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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Luigi Mercantini: Vita & Opere
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MessaggioInviato: Ven Lug 27, 2007 10:45 am    Oggetto:  Luigi Mercantini: Vita & Opere
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Luigi Mercantini: Vita&Opere

Questa Estate ho visitato Sapri. Tra l'altro proprio quest'anno ricorreva il 150° dallo Sbarco. Chi di noi non ricorda tutta a memoria "La Spigolatrice"?

«Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!»
(La spigolatrice di Sapri)


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Luigi Mercantini (Ripatransone, Ascoli Piceno, 19 settembre 1821 – Palermo, 17 novembre 1872) è stato un poeta italiano.

Mercantini fu tra i più significativi rappresentanti della lirica patriottica.

I suoi Canti accompagnarono le vicende liete e tristi del Risorgimento italiano e suscitarono grandissima commozione tra i contemporanei che lo amarono per la delicatezza del sentimento, per quel fare popolaresco delle sue poesie (anche se il fare popolaresco sapeva pur sempre di letteratura), per la sincerità patriottica e per la vena spiccatamente romantica dei versi.

I grandi critici della nostra letteratura lo hanno quasi sempre accomunato a Francesco Dell'Ongaro, a F. Montanelli e a molti altri "bardi minori del Risorgimento, mentre la critica più recente non ha dubbi nel giudicarlo come "il cantore dei teneri affetti".

Giovanni Pascoli, nel 1907, ebbe a dire di lui: "Mercantini è il poeta a me più ammirabile. Egli, se non proprio i morti dai sepolcri, risuscita ciò che è sepolto nei nostri cuori... ciò che più non morrà!"

I versi di Luigi Mercantini furono sempre la candida espressione dei suoi sentimenti. "Nulla ho scritto" - confessa lo stesso poeta di Ripatransone - "che non sia verità e, innanzi di scrivere, ho sempre aspettato che gli affetti del cuore, tutto compreso di tanta bellezza, mi corressero quasi alla penna perché potessi manifestarli".

Indice [in questa pagina]:

1 La vita
2 Critica
3 La spigolatrice di Sapri
4 Voci correlate (Opere)

-La vita-

Luigi Mercantini, Figlio di Domenico Mercantini, segretario della curia ripana, e di Barbara Morelli, figlia di un ricco commerciante, nel 1824 si trasferì con la famiglia a Fossombrone al seguito del vescovo. Studiò nel seminario fossombronese; nel 1841 divenne bibliotecario della Biblioteca comunale, per assumere poi l’insegnamento di retorica ad Arcevia. Si sposa nel 1845 con Anna Bruni; la moglie muore però dopo soli otto mesi per una malattia incurabile. Segnato da questo evento, Mercantini nondimeno si accende di entusiasmo per le riforme di papa Pio IX, salito al soglio pontificio nel 1846. Nel 1849 partecipa alla difesa di Ancona assaltata dagli austriaci, e dopo la presa della città va in esilio nelle isole ioniche di Corfù e Zante. Là conosce altri noti esuli come Daniele Manin, Niccolò Tommaseo e Gabriele Pepe.

Rientra in Italia nel 1852. Si stabilisce a Torino dove fa parte degli ambienti patriottici piemontesi. Nel 1854 diviene docente di letteratura italiana nel Collegio femminile delle Peschiere; si risposa con Giuseppa De Filippi, giovane pianista di appena vent’anni. Nel 1856 diviene direttore di quello che potrebbe considerarsi come antesignano dei periodici femminili, La Donna; vi collaborano, tra gli altri, Niccolò Tommaseo e Francesco Dell’Ongaro. Nel 1858 fa la conoscenza di Giuseppe Garibaldi, ed è Garibaldi stesso che lo invita a comporre un inno. Nasce così la Canzone Italiana, musicata da Alessio Olivieri, assai più nota come Inno di Garibaldi (Si scopron le tombe, si levano i morti…).

Nel 1860 fonda un quotidiano, il Corriere delle Marche (l’odierno Corriere Adriatico); viene nominato docente di storia e di estetica all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Viene anche eletto deputato, ma la sua elezione viene annullata.

Nel 1865 è nominato docente di Letteratura italiana presso l’Università di Palermo. A Palermo fonda il giornale La Luce e continua a scrivere versi; nel capoluogo siciliano muore il 17 novembre 1872, e tuttora vi si trova la sua tomba.

-Critica-

Sebbene considerato un poeta minore nella letteratura italiana, Luigi Mercantini è da annoverare tra i più conosciuti rappresentanti della poesia lirica di ispirazione patriottica. Amatissimo per i suoi componimenti al tempo stesso delicati e popolareschi, è classificabile come un tardoromantico. Godette della grande stima di Giovanni Pascoli, che ebbe a pronunciare per lui parole di affetto e considerazione.

-La spigolatrice di Sapri-

La fama di Luigi Mercantini è senz’altro legata indissolubilmente ad una poesia ancora oggi ben nota: La spigolatrice di Sapri. Composta alla fine del 1857, essa narra la sfortunata spedizione di Carlo Pisacane nel Regno delle Due Sicilie; particolarmente famoso resta il suo ritornello: Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti. Ospite fissa di tutte le antologie scolastiche fino a tempi abbastanza recenti, La spigolatrice di Sapri è tuttora considerata come una delle migliori testimonianze della poesia patriottica risorgimentale.

-Voci correlate (Opere)- [modifica]

-Inno di Garibaldi

-Le parole dell’Inno di Garibaldi

-L’Inno di Garibaldi cantato da Edoardo Ferrari Fontana

-La spigolatrice di Sapri

(Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.)

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MessaggioInviato: Ven Lug 27, 2007 10:53 am    Oggetto:  Inno di Garibaldi
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Inno di Garibaldi

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Inno di Garibaldi All'armi! Ossia Inno di guerra dei Cacciatori delle Alpi (Si scopron le tombe si levano i morti) / parole di L. Mercantini ; musica del m° Alessio Olivieri.

L’Inno di Garibaldi è un famoso inno patriottico del Risorgimento italiano. Autore del testo fu, per richiesta dello stesso eroe dei due mondi, il poeta Luigi Mercantini (1821-72), noto anche per "La spigolatrice di Sapri", struggente rievocazione romantica della spedizione, patriottica e socialista insieme, di Carlo Pisacane.

L'inno fu musicato da Alessio Olivieri. Esso fu eseguito per la prima volta il 31 dicembre 1858, e risale dunque agli anni decisivi del processo che portò all'unità d'Italia, alla presenza di Garibaldi e Nino Bixio.

Soprattutto noti, e ancora citati, sono i versi iniziali:

«Si scopron le tombe, si levano i morti,
I martiri nostri son tutti risorti»


ed il ritornello:

«Va' fuori d'Italia! va' fuori ch'è l'ora!
Va' fuori d'Italia! va' fuori, stranier!»


-Le parole dell' Inno di Garibaldi-

Luigi Mercantini, 1859

1. Si scopron le tombe, si levano i morti
i martiri nostri son tutti risorti!
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome,
la fiamma ed il nome d'Italia nel cor:
corriamo, corriamo! Sù, giovani schiere,
sù al vento per tutto le nostre bandiere
Sù tutti col ferro, sù tutti col foco,
sù tutti col nome d'Italia nel cor.

Refrain:
Va' fuori d'Italia,
va' fuori ch'è l'ora!
Va' fuori d'Italia,
va' fuori o stranier!

2. La terra dei fiori, dei suoni e dei carmi
ritorni qual'era la terra dell'armi!
Di cento catene le avvinser la mano,
ma ancor di Legnano sa i ferri brandir.
Bastone tedesco l'Italia non doma,
non crescono al giogo le stirpi di Roma:
più Italia non vuole stranieri e tiranni,
già troppi son gli anni che dura il servir.

Refrain:
Va' fuori d'Italia,
va' fuori ch'è l'ora!
Va' fuori d'Italia,
va' fuori o stranier!

3. Le case d'Italia son fatte per noi, *)
è là sul Danubio la casa de' tuoi;
tu i campi ci guasti, tu il pane c'involi,
i nostri figlioli per noi li vogliam.
Son l'Alpi e tre mari d'Italia i confini,
col carro di fuoco rompiam gli Appennini:
distrutto ogni segno di vecchia frontiera,
la nostra bandiera per tutto innalziam.

Refrain:
Va' fuori d'Italia,
va' fuori ch'è l'ora!
Va' fuori d'Italia,
va' fuori o stranier!

3a. Se ancora dell'Alpi tentasser gli spaldi,
il grido d'allarmi darà Garibaldi,
e s'arma -allo squillo che vien da Caprera-
dei Mille la schiera che l'Etna assaltò.
E dietro alla rossa avanguardia dei bravi
si muovon d'Italia le tende e le navi:
già ratto sull'arma del fido guerriero,
l'ardito destriero Vittorio spronò.

Refrain:
Va' fuori d'Italia,
va' fuori ch'è l'ora!
Va' fuori d'Italia,
va' fuori o stranier!

4. Per sempre è caduto degli empi l'orgoglio
a dir: Viva l'Italia, va il Re in Campidoglio!
La Senna e il Tamigi saluta ed onora
l'antica signora che torna a regnar.
Contenta del regno, fra l'isole e i monti,
soltanto ai tiranni minaccia le fronti:
dovunque le genti percota un tiranno,
suoi figli usciranno per terra e per mar!

Refrain:
Va' fuori d'Italia,
va' fuori ch'è l'ora!
Va' fuori d'Italia,
va' fuori o stranier!

* Note all'Inno: una seconda versione (dopo il 1870) sostituisce la terza strofa con la 3a e ne aggiunge una quarta.

-Curiosità storiche-

L’INNO DI GARIBALDI E UNA SOMMOSSA

Negli anni immediatamente successivi alle guerre risorgimentali la vita di Vercelli scorreva tranquilla. La città era amministrata con burocratica oculatezza da ristretti gruppi aristocratici borghesi, eletti da quelle poche centinaia di cittadini che allora avevano diritto di voto. Erano conservatori o progressisti, clericali o anticlericali, maggioranza o minoranza, ma sempre parte di una élite, ben separata dal ceto popolare.

Allora a Vercelli parlavano italiano solo i forestieri e i conferenzieri; tutti i vercellesi parlavano in dialetto, ma anche il dialetto, come tante altre cose, non era uguale per tutti: vi erano quelli che dicevano “lu” e “le”, ed erano i più, e quelli che dicevano “chiel” e “chila”. Questi ultimi appartenevano alla classe più agiata e per la gente comune erano “cui ca parlu bin”.

Dopo il 1879 qualche piccolo sciopero veniva segnalato qua e là, ma erano episodi sporadici ed isolati, che non turbavano l’ambiente. Il popolo pareva accettare di buon grado quello stato di cose, insieme ai magrissimi salari con cui era remunerato il suo lavoro. Apparenza. In realtà era ormai latente, ma reale, un forte e diffuso senso di malcontento, che solo l’inerzia psicologica derivante da secoli di regime assolutistico, teneva ancora sommerso. Un giorno però, per una causa futile, quasi da nulla, l’insoddisfazione popolare uscì allo scoperto, improvvisamente, rabbiosamente, manifestando, sia pure per poche ore, la sua esistenza. Ecco il fatto.

Il 2 giugno 1882 muore Garibaldi. Domenica 11 giugno, alle ore 20 come di consueto, la banda del reggimento incomincia a suonare in piazza Cavour la così detta “ritirata”, ponendosi in marcia verso la caserma, seguita, come sempre, da un codazzo di ragazzi e ragazze. Dal pubblico che fa ala si alza qualche voce a chiedere che sia suonato l’inno di Garibaldi, che già era stato suonato giovedì. Alla voce di pochi si uniscono altre voci, poi tante voci; ma la banda marcia imperterrita e non suona l’inno. Allora le voci diventano urla, quindi esplode un tumulto che rapidamente si diffonde ovunque. I pacifici vercellesi questa volta scendono in strada gridando e agitando drappi rossi; vi sono scontri fra gente e i soldati con feriti e contusi. Infine le truppe della guarnigione riescono ad occupare il corso ed altre zone importanti della città e la folla si scioglie.

Il lunedì seguente però gli incidenti si rinnovano con maggiore asprezza, sempre a causa dell’inno non suonato e che non si vuol suonare. Si teme il peggio. Soldati e carabinieri paiono impotenti. Le autorità civili, stralunate, non riescono a capire ciò che sta succedendo: ieri avevano promesso di far suonare l’inno dalla banda cittadina, oggi hanno paura che l’inno esalti gli spiriti e non lasciano uscire la banda. Dopo si giustificheranno appigliandosi ad un cavillo giuridico: per far suonare l’inno occorreva un atto deliberativo del consiglio comunale, convocato nei modi e nei termini di legge! Intanto sindaco, giunta municipale, Associazione Generale degli Operai si affrettano ad affiggere manifesti invitando alla calma; lo stesso fanno fare alle varie società di mutuo soccorso, quella dei cappellai, dei muratori, dei calzolai e via elencando. Ci si rivolge “specialmente ai capi officina perché colla loro autorità contribuiscano al mantenimento della tranquillità cittadina”. A tarda sera, così come spontaneamente era esplosa, l’ira popolare si placa e il giorno dopo la città riprende il suo volto consueto, come se nulla fosse accaduto.

E’ chiaro che l’inno suonato giovedì e non più suonato domenica è stata la causa accidentale dello sfogo spontaneo di un antico e profondo malumore, che negli anni successivi diverrà a poco a poco cosciente opzione politica e sindacale.

-Curiosità-

Bicentenario di Giuseppe Garibaldi

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L'inno di Garibaldi

Era l'ultimo giorno dell'anno 1858. Garibaldi si trovava, con alcuni fedeli amici, a Genova, in casa del patriota bergamasco Camozzi.

Si attendeva l'arrivo del poeta marchigiano Luigi Mercantini, noto autore di versi infiammati d'amor patrio.

A lui, circa otto giorni prima, il Generale aveva dato l'incarico di scrivere un inno per i suoi volontari. Autore della musica era Alessio Oliviero.

Il giovane poeta arrivò. L'inno, veramente marziale, fu ascoltato in silenzio; al termine, i presenti, entusiasti, scattarono in piedi e, messisi in colonna come tanti soldati, intonarono il canto che, da quella sera, accompagnò tutte le imprese garibaldine.

***********

-Collegamenti esterni (anche su Scritturalia, Sez. MP3)-

-L’Inno di Garibaldi, cantato da Edoardo Ferrari Fontana, (ascolta in MP3, cliccando qui):
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MessaggioInviato: Ven Lug 27, 2007 11:35 am    Oggetto:  La Spigolatrice di Sapri
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La Spigolatrice di Sapri

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Luigi Mercantini, 1857.

Una delle pagine gloriose del Risorgimento è stata scritta il 28 Giugno 1857 con l'eroica spedizione di Sapri ad opera di Carlo Pisacane. L'insuccesso della missione ha contribuito ad unire le forze per rovesciare la situazione politica ed a preparare l'unità d'Italia.

"La Spigolatrice di Sapri” è stata costantemente inserita, quale testimonianza della poesia patriottica risorgimentale, in quasi tutte le antologie letterarie scolastiche italiane, contribuendo in modo eccezionale alla conoscenza della splendida cittadina del Golfo di Policastro in ogni angolo d'Italia. Della tragica spedizione di Carlo Pisacane, infatti, ben presto non sarebbe rimasta che l'eco e l'epica musicalità popolaresca della poesia mercantiniana, ricca di quella fantasia sublime che proietta un semplice episodio in un tempo senza età e senza confini.

"La Spigolatrice di Sapri" , composta alla fine del 1857, è unanimemente riconosciuta come la sua canzone più toccante e originale, "un piccolo gioiello di poesia popolare" . Essa culla ancora l'immaginazione di chiunque la legge e nel ritmo trasognato dei versi viviamo la leggenda di quell'eroica schiera comandata dal "bel capitano con gli occhi azzurri e coi capelli d'oro" , che volle sfidare il destino per vivere la vita immortale degli eroi".


(Tratto da: Sapri storia e leggenda,Angelo GUZZO,1999 Futura editrice)

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.

All’isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e noi non fecer guerra.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra.

Ad uno ad uno li guardai nel viso:
tutti avevano una lacrima e un sorriso.

Li disser ladri usciti dalle tane:
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
Siam venuti a morir pel nostro lido.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.

Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: - dove vai, bel capitano? -
Guardommi e mi rispose: - O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella. -
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: - V’aiuti ‘l Signore! -

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare:
due volte si scontraron con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi.

Ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udiron a suonar trombe e tamburi,
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaron loro addosso più di mille.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

Eran trecento non voller fuggire,
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano;
fun che pugnar vid’io per lor pregai,
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!


*********

NOTE: Il patriota di cui si parla è Carlo Pisacane. La sua vicenda umana la si può leggere qui di seguito.

Carlo Pisacane (patriota)

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Carlo Pisacane (Napoli, 22 agosto 1818 - Sanza, 2 luglio 1857) è stato un patriota italiano. Partecipò attivamente all'impresa della Repubblica Romana ed è celebre soprattutto per il tentativo di rivolta che iniziò con lo sbarco a Ponza e fu represso nel sangue a Padula.

Nacque da famiglia aristocratica decaduta, figlio di Gennaro Pisacane duca di San Giovanni, e di Nicoletta Basile De Luca.

Indice [in questa pagina]:

1 Studi militari e viaggi
2 Repubblica Romana e avvicinamento al “socialismo utopistico”
3 La pianificazione della guerriglia nel Sud Italia
4 “Eran trecento, eran giovan e forti…”
5 Pubblicazioni
6 Bibliografia

-Studi militari e viaggi-

A dodici anni entra nella Scuola militare di San Giovanni, a Carbonara. Due anni dopo passò nel collegio militare della Nunziatella. Anche suo fratello Filippo era in quel collegio; sarebbe diventato tenente del reggimento degli Ussari e sarebbe rimasto fedele al proprio re sino all'esilio.

Pisacane compie in giovinezza studi confusi ma appassionati che ne caratterizzano una personalità idealista e visionaria tanto da farlo considerare a taluni studiosi come uno dei primi socialisti propugnatori dell'utopia egualitaria. Nel 1839 viene nominato alfiere del 5° reggimento di linea Borbone. La brillante carriera militare che gli si prospetta tuttavia mal combacia con il suo carattere e la sua personale visione del mondo. Nel 1840 viene inviato a Gaeta affinché coordini il lavoro di costruzione della ferrovia Napoli - Caserta, e l'anno successivo è trasferito alla fortezza di Civitella del Tronto, condannato per adulterio. Quest'ultima esperienza venne riportata nell'opera Memoria sulla frontiera nord-orientale del Regno di Napoli.

Intorno ai trent'anni diventò sempre più insofferente al conformismo caratteristico degli ambienti aristocratici e militari, abbandonò la carriera militare e fuggì, con la sua innamorata, Enrichetta De Lorenzo, da Napoli a Marsiglia, poi a Londra e a Parigi rifugio degli esuli politici italiani e non solo. Lì conobbe molti personaggi illustri come il generale Pepe, esule a Parigi sin dai tempi dei moti del 1820, Dumas, Hugo, Lamartine e George Sand.

Nel 1847, a Parigi, abbandonò Enrichetta, si arruolò nella legione straniera francese e partì per l'Algeria, dove era da poco stata domata la guerriglia antifrancese capeggiata dall'Emiro Abd el Kader. Quell'esperienza indusse il giovane Pisacane a riflettere sui vantaggi sullo stile imprevedibile della guerriglia contro un esercito regolare abituato ad agire secondo schemi fissi. Tuttavia, l'ozio e l'inattività non gli piacquero e appena seppe che la rivoluzione di Parigi del febbraio 1848 (che aveva rovesciato Luigi Filippo), si era allargata anche in Italia, si congedò dalla legione e si imbarcò per la patria.

-Repubblica Romana e avvicinamento al “socialismo utopistico”-

In Veneto e in Lombardia combatté contro gli Austriaci. Poi, entrò come volontario nell'esercito piemontese partecipando alla prima guerra d'indipendenza. Il conflitto si risolse in una sconfitta per l'Italia, ma Pisacane non si lasciò abbattere e si trasferì a Roma dove, insieme a Goffredo Mameli, Giuseppe Garibaldi, Aurelio Saffi e Giuseppe Mazzini (che incontrò per la prima volta in quell'occasione e di cui divenne un seguace convinto) fondò la Repubblica Romana, difendendola con tenacia, ma con poca fortuna, dagli attacchi dei francesi chiamati da Papa Pio IX per reprimere la sovversione istigata dalla massoneria anticlericale.

Con il fallimento dell'impresa, il 3 luglio 1848 venne arrestato e imprigionato in Castel Sant'Angelo. Liberato poco dopo, partì per Marsiglia, poi per Losanna e infine per Londra dove visse con la sua compagna Enrichetta.

In quel periodo di riposo londinese, rielaborò il proprio progetto politico, prima manifestazione di un nucleo italiano di pensiero socialista, in cui collegava l'idea nazionale alle aspirazioni di riscatto delle plebi contadine. Avvicinandosi al pensiero di Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo, e influenzato dalle idee francesi di “socialismo utopistico”, Carlo Pisacane credeva che, finché il popolo dei lavoratori italiani fosse rimasto ignorante, incolto, ed emarginato dalla vita politica, l'unità d'Italia non si sarebbe potuta realizzare.

Si trasferì a Genova, sempre tenuto d'occhio dalla polizia, per proseguire i suoi studi. Qui frequentò il filosofo russo Aleksandr Herzen che lo persuase del potenziale che avevano le masse. Carlo Pisacane iniziò a pensare ad un'azione che partisse dal profondo Sud dello stivale coinvolgendo le gradi masse di contadini. Era solito ripetere: “L'Italia trionferà quando il contadino cambierà spontaneamente la marra con il fucile”.

-La pianificazione della guerriglia nel Sud Italia-

Allo scopo di mettere in atto le proprie convinzioni, iniziò a prendere contatti con altri patrioti e cospiratori che condividevano le sue stesse idee. Fra questi si ricorda Nicola Fabrizi, conosciuto all'epoca della difesa di Roma e col quale strinse una forte amicizia. Fabrizi contattò diversi patrioti intenzionati a portare la guerriglia nel Meridione: Giuseppe Fanelli, ex combattente per la Repubblica Romana, aveva seguito Fabrizi nell'esilio in Corsica e a Malta, operava segretamente a Napoli; Luigi Dragone e sua moglie Rosa che militavano anch'essi a Napoli; Nicola Mignogna ricercato dalla polizia come complice dell'attentato a Pio IX nel settembre 1849; Giovanni Nicotera che diventerà ministro dell'interno nel governo dell'Italia unita; Giovan Battista Falcone giovane cospiratore rifugiato a Malta; Rosalino Pilo.

In principio, si pensò di partire dalla Sicilia dove era molto diffuso il dissapore contro i Borboni, ma il piano definitivo della spedizione previde la partenza dal porto di Genova e lo sbarco a Ponza per liberare alcuni prigionieri politici lì rinchiusi. Dopo di che partire per Sapri, al confine tra Campania e Basilicata, in un punto strategico ideale per attendere i rinforzi che si attendevano numerosi e con i quali marciare su Napoli. Il 4 giugno 1857 Pisacane si riunì con gli alti capi della guerriglia per stabilire tutti i particolari dell'impresa.

Un primo tentativo fallito si ebbe il 6 giugno ma l'avanguardia di Rosalino Pilo perse ili carico di armi in una tempesta. Con l'intento di raccogliere armi e consensi Pisacane si recò a Napoli, travestito da prete. Ma l'esito fu molto deludente. Pisacane, però, non si lasciò scoraggiare persistendo nei suoi intenti.

-“Eran trecento, eran giovan e forti…”-

Il 25 giugno 1857 Pisacane s'imbarcò con altri ventiquattro sovversivi, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, diretto a Tunisi. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari.

Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì carico di detenuti comuni e delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono a Sapri, ma non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si attendevano. Anzi furono assaliti proprio dalla stessa popolazione, che li costrinse alla fuga. Il 1° luglio, a Padula vennero circondati e 25 di loro furono massacrati dai contadini. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi.

Pisacane, con Nicotera, Falcone e gli ultimi superstiti, riuscirono a fuggire a Sanza dove furono ancora aggrediti dalla popolazione. Perirono in 83. Pisacane e Falcone si suicidarono con le loro pistole, mentre quelli scampati all'ira popolare furono poi processati nel gennaio del 1858, ma, condannati a morte, furono graziati dal Re, che tramutò la pena in ergastolo. I due inglesi, per intervento del loro governo, furono dichiarati fuori causa per "infermità mentale".

Nicotera, gravemente ferito, fu portato in catene a Salerno dove venne processato e condannato a morte. Anche per lui la pena fu tramutata in ergastolo solo per l'intervento del governo inglese che guardava con crescente preoccupazione la furia repressiva di Ferdinando II. Con il successivo intervento di Garibaldi fu liberato e si avviò alla carriera politica.

La figura di Pisacane rimane tutt'oggi fra le più importanti del Risorgimento italiano.

-Pubblicazioni-

Carlo Pisacane, che aveva pubblicato le opere Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49 (1850) e Saggi storici-politici-militari sull'Italia (1854) e che nel 1856 aveva fondato insieme a Rosolino Pilo il periodico La parola libera, in virtù di questa sua avventura, venne ben presto eletto ad eroe nazionale dalla propaganda risorgimentale.

La poesia La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini, un modesto letterato, è dedicata alla sua impresa e alla sua figura.

-Bibliografia-

R. Molteleone, Cospiratori, Guerriglieri, Briganti. Storie dell'altro Risorgimento, Einaudi Ragazzi Storia, Trieste 1995.

(Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.)

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MessaggioInviato: Ven Lug 27, 2007 12:56 pm    Oggetto:  Luigi Mercantini: La passione che tutto soverchia.
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Luigi Mercantini: La passione che tutto soverchia.

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La poesia civile e patriottica di Luigi Mercantini ci prende dentro un movimento di passione totale. Una passione che emerge prepotente da ogni parola e pertugio linguistico. E non sfugge mai, non cade di mano, non scompiglia il proprio profilo, in una sfida totale. Molti gesti e pochi dubbi.

Compito nostro è quello di metterli insieme e sentirli, appunto, come un movimento, come una storia da raccontare. Sono gesti di pietra dura, rocce, talvolta fulmini di tenerezza che ci sorprendono. Sono eventi crudi e infuocati, come le potenze elementali della terra, dell’aria e del sangue. Sono come il fondo atro dei burroni o il vento che si arrampica dal basso senza sostegni le passioni di Mercantini.

Luoghi, nomi, uomini, eroi soprattutto, che lottano per un’Italia abitabile, per una terra che sia di qualcuno, per un popolo che vuole riconoscersi. Liriche sostenute dal sentimento d’amore, sempre, inni a figure umane e battaglie esemplari.

"O mia soave fantasia diletta
ben tu sei nata per cantar d’amor;
ma pria cantar bisogna ira e vendetta:
oggi è canto di vile anche il dolor."


Le priorità vanno rispettate. Al poeta il compito, eminente, di saperle riconoscere. Perché non ci saranno scuse, né ripensamenti possibili. Ora e solo ora si devono cantare gli eventi, sollevare le coscienze. E Mercantini lo fa con tutta la forza dei propri nervi e dei propri ideali.

Il movimento di passione ci prende, in quanto è stato prodotto dalla potenza più antica e ineludibile degli esseri umani: il desiderio. Il desiderio che procede lento ma inesorabile dentro il percorso del sangue. Perché un popolo sia di nuovo e per la prima volta insieme. Per bruciare le differenze, i ritardi, le prospettive che non si incontrano, i confini posti sulle strade dritte. Il cuore è nostro, per Mercantini, non uno di ognuno, la voce che ne proviene e si sente è solo quella italica.

"Allor qua riedi, o fantasia diletta,
ma bada ch’oggi è vile anche il dolor:
oggi cantar bisogna ira e vendetta;
dopo il trionfo canterai d’amor."


Verrà anche l’amore, anzi l’amore è già dentro di noi. Ma adesso il sentimento che soverchia tutto è la passione civile. E se è vero che di ogni sentimento dobbiamo cercare le ragioni, è indubbio altresì che di tutte le ragioni dobbiamo risalire al sentimento che le generò.

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