Indice del forum

Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

"Scritturalia" è la terra delle parole in movimento, il luogo degli animi cantori che hanno voglia di dire: qui potremo scrivere, esprimerci e divulgare i nostri pensieri! Oh, Visitatore di passaggio, se sin qui sei giunto, iscriviti ora, Carpe Diem!

PortalPortale  blogBlog  AlbumAlbum  Gruppi utentiGruppi utenti  Lista degli utentiLista degli utenti  GBGuestbook  Pannello UtentePannello Utente  RegistratiRegistrati 
 FlashChatFlashChat  FAQFAQ  CercaCerca  Messaggi PrivatiMessaggi Privati  StatisticheStatistiche  LinksLinks  LoginLogin 
 CalendarioCalendario  DownloadsDownloads  Commenti karmaCommenti karma  TopListTopList  Topics recentiTopics recenti  Vota ForumVota Forum

FORME POETICHE
Utenti che stanno guardando questo topic:0 Registrati,0 Nascosti e 0 Ospiti
Utenti registrati: Nessuno

Vai a pagina Precedente  1, 2, 3  Successivo
 
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Guida Poetica-Letteraria.
PrecedenteInvia Email a un amico.Utenti che hanno visualizzato questo argomentoSalva questo topic come file txtVersione stampabileMessaggi PrivatiSuccessivo
Autore Messaggio
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 2:03 pm    Oggetto:  Alba (componimento)
Descrizione:
Rispondi citando

Alba (componimento)

L'alba è un genere di componimento poetico-musicale.

In origine era un canto o un grido di intonazione guerresca o a sfondo religioso, con cui la scorta annunciava l'apparizione dell'aurora.

Fece la sua prima apparizione probabilmente nell'XI secolo. Più tardi, nella poesia trovadorica, verosimilmente per l'influsso della precedente poesia arabo-andalusa, diventa canto d'amore che, sul tema dell'apparizione dell'alba, svolge vari motivi.

Imitatori delle albe trovadoriche si ebbero anche nella lirica francese e nella poesia dei Minnesänger.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Adv



MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 2:03 pm    Oggetto: Adv






Torna in cima
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 2:12 pm    Oggetto:  Asefru
Descrizione:
Rispondi citando

Asefru

L'asefru (pl. isefra) è una composizione poetica della letteratura berbera della Cabilia. Si tratta di una sorta di breve sonetto a struttura ternaria, formato da tre strofe di tre versi ciascuna.

Le rime seguono lo schema AAB AAB AAB, mentre la lunghezza dei tre versi di ogni strofa è di 7 + 5 + 7 sillabe.

È un metro relativamente nuovo rispetto a quelli dalla poesia tradizionale, nato probabilmente intorno alla metà dell'Ottocento, e il poeta che ha legato in modo indissolubile il suo nome a questo tipo di composizione è Si Mohand ou-Mhand (1848-1905).

L' asefru si presta ad essere non solo letto o recitato ma anche cantato, e numerosi esempi di isefra cantati sono presenti nel repertorio di diversi cantanti cabili, come Taos Amrouche (per esempio Vasta è la prigione), Slimane Azem (Si Muh yenna-d; Cavalletta, via dal mio Paese) o Malika Domrane (Nnehta).

Un esempio di asefru (Si Mohand):

Ggulleɣ seg Tizi-wuzzu
armi d Akfadu
ur ḥkimen dg’ akken llan
A neṛṛez wal’ a neknu
axiṛ daεwessu
anda ttqewwiden ccifan
Lɣwerba tura deg uqerru
welleh ard a nenfu
wala leεquba ɣer yilfan


"Giuro, da Tizi Ouzou / fino al colle dell’Akfadou / nessuno di quelli mi comanderà // Mi spezzo ma non mi piego / preferisco essere un maledetto / là dove governano i ruffiani // L’emigrazione è il mio destino / per Dio, meglio l’esilio / che la legge dei porci"

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 2:39 pm    Oggetto:  Contacio
Descrizione:
Rispondi citando

Contacio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il contacio (dal greco κοντάκιον, kontákion, originariamente il bastoncello intorno al quale si avvolgeva la pergamena con il componimento), è una composizione strofica a carattere musicale tipica della letteratura bizantina che aveva come tema una predica e può quindi considerarsi una omelia di carattere lirico-drammatico accompagnato dalla melodia.

Si fa risalire il contacio al V-VI secolo. Esso apparve a Bisanzio ma ebbe precedenti nella poesia della Siria già nel IV - V secolo.

La struttura del contacio è quella di un inno diviso in un numero vario di stanze (chiamate «tropari») e accompagnato dalla melodia. Le stanze sono eguali tra di loro per numero di versi, di sillabe e per accenti ritmici, sul modello del primo verso della stanza (l'«irmo», εἱρμός).

Normalmente il contacio è introdotto da un proemio (o «cuculio», κουκούλιον) che contiene una preghiera e un'introduzione all'argomento. Alla fine del proemio era un ritornello (ἐφύμνιον) che si ripeteva alla fine di ogni stanza. Le prime lettere di ogni verso formavano un acrostico che normalmente indicava il nome dell'autore del contacio o riproduceva l'alfabeto.

La metrica non è quantitativa, come accadeva nel periodo classico, ma accentuativa.

Romano il Melode, il maggior poeta religioso bizantino, è considerato dalle fonti colui che inventò il contacio, ma la perfezione dei suoi componimenti fa pensare piuttosto che il genere fosse già presente nella tradizione liturgica bizantina.

Le forme innografiche

Una delle forme musicali più antiche fu il Tropario.

In origine fu una breve preghiera inserita tra i versi di un salmo che ebbe un carattere musicale.

In seguito assunse una forma strofica e si liberò dal vincolo del salmo passando a una più libera espressione melodica.

Il termine Trapezio indicò in seguito, ogni elemento di una composizione strofica oppure un breve inno celebrativo inserito tra le odi di un Canone.

Un’altra forma musicale fu il Contacio ( bastoncello attorno al quale veniva avvolta la pergamena) era una composizione strofica di vasto respiro che sviluppava concetti pertinenti alla festa che si celebrava .

Apparso a Bisanzio nel V – vi sec. pare risalga al mondo culturale della Siria. Il complesso delle strofe, chiamate stanze, variava nel numero, in genere da 15 a 30.

Ogni Contacio, pertanto, dopo un proemio, alternava la serie delle stanze in strofe regolari, oppure secondo la progressione A - B - A’ - B’ ecc. con un ritornello, in alcune composizioni, era duplice, in parallelo cioè con l’altalena delle stanze.

Gli accenti dovevano essere precisi, come anche i rapporti numerici delle sillabe, frequenti le rime e le assonanze.

La trama musicale si svolgeva sotto il dominio dell’IRMO, la strofa tipo sulla quale si modellavano le altre. Verso la seconda metà del VIII sec. si impose il CANONE che rivela nella poesia, una maggiore vivezza di immagini, un linguaggio più rude ma appassionato. Si pensa ne sia stato il creatore Andrea Cretese.

Il Canone segna un notevole passo avanti nella musica bizantina; esso è sviluppato su 9 odi bibliche:

1) Canto di Mosè dopo il passaggio del Mar Rosso

2) Ode di Mosè nel Deuteronomio

3) Inno di Anna

4) Inno del profeta Abacuc

5) Inno del profeta Isaia

6) Preghiera del profeta Giona

7) Inno dei fanciulli in Babilonia

8) Canto dei tre fanciulli nella fornace

9) Inno della madre di Dio.

Ogni trapezio del Canone, faceva riferimento alla corrispondente ode biblica.

Al termine dell’ode modello seguivano le altre odi , le quali ricalcavano le orme della prima per isollilasmo e omotonia. La seconda ode del Canone era riservata esclusivamente alla Quaresima, perciò molti Canoni ne sono sprovvisti.

Le melodie-tipo delle 9 odi sono raccolte nell’Irmologio.

Altri generi compositivi sono:

Υπαχοή: era un tropario dell’ufficio diurno eseguito da tutta l’assemblea o dal coro in risposta al canto del solista;

Καταβοία: parola di uso liturgico con la quale si indicava l’irmo ripetuto alla fine dell’ode. I cantori divisi in due cori, scendevano dai loro scanni e cantavano insieme nel centro del coro;

Θεοτοχίον: indicava all’inizio la nona ode di un Canone, in seguito indicò un tropario intonato dopo ciascuna ode di un Canone celebrativo della Madre di Dio.

Romano il Melode

Romano il Melode (vissuto nel V-VI secolo) autore di inni religiosi. Di lui sappiamo che nacque a Emesa [Siria], da famiglia ebraica. Convertitosi al cristianesimo, si trasferì a Costantinopoli dove divenne diacono della chiesa della Vergine nel quartiere di Ciro. Romano portò a perfezione il contacio; secondo la tradizione ne avrebbe composti un migliaio: nei manoscritti ne restano circa 85, ma molti sono apocrifi.

Il contacio è una omelia lirico-drammatica, con la struttura di un inno diviso in stanze e accompagnato dalla melodia.

Le stanze sono uguali tra di loro, e così ogni verso, per numero di sillabe e per gli accenti ritmici: significativo risulta il fatto che la metrica è trasformata da quantitativa in accentativa.

Il contacio si sviluppò in ambiente bizantino nel VI secolo, ma ha avuto precedenti nella poesia siriaca dei secoli IV e V. Tutta la produzione bizantina sarà sempre caratterizzata da una grande abbondanza di scritti religiosi, teologici e agiografici, e da cronache ecclesiastiche.

Il maggior storico, al di fuori della produzione legata a intenti devozionali o teologali, è Procopius. Alla cronaca (perduta) si dedica Esichio da Mileto. Interesse per la storia ecclesiastica ha Evagrios Skolastikos.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 2:41 pm    Oggetto:  Dolce Stil Novo
Descrizione:
Rispondi citando

Dolce Stil Novo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il dolce stil novo è il nome di un importante movimento letterario italiano che si è sviluppato nel tredicesimo secolo.

Un gruppo di giovani poeti perlopiù fiorentini, riprendendo la lezione del bolognese Guido Guinizelli, elaborarono un nuovo stile, il dolce stil novo o stilnovismo, per reinterpretare la tematica amorosa cortese in chiave scientifica e filosofica, arricchendone le tematiche con l'indagine psicologica, nell'ambito culturale e sociale del mondo cittadino comunale e, con una sensibilità linguistica più musicale e coerentemente tenuta sul registro del piano e del "dolce".

Iniziatore e teorizzatore del nuovo stile fu il poeta bolognese Guido Guinizelli (1230 – 1276), che nella canzone Al cor gentil rempaira sempre amore, un manifesto per questo stile, definì i canoni della nuova scuola. Guinizelli riprende la tradizione provenzale, mediata da quella siciliana, ma approfondendo l'indagine psicologica.

Origine dell'espressione "Dolce Stil Novo"

L'origine dell'espressione è da rintracciare nella Divina Commedia di Dante Alighieri (Canto XXIV del Purgatorio). In esso, il rimatore guittiniano Bonagiunta da Lucca definisce la canzone dantesca Donne ch'avete intelletto d'amore con l'espressione "Dolce stil Novo". Essa si distingue dalla produzione precedente,come quella del notaio (ovvero Jacopo Da Lentini), dal modo di poetare luminoso e semplice, liberi dal nodo dell'eccessivo formalismo stilistico. Secondo alcuni critici moderni, tra cui G.Baldi, sarebbe più corretto parlare di rime dolci e leggiadre (Purgatorio XXVI), in quanto con l'espressione dolce stil novo Dante descrive soltanto il suo stile poetico e non quello del movimento a cui il nome è stato assegnato.

L'amore

Nella borghese età dei Comuni, si afferma il concetto della nobiltà come dote spirituale piuttosto che come fatto ereditario, quindi la nobiltà ("gentilezza") d'animo è anche capacità di amare, inoltre, Guinizelli propone l'immagine della donna come angelo.

La donna, nella visione stilnovistica, ha la straordinaria virtù di nobilitare l'animo dell'uomo, attraverso lo scambio d'un occhiata fugace, fino a produrre un senso di smarrimento, come avviene nel sonetto di Calvalcanti "Chi è questa che vèn, ch'ogn'om la mira".

Ma quest'immagine femminile rischia di allontanare da Dio. Per questo nella canzone Al cor gentil reimpaira sempre Amore, Guinizzelli immagina di doversi giustificare di fronte al Sommo Fattore che lo interroga sul motivo per cui indirizzò ad un essere umano le lodi e l'amore che a Lui solo convengono.

A tali domande risponde con le seguenti parole: "Tenne d'angel sembianza/ che fosse del tuo regno;/ non me fu fallo, s'in lei posi amanza"(vv. 57-60). Questi ultimi tre versi esprimono il seguente concetto: La donna da me amata era così simile ad un angelo del tuo regno che non me ne fu colpa (fallo) se in lei riposi il mio amore (amanza).

In seguito Dante eleva maggiormente la figura femminile: infatti Beatrice da figura angelicata diviene simbolo della teologia stessa: redime ed eleva l'anima dell'amante e lo guida lontano dal peccato, sulla via della redenzione, verso la beatitudine celeste.

Tali concetti furono approfonditi sia dal punto di vista filosofico sia da quello psicologico, e furono vagliati attentamente gli effetti dell'amore sull'anima dell'innamorato. In questo approfondimento, e nella creazione di un linguaggio atto ad esprimere con finezza l'analisi psicologica, si distinse Guido Cavalcanti, amico di Dante, ma distante dalla concezione religiosa dell'amore propria dell'Alighieri.

Il Dolce stil novo fu ripreso nei contenuti - ed in parte nello stile - e rielaborato nel Canzoniere di Francesco Petrarca, che fu il modello dominante della tradizione lirica italiana ed europea almeno fino al XVIII secolo, ispirando alcune correnti interne all'accademia dell'Arcadia.

Stile

Il dolce stil novo mirò a una poesia concettualmente e formalmente rigorosa. Nella poesia stilnovista la presenza amorosa della donna induce a una esperienza di rinnovamento spirituale e morale, mezzo per raggiungere la virtù; sul piano della forma, si propone di utilizzare un linguaggio "dolce", privo di asprezze tanto negli effetti fonici quanto nelle immagini ed adeguato all'altezza dei contenuti espressi.

I maggiori esponenti dello stilnovismo fiorentino furono Guido Guinizelli, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Cino da Pistoia e Dante Alighieri, che in alcune rime giovanili e nella Vita nuova approfondì l'analisi psicologica del sentimento amoroso e accentuò il tema della virtù salvifica della donna. Dante nella Vita nuova narra la sua vicenda ideale d'amore (costruita secondo le tappe dell'amore mistico verso Dio) e usa una raffinatissima prosa d'arte quale connettivo delle liriche del testo.

Cino da Pistoia concluse l'esperienza stilnovistica. In Toscana, a fianco dell'esperienza stilnovistica, si sviluppò un altro filone poetico, di tipo comico - realistico (ossia con un registro espressivo non elevato) e destinato a un pubblico più ampio. Si distinse in essa il senese Cecco Angiolieri.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 2:45 pm    Oggetto:  Elegia
Descrizione:
Rispondi citando

Elegia

L'elegia è la denominazione del genere letterario che raggruppa i componimenti lirici della poesia greca e romana accomunati da una forma metrica specifica, e da una diversità di argomenti in opposizione all'epica.

Il termine elegia, dopo un periodo di abbandono in età medievale ricompare nella poesia europea, ma la sua definizione fu collegata al contenuto e non più alla forma metrica.

Indice [in questa pagina]

1 Origini
2 Elegia latina
3 L'eredità classica
3.1 in letteratura
3.2 nella musica
4 Curiosità
5 Elegia anglosassone
6 Elegia greca
7 Elegia latina

Origini

Il termine "elegia" indicava inizialmente qualunque componimento il cui metro era il distico elegiaco (esametro + pentametro dattilico).

Connessi nome orientale del flauto (élegos), il cui suono accompagnava la recitazione. L'elegia greca ha un tono oggettivo, e anche nei casi in cui essa usa la prima persona singolare, essa si offre a un'interpretazione problematica: il cosiddetto io lirico è infatti normalmente la persona loquens (maschera parlante) di una collettività a cui l'esecutore chiede di immedesimarsi.

Era eseguita in diverse occasioni, incentrate intorno al momento del simposio.

Dal VII secolo AC in poi, l'elegia è usata per celebrare molteplici occasioni della vita pubblica e privata: accanto a componimenti di carattere guerresco, esortativo, polemico vi sono elegie politiche, moraleggianti e marcatamente erotiche.

Nel corso dell'Ellenismo i destini dell'elegia si confusero con quelle dell'epigramma e del poema didascalico: da tale commistione prese le mosse l'elegia latina.

Elegia latina

Il tratto distintivo dell'elegia latina è l'impostazione maggiormente soggettiva ed autobiografica, che non ha pochissimi precedenti nei poeti elegiaci ellenistici. Callimaco esclude ogni elemento autobiografico dalle elegie riservandolo agli epigrammi. L'elegia fu usata anche come espressione di lutto, nelle lamentazioni funebri: l'associazione dell'elegia al pianto divenne un topos (Orazio, Ars poetica - Ovidio, Amores). Lo status di autorità letteraria e stilistica accordato a questi autori ebbe un ruolo decisivo nell'evoluzione del genere letterario.

L'eredità classica

-in letteratura

Nella latinità umanistica si ritrova il termine elegia come conseguenza della lettura dei classici latini: questo segnò il trapasso del significato della parola a poesia di argomento luttuoso o malinconico nel passaggio dalla lingua latina ai volgari locali. Nacquero così interi filoni di poesia "elegiaca". Tralasciando l'elegia neolatina si elencano titoli di poesie o raccolte poetiche europee in lingua volgare o nazionale in cui compare esplicitamente il termine.

di Giovanni Boccaccio: Elegia di Madonna Fiammetta, (1343)
di Chidiock Tichborne: Elegy, (1586)
di Luis Pereira Brandao: Elegiada, (1588)
di John Donne: Elegies, (1601)
di Paolo Rolli: Elegie, (1715)
di Alexander Pope: Elegy to the Memory of an Unfortunate Lady, (1717
di Thomas Gray: Elegy Written in a Country Churchyard, (1751)
di Johann Wolfgang von Goethe: Römische Elegien (Elegie romane), (1795)
di Giacomo Leopardi tra le Poesie sparse ne compare una intitolata Elegia II
di Giosuè Carducci il decimo dei Rime e ritmi sta l'Elegia del Monte Spluga
di Sergio Corazzini scrisse una raccolta intitolata Elegia nel 1906
di Rainer Maria Rilke: Duineser Elegien (Elegie duinesi), (1923)
di Gabriele d'Annunzio: Elegie Romane, (1906)
di Luis Cernuda: Egloga, Elegia, Oda, (1936)
di Emilio Ballagas: Elegia sin Nombre, (1936)
di Andrea Zanzotto: Elegia e altri versi, (1954)
di Carles Riba: Elegies de Bierville, (1942)
di Marcus Vinicius Moraes: Cinco Elegias, (1943)
di Silvio D'Arzo: Elegia alla Signora Nodier, (1943)
di Bertold Brecht: Buckower Elegien, (1953)
di Nicolas Guillen: Elegias Antillanas, (1955)
di Josif Brodsky: "Bolshaja Elegija Dzonu Donnu, (Elegia per John Donne) (1963)
di Zbigniew Herbert: Elegia na Odejscie (Elegia per la partenza), (1990)
di Ben Okri: African Elegy (1992)

-nella musica

Il Romanticismo musicale si appropriò del termine per definire composizioni di carattere funebre o semplicemente melanconico: tra quelle il cui titolo è esplicitamente elegia vanno ricordate

di Henri Vieuxtemps Elegia op. 30 per violino e pianoforte (1854)
di Antonio Bazzini Elegia op. 35 n. 1 per violino e pianoforte (o orchestra) (1860)
di Franz Liszt Elegia per violoncello, pianoforte, arpa, harmonium (1874)
Seconda Elegia per violino (o violoncello) e pianoforte (1877)
di Gabriel Fauré Élégie per violoncello e orchestra op. 24 (1879)
di Pietro Mascagni Elegia per soprano, violino e pianoforte (1880)
di Piotr Ilič Čaikovskij Elegia in memoria di Ivan V Samarin per orchestra (1884)
di Giacomo Puccini Crisantemi - elegia per quartetto d'archi ((1890)
di Sergei Rachmaninoff Elegia per pianoforte op 3 no.1(1892)
di Alexander Glazunov Elegia op. 44 per viola e pianoforte (1893)
di Ferruccio Busoni Elegie per pianoforte (1907-1909)
di Edward Elgar Elegia op. 58 per orchestra d'archi (1909
di Alfredo Casella Elegia eroica op. 29 per orchestra (1916)
di Igor Stravinskij Élégie per viola sola (1941)
di Nino Rota Elegia per oboe e pianoforte (1955)
di Francis Poulenc Élégie per corno e pianoforte (1957)
di Giacinto Scelsi Elegia per Ty per viola e violoncello (1958)
di Hans Werner Henze Elegy for young lovers (Elegia per giovani amanti), opera in 3 atti su libretto di Wystan H. Auden e Chester Kallmann (1959-1960)
di Alan Rawsthorne Elegy per chitarra, (1971)
di Aldo Clementi Elegia per flauto e 12 strumenti (1979-1981)
di Massimo Botter Elegia per soprano, mezzosoprano e clarinetto (1993)
di Vinko Globokar Élégie balkanique per flauto, chitarra e percussioni (1992)
di Ennio Morricone Elegia per Egisto per violino solo (1993)
di Vittorio Fellegara Elegia - hommage à Fauré per quartetto d'archi e chitarra (1994)
di Fabrizio Bastianini Funeral Elegy (1997)

Curiosità

La filmografia del regista russo Alexandr Sokurov è ricca di elegie tra le quali si possono mezionare Elegia moscovita, Elegia pietroburghese e Elegia sovietica.
Un numero rilevante di gruppi musicali inglesi e americani hanno intitolato loro canzoni Elegy
Elegia è anche il titolo di un disco del cantautore italiano Paolo Conte

Elegia anglosassone

il termine ‘elegia’ in ambito anglosassone risulta abbastanza controverso, in quanto non definisce poemi elegiaci nel significato classico della parola greca, έλεγεία “poema in distico elegiaco” che a sua volta deriva da έλεγσς “canzone triste” originariamente accompagnata da un flauto.

caratteristiche

Le caratteristiche comuni ai testi ritrovati, connotati come elegiaci, non sono discriminanti e non permettono quindi, di raggiungere una definizione unitaria. Senza dubbio la definizione maggiormente condivisa per la sua chiarezza e pregnanza semantica è quella formulata da Greenflied: “a relatively short reflective or dramatic poem embodying a contrasting pattern of loss and consolation, ostensibly based upon a specific personal experience or observation, and expressing an attitude towards that experience.” (un poema drammatico relativamente piccolo concernente un argomento di perdita e consolazione, basato su una specifica esperienza o osservazione personale e esprimente un attitudine verso quella esperienza.

In ogni caso, le elegie anglosassoni formano un gruppo relativamente omogeneo perché presentano delle caratteristiche comuni: sono opere relativamente brevi (il più breve, Wulf and Eadwacer, consta 19 versi e il più lungo, The Seafarer, 124); tranne The Ruin, presentano un parlante in prima persona e tutti enfatizzano lo stato d’animo del protagonista attraverso il contrasto tra la situazione presente e quella passata riflettendo sulla transitorietà dei piaceri di questo mondo.

il tema della separazione

Per la centralità conferita all’esperienza personale, sono considerati elegiaci, i poemi all’interno dell’Exeter Book, il discorso del Last Survivor, i Bereaved Fathers nel Beowulf (vv. 2247-66 e 2444-62 a) e il lamento nel Guthlac (vv. 1348-79). Dal punto di vista tematico, un altro elemento ricorrente è la separazione. Nei cosiddetti Frauenlied, Wulf and Eadwacer e The Wife’s Lament, la donna parla della sua sofferenza per la mancanza della persona amata; nel Husband’s Message un marito è lontano dalla propria moglie perché esiliato a causa di una guerra. Nel Wanderer e nel Seafarer il protagonista è costretto a vagare; nel Ruin la separazione è espressa come trasformazione di una città ormai in rovina e attraverso i ricordi degli antichi splendori.

il tema dell'esilio

La separazione risulta essere legata in modo quasi consequenziale all’esilio: il Wanderer è costretto a vagare dopo la morte del suo padrone e dei suoi compagni; il Seafarer è un viaggiatore solitario; il Deor è stato escluso da una prestigiosa posizione a corte; la voce narrante e il suo amante nel Wulf and Eadwacer sono separati in due isole diverse; nel Wife’s Lament la moglie è stata bandita nella foresta; e nel Husband’s Message il marito è lontano per combatte. Ad eccezione del Husband’s Message, dove prevale la speranza della riappacificazione, nelle altre elegie la percezione del dolore, della disperazione causata dall’esilio sembra non avere possibilità di soluzione.

le fonti

Un secondo elemento di discussione è la ricerca delle fonti. Gli studi condotti in merito non sono riusciti a individuare nessuna fonte predominante, pur rilevando la presenza di numerose influenze sia orali che scritte.

influenza germanica

L’ipotesi formulata Schücking e condivisa da Sieper, citata anche da Klinck, rileverebbe un’influenza della tradizione orale germanica dei Totenklagelied, cioè dei lamenti funebri fatti dalle donne. Nel Beowulf, per esempio, compaiono due tipi di Totenklagelied: una identificherebbe il lamento di una donna davanti la pira funeraria, come quello di Hildeburh dinnanzi alla pira di suo figlio e di suo fratello (Ides gnornode, / geomrode Giddum, Beo 1117b-18 a ) e come quello della donna senza nome nei confronti di Beowulf (giomorgyd [Ge]at[isc] meowle…,Beo 3150). Questo genere di lamento si associa bene con la diffusa tradizione che vede l’ostentazione del dolore ai funerali soprattutto da parte delle donne. Il secondo genere di canto funerario è quello compiuto dai guerrieri che cavalcavano intorno alla tomba di Beowulf. Per il primo tipo di canto funebre, ci sono delle somiglianze con il Guđrúnarkviđa I (vv.1-3) ma in questo caso l’attenzione viene rivolta alla condivisione dei dolori degli altri come forma di consolazione. Schücking, quindi, sostiene che il lamento così descritto dal poeta del Beowulf sia simile a quello nel Wife’s Lament. Studi più recenti concordano con questa teoria piuttosto che quella postulata da Harris che vede l’elegia anglosassone come un dramatic monologue, vicino dal punto di vista stilistico alla poesia eddica .

l'influenza cristiana

Inoltre è stata rivelata anche un’influenza cristiana almeno per alcune elegie. Nel Wanderer, nel Seafarer e nel Riming Poem, il tema della separazione e della perdita è risolto in maniera esplicitamente cristiana, dal momento che i tre poemi si concludono con la rassicurazione di una ricompensa dopo la vita terrena; nel Deor la fortuna e la sfortuna sono affidate a Dio; nel Ruin l’influenza cristiana non è esplicita ma la si percepisce nel suo vocabolario, che in altri contesti viene più chiaramente usato in ambito religioso. Sebbene anche i restanti poemi, le cosiddette Love Lyrics, The Wife’s Lament, The Husband’s Message, Wulf and Eadwacer, sono stati interpretati nell’allegoria cristiana da diversi studiosi non possono essere considerati come un veicolo per la diffusione di un messaggio religioso. La natura del simbolismo varia da poema a poema; lo si può meglio percepire nel Seafarer e in Resignation, dove il desiderio di intraprendere un viaggio potrebbe simboleggiare il desiderio dell’anima di raggiungere il paradiso. Analogamente nell’opera Alcuino (735-804 d. C.), monaco di York, De clade Lindisfarnensis monasterii (793 d.C.), il tema dell’esilio è stato interpretato, nell’ottica cristiana, come la cacciata dell’uomo dal Paradiso.

l'influenza latina

Si nota anche l’influenza di altri scrittori di poesia latina come Venanzio Fortunato (530- 607), il cui poema, De excidio Thoringiae (569-70 d. C.), assume forma di una lettera spedita dalla regina Radegunde al suo congiunto Amalfrid (è scritto Amalafried?). Anche l’elegia latina, pagana e cristiana, offre il suo contributo. Autori come Ovidio, erano ben conosciuti dagli Anglosassoni. In questo periodo sono molto diffuse le traduzioni di classici latini e greci, che forniranno un modello da imitare.

affinità con la poesia nordica

Affinità di metrica sono state riscontrate inoltre con il verso allitterante nordico: tali tratti sono emersi in particolar modo dal confronto tra il Hofuđlausn (X sec.) e il Riming Poem, dove è evidente una somiglianza per ritmo, strofa e ripetizione. Questo è visibile anche se in minor misura, nel Deor e nel Wulf and Eadwacer. La poesia nordica è più violenta di quella anglosassone: predilige di gran lunga il tema della morte.

l'influenza celtica

Importante, infine, l’influenza celtica. Le due culture infatti, quella germanica e quella celtica, erano talmente vicine geograficamente da spiegare uno scambio reciproco di temi. Pilch sostiene che il genere dell’elegia sia stato creato su analogia di quello gallese pervenutoci solo attraverso il poema Claf Abercuawg. Come nelle elegie anglosassoni, nel poema gallese è presente l’elemento personale, le osservazioni sulla natura e sulla morale. Presente in entrambe è la figura del cuculo. Nelle elegie anglosassoni, in particolare nel Husband’s Message, il cuculo annuncia la primavera e il bel tempo, nel Claf Abercuawg la voce del cuculo è un invito all’esuberanza, di solito contrapposta all’umore depresso e malinconico del parlante. Pilch ritrova la figura del cuculo secondo la versione gallese, nell’elegia Resignation ai versi 105-8 a, in cui il parlante contrappone un miserabile sé stesso con un albero rigoglioso.

Wudu mot him weaxan, wyrde bidan,
tanum lædan; ic for tæle ne mæg
ænigne moncynnes mode gelufian
eorl on eþle.

Non c’è somiglianza nella forma. Il verso gallese si compone di englynion ‘stanze’ caratterizzate da frequenti ripetizioni e giochi di parole. Henry, nel suo studio, nota delle somiglianze tra l’elegia anglosassone e il genere penitenziale della poesia irlandese e gallese, in particolare nella tematica del viaggio associata al Culdee. Egli trova significativa la corrispondenza tra il desiderio di lasciare questo mondo, come si può trovare nel Seafarer e nel Resignation, con l’asceticismo celtico.

Elegia greca

L'elegia greca è una distinta forma della poesia lirica della Grecia antica, destinata a una grande fortuna e influsso sulla produzione poetica successiva: oggi il termine elegia ha all'attivo quasi tre millenni di fortuna letteraria.

Storia

Definizione e origini

Il termine italiano è calco del femminile ἐλεγεῖα (eleghéia), mentre il neutro ἐλεγεῖον indica il distico elegiaco, cioè il metro utilizzato per tale poesia. Entrambi i termini non compaiono prima del V secolo AC, e sono riconnessi alla parola ἔλεγος, parola di uso assai raro in greco e la cui etimologia è contrastante anche presso gli antichi: mentre alcuni (Fozio e L'Etymologicum Gudianum riportano
Ἔλεγος. ὁ θρῆνος παρὰ τὸ εὖ λέγειν τοὺς θανόντας (Élegos. ho thrḗnos. parà tò éu légein tous thanóntas, Élegos, lamento, dall'elogio ai morti),
altri lessicografi (Suda, E 774, e Zonara) citano la pseudoetimologia Ἔλεγος. θρῆνος. ἀπὸ τοῦ ε ε λέγειν (Élegos. thrḗnos. apó toũ e e légein, Élegos, lamento, dal verso ahi ahi).

I linguisti moderni assegnano alla parola un'origine frigia, collegando il termine all'armeno elegn ("flauto").

Le origini ed la lirica arcaica

Essa nasce presumibilmente in Ionia intorno all'VIII secolo AC, infatti come per l'epica i suoi frammenti più arcaici databili intorno al VII secolo AC presentano una forma già raffinata. L'elegia greca si qualifica come il prodotto poetico di una classe nobiliare o aristocratica, nell'ambito del simposio, che nel VII secolo AC aveva una enorme importanza politica e sociale, implicando sia il confronto tra gli uguali che quello tra ospitanti e ospitati.

Certamente il contesto in cui l'elegia si sviluppa presuppone una stretta connessione con l'esecuzione orale, e dunque un costante riuso e comunicazione mnemonica e agonale, il contesto del simposio, luogo di incontro aristocratico, privato e non legato ad esigenze di ritualità sacrale. In esso la componente di intrattenimento e di comunicazione impegnata erano inestricabilmente legate. Si aggiunga che l'elegia è dunque costantemente poesia d'occasione, connotata dunque dalle circostanze in cui viene recitata.

La natura dattilica dei suoi versi la connette direttamente alla poesia epica, ma gli argomenti cantati sono in realtà molto diversificati: esortazioni e ammonimenti nell'elegia guerriera di Callino e Tirteo, temi amorosi inMimnermo, accenti sentenziosi e morali in Teognide, temi politici in Solone, temi civili in Semonide.

La presenza di temi guerreschi e politici destinati a una collettività ha sollevato il dubbio che l'elegia potesse essere connessa ad un contesto esecutivo diverso dal simposio. A Sparta è documentata la tradizione arcaica di recitazioni agonali di elegie di Tirteo nei συσσίτια o presso la tenda dei re durante le campagne belliche.

Dall'età classica all'ellenismo

Il periodo di apogeo della πόλις fu caratterizzato da forme di partecipazione politica e di comunicazione artistica popolare: coerentemente le circostanze favorevoli all'ideazione e all'esecuzione della poesia elegiaca, forma eminentemente aristocratica e simposiale, diminuirono drasticamente, o necessitarono di una comunicazione clandestina e orale in un periodo di avanzataa evoluzione verso una civiltà della scrittura.

Dall'età classica ci sono tramandati solo frammenti di alcuni autori divenuti più noti in altri ambiti: Ippia, noto sofista ed erudito enciclopedico protagonista di un dialogo di Platone, a detta di Pausania (V, 25, 4) fu autore anche di elegie; i nove frammenti di Eveno di Paro, anch'egli citato più volte da Platone, in un totale di una ventina di versi ci rivelano un interesse per le sottigliezze sofistiche; infine le poche righe pervenuteci di Dionisio Calco e di Crizia rimandano ancora a una situazione simposiale, e ad argomento politico.

Nel V-IV secolo AC l'elegia subisce un processo di rinnovamento secondo due tendenze che diverranno scelte definitive in età ellenistica:

-un crescente interesse per l'erudizione mitologica
-il progressivo sovrapporsi della vicenda personale a quella mitologica.

La Lide di Antimaco di Colofone (raccolta elegiaca, che prende il titolo dal nome della donna amata) ha grande importanza nello sviluppo di questo genere letterario: la vicenda personale, cioè la morte della donna amata, gli offre l'occasione di rievocare e narrare diversi miti di amore tragico, istituendo la connessione fra autobiografia e mito. Si può parlare con Antimaco del primo poeta doctus.

L'elegia alessandrina: Callimaco

Con l'opera di Callimaco l'elegia diviene opera di scrittura completamente diversa negli intendimenti rispetto all'elegia arcaica. Di tutta la produzione elegiaca ellenistica ci restano pochi titoli e scarsi frammenti da cui risulta difficile dare un'interpretazione complessiva. Dal confronto con l'unica fonte di ampiezza rilevante - gli Αἴτια (áitia, "origini, cause") di Callimaco- e con la produzione elegiaca latina che ad essi s'ispirò, desumiamo le tendenze espresse già in epoca classica, con l'importante cambiamento che la figura del poeta aveva assunto a seguito della fine della civiltà della πόλις.

Callimaco fu il primo autore che esplicitamente non si propose di scrivere meglio dei predecessori, bensì diversamente.

I poemi elegiaci che compongono i quattro libri degli Αἴτια, a noi noti per frammenti di papiri e per citazioni trattano una eccezionale varietà di argomenti e miti trattati cursoriamente, supponendo dunque un pubblico dotto.

Nei primi due libri il poeta racconta di come ricevesse in sogno dalle Muse risposta alle domande che rivolgeva loro: l'elegia si configura dunque come ampia enciclopedia di miti indagati poeticamente come se fossero storia antica da cui trarre insegnamento per il presente. Callimaco in tal modo contamina nelle elegie le funzioni originariamente di pertinenza dell'epica. Nel III libro l'elegia dedicata all'amore tra Aconzio e Cidippe diverrà argomento di due Heroides (XX e XXI) di Ovidio, l'elegia racconta una vicenda di amore travagliato a lieto fine che riprende motivi tipici della novellistica popoalre. Nel IV libro trovava posto la Chioma di Berenice, elegia di cui Catullo diede libera traduzione nel suo Carme LXVI. Si tratta di un componimento sia encomiastico che eziologico (racconta cioè l'origine di una costellazione recentemente scoperta).

Oltre agli Αἴτια ci sono tramandati altri due frammenti elegiaci di Callimaco, curiosamente si tratta di due epinici, componimenti normalmente lirico più che recitativo, a testimoniare la spericolata volontà di sperimentazione del loro autore.

L'elegia ellenistica

L'elegia è in età ellenistica un componimento raffinatissimo scritto da esperti eruditi per altri loro pari, in cui l'originaria funzione encomiastica è piegata al servizio dei regali protettori. Il tema preferenziale è l'amore descritto in toni drammatici, e la spiegazione dell'origine di nomi, riti, istituzioni o comportamenti (eziologia). Si ricordano i nomi di

Filita (o Fileta) di Cos, figura di vero e proprio poeta-filologo in grado di dissimulare abilmente nelle sue elegia intitolate Demetra, παίγνια (paighnia, sciocchezzuole) valutazioni storico letterarie in componimenti d'argomento erotico.

Ermesianatte di Colofone, autore di un lungo poema in distici elegiaci intitolato Leonzio. Nel lungo frammento del III libro a noi giunto egli riprende la tradizione esiodea del Catalogo, elencando gli amori di poeti e filosofi.

Alessandro Etolo di Pleuron scrisse l'Apollo, contenente profezie di amori infelici, e le Muse, che narrava gare tra i poeti più famosi, istituite a Efeso in onore di Artemide: i 20 versi a noi giunti ci fanno intuire una galleria di ritratti simile a quella di Ermesianatte.

Simia di Rodi, poeta e grammatico scrisse in distici i Mesi, di cui gli scarsissimi resti (fr. 8 Powell) ci dimostrano però la parentela di quest'opera con i Fasti di Ovidio.

Fanocle, vissuto intorno al III secolo AC, nei suoi Ἔρωτες ἢ καλοί (Érotes e kalói, Gli amori o i belli) trattò le sfortunate vicende di molti amori pederotici. L'unico frammento pervenutoci (fr. 1 Powell) ha il vantaggio di essere un aition completo, relativo al mito di Orfeo innamorato del giovinetto Càlais e fatto a pezzi dalle donne tracie '"perché per primo mostrò tra i Traci gli amori maschili". La sua poesia fu certamente nota a Sesto Properzio.

Partenio di Nicea è l'ultimo esponente dell'elegia ellenistica: va ricordato come precettore di Virgilio. Della sua produzione elegiaca rimane il ricordo di un libro intitolato Metamorfosi, e uno spiccato interesse per le parole ricercate e rare, che ha permesso la trasmissione di alcuni suoi frammenti nelle raccolte lessicografiche. La sua opera fu molto considerata a Roma, e accompagnata da forti critiche ed esagerate lodi fu posto da Gellio sullo stesso piano di Callimaco). Tra i suoi ammiratori ci furono anche gli imperatori Tiberio e Adriano.

Il distico elegiaco era anche il principale metro utilizzato nella produzione di epigrammi: il crescente gradimento per le composizioni brevi e la progressiva convergenza delle tematiche elegiache ed epigrammatiche decretarono la decadenza dell'elegia greca e il passaggio di testimone a quella latina, mentre nel mondo ellenico andarono moltiplicandosi le raccolte antologiche di epigrammi.

Caratteristiche dell'elegia greca

modalità d'esecuzione

Rispetto alle altre manifestazioni della lirica greca l'elegia si caratterizza per:

-esecuzione monodica (in contrapposizione alla lirica corale)
-esecuzione recitativa cantilenata con un ridotto sottofondo strumentale di aulos o lyra: la παρακαταλογή (parakatalogé) epica elegiaca e giambica si pone a metà tra il parlato puro e semplice tipico delle parti recitate del dramma e il canto"pieno" e accompagnato da strumentazione e notazione complessa tipico delle composizioni liriche corali.

lingua

L'elegia greca, nella tipica distinzione dei generi letterari greci in dialetti, è scritto in una lingua formata da una forte base di lingua omerica con colorito ionico. Tale impasto è costante: Tirteo scrive in tale lingua elegie destinate ad uditori spartani (e quindi parlanti lingua dorica), testimoniando che la convenzione linguistica era ormai dato assodasto. Tale uso fu conservato dai poeti alessndrini e quindi da quelli ellenistici.

metro

L'elegia greca si articola fin dalla sua origine in un solo metro: il distico elegiaco, strofa di due versi formata da esametro e pentametro dattilici.

Poeti elegiaci

I filologi di età ellenistica, dediti al recupero testuale e all'interpretazione delle grandi opere del passato, costituirono un canone dei maggiori poeti della tradizione. Gli elegiaci arcaici a noi meglio noti tramite questo canone sono:

-Callino di Efeso
-Tirteo (Laconia o Mileto)
-Semonide di Amorgo
-Solone di Atene
-Senofane di Colofone
-Teognide di Megara

Solo i testi Teognide e Pindaro ci sono stati conservati per tradizione diretta attraverso manoscritti medievali bizantini, mentre per gli altri poeti dobbiamo rifarci alla tradizione indiretta, cioè alle citazioni e ai riferimenti presenti in altri autori. Altri frammenti papiracei affiorano periodicamente dalle sabbie del deserto egiziano.

Elegia latina

L'elegia latina è una distinta forma della poesia lirica della letteratura in lingua latina. Il carattere dell'elegia latina è generalmente interpretata come un canto di lamento (Ovidio la definisce elegiae flebile carmen in Heroides XV, 7)

Storia

La grande elegia romana prende le mosse dall'imitazione dell'elegia mitologica ellenistica, in particolare da Callimaco, Antimaco di Colofone e Filita di Samo: conteneva elementi autobiografici e collegamenti velati tra le peripezie di eroi del mito e le vicende personali del poeta.

Questa connotazione non è però pacifica: l'elegia latina sviluppò tale aspetto, conservando però la generalizzazione della storia personale. Inoltre l'elegia latina diede spazio ad elementi assorbiti da altri generi letterari, come la commedia, l'epigramma, la tragedia, la poesia pastorale.

Origini arcaiche e poesia neoterica

(LA)
«Parva mei mihi sint cordi monumenta Philitae.»

(IT)
«A me stiano a cuore le piccole massime del mio Filita.»

(Cat., Carmina XCV, 9)

Le origini dell'elegia latina costituiscono un problema su cui fin dall'inizio del XX secolo si è misurata la critica letteraria per definire i rapporti della poesia augustea con quella catulliana e con l'epigramma greco. Oggi, seguendo la via segnata da Wilamowitz e Funaioli si preferisce evidenziare la maggiore soggettività dei poeti latini già a partire da Catullo, e la commistione di generi ereditata dall'analoga tendenza della letteratura alessandrina.

Si possono inoltre ipotizzare tramite il confronto con l'elegia greca degli antecedenti preletterari dell'elegia, rintracciabili nei carmina convivalia e nelle laudationes militari, che richiamano i paralleli contesti della lirica greca arcaica. Così come questa derivò i suoi metri e il suo linguaggio dall'epica omerica, anche la letteratura latina affonda nelle sue tradizioni guerriere sia l'epica che l'elegia: il distico elegiaco appare in latino già nell'epigramma funerario attribuito ad Ennio.

Ma l'elegia di stampo ellenistico fece il suo ingresso a Roma tramite la generazione dei Poetae novi.

In essi l'apparato di conoscenze legate alla mitologia diversamente dai predecessori orientali non è più il centro del gioco poetico, ma ne è un ingrediente accessorio volto a mettere in evidenza lo spirito irruento del sentimento di chi scrive.

Gaio Elvio Cinna va ricordato come autore di elegie di tipo sia erudito che erotico-sentimentale, grazie all'influenza esercitata su di lui e su Cornelio Gallo dal poeta Partenio di Nicea.

La poesia elegiaca, deve moltissimo alla lirica neoterica che mutuò le modalità dell'elegia ellenistica e a Catullo che ne diede saggi di grande raffinatezza formale ed eleganza concisa.

Temi originariamente catulliani sono nell'elegia la rivolta morale, il gusto dell'otium come estraneità all'impegno civile e politico. L'elegia trova in Catullo anche l'abbozzo della nuova forma compositiva (soprattutto nel carme LXVIII, in cui è rilevante l'elemento mitologico). Di questa continuità con la tradizione neoterico-catulliana la stessa poesia elegiaca si mostra più volte apertamente consapevole, rendendo il debito omaggio ai suoi precursori.

La grande elegia dell'età augustea

(LA)
«Elegia quoque Graecos provocamus.»

(IT)
«Anche nel campo dell'elegia reggiamo il confronto con i Greci.»

(Quintiliano, Inst. X, 10)

La seconda metà del I secolo a.C. è il periodo di massima fioritura dell'elegia, che a Roma assume soprattutto la connotazione di poesia d'amore fortemente soggettiva.
In essa la vita del poeta, tutta dedita all'amore, si configura come servitium, come schiavitù alla domina, capricciosa e infedele. La relazione è fatta di rare gioie e di molte sofferenze (oltre a tradire e ingelosire l'amante, gli si concederà a fatica: è un topos l'innamorato respinto che si duole, di fronte alla porta chiusa, per la crudeltà dell'amata).

Cornelio Gallo

Egli scrisse quattro libri di Amores, in cui cantò la sua passione per Licoride. La sua elegia è debitrice a Partenio di Nicea non meno che a Euforione di Calcide nell'ampliamento della delle elegie rispetto al breve giro di versi degli epigrammi, e nell'erudizione geografica e mitologica. All'elegia di Cornelio Gallo si fa risalire la concezione della poesia come forma di corteggiamento in cui la donna amata sia la destinataria privilegiata delle poesie. Tibullo e Virgilio gli tributarono sincero omaggio nelle loro opere dimostrandone l'influenza. Si può considerare intemediario fra i poetae novi e gli elegiaci di età augustea.

Albio Tibullo

Albio Tibullo nacque nel 54 a.C. a Gabii, un piccolo paese nel Lazio, in una famiglia equestre molto ricca, andata però successivamente in declino. Entrò molto presto nel circolo letterario di Messalla Corvino, dove strinse amicizia con i maggiori poeti dell'epoca. Amava la vita tranquilla della campagna dov'era nato e cresciuto. Tre sono le donne da lui amate durante la sua vita: Delia, Glìcera e Nemesi. Il poeta morì pochi mesi dopo Virgilio, nel settembre del 19 a.C.

Più che una raccolta abbiamo una serie di raccolte che tramandateci sotto il suo nome sono in realtà di mani diverse. Di quattro libri sono certamente tibulliani solo i primi due. In essi molte elegie sono dedicate a Delia, donna capricciosa e incline al tradimento. Nel secondo libro il poeta sembra invece aver dimenticato Delia in favore di un'altra protagonista, chiamata Nemesi, figura di cortigiana avida e spregiudicata. Estraneo alla poesia civile che caratterizzava i suoi contemporanei (fu amico di Orazio, ma nella sua poesia non sono mai citati né Augusto né Gaio Cilnio Mecenate). Particolare nell'elegia tibulliana è l'assenza del mito, sostituita dal fascino per il mondo agreste, diverso da quello Teocriteo o virgiliano. Un terzo motivo tibulliano è la profonda esecrazione per la guerra e i suoi orrori.

Il terzo libro del Corpus Tibullianum riporta sei componimenti che un misterioso Ligdamo rivolge a Neera. Mentre è normale l'occultamento del nome dell'amata dietro pseudonimi ellenizzanti, è invece anomala la pseudonimia dell'autore. I suoi componimenti sono povera cosa accostati alle elegie tibulliane, in cui l'imitazione letteraria diventa luogo comune. In esse fa capolino l'ossessione funebre che ritroviamo (non è chiaro se prima o dopo) nei Tristia di Ovidio.

Il quarto libro del Corpus Tibullianum oltre a un elogio di Messalla contiene tredici elegie di cui sei (VII-XII) sono un ciclo a sé stante di "biglietti" in distici elegiaci scritti da Sulpicia (nipote di Messalla) a Cerinto (grecizzazione del cognomen latino Cornutus). Esse sono poesie brevi e vibranti di un amore schietto e geloso. Non sussistono motivi né per l'identificazione né per la contraffazione di Sulpicia come autrice delle poesie: nel primo caso avremmo il primo esempio di scrittura letteraria femminile in latino.

Properzio

Nei quattro libri di elegie riuniti sotto il titolo di Cynthia, racconta distesamente la progressione di un amore non corrisposto dalla tenerezza alla delusione allo sdegno, al tentativo di ascoltare tutt'altra ispirazione poetica nell'impegno civile (la lode delle gesta di Augusto). Ma dalle elegie del secondo e terzo libro traspare una blanda promessa di un carme lirico in un imprecisato futuro (forse l'impegno fu assolto invece da Orazio con il Carmen Saeculare), e un rifiuto a cantare le gesta del princeps schermendosi di non voler impegnarsi in un compito superiore alle sue forze.

Ma è nel quarto libro, giustamente tramandato sotto il nome di Elegie romane che il pensiero per Cinzia, mai completamente dimenticata, si affaccia fuggevolmente in un contesto che invece vuole celebrare Roma, la città e le sue tradizioni. Il suo disegno, improntato a riscrivere in senso patriottico gli Áitia di Callimaco, anticipa in forma di elegia i Fasti di Ovidio. Ma laddove la trappola della propaganda presagiva una scrittura erudita ed oscura, Properzio assai più di Tibullo esprime un calore e una sincerità di ispirazione che rendono il suo stile un mirabile equilibrio tra epica e poesia didascalica.

Ovidio

fu poeta elegiaco in gioventù e in vecchiaia, con intendimenti totalmente distinti. Caratteristica in questo autore è l'adesione sempre parziale al genere dell'elegia erotica dei suoi modelli, in favore di una costante mescolanza e innovazione.

Gli Amores apparentemente non sono dissimili dalle elegie di Tibullo e Properzio, ma l'esperienza autobiografica viene in realtà ulteriormente stilizzata: la figura dell'amata, Corinna, ha una presenza episodica e limitata, senza avere la vitalità o la plausibilità delle altre eroine finora citate: gli Amores costituiscono una specie di lusus di gioco teatrale e ammiccante, il banco di prova della padronanza stilistica di Ovidio in cui si scoprono i debiti con l'epigramma e con il romanzo greco. La costante eleganza del linguaggio ovidiano gli permette di affrontare anche temi spregiudicati.

Le Heroides sono invece elegie di stampo originalissimo: sono infatti epistole poetiche che amanti tradite o inviano ai personaggi mitici che le hanno abbandonate (14 eroine del mito e la poetessa Saffo). Le ultime sei epistole invece sono tre coppie di lettere di scambio epistolare tra amanti tribolati (Paride ed Elena, Leandro ad Ero, Aconzio a Cidippe). L'idea era venuta ad Ovidio dall'elegia IV, 3 di Properzio, in cui Aretusa, moglie di Licota domanda notizie del marito lontano per la guerra; ma mentre Properzio sotto gli pseudonimi vuole adombrare personaggi storici, invece Ovidio ha interessi e fini assai diversi: non a caso dice di sé ignotum hoc aliis ille novavit opus (Ars Am. III, 346) ("egli rinnovò questo genere poetico in maniera imprevista dagli altri"). L'elegia è qui motivata dal luogo comune che dalla poesia greca (da Omero con Circe e Calipso, da Saffo, dalla tragedia greca, da Callimaco) attraversa la poesia latina (il carme LXIV di Catullo e la Didone virgiliana). L'eroina del mito greco è però ulteriormente raffinata dal vaglio delle scuole di retorica in cui Ovidio si è formato: spesso le lettere diventano vere e proprie suasoriae laddove i predecessori avevano riempito le rimostranze di Arianna o di Medea con sdegno e imprecazione.

La terza opera di tipo elegiaco di Ovidio è una sintesi di queste precedenti esperienze: L'Ars amatoria e successivamente i Remedia amoris e i Medicamina faciei. La prima si può definire un poema didascalico di precettistica erotica in tre libri. Il precedente più vicino si può rintracciare in qualche riga di Tibullo e Properzio, ma si può affermare che i contenuti dell'opera sono una vera novità: Nel primo libro si impartiscono consigli per la conquista delle donne, nel secondo si indicano i modi per conservarne l'amore e nel terzo, in una scherzosa palinodia fornisce viceversa insegnamenti alle donne su come sedurre gli uomini. In questa come nelle altre opere l'assolutezza dell'esperienza d'amore viene meno, e anzi in contrasto con le campagne moralizzatrici di Augusto il poeta ora delimita il campo d'azione della sua poesia come luogo di amori libertini ora prende atto che la società romana sta cambiando verso il lusso e il bel vivere rovesciando il mio dell'età dell'oro: aurea sunt vere nunc saecula, (Ars II, 277). Il ciclo didascalico si conclude con i Remedia amoris che rovesciando alcuni precetti dell'Ars insegna come liberarsi dall'amore. Gian Biagio Conte definisce quest'opera come esito estremo della poesia elegiaca, di cui chiude simbolicamente la breve intensa stagione.

Ma dopo la fulgida carriera come poeta civile il trauma dell'esilio sulle coste del Mar Nero lo riporterà a scrivere elegie, più specificamente elegie epistolari: le Epistulae ex Ponto e i Tristia, come una tragica applicazione di quanto scritto nelle Heroides.

Nei Tristia in cinque libri Ovidio descrive la solitudine, la durezza del clima e la desolazione del presente accompagnata dalla nostalgia del passato. Il II libro della raccolta è costituito da un'unica lunga autodifesa indirizzata ad Augusto.

Nelle Epistulae ex Ponto in quattro libri di cui l'ultimo pubblicato postumo abbiamo invece un'accentuazione del carattere epistolare della raccolta e dei topoi connessi al genere letterario. Costretto a diventare oggetto della sua stessa poesia, a farne davvero l'oggetto totale della sua esistenza, paradossalmente Ovidio scrive i versi più triti e stucchevoli della sua produzione.

A parte si colloca l'ultima opera elegiaca dell'esilio, il poemetto Ibis in poco più di seicento versi: è una monotona serie di maledizioni rivolte a detrattori che in assenza dell'autore ne stavano infangando il nome. L'ispirazione giunge a quest'opera non dalle elegie giovanili o contemporanee, ma dalle Tabellae defixionis tristemente famose durante le guerre civili.

L'Appendix Vergiliana contiene una serie di Elegiae in Maecenatem, commemorazione anacronisticamente attribuita a Virgilio (morto undici anni prima di Mecenate).

Elegiaci di età imperiale

(LA)
«Quas inter vultu petulans Elegea propinquat
celsior adsueto divasque hortatur et ambit
alternum fultura pedem, decimamque videri
se cupit et medias fallit permixta sorores.»

(IT)
«Tra le nove muse l'Elegia si avvicina con volto superbo
allunga il collo più del normale, e richiama le dee e le blandisce
per potersi esprimere in distici, e desidera apparire
la decima, e cercando di confondersi in mezzo alle sorelle le fa sbagliare.»

(Stazio, Sylvae, II, 2, 7-10)

Nel corso dell'alto impero il distico elegiaco è impiegato sempre più spesso per l'epigramma più che per l'elegia, che gradatamente sparisce dalla produzione letteraria dei primi secoli dell'impero in favore di forma prosastiche (storiografia, trattatistica tecnica) o di poesia di più alto registro (epica) adeguata all'encomio dei regnanti di turno.

Data questa premessa non sorprende particolarmente la quasi totale sparizione del genere elegiaco dalla produzione letteraria di età imperiale. In effetti nel corso del II e III secolo la produzione di poesia ricercò atmosfere rarefatte e funambolismi tecnici tipici della corrente dei poetae novelli: in alcuni carmi della Anthologia Latina compaiono distici elegiaci, ma più vicini all'epigramma che all'elegia. Altrettanto dicasi per i distici usati in alcuni degli opuscula di Ausonio o nel Carmen de ave Phoenice.

La produzione poetica di ispirazione cristiana, sorta a partire dal IV secolo, preferì gareggiare con i poeti epici (Commodiano, Giovenco e altri) o lirici (Prudenzio, Paolino di Nola e altri) piuttosto che con gli elegiaci. Unica eccezione fu forse Orienzio.

Occorrerà attendere il poema di Claudio Rutilio Namaziano per rileggere una vera elegia di raffinatissimo stile classico: egli scrisse il De reditu suo in distici elegiaci, impregnando la poesia della nostalgia non per un amore travagliato, ma per il ricordo della perduta grandezza dell'impero romano che andava sgretolandosi sotto i suoi occhi.

Elegie neolatine

Nel periodo tra la caduta dell'impero romano e la riscoperta dei classici attuata dagli Umanisti i poeti elegiaci classici furono trasmessi frammentariamente con notevoli danneggiamenti e perdite, con l'importantissima eccezione di Ovidio.

Nel corso dell'Umanesimo diversi autori reinterpretarono sotto forma di poesia strettamente autobiografica l'elegia latina di età classica (soprattutto Tibullo e Ovidio), sentendola adattissima ad esprimere le proprie passioni. Il genere elegiaco fu certamente il più diffuso della poesia neolatina (Antonio Beccadelli detto il Panormita nelle sue elegie simbolicamente chiamò la sua amata Elegia). In ambito italiano vanno ricordate le elegie di Angelo Poliziano (1473) Jacopo Sannazzaro, Giovanni Pontano, Francesco Filelfo (1456?), Marcantonio Aldegati, Fabrizio Genesio, Lorenzo Vitelli, Naldo Naldi, Francesco Maria Molza.

Si riportano due casi rappresentativi della produzione elegiaca umanistica in Europa:

Il tedesco Petrus Lotichius Secundus compose una raccolta in tre libri rispettivamente di undici, dodici e dieci elegie. Ogni libro è ambientato in un luogo diverso in tre momenti della sua vita: il primo in Germania nord-orientale al tempo della Guerra smalcadica (1546-47) dove l'autore prestò servizio militare; il secondo nella Francia centrale e meridionale dove fu studente e tutore; il terzo in Italia, dove studiò negli anni 1554-1556 a Padova e Bologna. Tema principale delle sue elegie è la nostalgia del paese d'origine e la nostalgia della pace, gli amores infelici, la peste a Padova, al propria malattia. Il ciclo si chiude con l'agognato rientro in patria dopo duo lustri.

Parallelamente, sulla scia del modello ovidiano, furono composte a partire dalla seconda metà del XV secolo, delle nuove heroides. Il conte Baldassarre Castiglione nel 1533 pubblicò una lettera in 52 distici in cui con stile mirabilmente ovidiano immagina che la moglie chieda sue notizie dubitando della fedeltà del marito, e si rassicuri all'arrivo di una lettera di rassicurazioni. Per l'autore l'artificio epistolare rende possibile la dichiarazione d'amore di entrambi i coniugi e una commistione tra elegia, fiaba e narrazione; per i destinatari reali della poesia - il Papa e i sodales di Castiglione, la pesia offriva un elogio di Roma e del suo Capo, e rendeva la moglie Ippolita un esempio di amore e fedeltà coniugale.

Caratteristiche

Il genere elegiaco latino fu codificato nei suoi contenuti e nelle scelte stilistiche dai poeti di età augustea: di questo si rende conto anche per contrasto con gli imitatori successivi.

Stile

Già i poeti della letteratura latina arcaica, Quinto Ennio nelle Satire o Publio Terenzio Afro nei prologhi delle sue commedie avevano cominciato a scrivere in prima persona: ma fu Gaio Lucilio nelle sue Satire a fare della propria vita il centro delle proprie creazioni. Non è un caso che questo sia avvenuto in un periodo in cui si profilavano le avvisaglie dello scardinamento dell'antico sistema (nel 128 a.C. divamparono i disordini provocati dalle riforme graccane). I poeti della generazione a lui successiva vennero definiti senza mezzi termini novi, cioè rivoluzionari.

Per quanto si dichiari e spesso polemicamente autobiografica, l'elegia augustea tende ad inquadrare le singole esperienze in forme e situazioni tipiche e secondo modalità ricorrenti, creando un universo elegiaco, con ruoli e comportamenti convenzionali, un suo codice etico ed un'ideologia relativa ai suoi valori di base. Infatti, l’elegia è poesia d'amore, perché l'amore è per il poeta elegiaco esperienza unica e assoluta, che riempie l'esistenza e le dà senso; è la "perfetta forma di vita" da lui scelta, che contrappone orgogliosamente agli altri modelli etici.

L'elegia, dichiaratamente ribelle ai valori consolidati della tradizione (mos maiorum), di fatto li recupera e ne resta prigioniera, trasferendoli nel proprio universo. Come già in Catullo, la relazione d'amore, istituzionalmente irregolare (coinvolge solo cortigiane o donne "libere"), tende a configurarsi come legame coniugale, vincolato dalla fides, salvaguardato dalla pudicitia, diffidente della luxuria e delle raffinatezze cittadine.

La poesia romana di questo periodo si pone in competizione con i propri modelli e i poeti non puntano ad una emulazione formale ed espressiva come i poetae novi, ma ad una vera e propria sostituzione ai modelli: per l'elegia questo discorso non si applica, In particolare Tibullo e Sesto Properzio compiono una precisa scelta di poetica, consistente nel rifiuto della poesia elevata (secondo il modulo tradizionale della recusatio, in cui il poeta giustifica tale rifiuto come scelta obbligata, dovuta alla sua incapacità) in favore di una poesia leggera, caratterizzata da toni e contenuti ispirati all'immediatezza della passione.

L'elegia latina si ricollega a quella ellenistica e ne prosegue le tendenze quando ne evolve le forme incrociandola con le convenzioni di altri generi letterari. È questo fattore a rendere complessa l'analisi dell'elegia augustea e a confondere la storia del genere letterario con quella del suo metro, il distico elegiaco, piegato nel tempo a destinazioni molto contrastanti. Il passaggio dalla lirica latina a quella nei diversi linguaggi europee avrebbe definitivamente divaricato la dialettica tra forma e contenuto.


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 3:04 pm    Oggetto:  Haiku
Descrizione:
Rispondi citando

Haiku

Un haiku è un componimento poetico di tre versi caratterizzati da cinque, sette e ancora cinque sillabe.

È una poesia dai toni semplici che elimina i fronzoli lessicali e le congiunzioni e trae la sua forza dalle suggestioni della natura e le sue stagioni.

Lo haiku fu creato in Giappone nel secolo XVII e deriva dal Tanka, componimento poetico di 31 sillabe che risale già al IV secolo.

Il Tanka formato da 5 versi con una quantità precisa di sillabe per ogni verso: 5-7-5-7-7. Eliminando gli ultimi due versi si è formato l'Haiku.

Per l'estrema brevità richiede una grande sintesi di pensiero e d'immagine.

Tradizionalmente l'ultimo verso è il cosiddetto riferimento stagionale o kigo, cioè un accenno alla stagione che definisce il momento dell'anno in cui viene composta o al quale è dedicata.

Soggetto dell'haiku sono scene rapide ed intense che rappresentano, in genere, la natura e le emozioni che esse lasciano nell'animo dell'haijin (il poeta).

La mancanza di nessi evidenti tra i versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni.

Gli haiku non hanno, per tradizione, alcun titolo.

La prima antologia di poesia giapponese intitolata "Manyoshu" risale all' VIII secolo; comprende 20 volumi con 4.500 poesie in diverso stile.

Nei licei americani e in Marocco si insegnano tutt'oggi le tecniche per scrivere Haiku. Jack Kerouac ne fu grande appassionato e compositore. In Giappone si calcola che più di dieci milioni di persone (circa il 10% della popolazione) si diletta a scrivere Haiku.

I gruppi di poeti che si riuniscono per parlare di Haiku si chiamano Haijin. Pressoché ogni giornale nipponico ha una sezione riservata agli Haiku.

Tra i maggiori poeti di haiku si ricordano Matsuo Basho, Yosa Buson, Kobayashi Issa, Masaoka Shiki, Chiyo.

Indice [in qauesta pagina]

1 Esempi di haiku
2 Poeti famosi
2.1 Periodo Edo (1603-1867)
2.2 Periodo Meiji e oltre (1868-1912)

Esempi di haiku

-Matsuo Basho

Nel vecchio stagno

una rana si tuffa.

Il rumore dell'acqua.



Stanchezza:

entrando in una locanda

su di me i glicini.



-Yosa Buson


Chiaro di luna:

il pruno bianco torna

albero invernale.



Torno a vederli

fiori di ciliegio

sono già frutti, nella sera.



-Kobayashi Issa


In questo mondo

frenesia anche nella vita

della farfalla.



-Jack Kerouac


Gli uccelli cantano

nel buio.

- Alba piovosa.



Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 5:12 pm    Oggetto:  Limerick (poesia)
Descrizione:
Rispondi citando

Limerick (poesia)

Il limerick è un aneddoto in poesia dalle ferree regole (nonostante le infinite eccezioni), di contenuto puntualmente nonsense e preferibilmente licenzioso, che ha generalmente il proposito di far ridere o quantomeno sorridere.

Un limerick è sempre composto di 5 versi in quest'ordine: 2 endecasillabi, 2 settenari ed 1 endecasillabo, mentre le rime seguono lo schema AABBA.

Nel limerick più comune il primo verso deve sempre contenere il protagonista, un aggettivo per lui qualificante e il luogo geografico dove si svolge l'azione, mentre i restanti versi sintetizzeranno l'aneddoto e nell'ultimo verso (solitamente) viene richiamato il protagonista, magari definendolo meglio.

Origini

Le origini del limerick sono assolutamente ignote e per quanto vi siano numerose ipotesi nessuna ricerca ha mai scavato nelle radici di questo buffo e licenzioso componimento.

È ritenuta certa la produzione di versi nonsense anche nell'antichità, con esempi più recenti in Shakespeare ed altri.

Secondo l'Oxford English Dictionary (già nel 1898) il limerick proviene dalla tradizione di riferire versi nonsense ai matrimoni, versi che sovente terminavano con la frase "will you come up to Limerick?" ("verrai a Limerick?"), dove la Limerick in questione è una città irlandese con l'omonima contea.

Questa spiegazione è tuttavia considerata confusa e poco attendibile, mentre le altre numerose ipotesi discordanti non aiutano. Più semplicemente si può dire che il limerick era conosciuto col suo nome già a fine ottocento.

Un grande scrittore, da taluni considerato l'inventore, di limerick è Edward Lear, autore di diversi nonsense nella seconda metà dell'Ottocento.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 5:14 pm    Oggetto:  Ottavina
Descrizione:
Rispondi citando

Ottavina

L'ottavina è una poesia tipica soprattutto della Toscana, derivante dall'ottava rima, e utilizzata ancora oggi nelle gare di improvvisazione.

Struttura

L'ottavina si compone di stanze formate da otto versi, generalmente endecasillabi.

Ogni stanza ha lo schema di rime identico a quello dell'ottava rima, vale a dire ABABABCC; il vincolo ulteriore che viene dato è quello di iniziare la stanza successiva con l'ultima rima, e quindi avere uno schema CDCDCDEE; la stanza successiva avrà rime EFEFEFGG, e così via.

Gare di ottavine

In Toscana vi sono ancora stornellatori che si dilettano in gare di improvvisazione in ottavine su un tema dato; l'abilità dei duellanti sta non solo nel riuscire a comporre in brevissimo tempo i versi, ma anche nel lasciare all'avversario una rima difficile da proseguire.

Tra i personaggi famosi che si sono cimentati nelle ottavine, si possono ricordare David Riondino e Roberto Benigni.

Estratto da "http://it.wikipedia.org/wiki/Ottavina" Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 5:16 pm    Oggetto:  Poema epico
Descrizione:
Rispondi citando

Poema epico

Un poema epico è un componimento letterario, in versi, che narra le gesta storiche, leggendarie di un eroe o di un popolo, che in passato hanno impersonificato lo spirito di una nazione.

È una delle forme più antiche di narrazione, racconta le imprese eroiche di personaggi umani, storici o leggendari, a cui spesso si uniscono esseri soprannaturali.

La poesia epica è alla base di molte culture, in quanto si propone di conservare e tramandare la memoria di fatti eccezionali che hanno coinvolto tutto un popolo.

Dato che non esprimono sentimenti o punti di vista individuali ma di tutta una comunità, i poemi epici sono spesso anonimi, cioè non possono essere attribuiti a un autore la cui esistenza sia certa e provata.

Quasi sempre la poesia epica di un popolo nasce in forma orale: inizialmente viene composta e tramandata a voce, da poeti o cantori che si accompagnano spesso con strumenti musicali, e solo in un secondo momento assumono forma scritta.

Nell'antichità la poesia epica fu diffusa sia nel mondo orientale sia in quello occidentale. Nel primo sono da ricordare i poemi su Gilgamesh, nati in Mesopotamia, e i due grandi poemi epici Ramayana e Mahābhārata, nella letteratura indiana.

Sabrina cuore paride

Nel mondo occidentale troviamo invece i poemi epici della letteratura classica. L'epica greca è rappresentata essenzialmente dall'Iliade e dall'Odissea, attribuite al poeta Omero, mentre l'opera più importante e famosa dell'epica latina è l'Eneide di Virgilio.

Questi tre poemi hanno influenzato profondamente tutta la tradizione culturale e letteraria dell'Occidente.

A essi, infatti, hanno continuato a richiamarsi autori di epoche successive, per i quali l'Iliade, l'Odissea e l'Eneide sono state modelli di stile e un repertorio di personaggi e temi, di vicende e situazioni eroiche e avventurose.

Nel Medioevo e nel Rinascimento furono composti in Europa numerosi poemi epici, che sono comunemente raccolti sotto la definizione di epica cavalleresca, perché narrano le imprese dei cavalieri medioevali.

Pur ispirandosi alla figura del cavaliere, questi poemi sono spesso molto diversi tra loro.

Evidenti sono ad esempio le differenze tra due forme di narrazione epica nate entrambe in Francia: le chansons de geste (materia di Francia) e i romanzi cavallereschi del ciclo di re Artù (materia di Bretagna). I miti e le leggende dei popoli germanici trovarono la loro espressione più importante nel Canto dei Nibelunghi, mentre gli sviluppi della poesia epica in Italia ci mostrano la trasformazione subita nel tempo dall'immagine del cavaliere: il passaggio dagli ideali e dai valori del Medioevo a quelli del mondo rinascimentali modifica profondamente le caratteristiche degli eroi epici, come risulta evidente, in particolare, dall'Orlando furioso di Ludovico Ariosto.

Voci correlate

-Lista dei principali racconti epici del mondo:
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 5:18 pm    Oggetto:  Poesia burlesca
Descrizione:
Rispondi citando

Poesia burlesca

La poesia burlesca, o poesia comico-realistica (o giocosa o borghese), nasce alla fine del Duecento.

I suoi rappresentanti rinnegano e, a volte, satireggiano i modi della poesia elevata, trattando argomenti modesti, realistici, quotidiani, come l'amore sensuale, il gioco, le taverne, usando un lessico ed una sintassi prossimi a quelli della lingua parlata.

Questi poeti rifiutano la tradizione stilizzata della poesia stilnovista, astratta e nobile.

I temi sono popolareschi e realistici, affrontati in uno stile comico ma formalmente elaborato.

L'amore diventa rapporto fisico, gli ambienti sono comuni, alla nobiltà di nascita e d'animo si sostituisce la ricerca della ricchezza economica, unita al disprezzo per la cultura.

Non di rado si tratta di testi parodistici, ma anche di divertimenti scherzosi che riprendono alcuni esempi della poesia provenzale, in particolare le tenzoni, componimenti costituiti da scambi alternati di insulti e accuse reciproche tra poeti contendenti.

Si tratta quindi - nella sostanza - di una poetica ben conscia dei propri intenti e dei mezzi espressivi da usare.

L'iniziatore del genere fu Rustico Filippi (1230-1295) che compose sonetti giocosi e satirici accanto a quelli d'amore di stampo provenzaleggiante. L'esempio di Rustico fu seguito da Folgòre da San Giminiano e da Cecco Angiolieri.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 5:20 pm    Oggetto:  Poesia didascalica
Descrizione:
Rispondi citando

Poesia didascalica

La poesia didascalica è un genere letterario che - in forma di poema o di più brevi componimenti metrici (capitoli, epistole) - si propone di impartire un ammaestramento scientifico, religioso, morale, dottrinale, etc.

Il più antico esempio è costituito dal breve poema Le opere e i giorni di Esiodo, contenente una serie di consigli per le opere agricole delle singole stagioni.

La poesia didascalica è diffusa nella Letteratura greca (es. Antidoti di Nicandro) ed è stata ripresa dalla Letteratura latina (con il capolavoro De rerum natura di Lucrezio).

È presente anche in maniera copiosa nella Letteratura italiana fino da Brunetto Latini e Dante Alighieri; questo genere si esaurisce convenzionalmente con il Romanticismo.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 5:22 pm    Oggetto:  Poesia italiana del Novecento
Descrizione:
Rispondi citando

Poesia italiana del Novecento

Alla domanda da dove inizi veramente la poesia italiana del Novecento, molti critici letterari hanno dato differenti e contrastanti risposte in virtù, o a causa, della difficoltà nel tracciare una linea netta di demarcazione.

La nuova poesia viene situata, da una parte della critica letteraria, nell'area che accoglie il linguaggio e i temi del decadentismo e la scorge già nell'opera di Giovanni Pascoli, recuperando così quanto di espressionistico, plurilinguistico e dialettale è venuto manifestandosi nei precedenti anni.

C'è chi invece la intravede tra Guido Gozzano e i futuristi o tra Aldo Palazzeschi e Corrado Govoni, identificando così una linea separatrice di frattura con la passata tradizione letteraria sia dal punto di vista delle tematiche, sia del linguaggio.

Vi è poi un'altra parte della critica (secondo il criterio seguito fino alla fine degli agli anni Cinquanta) che stabilisce gli elementi innovativi della poesia del Novecento in Giuseppe Ungaretti, seguendo una linea che condurrebbe dai "vociani" agli "ermetici".

Se, pertanto, sulla questione da dove inizi la poesia italiana del Novecento si incontrano e scontrano tante interpretazioni, sul fatto che tra la fine dell'Ottocento e la fine della prima guerra mondiale ci sia un decisivo cambiamento nei temi e nelle forme della poesia italiana, tutti sono d'accordo.

Voci correlate (vedi sotto)

-Ermetismo (letteratura)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 5:23 pm    Oggetto:  Ermetismo (letteratura)
Descrizione:
Rispondi citando

Ermetismo (letteratura)

L'ermetismo è stato uno dei più importanti movimenti letterari del '900, ma per la sua stessa natura non produsse né capi, né ideologie.

Il nome "ermetico" fu applicato al movimento, nel saggio di un critico avverso, Francesco Flora (La poesia ermetica, 1936), per indicare una poesia caratterizzata da una voluta oscurità dovuta ad un procedimento analogico esasperato.Il termine ermetismo si dice che sia anche stato coniato facendo riferimento al Dio greco Ermes.

Così affermatosi finì col denotare una poesia che rifiuta il grande pubblico, è destinata a pochi eletti ed è concepita come rivelazione. L'ermetismo esordì negli anni Venti e si sviluppò negli anni tra il 1935 ed il 1940.

Più che una scuola, fu un modo di intendere la letteratura. Con "ermetico" si indicò un modo apparentemente oscuro di far poesia e quegli scrittori che si mostravano non impegnati e privi di riferimenti alla realtà.

Il legame tra gli ermetici è costituito dalla ricerca di una nuova poesia, gli ermetici restarono estranei alla cultura genericamente idealista del tempo e furono accusati di non essere impegnati, e di essere astratti.

Si è distinto un ermetismo spirituale e uno intellettuale: il primo ebbe un atteggiamento religioso, il secondo un atteggiamento indifferente.

Proprio per queste sue caratteristiche l'ermetismo assunse l'idea di una letteratura.

L'ermetismo fu un fenomeno essenzialmente fiorentino, l'organo ufficiale fu la rivista Campo di Marte, diretta da Alfonso Gatto e Vasco Pratolini.

Quasimodo anticipò l'ermetismo con la raccolta di poesie Oboe sommerso del 1932, usando un linguaggio evocativo, oscuramente analogico (= che procede per associazioni di idee) e consegnò all'ermetismo i sostantivi assoluti ( = senza l'articolo), i plurali indeterminati (es. mansueti animali), immagini del sogno, evocative ed analogiche (es. le pupille d'aria).

Con l'ermetismo il testo esce dal quotidiano e diviene astorico (= senza tempo), poiché la letteratura non deve avere scopi pratici.

Gli Ermetici propugnavano una letteratura come modello di vita assoluto ed atemporale, che fosse, quindi, rivelazione integrale dell'umano, colto in una dimensione assoluta mediante il completo distacco dalla realtà contingente una poesia concepita come intuizione – rivelazione, comunicabile solo mediante labili analogie.

Come Ungaretti e Montale, gli ermetici ricercarono l'originaria purezza della parola si opposero all'enfasi retorica dannunziana e agli aspetti più convenzionali di Pascoli, rifacendosi invece alle esperienze del simbolismo, in particolare a Mallarmé e Valéry, cercando di riconsegnare alla parola poetica una carica espressiva assoluta e rifiutando gli aspetti comunicativi del linguaggio così e l'effusione sentimentale diretta.

Cercarono di fare della parola poetica un momento "puro" e "assoluto", in cui culminassero le tensioni esistenziali e conoscitive di ciascuno e il senso della vita, con valenze religiose più o meno accentuate.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 5:25 pm    Oggetto:  Poesia metafisica
Descrizione:
Rispondi citando

Poesia metafisica

Cenni sulla poesia metafisica

La poesia metafisica caratterizzò la letteratura del 1600 ed è una singolare ed elaboratissima mescolanza di passioni e di pensiero in cui le emozioni sono espresse in modo intellettuale, con raziocinio e concettismo.

Proprio a questo riguardo le furono mosse delle critiche da John Dryden che ne rifiutava il modo cerebrale e manierisitico di esprimere i sentimenti.

Particolare della poesia metafisica è l'uso di un linguaggio figurato, legato alla nuova sensibilità dell'epoca e al nuovo sapere scientifico. Questo stile si manifestò sia nella poesia amorosa (John Donne e Andrew Marvell) sia in quella a carattere religioso (George Herbert, Henry Vaughan e Richard Crashaw).

I poeti metafisici erano un ampio gruppo di poeti britannici che in comune avevano l'interesse per questioni metafisiche e il metodo di investigazione di tali questioni.

Questi poeti non formarono mai un movimento o una scuola, anzi, molti di loro non si conoscevano nemmeno e non avevano mai letto le opere degli altri.

Il nome "metafisici" fu adoperato solo molto tempo dopo da Samuel Johnson, che, nella stesura del suo dizionario, riprese il termine usato da John Dryden nel commentare la poesia di Donne.

La poesia metafisica trovò nuova fortuna agli inizi del Novecento, quando fu riscoperta ed ispirò molti autori modernisti come Thomas Stearns Eliot e William Butler Yeats

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Monia Di Biagio

Site Admin


SCRITTURALI


Età: 44
Registrato: 06/02/05 16:39
Messaggi: 5976
Monia Di Biagio is offline 

Località: Viterbo
Interessi: Scrivere & Viaggiare
Impiego: Scrittrice & Giornalista (Free Lancer)
Sito web: https://www.facebook.c...

MessaggioInviato: Gio Nov 23, 2006 5:28 pm    Oggetto:  Poesia scaldica
Descrizione:
Rispondi citando

Poesia scaldica

La maggior parte dei versi nordici dell'epoca vichinga assunse una delle due forme: eddica o scaldica.

Tipicamente i versi eddici erano semplici, in termini sia di contenuti sia di stile e metrica, perfettamente in accordo con le storie mitologiche o eroiche che narravano.

I versi scaldici, al contrario, erano complessi, intricati e composti spesso come omaggio ad un particolare sire.

Indice [in questa pagina]

1 Paternità delle opere
2 Forma della poesia scaldica
3 Metrica
4 Kenning

Paternità delle opere

A differenza di moltre altre forme letterarie di quell'epoca, la poesia scaldica è attribuibile ad un particolare autore, e tali riconoscimenti possono essere riferiti a ragionevoli accordi di fiducia. Molti scaldi erano uomini molto influenti e potenti ed erano persino noti biograficamente.

Forma della poesia scaldica

Una tipo fondamentale di verso incidentale trovato nelle saghe è il drápa contenente tipicamente un ritornello.

Il verso più leggero della poesia scaldica era chiamato flokkr.

Un altro verso scaldico incidentale trovato nelle saghe e nelle storie include il lausavísur, che è una singola stanza del dróttkvætt improvvisata al momemnto, per l'occasione che aveva ispirato la poesia.

Gli scaldi componevano anche satira (níðvísur) e, molto raramente, anche versi erotici (mansöngr).

Metrica

Gli scaldi scrivevano i loro versi in varianti e dialetti dell'antico norreno.

Tecnicamente, nei loro versi di solito si ritrova la forma del verso allitterativo, e quasi sempre si utilizzava la stanza dróttkvætt (nota anche come Court o Lordly Metre). Il Dróttkvætt è in effetti il metro principale della poesia scaldica; ogni strofa è composta da otto righe, di sei sillabe ognuna.

Tre sillabe di ogni linea sono accentate, sebbene la sola regola che governa l'ordine di queste è che le ultime due sillave devono formare un trocheo (una sillaba accentata seguita da una non accentata).

L'allitterazione lega le righe in gruppi di due. La prima riga di ogni gruppo deve avere un'allitterazione in essa e le righe successive devono iniziare con una parola che corrisponda all'allitterazione.

Ci deve essere inoltre un caso di assonanza in ogni riga. Le righe pari devono contenere un'assonanza debole tra due delle proprie sillabe, e le dispari un'assonanza forte.

Kenning

I versi degli scaldi contengono a gran profusione anche kenning, metafore prefissate trovate in moltissimi poemi del Nord Europa dell'epoca.

I kenning sono utilizzati per fornire un'immagine standard che formi una mezza riga allitterante, in modo da rispondere ai requisiti del dróttkvætt; tuttavia le richieste tecniche maggiori del verso scaldico sono che i kenning siano ripetuti e mescolati per creare fraseggi astuti e giochi di parole. Tali immagini possono diventare a volte ermetiche, o almeno per coloro che non riescono a cogliere l'allusione che porta il tema principale di molti di essi.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

_________________
I Miei Siti On-Line: (profilo su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(pagina personale su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
(gruppo Scritturalia su FaceBook)
Solo gli utenti registrati possono vedere i link!
Registrati o Entra nel forum!
Torna in cima
Profilo Messaggio privato Invia email HomePage
Mostra prima i messaggi di:   
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Guida Poetica-Letteraria. Tutti i fusi orari sono GMT
Vai a pagina Precedente  1, 2, 3  Successivo
Pagina 2 di 3

 
Vai a:  
Non puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Non puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum
Non puoi allegare files in questo forum
Non puoi downloadare files da questo forum





Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio. topic RSS feed 
Powered by MasterTopForum.com with phpBB © 2003 - 2008