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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Intervista a Carlo Santulli di Luigi Milani.
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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Lun Gen 21, 2008 10:38 am    Oggetto:  Intervista a Carlo Santulli di Luigi Milani.
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Intervista all'ottimo Carlo Santulli di Progetto Babele.

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Lunedì 21 gennaio 2008 - Carlo Santulli: Ghigo e gli altri.

Carlo Santulli, scrittore, critico, professore associato, a contratto, presso la facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza e colonna portante della rivista letteraria Progetto Babele, ha dato alle stampe la sua prima raccolta, Ghigo e gli altri, che contiene nove racconti e un romanzo breve. Che dire, se non che ne raccomando vivamente l’acquisto a chiunque ami leggere delle pagine di vera letteratura? Ghigo e gli altri è un libro composito, nel senso che contiene due romanzi, uno più lungo, L’amore nella città sommersa, uno più breve, B. A., e una serie di racconti. Accostamenti anticonformisti, caro Carlo…

È che a me i libri compositi piacciono, agli editori ultimamente no. E sono arrivato a un punto nella vita, che vorrei fare quel che mi pare. Va notato che all’uopo avrei bisogno di un po’ di soldi, per un certo tempo ho inviato W, A o SI’ ad un noto concorso per SMS, poi ho iniziato a sentirmi scemo, anche perché un’amica mi ha chiesto cosa succede se invece invii NO. E non mi andava di sprecare un euro per provare… A parte gli scherzi, non l’ho fatto per anticonformismo, che è una dizione che non mi appartiene, semplicemente mi è venuto fuori così, composito: era la sua natura. Poi, può darsi che la “compositezza” stia tornando in voga. Abbiamo già la Carcasi che scrive davanti una cosa e di dietro un’altra. Lo facevo anch’io sui quaderni di scuola, quando si riempivano a rilento, una materia da nord a sud ed una da sud a nord, ma non ho fatto tendenza (purtroppo): mia figlia vuole un quaderno per materia, e tutti con Winx, Bratz, ecc. Mia mamma di solito me li comprava monocolori, come i governi di transizione dell’epoca, e a me stavano bene (alcuni li ho ancora).

Come nasce L’amore nella città sommersa?

Era un’idea che avevo da molti anni, una vicenda ambientata nei primi anni del fascismo, è un periodo che ho studiato molto. Il 1929 è un anno cruciale in questo senso per Roma: la Camera viene totalmente fascistizzata, c’è la Conciliazione l’11 febbraio. È un anno disastroso dal punto di vista climatico, c’è l’ultima grande alluvione del Tevere, e addirittura compare la neve, proprio in febbraio. Ma specialmente Mussolini, che aveva una sua idea della città, toglie i tram dal centro (dove non torneranno più, con l’eccezione di largo Argentina). E la questione dei tram, che è centrale al romanzo, diviene un pretesto per intensificare la creazione della città come la conosciamo, coi suoi contrasti violenti tra la città sommersa e quella emersa, tra quella che si finge di non vedere e quella ufficiale. La vicenda è quella di un professore torinese, trasferito nella capitale da tempo, ma ancora “in fuga”, almeno col pensiero, e del suo rapporto, professionale, ma anche quasi di amicizia, con un suo allievo timido e fin troppo succube dei genitori, specie del padre.

E B.A.?

B.A. era nato da un’idea piuttosto semplice: lui e lei, da lungo tempo lontani, vorrebbero appartarsi, il che è comprensibile, direi. Ma per una serie di circostanze, non possono. Ad un certo punto, la vicenda ha una svolta, per due motivi, uno interno al racconto, cioè che lei si stufa di girare a vuoto, ed uno esterno, nel senso che io mi sono innamorato abbastanza seriamente della protagonista. Quindi c’è una virata, scandita anche musicalmente dal fatto che B.A., la protagonista appunto, ama ascoltare le vecchie canzoni francesi, tra cui “La mer” di Charles Trenet. Ho saputo solo dopo la stesura del racconto che B.A. è in più o meno buona compagnia come gusti musicali, troppo tardi per cambiare canzone (anche perché “La mer” piace anche a me).

Quali sono i tuoi modelli letterari di riferimento?

A parte i grandi classici, sono molto legato ad una certa letteratura del periodo fra le due guerre. Potrei dirti alcuni nomi che trovo molto vicini alla mia sensibilità, Marino Moretti e Mario Puccini per esempio, ed adoro il grande umorismo, da Campanile a Pitigrilli arrivando fino a Raymond Queneau. Ma anche il Calvino umorista, quello di “Marcovaldo”, e (un po’ stranamente, forse) Guido Morselli.
Tra gli scrittori viventi, Domenico Starnone, Paola Mastrocola; all’estero Daniel Pennac e uno scrittore spagnolo molto interessante, Lorenzo Silva. Tra gli anglosassoni, Philip Roth, David Lodge, Paul Auster.
Ecco, speravo mi chiedessi chi non sopporto (avevo la lista pronta), ma magari facciamo la prossima volta.

In tempi di instant-book e best-seller confezionati con criteri biecamente commerciali, la prosa del tuo libro colpisce per cura e qualità. A quante revisioni sottoponi i tuoi scritti? Hai fatto tuo - ti auguro di no, se non vuoi rischiare di sfociare nell’ossessione! - il modus operandi (o scribendi, fai tu) del grande Pontiggia?

Rivedo finché non mi sembra che le pagine assomiglino vagamente a quello che volevo dire: alle volte non ci arrivo, perché è troppo difficile, comunque sì, è vero, io rivedo instancabilmente i miei scritti. Quante revisioni non saprei dire, perché con la videoscrittura si confonde un po’ tutto, ma certo finché il libro non è uscito, ho continuato a rivederlo (e meno male che è uscito, in un certo senso).

Quanto tempo ha richiesto la scrittura del materiale che compone Ghigo e gli altri?

Dal 2002 al 2006, più o meno quattro anni insomma. (Ma ho fatto anche altro nel frattempo, eh?).

Come riesci a conciliare l’attività accademica con la passione per la scrittura?

Mah, io non concilio niente: mi piace fare diverse cose nella stessa giornata. In certo senso mi lascio vivere (solo in apparenza…), e faccio tutto quello che reputo necessario, sia nell’attività accademica che nella scrittura. Vivo non alla giornata, ma al quarto d’ora, cosa molto apprezzata dai bambini, non sempre dai grandi. Mia moglie ha molta pazienza (come la più parte delle donne che vivono con un uomo).

Ultimo libro letto?

Oh, ho appena finito un vecchio classico (1963, nostro coetaneo, Luigi!) un po’ dimenticato, ma splendido, “Libera nos a malo” di Luigi Meneghello, un libro ricco di umorismo scoppiettante a tratti, e specialmente scritto con una voce vera, non artefatta, e senza arzigogoli letterari, ma con uno stile scintillante. Ecco, è una specie di meritata restituzione al professor Meneghello, recentemente scomparso. Io sono stato per anni a Reading, e lì il dipartimento di italiano mantiene la sua impronta, perché l’ha fondato e l’ha diretto per qualcosa come mezzo secolo; e sapessi quante volte, in Italia ed altrove, dicendo che lavoravo all’università di Reading, la replica, sempre ammirativa, era: “Ah, Meneghello!”. Ecco, anche se a Reading in effetti stavo in un’altra “parrocchia”, mi faceva piacere pensare di essere sotto lo stesso “tetto” di un famoso studioso italiano, e lasciamelo dire, di uno scrittore di quel livello.

Ultimo libro apprezzato?

Beh, l’ultimo libro, come sopra, l’ho apprezzato. Ma ultimamente mi sta andando bene, devo dire. Ci sono più bei libri di quel che si pensi…

Cosa stai facendo per promuovere Ghigo e gli altri?

Poco, in verità: su queste cose sono pigro e probabilmente un po’ scarso, non saprei vendere ghiaccio agli esquimesi (o clacson ai ternani). Confido su qualche amico (a proposito: grazie!) ed un po’ di visibilità su Internet. Proprio oggi ero in libreria e due commessi parlavano tra loro. Il succo era: “Se non la smettono di uscire così tante novità, non venderà più niente nessuno. Tranne i soliti nomi” Avevo una mezz’idea di comprare un libro, ma poi, per non premiare uno dei soliti nomi, sono uscito. Nascostamente, spero di diventare dalla sera alla mattina uno dei soliti nomi, anch’io, senza fare sforzi. Ci dev’essere una lista di soliti nomi da qualche parte.

Quali consigli daresti agli sciagurati che volessero intraprendere la carriera dello scrittore?

Per ogni pagina che si scrive, è utile leggerne alcune centinaia (o migliaia? Insomma tante). Inoltre, può essere opportuno avere qualcosa da dire, magari anche leggermente diverso da quello delle centinaia o migliaia o tante pagine lette. È chiaro che, se si seguono queste due semplici regole, quel che si dice non sarà di moda, e scontenterà la fidanzata o i parenti o i colleghi o il parroco o tutti insieme (e magari anche altri): però, se si ha voglia di dirlo, val la pena comunque di insistere, secondo me. Se non altro per soddisfazione personale. Questo per quanto riguarda lo scrivere: vendere, è un altro discorso. Oggi si vendono dei libri a mio parere illeggibili e non si vendono dei libri a mio parere godibilissimi, il che indica chiaramente che, come dicevo poco sopra, non ci capisco un’acca. Poi, non pretenderete mica di arricchirvi per forza facendo gli scrittori? Scrivere è una missione. Come insegnare (anche se quest’ultima l’ha messa in giro il Ministero per non pagare gli aumenti).

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(Fonte Internet:
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MessaggioInviato: Lun Gen 21, 2008 10:38 am    Oggetto: Adv






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