Indice del forum

Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

"Scritturalia" è la terra delle parole in movimento, il luogo degli animi cantori che hanno voglia di dire: qui potremo scrivere, esprimerci e divulgare i nostri pensieri! Oh, Visitatore di passaggio, se sin qui sei giunto, iscriviti ora, Carpe Diem!

PortalPortale  blogBlog  AlbumAlbum  Gruppi utentiGruppi utenti  Lista degli utentiLista degli utenti  GBGuestbook  Pannello UtentePannello Utente  RegistratiRegistrati 
 FlashChatFlashChat  FAQFAQ  CercaCerca  Messaggi PrivatiMessaggi Privati  StatisticheStatistiche  LinksLinks  LoginLogin 
 CalendarioCalendario  DownloadsDownloads  Commenti karmaCommenti karma  TopListTopList  Topics recentiTopics recenti  Vota ForumVota Forum

FORME POETICHE
Utenti che stanno guardando questo topic:0 Registrati,0 Nascosti e 0 Ospiti
Utenti registrati: Nessuno

Vai a pagina 1, 2, 3  Successivo
 
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Guida Poetica-Letteraria.
PrecedenteInvia Email a un amico.Utenti che hanno visualizzato questo argomentoSalva questo topic come file txtVersione stampabileMessaggi PrivatiSuccessivo
Autore Messaggio
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 12:43 pm    Oggetto:  FORME POETICHE
Descrizione:
Rispondi citando

"Forme poetiche"

Questa categoria contiene 35 pagine.

INTRODUZIONE: "Poesia" (vedi in questa pagina)

-A-

1-A cappella
2-Agiografia
3-Alba (componimento)
4-Asefru

-B-

5-Ballata

-C-

6-Canto (musica)
7-Canto popolare
8-Contacio
9-Canzone (metrica)

-D-

10-Dolce Stil Novo

-E-

11-Elegia
12-Elogio
13-Epicedio
14-Epigramma
15-Epitaffio
16-Ermetismo (letteratura)

-I-

17-Il Trovatore

-H-

18-Haiku

-L-

18-Limerick (poesia)

-O-

20-Ode
21-Onomatopea
22-Ottavina

-P-

23-Poema epico
24-Poesia burlesca
25-Poesia didascalica
26-Poesia italiana del Novecento
27-Poesia lirica
28-Poesia metafisica
29-Poesia scaldica

-S-

30-Scat
31-Sirventes
32-Slam (poesia)
33-Sonetto

-T-

34-Toasting

-V-

35-Vocalese

**********

Poesia

Vai a: Navigazione, cerca
Nota disambigua - Se stai cercando la voce riguardante l'asteroide Poesia, vedi 946 Poesia.
La poesia è l'arte di usare, per trasmettere il proprio messaggio, tanto il significato semantico delle parole quanto il suono ed il ritmo che queste imprimono alle frasi; la poesia ha quindi in sé alcune qualità della musica e riesce a trasmettere emozioni e stati d'animo in maniera più evocativa e potente di quanto faccia la prosa.

Una poesia non ha un significato necessariamente e realmente compiuto come un brano di prosa, o, meglio, il significato è solo una parte della comunicazione che avviene quando si legge o si ascolta una poesia; l'altra parte non è verbale, ma emotiva. Poiché la lingua nella poesia ha questa doppia funzione di vettore sia di significato che di suono, di contenuto sia informativo che emotivo, la sintassi e l'ortografia possono subire variazioni (le cosiddette licenze poetiche) se questo è utile ai fini della comunicazione complessiva.

A questi due aspetti della poesia se ne aggiunge un terzo quando una poesia, invece che letta direttamente, viene ascoltata: con il suo linguaggio del corpo e il modo di leggere, il lettore interpreta il testo, dandogli (inevitabilmente) una nuova dimensione, teatrale. Questo fenomeno, insieme alla parentela con la musica, viene sfruttato nei Lieder tedeschi, poesie sotto forma di canzone.

Questa stretta commistione di significato e suono rende estremamente difficile tradurre una poesia in altre lingue, perché il suono e il ritmo originali vanno irrimediabilmente persi e devono essere sostituiti da un adattamento nella nuova lingua, che in genere è solo una approssimazione dell'originale.

Indice [in questa pagina]

1 Poesia antica e moderna
2 Tipi di poesia
2.1 Sottocategorie generali
2.2 Sottocategorie nazionali di poesie

Poesia antica e moderna

La poesia è nata prima della scrittura: anzi le prime forme di poesia erano essenzialmente orali, come l'antichissimo canto a batocco dei contadini e i racconti dei cantastorie (Omero era uno di loro, senz'altro il più famoso). Nei paesi anglosassoni questa trasmissione orale della poesia era molto forte (lo è ancora), e nelle poesie in lingua inglese sono molto importanti l'allitterazione, l'onomatopea e le assonanze anche al di fuori delle rime, che peraltro sono rispettate solo fonologicamente e con frequenti eccezioni.

Nell'età romana la poesia era quantitativa, si basava cioè sull'alternanza tra sillabe lunghe e sillabe brevi: il metro più diffuso - specialmente perché metro dell'epica - era l'esametro. Essa doveva essere letta o declamata scandendola rigorosamente a tempo, nonostante recenti studi linguistici sembrano aver messo in luce la natura melodica della lingua latina, che la farebbe assomigliare quasi più alle lingue orientali che alle attuali lingue neolatine.

Dopo l'anno mille il volgare, da dialetto plebeo qual era fino allora, si innalza a dignità di lingua letteraria: si svilupparono così, per la nuova lingua, nuove forme di poesia e nuove metriche. In Italia la poesia, nel periodo di Dante Alighieri e del Dolce Stil Novo, si afferma come mezzo di intrattenimento letterario e assume forma prevalentemente scritta: questo porta i poeti italiani a comporre opere più strettamente aderenti ai canoni grammaticali e stilistici del genere, e a prestare maggiore attenzione alle qualità visive della parola scritta, come la rima e l'alternarsi dei versi. Intorno alla fine del 1200 prese campo anche la poesia burlesca.

Nel XIX secolo, con la nascita del concetto dell'arte per l'arte, la poesia si libera progressivamente dai vecchi moduli e compaiono sempre più frequentemente componimenti in versi sciolti, cioè che non seguono nessuno schema particolare, e spesso non hanno né una struttura né una rima. Via via che la poesia si evolve, si libera dai suoi schemi sempre più opprimenti per poi diventare forma pura d'espressione. L'ermetismo si può definire la forma più rarefatta di poesia, atta a trasmettere i sentimenti allo stato puro. Ma anche l'ermetismo si può definire superato.

Il concetto di poesia oggi è molto diverso da quello dei modelli letterari; molta della poesia italiana contemporanea non rientra (o lo fa solo in senso lato) nelle forme e nella metrica tradizionali, e il consumo letterario è molto più orientato al romanzo e in generale alla prosa, spostando la poesia verso una posizione di nicchia. Tuttavia il quadro non è così negativo: nella musica pop degli ultimi anni il livello letterario dei testi si è alzato notevolmente, e molte canzoni possono essere considerati delle vere e proprie poesie musicate. Con l’avvento dell’ internet, blogs e fori letterari la produzione e il consumo della poesia è aumentato notevolmente. Alcuni esperti stimano che ogni anno circa 5 milioni di poesie vengono pubblicate sulla rete in migliaia di siti di scrittura online.

Una produzione che sfugge alla logica dell’editoria convenzionale e che si auto-organizza elaborando dei meccanismi per riuscire a filtrare le opere più significative dalla massa. Esempi di questi meccanismi sono: Progetto Babele e Progetto Wiki-Poesia.

Tipi di poesia-Sottocategorie generali

Altre forme di componimento poetico - oltre ai poemi - sono:

La poesia didascalica, che è quella che mira a insegnare poeticamente verità utili all'uomo. Comprende questi componimenti:

-il poema didascalico
-il poema allegorico
-l'epistola
-la satira
-l'epigramma
-la favola
-epicedio
-Ballata
-Cinquina
-Sestina

Sottocategorie nazionali di poesie

Nella lingua italiana la poesia letteraria canonica può assumere tre forme diverse, il sonetto, la canzone e l'ode: forme popolari sono la filastrocca e lo stornello. Altri tipi di componimenti poetici sono stati formalizzati in altre civiltà e culture del mondo:

-Italia:
Sonetto
Canzone
Ode
Sottocategorie popolari
Filastrocca
Stornello

-Regno Unito-

Inghilterra:

Clerihew
Rima reale
Villanella

-Galles:
Englyn

-Irlanda:
Limerick

-Danimarca:
Grook

-Francia:
Rondeau
Canzone reale
Virelai ancien
Virelai nouveau
Kyrielle

-Arabia:
Ghazal

-Israele:
Kimo

-Grecia antica:
Elegia
Epigramma

-Corea:
Pantun
Sijo

-Giappone:
Renga
Tanka
Haiku
Senryū

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!


Ultima modifica di Monia Di Biagio il Gio Apr 19, 2007 11:30 am, modificato 12 volte in totale
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Adv



MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 12:43 pm    Oggetto: Adv






Torna in cima
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 12:45 pm    Oggetto:  Elogio
Descrizione:
Rispondi citando

Elogio

L'elogio o encomio è un'orazione pubblica in tributo di una o più persone. Il più delle volte si tratta di un discorso funebre, ma non è raro che vi si usi in occasione di compleanni o eventi speciali, sempre in tributo ad una o più persone.

La prima parola deriva dal greco ευ λογος (buona parola, buon discorso); la seconda da ενκώμιος (discorso tenuto in banchetto).

Originariamente, l'encomio era riservato ai vincitori dei Giochi Olimpici antichi e più propriamente si riferiva al complesso di feste (con banchetti e danze) a loro riservati.


Voci correlate (vedi sotto)

-Agiografia
-Ode

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:03 pm    Oggetto:  Agiografia
Descrizione:
Rispondi citando

Agiografia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Per agiografia si intende sia quella produzione letteraria, spesso elegiaca, che ha per oggetto i santi, coloro che hanno praticato le virtù in grado eroico e per tale motivo riconosciute dall'autorità della Chiesa cattolica o di un'altra Chiesa cristiana (martiri, eremiti, fondatori di monasteri e di ordini religiosi ecc.); afferisce alla letteratura cristiana.

Il termine indica anche la letteratura critica su tale materia.

Indice [in questa pagina]

1 Duplicità di significato ed etimologia
2 Tipi di narrazione
3 I documenti agiografici in ambito Occidentale
3.1 Nei primi secoli del Cristianesimo
3.1.1 I martirologi storici
3.1.2 Le legendae
3.1.3 Le passiones
3.2 Nell'era carolingia
3.3 Dopo l'anno Mille
3.3.1 La diversa concezione della santità
3.3.2 Le prime raccolte di miracoli
3.3.3 I Flores Sanctorum
3.3.4 Le biografie mistiche
4 I documenti agiografici in ambito bizantino
4.1 Periodo protobizantino
4.1.1 La storicità dei documenti
4.2 Periodo mediobizantino
4.2.1 La polemica iconoclastica
4.2.2 Le Vite monastiche
4.2.3 I manoscritti
4.3 Dall'XI al XV secolo
4.3.1 Modelli differenti di santità
4.4 Agiografia esicasta
4.5 Il modello palamita
4.6 Il modello del santo eroe
5 L'agiografia critica
5.1 I Bollandisti
5.1.1 Heribert Rosweyde
5.1.2 Jean Bolland e Godefroid Henskens
5.1.3 Daniel Papebroch
6 Caratteristiche del testo agiografico
6.1 Intreccio
6.2 Finalità
6.3 Spazio e tempo
7 L'agiografia alto-medievale come materiale di studio
7.1 Documento della storia sociale
7.2 Documento per l'indagine antropologica
7.3 Strumento di acculturazione
8 Collegamenti esterni

Duplicità di significato ed etimologia

Mentre la duplicità del significato della parola agiografia, cioè l'esposizione della vita dei santi e anche lo studio critico delle fonti agiografiche, della storia e del culto dei santi è quasi sempre presente negli studiosi moderni, qualche autore interpreta il termine in un solo senso più specifico che normalmente corrisponde alla propria posizione agiografica riguardo l'argomento come, ad esempio, il Ghǖnter e il Graus che tendono il loro interesse solamente sulla produzione letteraria e per indicarne lo studio usano il termine agiografia.

Per quanto il termine italiano derivi evidentemente da un composto greco (ἅγιος - santo e γράφειν - scrivere) il sostantivo astratto è creazione recente anche in greco: la letteratura patristica riporta infatti il solo nome collettivo ἁγιόγραφοι agiografi in sei ricorrenze (cinque in pseudo-Dionigi Aeropagita e una in Niceforo).

Tullio De Mauro riporta la prima attestazione italiana del termine al 1819.

Ma al di là di ogni etimologia o definizione la parola agiografia sottintende una infinità di temi e di problemi che fanno affrontare l'argomento da angolature diverse: partendo dalle sue origini come forma peculiare del cristianesimo oppure inserito all'interno della storia delle religioni e quindi legato alle strutture politico-sociali del momento; dalla produzione letteraria nei suoi legami con le strutture mentali della società, oppure nel suo rapporto con la cultura folkloristica o nelle sue componenti inconsce; dal concetto di santità cristiana nelle sue diversificazioni storiche con particolare accento sul rapporto tra santità "popolare" e santità riconosciuta dalla Chiesa.

Tipi di narrazione

Tra le forme più diffuse troviamo le biografie (vita, legenda, historia), le raccolte di miracoli (mirabilia) e i racconti della traslazione dei resti mortali o delle reliquie.
A partire dal IV secolo, i testi agiografici vennero composti in greco, in lingua latino e in russo su fonti bizantine, per raccontare appunto le vite dei santi e celebrare le loro azioni miracolose. A partire dal XII secolo, essi furono scritti anche in volgare.

I documenti agiografici in ambito Occidentale

I primi documenti agiografici in Occidente si possono far risalire al periodo delle persecuzioni e sono compresi negli Acta Martyrum, "Atti dei martiri" composti tra la seconda metà del II secolo e il tardo medioevo. Se all'inizio gli Atti erano testi degni di fede anche se con qualche amplificazione retorica, più tardi, quando si affermò il culto dei martiri, i testi divennero maggiormente elaborati con frequenti descrizioni di fatti miracolosi e di supplizi atroci dei martiri stessi.
Non mancano le tradizioni attendibili riferite ai martiri più gloriosi, come Santa Agnese, San Lorenzo, San Sebastiano, ma la maggior parte di essi sono nel complesso delle rielaborazioni irriconoscibili.

In seguito alla pace costantiniana del 313 si sviluppò il culto dei martiri dando origine ad una ricca produzione agiografica che aveva intenti edificanti ma senza grande valore storico.

Durante il Medioevo l'agiografia assunse un carattere via via più fantastico dando origine a numerose leggende, come la Legenda aurea di Giacomo da Varagine nel mondo latino e il Synaxdrion di Simeone Metafraste nel mondo greco.

Nei primi secoli del Cristianesimo

Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!


Il "Martirio di San Matteo" del Caravaggio

L'agiografia durante i primi secoli del cristianesimo aveva più che altro un carattere devozionale.

I martirologi storici

A partire dal II secolo o dal IV, le più importanti Chiese cristiane, come quella di Cartagine, di Roma e di Antiochia, tenevano un martirologio compilato in ogni sua parte e continuamente aggiornato: esso consisteva in un calendario diviso per mesi e giorni che riportava in date precise il nome di uno o più santi e l'indicazione del luogo della loro morte.

Queste liste, piuttosto scarne, vennero in seguito arricchite di tutte quelle notizie che spesso includevano, oltre al riassunto della vita del martire o del confessore, anche una descrizione di come era avvenuto il suo decesso.

Sono questi i cosiddetti martirologi storici tra cui il più famoso è quello "gerolomita", compilato nel VI secolo a Roma e falsamente attribuito a San Girolomo.

Questo martirologio si rifaceva a testi redatti precedentemente in Italia, in Africa e in Gallia.
In epoca più tarda ebbero poi larga diffusione altri martirologi, come quello di Beda il Venerabile, di Florus di Lione, di Adone e quello più famoso di Usuardo la cui composizione si fa risalire all'875 a Parigi.

Anche in Oriente si ritrovano, sempre in questo periodo, dei testi compilati seguendo lo stesso processo anche se la forma è quella dei menologi e dei sinassari. Il più celebre tra questi è quello di Santa Sofia la "grande chiesa" di Costantino.

Le legendae

Nello stesso periodo in cui si producevano i martirologi si assiste allo sviluppo di quella parte che riguarda la commemorazione del santo durante la liturgia.
Si afferma l'usanza tra il clero di leggere, durante la Messa, una breve storia della vita del santo di cui si celebrava il dies natalis, cioè l'anniversario della morte.

Nascono così le legendae che erano dei testi divisi in brani narrativi incorporati nel Mattutino e destinati alla lettura pubblica.
All'inizio essi vennero compilati su rifacimento dei processi verbali stilati dalle autorità civili riguardanti gli atti dei martiri e in seguito, seguendo lo stesso modello, vennero redatti veri e propri racconti.

Le passiones

Questi racconti vennero chiamati Passiones e non erano che amplificazioni romanzate delle legendae dove si dava più importanza all'immaginazione che alla storicità.

Gli autori delle Passiones non mancavano di dare dettagli sulla crudeltà dei boia e dei magistrati, sulla durezza dei supplizi e sulla serena resistenza che i servi di Dio opponevano ai loro persecutori. Spesso venivano esposti una serie di miracoli straordinari operati dal santo allo scopo di suscitare nei lettori e negli uditori spirito di emulazione e ammirazione.

Lo stile che caratterizza questi testi, con il comportamento dei santi presentato in modo stereotipato secondo i modelli di tanti panegirici antichi, caratterizzerà l'agiografia fino alla fine del Medioevo.

Nell'era carolingia

Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!


Se la Chiesa romana fino all'VIII secolo ebbe una certa reticenza di fronte alle Passiones, nell'epoca carolingia, con lo svilupparsi del culto delle reliquie, le fonti narrative dei santi entrarono di diritto nella liturgia rendendo così difficile, dopo l'anno 900, la distinzione tra quei testi prodotti per la celebrazione dell'Ufficio liturgico e i "romanzi" agiografici.

La maggior parte dei testi di questo periodo non hanno molto di originale e si ispirano ad alcuni testi di valore come la Vita di San Martino di Sulpicio Severo o la Vita di San Benedetto che si ritrova nei Dialoghi di Gregorio Magno.

Non bisogna tuttavia disconoscerne completamente l'importanza soprattutto per l'influenza che ebbero alcuni testi di origine orientale, come le Vitae Patrum (le Vite dei Padri del deserto d'Egitto) o la Storia Lausiaca del Palladio.

Lo scopo comune di queste opere era quello di esaltare la pratica dell'ascetismo e di presentare il Vir Dei (l'uomo di Dio) come profeta e taumaturgo che compiva i miracoli per il potere che aveva acquisito con il digiuno, la mortificazione e la preghiera.

Dopo l'anno Mille

Risalgono all'anno Mille le più celebri raccolte di miracoli prodotte in numero sempre maggiore in precisi santuari. Esse servivano a vantare il potere del santo di cui si custodivano le reliquie e ad attrarre così più numerosi i pellegrini e quindi le loro offerte.
Si ricorda Il libro dei miracoli di santa Foy che sembra risalire al 1035 e Il libro dei miracoli di san Giacomo di Campostela che risale all'inizio del XII secolo.

In questo stesso periodo sono numerosi quei racconti nati intorno al ritrovamento ed alla traslazione delle reliquie dovuta sia alle invasioni normanne e saracene del X secolo che provocarono spostamenti frequenti delle reliquie stesse, sia all'iniziativa presa da alcuni vescovi per rafforzare la loro potenza sulla città.

Tra il XII e il XIV secolo i testi agiografici subiscono in Occidente una notevole evoluzione.

La diversa concezione della santità

Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!


Maria Maddalena, in una drammatica immagine popolare di penitenza dipinta da Ary Scheffer del 19° secolo.

A mutare il carattere di questi testi vi è l'insorgere di una concezione diversa della santità.

Il santo era sempre un eroe ma doveva essere soprattutto un modello da imitare da parte dei monaci, del clero e dei laici. Pertanto, mentre nell'Alto Medioevo i santi erano per lo più nobili o reputati tali, nel XII secolo emersero in Italia figure di santi che possedevano umili origini. Si ricorda ad esempio sant'Omobono (morto nel 1197) che era un semplice sarto di Cremona e che venne canonizzato da Innocenzo III nel 1199.

Con lo sviluppo, inoltre, della spiritualità penitenziale, il santo diventa un essere perfetto mediante una conversione, tanto più importante se costui era stato precedentemente un peccatore come nel caso di Maria Maddalena, Pelagio o Agostino.

Con l'influsso dei monaci cistercensi ed in particolare degli Ordini mendicanti, la dimensione pastorale dell'agiografia si andò accentuando e con le "Vite dei santi" si cerca di dare dei modelli di comportamento ai fedeli in un epoca in cui le masse erano attratte dai catari e dai predicatori valdesi.

Tra i testi più significativi di questo periodo vi è la Vita della beghina Maria di Oignies (morta nel 1213) che fu composta nel 1215 da Giacomo di Vitry che diventerà in seguito vescovo e cardinale.

Le prime raccolte di miracoli

A partire dal 1230 circa si iniziò a considerare la perfezione dei santi non tanto dai miracoli fatti ma dallo stile di vita che doveva concludersi in un processo di imitazione di Cristo anche nelle caratteristiche fisiche, come nel caso di San Francesco.
Fu questo il primo santo stimmatizzato del quale vennero scritti, tra il 1229 e il 1255, la vita e i miracoli.

I testi prodotti in questo periodo cambiano stile e diventano delle vere e proprie raccolte di miracoli non più legati ad un santuario ma a un santo, una santa, alla Madonna oppure, come nel caso delle opere Dialogus miraculorum del cistercense Cesare di Heisterbach e Vitae fratrum del frate domenicano Gerardo di Frachet, ad un Ordine religioso o a un sacramento come l'Eucarestia.

I Flores Sanctorum

Alcuni domenicani, come Giacomo da Mailly e Bartolomeo da Trento, compilarono dei compendi di leggende, chiamati Flores Sanctorum, da mettere a disposizione del clero parrocchiale essendo difficile poter accedere ai "leggendari" posseduti dalle abbazie e decorati con magnifiche miniature.

La legenda aurea del domenicano Giacomo da Varagine, che venne composta verso il 1260 in Italia fu senza dubbio il più importante di questi testi.

L'opera ebbe molto successo fino alla metà del XVI secolo e, nel corso del XIV secolo fu tradotta in tutte le lingue del mondo cristiano (esistono ancora oggi oltre mille manoscritti latini di quest'opera).
Essa vene utilizzata sia dagli ecclesiastici per i loro sermoni, sia dai laici come lettura edificante e divenne anche fonte di ispirazione per molti artisti per le iconografie dei santi negli ultimi secoli del Medioevo.

Le biografie mistiche

Durante il XIII e l'inizio del XIV secolo apparvero delle vere biografie mistiche che cercavano di ricostruire la vita interiore dei santi con tutte le più rilevanti manifestazioni della loro devozione. Esempi significativi di questo genere di testi furono, nel XIII secolo, le vite delle sante beghine dei Paesi Bassi e in Italia quella di Santa Margherita da Cortona e di Santa Caterina da Siena.

Alla fine del Medioevo la letteratura agiografica era diffusa in ogni ambiente e comprendeva spesso anche delle favole su personaggi misteriosi e delle biografie spirituali.

Questi testi, così numerosi e non ancora completamente inventariati per quanto riguarda la produzione in lingua volgare, costituiscono uno strumento assai prezioso per comprendere e analizzare la spiritualità e la mentalità del Medioevo.

I documenti agiografici in ambito bizantino

L'agiografia bizantina è composta da numerosi testi che appartengono a differenti generi letterari che hanno però la comune caratteristica di commemorare e glorificare i santi.

Periodo protobizantino

Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!


Sant'Antonio Abate

Prima della cristianizzazione dell'Impero, nel periodo protobizantino, la produzione di testi agiografici, man mano che si sviluppava il culto dei santi, fu enorme.

I generi letterari che si distinguono sono gli elogi, le vite dei santi, le raccolte di miracoli, la descrizione del ritrovamento e traslazione delle reliquie e non manca la poesia liturgica come le kontakia del VI secolo appartenenti a Romano il Melode.

A seconda dei tipi di santità celebrata venivano dedicati scritti di forma differente.

Ai martiri venivano dedicati gli "Atti" (praxeis) o le "Passioni" (martyrion). A volte questi scritti assumevano forme di testo diverse, come nel caso del martirio di Policarpo o nel martirio dei cristiani di Lione redatti sotto forma di lettere.

Ai santi monaci o ai santi vescovi venivano invece dedicate le "Vite" (bios, bios kai politeia) che potevano subire una ulteriore variante secondo il tipo di vita monastica seguita.

Come esempio si può riportare la "Vita di Sant'Antonio Abate" scritta da Atanasio che già dal IV secolo ci forniva un classico esempio di vita anacoretica, oppure opere, come la "Vita di Pacomio" o la "Vita di san Dositeo", più cenobitiche.

Non mancano tra queste opere alcuni esempi di stilicismo dove sono rappresentate alcune forme spettacolari dell'ascesi: Vita di Simeone lo Stilita il Vecchio del V secolo o quella di Simeone il Giovane del VI secolo.

La storicità dei documenti

Una distinzione deve essere poi fatta sulla base della storicità dei documenti. Mentre infatti alcuni "Atti" dei martiri hanno buone garanzie di essere autentiche, altri fanno parte della categoria delle Passioni leggendarie.

Anche l'agiografia monastica produsse accanto a narrazioni di carattere storico anche quelle che avevano come unico scopo quello di evidenziare e "pubblicizzare" un certo tipo di santità da un capo all'altro della cristianità. Si può ricordare come esempio la Vita di San Pelagio nel VI secolo e la Vita di Maria Egiziaca nel VII secolo.

La maggior parte delle opere prodotte sono anonime o pseudoepigrafiche ma alcuni agiografi meritano di essere ricordati, come Cirillo di Scitopoli vissuto nel VI secolo che scrisse sette Vite di monaci di Palestina o nel VII secolo Leonzio di Neapolis con le sue due opere, Vita di Giovanni l'Elemosiniere, patriarca d'Alessandria e la Vita di Simeone il Folle per Cristo.

Fino alla conquista degli Arabi la produzione di queste opere fu intensa, creativa, geograficamente estesa e soprattutto ampia linguisticamente venendo infatti utilizzato sia il greco, come il copto e il siriaco.
Le opere, a seconda della lingua utilizzata, potevano esrere destinate ad un pubblico colto o, molto spesso, ad uno più umile.

Periodo mediobizantino

Nel VII secolo, con la conquista araba, inizia il periodo mediobizantino e l'Impero perde le sue province orientali che continuano però a produrre agiografie e, come nel caso di alcuni testi palestinesi scritti in lingua greca, si vengono a conoscere i nuovi martiri vittime degli arabi.

La polemica iconoclastica

La polemica iconoclastica (730-787, 815-843) ebbe indubbiamente un ruolo importante nella diminuzione della produzione agiografica nell'VIII secolo e all'inizio del IX essendo gli iconoclastici ostili a certe forme di culto dei santi.

L'iconoclastia divenne l'occasione per gli iconofili di scrivere le "Vite" di coloro che confessavano la fede nelle immagini secondo il modello delle antiche "Passioni" come la Vita di santo Stefano il giovane scritta tra le due crisi iconoclastiche.

Le Vite monastiche

In questo periodo abbondarono le Vite monastiche e, soprattutto dopo l'843, esse furono di ottima qualità e permettono di seguire la storia dei grandi centri monastici.
Si ricorda la Vita di Teodoro Studita per Costantinopoli, le vite di santi monaci stabiliti in Bitinia, come san Giovannizio e nel X secolo il Lathros e l'Athos tra cui la vita di sant'Anasio di Lavra scritta dopo l'anno mille e che è da considerarsi senza dubbio la migliore.

I manoscritti

Solo gli utenti registrati possono vedere le immagini!
Registrati o Entra nel forum!


Manoscritto bizantino

Nel secolo IX e X a Bisanzio vennero raccolte, in grandi collezioni, le opere agiografiche dei secoli passati. Nacquero, così, dei grandi manoscritti agiografici che secondo l'ordine del calendario raccolgono le Vite dei santi.

Manoscritto bizantinoInoltre, la rinascita culturale che avvenne in questo periodo rese insopportabile il basso registro linguistico con cui erano state scritte queste opere che vennero riscritte in uno stile più elevato creando così il fenomeno della metafrasi. Tra i più conosciuti rappresentanti di questo nuovo genere ci fu Simeone Metafraste detto Logoteta il cui menologo, che sostituiva quello dei menologi antichi, fu molto diffuso.

Dall'XI al XV secolo

Nell'XI secolo il modello che dominava per scrivere la vita dei santi era ancora quello della vita monastica e tra le più famose celebrazioni si ricordano quelle di Michele Psello: Vita di sant'Aussenzio e il Panegirico di Nicola.

Modelli differenti di santità

Nel frattempo comincia ad evolversi un modello di santità differente che non condivide il cenobitismo studita, le forme ufficiali del culto dei santi o i rapporti tra vita mistica e teologia.
Il principale esponente di questa "scuola" è Simeone il Nuovo teologo conosciuto per i suoi scritti ma soprattutto per la sua "Vita" scritta da un suo discepolo, Niceta Stetato.

Nel XII secolo vicino ai santi più tradizionali continuano ad essere presenti santi originali come Neofita il Recluso, Melezio il Giovane, Leonzio di Gerusalemme e, tra i più noti, Cirillo Fileota (Vita di Nicola Kataskepenos) che era un esicasta laico, sposato e padre di famiglia che si fece monaco quando era avanti negli anni, fece dei miracoli e divenne consigliere dei grandi.

Nel XIII secolo l'impero di Nicea ricevette fama dall'imperatore Giovanni Vatatze il Misericordioso, modello di principe santo famoso per la sua carità.

Agiografia esicasta

Il XIV e l'inizio del XV secolo vedono trionfare l'agiografia esicasta che esalta i protagonisti della controversia esicasta.

Accolta dall'agiografia esicasta si sviluppa in questo periodo il culto del patriarca Atanasio di Costantinopoli che cercò di riformare la Chiesa all'inizio del XIV secolo e le cui reliquie hanno compiuto delle guarigioni.

Il modello palamita

Il modello agiografico di quest' epoca è in prevalenza palamita.
Niceforo Gregoras, che fu uno tra i principali avversari del movimento, si dedicò alle opere agiografiche scivendo la vita dello zio Giovanni di Eraclea che, da funzionario dell'Impero, era diventato monaco ed, in seguito, vescovo vivendo in umiltà e povertà.

Il modello del santo eroe

Negli ultimi anni dell'impero, a metà del XV secolo, nascono delle forme di santità più eroiche. Annoverato tra i santi vi è infatti Marc Eugenikos, metropolita di Efeso per aver salvaguardato il suo gregge sotto l'impero ottomano e per essersi opposto al decreto di unione di Firenze e Macario Makres che esortò al martirio i cristiani in terra d'Islam tentati dall'apostasia.

L'agiografia della fine dell'Impero bizantino, per la sua insistenza sull'ascesi, i miracoli, la preghiera interiore e il martirio, ritrova dopo secoli di conformismo sociale e politico l'entusiasmo dei primi secoli.

L'agiografia critica

L'agiografia critica è un ramo della scienza storica ed i suoi metodi sono gli stessi che si applicano agli argomenti riguardanti la storia: parte essenziale del suo compito è lo studio dei documenti e la ricerca delle fonti.

I Bollandisti

Qualunque discorso venga fatto sull'agiografia come scienza storica non può non partire dai Bollandisti (dal nome di Jean Bolland (1596-1665)) membri di un collegio di dotti gesuiti belgi, costituitosi nella metà del secolo XVII per pubblicare gli Acta sanctorum, collezione di vite dei santi, ordinati per giorno secondo il martirologio, che si dedicano a trattare scientificamente i problemi storici fondamentali della complessa disciplina.

La concezione dell'opera, che è appunto incentrata sulla raccolta ed edizione degli Acta sanctorum, è importantissima nella storia della cultura soprattutto per la continuità che permette così di distinguere le diverse epoche dell'opera ed i diversi livelli degli storici che vi hanno contribuito.

Heribert Rosweyde

Ma, prima che al Bolland, la concezione dell'opera va attribuita al gesuita Heribert Rosweyde o Roswey (1549-1629) che comprese per primo la necessità di compiere un lavoro storico sui santi, che avrebbe permesso di eliminare dalla narrazione delle loro vite tutti quegli elementi apocrifi e quelli che contrastavano con la fede.

Egli, nei Fasti Sanctorum del 1607, esponeva il piano dell'opera futura, che avrebbe dovuto essere composta in 18 volumi con lo scopo di redigere per ogni santo "vitam genuino suo penicillo decictam".

Nella prefazione dei Fasti, Rosweyde dichiarava apertamente l'importanza di uno studio storico-critico sui santi e sulle espressioni del loro culto, Vite e Passioni, nei confronti di una cultura umanistica e paganeggiante ma soprattutto nei confronti di quei protestanti, che l'autore chiama "eretici", che avevano disprezzato e schernito i santi, i martiri e i confessori.

Ma a frenare, al momento, il progetto del Rosweyde sarà proprio la Chiesa che con il cardinale Bellarmino opponeva le sue riserve rispondendo alla prefazione con alcune obiezioni e in particolare che tra le Vite di santi così come erano nella loro originaria integrità, ci fossero "multa...inepta, levia, improbabilia quae risum potius quam aedificationem pariant".

Chiaramente preoccupato per quello che una nuova impostazione nello studio dei Santi poteva comportare per la Chiesa, il Bellarmino consigliava un tipo diverso di lavoro, cioè quello di pubblicare le storie trascurate dalle prime grandi raccolte della Vita dei santi, come quelle del Lippomano o del Surio, e addirittura di pubblicare la redazione originaria di opere falsate dal Surio "modo id cum delectu et prudenter fieret".

Il Rosweyde rispose con fermezza a queste proposte e a chi obiettava "multa fabulosa et digressiones in vitis sanctorum originalibus occurrunt, quae non videntur ita edenda" rispondeva: "In hoc sequetur doctiorum judicium et censorum sententiae se conformabit. Nec enim statuit bene a Surio recisa rursus inserere, sed acta martyrum et vitas sanctorum ad germanum et genuinum stylum revocare, ut sua antiquitati et sinceritati stet fides".

Jean Bolland e Godefroid Henskens

Il merito del vero inizio della pubblicazione si deve a Jean Bolland e a Godefroid Henskens (1601-1681) che nel 1643 esposero nella prefazione al I volume di gennaio degli Acta Sanctorum, in modo strutturato, l'originale progetto del Rosweyde dove si chiariva il metodo di critica agiografica da seguire: bisognava pubblicare le Vite dei santi precedute da uno studio sull'epoca degli autori e dei santi stessi, sul luogo e la data di morte, sulla loro stessa esistenza, e quindi sull'autenticità o meno delle opere a loro relative.

Inoltre, si fissa per sempre il criterio di scelta dei santi e dei beati da inserire negli Acta e cioè quelli con culto approvato dalla Santa Sede o con culto molto antico, con un chiaro riferimento al decreto di Papa Urbano VIII del 1634 con il quale venivano stabiliti in modo definitivo i criteri e le norme giuridiche della canonizzazione.

Daniel Papebroch

I Bollandisti ritorneranno a ribadire la validità delle loro impostazioni di metodo diversi anni dopo nel Proemium de ratione totius operis che formava la premessa al volume VII di ottobre. In quel periodo, intanto, vi era stata una violenta reazione dovuta agli studi del Papebroch (1628-1714) del quale va ricordata soprattutto la polemica relativa al Carmelo di cui il Papebroch aveva messo in dubbio l'origine tradizionale del profeta Elia.

La polemica ebbe grosse conseguenze ecclesiastiche che giunsero fino alla condanna dell'Inquisizione spagnola ma furono anche occasione per ribadire alcune posizioni di principio.

Nella Responsio di Papebroch viene, tra le altre cose, ribadita la necessità di ristabilire la verità storica a proposito delle Vite, perché ciò non voleva dire un rifiuto del culto dei santi e di tutte le manifestazioni, ma era condizione necessaria perché esso diventasse, senza nessun equivoco, patrimonio della Chiesa garantendolo dalla superstizione.

Si chiarisce dunque meglio, in questa occasione, che la santità poteva essere tale solo se riconosciuta dalla Chiesa e purificata da superstizioni popolari.

Caratteristiche del testo agiografico

Nelle opere agiografiche di solito vi è una fabula che è costituita da motivi abbastanza limitati e che vengono combinati in un intreccio poco complesso che segue degli schemi fissi e ricorrenti:

Intreccio

il corso storico e l'evoluzione della Chiesa che vi corrisponde, con la storia dei martiri nei primi secoli del cristianesimo, in seguito di monaci e vescovi; il territorio e l'ambiente, che può essere o la società occidentale o quella orientale; le finalità specifiche di ogni scritto, come la propaganda di un santuario oppure la proposta di una vita da imitare.

Di solito le opere agiografiche sono composte di due parti: una prima parte che serve a descrivere la fase di preparazione in cui il santo ottiene, con l'ascesi, il distacco (simile alla funzione di allontanamento individuata da Propp nella fiaba) dalla natura (con il superamento degli interessi mondani che avviene spesso con l'allontanamento dalla casa paterna) e le prove a cui il santo è sottoposto, come la fame, la sete, le tentazioni ed una seconda parte che narra la sua attività magico-miracolistica.

Finalità

Le opere agiografiche, di quell'epoca, non intendono narrare vicende verosimili, pertanto, non hanno un carattere realistico ma fortemente simbolico ed i gesti che il Santo compie esprimono, pertanto, un potere che va al di là della loro portata reale.

Questo carattere simbolico si lega al finalismo che sottende il testo agiografico. Il personaggio viene rappresentato non solo come positivo ma predestinato alla santità e, quindi, alla glorificazione e tutto quello che lo riguarda, dai sogni premonitori della madre, alle caratteristiche dell'ambiente in cui nasce, segue uno script ben preciso.

Il carattere volutamente non realistico della narratologia permette di introdurre elementi romanzeschi, fiabeschi e meravigliosi.

Spazio e tempo

Come nella fiaba, lo spazio è vissuto con straordinaria facilità e gli spostamenti che il personaggio protagonista compie, corrispondono alla "crescita" religiosa del personaggio.

Allo stesso tipo di esigenza corrisponde la collocazione dei fatti nel tempo che segue non tanto un ordine cronologico, quanto lo sviluppo della "sacralità" del personaggio.

Alcuni caratteri dello schema agiografico dell'Alto Medioevo persistono in alcune scritture religiose di epoca successiva, dalla Divina Commedia di Dante Alighieri ai Fioretti di San Francesco d'Assisi ed anche in scritture di genere diverso, fino ad oggi.

L'agiografia alto-medievale come materiale di studio

Lo studio dei testi agiografici dell'epoca permette di considerare gli stessi come documenti importanti per poter ricavare sia la storia della società, sia per poter procedere ad una ricostruzione della medesima dal punto di vista antropologico.

Documento della storia sociale

Nei testi agiografici si riscontrano particolari di quel vivere quotidiano che normalmente la storiografia dell'epoca trascurava, come i segni del sovrannaturale che presentavano l'eccezionale e l'inspiegabile.

Bisogna però tenere presente che, essendo l'agiografia simbolica, segue anch'essa ben precisi modelli culturali.

Un esempio può essere quello dell'alto numero di guarigioni operate dai santi nei confronti dei lebbrosi, dei ciechi e dei paralitici nei testi dell'agiografia bizantina che può essere interpretata come indice di frequenza di queste malattie nel Medio Oriente ma che può dipendere, anche, dal modello evangelico al quale queste Vite si rifanno e che attribuiscono ai santi i miracoli operati da Gesù.

Documento per l'indagine antropologica

Il componimento agiografico è, peraltro, utile anche per la ricostruzione di una data società.

Infatti, dal quadro dei valori, cioè dei comportamenti e dei costumi che vengono proposti come modello dell'agire del personaggio, si risale facilmente alle rappresentazioni collettive, come le idee e le immaginazioni, di una società piuttosto che un'altra.

Strumento di acculturazione

Oggi gli studiosi dell'agiografia sono concordi nell'affermare che il culto dei santi, e in particolare i testi agiografici, sono un prodotto della cultura clericale, cioè dotta, destinato alla diffusione fra le masse popolari, come sostiene il F. Grauss nel suo scritto in Agiografia medievale, Le funzioni del culto dei santi e delle leggende.

Lo studioso, infatti, afferma che non è vero, come spesso si è affermato, che il popolo abbia creato la leggenda e che il suo contributo al culto dei santi nel primo medioevo è modesto dove non si è trattato di trasferire in modo meccanico usanze più antiche ai nuovi santi.

Il popolo comune, sempre sostiene il Grauss, trasferì spesso, a santi cristiani, usanze e, a volte, anche racconti più antichi, ma il culto cristiano di questa epoca "non era assolutamente una creazione popolare... erano creazioni del clero, in particolare, di quello dei monasteri".

Sembra, pertanto, che gli autori di queste opere agiografiche avessero degli scopi intenzionali riguardo il pubblico, soprattutto di propaganda in rapporto ad esigenze locali (il culto di un santo è, infatti, maggiormente legato a un luogo sacro specifico, come un monastero o un santuario).

Si può, quindi, concludere dicendo che la produzione di testi agiografici fu uno strumento tipico di acculturazione anche se, sempre come afferma il Grauss, nel culto dei santi confluiscono credenze popolari più antiche che rivelano elementi di una cultura tradizionale e profonda, differente da quella ufficiale cristiana come dalla cultura ufficiale precedente, cioè quella greco-romana.

Collegamenti esterni

-L'Agiografia come genere letterario:
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!


-Il valore storico dell'Agiografia:
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:10 pm    Oggetto:  Ode
Descrizione:
Rispondi citando

Ode

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

L'ode (dal greco ᾠδή, odé), è un componimento lirico che può essere di contenuto amoroso, civile, patriottico o morale legato a una base musicale e presenta una struttura metrica notevolmente complessa e varia.

Indice [in questa pagina]

1 Nell'antichità
2 Nella letteratura cristiana
3 Nella letteratura italiana
4 Nel cinquecento
5 Nel Seicento
6 Nel Settecento
7 Nell'Ottocento
8 Ode di esempio di Giosuè Carducci

Nell'antichità

Nell'antichità l'ode venne utilizzata dai lirici greci e latini, sia da quelli monodici, come Alceo, Saffo e Anacreonte, che da quelli corali come Bacchilide e Pindaro. Successivamente l'ode, prima fra gli alessandrini e poi fra i latini come Catullo e Orazio, non presenta più caratteristiche musicali pur mantenendo le forme metriche e strofiche della tradizione.

Nella letteratura cristiana

Nella letteratura cristiana ci sono giunte in una versione siriaca, probabilmente da un originale greco, le Odi di Salomone forse di un autore gnostico che risalgono al II secolo.

Nella letteratura italiana

Nella letteratura italiana l'ode non compare nei primi secoli, dove viene preferita la canzone ma solamente nel Cinquecento quando ci fu una particolare attenzione per l'antichità classica.

Nel cinquecento

A fare da modello fu Orazio il cui schema metrico venne imitato per la prima volta da Pietro Bembo negli Asolani in due quartine (ABBA, aBbA). Bernardo Tasso, fratello di Torquato, imitò con frequenza il metro oraziano fuso con il petrarchismo ancora imperante, dando origine a odi con strofe di cinque o sei versi, tutti endecasillabi o settenari secondo lo schema aBb AcC o aBabB.

Nel Seicento

Nel Seicento si preferì adottare l'ode pindarica che però non ebbe molto successo. I primi autori di odi pindariche furono nel XVI secolo, Gian Giorgio Trissino, Luigi Alamanni e in seguito Minturno e Chiabrera.

Nel Settecento

L'ode, grazie alla sua struttura più agile, alle strofe più brevi e alla maggiore varietà di versi rispetto alla canzone tradizionale fu accolta oltre che dal Parini, anche da Foscolo e da Manzoni.

Nell'Ottocento

Intanto era nata già in precedenza la tendenza a riprodurre nelle odi i ritmi della poesia latina e questa tendenza raggiunse il suo massimo nell'Ottocento con le Odi barbare di Giosuè Carducci che tentò di riprodurre, attraverso la metrica barbara le cadenze dei versi latini basati su una metrica quantitativa, quelli della metrica accentuativa italiana.

Ode di esempio di Giosuè Carducci

Alle Fonti del Clitunno ode di Giosuè Carducci

Giosuè Carducci, Valdicastello di Pietrasanta (LU),1835 - Bologna, 1907.

Riportiamo di seguito la critica pertinente all'ode.

Le Rime nuove e Le Odi barbare, soprattutto, comprendono i documenti della maturità lirica carducciana, sul doppio registro della strofa rimata – dal sonetto canonico, alle quartine di settenari o di endecasillabi, alla alcaica con rime alterne – e della strofa classica senza rime, che, attraverso la combinazione di versi italiani, riproduce un’eco «barbara» della metrica greco-latina sull’esempio prevalente di Klopstock, Goete e von Platen [G. Inglese].

Nel giugno del 1876 il Carducci andò ispettore al liceo di Spoleto e volle visitare le fonti del Clitumno, a mezz’ora circa di carrozza dalla città; sul luogo pensò l’ode che fu scritta tra il 2 luglio e il 21 ottobre di quell’anno. Tra le odi barbare questa è giudicata « la più alta, la più solenne, la più classica » (Mazzoni e Picciola); si può dire che è la più carducciana, poiché vi sono adunati « tutti i varii motivi e le varie forme della poesia del Carducci: la vita agricola, la grandezza di Roma, l’odio all’ascetismo, la risorta Italia, il ricordo storico e la visione diretta » (Croce). « Forse in nessun’altra poesia del Carducci come nell’ode Alle fonti del Clitumno risplende così evidente quella fedeltà alla tradizione classica più alta e più pura, quella spiccata attitudine a rammodernare, anzi a proseguire di spiriti attuali il pensiero antico, quella insita e intima simpatia con quanto di bello e di grande ci trasmise il passato, che, non s’imputino a difetto di facoltà creativa, ormai per consenso di tutti s’ammirano nella migliore e maggior parte dell’opera del Carducci come una delle più ricche sorgenti d’ispirazione ». (A. Gandiglio).

Comincia con la descrizione del paesaggio umbro: anche oggi, come nei tempi antichi, le greggi scendono al Clitumno nell’umido vespero e i fanciulli immergono le pecore riottose nell’onda. Nella descrizione il poeta fonde quel che vide con i propri occhi e i suoi ricordi letterari. Quindi commosso si rivolge all’Umbria che, quasi creatura viva e maestosa , gli pare guardi dai monti circostanti, mentre su l’Appennino fumano oscure le nubi, e la saluta con entusiasmo; e saluta anche il Clitumno, nume protettore del fiume. In quei luoghi splendidi per natura e gloriosi per tante memorie il poeta si sente in cuore l’antica patria e gli aleggiano su l’accesa fronte i numi italici; perciò insorge vedendo sui rivi sacri l’ombra del salcio piangente, molle pianta moderna, amore d’umili tempi. Qui combatta il leccio contro le bufere invernali e frema d’arcane storie ai venti primaverili; qui stiano, giganti vigili i cipressi; e il Clitumno canti gli antichi fati della patria: canti la storia di tre imperi, degli Umbri degli Etruschi e dei Romani, e la grande vittoria che questi popoli italici unificati da Roma riportarono a Spoleto contro Annibale. Dove sono ora quei canti di trionfo? Tutto è silenzio: nel limpido specchio dell’acqua rameggia una piccola foresta con bei fiori, che hanno i riflessi freddi del diamante e invitano ai silenzi del verde fondo. Qui, esclama ammirato il poeta è la fonte della poesia italica; qui, ai piedi dei monti, all’ombra delle querce e sulle rive dei fiumi, cioè in questa bella, serena e austera natura italiana; qui visserro un tempo le ninfe che cantavano in coro nelle notti lunari gli amori di Giano e di Camesena, onde nacque l’itala gente. Ma ora il nume Clitumno non ha più culto nell’unico tempietto superstite; né più i tori, resi candidi dall’onda purificatrice del fiume, conducono i carri dei trionfatori al Campidoglio; Roma più non trionfa, dacché il Cristianesimo portò il terrore della morte e l’ebbrezza del dissolvimento sui campi risonanti del lavoro umano e gloriosi per gli augusti ricordi dell’impero. Da ciò il poeta torna col pensiero ai tempi antichi quando l’anima umana era serena nella Grecia e intera e diritta in Roma pagana; e poiché ormai son passati i giorni fosche della abiezione medievale, saluta l’Italia, a cui rinnova i canti dell’antica lode virgiliana. Plaudono all’inno i monti, i boschi e l’acque dell’Umbria, mentre il vapore, che passa lì presso, fischia fumando e anelando nuove industrie nella rapida corsa. [F. Bernini, L. Bianchi, Carduci, Pascoli, D’Annunzio, Bologna, 1954]

Metro: ode saffica in strofe tetrastiche, formate da tre endecasillabi con la cesura dopo la quinta sillaba e l’accento su la quarta, e di un quinario variamente accentato (Adonio). È il metro stesso del Carmen saeculare di Orazio; solenne come un inno religioso.[F. Bernini, L. Bianchi, Carduci, Pascoli, D’Annunzio, Bologna, 1954]

Ancor dal monte, che di foschi ondeggia

frassini al vento mormoranti e lunge

per l’aure odora fresco di silvestri

salvie e di timi,


scendon nel vespero umido, o Clitumno,

a te le greggi: a te l’umbro fanciullo

la riluttante pecora ne l’onda

immerge, mentre


ver’ lui dal seno del madre adusta,

che scalza siede al casolare e canta,

una poppante volgesi e dal viso

tondo sorride:


pensoso il padre, di caprine pelli

l’anche ravvolto come i fauni antichi,

regge il dipinto plaustro e la forza

de’ bei giovenchi,


de’ bei giovenchi dal quadrato petto,

erti su ‘l capo le lunate corna,

dolci ne gli occhi, nivei, che il mite

Virgilio amava.


Oscure intanto fumano le nubi

su l’Appennino: grande, austera, verde

da le montagne digradanti in cerchio

L’Umbrïa guarda.


Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte

nume Clitumno! Sento in cuor l’antica

patria e aleggiarmi su l’accesa fronte

gl’itali iddii.


Chi l’ombre indusse del piangente salcio

su’ rivi sacri? ti rapisca il vento

de l’Appennino, o molle pianta, amore

d’umili tempi!


Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema

co ‘l palpitante maggio ilice nera,

a cui d’allegra giovinezza il tronco

l’edera veste:


qui folti a torno l’emergente nume

stieno, giganti vigili, i cipressi;

e tu fra l’ombre, tu fatali canta

carmi o Clitumno.


testimone di tre imperi, dinne

come il grave umbro ne’ duelli atroce

cesse a l’astato velite e la forte

Etruria crebbe:


di’ come sovra le congiunte ville

dal superato Cìmino a gran passi

calò Gradivo poi, piantando i segni

fieri di Roma.


Ma tu placavi, indigete comune

italo nume, i vincitori a i vinti,

e, quando tonò il punico furore

dal Trasimeno,


per gli antri tuoi salì grido, e la torta

lo ripercosse buccina da i monti:

tu che pasci i buoi presso Mevania

caliginosa,


e tu che i proni colli ari a la sponda

del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti

sovra Spoleto verdi o ne la marzia

Todi fai nozze,


lascia il bue grasso tra le canne, lascia

il torel fulvo a mezzo solco, lascia

ne l’inclinata quercia il cuneo, lasci

la sposa e l’ara;


e corri, corri, corri! Con la scure

e co’ dardi, con la clava e l’asta!

Corri! Minaccia gl’itali penati

Annibal diro.-


Deh come rise d’alma luce il sole

per questa chiostra di bei monti, quando

urlanti vide e ruinanti in fuga

l’alta Spoleto


i Mauri immani e i numidi cavalli

con mischia oscena, e, sovra loro, nembi

di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti

de la vittoria!


Tutto ora tace. Nel sereno gorgo

la tenue miro salïente vena:

trema, e d’un lieve pullular lo specchio

segna de l’acque.


Ride sepolta a l’imo una foresta

breve, e rameggia immobile: il diaspro

par che si mischi in flessuosi amori

con l’ametista.


E di zaffiro i fior paiono, ed hanno

dell’adamante rigido i riflessi,

e splendon freddi e chiamano a i silenzi

del verde fondo.


Ai pié de i monti e de le querce a l’ombra

co’ fiumi, o Italia, è dei tuoi carmi il fonte.

Visser le ninfe, vissero: e un divino

talamo è questo.


Emergean lunghe ne’ fluenti veli

naiadi azzurre, e per la cheta sera

chiamavan alto le sorelle brune

da le montagne,


e danze sotto l’imminente luna

guidavan, liete ricantando in coro

di Giano eterno e quando amor lo vinse

di Camesena.


Egli dal cielo, autoctona virago

ella: fu letto l’Appennin fumante:

velaro i nembi il grande amplesso, e nacque

l’itala gente.


Tutto ora tace, o vedovo Clitunno,

tutto: de’ vaghi tuoi delùbri un solo

t’avanza, e dentro pretestato nume

tu non vi siedi.


Non più perfusi del tuo fiume sacro

menano i tori,vittime orgogliose

trofei romani a i templi aviti: Roma

più non trionfa.


Più non trionfa, poi che un galileo

di rosse chiome il Campidoglio ascese,

gittolle in braccio una sua croce, e disse

Portala, e servi -.


Fuggîr le ninfe a piangere ne’ fiumi

occulte e dentro i cortici materni,

od ululando dileguaron come

nuvole a monti,


quando una strana compagnia, tra i bianchi

templi spogliati e i colonnati infranti,

procede lenta, in neri sacchi avvolta,

litanïando,


e sovra i campi del lavoro umano

sonanti e i clivi memori d’impero

fece deserto, et il deserto disse

regno di Dio.


Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi

padri aspettanti, a le fiorenti mogli;

ovunque il divo sol benedicea,

maledicenti.


Maledicenti a l’opre de la vita

e de l'amore, ei deliraro atroci

congiungimenti di dolor con Dio

su rupi e in grotte;


discesero ebri di dissolvimento

a le cittadi, e in ridde paurose

al crocefisso supplicarono, empi,

d’essere abietti.


Salve, o serena de l’Ilisso in riva,

intera e dritta ai lidi almi del Tebro

anima umana! I foschi dì passaro,

risorgi e regna.


E tu, pia madre di giovenchi invitti

a franger glebe e rintegrar maggesi

e d’annitrenti in guerra aspri polledri

Italia madre,


madre di biade e viti e leggi eterne

ed inclite arti a raddolcir la vita,

salve! A te i canti de l’antica lode

io rinnovello.


Plaudono i monti al carme e i boschi e l’acque

de l’Umbria verde: in faccia a noi fumando

ed anelando nuove industrie in corsa

fischia il vapore.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:14 pm    Oggetto:  Epitaffio
Descrizione:
Rispondi citando

Epitaffio

Con il termine epitaffio (dal greco dal greco επι - ταφιον, epi-taphiòn, ossia "ciò che sta sopra al sepolcro") si intende un'iscrizione funebre, il cui scopo è onorare e ricordare il defunto.

Generalmente, pur non sempre, si tratta di uno o più versi di una poesia: molti poeti hanno infatti composto il proprio epitaffio.

Un buon epitaffio deve avere sempre qualcosa che resti impresso, o faccia pensare: un espediente abbastanza diffuso è "parlare" direttamente a chi legge, dando un avviso sul significato della mortalità. Alcuni epitaffi enumerano i grandi risultati ottenuti (un politico o un militare di carriera nominerà, per esempio, il numero degli anni di servizio al Paese).

Per epitaffio si intendeva, in tutta probabilità, l'orazione funebre pubblica che durante i secoli della Grecia antica si teneva ad Atene in onore dei soldati caduti. Per estensione, si sarebbe poi dato tale nome alla semplice iscrizione tombale.

Epitaffi famosi

-Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc
Parthenope: cecini pascua, rura, duces.

"Mantova mi generò, la Calabria mi rapì, mi tiene oggi Partenope: cantai i pascoli, le campagne, i condottieri". Publio Virgilio Marone

-´Ω ξεíν´, ´αγγέλλειν Λακεδαιμονíοις ´οτι τηδε
κείμεθα τοîς κείνων ρήμασι πειθόμενοι.

"O straniero, di' ai Lacedemoni che qui, obbedienti alle loro leggi, giaciamo." Simonide di Ceo, monumento delle Termopili

-Hodie mihi, cras tibi

"Oggi a me, domani a te", diffuso epitaffio latino

-Nature, and nature's laws,
Lay hid in night,
God said, let Newton be!
And all was light.

"La natura, e le sue leggi/giacevano nascoste nella notte/Dio disse, che Newton sia!/E tutto fu luce." Epitaffio per Isaac Newton, scritto da Alexander Pope.

-Amici non piangete, è soltanto sonno arretrato

Epitaffio per Walter Chiari, attore e comico italiano.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:16 pm    Oggetto:  Slam (poesia)
Descrizione:
Rispondi citando

Slam (poesia)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La parola slam, nel gergo americano, designa un impatto, una sberla; deriva dall'espressione 'to slam a door', letteralmente 'sbattere una porta'.

Questo termine è stato associato ad un genere di poesia orale (sonora e vocale) per il suo potere di catturare lo spettatore e 'schiaffeggiarlo' con le parole, con le immagini, al fine di scuoterlo, di emozionarlo. E' un'arte che nasce dalla strada (come il rap ai suoi inizi)e crea un legame tra scrittura e performance, focalizzata sulla parola e realizzata con grande economia di mezzi. E' una poesia che mette in arte l'espressione popolare, declamatoria che è praticata nei luoghi pubblici (bar o altri luoghi associativi)sotto forma di testi quasi recitati, a ritmo serrato.

Lo slam è considerato da molti come una delle forme più vive e rivoluzionarie della poesia contemporanea, una sorta di movimento a margine dei circuiti artistici tradizionali che, tra le altre cose, stabilisce un nuovo tipo di rapporto tra il poeta e il suo pubblico. Infatti, l'esistenza e il diffondersi dello slam dimostrano come la poesia non sia qualche cosa di vetusto e alieno alla società moderna ma, al contrario, qualcosa di indispensabile e più che mai vivente. Come disse Mark Smith, il 'creatore' dello slam, 'la poesia non è fatta per glorificare il poeta, essa esiste per celebrare la comunità'. I valori fondamentali su cui si basa lo spirito dello slam sono la parola, il pensiero, il dialogo, la polemica e la critica ma al tempo stesso la tolleranza e l'apertura all'altro.

Cenni storici

Lo slam nasce nel 1984 quando Mark Smith, operaio nei cantieri e poeta organizza una serie di incontri di lettura a voce alta in un jazz-club di Chicago. Il suo intento è quello di portare del nuovo nella scena poetica, facendo partecipare il pubblico sul palcoscenico.

Nel 1986, Smith incontra Dave Jemilo, il proprietario del Green Mill (uno jazz-club di Chicago in cui era solito rifugiarsi Al Capone) e gli propone di organizzare ogni settimana, la domenica sera, una competizione di poesia. La proposta viene accettata, così, il 25 luglio dello stesso anno, nasce il primo Poetry Slam.

Molto presto l'idea viene copiata in molte altre città degli Stati Uniti, tra cui le metropoli di New York e San Francisco. Nel 2002, a Minneapolis, cinquantasei squadre di poeti-slam si sono presentate ad una competizione/concorso di 5 giorni. Oggigiorno, lo slam è diventato una forma d'arte internazionale ed è presente, oltre che negli Stati Uniti, anche in Europa (tra gli altri, in Germania, nei Paesi Bassi, in Gran Bretagna e in Francia).

In Europa è soprattutto Grand Corps Malade con l'album Midi20 a far conoscere lo slam al grande pubblico.

Le regole

Le regole dei poetry slam sono:

-Iscrizione aperta a tutti;
-Esibizione a cappella;
-Assenza di riempimenti musicali, luci e abbigliamento particolari;
-Libertà d'espressione; si può dire, leggere, scandire, cantare testi costruiti su temi liberi o, a volte, imposti;
-Tempo a disposizione per ogni esibizione: dai 3 ai 5 minuti;
-Il poeta-slam si esibisce soprattutto per il piacere di condividere i propri testi con il pubblico;
-I giudici dovrebbero essere scelti tra il pubblico;
-Il premio per il vincitore è in denaro;
-Nelle esibizioni nei locali pubblici, vale la regola 'un testo detto = un bicchiere offerto'.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:17 pm    Oggetto:  Sonetto
Descrizione:
Rispondi citando

Sonetto

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il sonetto è una forma della letteratura colta. Nella sua forma tipica, è composto di quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine a rima alternata o incrociata e in due terzine a rima varia.

Si ritiene che esso sia stato inventato da Jacopo da Lentini verso la metà del duecento sulla base di una stanza isolata di canzone, in modo che la struttura metrica formata da quattordici versi endecasillabi suddivisi in due quartine e due terzine, sarebbe identica a quella di una stanza con fronte di due piedi e sirma di due volte senza concatenazione.

Se sull'origine del sonetto i pareri sono discordi, consenso totale vi è - come rileva Giovanni Getto - per quanto riguarda il nome:

Il sonetto - 500 sonetti dal '200 al '900

Respinta l'ipotesi ingenua affacciata nelle antiche pagine De rhitmis vulgaribus di Antonio da Tempo, che riteneva che il sonetto fosse così chiamato "quia bene sonat auribus audientium" e soprattutto "quod haec nomina ad libitum antiquorum inventa fuerunt", è ben certo che tale nome (nel provenzale sonet) fosse impiegato nel designare in genere un componimento poetico musicato, e in particolare, come par probabile, un componimento di una certa brevità, quasi a dire "piccolo suono", breve melodia, secondo già Gian Giorgio Trissino e altri ritenevano: "Il sonetto, il cui nome non vuol dire altro che canto picciolo, perciò che gli antiqui dicevano suono a quello che oggidì chiamano canto..."'

Altre ipotesi sono comunque state fatte sull'origine del sonetto dalla critica, come dal Niccolò Tommaseo che ritiene essere il sonetto la derivazione dell'unione di due strambotti, componimenti formati da due ottave, con la caduta dell'ultima coppia di versi.

Molto vario è lo schema ritmico del sonetto, da quello originario che era composto da rime alterne ABAB.ABAB nelle quartine e terzine con due rime alterne CDC.DCD ripetute tre volte oppure con tre rime ripetute CDE.CDE, a quello in vigore nel Dolce Stil Novo che introduceva nelle quartine la rima incrociata: ABBA/ABBA, forma che in seguito ebbe la prevalenza.

Il sonetto è pertanto un genere poetico che ha capacità poliedriche e risponde a funzioni diverse.

Esso è legato soprattutto al genere lirico ma anche ad altri generi, come quelli giocosi o comici di Cecco Angiolieri o satirici di Carlo Porta di Giuseppe Gioacchino Belli, di Trilussa, nei quali si ritrovano non solo la critica della società e dei costumi, ma anche i temi a carattere filosofico e politico, come nei sonetti di Giordano Bruno e di Tommaso Campanella.

Si può cogliere nella storia del sonetto l'impiego del suo particolare genere metrico anche in alcuni componimenti più vasti e incentrati su di un unico argomento, nei quali ogni sonetto ha la funzione di capitolo. Si tratta, in questo caso, della "corona" o "collana" di sonetti come può essere da esempio il Fiore del Duecento, e il Ca irà di Giosuè Carducci.

Il sonetto può anche apparire nel genere del prosimetro, insieme di testi in prosa o in versi, come nella Vita Nova di Dante Alighieri, o può apparire con una precisa funzione comunicativa.

Si può così avere il sonetto monovalente che si basa su un rapporto di proposta-risposta tra due autori oppure il sonetto a valenze plurime che si rivolge a una categoria di persone che hanno una qualifica ma non evocati singolarmente, come nella Vita Nova di Dante quando il poeta si rivolge a "tutti li fedeli d'Amore".

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:20 pm    Oggetto:  Toasting
Descrizione:
Rispondi citando

Toasting

Toasting o chatting è riferito all'atto di parlare o di cantare/cantilenare sopra un rhythm o un beat, ovvero parti di brani musicali esenzialmente composte da percussioni. Toast è anche sinonimo di brindisi augurale, ed è richiamato spesso nei libretti di opera lirica (ad esempio nel primo atto de La Bohème pucciniana).

Toasting tradizionale degli afroamericani

Il toasting fa parte della tradizione urbana afroamericana dalla fine della Guerra di secessione americana come parte della tradizione orale, derivata dall'esperienza africana dei griot. Le storie afroamericane parlano solitamente di eroi intelligenti e non del tutto sottoposti alle regole, più o meno antropomorfi, che utilizzano la loro arguzia per sconfiggere gli avversari.

I toaster continuano la tradizione orale del racconto di leggende e mitologie delle comunità in riunioni per strada, o negli angoli delle vie, nei bar e nei centri della comunità, biblioteche e campus universitari. Così come le tradizioni orali, in generale, ed assieme ad altre forme d'arte afroamericane come il blues, il toasting una una mistura di ripetizione ed improvvisazione.

Ci sono molte versioni dei più conosciuti toast, spesso in collisione nei dettagli. Storicamente, il toast è fortemente incentrato sullafigura maschile, e molti toast contengono linguaggio profano o tematiche a sfondo sessuale, anche se ne esistono di versioni con temi maggiormente familiari.

I maggiori toast conosciuti sono "Shine and the Titanic", "Dolemite", "Stack O Lee" e "Signifyin' Monkey". I toaster che attualmente si esibiscono sono Christopher Wilkinson e Arthur Pfister, entrambi di New Orleans, Louisiana.

Toasting giamaicano

Nei tardi anni 1960 ed all'inizio del decennio successivo di sviluppò dalla musica giamaicana quello che venne chiamato DJ Toasting. I DJ che lavoravano anche come produttori di musica suonavano le loro ultime creazioni musicali con impianti sonori mobili alle feste, aggiungendo toast o innesti vocali alla musica. Questi toast consistevano in commenti a sfondo vanitoso, canto, rime semi-cantate, cantilene ritmate, squeal, grida e racconti in rima.[1]

Osbourne Ruddock (conosciuto come King Tubby) era un ingegnere del suono giamaicano che creò tracce ritmiche prive di elementi vocali, utilizzate dai DJ per fare toasting grazie a vinili creati ad hoc (conosciuti come dub plate) consistenti in brani senza parti vocali, con aggiunta di eco ed altri effetti sonori.

Nei tardi anni '60 tra i DJ che facevano toasting ricordiamo U-Roy e Dennis Alcapone, quest'ultimo conosciuto per aver mescolato linguaggio da gangster con toni umoristici nelle sue composizioni. Nei primi anni '70 i toaster più conosciuti erano I-Roy (il suo soprannome era un omaggio a U-Roy) e Dillinger, quest'ultimo conosciuto per il suo toasting con forti elementi umoristici. Nei tardi anni '70 fu Trinity a diventare uno tra i toasting DJ maggiormente popolari.

Gli anni 1980 videro la nascita del primo duo di toasting DJ, Michigan & Smiley, e lo sviluppo del toasting anche al di fuori della Giamaica. In Inghilterra, Pato Banton esplorò le sue radici caraibiche con un toasting ricco di humour e riferimenti politici [2] mentre Ranking Roger della band The Beat dagli anni '80 portò il toasting giamaicano a mescolarsi alla sua musica che comprendeva ska, pop, ed alcune influenze punk.

Il rimare ritmico della voce nel DJ toasting giamaicano influenzò anche lo sviluppo del rap nella cultura afroamericana dellhip hop [3] e nella ceazione dello stile conosciuto come Dancehall [4].

Voci correlate (vedi sotto)

-A cappella
-onomatopea
-Scat
-Vocalese

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Toasting" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:25 pm    Oggetto:  A cappella
Descrizione:
Rispondi citando

A cappella

Si definisce a cappella ogni esibizione canora che non preveda, durante il suo svolgimento, alcun intervento da parte di strumenti musicali.

La pratica del canto "a cappella" ha origini che risalgono alla preistoria, quando gli uomini e le donne dei villaggi si riunivano attorno al fuoco per cantare musiche propiziatorie o di ringraziamento per le divinità o di altro genere.

Il canto "a cappella", come lo intendiamo noi oggi, trae le sue origini dalla prassi esecutiva del canto gregoriano la quale, non prevedendo l'ausilio dell'organo ne di alcun altro strumento, era quindi praticata dalle sole voci dei monaci o dei chierici che costituivano il gruppo di cantori, chiamato schola cantorum.

Alla schola cantorum veniva affidato il ruolo di "guida dell'assemblea", per tale ragione i cantori spesso "scendevano" dal presbiterio e si ponevano a cantare in una cappella laterale della chiesa, da qui l'origine del nome.

A cappella è gran parte della musica corale concepita per essere svolta da gruppi vocali o da cori polifonici.

La produzione di musica "a cappella" non è solamente sacra, ma spazia dal canto popolare, alla produzione madrigalistia alle elaborazioni di musica "pop", in quest'ultimo settore sono divenuti celebri gruppi vocali come i "King's Singers" o per rimanere in Italia i "Neri per Caso".

Voci correlate (vedi sotto)

-Canto (musica)
-Canto popolare

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:29 pm    Oggetto:  Canto (musica)
Descrizione:
Rispondi citando

Canto (musica)

Il canto è la produzione di suoni musicali mediante la voce, ovvero l'uso della voce umana come strumento musicale.

Un gruppo musicale composto principalmente da cantanti (più precisamente cantori) viene definito coro; quando il coro esegue musica senza accompagnamento strumentale si parla di canto a cappella.

Indice [in questa pagina]

1 Tipi di emissione
1.1 Voce impostata
1.2 Voce di gola
1.3 Falsetto
2 Registri
3 Gli stili di canto

Tipi di emissione

La voce umana è un suono prodotto dalla vibrazione delle corde vocali per effetto dell'aria espirata dai polmoni mediante occlusione della glottide. Nell'uso canoro il suono della voce è caratterizzato dalle risonanze della trachea, della faringe e della bocca, ed eventualmente delle altre cavità (seni) facciali e craniali; i timbri vocali che si ottengono dipendono anche dal meccanismo di produzione della voce.

A seconda del modo in cui la voce viene prodotta si possono distinguere tre tipi di emissione: la voce ingolata, la voce impostata e il falsetto.

Voce impostata

La voce impostata è il modo corretto di produrre suono con la voce; cantando con voce impostata (che non è una abilità naturale, ma deve essere appresa con lo studio) si producono suoni di qualità migliore, più omogenei timbricamente, si è capaci di maggiore volume sonoro ma soprattutto si è in grado di cantare per un tempo prolungato senza incorrere in danni alle corde vocali. La voce impostata consiste nel far risuonare una delle cavità corporee nominate più sopra accoppiandola all'oscillazione delle corde vocali, che iniziano la vibrazione con la loro adduzione per rotazione all'indietro delle cartilagini aritenoidi.

Il suono della voce impostata è potente, rotondo e pieno, duttile; mantiene queste caratteristiche in ogni condizione di emissione, acuti o bassi, piani o fortissimi.

Voce di gola

La voce di gola è il modo in cui si emette il suono quando si parla, affidando la variazione della tonalità alla maggiore o minore tensione delle corde vocali (maggiore o minore sforzo adduttivo delle aritenoidi). Durante il canto, la tensione delle corde vocali e la forte vibrazione che devono sostenere porta rapidamente all'affaticamento del cantante e a lesioni delle corde stesse (edemi, noduli ecc.).

Il suono della voce di gola è rigido e piatto, simile ad un grido: questa somiglianza è evidente soprattutto negli acuti e nei fortissimi. Il timbro cambia a seconda della potenza e dell'altezza.

Falsetto

Il falsetto è un particolare modo di vibrazione delle corde vocali che permette di emettere le note più acute con meno sforzo, o in alternativa di emettere note più acute di quanto si potrebbe fare con mezzi normali: si produce per stiramento delle corde vocali in seguito all'inclinazione della cartilagine tiroide, che provoca una vibrazione "per giustapposizione" delle corde stesse invece che per battimento.

Questo modo di emissione può essere un effetto voluto oppure un riflesso automatico della laringe, che se forzata a emettere suoni più acuti di quanto può fare (o se è affaticata) si protegge emettendo suono in falsetto. I cantanti addestrati possono controllare la zona di passaggio dagli acuti in voce piena a quelli in falsetto, ottenendo il cosiddetto falsettone, una tecnica usata spesso nelle opere barocche.

Per quanto detto, il suono di una voce in falsetto è più acuto e meno potente della voce normale, ed è più sibilante e meno ricco di sonorità (contiene meno armonici).

Registri

Il registro delle voci maschili si situa un'ottava sotto quello delle voci femminili. Dalla più acuta alla più grave le voci sono così denominate:

voci femminili
soprano
mezzosoprano
contralto
voci maschili
tenore
baritono
basso.

Le voci dei bambini, prima della pubertà, sono chiamate voci bianche. E' buona regola che i bambini prima della pubertà non cantino brani con estensione superiore a una ottava; inoltre i ragazzi dai dodici ai sedici anni, o comunque nel periodo della muta vocale conseguente alla pubertà non devono assolutamente cantare professionalmente, nè studiare canto, pena danni permanenti alla loro voce da adulti.

Nella musica lirica si identificano anche numerose sottocategorie, tra cui:

Soprano
s. drammatico
s. lirico
s. leggero
s. di agilità
Mezzosoprano
ms. grave
ms. centrale
ms. acuto
Contralto
c. assoluto
mezzocontralto
Tenore
t. di grazia
t. leggero
t. drammatico
t. lirico
Baritono
bar. drammatico
bar. cantabile
Basso
b. profondo
b. buffo
b. cantante

Ad esse si aggiungono le voci maschili in falsetto:

sopranista
contraltista
controtenore

Gli stili di canto

Lo stile vocale è il particolare uso che della voce viene fatto dal cantante, utilizzando in maniera personale i diversi fattori in gioco (timbro, meccanismo di emissione, intensità, accenti, vibrato, microfono, vocoder) e le numerose tecniche di canto, dotte o popolari, che possono includere:

Parlato - in numerose composizioni classiche (specie nella tradizione germanica) e canzoni.

Urlo - come in numerosi gruppi punk rock.

Scream - voce strillata e sgraziata, tipica di generi come Thrash Metal e Death Metal.

Growl - voce profonda, rauca e gutturale, introdotta, nel Metal, da Chuck Schuldiner, fondatore e leader del gruppo musicale Death.

Ululato - introdotto nel 1959 da Sebastien Janvier , successivamente impiegato in numerosi generi sperimentali ed underground.

Diplofonia - tecnica di produzione di più note o armonici contemporaneamente (come nel canto Xöömej, nel canto a tenore dei Tenores di Bitti o nei canti religiosi dei monaci Tibetani).

Scat - improvvisazione jazz con fonemi privi di senso.

Yodel o jodler - canto caratteristico del Tirolo con vocalizzi alternati tra falsetto e voce impostata.

Vocalese - stile vocale jazz che si basa sull'adattamento di testi di senso compiuto alla linea melodica originariamente strumentale.

Un grande cantante, che contribuì a modificare lo stile di canto, dalla melodia alla sperimentazione di numerose tecniche vocali, fu Demetrio Stratos.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:31 pm    Oggetto:  Canto popolare
Descrizione:
Rispondi citando

Canto popolare

La dicitura canto popolare è sicuramente generica in quanto in essa si possono racchiudere sia le musiche pensate e scritte per il popolo popolar music o "pop", sia le linee melodiche e le musiche provenienti dal popolo ovvero "folk music".

Nel primo gruppo sopraccitato rientrano, quindi, anche la quasi totalità delle musiche che quotidianamente si possono ascoltare alla radio o in televisione, ma, se riflettiamo a fondo sulla questione, si può dedurre che anche le musiche dei grandi compositori essendo dedicate al popolo (magari solo ad alcuni ceti particolari della popolazione) si possono in qualche maniera far rientrare in questa categoria.

Indice [in questa pagina]

1 Storia
2 Il canto popolare in Italia

Storia

Sicuramente la musica proveniente dal popolo risveglia all'orecchio degli appassionati di etnomusicologia, un interesse particolare. Questa musica (secondo le recenti teorie pubblicate nella più prestigiosa rivista italiana di musica corale e didattica "La Cartellina" diretta da Marco Boschini) nasce insieme alla cività umana e con essa si sviluppa nel corso dei secoli. "In principio era il suono" forse solo una nota, una vocale, poi la voce umana ha iniziato a modulare i primi intervalli fino ad arrivare alla formulazione di vere e proprie linee melodiche che sono giunte fino a noi intatte nel tempo, tramandate oralmente grazie alla memoria dei nostri antenati.

Oltre ad un'analisi prettamente storico-evoluzionistica, il canto popolare, innestandosi radicalmente all'interno delle diverse società, permette un'attenta analisi delle fenomenologie sociologiche, numerosi infatti sono i canti, le melodie che trattano specifici argomenti, per fare solamente alcuni esempi possiamo citare i canti epici che narrano imprese e storie eroiche (molto diffusi nei Balcani in nord Europa e in Medio Oriente); le ballate o folk (ballads) inglesi e scozzesi; i canti di lavoro (dagli schiavi afroamericani alle mondine italiane); i canti rituali (dai riti ancestrali africani ai festeggiamenti per la Pasqua; le filastrocche e le ninna nanne; gli inni le villotte e così via...

Il canto popolare inteso quindi come folk song è presente anche oggi nella vita di tutti i giorni.

Per fare un solo esempio "non si creda che il canto Oh Susanna sia un canto del far west: si tratta di un'antica melodia proveniente dalle isole britanniche le cui radici si perdono nella notte dei tempi ed è giunta negli Stati Uniti con l'avvento dei primi coloni".

(cit. convegno di Lamon prof. Paolo Bon e M° Luca Bonavia luglio 2005).

Il canto popolare in Italia

Coro ANA di Roma (coro virile popolare)L'Italia possiede un ricchissimo patrimonio di canti popolari, molto differenziati regionalmente, e numerosi ricercatori hanno raccolto e catalogato centinaia di linee melodiche arcaiche.

Spesso una linea melodica può avere diversi testi (e può essere magari stata raccolta in contesti geografici lontanissimi l'uno dall'altro) o lo stesso testo può essere stato adattato a diverse melodie.

Qualsiasi linea melodica scritta oggi non si potrebbe definire folk music ma popolar music, e gran parte della musica che si confonde con i canti popolari arcaici è opera di autore e spesso anche di pregevole fattura stilistica (come ad esempio il canto Signore delle cime di Bepi De Marzi o La Montanara di Toni Ortelli armonizzata da Luigi Pigarelli), che sono canti d'autore di ispirazione popolare.

Le linee melodiche arcaiche, di tradizione orale, spesso oggi vengono tenute in considerazione da compositori di altissimo livello che, prendendo il materiale in questione, dopo una lunga ricerca nella tradizione popolare e contadina, lo elaborano trasformandolo in una vera e propria opera polifonica.

La gran parte di queste linee melodiche arcaiche viene elaborata ed entra poi a far parte del repertorio di quell'affascinante strumento che è il coro.

Nel secolo scorso, fra i "pionieri" nell'arte dell'elaborazione corale, troviamo nomi importanti come: Leone Sinigaglia, Antonio Illersberg, Antonio Pedrotti, Renato Dionisi, Arturo Benedetti Michelangeli e successivamente Bruno Bettinelli, Lamberto Pietropoli, Orlando Dipiazza, e molti altri.

Numerosi sono anche gli artisti ricercatori ed i gruppi di ricerca musicale che si sono impegnati nell'opera di riscoperta e conservazione della cultura del canto popolare come ad esempio Alberto Favara, Paolo Bon, Roberto Leydi, Pavle Merkù, Luigi Colacicchi, l'Istituto Ernesto De Martino ecc..

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:32 pm    Oggetto:  Onomatopea
Descrizione:
Rispondi citando

Onomatopea

L' onomatopea è una figura retorica e consiste nell'uso di una parola la cui pronuncia assomiglia al suono o rumore che si intende riprodurre.

Ne sono esempi: "Bau bau, crak, ding, brooom, ecc.".

Da tali parole vengono derivati termini di uso comune come miagolare dal verso del gatto. Esistono onomatopee naturali che consistono nell'imitazione del suono di qualcosa, come gli esempi sopra citati.

Le onomatopee artificiali sono invece quelle parole che contengono suoni che si riferiscono a un suono: ne è esempio la parola fruscio, ticchettio, rimbombo, zanzara..... Queste parole sono dunque dette onomatopeiche.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:35 pm    Oggetto:  Scat
Descrizione:
Rispondi citando

Scat

Lo scat è una forma di canto, quasi sempre improvvisato, appartenente alla cultura musicale del jazz. Il canto scat non prevede l'uso di parole compiute, bensì di fonemi privi di senso dal suono accattivante, che il cantante utilizza in chiave ritmica oltre che melodica. I brani in cui si può ascoltare lo scat sono di solito veloci e allegri, e non di rado esso viene utilizzato in chiave grottesca e caricaturale.

Se ne attribuisce la paternità, o quanto meno la diffusione, a Louis Armstrong, verso la metà degli anni Venti. Fra coloro che ne hanno sviluppato maggiormente le potenzialità vi sono Ella Fitzgerald e Dizzy Gillespie.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:37 pm    Oggetto:  Vocalese
Descrizione:
Rispondi citando

Vocalese

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Vocalese (parola composta da (EN) vocalize più il suffisso -ese a indicare un linuaggio) è uno stile canoro jazz in cui le parole sono adattate a melodie originariamente eseguite come composizione orchestrale o improvvisata.

Mentre il fraseggio scat adopera parole improvvisate e prive di senso, scelte per il loro suono e andamento ritmico, il vacalese usa una normale versificazione, a volte improvvisata, a volte scritta sulla base di un assolo preregistrato.

Tra i pionieri del vocalese vanno annoverati i nomi di King Pleasure, Eddie Jefferson (che mise in versi la versione di "So What" dell'album "Kind of Blue") e Babs Gonzalez, mentre tra i gruppi più noti figura Lambert, Hendricks e Ross, composto da Jon Hendricks, Dave Lambert e Annie Ross.

Il testo di Ross per la canzone "Twisted", basato su un'improvvisazione blues del sassofonista Wardell Gray, rappresenta un classico del genere. Un'altro classico è l'esecuzione di Ella Fitzgerald di "How High The Moon" che combina scat, vocalese, e citazioni da "Ornithology" (una parafrasi della canzone originale).

Altri artisti che si sono cimentati con il genere sono Giacomo Gates, Kurt Elling, Al Jarreau, e i Manhattan Transfer che hanno registrato un album con lo stesso titolo.

Alcuni cantanti, soprattutto Slim Gaillard, Cab Calloway e Leo Watson erano soliti combinare vocalese e scat nello stesso pezzo.

La maggior parte dei versi scritti per il vocalese sono sillabici piuttosto che melismatici, il che porta ad avere versi in cui molte parole vengono cantate rapidamente per adattarsi ad una data frase, specie su pezzi di origine bebop.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 1:50 pm    Oggetto:  Poesia lirica
Descrizione:
Rispondi citando

Poesia lirica

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La poesia lirica è la definizione generale di un genere letterario della poesia che esprime in modo soggettivo il sentimento del poeta ed attraversa epoche e luoghi vastissimi.

Indice [in questa pagina]

1 Origini ed etimologia
2 Storia
2.1 Nell'antichità classica
2.1.1 La lirica greca
2.1.2 La lirica latina
2.2 Nell'età medievale
3 In età moderna
4 Elementi costitutivi della poesia lirica e linguaggio poetico

Origini ed etimologia

La parola lirica è un prestito dal greco λυρική (lyrikē, sottinteso poesia, "(poesia) che si accompagna con la lira").

Storia

Nell'antichità classica

La lirica greca

Nella Grecia dell' età arcaica, la poesia lirica era quella che si differenziava dalla poesia recitativa per il ricorso al canto o all'accompagnamento di strumenti a corde come la lyra.
Ai dotti alessandrini si deve il canone dei più illustri rappresentanti del genere lirico. Costoro operarono una scelta tra gli autori di composizioni intonate sulla cetra da una sola persona e quelli guidati da un gruppo corifeo.

Nella lirica monodica vengono così annoverati tra gli eccelsi Alceo, Saffo, Anacreonte, mentre nella lirica corale, Alcmane, Stesicoro, Ibico, Simonide, Bacchilide, Pindaro. Rifacendosi al significato letterale dell'aggettivo "lirico", gli alessandrini tralasciarono gli scrittori di elegie, come Tirteo, Mimnermo, Solone o di giambi, come Archiloco e Ipponatte.
Infatti i giambi e le elegie venivano recitate e l'elegia era anche accompagnata da un sottofondo di flauto.

Nell'usare oggi l'espressione "lirici greci" si fa però riferimento, in senso più lato, a tutto un modo di produrre versi che copre in Grecia l'arco di due secoli, il VII secolo AC e il VI secolo AC.

La poesia greca di questi due secoli è accomunata da due caratteristiche. La prima consiste nel fatto che l'autore, pur rispettando i limiti del genere, si muove al suo interno con estrema libertà e la seconda è che essa si distingue per la sua oralità. Essa viene "detta" ed è destinata alle orecchie, come dice Platone in una definizione della Repubblica.

Lo stile si distingue per la brevità dei periodi ben allineati e senza difficoltà sintattiche e per le molte le metafore destinate a rimanere incise nella memoria.

Il motivi che ispirano la lirica greca sono molteplici. Vi sono componimenti dedicati agli dei (inni), in onore di Dioniso (ditirambi), di Apollo (peani). Alle divinità femminili vengono dedicati i parteni, i vincitori di gare vengono esaltati negli epinici e l'ospite patrono negli encomi. I treni (verso) e gli epicedi sono riservati alle consolazioni funebri e ai compianti, gli epitalami e gli imenei alle nozze, gli scolii ai banchetti, alle danze mimiche gli iporchemi e alle processioni i prosodi. Non vi sono delimitazioni, per cui ogni poeta può spaziare in più campi e utilizzare i moduli di un componimento anche in un altro.

L'elegia e il giambo, di matrice ionica, sono caratterizzati da serie continuate di versi, dagli esametri e pentametri dattilici ai trimetri giambici e ai tetrametri trocaici.

La melica monodica non va oltre l'aggruppamento di strofe composte da quattro versi, mentre quella corale procede per stanze, strofe, antistrofe ed epodo.
Nella lirica monodica il linguaggio è il dialetto dello scrittore, mentre la lirica corale preferisce usare il dorico, considerato linguaggio letterario internazionale.

Dopo il V secolo AC la lirica subisce una grande trasformazione ad opera degli alessandrini che compongono carmi raffinati destinati a persone colte.

La lirica latina

I poeti romani prendono spunto dai lirici greci e dagli alessandrini mutandone però le strutture e i temi, come si può constatare in Catullo, Orazio, Properzio e Ovidio. Ma è proprio analizzando la poesia di Orazio che si constata la differenza tra il mondo greco e quello romano. Mentre per i greci la lirica, caratteristica di un periodo pieno di fermento, va oltre le definizioni fissate dalla scuola, in campo latino essa diventa una vera e propria categoria tanto da essere preceduta, come in Publio Papinio Stazio, da una prefazione in prosa.

Nell'età medievale

La lirica occidentale moderna nasce in Provenza dove, nel corso del secolo XII fino al primo quarto del XIII, fiorisce la poesia dei trovatori.
I provenzali accompagnano le loro poesie con il liuto ed elaborano particolari metri, come la ballata, il discordo, l'alba, la pastorella, che esaltano la forma musicale del componimento.

Il motivo principale è il vagheggiamento della donna innalzata a pura "femminilità", motivo sconosciuto all' eros classico e che influenzerà tutta la successiva lirica, dal Minnesang tedesco alla poesia della scuola siciliana, fino agli stilnovisti e a Petrarca.

In età moderna

In età moderna, per il tramite del Medioevo è giunta a noi l'interpretazione del genere letterario impostata dagli autori latini, cioè di poesia che esprime emozioni e sentimenti soggettivi.

Elementi costitutivi della poesia lirica e linguaggio poetico

Gli elementi che costituiscono la poesia lirica si possono dividere essenzialmente in tre gruppi: gli aspetti strutturali, che comprendono il verso, la rima, la strofa, il ritmo e lo schema metrico; gli aspetti lessici e sintattici, che comprendono la scelta delle parole e il loro ordine, e le figure retoriche, come la similitudine, la metafora, l’allitterazione, l’onomatopea, la sinestesia e la metonimia. La poesia è caratterizzata da elementi propri: gli spetti strutturali o metrici. I più importanti sono il verso, la rima, la strofa, il ritmo e lo schema metrico. Li analizzerò ora uno per uno.

Il verso può essere definito la riga della poesia, i quanto non si va a capo occupando tutto lo spazio a disposizione, ma secondo il ritmo. Infatti, la parola deriva dal latino “versum”, che è il participio passato del verbo “vertere” che significa “svoltare”. Ciascun verso prende il nome a seconda del numero di sillabe che contiene (“decasillabi” vuol dire “dieci sillabe”, “endecasillabi” vuol dire “undici sillabe”, il verso più utilizzato nella poesia italiana dell’800, e così via) e si dividono in due grandi gruppi: parasillabi, contenenti un numero pari di sillabe, e imparisillabi, contenenti invece un numero dispari di sillabe; mentre i primi hanno un ritmo più cadenzato, gli altri ne hanno uno più fluido e aperto.

Per la suddivisione del verso in sillabe, è necessario però tenere conto di alcune regole:
• Se l’ultima sillaba è accentata, si conta una sillaba in più.
• Se l’ultima parola è sdrucciola, si conta una sillaba in meno.
• L’ultima sillaba di una parola che termina per vocale si unisce alla sillaba successiva se questa inizia per vocale.

Spesso il poeta, per dare alla sua poesia un determinato ritmo, usa l’artifizio della rima. La rima è un uguaglianza di suono di fine verso o all’interno del verso stesso, dall’ultima sillaba accentata in poi.

Solitamente, alla fine di ogni verso si mettono delle lettere: uguaglianza di lettera significa presenza della rima.

A seconda dell’alternanza, essa si divide in: baciata (AABB); alternata (ABAB) es.: “Al Re Travicello/piovuto ai ranocchi/mi levo il cappello/e piego i ginocchi”; incrociata (ABBA) es.: “Fiume che la specchiasti un casolare/co’ suoi rossi garofani, qua mura/ d’erme castella e tremula verzura/eccoti giunto al fragoroso mare”; incatenata (ABA BCB CDC) es.: “Nel campo mezzo grigio e mezzo nero/resta un aratro senza buoi, che pare/dimenticato, tra il vapor leggero/E cadenzato dalla gora viene/lo sciabordare delle lavandare/con tonfi spessi e lunghe cantilene”.

La strofa è un raggruppamento di versi e prende il nome proprio dal numero dei versi che contiene: avremmo così le terzine (tre versi), quartine (quattro versi),…

La lunghezza dei versi, la disposizione degli accenti e la presenza delle rime da il ritmo alla poesia, che è l’alternanza delle sillabe toniche e atone in un verso.

La metrica, ovvero lo studio della versificazione, ci consente di conoscere tutti questi aspetti e permette di creare lo schema metrico. Per lungo tempo, nella poesia lirica italiana, il sonetto veniva considerato il componimento classico. Furono scritte moltissime poesie, come “Il fiume” di Giovanni Pascoli.

Fiume che là specchiasti un casolare

co’ suoi rossi garofani, qua mura

d’erme castella, e tremula verzura;

eccoti giunto al fragoroso mare:


ed ecco i flutti verso te balzare

su dall’interminabile paura,

in larghe file; e nella riva oscura

questa si frange, e quella in alto appare;


tituba e croscia. E là, donde tu lieto,

di sasso in sasso, al piè d’una betulla,

sgorghi sonoro tra le brevi sponde;


a un po’ d’auretta scricchiola il canneto,

fruscia il castano, e forse una fanciulla

sogna a quell’ombre, al mormorio dell’onde.


Questa poesia, come tutti i sonetti, ha uno schema metrico fisso: è costituita da due quartine e due terzine, dallo schema delle rime ABBA ABBA CDE CDE, e da versi composti da undici sillabe.

Dal ‘900 in poi, la poesia moderna, così come tutte le forme d’arte, tende a infrangere tutte le regole e a non seguire il modello classico. Perciò ogni poeta sceglie il proprio ritmo a seconda delle sue esigenze espressive. Gli aspetti sintattici nella poesia, così come in tutti gli altri tipi di testo, riguardano la costruzione della frase.

Gli spetti lessicali, invece, riguardano la scelta delle parole nella frase. Per quanto riguarda gli aspetti sintattici, nell’Ottocento il poeta tendeva a costruire frasi complesse, in quanto la comunicazione era riservata solo alle persone culturalmente superiori: raramente si utilizzava la costruzione sintattica del linguaggio comune.

Nel Novecento, invece, il poeta semplifica il suo linguaggio, ma non per necessità di semplicità, ma perché vengono infrante molte regole della punteggiatura, della sintassi e della collocazione delle parole nella frase. Confronterò ora due poesie di due grandi autori italiani: Leopardi e Ungaretti, vissuti rispettivamente nell’Ottocento e nel Novecento.

La poesia di Leopardi si intitola “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” e con questo componimento vuole dire che un pastore che attraversa molte difficoltà alla fine arriva alla morte.

Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,

per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

al vento, alla tempesta, e quando avampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela,

varca torrenti e stagni,

cade, risorge, e più e più s’affretta,

senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colà dove la via

e dove il tanto affaticar fu volto:

abisso orrido, immenso,

ov’eri precipitando, il tutto obblia.


La poesia di Ungaretti si intitola “Bosco Cappuccio”, il nome di un bar dove, molto spesso, Ungaretti si recava a bere un caffè. Con la poesia sogna di tornare al bar, stando lontano dalla corrente guerra, e di sedersi sulla poltrona di velluto verde.

Bosco Cappuccio

Ha un declivio

Di velluto verde

Come una dolce

Poltrona

Appisolarmi là

Solo

In un caffè remoto

Con una luce fievole

Come questa

Di questa luna.


Confrontando le due poesie, ci accorgiamo che, in base agli attributi riferiti al soggetto o d altri elementi, la poesia di Leopardi ne ha ben undici, mentre quella di Ungaretti solo cinque; i complementi sono dieci nella prima poesia e otto nella seconda; in base al numero di frasi subordinate, mentre nella prima sono cinque, nella seconda troviamo solo due periodi semplici; infine solo nella seconda poesia non troviamo alcun segno di punteggiatura, neanche per indicare la fine della frase.

Nell’Ottocento, i poeti utilizzavano quindi un linguaggio aulico, cioè molto lontano da quello comune. Lo stesso discorso può essere applicato al lessico, la scelta del quale era molto ricercata proprio per distinguersi dal linguaggio comune. Il linguaggio può essere utilizzato secondo un uso denotativo e connotativi; nel primo caso si utilizza un linguaggio secondo il modello di tutti; nel secondo caso si sa un linguaggio non per dare delle informazioni, ma per suscitare emozioni e far capire a chi legge il significato delle parole, che va oltre a quello comune.

Nel Novecento, i poeti abbandonano il linguaggio aulico dell’Ottocento, ma attribuiscono alle parole dei significati diversi; la differenza tra il significato comune e quello poetico di una parola, infatti, è molto marcata. I poeti praticavano quindi uno scarto semantico; la semantica è la parte della lingua che studia i significati delle parole.

Per analizzare una poesia del Novecento, sono molto importanti le aree semantiche, nelle quali si raggruppano delle parole scelte dal poeta; per capire il suo messaggio, è indispensabile capire a quale area semantica appartengano queste parole.

Le figure retoriche sono quegli usi particolari della lingua con i quali si riesce ad attribuire ad una parola un significato che va oltre a quello comune. Le figure retoriche si possono dividere in due gruppi: di suono e di significato.

Le figure retoriche di suono sono quelle che fanno n effetto attraverso un uso particolare del suono prodotto dalla lingua. Le principali sono: l’assonanza e la consonanza, che sono delle rime imperfette (mani – mali); l’onomatopea, che è una parola che riproduce un suono in parole aventi un significato onomatopeico (miagolare, abbaiare); l’alliterazione, che si ottiene riproducendo più volte lo stesso gruppo di suoni; spesso troviamo l’onomatopea e l’alliterazione insieme (“…un fru fru fra le fratte…”).

Le figure retoriche di significato sono quelle che attribuiscono alle parole significati che vanno oltre al proprio. Le principali sono: la similitudine, che è un confronto tra due parole (Ha i capelli come il grano); la metafora, che è la sostituzione di un termine con un atro che muta il significato alla parola a cui si riferisce (Ha i capelli di grano); la sinestesia, che è l’associazione di due termini di diverso senso (parole calde); la metonimia, che consiste nell’utilizzare il nome della causa per quello dell’effetto (vivere del proprio lavoro).

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Mostra prima i messaggi di:   
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Guida Poetica-Letteraria. Tutti i fusi orari sono GMT
Vai a pagina 1, 2, 3  Successivo
Pagina 1 di 3

 
Vai a:  
Non puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Non puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum
Non puoi allegare files in questo forum
Non puoi downloadare files da questo forum





Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio. topic RSS feed 
Powered by MasterTopForum.com with phpBB © 2003 - 2008