambiguo e un po' falso sentimentalismo delle cose buone e dei semplici valori familiari. Nel componimento, infatti, il D'Annunzio dispiega tutta una serie di espedienti tecnico-espressivi che sono tipici della stagione «paradisiaca» e che esaltano la sostanza sentimentale, voluttuosa e dolce, tanto da risultare qua e là sdolcinata, della situazione.

Le immagini, in primo luogo, sono quelle più atte a far scattare la molla del sentimento e a commuovere la fantasia del lettore. Tutte, inoltre, sono funzionali all'atmosfera morbida e disfatta che il poeta vuole suggerire: la madre vecchia, pallida e stanca, il figlio scapestrato che torna, atteso, dopo tanto tempo, il giardino abbandonato, il «lento sol di settembre», le «cose del passato», « le cattive cose», il «tempo lontano», la «vita semplice e profonda», «la lieve ostia che monda», «il fantasma d'un april defunto», «il pallore di qualche primavera dissepolta», « il cembalo», « le lunghe dita ceree de l'ava», «le tende scolorate», «l'odore di viole un po' passate» e simili.

La tecnica, poi, è sorvegliatissima e non meno funzionale: il discorso poetico si snoda piano e lento, libero da ogni durezza sintattica e da ogni preziosismo lessicale, fino ad attingere un andamento da linguaggio parlato che si concilia con lo stato d'animo, languido e disposto al bene, del poeta. Ottimi risultati, in questa direzione, sono già conseguiti con il ricorso frequente agli enjambements e con il ricorso ancora più frequente alla spezzatura del verso mediante brevi proposizioni (anche tre per verso: vedi v. 3: «Vieni; usciamo. Tempo è di rifiorire»).

Ma ad accentuare il tono smorzato e voluttuosamente stanco della lirica, contribuiscono soprattutto la ripresa a distanza di interi nessi o di singole parole («Vieni; usciamo» vv. 3 e 5, con «usciamo» ripreso al v. 18; « Ti dirò come sia dolce...» .w. 7 e 13; «certe cose» vv. 8 e 13; «Bisogna che tu...», vv. 23, 25 e 25-26; «Sogna», vv. 29, 33, 37 e 45; ecc.) e la ripetizione, spesso condotta sino all'esasperazione, di parole l'una appresso all'altra («sorriderà, se tu sorriderai», v. 12; «un po' di sole / un po' di sole», vv. 23-24; «l'anima tua sogna. / Sogna, sogna mia cara anima» [con tanto di contrapposizione nella ripetizione, giacché «l'anima tua» e «mia cara anima» si riferiscono sempre alla madre], vv. 28-29; « Io vivrò della tua vita. / In una vita semplice... io rivivrò», vv. 33-35; «Mancava, / allora, qualche corda; qualche corda / ancora manca», vv. 49-51; ecc.).

Così operando, non senza sfiorar l'artificio, il D'Annunzio mostra di aver messo a frutto, nel suo sperimentalismo, la lettura dei simbolisti francesi, molte voci dei quali, tra l'altro, risuonano chiaramente nel componimento (vedi vv. 44 e 52).

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 6:04 pm    Oggetto:  D'ANNUNZIO: LA FIGLIA DI JORIO
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D'ANNUNZIO: LA FIGLIA DI JORIO

Tragedia pastorale rappresentata per la prima volta nel marzo 1904.

II giovane figlio di Lazzaro di Roio, sta per andare a nozze con Vienda di Giave: nella casa le sorelle e la madre e i parenti dello sposo assolvono i doveri prescritti da un antico rituale (scelta della veste, doni, benedizione).

Questa atmosfera di arcaica solennità è turbata dall'irrompere di Mila, figlia del mago Jorio, «bagascia di palo e di frasca», che seguita da una torma di mietitori infoiati, per sfuggirli si rifugia presso il focolare, tra lo sgomento delle donne. Ma Aligi la difende e pone sulla soglia una croce di cera di fronte alla quale i mietitori indietreggiano. Appare intanto Lazzaro sostenuto da due uomini e insanguinato, essendo stato ferito in una rissa per il possesso di Mila: il rito nuziale è profanato e interrotto.

Aligi è ritornato col suo gregge in montagna; lo segue, compagna casta e fedele, Mila. Tra i due presto, irresistibile, nasce l'amore, come consonanza di anime e forza di natura: Mila lo sente come una colpa, ma ha anche coscienza del suo riscatto («Rinata fui quando l'amore nacque»).

Arriva intanto Lazzaro di Roio bramoso dì Mila, si scontra per questo col figlio Aligi, che alla fine lo uccide. Quando il parricida è condannato dalla comunità ad essere chiuso in un sacco con un mastino e buttato nel fiume, sopraggiunge Mila che per salvarlo si assume la colpa di tutto, dichiarando di averlo «affatturato» e spinto al delitto. Anche Aligi, a cui prima del supplizio è stata data una pozione smemorante, crede alla fascinazione di Mila.

Questa affronta il rogo - cui il popolo come «magalda» l'ha condannata - come sacrificio e purificazione («La fiamma è bella!»).

Nella produzione teatrale dannunziana prevalgono complessivamente il motivo superomistico e quella tipologia femminile perversa e fatale di cui abbiamo offerto esempio col testo precedente. La fisionomia de La figlia di Jorio in questa produzione è piuttosto particolare e merita qualche sia pur rapida considerazione in vista di una lettura integrale dell'opera.

Se si tiene presente l'opera nella sua integralità risulta evidente che Mila ha i segni anche lei di quella femminilità rovinosa che abbiamo già visto, scatena anche lei in quanti la circondano quel l'"ossessione carnale" che D'Annunzio aveva a lungo descritta e continuerà a descrivere, e che in questo caso specifico genera il parricidio di Aligi e, dopo, la sua condanna a morte.

Fin qui saremmo quindi all'interno di una tematica non nuova nella produzione dannunziana. Ma su questa viene inserito come elemento nuovo - che ha conseguenze fondamentali nella caratterizzazione del personaggio - l'amore che, arcano e per così dire smaterializzato, sorge tra Mila e Aligi: un amore che farà di Mila un'eroina che consapevolmente sceglie il sacrificio. E a lungo noto e quasi «proverbiale è rimasto l'ultimo suo grido ("La fiamma è bella!") quando, condotta al rogo, esaltata di sacrificio e di amore, celebra la bellezza della fiamma come simbolo di purificazione» (E. De Michelis).

Sul piano specifico delle forme teatrali l'opera si presenta come una singolare contaminazione tra dramma sacro e favola pastorale, e tutta la vicenda è proiettata su uno sfondo che, al di là di qualche accenno al folklore abruzzese, è una sorta di mondo arcaico nel quale vigono le eterne e metastoriche pulsioni del sesso, del sangue e dell'amore. E per colorire di "primitivo", di "natura" il mondo che rappresenta D'Annunzio si serve di vari artifici formali: dall'adozione di un lessico impreziosito da una sua patina dialettale (v. 43, coscina; v. 48, làmpana) o arcaica (v. 16, origlieri; v. 22, partisco) alla particolare cadenza da canto popolare («si cammina cammina lungo il mare»; «Lungo è il cammino, ma l'amore è forte») che assumono gli endecasillabi.

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MessaggioInviato: Gio Set 06, 2007 6:05 pm    Oggetto:  D'ANNUNZIO: IL TRIONFO DELLA MORTE
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D'ANNUNZIO: IL TRIONFO DELLA MORTE

Romanzo pubblicato prima, parzialmente e a puntate, sulla «Tribuna illustrata» e sul «Mattino» di Napoli, e poi in volume nei 1894. L'opera ha una debole struttura narrativa ed è articolata in sei parti ("libri") .

È incentrata sul rapporto contraddittorio ed ambiguo di Giorgio Aurispa con l'amante Ippolita Sanzio, ma su questo tema di fondo si innestano o si sovrappongono altri motivi e argomenti: il ritorno dei protagonista alla sua casa natale in Abruzzo - richiamato dalla madre perché distolga il padre da una vita scandalosa - è il pretesto per ampie descrizioni (nella seconda, terza e quarta parte} del paesaggio, del folklore e del lavoro delle genti d'Abruzzo.

Giorgio in una confusa contaminazione tra superomismo (il romanzo ha come significativa epigrafe, all'inizio, un passo di Nietzsche) e velleità mistiche aspira a realizzare una vita nuova (è il titolo del quarto libro), una perfezione di vita spirituale che si fondi sull'autodominio e sull'autosufficienza, e vive il rapporto con l'amante come limitazione, come ostacolo per la forza irresistibile della sua fascinazione erotica, Ippolita Sanzio è sentita come la "nemica", primigenia forza della natura che rende schiavo il maschio.

Solo con la morte la si libererà da tale condizione: si uccide con Ippolita, che avvince a sé, precipitandosi da uno scoglio.

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