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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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METRICA
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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 12:55 pm    Oggetto:  METRICA
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Dieresi

Dieresi (dal greco διαίρεσις, divisione) è un termine tecnico tipico della fonosintassi, branca della linguistica comune alla metrica e alla fonologia.

Metrica latina e greca

Nella metrica classica per dieresi si intende anche una pausa, nella scansione dei versi più lunghi, che cade tra un piede e l'altro.

Si ha al contrario la cesura quando invece essa cade all'interno del piede.

metrica italiana

In metrica italiana, per dièresi s’identifica la situazione fonosintattica nella quale due vocali all'interno di parola che dovrebbero normalmente appartenere alla stessa sillaba, vengono invece contate come due sillabe diverse.

Viene spesso indicata dal simbolo grafico della dieresi (¨).

la somma sapïenza e ’l primo amore. (Dante, :Inferno, III ,6)

La parola sapienza, secondo la comune sillabazione italiana, è un trisillabo (sa-pien-za); ma in questo verso è computata come quadrisillabo (sa-pi-en-za). Il fenomeno ricade nella categoria linguistica dello iato.

Al contrario della dieresi quando all'interno di parola due (o tre) vocali contigue normalmente appartenenti a sillabe distinte vengono computate come unica sillaba si ha la sinèresi.

I due fenomeni descritti, quando riguardano i confini di parole contigue si definiscono rispettivamente dialèfe e sinalèfe.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 12:55 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 12:56 pm    Oggetto:  METRICA
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Discordo (componimento)

Il discordo è un componimento metrico che risale alle origini della poesia italiana e che prende il nome dal provenzale descort.

Lo schema del discordo è molto semplice: aab-aab-ccd-ccd-ccd (senario due volte, poi ternario e con stanze prevalentemente disuguali).

Il discordo si diffuse in Italia nel Duecento tramite la Scuola siciliana con la caratteristica di tratti astrofici e versi preferibilmente brevi con l'esclusione dell'endecasillabo.

Il contrasto poteva essere a tema: contrasto amoroso, contrasto tra il lamento d'amore e la melodia, contrasto tra schema poetico e melodico e contrasto pluri lingue.

Il carattere fortemente cortese del "discordo" spiega la sua diffusione in ambito siciliano e il suo scarso successo postsiciliano nella rimanente penisola.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:10 pm    Oggetto:  METRICA
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Distico

Il distico è una coppia di versi. La parola deriva dal greco distichon, letteralmente «due volte» (dis) e «schera, fila» (stichon).

Nella metrica classica la forma più comune è quella del distico elegiaco, composta da un esametro seguito da un pentametro.

Secondo quanto riferisce la tradizione, il distico elegiaco originariamente era la base metrica di canti funebri; solo in epoche successive venne adottato dai poeti come metro per esprimere sentimenti quali l'amicizia, l'amore, la gioia, la tristezza, la consolazione e temi simili, discorsivi e vari nello stesso tempo, essendo il distico meno solenne dell'esametro e meno impetuoso, ritmicamente parlando, delle strofe liriche. Da questo punto di vista, la commistione di esametro e pentametro consentiva infatti ai poeti di smorzare il ritmo notoriamente solenne dell'esametro grazie alla cadenza tipica del pentametro, il cui secondo emistichio (= mezzo verso) era fisso (= dattilo + dattilo + sillaba finale accentata) e successivo a una cesura forte a conclusione del primo emistichio (= dattilo + dattilo + sillaba accentata; oppure: dattilo + spondeo + sillaba accentata; oppure spondeo + dattilo + sillaba accentata; oppure: spondeo + spondeo + sillaba accentata).

In più due delle cinque sillabe accentate del pentametro, collocate perfettamente al centro e alla fine del verso, consentivano al poeta di caratterizzare il contenuto con la sapiente, ma naturale per lui, disposizione delle vocali.

In pratica il pentametro fungeva da conclusione logica o continuazione di un discorso, iniziato in esametro, lieto, lamentevole, lugubre, di meraviglia, arioso e allegro (caratterizzato rispettivamente dalla presenza prevalente della sillaba accentata in "i" in "e", in "u", in "o", in "a" armonicamente e complementariamente distribuite).

I poeti latini accentuarono l'elemento soggettivo dell'elegia e usarono il distico anche nell'epigramma, sin dall'epoca di Ennio.

Una forma particolare di distico classico è il distico ecoico, in cui l'emistichio finale del pentametro è uguale a quello iniziale dell'esametro.

Nella poesia italiana il termine distico non indica necessariamente una struttura strofica. Esso è normalmente composta da due versi di eguale misura, in genere a rima baciata.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Distico" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:13 pm    Oggetto:  METRICA
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Endecasillabo

Nella metrica italiana, l'endecasillabo è un verso nel quale l'accento principale si trova sulla decima sillaba metrica.

Nella forma piana esso è dunque costituito da undici sillabe metriche, in quella tronca da dieci e in quella sdrucciola da dodici.

È l'equivalente del decasyllabe francese.

Tra i versi della poesia italiana, è quello in cui le sedi degli accenti secondari sono più varie. La sua forma canonica prevede tuttavia un accento secondario sulla quarta o sulla sesta sede, nel primo caso si l'endecasillabo si definisce a minore (ed il primo emistichio equivale ad un quinario), nel secondo caso si definisce a majore (ed il primo emistichio equivale ad un settenario).

Ciò non toglie che, soprattutto nel Novecento e nella versificazione precedente Petrarca (più di un caso si riscontra nella Commedia dantesca), si trovino endecasillabi con entrambe queste posizioni atone. Relativamente comuni, tra gli endecasillabi non canonici, sono i cosiddetti "endecasillabi di quinta", che presentano appunto la quinta sillaba tonica e sia la quarta che la sesta atone.

Per questa sua duttilità l'endecasillabo è stato a lungo il verso prediletto dei poeti italiani, nonché il più utilizzato.

Metrica classica

Nella metrica classica esistono alcune varietà di endecasillabo:

-Alcaico
-Saffico
-Falecio o Catulliano

Nel Settecento Paolo Rolli tentò di traspondere l'endecassilabo falecio dalla metrica classica. Ne uscì un quinario doppio, con uscita sdrucciola nel primo emistichio, e piana nel secondo.

Esempi di versi endecasillabi

Di endecasillabi è formato il sonetto e in terzine di endecasillabi è scritta la Divina Commedia. Eccone la terzina iniziale:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:15 pm    Oggetto:  METRICA
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Epodo

L'epodo (dal greco epoidós, composto di epi-, «in aggiunta», e un derivato di oidé, «canto»), nella metrica classica, è il secondo verso, pù breve, di una strofa distica e, per estensione, il carme composto in strofe distiche.

Inventore di questa struttura metrica fu considerato dalla tradizione Archiloco. A partire da Stesicoro, è presente nelle odi della citarodia e della lirica corale, dopo ogni coppia di strofe / antistrofe, da cui si differenzia metricamente, rispondendo invece agli altri epodi della stessa ode. Al contrario, nei canti corali della tragedia e della commedia non sempre alla coppia strofe / antistrofe segue l'epodo.

Con riferimento allo spirito mordace e ai metri della lirica di Archiloco, Giosue Carducci chiamò Giambi ed Epodi una raccolta di poesie di intento satirico e polemico.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:20 pm    Oggetto:  METRICA
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Esametro

L' esametro o più propriamente esametro dattilico, o esametro eroico è il più antico e il più importante dei metri in uso nella poesia greca e latina, usato in particolar modo per la poesia epica o poesia didascalica.

Secondo le definizioni della metrica classica esso consiste in una esapodia dattilica catalettica, ossia di un verso formato da sei piedi dattilici:

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,

di cui l'ultimo manca di una sillaba, (catalettico) secondo lo schema:

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Storia

L'origine dell'esametro rimonta alla protostoria del mondo greco: gli studiosi hanno vivacemente dibattuto sulla possibilità che esso fosse già in uso in età micenea, senza raggiungere risultati definitivi. Fosse già stato usato oppure no nel II millennio AC, l'esametro aveva senza dubbio alle spalle una storia di secolare elaborazione orale da parte degli aedi prima di approdare alla più antica forma a noi nota, quella omerica, una forma che, nonostante le numerose anomalie rispetto alle epoche posteriori, è frutto di una tecnica raffinata. Dopo Omero, nell'età arcaica fu ancora usato per la poesia eroica (poemi ciclici) e per quella didascalica di Esiodo; gli stessi poeti lirici lo usarono talvolta, non solo nel distico elegiaco, ma anche come metro autonomo, come è il caso degli epitalami di Saffo. Meno nota è invece la sua evoluzione in età classica, a causa delle numerose lacune della nostra conoscenza della letteratura dell'epoca.

Il verso conobbe poi un nuovo periodo di grande vitalità in epoca ellenistica, con la ripresa, da parte dei poeti alessandrini, della poesia epica (in particolare con Apollonio Rodio), dell'epillio (l'Ecale di Callimaco), degli Inni in stile omerico (gli Inni, sempre di Callimaco), e della poesia didascalica (Arato). Gli alessandrini, ed in particolare Callimaco, il cui esempio fece scuola, affinarono il verso omerico, restringendo il numero degli schemi ammessi rispetto a quello omerico; la tendenza al sempre maggior virtuosismo metrico restò una costante nella poesia di epoca romana e raggiunse il suo culmine, al termine dell'età antica, nelle Dionisiache di Nonno: rispetto ai 32 schemi dell'esametro omerico, Nonno ne ammette solo 9, in un'età in cui il senso della quantità andava perdendosi (sebbene si riscontri la tendenza sempre più pronunciata, soprattutto nella seconda parte di verso, a far coincidere ictus metrico e accento tonico delle parole).

Dalla Grecia, l'esametro in età ellenistica fu introdotto nella letteratura latina ad opera di Ennio, adattandosi alle diverse possibilità espressive della lingua latina (ad esempio le figure di suono giocano un ruolo molto più importante nella poesia latina che in quella greca), affinandosi progressivamente prima con Lucrezio e Catullo, e quindi con i poeti di età augustea, in primo luogo Virgilio ma anche Orazio, per poi restare in uso sino alla tardo antichità e oltre.

Uso

L'esametro, verso eroico per definizione, rimase sempre strettamente legato alla poesia epica, tanto in Grecia quanto a Roma: i poemi omerici, le Argonautiche, le Dionisiache, e a Roma l'Eneide sono i massimi capolavori di questo genere, a cui si affiancano l'epillio (come l'Ecale di Callimaco, o il carme 64 di Catullo) e, specialmente a Roma, l'epica storica, rappresentata tanto dai perduti Annales di Ennio che dalla Farsalia di Lucano. Accanto alla poesia epica, divenne, da Esiodo in poi, il metro della poesia didascalica: a Roma questo suo uso sarà sancito dal De rerum natura di Lucrezio, e si manterrà vivo sino all'età tardoantica; mentre prima con Lucilio e poi con Orazio, in un adattamento che è tipicamente romano, l'esametro diviene anche il metro della satira e dell'epistola in versi. Grazie all'opera di Teocrito e di Virgilio, esso divenne inoltre il metro della poesia bucolica. Raro invece fu il suo utilizzo nel campo della poesia lirica, sia nel mondo greco che nel mondo romano: Saffo però lo usò nei suoi epitalami, e fu ripresa in questo da Catullo.

Struttura

Lo schema di base dell'esametro, è, come si è detto: X.

Dal momento che la quantità dell'ultima sillaba è indifferente, l'ultimo piede può essere tanto uno spondeo quanto un trocheo; per gli altri piedi l'unica sostituzione ammessa al dattilo è lo spondeo. La soluzione del dattilo in uno spondeo è possibile in tutti i primi cinque piedi, ma non è egualmente frequente: il quinto piede, in particolare, è di norma un dattilo e la tendenza dell'esametro più tardo è quella di evitare sempre più le agglomerazioni di spondei, soprattutto nella seconda parte del verso. I piedi in cui lo spondeo si incontra più di frequente sono il terzo e il secondo.

A seconda dei differenti schemi metrici, si distinguono vari tipi di esametri:

-esametro olodattilico: un esametro composto solo di dattili. È uno schema abbastanza frequente.
esametro olospondaico: un esametro composto solo da spondei. È una forma rarissima.

-esametro spondaico: quando lo spondeo compare in quinta sede, posizione generalmente evitata, l'esametro si definisce spondaico. Non è un verso molto frequente, e nell'evoluzione del metro si fa sempre più raro. In Omero la sua presenza è ancora abbastanza significativa; i poeti ellenistici lo usano per lo più con intento arcaizzante, nell'epica di Nonno è completamente assente. In caso di esametro spondaico, il quarto piede è di norma un dattilo, e il verso si conclude con un trisillabo o quadrisillabo (inglobando così in parte o interamente il quinto piede)

Pause metriche

A causa della sua lunghezza, l'esametro necessita di una o due pause al suo interno, che possono assumere la forma di una dieresi o di una cesura. L'esametro ammette cinque pause:

-la cesura tritemimera o semiternaria, dopo il terzo mezzo piede, ossia dopo la tesi del secondo piede;

-la cesura pentemimera o semiquinaria, dopo il quinto mezzo piede, ossia dopo la tesi del terzo piede;

-la cesura κατὰ τὸν τρίτον τροχαῖον (ovvero del terzo trocheo) ossia tra le due sillabe brevi del terzo dattilo;

-la cesura eftemimera o semisettenaria: dopo il settimo mezzo piede, ossia dopo la tesi del quarto piede;

-la dieresi bucolica: (così chiamata perché particolarmente frequente nella poesia bucolica): tra il quarto e il quinto piede.

In generale, le pause più comuni sono la pentemimera e quella dopo il terzo trocheo; la tritemimera compare solo se nel verso è presente un'altra cesura, di solito un'eftemimera; anche la dieresi bucolica spesso appare in combinazione con un'altra pausa. La distribuzione di queste pause varia in maniera considerevole a seconda degli esempi considerati.

In Omero, la pentemimera è altrettanto frequente di quella dopo il terzo trocheo, ma la sua frequenza diminuisce nella poesia alessandrina e diviene ancora più rara nei poeti tardoantichi, che usano anche molto raramente la dieresi bucolica. Nell'esametro latino, al contrario, la cesura dopo il terzo trocheo è piuttosto rara, mentre non è infrequente l'eftemimera da sola, ed è ricercata la combinazione pentemimera-eftemimera; la dieresi bucolica è sempre preceduta da un'altra cesura.

Alcuni esempi di cesure

Μῆνιν ἄειδε θεά, || Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος (Iliade, I, 1) (pentemimera)

Ἄνδρα μόι ἔννεπε, Μοῦσα || πολύτροπον || ὃς μάλα πολλά (Odissea, I, 1) (cesura dopo il terzo trocheo e dieresi bucolica)

Διογενὲς || Λαερτιάδη || πολυμήχαν' Ὀδυσσεῦ (Iliade II 173) (tritemimera e pentemimera)

Arma virumque cano || Troiae qui primus ab oris (Eneide I 1) (pentemimera)

Flammam animaeque corpus || vita relinquit aegrum (Anonimo) (eftemimera)

Obruit Auster aqua involvens || navemque virosque (Eneide VI 336) (eftemimera)

Quidve dolens || regina deum || tot volvere casus (Eneide I 9 (tritemimera ed eftemimera)

Dic mihi, Damoeta, || cuium pecus? || An Moeliboei? (Bucoliche, III, 1) (pentemimera e dieresi bucolica)

Zeugmi

Per zeugma o ponte si intende un punto del verso in cui si evita di far terminare le parole. Nell'esametro, si possono riscontrare questi zeugmi:

Ponte di Hermann (dal nome del filologo che lo scoprì): c'è sempre zeugma tra le due sillabe brevi del quarto piede. Nella poesia greca, le eccezioni sono rarissime; la poesia latina, invece, non lo rispetta.
Lo zeugma è più o meno severo tra uno spondeo formato da una sola parola e il piede seguente. Questa regola è ferrea nel caso sia il terzo piede ad essere spondaico; non agisce invece se si tratta del primo piede.


Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Esametro" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:24 pm    Oggetto:  METRICA
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Giambo

Il giambo (ἰαμβος) è un tipo di piede adoperato nella metrica classica, dallo schema ∪ —.

Esso è formato da un'arsi di una sillaba breve e di una tesi di una sillaba lunga, conta tre more e appartiene al génos diplásion, dal momento che il rapporto tra arsi e tesi è 1:2.

Origini

L'etimologia del nome giambo resta ignota. Gli antichi accostavano la parola al nome di Ἰάμβη (Iambe), una vecchia serva del re di Eleusi Celeo, che con le sue battute e scherzi avrebbe indotto a ridere la dea Demetra, inconsolabile a causa della scomparsa della figlia; oppure lo si faceva derivare dal verbo ἰαμβίζω ("iambizō), che significa "scherzare, prendere in giro". Tali etimologie sono rifiutate dai moderni, che ritengono invece che sia il nome proprio sia il verbo derivino dal termine giambo, e che lo accostano a parole come thriambos e ditirambo, nomi di canti che si riferiscono al culto di Dioniso, e la cui etimologia è di origine non indoeuropea. La connessione del giambo a Demetra e ai culti della fertilità però non sembra casuale, come altre fonti sui misteri eleusini e sugli scherzi rituali ad essi collegati sembrano indicare. In ogni caso il giambo è associato, sin dalla sua presunta origine mitica, allo scherzo, alla battuta, al motteggio, come testimoniano i temi della poesia giambica.

Uso

I versi giambici sono, dopo l'esametro, tra i metri greci più antichi. Soli o in unione con altri metri epodici, i metri giambici furono largamente adoperati nella poesia giambica e nella metrica corale e continuarono ad essere usati sia nella poesia alessandrina che in quella latina; nell'età classica, inoltre, il trimetro giambico divenne il metro abituale delle parti parlate della tragedia e della commedia, e il modello da cui i romani trassero il senario giambico.

Particolarità

Di norma, quando il giambo compare in un numero pari di unità, si conta per metri, e non per piedi; cosa che non accade quando i giambi sono dispari. Il giambo ammette molteplici sostituzioni, anche se con forti variazioni a seconda del genere d'uso e del tipo di verso. L'equivalenza del giambo con l'anfibraco (∪ ∪ ∪) mantenendo la misura di tre more, non crea difficoltà; la soluzione spondaica (— —) in cui la prima sillaba lunga è detta irrazionale (si veda metrica classica), non è rara, ma nelle sizigie si incontra solo nel primo giambo di ogni metro; sono possibili anche soluzioni dattiliche (— ∪ ∪) o anapestiche (∪ ∪ —). Il tempo forte, in ogni caso, rimane nella seconda parte del piede. L'arsi, talvolta, poteva essere sincopata; non è chiaro però se la sillaba cadesse semplicemente o se e quando ci fosse protrazione sulla sillaba successiva.

Metri giambici

Monometro giambico

Questo colon ha schema ∪ — ∪ — ammette la sostituzione della prima breve con lunga irrazionale e di solito fa parte di periodi o di strofe di metro giambico o misto; prestandosi soprattutto ad esclamazioni, non di rado è inserito anche tra i trimetri del dialogo, ma può comparire anche in unione con un docmiaco o tra i dattilo epitriti. Es.

Ἰδοὺ ἰδού (Euripide, Eracle, ver. 904)

Del monometro, sono possibili anche:

la forma ipercatalettica:

∪ — ∪ — X, che si trova in qualche colon isolato o nei dattilo epitriti.
la forma catalettica: ∪ — X ∧ (in cui ∧ sta per la sillaba mancante), identica in apparenza a un baccheo (∪ — —)

Tripodia giambica

Non è un colon molto frequente, ma non è raro nella poesia drammatica e nella lirica corale. La sua forma pura è:

∪ — ∪ — ∪ —

e così compare, ad esempio, in un verso di Bacchilide (XVII 48)

τάφον δὲ ναυβάται

Da questo schema base, sono possibili varie sostituzioni:

con lunga irrazionale nel primo giambo: — — : ∪ — : ∪ —
con un anapesto nel primo giambo: ∪ ∪ — : ∪ — : ∪ —
con un tribraco iniziale: ∪ ∪ ∪ : ∪ — : ∪ —
con un dattilo iniziale — ∪ ∪ : ∪ —: ∪ — ∪ —
Altre sostituzioni sono possibili, ma più rare.

La tripodia dattilica può comparire in forma isolata, ma più spesso viene invece associato ad un docmio.

Dimetro giambico

Fra i metri giambici, il dimetro è il colon più frequente nei periodi o nei sistemi. Il suo schema puro è:

∪ — ∪ — | ∪ — ∪ —

La lunga irrazionale è normalmente ammessa solo nel primo piede di ogni metro; questo tipo di verso però può ammettere, a seconda dei casi, una grande varietà di soluzioni (tribraco, dattilo, anapesto), o presentarsi variamente sincopata.

Il dimetro giambico appare anche in forma catalettica (hemiambus):

∪ — ∪ — | ∪ — ∪ ∧

Qualora anche il primo piede dell'ultimo metro subisca sincope, si definisce brachicatalettico.

∪ — ∪ — | . — : — ∧

Il dimetro giambico catalettico è stato variamente usato nella poesia lirica (non corale):

Saffo, ad esempio, ne unisce due a formare un tetrametro dicatalettico, secondo lo schema

∪ — ∪ — | ∪ — X || ∪ — ∪ — | ∪ — X

Serie di dimetri giambici catalettici katà stìchon compaiono in alcune odi di Anacreonte e sono uno dei metri preferiti degli autori di Anacreontea

Il dimetro giambico possiede anche una forma ipercatalettica:

∪ — ∪ — | ∪ — ∪ —| X

Questa forma è particolarmente nota, in quanto appare come terzo verso della strofe alcaica, ma si incontra anche nei versi eolo-coriambici e nei dattilo epitriti.

Pentapodia giambica

La pentapodia giambica non è un verso comune. La sua forma base è:

∪ — ∪ — ∪ — ∪ — ∪ —

ma le sostituzione, in particolare lunghe irrazionali e tribraco, non sono rare. Lo si incontra nella lirica corale (Pindaro), in Sofocle ed Euripide.

Trimetro giambico

Si veda trimetro giambico.

Tetrametro giambico

Il tetrametro giambico è l'unione di due dimetri giambici, secondo lo schema:

∪ — ∪ — | ∪ — ∪ — ||∪ — ∪ — | ∪ — ∪ —

Questo tipo di verso si incontra già in Alcmane e in Alceo.

Un dimetro giambico seguito da un dimetro giambico catalettico forma un tetrametro giambico catalettico:

∪ — ∪ — | ∪ — ∪ — ||∪ — ∪ — | ∪ — ∪ ∧

Lo si incontra già tra i giambografi (Ipponatte) e lo si incontra di frequente nella Commedia Antica. Tale verso è molto libero nelle sostituzioni: negli esempi noti, solo il settimo piede è sempre giambico, mentre tutti gli altri possono assumere forma spondaica, dattilica o anapestica. È inoltre da notare che entrambi i tipi di tetrametro, in quanto composti da due cola, hanno normalmente la pausa (una dieresi, in questo caso) a metà verso, dove finisce un colon e inizia il secondo.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Giambo" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:28 pm    Oggetto:  METRICA
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Ionico (piede)

Con il termine piede ionico si intendono due piedi in uso nella poesia greca e latina, lo ionico a minore (∪ ∪ — —) e lo ionico a maiore(— — ∪ ∪).

Entrambi questi piedi contano sei more, e appartengono al génos diplásion, in quanto il rapporto tra arsi e tesi è di 1:2; il ritmo è ascendente per lo ionico a minore e discendente per lo ionico a maiore. Benché le due sillabe lunghe formino nel loro insieme il tempo forte, è probabile che fosse la prima ad essere specialmente marcata.

Lo ionico a minore non subisce frequentemente sostituzioni: nel caso le due sillabe brevi siano sostituite con una lunga, si ha un molosso, ( — — —); nel caso invece una delle sillabe lunghe sia risolta con due brevi, si hanno gli schemi ∪ ∪ ∪ ∪ — e ∪ ∪ — ∪ ∪.

Per lo ionico a maiore queste sostituzioni sono invece più frequenti.

Fenomeno invece caratteristico dei piedi ionici è l'anaclasi:

negli ionici a minore, l'ultima sillaba lunga di un piede si scambia con la prima sillaba breve del piede successivo, creando la sequenza ∪ ∪ — ∪ — ∪ — —

negli ionici a maiore, invece l'anaclasi avviene all'interno del piede, che diviene un ditrocheo ( — — ∪ ∪ > — ∪ — ∪)
Rarissimi sono i metri ionici acefali: i tragici ne offrono qualche esempio. I metri sincopati invece non sono infrequenti nei sistemi strofici o nei periodi della lirica corale e della poesia drammatica.

Il nome del metro deriva dalle popolazioni ioniche dell'Asia Minore, presso le quali si incontrano le più antiche testimonianze dell'uso di questo metro (in particolare con Anacreonte); è probabile che tale metro fosse associato nei culti estatici di Dioniso e di Cibele.

Gli ionici a minore sono di uso più antico e si incontrano già nella lirica monodica arcaica; gli ionici a maiore appaiono invece più tardi, ed è quasi certo che iniziarono la loro esistenza come metro autonomo solo in età ellenistica.

Ionici a minore

Monometro ionico a minore

Questo colon, composto da un solo piede ionico, si incontra come elemento isolato sono nei dattilo-epitriti e composizioni simili.

Dimetro ionico a minore

I dimetro acatalettico di forma pura (∪ ∪ — — |∪ ∪ — —) o con anaclasi (∪ ∪ — ∪ — ∪ — —) è il colon ionico più frequente, spesso raddoppiato a formare un tetrametro.

Es. ἒμε δείλαν ἒμε παίσαν (Alceo, fr. 123,1 D) Es. πολιοὶ μὲν ἡμὶν ἤδε (Anacreonte, fr. 44 D, forma con anaclasi)

I primi esempi di dimetro si incontrano già in Alcmane e in Alceo; ma è grazie alle graziose canzoni di Anacreonte che deve la sua ininterrotta popolarità sino all'età tardoantica, nei numerosi autori di Anacreontea. In tali autori la percezione della natura ionica di questo verso (spesso chiamato semplicemente anacreonteo) si era perduta a causa dell'assoluto predominare della forma anaclastica, che era quindi stata reinterpretata come un metro giambico con anapesto iniziale e come tale era trattata, utilizzando le sostituzioni permesse nel giambo.

Del dimetro esiste anche una forma catalettica (∪ ∪ — — |∪ ∪ — ∧). Timocreonte la utilizzò in una serie di versi stichici:

Es. σικελὸς κομψὸς ἀνήρ (Timocreonte, fr. 4 D)

Trimetro ionico a minore

Questo verso si incontra in particolare nelle parti liriche del dramma, sebbene meno frequente del dimetro; già i poeti lirici ne avevano fatto uso, in forma pura (∪ ∪ — — | ∪ ∪ — — | ∪ ∪ — —) o con anaclasi. Un frammento di Anacreonte (39 D), presenta un primo verso puro, il secondo con anaclasi tra il primo e secondo piede, il terzo con anaclasi tra il secondo e il terzo:

ἀγανῶς οἶά τε νεβρὸν νεοθηλέα
γαλαθηνός, ὃς τ'ἐν ὕλῃ κεροέσσης
πολειφθεὶς ἀπὸ μητρὸς ἐπτοήθη

Del trimetro esiste anche una forma calalettica (∪ ∪ — — | ∪ ∪ — — | ∪ ∪ — ∧), con o senza anaclasi.

Es. Διονύσου σαῦλαι βασσαρίδες (Anacreonte, fr. 48; il secondo piede è un molosso)

Tetrametro ionico a minore

La forma acatalettica di questo metro è normalmente formata dalla giustapposizione di due dimetri, con dieresi mediana, secondo lo schema ∪ ∪ — — |∪ ∪ — — || ∪ ∪ — — |∪ ∪ — —

Es. ἐκατὸν μέν, Διὸς υἱόν, τάδε Μῶσαι κροκόπεπλοι (Alcmane, fr. 34 D)

L'anaclasi è frequente; non sempre c'è dieresi mediana.

Il tetrametro catalettico (∪ ∪ — — |∪ ∪ — — || ∪ ∪ — — |∪ ∪ X) o galliambo, era usato spesso come verso stichico nelle canzoni dedicate al culto della Grande Madre (il nome infatti gli viene dai galli, i sacerdoti evirati della dea). I poeti alessandrini, tra cui Callimaco, sono stati i primi a coltivare questo verso, che Catullo riprende nel famoso carme 63, in un tour de force metrico particolarmente difficile in lingua latina.

Es. Γαλλαὶ μητρὸς ὀρείης φιλόθυρσοι δρομάδες (frammento adespota, alex. 9 D)

Metri ionici a maiore

Tetrametro brachicatalettico a maiore o sotadeo

Questo metro (— — ∪ ∪ — — ∪ ∪ || — — ∪ ∪ — — ∪ ∪) deve il suo nome al poeta alessandrino Sotade; fu in seguito impiegato da Luciano e, tra i latini, da Ennio. Le forme che questo metro può assumere oscillano moltissimo: l'anaclasi, che trasforma lo ionico in ditrocheo è frequente, le risoluzioni della lunga in due brevi o delle due brevi in una lunga (formando un molosso) sono numerose; talvolta dal ditrocheo, tramite lunga irrazionale, si giunge alla forma dell'epitrito terzo o quarto, o lo ionico a minore sostituisce quello a maiore.

Es. Ἥρην ποτέ φασιν Δία τὸν τερπικέραυνος (Sotade, fr. 7 D, verso puro)

Dimetro a maiore

Nella sua forma acatalettica (— — ∪ ∪ — — ∪ ∪) questo verso, chiamato anche cleomacheo, dal poeta alessandrino Cleomaco, si incontra talvolta nella poesia alessandrina, ma è molto raro.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:34 pm    Oggetto:  METRICA
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Metrica classica

Metrica classica è la definizione di quel particolare insieme di regole ritmiche operanti nella versificazione e nella cosiddetta prosa ritmica della letteratura greca e latina dell'età antica, basata sul principio dell'alternanza, secondo schemi prefissati, di sillabe lunghe e brevi (metrica quantitativa).

Metrica greca e metrica latina

Nei manuali dedicati all'argomento, la metrica latina e la metrica greca sono trattate ora assieme, ora in opere separate: tale scelta deriva dal modo in cui sono concepiti i rapporti tra la metrica latina e quella greca, che grazie al suo prestigio le servì da modello. A sostegno di una divisione delle due materie, si può osservare che le convenzioni prosodiche del latino non coincidono interamente con quelle del greco, e soprattutto in età arcaica, quando il processo di acculturazione da parte dei romani della più sofisticata cultura greca era in pieno svolgimento, i modelli greci furono adattati con grande libertà dagli autori latini (per fare un esempio, il senario giambico deriva dal trimetro giambico, ma non è esattamente la stessa forma metrica); a sostegno di una trattazione d'insieme, si può osservare come la tendenza, da parte dei poeti latini più tardi (di età tardo repubblicana, augustea e imperiale) fu quella di riprendere i modelli greci in maniera fedele, tanto che moltissimi metri greci hanno il loro esatto corrispondente in latino e le due metriche vengono in buona parte a coincidere. Si prende quindi qui come punto di riferimento la metrica greca, e sulla sua scorta si considerano i metri che le due letterature condividono; per i metri invece propri al latino, si veda invece metrica latina.

La metrica come scienza: una breve storia

La maggior parte dei metri greci, se non tutti, erano già noti ed usati in età arcaica. L'ampiezza e la varietà delle forme usate, in parte conseguenza dello stretto rapporto che nell'epoca più antica esisteva tra poesia e musica, rese necessario, con il venir meno di questa relazione, la nascita della metrica intesa come studio delle forme metriche.

Il primo metricologo di cui si ha notizia fu Damone, che ebbe Pericle come allievo; le fonti antiche ricordano anche Aristosseno di Taranto, discepolo di Aristotele, che studiò soprattutto la ritmica, e, in epoca ellenistica, Filosseno.

Di questi più antichi studiosi non si sa poco o nulla, maggiori notizie invece si dispongono degli studiosi di età imperiale, in particolare Eliodoro ed Efestione. Le vestigia del lavoro del primo sono stati conservati negli scoli metrici di Aristofane, mentre del secondo, autore di voluminosi trattati, è sopravvissuto il suo Ἐγχειρίδιον περὶ μέτρων (Encheiridion perì métron, manuale sui metri), che rimane il testo base per ogni studio sulla metrica antica. Altre notizie, per lo più poco originali, sono riferite dai numerosi testi dei grammatici latini; altre fonti, soprattutto per la prosa metrica, sono contenuti nei trattati di retorica, a partire da quelli di Cicerone e Quintiliano. Il trattato De musica di S. Agostino e in generale i frammenti degli antichi studiosi di musica contengono anch'essi informazioni preziose.

In epoca bizantina, anche se la conoscenza delle forme più complesse, come quelle della lirica corale, si era appannata, i grammatici continuarono a copiare, riassumere e rielaborare i testi scolastici degli autori più antichi, e si incontrano eruditi, come Demetrio Triclinio (prima metà del XIV secolo) con una conoscenza metrica sorprendente. Fu grazie a questi eruditi greci che la conoscenza metrica sopravvisse nel corso del medioevo e, dopo la caduta di Costantinopoli, furono loro a portare queste conoscenze in Italia e da lì si diffusero nel resto d'Europa.

Nei secoli successivi, la metrica non fu trattata che incidentalmente dai filologi; Richard Bentley e Richard Porson studiarono soprattutto i versi del dialogo drammatico, mentre la conoscenza dei metri lirici restava lacunosa. Fu il tedesco Johann Gottfried Hermann, all'inizio del XIX secolo, a porre le basi della metrica moderna, partendo dalle dottrine degli antichi, e aprendo la strada a tutti gli studi successivi: pionieristici in particolare furono i suoi studi sui metri della lirica corale. La fine del XIX secolo e l'inizio del XX vide invece l' applicazione del metodo storicistico alla metrica, da parte di Ulrich von Wilamowitz-Möllendorf e di O. Schröder, che si concentrarono soprattutto sull'origine dei versi conosciuti, ricercando un ipotetico "verso primordiale" (Urvers) da cui sarebbero derivati tutti gli altri, sebbene con risultati poco incoraggianti.

Nei primi decenni del XX secolo, anche gli studi sulla prosa ritmica hanno conosciuto un momento di grande sviluppo: si ricorda, fra tutti, il classico di Eduard Norden, Die Antike Kunstprosa, (La prosa d'arte antica), 1909.

La metrica: strutture generali

Secondo la tradizione antica lo studio della metrica si divide in tre branche:

Prosodia, che si occupa della quantità delle sillabe
Metrica vera e propria, che si occupa della combinazione delle quantità sillabiche nella versificazione.
Strofica, che si occupa delle combinazioni di versi in gruppi strutturati

Metrica: glossario di base

Si riportano qui di seguito le definizioni delle entità metriche, dalla più semplice alla più complessa: i collegamenti rimandano a una trattazione più approfondita dei singoli concetti.

-mora (gr. χρόνος): è l'unità di misura nella prosodia classica. Secondo le convenzioni in uso già tra gli antichi, una sillaba breve vale una mora, una sillaba lunga due more.

-sillaba breve: in generale, una sillaba è breve quando è aperta e contiene una vocale breve. Si veda prosodia.

-sillaba lunga: o
per natura: contiene una vocale lunga o un dittongo
per posizione (o meglio per convenzione): contiene una vocale breve seguita da due o più consonanti.

-piede (gr. ποῦς, lat. pes): unità metrico-ritmica di base, composta da due a quattro sillabe e lunga da due a più more.

-Elementum (it. elemento): è l'unità di misura dei tempi ritmici di cui è composto un piede. Si definiscono quattro elementa alla base della metrica classica:

-Elementum breve, (simboleggiato con ∪) unità di movimento corrispondente a una sillaba breve,

-Elementum longum, (simboleggiato con ∪∪) unità di movimento corrispondente a sillaba lunga sostituibile all'occorrenza con due brevi.

-Elementum anceps, (simboleggiato con X) unità di movimento in cui può comparire tanto un longum quanto un breve, realizzabile dunque con una sillaba breve, una sillaba lunga o due sillabe brevi

-Elementum indifferens, (simboleggiato normalmente con il simbolo musicale della corona, con Λ o con ∪), unità di movimento corrispondente a una sillaba o lunga o breve.

-metro (gr. μέτρον, lat. metrum): l'unità di misura del verso, che coincide con il piede (nel caso di piedi della durata superiore alla quattro more) o a due piedi (per quelli di durata uguale o inferiore alle quattro more, ad esclusione dell'esametro e del pentametro dattilico). Nel secondo caso, si chiama sizigia (gr. συζυγία) o meno chiaramente dipodia.

-colon plurale cola (gr. κῶλον, pl. κῶλα) o membro: formato da alcuni piedi o sizigie secondo uno schema metrico preciso che però non ha carattere indipendente, di durata in genere non superiore alle 18 more.

-verso (gr. στῖχος, lat. versus): entità formata da più piedi o sizigie, dotato di una autonomia ritmica che lo differenzia dal colon. Può contare fino a quattro sizigie (tetrametro) trenta more. Oltre tale limite è definito ipermetro (gr. ὑπέρμετρος, lat. hypermeter). Un verso (e così un periodo o una strofa o un sistema) è un'unità indipendente in quanto presenta le seguenti caratteristiche:

termina con una pausa
ammette iato con la sillaba iniziale del verso successivo
la sua sillaba conclusiva è sempre elementum indifferens, ossia può essere indifferentemente lunga o breve.

-asinarteto : è un particolare tipo di verso, formato da due cola di metro differente, separati da una dieresi.

-periodo (gr. περίοδος, lat. periodus/ambitus): un insieme indipendente di due o più cola, di ampiezza uguale o maggiore a quella del verso, ma senza carattere fisso.

-strofe (gr. στροφή, lat. stropha): entità metrica formata da due o più versi o periodi.

-sistema (gr. σύστημα): entità metrica composta di una successione di cola dalla struttura regolare (per lo più dimetri) di uno stesso metro di una estensione considerevole.

Talvolta cola e versi possono essere allungati o abbreviati rispetto al loro schema di base. Si definisce allora:

-acefalo: privo della sillaba iniziale
procefalo: allungato di una sillaba al suo inizio. Tale fenomeno è noto anche come anacrusi.

-catalettico (gr. καταληκτικός): privo della sillaba finale. In metri trisillabi, come il dattilo, se le sillabe mancanti sono due, si definisce catalettico in syllabam, se la sillaba mancante è una, invece, viene detto catalettico in duas syllabas. Due cola catalettici combinati assieme formano un verso dicatalettico

-ipercatalettico: allungato alla conclusione di una sillaba.
Altri fenomeni importanti:

-iato (lat. hiatus) successione di due vocali non fuse in un dittongo e dunque appartenenti a sillabe diverse. Normalmente, le lingue classiche evitano sempre lo iato, se non a fine di verso (o periodo, o strofa).

-sinafia: (gr. συνάφεια) fenomeno di continuità ritmica tra due cola, che consente a una parola di essere spezzata tra la fine di un colon e l'inizio dell'altro, o nel caso di due vocali contigue, appartenenti a due parole diverse, di essere unite in sinalefe.

-anaclasi (gr. ἀνάκλασις): fenomeno in cui una sillaba breve e una lunga all'interno di un piede o di una sizigia o tra due sizigie contigue invertono la loro posizione (per esempio, un metro giambico ∪ — ∪ — può, per anaclasi, divenire un coriambo — ∪ ∪ —).

-cesura (gr. κοπή, lat. caesura): incisione ritmica all'interno di un verso che divide in due parti un piede.

-dieresi (gr. διαίρεσις, lat. diaeresis): incisione ritmica all'interno di un verso che cade tra due piedi.

-zeugma o ponte (gr. ζεῦγμα, lat. zeugma): punto del verso in cui una parola non può terminare.

La natura dell'ictus e la lettura dei versi

Il greco, lingua dall'accento melodico, non intensivo, non possedeva un accento metrico nel senso moderno della parola; e quando i grammatici romani parlano di ictus metrico, che cadeva sul tempo forte del piede, non indicavano un accento intensivo, ma semplicemente che il tempo forte era il "tempo del battere", contrapposto al tempo debole, che era il "tempo di levare", quando si scandiva la lettura del testo con il piede o con il dito.

Quando, in età tardo antica, sia il greco che il latino persero la distinzione fonologica tra vocali lunghe e brevi, la comprensione dei principi della metrica classica divenne sempre più difficile e sia il greco bizantino, che il latino medioevale, assieme alle lingue romanze, svilupparono una nuova metrica, basata sull'isosillabismo, sulle posizioni degli accenti (che erano divenuti intensivi) e sulla rima.

Sempre a causa di questi mutamenti linguistici, si elaborò in ambito scolastico un sistema di lettura dei metri antichi, il cui ritmo era più percepito tramite un accento intensivo, anche quando contrario alla pronuncia corretta della parola, nel tentativo di restituire almeno una vaga impressione dell'antico ritmo, ancora insegnato nelle scuole.

Così, per fare un esempio, l'incipit dell'Eneide, che letto normalmente sarebbe:

"Árma virúmque cáno, Tróiae qui prímus ab óris" diviene
"Árma virúmque canó, Troiaé qui prímus ab óris" .

Tale sistema può essere utile per far percepire la diversità di lettura della poesia da quello della prosa nella letteratura antica, purché si tenga ben presente che mai gli antichi greci o latini lessero la loro poesia in questo modo. La percezione del sottile contrappunto che lega il decorso tonale del testo poetico e la successione ritmica delle durate sillabiche è per noi irrimediabilmente perduta.

La classificazione dei versi

In genere, sono possibili due schemi di classificazione dei versi: uno secondo lo schema metrico, un altro secondo il genere letterario in uso.

La classificazione secondo lo schema metrico è la seguente.

Versi κατὰ μέτρον (katà métron), basati su un solo tipo di piede:

Metri giambici
Metri trocaici
Metri dattilici
Metri anapestici
Metri ionici
Metri coriambici
Metri cretici
Metri bacchiaci
Metri docmiaci
Versi misti (composti da piedi differenti):
Dattili e anapesti logaedici
Dattilo-epitriti
Asinarteti

In tale classificazione, la metrica eolica può essere divisa tra i dattili e i coriambi o essere trattata con i versi misti.

Classificazione per genere:

Versi recitati:

esametro dattilico
trimetri giambici (trimetro giambico, scazonte, trimetro giambico catalettico)
tetrametro trocaico ed altri versi trocaici
Versi cantati (lirica monodica):
metri eolici
altri metri lirici (gli asinarteti archilochei, alcuni metri ionici)
metri diversi utilizzati nelle parti cantate della tragedia
Versi cantati (lirica corale): le complesse forme metriche, per lo più sotto forma di triade epodica, che si incontrano nella lirica corale e nei cori della tragedia.

Le forme del componimento poetico

I componimenti poetici greci potevano essere strutturati in varia maniera:

componimenti stichici κατὰ στῖχον (katà stíchon), ossia caratterizzati dalla successione ininterrotta del medesimo verso. È la struttura dell'esametro eroico o didascalico, spesso usata anche per il trimetro giambico o per il tetrametro trocaico.

se i versi, con la stessa base metrica, sono accoppiati a due a due, si ha un distico. Di questa tipologia, il distico elegiaco è il più diffuso, ma sono possibili altre combinazioni.

se versi di basi metriche diverse (ad esempio un verso dattilico e un verso giambico) sono accoppiati a due a due, si ha un epodo. Sono possibili varie forme epodiche, tra cui:

il giambico
l'archilocheo primo
l'archilocheo secondo
l'archilocheo terzo
il pitiambo primo
il pitiambo secondo

le strofe o versi κατὰ στροφήν(katà strophen): possono essere composte sempre dal medesimo verso oppure da combinazioni di versi diversi.

Nella lirica corale tali strofe possono essere create secondo schemi molto complessi, mentre maggiore uniformità si incontra nella lirica monodica, in cui, accanto a strofe ottenute accostando due distici epodici (come avviene nelle Odi di Orazio) sono possibili varie combinazioni.

Gli schemi più importanti sono:

la strofe saffica
la strofe saffica maggiore
la strofe alcaica
l'asclepiadeo primo
l'asclepiadeo secondo
l'asclepiadeo terzo
l'asclepiadeo quarto
l'asclepiadeo quinto

Questi sistemi strofici sono in uso nella lirica monodica, e più tardi nella poesia ellenistica e in quella latina. La lirica corale, e le parti corali della tragedia, usano invece strofe dalla struttura molto più complessa e che variano molto da un esempio all'altro.

i componimenti astrofici, privi di un qualsiasi schema fisso. In tale categoria rientrano i sistemi, i kómmoi del dramma (canti divisi tra il coro e gli attori), le monodie del dramma, i ditirambi e i nomoi della lirica corale.

I componimenti strofici, a seconda del loro ordine interno, sono poi ulteriormente divisi in:

componimenti monostrofici quando la stessa strofe si ripete identica per tutto il poema;

componimenti epodici, o triade epodica, quando ad una strofe e ad un'antistrofe dalla stessa struttura metrica segue un epodo di struttura differente. Nella lirica corale, l'epodo è sempre ripetuto, secondo lo schema A A B, A' A' B', ecc.; nella tragedia invece l'epodo compare di solito una volta sola, in posizione variabile.

La prosa ritmica e il cursus

Sebbene normalmente non vincolata agli schemi metrici anche la prosa può, in determinati casi, per motivi enfatici, piegarsi ai suoi schemi. In particolare nella teorizzazione e nella pratica retorica divenne uso comune, tanto nel mondo greco che nel mondo romano, dare particolar rilievo al punto più importante e sensibile del periodo, la clausola finale, facendole assumere un particolare ritmo. Tale abitudine sopravvisse alla fine della metrica quantitativa e nel corso del Medioevo rimase prassi comune, nella prosa latina, chiudere i periodi con clausule metriche, non più basate sulla quantità, ma sugli accenti, secondo diversi tipi standardizzati di cursus.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:36 pm    Oggetto:  METRICA
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Metrica eolica

Per metrica eolica, o versi eolici si intendono un insieme di versi in uso nella versificazione antica, i quali, per alcune loro caratteristiche, si differenziano dalla prassi metrica usuale, così come veniva intesa e praticata nella letteratura greca e latina.

Tale gruppo di versi ha ricevuto la denominazione di metri eolici perché sono stati introdotti nell'uso letterario, da poeti lirici che si servirono del dialetto eolico, come Terpandro, Alceo e Saffo.

Gli antichi attribuivano loro anche l'invenzione di questo tipo di metri, mentre i moderni per lo più ritengono che essi si limitarono a conferire dignità letteraria panellenica a metri e ritmi in uso tra le popolazioni eoliche; dopo i grandi esempi dei poeti di Lesbo, tali metri rimasero ampiamente in uso e godettero di grande fortuna, tanto nella Grecia dell'età ellenistica che nella poesia latina.

Le caratteristiche peculiari di questo tipo di versificazione sono:

-l'isosillabismo: la metrica eolica non ammette la soluzione di una lunga – con due brevi ∪ ∪, anche se può ammettere (talvolta), la lunga irrazionale.

-la presenza, all'inizio di questi versi, di un piede bisillabico, normalmente definito base eolica, la cui quantità è completamente indifferente: tale base può essere realizzata con un trocheo, un giambo, uno spondeo o un pirrichio, anche se alcune forme sono preferite ad altre.

-la parte ritmicamente marcata dei versi è di solito dattilica o coriambica, ma sono possibili combinazioni miste.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Metrica_eolica" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:39 pm    Oggetto:  METRICA
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Metro popolare

I metri popolari sono forme metriche utilizzate soprattutto nel Duecento o nel Trecento dai giullari ma anche da poeti colti.

Tra le forme popolari più conosciute vi sono:

-caccia: tratta del tema della caccia in versi di vario tipo rimati liberamente con endecasillabi, settenari, versi minori.

-contrasto: componimento sotto forma di dialogo, di solito tra due innamorati ma anche tra altre persone (dal tono solitamente scherzoso-realistico), tra cose, come la rosa e la viola, tra entità spirituali come il vivo e il morto, la vergine e il demonio. Nel contrasto le battute del dialogo vengono riprese dall'altro come replica e rinfaccio. Tipica nell'ambito realistico quello di Cielo d'Alcamo, nella poesia didattica quello di Bonvesin della Riva tra la rosa e la viola, nella poesia religiosa quello di Jacopone da Todi tra il vivo e il morto.

-frottola (frocta: affastellamento di parole): componimento privo di schema metrico regolare, composto da versi lunghi e brevi, rima variabile, coppie monorime: aa,bb,cc, ecc.). Utilizzato molto nella poesia giullaresca, ma ripreso nel Quattrocento dal Angelo Poliziano e da Lorenzo il Magnifico.

-ottava: usata fin dal Duecento soprattutto nei poemi epico cavallereschi viene spesso chiamata anche stanza ed è composta di versi endecasillabi, i primi sei a rima alternata, gli ultimi due a rima baciata: ABABABCC.

-strambotto: si tratta di una ottava a rima alternata nei primi versi e a rima baciata negli ultimi due. Viene usato nella poesia popolare del Duecento e ripreso nel Quattrocento da poeti colti, come il Poliziano. Questo metro, in Toscana, venne denominato rispetto (spicciolato, se composto da una sola ottava, continuato, se da più ottave).

-tenzone: simile al contrasto. Si tratta solitamente di una disputa poetica in sonetti. Il primo propone il tema (la proposta), al quale gli altri rispondono per le rime, cioè ripropongono lo schema metrico del proponente. Questo tipo di metro fu molto usato nel Duecento e nel Trecento dai poeti siciliani e stilnovisti, ma venne anche adoperata nella poesia realistica, come "rinfaccio". Famosa la tenzone tra Dante e Forese Donati.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Metro_popolare" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:42 pm    Oggetto:  METRICA
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Mora (fonologia)

Mora (plurale more o morae), è un'unità di suono usata in fonologia, che determina la quantità di una sillaba, che a sua volta determina l'accento, in alcuni linguaggi.

Come molti termini linguistici, l'esatta definizione è discussa. Il termine, che significa "ritardo", "indugio", è tratto dal latino.

Una sillaba contenente una mora è detta monomoraica, una con due more è detta bimoraica.

In generale, le more si computano come segue:

-l'attacco consonantico di una sillaba non rappresenta alcuna mora

-il nucleo sillabico, rappresenta una mora nel caso di una vocale corta, due more nel caso di una vocale lunga o dittongo. Nel caso di lingue in cui alcune consonanti possono servire da nucleo sillabico (sonante vocalica), rappresentano una mora se brevi e due more se lunghe.

-In alcune lingue, come il latino la coda consonantica di una sillaba rappresenta una mora, in altre, come l'irlandese, no.

-In alcuni linguaggi, una sillaba con una vocale lunga o dittongo nel nucleo e una o più consonanti nella coda è considerata trimoraica.

-In generale, le sillabe monomoraiche sono definite sillabe brevi, le bimoraiche sillabe lunghe, e le trimoraiche sillabe extralunghe. Molti linguisti credono che nessun linguaggio usi sillabe che contengono quattro o più more.

-Il giapponese è una lingua famosa per le sue quantità moraiche. La maggior parte delle sue varietà, inclusa la lingua standard, usano le more alla base del sistema fonetico piuttosto che le sillabe. Per esempio l'haiku in giapponese moderno, non segue lo schema 5 sillabe/7 sillabe/5 sillabe, come comunemente creduto, ma piuttosto quello 5 more/7 more/5 more.

Voci correlate

-metrica classica

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Mora_%28fonologia%29" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:46 pm    Oggetto:  METRICA
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Novenario

Nella metrica italiana, il novenario è un verso nel quale l'accento principale si trova sull'ottava sillaba metrica: quindi, se l'ultima parola è piana comprende nove sillabe metriche, mentre se è tronca o sdrucciola ne ha rispettivamente otto oppure dieci.

La forma più usata ha tre accenti, sulle sedi metriche seconda, quinta e ottava.

Esempi di versi novenari

Da "La mia sera" di Giovanni Pascoli

Il giorno fu pieno di lampi
ma ora verranno le stelle


Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Novenario" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:48 pm    Oggetto:  METRICA
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Ottava rima

L'ottava rima è il metro usato nei cantari trecenteschi e nei poemetti del Boccaccio (Ninfale fiesolano, Filostrato ...), chi l'abbia inventato per primo si discute ancora.

Diventerà poi il metro di poeti popolari, come Antonio Pucci, e colti come Franco Sacchetti che lasceranno poi al Pulci, al Boiardo, all'Ariosto e al Tasso, di elevarlo alle più alte cime.

La popolarità dell'ottava riuscì in questo modo a sostituire la terzina dantesca. È ancora questo metro che sarà utilizzato dai poeti estemporanei per i loro contrasti di improvvisazione fino ai nostri giorni.

L’ottava rima, detta anche ottava o stanza, è una strofa composta di otto endecasillabi rimati, che seguono lo schema ABABABCC, quindi i primi sei endecasillabi sono a rima alternata, e gli ultimi due a rima baciata ma diversa da quelle dei versi precedenti.

La cultura dell'oralità sopravvive ancora in Toscana e nel Lazio. Un interessante esempio è costituito dalla manifestazione "Incontri di poesia estemporanea" di Ribolla (Grosseto).

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 1:51 pm    Oggetto:  METRICA
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Ottonario

Nella metrica italiana, l'ottonario è un verso nel quale l'accento principale si trova sulla settima sillaba: quindi, se l'ultima parola è piana comprende otto sillabe, mentre se è tronca o sdrucciola ne ha rispettivamente sette oppure nove.

Gli accenti metrici si collocano generalmente sulle sedi dispari. Accenti secondari possono situarsi sulla seconda, quarta e sesta sillaba.

Esempi di versi ottonari

L'ottonario è stato definito "il verso più appiccicoso della lingua italiana", perché la sua accentazione non ti si leva più dalla testa.

Infatti è molto usato nelle filastrocche: un esempio famoso è Il Signor Bonaventura di Sergio Tofano:

Qui comincia l'avventura
Del signor Bonaventura


ma in generale tutti i distici del Corriere dei Piccoli erano di questo tipo.

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