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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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METRICA
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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 2:44 pm    Oggetto:  METRICA
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Terza rima

La terza rima è una struttura metrica consacrata da Dante Alighieri, e portata alla fama con La Divina Commedia; per questa ragione viene anche chiamata "terzina dantesca".

La struttura metrica utilizzata è la seguente: ABA BCB CDC [...] YZY Z.. La lunghezza del testo è variabile: al suo interno ogni rima torna tre volte, tranne la A e la Z (prima e ultima).

La terza rima forma un'unità in sé, e contemporaneamente permette la continuità. La concatenazione delle unità è mantenuta grazie alla ripetizione della rima centrale della precedente terzina, che conferisce al testo poetico uno sviluppo pertinente e una coesione logica e ritmica.

Inoltre questa concatenazione vieta l'interpolazione dei copisti che a volte, aggiungevano versi nelle poesie.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Terza_rima" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 2:44 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 2:45 pm    Oggetto:  METRICA
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Terzina

Una terzina è in poesia una strofa composta da tre versi.

La terzina è una strofa tipica di componimenti come gli haiku, i sonetti (composti da due quartine e due terzine), le villanelle e la terza rima. Le terzine sono tipiche della poetica di Giovanni Pascoli. La Divina Commedia di Dante è un altro esempio di opera letteraria in terzine.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 2:47 pm    Oggetto:  METRICA
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Tetrametro trocaico

Il tetrametro trocaico è un verso della metrica classica, formato da quattro sizigie trocaiche con dieresi mediana.

Di questo tipo di verso esistono due varianti, una acatalettica, più rara, e una catalettica, dall'ampio utilizzo.

Tetrametro trocaico acatalettico

Il tetrametro trocaico acatalettico (— ∪ — ∪ | — ∪ — ∪ || — ∪— ∪ | — ∪ — ∪) è meno frequente della forma catalettica e non viene mai utilizzato come verso stichico: tendenzialmente, i due dimetri di cui è composto vengono considerati cola indipendenti, piuttosto che un unico verso. Non mancano però i casi in cui è utilizzato, talora usando come pausa non la dieresi centrale, ma una dieresi al terzo piede.

Es. Πῶλε Θρῃκίε τί δέ με λοξὸν ὄμμασιν βλέπουσα (Anacreonte, fr. 88 D)

Tetrametro trocaico catalettico

Il tetrametro trocaico catalettico è il terzo più usato fra i versi stichici: esso veniva sempre recitato in parakatalogé, come attesta Senofonte. I primi ad usarlo sono Archiloco e gli altri giambografi, seguiti dai poeti lirici. Era il verso parlato della tragedia nella sua fase più antica, prima di essere rimpiazzato dal meno emotivo e più razionale trimetro giambico: in Eschilo è ancora abbastanza presente, Sofocle non lo usa quasi, Euripide se ne serve soprattutto nelle sue tragedie più tarde. Nella commedia, è di uso frequente in ogni epoca, sia nella commedia siciliana (Epicarmo), che in quella attica: nella Commedia Antica, una parte della parabasi le era dedicata, ed è usato come verso di dialogo, a fianco del trimetro giambico.

Lo schema del tetrametro catalettico è:

— ∪ — ∪ | — ∪ — ∪ || — ∪— ∪ | — ∪ X ∧

La forma pura del tetrametro è piuttosto rara: la si incontra più di frequente tra i giambografi che tra gli scrittori drammatici.

Es. τὸν γέροντα τῶ γέροντι, τὸν νέον δὲ τῷ νέῳ (Aristofane, Acarnesi, 718)

La lunga irrazionale è frequente nei piedi pari, mentre le soluzioni delle sillabe lunghe non sono così frequenti che per il trimetro, e si riscontrano in maggior misura nella commedia e nella tragedia che non nei poeti giambici e nei tragici più antichi. Il limite massimo delle risoluzioni è tre per verso: versi di questo tipo si incontrano nei comici ed in Euripide, ma sono rari.

La dieresi mediana è sempre rispettata dai giambografi e trascurata solo di rado dai tragici, mentre tra i comici i versi privi di tale dieresi, rimpiazzata da un'altra cesura, sono più numerosi.

La divisione del verso tra vari attori è possibile, ma mentre nei tragici più antichi e in Aristofane tale divione avviene in concomitanza con la dieresi centrale, in Euripide e poi ancora di più in Menandro, il verso, è spezzato senza tener conto delle pause metriche, cercando di ottenere così un effetto di maggior immediatezza.

Lo zeugma di Porson (si veda trimetro giambico) è rigorosamente rispettato da Archiloco e nella tragedia, mentre non è vincolante per la commedia.

Ipponatte creò anche un tetrametro scazonte sul modello del trimetro giambico, sostituendo al trocheo uno spondeo nel penultimo piede: tale metro vuole, di solito, nel sesto piede, un trocheo puro.

Es. Ἀμφιδέξιος γάρ εἰμι κοὐκ ἀμαρτάνω κόπτων (Ipponatte, fr. 70 D)

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Tetrametro_trocaico" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 2:53 pm    Oggetto:  METRICA
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Trimetro giambico

Il trimetro giambico è un verso della poesia greca e latina formato da tre metri, o sizigie ciascuno formato a suo volta da due piedi giambici.

Di tale verso, esistono tre varianti metriche principali: il trimetro giambico acatalettico (o forma normale), il trimetro giambico catalettico, e il trimetro giambico "zoppo" o scazonte, o coliambo.

Caratteristica del trimetro è la sua versatilità: verso eponimo della poesia giambica, utilizzato nell'epigramma, è il principale metro parlato della tragedia, della commedia e del dramma satiresco, ma compare anche come verso cantato nelle parti liriche del dramma e nella lirica corale.

Trimetro giambico acatalettico

[modifica] Caratteristiche generali
Il trimetro giambico, nella sua forma pura, si presenta con lo schema:

∪ — ∪ — |∪ — ∪ — |∪ — ∪ —

Tale forma però è rara e nel trimetro il piede giambico può essere sostituito con uno spondeo (lunga irrazionale), un tribraco, un anapesto, o un dattilo (questi piedi, però, mantengono il ritmo ascendente del giambo): la quantità e il tipo di sostituzioni ammesse varia in maniera significativa a seconda del genere a cui il giambo appartiene. Verso di una certa estensione, il giambo presenta in genere (ma non sempre), una cesura.

Le pause più frequenti sono:

-pentemimera, o semiquinaria, dopo il quinto mezzo piede:

∪ — ∪ — | ∪ || — ∪ — | ∪ — ∪ — (è la più comune). Es. Εἴθ' ὤφελ' Ἀργος μὴ διαπτάσθαι σκάφος (Euripide, Medea, 1)

-eftemimera, o semisettenaria, dopo il settimo mezzo piede:

∪ — ∪ — | ∪ — ∪ || — | ∪ — ∪ — Es. Ὦ κοινὸν αὐτάδελφον Ἰσμήνής κάρα (Sofocle, Antigone, v.1)

-dieresi dopo il terzo piede (non frequentissima):
∪ — ∪ — | ∪ — || ∪ — | ∪ — ∪ — Es. Πεζῷ παραγγείλας ἄφαρ στρατεύματι

Il trimetro giambico possiede anche uno zeugma, il cosiddetto "ponte di Porson" (dal nome del filologo che lo scoprì).

Tale ponte prevede che se l'ultima parola del verso o l'ultimo gruppo di parole, presenta la forma di un cretico (— ∪ —) la sillaba precedente (la quart'ultima) non può essere lunga a meno che non si tratti di una parola monosillabica, o altrimenti formulato, se l'ultima sizigia inizia con una sillaba lunga, questa non si deve trovare a fine di parola. L'applicazione di questa legge è variabile a seconda del genere letterario in cui il trimetro è impiegato.

Il trimetro della commedia

Il trimetro della commedia si distingue per la libertà di trattamento.

Sue caratteristiche principali sono:

-lo zeugma di Porson è spesso trascurato;

-le sostituzioni con un dattilo o un anapesto sono ammesse in tutte le posizioni, tranne nell'ultimo piede, (il dattilo è escluso anche dal secondo e quarto piede);

-gli anapesti strappati, o spezzati (anapesti cioè le cui due brevi iniziali appartengono a due parole diverse), in genere evitati, si incontrano non di rado in Aristofane; Menandro li ammette più raramente.

-non c'è limitazione al numero di sostituzioni del giambo con un dattilo o un tribraco nel verso; e caso unico tra tutti i generi che usano il trimetro giambico, nella commedia si incontra anche la sostituzione con il proceleusmatico, sebbene rara;

-il verso può essere diviso in varie battute praticamente senza restrizione;

-i versi senza pausa interna non sono infrequenti.

Esistono poi scarti d'uso tra Aristofane e Menandro. Nel primo, gli anapesti sono più frequenti, mentre il secondo, che mira ad una maggiore aderenza del verso alla lingua parlata, è ancora più libero nell'uso delle pause; e spesso non fa coincidere la struttura del periodo con la struttura metrica, cosa che avviene invece nel poeta più antico.

Il trimetro del dramma satiresco

Il trimetro del dramma satiresco, come il genere a cui appartiene, si pone in posizione intermedia tra quello della commedia e della tragedia: più libero di quest'ultima, ma più regolato rispetto alla prima. Le infrazioni al ponte di Porson sono più frequenti che nella tragedia, il verso è spezzato più spesso tra attori diversi, la sillaba lunga del piede è risolta in due brevi più facilmente, e l'anapesto "strappato" non è sempre evitato.

Il trimetro della tragedia

Un maggiore rigore è la caratteristica dei trimetri della tragedia, anche se esistono scarti significativi tra un autore tragico e l'altro. In particolare, si può osservare:

Il ponte di Parson è osservato rigorosamente; le poche eccezioni per lo più sono solo apparenti

La risoluzione della sillabe lunghe in due brevi è meno usuale. Il dattilo non si incontra mai nel quinto piede; il tribraco vi è raro, l'anapesto è impiegato solo per i nomi propri, con l'eccezione del primo piede; non è invece mai ammesso nell'ultimo piede. Al contrario, la sostituzione del giambo con uno spondeo è molto frequente (sono rari i versi in cui ciò non avviene almeno una volta). In generale, Euripide ammette un maggior numero di soluzioni rispetto a Sofocle e a Eschilo.

L'anapesto, quando impiegato, coincide sempre con una parola tri- o polisillabica; l'anapesto "strappato" è sempre evitato.
Di norma, in un dattilo o in tribraco, le due sillabe brevi nate dalla soluzione di una sillaba lunga devono appartenere alla stessa parola, a meno che la prima sillaba breve non sia rappresentata da un monosillabo.
Eschilo evita la distribuzione di un verso in più battute (o ἀντιλαβαί); più tardi, le ἀντιλαβαί si incontrano più volte in Sofocle ed Euripide, ma la ripartizione delle battute di norma coincide con la pausa metrica

I versi privi di cesura o dieresi sono rarissimi.

In casi eccezionali (per lo più nomi propri che non si adattano allo schema giambico) un metro può subire anaclasi (da monometro giambico ∪ — ∪ — si passa a un coriambo — ∪ ∪ —

A parte rispetto ai tragici del V secolo AC si colloca l'Alessandra di Licofrone, la cui struttura è quella di una lunghissima "rhesis angeliké" (o discorso del messaggero), in cui il virtuosismo dell'autore si dichiara anche nella metrica: su 1474 trimetri, non ci sono che una ventina di soluzioni.

Il trimetro dei giambografi

In questa categoria si incontrano i trimetri più antichi che si conoscano; e la loro forma in genere è la più pura. Si nota in particolare (tenendo conto dello stato frammentario in cui questi autori ci sono noti) che:

-il ponte di Porson è sempre rispettato;

-la risoluzione delle sillabe lunghe è rara e mai più di una volta per verso;

-i trimetri puri sono più frequenti che nei tragici,

-le risoluzioni sono ammesse solo per parole di una certa lunghezza che contengono un accumulo di sillabe brevi

-la cesura o la dieresi sono sempre presenti

Gli autori di epigrammi seguono da vicino il modo dei giambografi: in generale, il trimetro degli autori tardoantichi è più rigoroso di quello degli autori del V secolo AC.

Trimetro giambico catalettico

Il trimetro giambico catalettico (schema ∪ — ∪ — |∪ — ∪ — |∪ — ∪ ∧), rimonta anch'esso, come uso, all'età arcaica, e lo si incontra sia nei giambografi che nei lirici.

Alcmane lo impiegò katà stíchon; Archiloco lo usa come secondo verso in un epodo; più tardi si incontra in periodi o strofe giambiche o eolo-coriambiche; il metro è impiegato anche nell'epigramma ellenistico.

Es. Πολλὴν κατ' ἀχλὺν ὀμμάτων ἔχευεν (Archiloco, fr. 103 B)

Scazonte

Il trimetro giambico scazonte ("zoppo") o coliambo, deve il suo nome alla sua particolare struttura metrica, così composta:

∪ — ∪ — |∪ — ∪ — |∪ — — ∪

Nell'ultimo piede il giambo è sostituito con un trocheo, provocando una brusca inversione metrica che fa "zoppicare" il verso. L'introduzione di questo verso è attribuita dalla tradizione antica ad Ipponatte; dopo di lui, fu usato da molti poeti, soprattutto in età ellenistica (Eronda e Callimaco tra gli altri).

Es. Ἀκούσαθ' Ἱππώνακτος· οὐ γὰρ ἀλλ' ἥκω (Ipponatte, fr. 13 B.)

Quando il quinto piede è spondaico, l'effetto di rottura ritmica è ancora più forte e il trimetro viene definito ischiorrogico (ossia "dalle anche spezzate"): l'introduzione di questo tipo di verso è attribuito ad Ananio, ma si trova già nei frammenti di Ipponatte.

In generale, le soluzioni dello scazonte sono più numerose che nel trimetro giambico acatalettico degli scrittori di giambi.

Note

Del trimetro giambico esiste anche una forma ipercatalettica (∪ — ∪ — |∪ — ∪ — |∪ — ∪ —| —): esso saltuariamente compare nelle strofe o nei sistemi lirici, soprattutto nei dattilo-epitriti.

Il trimetro giambico, sebbene verso prevalentemente recitato, compare anch'esso nei metri lirici, giambici, eolo-coriambii, o dattilo epitriti. In tal caso, come per gli altri metri lirici, le forme sincopate non sono infrequenti.

gggggg

Il trimetro giambico nella poesia latina

Verso tra i più importanti e prestigiosi della poesia greca, il trimetro giambico fu presto introdotto a Roma. Nella commedia di età arcaica, il suo equivalente è il senario giambico, che per alcuni aspetti si discosta dal modello greco.

Il modello dei giambografi arcaici e degli scrittori ellenistici fu ripreso invece da Catullo, che utilizzò a più riprese, per le sue nugae, tanto il coliambo (ad es. il famoso Miser Catulle, desinas ineptire) che il trimetro giambico acatalettico, non disdegnando anche tour de force metrici di gusto molto alessandrino (ad es. il carme n. 4, "Phaselus ille, quem videtis, hospites).

Dopo di lui, Orazio utilizzò questi metri nei suoi epodi, e Marziale negli epigrammi; e il trimetro è anche adottato da Seneca per le sue tragedie, secondo una struttura molto più regolare rispetto a quella del senario giambico arcaico.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Trimetro_giambico" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 2:54 pm    Oggetto:  METRICA
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Trisillabo (metro)

Nella metrica italiana, il trisillabo è un verso nel quale l'accento si trova sulla seconda sillaba: quindi, se l'ultima parola è piana comprende tre sillabe, mentre se è tronca o sdrucciola ne ha rispettivamente due oppure quattro.

Gli accenti metrici sono pertanto

_ ' _

Esempi di versi trisillabi

Questo verso è molto raro in italiano, e lo si trova generalmente frammischiato ad altri versi più lunghi. Palazzeschi sembra averlo apprezzato molto: si guardi l'inizio di Lasciatemi divertire.

Tri tri tri,
fru fru fru,
uhì uhì uhì,
ihù ihù ihù.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 2:59 pm    Oggetto:  METRICA
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Trocheo

Il trocheo è un piede usato nella poesia greca e latina.

Si compone di un elementum longum e di un elementum anceps (schematicamente ∪∪X) che nella sua forma pura si realizza ed è conosciuto come — ∪ di conseguenza, in base alla codificazione della metrica classica, si tratta di un piede di tre morae, bisillabo, di ritmo discendente, e appartenente al γένος διπλάσιον, in quanto la proporzione tra arsi e tesi è 2:1.

Origini

Gli antichi designavano il trocheo tanto con il nome τροχαῖος (dal verbo τρέχειν, correre) che χορεῖος, (da χορός, danza), in relazione alle caratteristiche ritmiche del metro, che si presta tanto al movimento rapido che alla danza. I primi versi trocaici a noi noti compaiono in Archiloco.

Uso

Come il giambo anche il trocheo è normalmente contato in metri o sizigie; La soluzione degli elementa di arsi e tesi rende possibile la sostituzione del trocheo con

il tribraco (∪ ∪ ∪)

lo spondeo, frequente: nelle sizigie è di solito ammessa solo nel secondo piede, formando uno schema — ∪ — —)

l'anapesto(∪ ∪ —)

il dattilo (— ∪∪) eccezionalmente.

Quando questi piedi compaiono in sostituzione del trocheo, metro di ritmo discendente, il loro tempo forte cade sempre sulla prima sillaba.

Inoltre il trocheo, come il giambo, è soggetto a sincope o ad anaclasi in alcuni schemi metrici complessi, dando origine alle seguenti variazioni:

per sincope:

— — ∪ = — [∪] — ∪
— ∪ — = — ∪ — [∪]
— — = — [∪] — ∪ [∪]
per anaclasi
— ∪ ∪ — = — ∪ — ↔ ∪
∪ — — ∪ = — ↔ ∪ — ∪

I versi trocaici più lunghi, in particolare il tetrametro trocaico, sono usati nella poesia recitata, sia dai giambografi, che nelle parti recitate della commedia e della tragedia: anzi, secondo la testimonianza di Aristotele, questo uso del tetrametro trocaico sarebbe più antico rispetto al trimetro giambico, che lo soppianta in epoca classica. I κῶλα trocaici sono usati inoltre anche nella poesia lirica corale, e nelle parti liriche della tragedia.

Versi trocaici

Monometro trocaico

— ∪ — ∪

Il monometro trocaico compare principalmente in periodi eterogenei, come le strofe eolocoriambiche. Può ammettere varie forme di risoluzione in uno o entrambi i piedi e talvolta appare come clausola alla fine di un periodo.

Es. Ἄμμε πότμος (Pindaro, Nemea, VI 6b)

Quando appare nella forma — ∪ — — (equivalente all'epitrito secondo) è uno dei costituenti base dei versi dattilo epitriti.

Il monometro trocaico catalettico è, nella sua forma — ∪ — equivalente a un cretico: lo si incontra a fianco di altri κῶλα più estesi, prevalentemente dello stesso metro, e soprattutto in clausola.

Tripodia trocaica

— ∪ — ∪ — ∪

La tripodia trocaica è rara: tutti i κῶλα trocaici che sembrano averne l'aspetto sono in realtà degli itifallici (vedi sotto).

Es. Εἰ δὲ δή τιν' ἄνδρα (Pindaro, Olimpica I, 54)

La forma catalettica, al contrario è molto più frequente, sia nella forma forma standard che con varie sostituzioni:

— ∪ — ∪ —

A causa della sua somiglianza con il docmio, tale metro è chiamato ipodocmio, e si trova spesso in associazione con i metri docmiaci. Questo però non è il suo unico uso: lo si può incontrare anche ripetuto κατὰ στίχον come verso indipendente, o in connessione con versi eolo-coriambici.

Es. πορφύρεα φάρεα (Euripide, Ippolito, 126)

Dimetro trocaico

Il dimetro trocaico nella sua forma acatalettica è il κῶλον di cui ordinariamente sono composti i periodi e sistemi trocaici.

Dimetro trocaico acatalettico

— ∪ — X | — ∪ — ∪

Es. κλαύσεταί τις τῶν ὄπισθεν (Aristofane, Vespe, 1327)

Questo verso si incontra spesso tanto nella commedia che nella tragedia; solo o in unione con il dimetro trocaico catalettico; solo in Sofocle è raro. Ammette in genere un ampio numero di sostituzioni; rari i casi di sincope, con o senza protrazione. Può apparire in serie di cola trocaici, in unione con versi eolo-coriambici, o nei dattilo epitriti. I casi di sincope, con o senza protrazione, sono rari; si possono invece verificare casi di anaclasi, con un dimetro che inizia così con un giambo

— ∪ — ∪ diviene ∪ — — ∪

E' un metro di uso antico, che si trova già in Alcmane.

Dimetro trocaico catalettico o lekythios

— ∪ — X | — ∪ ∪

Il dimetro trocaico catalettico è un verso di ampio uso, sia in sistemi con il dimetro trocaico acatalettico che in sistemi misti. E' anche detto lecizio o euripideum, per il famoso passaggio delle Rane di Aristofane, (v. 1200 e seguenti) in cui il poeta ridicolizza il trimetro giambico euripideo aggiungendo dappertutto, dopo la cesura, la formula

ληκύθιον ἀπώλεσεν (perse il vasetto),

formula che è, appunto, un dimetro trocaico catalettico.

Questo κῶλον si incontra già in Archiloco, che lo usò in un asinarteto, preceduto da un dimetro giambico; è presente in Alcmane e nella lirica corale, e nella poesia drammatica; può essere usato come verso indipendente o strettamente associato al colon successivo. In generale, comunque, non ammette molte soluzioni.

Talvolta, il piede iniziale può subire anaclasi (così in Eur., Troiane, v. 560 segg.).

Il κῶλον è utilizzato da Plauto come tetrapodia piuttosto che come dimetro, mentre Orazio imita più da vicino l'uso greco usandolo nel cosiddetto "sistema ipponatteo" in coppia con il trimetro giambico catalettico in Carm. II, 18

Dimetro trocaico brachicatalettico o itifallico

— ∪ — ∪ — —

Nel dimetro trocaico brachicatalettico, anche il penultimo piede perde la sua arsi. Questo κῶλον è tradizionalmente noto con il nome di itifallico, in quanto utilizzato nei canti delle processioni per il dio della fertilità.

Es. δεῦρο δηῦτε Μοῖσαι (Saffo, fr. 84 B)

La sua forma potrebbe far pensare a una tripodia, ma poiché lo si incontra anche in responsione con dimetrici trocaici acatalettici, si deve pensare a una sincope del penultimo piede.

I suoi usi sono molteplici: esso compare come secondo elemento di molti asinarteti o come clausula alla fine di sistemi di κῶλα trocaici e non.

Tale verso ammette soluzioni nel primo metro e il qualche caso anaclasi (anche se in tal caso si confonde con un dimetro bacchiaco).

Pentapodia trocaica

— ∪ — X — ∪ — X — ∪

La pentapodia trocaica è un metro che appare piuttosto raramente.

Es. Ἱμέρῳ χρίσασ' ἄφυκτον οἰστόν (Eur., Medea, 634)

Appena un po' più frequente è la sua versione catalettica

— ∪ — X — ∪ — ∪ —

entrambi appaiono solo nei periodi e sistemi lirici; le sostituzioni in genere non sono molte.

Es. νῦν πρόπεμπ' ἀπ' οὐρανοῦ θόαν (Bacchilide, XVII, 55)

Trimetro trocaico

— ∪ — X | — ∪ — X | — ∪ — ∪

Anche il trimetro trocaico acatalettico non è un verso di uso molto comune. Non compare mai come verso stichico, ma è usato occasionalmente nei periodi trocaici, anche se spesso in tali contesti viene considerato un monometro + un dimetro.

Es. δεῖ δὲ ταύτης τῆς ὕβρεως ἠμῖν τὸν ἄνδρα (Aristofane, Tesmoforiazuse, 465

Nella sua forma epitritica

— ∪ — — | — ∪ — — | — ∪ — ∪

si incontra nei dattilo epitriti. Questo schema è definito dagli scolii metrum stesichorium (dal poeta arcaico Stesicoro).

Es. ἀφθόνων ἀστῶν ἐν ἰμερταῖς ἀοιδαῖς (Pindaro, Olimpica VI, 7)

trimetro catalettico

— ∪ — X | — ∪ — ∪ | — ∪ —

si incontra più di frequente. La sua prima attestazione è in Archiloco; appare in seguito insieme ad altri κῶλα trocaici in sistemi lirici.

Es. Ζεῦ πάτερ γάμον μὲν οὐκ ἐδαισάμην (Archiloco, fr. 99 B)

Tetrametro trocaico

Per approfondire, vedi la voce tetrametro trocaico.

— ∪ — X | — ∪ — X || — ∪ — X | — ∪ ∪

E' il verso principale delle parti dialogate dei drammi sia greci che latini. Nel dramma latino il verso è chiamato settenario trocaico, ammettendo sostituzioni in tutte le sedi. La forma più documentata è quella catalettica, che deriva da una forma acatalettica di origine lirica.

Pentametro trocaico

— ∪ — X | — ∪ — X |— ∪ — X | — ∪ — X | — ∪ ∪ Callimaco sperimenta in un suo epigramma questo tipo di verso

Es. Ἔρχεται πολὺς μὲν Αἰγαῖον διατμήξας ἀπ' οἰνηρῆς Χίου (Callimaco, Frag. 400 Pfeiffer)

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Trocheo" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 3:02 pm    Oggetto:  METRICA
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Verso

Il verso è l'unità funzionale e strutturale che definisce la "forma-poesia".

Tipograficamente è delimitato dalla discesa a capo.

La divisione di un testo in versi indirizza subito il lettore verso un'interpretazione del testo focalizzata non solo sul suo significato ma anche sul modo in cui questo è espresso e organizzato, in altre parole sulla dialettica tra forma e contenuto.

La segmentazione versale entra in relazione con quella linguistica in un gioco di corrispondenze e sfasature che a loro volta vengono ad assumere un rilievo espressivo e formale.

Raggruppamenti di versi

I versi possono essere raggruppati in strofe.

Coppie di versi della stessa misura, posti sulla stessa riga e preferibilmente separati da un trattino orizzontale, creano i versi doppi.

Coppie di versi, posti sulla stessa riga ma di differente misura, creano i versi composti.

I versi della poesia italiana

La poesia italiana tradizionale si basa sui versi che vanno dal quadrisillabo all'endecasillabo. Molto raro è l'utilizzo di versi più brevi e più lunghi.

I più usati, nella poesia di stile elevato, sono l'endecasillabo e il settenario, sovente abbinati tra loro e al quinario. Questi tre versi imparisillabi, infatti, condividono per lo più il profilo ritmico, con una prevalenza di accenti sulle sedi pari e la frequente (obbligatoria nel caso del quinario) accentazione della quarta sillaba metrica.

I versi parisillabi (quadrisillabo, senario, ottonario e decasillabo) hanno un andamento più cadenzato e un tono più popolare.

Il verso novenario, messo all'indice dalla poesia classica, presenta lo stesso ritmo cantilenante dei versi parisillabi in forma ancora più accentuata.

Voci correlate

-Metrica
-Poesia
-Verso libero

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Verso" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 3:03 pm    Oggetto:  METRICA
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Verso libero

Il verso libero è quel verso che non rientra negli schemi metrici tradizionali.

Essi si chiamano liberi perché non si basano su un numero fisso di sillabe e si possono applicare a diverse realtà metriche.

Questo tipo di verso, che viene così a non possedere una costante identità metrica, si ritrova nella poesia delle origini, nei laudari del Duecento o nella poesia del Novecento.

Nella poesia del Novecento

Soprattutto nella poesia italiana del Novecento nei confronti delle tradizionali forme metriche si è attuato un rapporto molto più libero.

Sotto il nome di verso libero viene compresa ogni forma di versi che, a differenza di quanto avveniva fino all' Ottocento, non rispondono alla regolarità di sillabe, accenti e forme strofiche e che comprendono diversi tipi di metro.

La categoria del verso libero può essere schematizzata in tre differenti tipologie, anche se la realtà risulta essere molto più flessibile potendo essere quasi tutti i tipi di verso libero mescolati.

Si distinguono principalmente:

-La polimetria, che consiste nell'uso di versi regolari, per quanto riguarda le sillabe e il ritmo, ma che all'interno della poesia si susseguono in modo imprevedibile, senza costituire strofe regolari.

-L'anisosillabismo, quando si formano, su una struttura ritmica regolare, un numero di sillabe maggiori o minori, rispetto a quelle tradizionali, determinando una lunghezza variabile del verso.

-Il verso-frase, che varia per numero di battute, accenti ed estensione e che coincide con la pausa creando effetti sentenziosi.

-Il verso lineare, il cui carattere metrico viene affidato solamente allo spazio bianco e che può essere rappresentato con una pausa nella dizione.

Il fenomeno del verso libero si evidenzia soprattutto nel periodo tra l' Ottocento e il Novecento nel momento di una accentuata rivoluzione del linguaggio dell'arte che non interessa solamente la letteratura ma anche la pittura, la scultura e la musica.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 3:04 pm    Oggetto:  METRICA
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Zeugma (metrica)

Nella metrica classica greca, lo zeugma (da non confondersi con la figura retorica con lo stesso nome) è un punto del verso in cui una parola non può terminare.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Zeugma_%28metrica%29" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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