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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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MORFOLOGIA
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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:09 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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"Morfologia"

Questa categoria contiene 13 pagine.


1-Declinazione (grammatica)

2-Genere (linguistica)

3-Ipocoristico

4-Lemma (linguistica)

5-Lingua agglutinante

6-Lingue isolanti

7-Morfologia (grammatica)

8-Numero (linguistica)

9-Polirematica

10-Prefisso

11-Prefissoide

12-Suffisso

13-Suffixaufnahme

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:09 pm    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:13 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Declinazione (grammatica)

In morfologia la declinazione è la flessione di una nome o di un aggettivo, in modo da adattarla alle varie funzioni che la parola stessa può assumere all'interno della frase.

La declinazione è una regola grammaticale ormai decaduta nella lingua italiana, dal momento che ogni parola, che sia nome, aggettivo o avverbio assume sempre la stessa forma per qualunque funzione assolta nel periodo (soggetto, complemento). Ad esempio, in italiano, la parola cane è sempre la stessa in ogni ambito della frase: Il cane azzannò la pecora, ho dato da mangiare al cane, la cuccia del cane etc.

Vi sono invece altre lingue, sia moderne sia antiche, in cui ogni parola, a seconda della funzione svolta nella frase, assume forme diverse: una lingua moderna, ad esempio, è il tedesco, in cui la parola si flette attraverso quattro casi.

Tra le lingue antiche, il latino e il greco fanno grande uso della declinazione. Nella lingua latina sono presenti sei casi: nominativo (caso del soggetto), genitivo (caso del complemento di specificazione), dativo (caso del complemento di termine), accusativo (caso del complemento oggetto), vocativo (usato per invocazioni) e ablativo (tutti gli altri complementi, si usa anche accompagnato da preposizioni). Questi sei casi esistono al singolare e al plurale, e nella grammatica latina esistono cinque declinazioni.

Esempio di declinazione

Un esempio di declinazione latina è:

per il nome fructus, fructus (IV declinazione)

Singolare

Nominativo : fructus (il frutto, sogg.)
Genitivo : fructus (del frutto)
Dativo : fructui (al frutto)
Accusativo : fructum (il frutto, ogg.)
Vocativo : fructus (o frutto)
Ablativo : fructu (per mezzo del frutto)

Plurale

Nominativo : fructus (i frutti, sogg.)
Genitivo : fructuum (dei frutti)
Dativo : fructibus (ai frutti)
Accusativo : fructus (i frutti, ogg.)
Vocativo : fructus (o frutti)
Ablativo : fructibus (per mezzo dei frutti).

Ad esempio, la frase Dedi puellae fructus significa Ho dato i frutti alla ragazza perché fructus, nel contesto è accusativo plurale.

Come si può facilmente notare dall'esempio, la stessa parola, ad esempio fructibus, può appartenere a più di un caso, sta quindi al traduttore adattarla per rendere meglio il senso della frase.

Costruzione della frase

Sempre conseguente al fatto dell'esistenza della declinazione, in latino, non è importante la maniera in cui viene costruita la frase, poiché ogni parola è strettamente legata al caso, e quindi non muta a seconda della posizione nella frase:

ad esempio, la frase Heri Tulliam Romae vidi è perfettamente equivalente alla formulazione Romae Tulliam heri vidi.

La costruzione della frase soggetto + verbo + complementi è di conseguenza molto difficile da trovare in un testo latino, ma in genere è preferita la costruzione che pone il verbo alla fine della frase, e il complemento oggetto che precede il verbo.

La posizione delle parole nella frase è invece fondamentale per lingue che non fanno uso delle declinazioni, coma ad esempio l'italiano o l'inglese; infatti è assolutamente necessario, tranne casi particolari, utilizzare la costruzione soggetto + predicato + complemento oggetto + complementi indiretti. L'inversione di una di queste parti del discorso potrebbe mutare, mistificando il senso della frase, il significato.

Esempio: Laura ha accompagnato Francesco al cinema. Non si può preporre il complemento oggetto (Francesco) al verbo, altrimenti sarebbe inteso che è Francesco che ha accompagnato Laura al cinema.

Nell'inglese la costruzione della frase è ancora più rigida che in italiano: anche se mutando l'ordine delle parole, il senso della frase non verrebbe modificato, è sempre necessario utilizzare la costruzione della frase sopra citata (S + P + O + C).

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:20 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Genere (linguistica)

In linguistica, i generi grammaticali, chiamati anche classi nominali, sono classi di nomi che si riflettono nel comportamento delle parole associate; ogni nome deve appartenere ad una delle classi e ve ne devono essere molto poche che appartengano a parecchie classi in una volta sola (Hockett 1958: 231).

Alcune lingue hanno un solo genere e trattano tutti i sostantivi nella stessa maniera da un punto di vista grammaticale. La maggior parte delle lingue indo-europee ha da uno a tre generi, tradizionalmente chiamati generi grammaticali piuttosto che classi nominali. Alcune lingue caucasiche ne hanno da quattro a otto e la maggior parte delle lingue bantu ne ha da dieci a venti.

Il sistema delle classi nominali è sempre accompagnato da apposito gruppo di suffissi o prefissi che modificano determinate parole mostrando contemporaneamente il genere del nome alle quali si riferiscono.

L'italiano ad esempio utilizza un sistema di suffissi (ad esempio, la finale -o indica il genere maschile) e solamente aggettivi, articoli e pronomi vengono modificati in base al genere del nome a cui si riferiscono (mentre i verbi invece rimangono inviariati dal punto di vista del genere).

Invece in un tipico esempio del Swahili, una lingua bantu, il prefisso "ki" (che determina i sostantivi singolari del genere numero 7) compare sia negli aggettivi (-kubwa) che nei verbi (-anguka), per esprimere la loro relazione alla parola di genere numero 7 kitabu, "libro":

kitabu kikubwa kinaanguka
(7.book 7.big 7.PRESENT-fall)
"Il grande libro cade"

Criteri comuni per distinguere i generi nominali includono:

-animato e inanimato
-razionale e non razionale (come in Ojibwe)
-umano e non umano
-maschile e altro
-umano maschile e altro
-maschile e femminile (come nelle lingue romanze, compreso l'italiano)
-maschile, femminile e neutro (come in latino, tedesco o nelle lingue slave).
-forte e debole
-aumentativo e diminutivo

In generale i confini delle classi nominali sono piuttosto arbitrari, sebbene vi siano regole più o meno precise in molte lingue. Le lingue algonchine distinguono tra genere animato e genere inanimato, per esempio, e la maggior parte delle lingue indo-europee distinguono tra maschile, femminile e a volte neutro. In molte altre lingue, tuttavia, il maschile e il femminile sono sottintesi nella categoria di persona, o in generale o solo nel plurale, come nelle lingue caucasiche e in alcune lingue dravidiche.

Lingue algonchine

La lingua Ojibwe e altri idiomi del gruppo linguistico delle lingue algonchine distinguono tra genere animato e inanimato, anche se alcune fonti sostengono che la distinzione sia tra cose potenti e cose che non lo sono, in quanto sia gli esseri viventi, sia le cose sacre, sia le cose connesse con la Terra sono considerate potenti e appartengono alla classe "animate". L´assegnamento è comunque arbitrario, dato che, per esempio, il "lampone" è considerato animato, mentre la "fragola" è inanimata.

Lingue aborigene australiane

La lingua dyirbal è conosciuta per il suo sistema di quattro classi nominali, che tendono ad essere divise secondo le linee semantiche seguenti:

I — oggetti animati, uomini
II — donne, acqua, fuoco, violenza
III — frutta e verdura commestibili
IV — misto (include tutte le cose che non sono classificabili nelle prime tre)

La classe etichettata solitamente come "femminile" include la parola per "fuoco" e i nomi collegati con il fuoco, come anche le creature pericolose e i fenomeni naturali. Questo ha ispirato a George Lakoff il titolo del libro Donne, Fuoco e cose pericolose.

La lingua ngangikurrunggurr ha generi per i canidi e le armi da caccia e la lingua anindilyakwa ha una classe nominale per le cose che riflettono la luce. La lingua diyari distingue solo tra femminile e tutto il resto. Forse il numero più alto di generi delle lingue australiane si trova nella lingua yanyuwa, che ha ben 16 classi nominali.

Lingue caucasiche

Tra le lingue caucasiche, le classi nominali si trovano in alcune lingue caucasiche settentrionali. Nella famiglia caucasica nord-orientale solo il lezghiano, l´udi e l´aghul non hanno genere. Alcune lingue hanno due generi soli, mentre altre, come il bats, ne hanno otto. Il sistema più diffuso, tuttavia, ha quattro generi: maschile, femminile, animato e misto. L´andi ha un genere riservato agli insetti.

Tra le lingue caucasiche nord-occidentali, l´abcazico mostra una distinzione tra umano maschile e umano femminile/non umano. L´ubykh mostra inflessioni sulla stessa linea, ma solo in alcune situazioni, e in alcune di queste l´inflessione per la classe nominale è addirittura non obbligatoria.

In tutte le lingue caucasiche che manifestano generi grammaticali, ad essere marcato non è il sostantivo stesso, ma piuttosto i verbi dipendenti, gli aggettivi, i pronomi e le preposizioni.

Lingue indo-europee

Nelle lingue indo-europee i generi includono generalmente il femminile, il maschile e il neutro. Il latino li ha tutti e tre ma in molte delle lingue derivate, come nel francese e nello spagnolo, il genere neutro è praticamente scomparso, anche se alcune parole, come "cela" in francese, sono considerate da alcuni grammatici di genere neutro. In italiano vestigia del neutro le ritroviamo nei nomi sovrabbondanti: uovo, uova; braccio, braccia; dito, dita, maschili al singolare e femminili al plurale. In spagnolo esiste un neutro singolare i cui soli nomi sono aggettivi usati come nomi astratti (p.e. "lo único" =l´unico; "lo mismo" = lo stesso). In altre lingue il maschile e il femminile si sono fusi in unico genere, detto "comune" mantenendo separato il genere neutro, come per esempio nel danese o nell'olandese. L´inglese differenzia il genere solo nei pronomi di terza persona singolare, dove il "maschile" (he) viene usato per gli umani maschi, il "femminile" (she) per gli umani di sesso femminile e il "neutro" (it) per animali e oggetti inanimati, anche se spesso si usa colloquialmente la forma maschile o femminile con gli animali o il femminile quando certe "cose" vengono personificate (in particolare mezzi di trasporto e nazioni). Altre lingue potrebbero raggruppare i generi in maniera diversa: il ceco e, in parte, il russo dividono il genere maschile in animato e inanimato. Le costruzioni spagnole per il complemento oggetto sono diverse a seconda che si tratti di esseri umani o di oggetti, anche se la grammatica latina tradizionale non la considera una classificazione nominale. Si pensa che il nostratico, una protolingua teorica che avrebbe dato origine alle lingue indo-europee e ad altre famiglie linguistiche, avesse come generi grammaticali umano, animale e oggetto. Nei nomi comuni il genere grammaticale è solitamente collegato al sesso in maniera marginale. Per esempio, in spagnolo la parola hijo (figlio) è maschile e hija (figlia) è femminile, come ci si potrebbe aspettare. Questo è chiamato genere naturale, o a volte genere logico. In altri casi ci sono modi elaborati (e per la maggior parte incompleti) di determinare il genere di una parola. Per esempio in tedesco i nomi che terminano in -ung (che corrispondono allo -ing dell´inglese) sono femminili, mentre i nomi delle marche automobilistiche sono maschili. Parole con le desinenze diminutive -lein e -chen sono neutre, come anche di conseguenza i generi grammaticali di Mädchen (ragazza), Fräulein (signorina) e Brüderchen (fratellino). In alcuni dialetti locali della Germania tutti i nomi per persone di sesso femminile sono stati trasformati in genere neutro, mentre il genere femminile rimane per alcune parole che definiscono oggetti. Tutto questo è ancora arbitrario e cambia a seconda delle culture. Gli antichi romani credevano che il sole fosse maschile e la luna femminile (come in francese, spagnolo e italiano), ma in tedesco (e nelle altre lingue germaniche), è il contrario. Chi apprende una lingua deve quindi considerare il genere come parte del nome e quindi memorizzarlo in maniera corretta in concordanza con l´uso della lingua. Una raccomandazione frequente è quella di memorizzare l´articolo definito e il nome come un unicum. In quelle lingue indo-europee che assegnano ad ogni nome un genere grammaticale, i generi spesso corrispondono grosso modo alle declinazioni che regolano il modo in cui i nomi vengono flessi. In latino, per esempio, quasi tutti i nomi che terminano per -a della prima declinazione sono femminili, eccezion fatta per una manciata di nomi che identificano ruoli tipicamente maschili come nauta (marinaio) o agricola (contadino). Allo stesso modo quasi tutti i nomi della radice nominale in -o della seconda declinazione che escono in -us al nominativo sono maschili, quelli che terminano per -um sono neutri. I toponimi e i nomi degli alberi sono tuttavia femminili, anche se ulmus (elmo) o Ægyptus (Egitto) sono maschili. La maggior parte delle lingue indo-europee che hanno mantenuto i sistemi di declinazione hanno regole simili.

Lingue niger-kordofaniane

-Lingue bantu-

Secondo Carl Meinhof, le lingue bantu hanno un numero totale di 22 classi nominali. Mentre nessuna di queste lingue le esprime tutte, tutte hanno almeno 10 classi nominali. Per esempio, secondo la numerazione di Meinhof, lo Swahili ha 15 classi e il Sesotho ne ha 18. Tuttavia, il sistema di numerazione di Meinhof include i numeri del singolare e del plurale dello stesso nome come appartenenti a classi separate (vedi il Sesotho, per esempio). Questa tesi è inconsistente per il modo in cui le altre lingue sono tradizionalmente considerate, dove il numero è ortogonale al genere ( un´analisi secondo lo stile di Meinhof darebbe al greco antico ben 9 generi!). Se si segue la tradizione linguistica più ampia e si contano il singolare e il plurale dello stesso nome come appartenenti alla stessa classe, allora lo Swahili avrà 8 o 9 generi e il Sesotho 11. Spesso alcune classi nominali sono riservate agli esseri umani. La lingua dei Fulani ha un genere riservato ai liquidi. Secondo Steven Pinker, la lingua kivunjo ha 16 generi incluse le classi per collocazioni precise e per luoghi generali, classi per singole unità o coppie di oggetti e classi per gli oggetti che appaiono in coppie o singole unità e classi per le qualità astratte.

-Zande-

La lingua zande distingue quattro generi:

Criterio Esempio Traduzione
umano maschile kumba uomo
umano femminile dia moglie
animato nya bestia
altro bambu casa

Ci sono circa 80 nomi inanimati che hanno il genere animato, compresi i nomi che indicano oggetti celesti luna, arcobaleno), oggetti metallici (martello, anello), piante commestibili (patata dolce, pisello) e oggetti non metallici (fischio, palla). Molte di queste eccezioni hanno una forma rotonda e alcune possono essere spiegate a seconda del ruolo che giocano nella mitologia zande.

Altro

L´Alambak, una lingua del gruppo Sepik Hill parlato in Papua Nuova Guinea, ha un genere "maschile", che include maschi e cose che sono alte o lunghe e magre, o sottili come i pesci, i coccodrilli, i serpenti lunghi, le frecce, le lance e alti alberi dal fusto stretto, e un genere "femminile" che include donne e cose basse, rannicchiate o aperte, come le tartarughe, le rane, le case, gli scudi da combattimento e gli alberi che sono tipicamente più rotondi e rannicchiati di altri.

Lingue senza genere grammaticale sul nome

Queste lingue possono essere divise in due sottotipi. Il primo tipo distingue ancora il genere, ma la distinzione è fatta sui modificatori (aggettivi, ecc.), sui pronomi e forse anche sui verbi, ma non sul nome. Il tedesco appartiene a questa categoria, dato che la maggior parte dei nomi non danno alcun indizio sulla forma dell'articolo, del determinante e dell'aggettivo da usare. Il giapponese e il cinese potrebbero appartenere a questa categoria: hanno un elaborato sistema di contatori che classifica i nomi in tipi basati sulla forma e funzione, ma sono solo usati con modificatori contatori. Tuttavia, in queste due lingue, le classi nominali non sono generalmente distinte in altri contesti e molti se non la maggior parte dei linguisti le considererebbero completamente senza genere.

Al secondo tipo appartengono quelle lingue che, come l´Inglese, non hanno concetto di genere grammaticale, così la forma dei modificatori usati con i nomi e i verbi non cambia a seconda del genere: la parola uomo è ovviamente riferita ad un essere umani di sesso maschile, così come ragazza ad un essere umano di sesso femminile, ma l'aggettivo tall, se riferito ad uno qualsiasi dei due nomi, non cambia per adattarsi al genere naturale che il nome esprime.

Il gallese è inusuale nel senso che non si conforma in maniera pulita a queste limitazioni. In generale la distinzione del genere è andata perduta, sia nei nomi che negli aggettivi. Tuttavia ha una caratteristica inusuale, quella della mutazione iniziale, in cui la prima consonante diventa un'altra in alcuni posti. In gallese il genere può determinare la mutazione, specialmente la mutazione debole. Per esempio, la parola merch significa figlia o ragazza. Tuttavia la ragazza è y ferch. Questo accade soltanto con i nomi femminili, i nomi maschili rimangono immutati dopo l´articolo definito (per esempio mab — "figlio", y mab — "il figlio"). Il genere inoltre colpisce gli aggettivi seguenti in maniera simile, per esempio "la ragazza grande" è y ferch fawr, ma "il figlio grande" è y mab mawr.

Tuttavia, come in inglese, anche se una lingua non ha concetto di genere nel sistema nominale, i pronomi personali spesso hanno forme diverse basate sul genere naturale. Questo non è lo stesso concetto del genere grammaticale. I pronomi con genere cambiano considerabilmente attraverso le lingue: ci sono lingue che hanno diversi pronomi alla terza persona solo per differenziare tra esseri umani e oggetti inanimati, come il finlandese. Altre lingue, come il giapponese, hanno una vasta gamma di pronomi personali per descrivere come le referenze siano collegate col parlante.

Si dovrebbe enfatizzare che le lingue che non hanno genere grammaticale possono avere una marca lessicale piuttosto persuasiva di genere naturale, che non dovrebbe essere confuso con il genere grammaticale. Un esempio di rilievo è il suffisso -in dell´esperanto, che può essere usato per cambiare, per esempio, patro "padre" in patrino, "madre". Questo particolare suffisso è estremamente produttivo (non ci sono termini atomici per "madre" in esperanto), ma porta alcune persone a sostenere erroneamente che esso sia una marca di genere grammaticale più che lessicale.

Lista di lingue che non usano generi grammaticali

Afrikaans
Armeno
Basco
Bengali
Bugis
Birmano
Cebuano
Yup'ik centrale
Cinese
Chol

Inglese L´inglese ha qualche traccia di un sistema di genere naturale nei pronomi di terza persona singolare, ma nessun genere grammaticale.

Estone

Esperanto L´Esperanto ha, tuttavia, pronomi di terza persona singolare con marca di genere e un suffisso di marca femminile, entrambi oggetti di controversie al momento.

Finlandese
Georgiano
Hawaiiano
Ungherese

Ido L´ido ha il suffisso maschile -ul e il suffisso femminile -in per gli esseri animati. Entrambi sono opzionali e devono essere usati solo se necessari per evitare ambiguità. Così kato: un gatto, katulo: un gatto maschio, katino: una gatta . Inoltre ci sono pronomi di terza persona singolare e plurale per tutti e tre i generi: maschile, femminile e neutro, oltre a pronomi senza genere.

Ilocano
Indonesiano
Interlingua
Giapponese
Kannada
Khmer
Coreano
Lao
Lojban
Malgascio
Malay
Malayalam
Makasar
Mandar
Nahuatl
Persiano moderno
Pirahã
Quechua
Quenya
Sindarin
Sinhala
lingue sami
Tagalog
Telugu
Tlingit
Thailandese
Tok Pisin
Toki Pona
Tulu
Turco
Tzotzil
Tzeltal
Ungherese
Vietnamita
Yoruba

Lista di lingue che usano generi grammaticali o classi nominali

Albanese
Antico egizio
Greco antico
Accadico
Arabo
Aramaico
Bosniaco
Bulgaro
Catalano
Cornico
Croato
Ceco
Danese
Dari
Olandese
Faroese
Francese
Galiziano
Greco
Gujarati
Ebraico
Hindi
Islandese
Irlandese
Italiano
Klingoniano
Latino
Lettone
Lituano
Marathi
Manx
Norvegese
Occitano
Prussiano antico
Pashto
Polacco
Portughese
Punjabi
Romeno
Russo
Sanscrito
Gaelico Scozzese
Serbo
Slovacco
Sloveno
Sorabo
Spagnolo
Sumero
Swahili
Svedese
Lingue berbere
Tagico
Tedesco
Ucraino
Urdu
Gallese
Yiddish

Due generi o classi nominali

-Maschile e femminile-

Accadico
Antico egizio
Arabo
Aramaico
Bengalese
Catalano
Francese
Galiziano
Ebraico
Hindi
Irlandese

Italiano I cosiddetti nomi con genere mobile, cioè maschili al singolare e femminili al plurale (ad esempio l'uovo/le uova), potrebbero essere considerati nomi di genere neutro (ed infatti il rumeno li considera in questo modo), ma essendo in numero così esiguo (a differenza che in rumeno), vengono generalmente considerati delle eccezioni.

Lettone
Lituano
Occitano
Punjabi

Portoghese Da notare però la differenza tra todo, toda e tudo.

Gaelico scozzese

Spagnolo Lo spagnolo possiede però un articolo neutro (lo) (usato generalmente con aggettivi sostantivati che esprimono idee astratte) e un aggettivo/pronome dimostrativo neutro (esto).

lingue berbere
Urdu
Gallese

-Comune e neutro-

Danese
Olandese
Ittita
Basso tedesco
Norvegese (Riksmål)
Svedese

-Animato e inanimato-

Sumero
Molte lingue degli indiani d´America, come il Navajo.


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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:24 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Ipocoristico

In linguistica, l'ipocoristico è la modificazione fonetica (si tratta in genere di un raccorciamento) di un nome proprio di persona; questa può dare origine ad un diminutivo, a un vezzeggiativo o ad una commistione di entrambe le forme.

Tipologie di ipocoristici

La lingua italiana ha elaborato nel tempo vari modi di creare un ipocoristico; questi i principali:

Raddoppiamento di una sillaba interna al nome: questo fenomeno è tipico del linguaggio infantile (es.: Domenico → Mimì);

Raddoppiamento della sillaba finale del nome, utilizzando l'ultima consonante presente come consonante iniziale dell'ipocoristico (es.: Giuseppe ---> Peppe; Ugolino ---> Nino);

Caduta di tutte le sillabe protòniche del nome, quelle cioè che precedono l'accento (es.: Giovanni ---> Vanni);

Caduta di una o più consonanti interne al nome e contrazione di questo (es.: Giovanni ---> Gianni; Durante ---> Dante).

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:25 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Lemma (linguistica)

In linguistica si dice lemma la forma di citazione di una parola: se ad esempio cerchiamo sul vocabolario il significato di palinsesti (che è una forma flessa, al plurale), andremo a cercare palinsesto, ovvero il suo lemma. Per i verbi in genere si utilizza il modo infinito al tempo presente.

L'operazione che porta dalla forma flessa al corrispettivo lemma si dice lemmatizzazione.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:27 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Lingua agglutinante

Una lingua agglutinante è un idioma in cui le parole sono costituite dall'unione di più morfemi.

Questo termine fu introdotto da Wilhelm von Humboldt nel 1836 per classificare le lingue da un punto di vista morfologico. Il suo nome deriva dal verbo latino agglutinare, che significa "incollare insieme".

Nelle lingue agglutinanti le parole (allo stato iniziale) sono costituite dalla sola radice, a cui vengono poi aggiunti prefissi o suffissi per esprimere categorie grammaticali diverse (ad esempio genere, numero, caso o tempo verbale) e i morfemi sono espressi da affissi (e non da cambiamenti interni della radice della parola, o cambiamenti in forza o tono). Inoltre, e cosa ancor più importante, in una lingua agglutinante gli affissi non vengono mai fusi con altri, e non cambiano forma in base alla presenza di altri.

Un esempio di lingua fortemente agglutinante è il finnico (suomi):

kirja = libro
kirjani = il mio libro
kirjassa = nel libro
kirjassani = nel mio libro

Le lingue sintetiche non agglutinanti sono invece dette lingue fusive poiché combinano insieme affissi da "compressione" (in inglese: squeezing), modificandoli drasticamente per giungere all'unione di parecchi significati in un solo affisso (per esempio in italiano, un solo breve suffisso verbale può indicare il "tempo passato, modo indicativo, prima persona singolare").

Il termine Agglutinante è anche usato a volte come sinonimo di sintetico, anche se tecnicamente ciò non è vero. Quando è usato in questa accezione, la parola abbraccia in senso generale sia le lingue fusive che quelle inflessive, la cui distinzione risulta meno netta di quanto si possa pensare. Entrambe possono essere considerate due conclusioni di una stessa continuità, con varie lingue che ricadono più verso un'estremità rispetto alle altre. Infatti una lingua sintetica può presentare caratteristiche agglutinanti relative al lessico ma non al sistema di casi; come avviene ad esempio, nel tedesco, nell'olandese e nell'esperanto.

Esempi di linguaggi agglutinanti sono le lingue uraliche, le lingue altaiche, il giapponese, il coreano, l'elamitico, le lingue dravidiche, l'inuktitut, lo swahili, il malay, e alcune lingue mesoamericane, tra cui il nahuatl, il huasteco, e il totonac. In passato anche gran parte dell'Iran e dell'antico Medio-Oriente parlava lingue agglutinanti, come il sumero, l'elamitico, lo hurrico, l'urartiano, il gutiano, il lullubi e il cassita.

I linguaggi agglutinanti non sono interamente raggruppati nella stessa famiglia linguistica, anche se il finnico e l'ungherese appartengono allo stesso gruppo (le lingue ugro-finniche), così come il giapponese e il coreano. È possibile che un'evoluzione convergente abbia portato molti linguaggi separati a sviluppare questa proprietà, ma sembra esista una direzione evolutiva preferenziale dalle lingue sintetiche agglutinanti alle lingue sintetiche fusive, e da queste ultime alle lingue non sintetiche, che a loro volta evolvono nuovamente in linguaggi sintetici agglutinanti.

I linguaggi agglutinanti tendono ad essere molto regolari e ad avere un alto numero di affissi/morfemi per parola. Ad esempio il giapponese possiede solo tre verbi irregolari (e non molto irregolari), il nahuatl solo due, e il turco solo uno.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:29 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Lingue isolanti

Sono chiamate lingue isolanti quelle lingue che non possiedono declinazioni o flessioni, in cui quindi la morfologia sia poca o nulla.

Indicando il morfema come la minima unità che definisca un significato (come prefissi e desinenze), ne consegue che nelle lingue isolanti le parole non sono scomponibili in unità morfologiche più piccole.

Queste lingue non si esprimono tramite modificazione delle parole, ma attraverso la posizione che esse occupano all'interno della frase.

Prendiamo ad esempio l'inglese, lingua diventata, nel tempo, principalmente isolante: nei tempi verbali è indispensabile assegnare la persona a cui detti tempi si riferiscono, per indicare precisamente di cosa si sta parlando: I talk, I will talk (parlo, parlerò).

In italiano, lingua flessiva, non è necessario, poiché le desinenze (modificazioni terminali delle parole) definiscono senz'altro il significato del verbo stesso. Per questo motivo (per la mancanza o la carenza di morfemi), generalmente le lingue isolanti presentano un gran numero di parole monosillabiche.

Oltre all'inglese, una fondamentale lingua isolante è il cinese.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:33 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Morfologia (grammatica)

La morfologia è la parte della grammatica o della linguistica che ha per oggetto lo studio della struttura grammaticale delle parole e che ne stabilisce la classificazione e l'appartenenza a determinate categorie come il nome, il pronome, il verbo, l'aggettivo e le forme della flessione, come la coniugazione per i verbi e la declinazione per i nomi distinguendosi dalla fonologia, dalla sintassi e dal lessico.

Inoltre indaga i meccanismi secondo i quali le unità portatrici di significati semplici si organizzano in significati più complessi: le parole.

Secondo la grammatica tradizionale, la morfologia studia la forma delle parole, come la flessione e la derivazione, mentre secondo la linguistica moderna essa studia la struttura della parola e descrive le varie forme che le parole assumono a seconda delle categorie di numero, di genere, di modo, di tempo, di persona.

Morfemi

Un morfema è la minima unità grammaticale isolabile di significato proprio.

È composto di fonemi ed è portatore di un significato proprio e preciso, anche se non autonomo rispetto agli altri morfemi.

Esempio: nella parola "vanga", costituita dai morfemi vang + a, il morfema "a" indica che si tratta di un sostantivo femminile singolare. Se "a" lo si sostituisce con "are" si avrà "vangare" e in questo caso il morfema mi indica che si tratta di un verbo. Per formare il plurale invece userò il morfema "e" (vang(h) + e): in questo caso dunque il nuovo morfema non cambia la parte del discorso ma il numero.

I morfemi possono essere anche combinati fra loro (combinazione) in sequenze lineari per dare origine a termini complessi: si pensi alla parola italiana "riscrivevamo", composta dai morfemi "ri" + "scriv" + "ev" + "amo".

Una marca morfemica può avere più significati: es. la marca "a" valida sia per i sostantivi femminili singolari che per la III persona singolare dell´indicativo presente.

Altri concetti edificanti per la costruzione delle parole sono l'accordo e la reggenza.

La parola è dunque una sequenza di morfemi caraterizzata da diverse accezioni.

Tipi di morfemi

I morfemi possono essere liberi o legati:

-morfemi liberi: come ad esempio ora (avverbio), sono morfemi che non si legano ad altri morfemi, ma costituiscono parola a sé;

-morfemi legati: come ad esempio port- e -a, sono morfemi che, per formare una parola, hanno bisogno di essere legati ad altri morfemi liberi (port- + -a = porta).

Un'ulteriore divisione, parallela a questa, è la divisione in lessicali e grammaticali.

Morfemi
Morfemi lessicali
Morfemi grammaticali
Morfemi derivazionali
Morfemi flessionali

I primi costituiscono un sistema aperto e rappresentano l'oggetto o l'azione di cui si parla ("vang-"). I secondi rivelano la funzione grammaticale della parola ("a", "are") e sono generalmente un sistema chiuso. Le eventuali mutazioni sono lente e difficilmente percettibili.

Le parole funzionali (come preposizioni, articoli, ecc.) appartengono a sistemi chiusi ma non sono a tutti gli effetti morfemi grammaticali.

In altre lingue, come per esempio in arabo, si utilizzano diversi morfemi grammaticali prevalentemente vocalici inseriti ad incastro (pettine morfemico)

Flessione

Si chiama flessione l´insieme delle regole che determinano la funzione logica di una parola.

Le marche variabili che rendono conto di tale congruità sono morfemi grammaticali: in particolare si parla di morfemi flessivi o desinenze. La flessione dei verbi si chiama coniugazione, quella degli elementi nominali declinazione.

Un fenomeno tipico della flessione è l'apofonia.

Derivazione

La derivazione è l´insieme dei mutamenti che intervengono per soddisfare esigenze lessicali ed indicare così un nuovo significato rispetto a quello originario. Es: "am"-"are" e "am"-"avamo" sono casi di flessione, mentre "am"-"abilità" e "am"-"orevole" sono forme derivate dalla stessa radice, per affissazione, ovvero tramite l'aggiunta di prefissi o di suffissi.

Mentre la flessione pare costituire insiemi più mobili, la derivazione porta alla costruzione di insiemi più aperti e produttivi, dato che è possibile derivare un numero indefinito e variabile di parole.

Composizione

La composizione è un tipo di processo morfologico che opera sulle parole non con l'aggiunta di prefissi o di suffissi, ma formando parole nuove a partire da parole esistenti:

capo+treno = capotreno
bianco+nero = biaconero

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:35 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Numero (linguistica)

Il numero in linguistica è una categoria per il conteggio di una certa quantità, quindi per la decisione o la differenziazione di un genere di oggetti.

A seconda delle lingue esistono le seguenti forme: il singolare, il duale, il triale, il quartale, il paucale e il plurale. Per esempio l'arabo classico, l'ebraico, lo sloveno e il sorabo hanno una forma di duale sia per i verbi che per i sostantivi. Molte lingue non europee, come il cinese, non hanno nessun numero.

In tedesco o in italiano sono in uso il singolare e il plurale.

L'uso del numero corretto è fondamentale per le seguenti parti del discorso: sostantivo, aggettivo, verbo, articolo e pronome.

Ci sono anche parole che possono occorrere solo al singolare o solo al plurale; queste sono dette rispettivamente singulariatantum e pluraliatantum.

Esempi per i diversi numeri nei sostantivi italiani:

scuola (singolare) - scuole (plurale)
tavolo (singolare) - tavoli (plurale)
uovo (singolare) - uova (plurale) (nome sovrabbondante)
tacco (singolare) - tacchi (plurale)
artista (singolare) - artisti (plurale)
insegnante (singolare) - insegnanti (plurale)
latte singulariatantum
nozze pluraliatantum

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:37 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Polirematica

Una polirematica, (dal greco πολι-, molti e ρημα, parola) è un'espressione composta da più parole, ma che viene usata come un tutto unico, come a ufo, capro espiatorio.

Quando in esse compare un verbo, può apparire in forma inflessibile, in quanto cristallizata nella frase, ad esempio "va e vieni"; oppure per le polirematiche a base verbale, simili alle espressioni idiomatiche inglesi, il significato del verbo è alterato dalle altre parole, e si coniuga normalmente: ad esempio "andare allo sbando" o "andare allo sbaraglio", in cui il significato del verbo andare è completamente trasformato.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:41 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Prefisso

Per prefisso si intende, in linguistica, il morfema che occupa la posizione iniziale di un lessema allo scopo di modificarne o precisarne il significato. Si tratta dunque di un affisso.

I prefissi possono esser privi di autonomia (ri- in rientrare), corrispondere ad avverbi (mal- in maldestro) o preposizioni (con- in condirettore), o essere dotati di un autonomo significato. In quest'ultimo caso si parla di prefissoidi.

A seconda del prefisso usato, la parola può assumere un significato opposto (prefisso inversivo), può essere rafforzata (prefisso rafforzativo) o precisata (prefisso illativo).

Prefissoidi

Per prefissoide si intende un prefisso dotato di significato autonomo. Può esser costituito da un tema verbale (per esempio: gira- nella parola girasole) o da un tema nominale (per esempio: melo- nella parola melograno).

Esempi di prefissoidi derivanti dal greco antico o dal latino possono essere tele-, che esprime l'idea della lontananza, e che si ritrova in parole composte come 'telecomunicazioni', 'telefono', e 'telecinesi'; o 'semi-', che esprime l'idea della metà, e che si ritrova nelle parole italiane 'seminterrato', 'semiluna', e 'semibreve'.


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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:42 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Prefissoide

Per prefissoide si intende, in linguistica, un prefisso dotato di significato autonomo che può essere usato come prima parte di una parola composta.

Può esser costituito da un tema verbale (per esempio: gira- nella parola girasole) o da un tema nominale (per esempio: melo- nella parola melograno).

Esempi di prefissoidi derivanti dal greco antico o dal latino possono essere tele-, che esprime l'idea della lontananza, e che si ritrova in parole composte come 'telecomunicazioni', 'telefono', e 'telecinesi'; o 'semi-', che esprime l'idea della metà, e che si ritrova nelle parole italiane 'seminterrato', 'semiluna', e 'semibreve'.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:45 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Suffisso

In linguistica, un suffisso è un elemento linguistico che viene posto alla fine di un tema o di una radice per formare una parola.

Nella lingua italiana vi possono essere diversi tipi di suffisso, che prendono nomi diversi a seconda della modifica che apportano alla parola:

-i suffissi alterativi, per esempio, sono utilizzati per formare nomi o aggettivi alterativi,

-mentre i suffissi derivazionali sono quelli che, unendosi al tema di una parola, la modificano semanticamente.

-Infine, quando ci si riferisce a nomi che derivano da verbi, o a participi passati, si dice che questi sono a suffisso zero se si formano senza suffisso, ovvero se alla radice viene aggiunta direttamente la desinenza.

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MessaggioInviato: Mer Nov 08, 2006 5:47 pm    Oggetto:  MORFOLOGIA
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Suffixaufnahme

La Suffixaufnahme (tedesco per "assorbimento del suffisso") è un fenomeno linguistico in cui un sostantivo in caso genitivo prende anche un suffisso nominativo per concordarsi con il suo soggetto regolarmente in nominativo, e viceversa.

E' presente in antico georgiano e in qualche altra lingua caucasica, nonché in alcune lingue del Vicino Oriente antico e in numerose lingue australiane. Pressoché sempre coincide con una condizione di lingua agglutinante.

Esempi

Nella frase "La lingua del cane è blu", la parola "lingua" avrà un suffisso di soggetto, laddove invece "cane" avrà sia un suffisso di soggetto che uno genitivale. Analogamente, un sostantivo che "possiede" un altro sostantivo che a sua volta ne "possiede" un terzo, sarà marcato con un suffisso di soggetto e due suffissi genitivali, per indicare che esso possiede un sostantivo che già è nella condizione di possedere un terzo sostantivo. Per cui nella frase "La lingua del cane del dottore è blu", la parola "dottore" avrà un suffisso di soggetto e due suffissi genitivali.

Lingue con suffixaufnahme

-Lingue vive-

Tsakhur
Bats

-Lingue estinte-

Jiwarli
antico Georgiano
Elamitico

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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