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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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"Da memorie di un marinaio, ricordo d'Africa!"
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franco123








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MessaggioInviato: Dom Gen 27, 2008 11:31 am    Oggetto:  "Da memorie di un marinaio, ricordo d'Africa!"
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Da “Memorie di un marinaio”: “Viaggio lungo le coste dell’Africa”

Di Franco Masini

******************

-PREMESSA-

Questa è la storia di una nave italiana e del suo equipaggio che negli anni 60, transitando lungo le coste dell’Africa Orientale (Nord, Est e Sud Africa), fu involontaria testimone dei grandi sconvolgimenti sociali e politici, ma soprattutto umani, subiti da quel continente.

E’ indubbiamente una storia di mare e di avventura, ricca di aneddoti anche divertenti, ma il vero scopo di questo breve racconto non è tanto quello di dissertare sulle cause del colonialismo né tanto meno narrare le avventure di un giovane agli albori della sua carriera, ma far riflettere sul fatto che, nemmeno il microcosmo rappresentato dal modesto equipaggio di una nave, (tipicamente quello descritto nel racconto), pur transitando in mezzo a una realtà sofferente come quella Africana, seppe cogliere il senso dell’offesa sicuramente arrecata a quella gente.

Microscopica particella di un’umanità sperduta, quell’equipaggio, composto com’era da poche unità viventi (43 persone), toccando un po’ tutti gli scali dell’East Africa: Mogadiscio, Zanzibar, Mombasa, Tanga, Beira, Maputo (Lourenzo Marques), poi del South Africa: Durban, East London, Port Elizabeth per finire a Cape Town, si comportò un po’ come tutti fanno, ossia in modo superficiale, nella convinzione che, dopo tutto, quello che il paese poteva offrire, andasse colto a piene mani e mai venne loro in mente che quelle povere figure nere, accosciate agli angoli delle strade a far la guardia al palazzo dei “bianchi”, non fossero dei semplici “accattoni”, ma i veri “padroni!”

Causa del sommovimento del paese furono i governi colonialisti di allora che, pur di mantenere i loro privilegi e non accettare di dividerli con il resto della popolazione, adottarono il pugno di ferro.

Mentre il futuro presidente della nazione Sud Africana, Nelson Mandela, era in prigione, Inglesi, Francesi, Belgi, Olandesi, Portoghesi e Tedeschi, consapevoli della vicina resa, lottavano per mantenere il loro status di “colonizzatori” e per farlo, imponevano una segregazione sempre più pesante.

Ai negri non era permesso servirsi degli stessi mezzi pubblici dei bianchi; non potevano accedere ai locali di ristoro, men che meno di svago e divertimento, per lo più vivevano nelle periferie e comunque in baracche o “Tucul” di paglia e frasche.

Non potevano accedere all’ospedale se non in appositi reparti e qualora fossero stati colti in fragranza di reato le loro pene erano più severamente punite di quelle della minoranza bianca.

Al tempo del racconto, però (1960) e dopo decenni di segregazionismo, la storia dell’Africa si stava evolvendo.

La gente, resa edotta del proprio stato di sottomissione da un’accesa propaganda politica (vedi Mombasa e Mogadiscio), cominciava a trovare il coraggio e la fermezza per ribellarsi.

Per fare un esempio, quando ormai sulla via del ritorno, ancorammo nella rada di Mogadiscio (per fortuna non in porto!), ci venne detto a più riprese e con orgoglio, che la nostra sarebbe stata l’ultima nave a toccare la Somalia e in conseguenza di ciò, l’equipaggio, venne “sconsigliato” di sbarcare.

A Mombasa (Kenia), le cose non stavano andando meglio e se apparentemente vi regnava un certo ordine (tipicamente britannico), tanto da stimolare una qualche confidenziale visita alla città, un pericolo c’era, era latente ed era rappresentato dai brutti incontri che vi si potevano fare (vedi Mau-Mau, del capitolo 5°).

Persino gli indiani (Indù), la cui presenza era assai numerosa, temevano il peggio.

A Tanga, Beira, Maputo (allora, Lourenzo Marques), il fatto stesso che vi fossero stati indetti sciopero dei portuali (che per loro era indubbiamente una cosa nuova), significava che stava accadendo qualche cosa di anormale!

La tanto decantata sicurezza della regione del Mozambico (Maputo), testimoniata dalla presenza dei forzati in maglietta rossa (descritti nel capitolo 10°), la diceva lunga in quanto a intolleranza da parte dei padroni Portoghesi (dal pugno pesante).

Durban, East London, Porth Elizabeth e Cape Town, con la loro estrema modernità, potevano anche trarre in inganno l’occhio superficiale, in realtà mostravano sfacciatamente la degradante immagine di cartelli che invitavano i negri a farsi da parte, ammonendo a considerare la presenza dei bianchi… inevitabile.

L’Aparthaid o segregazione della maggioranza nera da parte della minoranza bianca, ormai ridotta all’osso, obbligava il secondo a vivere in una sorta di regime poliziesco e comunque non in condizione di godersi i privilegi acquisiti, mentre obbligava i primi a fomentare l’odio.

Con questo non voglio dire che la colonizzazione non abbia portato, anche a costo di ingiustizie e sacrifici, una certa civilizzazione (del paese), dico solo che questa non avvenne a scopo umanitario, ma solo incidentalmente e nell’egoistico intento di ricreare in Africa lo stesso stile di vita Europeo.

I bianchi, non sempre rappresentati da altruistici Missionari, erano là con il preciso intento di portar via le ricchezze del paese, ma commisero una grave imprudenza, quella di sottovalutare l’intelligenza e al tempo stesso sopravvalutare la pazienza di gente che, via, via, che si rendeva conto con chi aveva a che fare, cominciò a ribellarsi.

Questo fu il grande torto della colonizzazione.

Unico vantaggio che, lo ammetto, ricavarono i popoli oppressi dalla colonizzazione (il classico rovescio della medaglia!), è lo stimolo a far riemergere la propria dignità nazionale.

Tornando alla nostra storia, è emblematico considerare che, visto il periodo in cui si svolgono i fatti (anni 1959–60), caratterizzato da sommosse (anche cruente) di neri contro bianchi e viceversa, sia il protagonista, che l’equipaggio di tutta (o quasi) la nave, immunizzati da una sorta di ospitalità tribale (o da tantissima “fortuna”!), transitarono indenni tra i vari fuochi della rivoluzione che, via, via che passavano, si accendevano… alle loro spalle.

Cosa incredibile a dirsi, pur essendo testimoni di una serie di avvenimenti, che se attentamente analizzati avrebbero dovuto spingerli ad agire con maggior prudenza (vedi il capitolo del Mau-Mau, a Mombasa e poi quello del villaggio delle prostitute di Dar er Salaam, ma anche lo sciopero dei portuali e il furto di varie mercanzie assieme alla caduta poco accidentale del “Bigo”, ecc, diligentemente riportati nel racconto), fino all’ultimo, ossia al loro ritorno a Mogadiscio, quando fu palese l’odio dei giovani Dervisci verso gli Italiani, non si resero conto di quello che stava accadendo.

La nave, della quale si parla nel racconto, la “S/S Portorose” (S/S sta per steam ship), classe “Liberty”, del tempo della guerra, disarmata e riadattato dal Lloyd Triestino per fare viaggi in Africa Orientale e il suo equipaggio, strettamente di nazionalità Italiana, che circumnavigando le coste dell’Africa, si imbatté in quella che poi divenne “Lotta di liberazione dal dominio dei bianchi”, ma non se ne rese assolutamente conto!

A loro scusante va detto che, in quanto partecipi di spezzettate esperienze, il senso delle vere condizioni del paese non apparve loro che a cose finite, ossia al ritorno in Italia, quando, paradossalmente, appresero dai giornali…..il vero significato di quanto avevano visto.

- Franco Masini -

******************

- Capitolo primo – (inizio del viaggio)

“……………L’acqua le scivolava lungo i fianchi, soave come carezza.
La spuma, sollevata dal movimento discreto della carena, scintillava come teca di un venditore di brillanti!
Sprazzi di luce rossa, bianca, verde, illuminavano il mare, simili ad astri di un universo misterioso.
Il resto era tenebra e nero abisso.
“E’ il Mar Rosso”, mormorai, mentre a poppa, appoggiato al capo di banda della nave, osservavo i movimenti dell’acqua.
Rimasi a lungo a guardare (per me era la prima volta), fino a che, avvertito il fresco della sera, pensai di ritirarmi in cabina.
La cabina, che condividevo col cuoco, era larga, spaziosa, ma piena di stracci maleodoranti com’era, mal corrispondeva alla romantica idea che qualcuno, non al corrente della realtà dei fatti, può essersi fatta circa le comodità che può offrire una nave vecchia maniera (come la mia!)
Non solo, ma data la mia giovane età (avevo infatti solo vent’anni), mi toccava salire sul ripiano superiore del castello e vi posso assicurare che al buio, senza l’aiuto della scala a pioli e col timore di mettere al povero malcapitato, un piede in bocca, era uno strazio!
In modo il più possibile discreto, badando bene a dove posare i piedi, riuscii finalmente a buttarmi in cuccetta, a…. cercare il sonno.
Non era impresa facile perché il ronfare del cuoco, soverchiante persino il ritmico rumore della sala macchine, che solitamente mi facilitava il sonno, era terribile!
Non riuscivo a dormire!
In considerazione del fatto che il poveruomo fosse stanco morto e non volendolo assolutamente disturbare, rimasi lì, supino, ad occhi aperti e il più possibile immobile, in attesa del sonno liberatore.
Nel buio della cabina mal areata, i pensieri mi si affollavano alla mente.
In una specie di film retrospettivo, rivendevo un po’ tutta la mia vita e in particolare quest’imbarco, con relativa posizione a bordo della nave e mi venne naturale fare una considerazione: Imbarcato in qualità di giovanotto in seconda o Pennese, ma anche allievo ufficiale, non pagato, ma “impegnato” quasi ogni giorno a grattare o meglio “picchettare” la ruggine (che incrostava un po’ tutta la nave), riordinare gli arnesi e i vasi di pittura e solo allora, a lavoro ultimato, andare finalmente sul ponte a “studiare” navigazione.
(al ritorno, con un carico di tori e cammelli, mi toccò anche ripulire il ponte dai loro escrementi!)
“Ma chi me lo ha fatto fare…!”, mi dicevo mentre cercavo disperatamente di dormire, ma la risposta, sia pur vaga, non poteva giungere che da me stesso e da quello spiritaccio di avventura che da sempre possiedo!
La storia della ruggine però ve la voglio proprio raccontare (perché rappresenta la tipica mentalità di bordo!): quella ruggine, che incrostava la maggior parte della nave, andava periodicamente battuta con la picchetta, grattata col raschietto e spazzolata con la spazzola a fili di ferro, per poi essere infine pitturala col minio e dopo poco con un colore nerastro, tipo catrame, tipico della nave, per quanto concerne la murata, bianco, per le sovrastrutture.
Nonostante tutte le cure che le prodigammo (che per una bella donna le avrei comprese, ma non certo per una carretta come quella!), iniziate assai prima della mia presenza a bordo e che ormai si protraevano da anni, la nave, in apparenza ”nuova”, era invece marcia dentro …ed era quindi tutta fatica da buttare!
Fatica inutile perché la nostra era la classica nave mercantile, malandata e stanca, retaggio dell’ultima guerra mondiale, del tipo “Liberty”, costruita negli USA in tutta fretta e con materiali scadentissimi e per giunta, con l’idea che sarebbe durata un viaggio solo (perchè inevitabilmente silurata!).
Le mie incombenze, però, non si esaurivano col lavoro da Pennese (categoria con la quale ero stato iscritto a Ruolo e che giustificava, diciamo così, la “panatica”, ossia il vitto a bordo), ma dovevo espletare anche il servizio per il quale ero imbarcato ed esattamente quello dell’Allievo Ufficiale, compito che consisteva nel salire giornalmente sul ponte e poi, dato che mi occupavo di trasmissioni, rinchiudermi assieme al titolare (certo Sig. Fedele), nella sua stazione RT (radio telegrafica), dove avrei dovuto imparare!
Rammento il tepore di quel locale termoregolato, dove aleggiava il caratteristico odore di “ozono” (materiale elettrico ionizzato).
Ci andavo dopo aver mangiato, da circa le 1900 -1930 alle 21- 2130, poi salutavo e me ne andavo a letto!
Notevole il contrasto fra l’ambiente appartato e calmo della Stazione, con l’esterno, dove spesso eri investito dalla forza scatenata e del mare e del vento!
Il sottofondo discreto e pigolante dei dialoghi in alfabeto Morse che le navi si scambiano fra loro e che a quel tempo, a mala pena, riuscivo a decifrare, era ipnotizzante.
Rammento che, mentre la testa mi ciondolava per il sonno, il maestro, vero anfitrione, cercava di risvegliare in me un minimo di interesse.
Non c’era verso, che il sonno la vinceva sui bollettini meteo e gli avvisi ai naviganti, le liste di traffico e l’ascolto sulla “500” KHz ( Kilo hertz, frequenza internazionale di soccorso), finché mi si chiudevano gli occhi e a mala pena riuscivo ad ascoltare.
Per fortuna, mi trovavo così lontano da casa da non poter pensare nemmeno lontanamente alla fuga, ché la tentazione era veramente forte!
C’era è vero, il mare a lenire il mio rimpianto e poi la piacevole sensazione di star vivendo un’avventura che mi avrebbe dato modo di vedere, ma soprattutto di raccontare tanto!
Il viaggio, per me, ebbe inizio a Genova dove ebbi il mio primo incontro con la nave, in un mattino fumoso e grigio di Ottobre.
Partita da Trieste per Genova, dove mi imbarcai (nella cartolina originale si vede com’era Genova nel 1960), questa vecchia nave del Lloyd Triestino, oltre a me e qualcun altro, iniziò a caricare merce alla rinfusa, da prima in stiva, (cappelli di paglia, auto e poi cartoni di “Martini”, scarpe, legname, pneumatici, cavi elettrici, ecc.), poi anche in coperta: treni (montati su binari saldati in coperta) aerei e carri armati della passata produzione.
Una volta che fu ben bene riempita, ripartimmo per Napoli dove si consumò l’ultimissima occasione per vivere una brevissima “franchigia” (che non potei realizzare perché ci si fermò solo pochissimo tempo), dopo di che lasciammo definitivamente l’Italia, con un viaggio che si presumeva, dovesse durare, salvo imprevisti, almeno 6 mesi !
Lasciato l’ultimo scalo Italiano, iniziammo a scendere pian, piano (la nave faceva si e no 10 nodi, circa 18 km/ora!), giù, giù lungo lo Stivale, finché passammo lo Stretto di Messina (rammento che a quel tempo, lo Stretto, era ancora attraversato dai cavi dell’alta tensione), dove “affidai” una lettera ai pescatori di cui rammento il grido di richiamo (“ietta a posta!”), che venivano sotto bordo con la barca a ritirarla per poi andarla ad imbucare!
Superato lo Stretto, facemmo una breve sosta a Siracusa (dove, sceso a terra col meccanico navale, mi toccò riportarlo a bordo ubriaco fradicio) dalla quale, entrati in mare aperto, dirigemmo verso Sud Est, ossia verso Porto Said, Egitto.
Calò la sera, la prima sera in alto mare, quel mare che da azzurro verdastro era diventato nero, mentre io, appoggiato a poppa al capo di banda della nave, fissavo la scia spumeggiante… e piangevo!
Piansi per poco, perché all’altezza della penisola Salentina (precisamente in vista del faro di Santa Maria di Leuca), si scatenò un fortunale.
Fummo investiti da una forza del vento 9-10 (da 40 a 55 nodi) mentre il mare era striato di “ochette” bianche sempre più stracciate.
Ululando la sua funebre canzone, il vento cominciò col sbatterci sul naso (in quanto proveniva da Sud Est e quindi da Scirocco) i marosi e assieme la spuma strappata dalle onde; le ancore intanto cominciavano a “ballare”
Rammento l’angoscia che provai assistendo impotente allo spettacolo
Non avevo mai assistito, prima d’ora, ad una evento come quello.
Qui, la Natura, si era veramente scatenata e a dimostrazione della sua potenza, fece si che la nave andasse indietro!
Ci pensò infatti la vista del faro (quello di Santa Maria Di Leuca, visibile dall’oblò di sinistra della saletta da pranzo), che invece di andare all’indietro, andava avanti, a farci dire “Mamma mia che disastro!” per continuare poi a mangiare!
Ma di lì a poco a peggiorar le cose, entrò trafelato un marinaio, occhi sbarrati dallo spavento, bava alla bocca, che grida: “vanno a pu….ne tutte cose…!” (che tradotto in italiano aveva il sinistro significato di, “va tutto a scatafascio!”).
“Che è successo!”, sentii dire al Nostromo e l’altro tutto trafelato, “il carrello da miniera!” fu la risposta e non aggiunse altro, ma guardandolo fisso negli occhi, fece in modo da farsi capire e scappò via.
Poi seppi i particolari, ossia che questo carrello, che pesava circa….20 tonnellate, inspiegabilmente caricato per “traverso nave”, non aveva retto alle rollate e dopo aver spezzate le rizze di catena (ritenute che lo trattenevano sul binario), si ere messo a sbattere contro le murate!
Per fortuna, c’erano dei camion messi per lungo nave, che ammortizzarono i colpi facendo da “cuscino”, che altrimenti, invece di loro, si sarebbe sfondata la murata e tutti quanti saremmo finiti a mare!
Fu in quel momento che arrivò perentorio l’ordine, “Tutto il personale di coperta, in stiva”.
L’ordine era del Primo Ufficiale, secondo al Comandante, come dire…che non ci si poteva rifiutare e per un mancato “sicurezza nave” (situazione per la quale tutti… dovevano partecipare) era prevista la prigione!
Tutti tranne uno, ossia me medesimo (chiamato “il signorino”), che venni trattenuto dai più anziani che, molto umanamente, mi suggerirono il poco edificante… “Vattene al cesso”, sottintendendo “vai a nasconderti” e lo dicevano paternamente, facendomi intendere “che non è roba per te!” e sebbene a malincuore (perchè ero curioso di vedere tutto), me ne rimasi in saletta zitto, zitto ad aspettare.
Finita la buriana e ripresa la navigazione, finalmente ci presentammo dinanzi a Porto Said, imboccatura del Canale di Suez, dove prendemmo e il Pilota e gli ormeggiatori egizi.
Alcuni di loro, sicuramente abusivi, appena saliti a bordo, aprirono una sorta di mercato dove vendevano di tutto: dal cammeo del Faraone alle foto, cosa che mi faceva tanto ridere, di “Madama scandalosa…!”.

*********************

- Capitolo 2° - “Il Canale di Suez”

Finalmente, venne impartito l’ordine di partire, di accodarsi al convoglio che stufo di attendere, cominciava già a muovere.
Iniziando dalla prima nave (che era così lontana dalla nostra da non potersi nemmeno vedere), anche noi finalmente ci muovemmo, da prima lentamente, poi in modo sempre più rapido fino a raggiungere la velocità del convoglio, 5 nodi (circa 8 km/ora).
Ho detto che ci muovemmo, ma non fu cosa né facile, né tranquilla e fu anche la causa, a bordo, di un certo trambusto.
Trambusto causato dal Pilota, imbarcato come da regolamento del Canale (a quel tempo già di nazionalità Egiziana mentre prima erano inglesi o francesi) e che al nostro Comandante non piaceva!
Da quell’austro ungarico che era e come lo chiamavamo, per avere “la puzza sotto il naso” (d’altra parte lo stesso nome lo imponeva), il Sig.De Majersbach (questo il suo nome) non solo dovette accettare sul “ponte” (di comando) la presenza di un “muso nero”, ma dovette anche starsene buono, buono e in secondo piano, proprio lui, al quale competeva stare ai primissimi posti
Da come stringeva le mani dietro la schiena, il Comandante, si vedeva bene che non amava accontentarsi di “ammirare” le spalle anche un po’ rotondette del Pilota e fremendo, non sapeva come fare per intervenire.
La maniera per interferire la trovò, statene certi e consisteva nell’impartire silenziosamente ordini contrari a quelli del Pilota che ignaro di tutto, ad esempio, diceva “Port” (sinistra) e lui da dietro le spalle, girando le dita in senso orario, indicava “diritta”.
“Tutto a dritta”, ordinava perentorio il Pilota e il Comandante, ruotando un dito in senso antiorario, suggeriva: “tutto a sinistra”, fino a che, il povero timoniere, imbarazzato, si rivolgeva a noi con occhio implorante e tentò di protestare, ma fu subito zittito, “Che debbo fare?”
Questo è niente, perché mentre si navigava a quella lentissima andatura (eravamo arrivati ai famosi Laghi Amari e con questi, alla prima fermata), apparvero chiare le carenze dell’organizzazione e degli addetti al Canale (dopo che era stato nazionalizzato da Nasser nel 1956).
Il fatto è che, in ottemperanza a quanto prescritto da regolamento, a bordo erano state approntate delle gruette (assieme ai fari per il lavoro notturno) che avrebbero dovuto consentire la discesa a terra degli ormeggiatori, ma questi, preferendo le barche, non le volevano usare e non è tutto perché il loro modo di comunicare, sicuramente incomprensibile per noi che non conoscevamo l’arabo, sembrava lo fosse anche per loro!
Insomma, tutto contribuiva a far si che la marcia del convoglio fosse lenta e se consideriamo la sosta ad Al Kantara e ad Ismailia (laghi Amari), per consentire il transito al convoglio risalente verso il Mediterraneo, le lungaggini per il cambio dei vari Piloti e del personale locale, si spiega la il tempo esagerato dei transiti che arrivava comodamente, ad oltre le 18 ore di previsione!
Tutto ciò lo dico per puntualizzare una situazione che per me andava …benissimo!
Infatti, cosa ci può essere di meglio per un sottoposto che vedere andare male le cose ai superiori?
E poi come si fa a non rimanere affascinati alla vista delle dune del deserto separate dallo scavo del Canale?
Si perdevano in lontananza, ma la fantasia andava ben oltre e poteva immaginare cose mai viste!
Poi venne la sera e con essa il tramonto e vi assicuro, fu uno spettacolo stupendo!
Il deserto, simile a un mare, era color di rosa, poi divenne rosso e infine, venne un vento gelido che mi fece rabbrividire.
“E’ il freddo del deserto”, mormorai a me stesso, convinto di avere fatto una scoperta!
Ci fermammo (la notte non si poteva transitare), e sebbene stanco, rimasi a lungo affacciato al capo di banda ad osservare la manovra di attracco.
Da osservare c’era l’affascinante andirivieni delle piccole creature che vivono nell’acqua e rese palesi dal riverbero dei fari.
Tornò il giorno e con esso la lenta e complicata discesa delle imbarcazioni con gli ormeggiatori; il loro lento incedere cantilenando mentre scendevano a terra; il calar delle cime e infine il disormeggio della nave.
“Tutto questo andirivieni senza che io debba fare niente”, pensai, “che pacchia” e me ne andai in mensa a mangiare.
Rammento il Nostromo, perfetta faccia di pirata saraceno, che provocava il capo ormeggiatori egizio, facendogli…. delle “pernacchie”.
“Lo sapete”, ci diceva col tono dell’intenditore, “che per loro, ossia per i musulmani, la pernacchia è vietata dal Corano?”
Io annuivo estasiato mentre Lui si divertiva a farlo scappare a suon di pernacchie, una via l’altra, ininterrottamente, mentre noi si rideva a crepapelle! Che ricordi, che imprese!
Rammento la sveglia alle prime ore dell’alba, di buon ora (le levatacce sono sempre state il mio cruccio principale), quando si riprendeva lentamente a navigare fino a che alcune ore più tardi eravamo di nuovo fermi.
Questa volta a Suez!
Suez, capolinea del Canale, inizio o fine di una grande avventura, cosa per me assolutamente fantastica, quella di assistere all’inizio della nostra navigazione nel Mar Rosso…!

*********************

- Capitolo 3° - “Djibouty”

“…ripensandoci, comincio a credere che a quel tempo, nella situazione in cui mi trovavo, ossia lontano dalla famiglia, dagli amici, dai possibili incontri con l’altro sesso e dinanzi alla prospettiva di dover affrontare un viaggio così lungo (ben 6 mesi!,) durante il quale ben poche occasioni sarebbero state piacevoli da raccontare, qualche cosa che riguardasse la sfera del mio carattere doveva per forza cambiare.
“O adeguarsi o morire!”, si dice ed è vero, infatti, inducendo delle impercettibili metamorfosi, quel viaggio, che sfido chiunque, anche al giorno d’oggi, a ripetere, mi lasciò esausto e frastornato (al mio ritorno, non sapevo più affrontare un discorso in italiano!), trasformandomi, da quel calmo, ottimista, pacioccone che ero, nello …spericolato che…. divenni (aggressività poi mitigata e dal contatto umano e civile che subentra con l’avanzare dell’età e con la gente).
Sentite cosa combinai durante il soggiorno a Djibouti (e meno male che ci siamo stati poco che altrimenti chissà cos’altro avrei fatto!).
Probabilmente invischiato in qualche discussione (o letteralmente impazzito!), spacconata o altro, aderii alla scommessa, non rammento con chi ne esattamente come, di buttarmi nelle acque fetide del porto, di notte, per difendere la mia…. reputazione!
Per chi non lo sapesse, Djibouti gode della non proprio esaltante fama di essere il paradiso dei pescicani e la sfida verteva proprio su questo tema, ossia provare a se stessi e agli altri, di avere il coraggio di constatarne di persona, la presenza.
Più pazzesco e idiota di così si muore, ma, ricordando che sbaglia chi pretende di giudicare il passato col senno del presente, non c’è consentito immaginare cosa potesse frullare nella testa di due giovanotti dell’età di 20 anni, “ jeunesse excuse”.
Per quanto riguarda me, poi, c’è un altro fattore che sicuramente ha pesato nella vicenda, il mio babbo!
Il mio povero babbo, che Dio l’abbia in gloria, cresciuto nel clima diciamo….epico dei primi del novecento (era del 1905), pretendeva di farmelo rivivere, semplicemente applicando le stesse regole di allora!
Mi incitava a reagire con “coraggio” alle prepotenze dei compagni di scuola e per far questo ricorreva ad ogni mezzo (se ti ribelli, ti pago!”, mi diceva), mi suggeriva letture avventurose, resoconti di viaggi, narrazione di atti eroici avvenuti durante le guerre “d’indipendenza”, nella prima e seconda guerra mondiale e nella resistenza.
“Cuore”, era sempre al primo posto sul mio comodino e così pure Salgari e Wamba, per non parlare di Stevenson, con “L’isola del tesoro”; “Ivanhoe” di Walter Scott, mentre per mio conto, ma in seguito, mi appassionai alla puntuale descrizione delle manovre sulle grandi navi a vela del passato, descritte in maniera insuperabile in “Captain Hornblower” di C.S.Forester, che forse ha pesato non poco nella decisione di fare il marinaio.
Invece di indirizzarmi verso il liceo classico, come normalmente avrei dovuto fare, mi inserii al Nautico, dove mi preparai per una bella carriera di….. “capitano”.
S’illudeva, dico, ma nemmeno poi tanto,in quanto romantico un po’ lo sono sempre stato anch’io e in mare, indubbiamente, ci sono andato!
Ecco spiegato il motivo per cui, in una calda sera tropicale, dopo aver cenato (così da rischiare anche una congestione), ci recammo, il mio compare ed io, alla banchina vecchia del porto (antistante Djibouti), con la semi-seria intenzione di….. buttarci in acqua, alla ricerca di…pescicani!
Non appena intuito quello che intendevamo fare, la gente che gironzolava nei paraggi, accorse curiosa.
Somali, Eritrei ed altre etnie, tutti “frequentatori” del bar del porto (luogo assai malfamato), attratti dalla novità (due pazzi, per di più bianchi, che si vogliono buttare a mare!) volevano assistere alla tenzone!
Cos’, sotto gli occhi esterrefatti della gente, mentre gli Indù (il gruppo più numeroso dei locali), con lunghi e incomprensibili discorsi, cercavano di comunicarci la loro angoscia e preoccupazione, noi due, incuranti di essere in …”mutande” (nessuno di noi aveva il costume da bagno), ci spogliammo, e ci buttammo in acqua…..
Intimamente increduli circa la presenza di quei pesci (che altrimenti non ci saremmo buttati), per noi non era altro che un gioco al quale non volevamo rinunciare!
Dalla conta, toccò a me buttarmi a mare per primo e mi buttai, o meglio mi lasciai scivolare giù per il pendio, fino a l momento in cui mi ritrovai col sedere…. in mare!
Non appena sentii i piedi affondare nel fango, mi girai per cercare di avvisare l’altro che stesse attento a non scivolare, ma non feci a tempo perché lo vidi scendere scorrendo sulla mota, esattamente come avevo fatto io stesso.
Avrei voluto fermarlo, fargli presente la novità della situazione, ma non potetti fare nulla, perché ormai si era bello che lasciato andare.
Nel tempo che lui impiegò per scendere, io mi guardavo attorno: l’acqua, nella quale mi trovavo immerso fino alla vita era nera, limacciosa e sebbene non fosse freddo, un brivido mi corse giù per la schiena!
Sapevo che la presenza di un eventuale pesce, sarebbe stata rivelata dalla luminosità dell’acqua, ricchissima d Plancton, ma quel materiale organico di cui è ricco quel mare e dal quale prende il nome Mar Rosso, ci avrebbe avvertiti in tempo del pericolo?
…e poi, oltre ad essere luminescente e quindi rivelatore della presenza di qualsiasi cosa si muovesse, quel Plancton era anche cibo per pesci affamati e dunque richiamo per un pescecane!
“Ma”, pensai…”e se invece il mostro se ne stesse immobile?”.
L’agghiacciante verità, scaturita da questa semplice intuizione, mi lasciò di stucco, ma il problema non era solo questo bensì un altro e di importanza non minore, quello cioè di sapere cosa avremmo fatto una volta avvistato il mostro.
Fu allora che avvertii un movimento, un fruscio sospetto e gridando al mio amico, “il mostro, il mostro!” , cominciai ad arrampicarmi su per la salita.
L’inclinazione però era tale e le pietre del muraglione talmente scivolose, che la salita (anche l’altro nel frattempo si era deciso a risalire) fu un disastro!
Raggiungevamo qualche metro di banchina e poi scivolavamo giù, di nuovo, pattinando sulle parti basse della nostra schiena e naturalmente sulle…..mutande, che da bianche, divennero nere!
Mentre vivevo questa drammatica scena, che faceva ridere solo arabi ed indiani, (che protesi dal bordo della banchina gridavano frasi d’incoraggiamento, per noi incomprensibili), mi venne in mente una cosa curiosa.
“ Chi glielo direbbe a mia madre….. se il pescecane mi raggiungesse?”
Mentre vivevo questi sprazzi di sana nostalgia familiare, “Siete in pericolo”, gridavano quelli, “vorremmo aiutarvi, ma non possiamo!”.
Non so come facemmo né grazie a quale miracolo riuscimmo finalmente a risalire la scarpata, dove, una volta raggiunta la cima, ci buttammo a terra.
Esausti, ma finalmente al sicuro, attendemmo che la gente finisse di battere le mani per poi essere condotti, una volta rivestiti, tra spintoni e risa al bar del porto, dove tutto finì in una grande bevuta.
Che dire di questo episodio? Come già premesso, penso che a quell’età si debba per forza essere un po’ pazzi che altrimenti la gioventù che ci sta a fare?
La conferma della veridicità circa la massiccia presenza di pescicani nelle acque del porto, la ebbi indirettamente in un secondo tempo, quando ne avvistai uno, veramente grosso, beatamente sdraiato in acqua, sotto bordo alla nave, a pancia all’aria, intento a godersi…. la frescura della murata (anche i pesci, nelle ore pomeridiane, cercano l’ombra!).
In questo caso, però, ero io ad essere preoccupato, perché mi trovavo in una ben triste posizione: quella di uno che sta seduto fuori bordo a una lancia, sul “banzigo” (passerella mobile), sospeso a una altezza di 15 metri a pitturare!
Mi ci aveva mandato il terzo Ufficiale (una carogna!) il quale evidentemente, nutriva verso di me, ricambiato, una viva avversione….ma questa però è un’altra storia!
Unica consolazione era quella di guardare in basso per vedere cosa facesse il pescecane e siccome lo vedevo sempre là, nel medesimo posto, pensai che fosse in paziente attesa che ….cadessi in mare!

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- Capitolo 4° - “Aden e il Mar Rosso“-

Toccammo Aden, ma solo per poche ore e rimanemmo in rada senza poter scendere a terra sicché, confinato fra quattro lamiere infuocate della nave, non potei fare altro che osservare, ammirato, quelle aspre montagne che, dicono, celano una delle storie più antiche del mondo!

Dopo una sola giornata di scaricazione (auto e mezzi militari), riprendemmo la navigazione nel Mar Rosso.
Eravamo giunti all’altezza di Perim, l’isolotto che divide lo stretto in due canali, uno di 3 e l’altro di 30 km, quando mi venne fatto di immaginare l’esercito e la flotta che Alessandro Magno aveva portato fin qua dalla Macedonia, nella sua vittoriosa avanzata verso l’India.
La flotta di Alessandro, sicuramente costituita di navi di legno (Bab Iskandar, il canale più piccolo, significa appunto “Porta di Alessandro”!), sebbene ancor oggi vi transitino imbarcazioni dalle fogge più strane, vere barche negriere, per la tratta degli schiavi (e armi!), vi transitavamo anche noi, come oggi, con i potenti mezzi messi a disposizione dalla tecnologia, ma il coraggio, l’inventiva, il genio di allora, li abbiamo ancora?
Alcune cose poi mi lasciavano perplesso, come la notizia apparsa sui giornali (e da noi ricevuta per radio) che nello stretto si potevano fare brutti incontri, ovvero potevamo essere assaliti dai…. pirati !
La prova? Alcune navi mercantili, lamentavano attacchi di barche armate che, …alla stregua di pirati Salgariani, avrebbero tentato di salire a bordo….
“… non toccò a noi, naturalmente, che avevamo lasciato Djibouti, senza alcun rimpianto e con essa le mirabolanti storie già vissute e a causa delle quali ero diventato la leggenda della nave!
Direzione, ENE (Est Nord Est), ossia… Capo Guardafui….!
… il quale, a prescindere dal sinistro significato del suo nome (letteralmente…”Porta delle Lacrime”) poteva ben celare dei pirati che, si sperava, …. ci lasciassero in pace!
Per passare,…. passammo, ma per evitare di finire contro l’isola di Socotra o le secche di Abd al Kuri, facemmo un giro molto largo, ma così largo che, sommato al tempo necessario per ritornare indietro, impiegammo 72 ore per entrare nell’Oceano Indiano!
“Il Corno d’Africa!”, gridai, quando mi accorsi che stavamo accostando verso Sud-Sud-West, ma non è tutto, perché sebbene non rimanessi con le mani in mano (ero pur sempre un marittimo e non un passeggero!), fedele all’impegno preso con me stesso di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni (che avrei poi trasmesse a mio padre, che a sua volta le conservava diligentemente in un diario), non smisi mai di sporgermi dalla murata per vedere meglio ciò che mi passava d’avanti!
A questo punto, debbo però aprire una parentesi necessaria a informare che, sebbene quel mondo non lo avessi mai visto, ma solo sognato sui libri di avventure (Salgari, in particolare), avevo la netta sensazione del…. “dejà vu”, del già visto o rivisitato.
Chiaro che vederlo dal vero é tutt’altra cosa e poi non avrei mai potuto gridare ai quattro venti e a ragione, … “o potenza del leggere e dello studiare, che persino a distanza di tempo e di spazio mi consente di dire: é roba di casa!”.
Godendo del privilegio di poter guardare, non potei fare a meno di considerare che tra me e le cose che vedevo, esistevano piani diversi e distanti…. come pianeti del sistema solare!
La cosa la spiegherei così: come a chi assiste al passaggio in treno, auto o altro mezzo di locomozione, di un amore intenso, un amico appena ritornato (dalle ferie) o un parente, quelle immagini, veri sprazzi di sogno, mi passavano accanto senza interruzione e senza che, per fermarle, potessi far niente….!
“…. oppure, come in un film che scorre e non si può arrestare.…e per rivederlo bisogna ricominciarlo da capo”, tentai l’inseguimento visivo fino e oltre il limite dell’orizzonte, ma invano, finché compresi che era inutile corrergli dietro in quanto, pensai, “…chissà quante ne incontrerò di immagini come queste…., andando avanti!”
Mi beavo alla vista dei “Sambuchi”, tipiche imbarcazioni arabe, che tagliavano allegramente la nostra rotta (immagino la notte, quando per non farsi avvistare, navigavano sicuramente a luci spente), ma anche di altre immagini, così smaccatamente esotiche da parer dipinte!
Atolli paludati a palme; dune rosse di sabbia del deserto; rocce scoscese e brune, aride, disabitate, eppure stranamente …vissute!
Tutto collaborava a creare un’atmosfera di sogno!
.... “Fortunato chi vive da queste parti!”, pensai, sebbene il ricordo e la nostalgia di casa, via, via che la nave, macinando miglia su miglia si allontanava sempre più, cresceva e si faceva sempre più forte.
A distrarmi dai tristi pensieri, ecco stagliarsi sulla sinistra, contro il blu del cielo, la costa rocciosa dello Yemen….,
……che però, avendo accostato per West-Sud- West, feci appena in tempo a vedere finché a un certo punto, non la vidi più!
Erano come perse, sparite, quelle montagne, salvo riapparire, di tanto in tanto, come a far capolino in un gioco allegro e divertente!
Colpito dalla stranezza del fenomeno, quello di cose che andavano colte al volo perché subito dopo scomparivano, le osservai con più attenzione.
“Modo diverso e vario di fare spettacolo…”, pensai “…da parte del grande teatro della Natura”, “….forse più affascinante di quello virtuale”.
Le dune del sahara (sahara in arabo si riferisce a qualsiasi deserto), intanto, che sostituendosi alla roccia ci accompagnarono per un bel tratto del percorso, si facevano sempre più vicine…..
….mentre la nave, incurante del messaggio e al solo scopo di accorciare il tempo, le navigava vicino (a una distanza di circa 1,5 miglia!).
Mentre evocavo storie di carovane, instancabili dromedari, Berberi e Tuaregh vestiti di blu e di nero e mentre osservavo quell’oceano bruno, che arrivava fino a lambir la spiaggia, sulla dritta (destra), vidi…un miraggio!
“Miraggiooo!”, si signori, lo vidi proprio con i miei occhi e sebbene faccia fatica a dirlo, (perché c’è qualcuno che non ci potrebbe credere) eravamo di fronte ad una classica “Fata Morgana” (molto comune sia a Messina che in altre località dei grandi laghi americani, nonché naturalmente, nel deserto)
Vidi….. una nave che navigava in alto, ad una certa altezza dalla superficie del mare, ma, fatto insolito…. era a alla rovescia!
“Alla rovescia?” si alla rovescia ossia chiglia in alto ed alberi e fumaiolo in basso …e che significa? semplice, vuole dire che lontano, ma molto lontano, da qualche parte dell’immenso mare, c’è una nave la cui immagine, invece di raggiungerci nel modo usuale, ossia diritta, nel percorso che fa attraverso i vari strati d’aria calda (siamo vicinissimi all’equatore termico), s’incurva fino ad apparire…. capovolta, come se navigasse appunto, ….a testa in giù!
Proseguimmo o meglio non ci fermammo affatto (non ci si ferma per un miraggio, naturalmente, ci mancherebbe altro!), solo che io ne ero rimasto estasiato e chiedevo lumi a tutti gli ufficiali.
Chi si scherniva o non lo sapeva affatto, chi ipotizzava una teoria poco convincente o di tipo…. esoterico, unico a fare una bella conferenza sull’argomento, il Comandante che, dall’alto del suo…grado, formulò la vera risoluzione del problema!
“E’ l’anomala rifrazione dell’aria”, disse che incurva le immagini giunte da lontano, tanto da farle apparire come capovolte….!”, pausa e noi a guardarlo in silenzio…(per rispetto più che per convincimento) e la cosa finì lì.
Ma intanto il tempo passava monotono come solo può esserlo su una nave o in un….convento (erano giorni ormai, che navigavamo parallelamente alla costa, con Rotta Vera 210°), quando sulla dritta, alla distanza ….saranno state 5 miglia (miglio nautico = 1852 metri) mi parve di vedere una linea bianca.
“Che cos’è”, chiesi all’ufficiale di guardia, “un altro miraggio?”,” no,no”, rispose prontamente quello “è …Mogadiscio”, “….dove però faremo scalo solo al ritorno…!”, aggiunse, dopo aver consultate delle carte.
Come se temessi di perdermi qualche cosa di bello: un incontro piacevole, un diversivo, un bel gioco, rimasi in…silenzio a guardare quella sottile linea bianca che pian piano svaniva, laggiù in fondo, al limite della curvatura dell’orizzonte marino.

“Ah!” sospirai, “e pensare che laggiù c’è gente, belle ragazze somale perché quella è Mogadiscio, Somalia Italiana!” dissi memore del racconto di alcuni miei amici, la cui famiglia proveniva dall’ex impero coloniale.
Poi l’immagine svanì e insieme ad essa le speranze e i ricordi che con essa aveva portato….
Al suo posto…. sopravvenne una foschia così densa da non lasciare vedere più niente! Assistetti alla “cerimonia” dell’accensione del RADAR (Radio Detecting and Ranging) da parte del Comandante, che un po’ preoccupato, voleva allargare la visuale, ma inutilmente perché intorno a noi, oltre alla linea costiera, non c’era che …..il niente!
Alzai gli occhi e notai uno strana figura pulsante, una stella a cinque punte immersa nella foschia che sembrava sul punto di cadermi addosso…!
“Che è quella?”, chiesi.
Silenzio, poi l’ufficiale di guardia, un po’…. seccato, “un miraggio!”, concluse e con questo intese levarmi di torno!
Mortificato, me ne andai; uscii dalla plancia e presi ad osservare col binocolo nella foschia impenetrabile.
Poi mi ritirai a poppa, dove, sconsolato, mi misi a fissare senza fine, la…scia della nave!

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- Capitolo 5° - Mombasa (il Mau-Mau)

… e così, proseguimmo senza fermarci per altre 400 - 450 miglia, ma quanti pensieri, quanta nostalgia per gli incontri mancati, la gente non vista, le ragazze mai più ritrovate…!
Prigioniero di questa carcassa rugginosa, il “Portorose”, la nave con la quale avevo intrapreso questo lunghissimo viaggio, a contatto con gente lontanissima dalla mia esperienza, assistevo impotente al trascorrere del tempo, senza poter far niente per cambiare le cose.
Unica soddisfazione rimasta, la fantasia (che in quegli anni era assai fertile!), che ampliandone la portata,ingigantiva le cose, rendendo eccitante qualsiasi incontro anche il più banale.
L’aver saltato Mogadiscio mi aveva reso furioso; furioso per aver perso…. un bersaglio, un “posto al sole”, come lo chiamavo, un posto dove avrei potuto farmi notare, seminare e lasciare un segno della mia presenza.
A peggiorare le cose, c’erano poi i colleghi che non mancavano di rammentarmi che….”Ogni lasciata è persa”.
Sebbene la delusione fosse forte, non mi lascia prendere dallo scoraggiamento.
Coltivavo la convinzione che di lì a poco mi sarei potuto pavoneggiare sulle spiagge coralline di Malindi (450 miglia nautiche, 2 giornate di navigazione da Mogadiscio), di Mombasa (Kilindini Harbour) e in seguito a Tanga e Dar Es Salaam (Tanzania, ad solo 50- 60 miglia da Mombasa), dove, sicuramente, mi sarei rifatto!
Per quale arcano motivo potessi vantare tale certezza, non lo saprò mai, salvo il fatto che, ad esaltarmi, fossero i nomi stessi di quei mitici luoghi, così densi di esotismo da stimolare la visione di mirabolanti avventure.
“Poco importa del resto dell’equipaggio!”, mentre sognavo, magari ad occhi aperti, romantici incontri nei sia pur modesti “Seamen’s Club” o “Stella Maris”, come viene chiamato in Italia (vedi quello di Genova nel quale, peraltro, non sono mai stato!), che per altri erano niente!

“Ben poca cosa!”, dicevano, disgustati, i “routinier” di ben altri locali, ma a conferma che il vero ed unico desiderio di ogni navigante non é quello di frequentare Night Club come il Matilda, ma godersi il calore di una modesta missione che, oltre al ballo con belle fanciulle all’uopo reclutate, ti dona un po’ di calore umano e una tazza di the bollente.
Mentre ragionavo fra me e me di queste cose, non mi ero accorto che la nave, nel frattempo, si era affacciata alla baia di Mombasa, ingresso che, anche se sono passati tanti anni, non riuscirò mai più a dimenticare!
Vera immagine di sogno, il golfo (Kilindini Harbour) era pieno di navi alla fonda; alcune militari, tipo “fregate” e “corvette” (a quel tempo, il Kenia, facendo parte del Commonwealth Britannico, veniva spesso visitato dalla Royal Navy), altre mercantili che però, da lontano e chissà poi perché, sembravano sempre meglio della nostra!
Dal contorcimento viscerale, percepii che la tanto sospirata franchigia, pur così vicina da poterla quasi toccare, in realtà era ancora lontana e a causa delle inevitabili lungaggini dell’imbarco del Pilota, che per salire a bordo con la “Biscaglina” (scaletta di corda), ci metteva un’infinità di tempo; la manovra d’attracco, con le cime che s’incattivavano al momento giusto; la cena che non arrivava e poi la fretta con la quale la ingurgitavi, senza riguardo per le convenienze né, soprattutto, per le facezie del…”Nostromo” che lasciandoci andare, fu comunque assai comprensivo nei nostri riguardi.
“Sembra impossibile che ogni volta che si decide di scendere a terra, debba accadere di tutto!”, protestavo gli occhi rivolti al… cielo!
Buon ultimo, ci si mise anche la guardia allo scalandrone (scala d’imbarco) che, non avendo nulla da fare, pretendeva di sapere per filo e per segno dove andavamo e perché e per come ….ecc. (il saluto alla bandiera no, perché è retaggio solo della MM, Marina Militare!).
Ecco perché, poggiati finalmente i piedi a terra, mi venne naturale voltarmi…. per fare uno sberleffo, col poco reverente significato di: “ora son libero e me ne frego!”.
Come di consueto facemmo uso di un taxi (chiamato da qualcuno!) che dopo le solite discussioni per stabilire l’equo compenso, ci trasportò in città (in realtà nei sobborghi), ossia nella parte prospiciente il porto.
Il tassista, una volta raggiunta la meta, ci scaraventò a terra senza tanti riguardi e così restammo, esattamente dove ci aveva lasciati, con l’espressione tipica di un branco di papere, intente a guardarsi attorno, per decidere cosa fare.
Timorosi di perdere altro tempo prezioso, frettolosamente, alla spicciolata, “imbucammo” nel primo locale che ci si presentò d’avanti!
Quella strada, in realtà era “costellata” di Flying Angel simili al nostro, quasi tutti in tipico stile neo-britannico e se la scelta cadde sul primo, non fu certo per un preciso criterio, ma solo perché era il più vicino o forse a causa dello splendente …. sorriso del gestore (prete-missionario di una non meglio definita confessione che cercava di attirare clienti al suo locale!).
La sala dove entrammo era addobbata a festa ed era già piena di gente delle più svariate nazioni.
Tutti parlavano simultaneamente ingenerando una cacofonia di suoni da far rizzare i capelli.
Si potevano ascoltare i più svariati idiomi: dal Tedesco al Norvegese, dall’Inglese al Russo, ma pur prestandovi attenzione, non si capiva niente!
Sarà stato a causa del rumore, la troppa gente o la modestia del posto, fatto sta che cominciai quasi subito ad accusare un certo qual fastidio.
Sarà stata la stanchezza oppure quel luogo mi ricordava tanto le “festine” casalinghe dove si ballava sulla “mattonella”; oppure sentivo la mancanza di una bella fanciulla nostrana per ballare, il fatto è che non mi sentivo a mio agio!
“Non te la prendere” mi confortò un collega che aveva notato l’espressione del mio viso, “… poi vengono le signorine e cambia tutto!”.
“Lo spero bene”, risposi e lui “ non sarà il Sakaba”, disse (alludendo al locale più famoso del Giappone), “ma è pur sempre un ritrovo…!”.
A un certo punto, come per magia, la scena cambiò!
Vuoi che il prete avesse migliorata l’illuminazione; vuoi che la sala da ballo, da angusta che era, si allargasse e che la brutta gente che la riempiva all’inverosimile, scomparisse o si diradasse al punto da non farsi quasi notare, ma il fatto é che se un momento prima quel posto era un orrore, subito dopo era una meraviglia e sapete per merito di chi?
Delle signorine, naturalmente!
Al loro ingresso, la reazione delle persone fu discorde: alcuni, si accontentavano di sorridere felici; altri, subito zittiti dal gestore, gridavano dall’entusiasmo!
Noi dell’equipaggio Italiano, da come stavamo ammassati in un angolo alla stregua di un branco di… tori infuriati, ma al tempo stesso timorosi di farsi notare, ci accontentavamo di mangiarcele con gli occhi!
“Le signorine!”
Non erano certo le diciottenni al ballo dei Cadetti (dell’Accademia Militare), né delle Soubrette, ma non appena entrarono in sala, con quel loro incedere regale, quasi uscite da uno scrigno, tutti applaudirono!
Non erano, come invece mi aspettavo, scatenate, ma moto composte,
leggiadre, ilari e superbamente vestite…. inavvicinabili salvo ….una! che guarda caso sembrava guardasse proprio dalla mia parte!
Ma proprio in quel momento, l’orchestrina cominciò a suonare ed io, cosa inaudita, trovai il coraggio di andare a un tavolo ed invitare una ragazza a ballare!
Mentre mi alzavo, notai con la coda nell’occhio, la meraviglia dei miei compagni che invece erano rimasti a sedere, ma quando entrai in pista con la fanciulla prescelta, magari per darmi arie da bullo, pensai bene di “stringere” un poco, ma esagerai.
Intervenne il prete, o forse sua moglie, non ricordo, che facevano da “moderatori” e col tipico sorriso all’Inglese stampato sulle labbra “Sorry”, disse, “.. but you must not do so!” e mi smorzarono l’entusiasmo!
Credo, anzi ne sono certo, che da parte Loro (dei gestori), sarebbe stato meglio aver a che fare con marittimi di tipo….casalingo, ossia tranquillo, limitato cioé a sorbire la classica tazza di te bollente, ma non noi, giovanotti esuberanti e temerari… in cerca di Donne!
“Così va la vita da queste parti!” mi consolai quando, al ritorno, si parlò del antefatto.
Fu un dolce momento quello, tipico di chi si sente al centro della storia, una storia qualunque, purché sia la tua e ti compiaci di redigerne il “testo”….!
Testo che include il riassunto un po’ di tutte le prodezze vissute, incluse ragazze conquistate, o presunte tali, con dovizia quasi morbosa, di particolari.
Ho! Quante volte devo averlo fatto!
Il resoconto della serata con la minuta descrizione delle concause per spiegare agli amici il perché delle occasioni mancate; il rammarico per le maniere sbagliate (forse un po’ brusche) adoperate per conquistare la fanciulla…. ma intanto la vita scorre felice e sogni a occhi aperti!
“Almeno le hai viste le donzelle, le hai palpate, le hai avute fra le mani, che se non fosse stato per il prete…..chissà cosa avresti fatto, è?”, insistevano a chiedere, sogghignando, i vecchi “Habitué” della nave.
I sedentari, come li chiamano, i “malati del ferro!” (alludendo alle lamiere infuocate della nave che generano piaghe sotto le dita dei piedi) che per nessuna cosa al mondo, avrebbero mai lasciata la nave.
Sbavavano al suono delle nostre parole, a sentire i nostri racconti ed io, giusto per non sentirmi in colpa, ”la prossima volta…., vedrai!”, promettevo, rimanendo però sul …vago.
Il giorno dopo, di buon ora, approfittando che era Domenica, una delle poche festività trascorse in porto, per la qual cosa mi ero già ripromesso di scendere a terra, senza dare tante spiegazioni, me ne andai!
“Sono franco e me ne vado in città, chi vuole venire?”, chiesi, ma a nessuno sembrò interessare ‘l’offerta e come del resto mi aspettavo, nessuno volle venire.
“Peggio per loro” mi dissi, “andrò da solo!”.
“Non andare da solo” , si raccomandavano gli anziani, “é pericoloso”, ma io testando, “non ho paura e poi voglio vedere la città”.
La scusa era quella di fare delle spese (per lo più cartoline da spedire a casa a mio padre che, come al solito, le ordinava nell’album dei ricordi con tanto di data e didascalia), ma fu un boomerang perché la contropartita a farmi andare fu l’acquisto di cartoline per tutti e poi giornali ed altro ancora.
Così, solo, soletto, mantenendomi sul ciglio della strada (di sinistra perché nei paesi anglosassoni le macchine viaggiano con questa mano), non perché vi fosse traffico, che le macchine a quel tempo erano rare, ma solo in ossequio al costume locale, percorsi prima le malfamate viuzze del porto, poi la famosa “via degli elefanti” (Kilindini road) dove transitai al di sotto delle enormi zanne stilizzate, poste, a mo d’arco, trasversalmente alla strada!
Camminavo in modo tranquillo e sereno, come fa di solito un turista (d’altra parte non avevo motivo alcuno di apprensione), quando mi accorsi… di essere seguito.
Girandomi, vidi uno strano individuo, un “coso nero”, dell’apparente età di 30 anni (per me ne poteva avere anche trecento tanto era brutto!), ma così nero come pochi ne ho veduti in vita mia.
Fatto insolito per me (sebbene a quel tempo, da noi, il tatuaggio, ancora non usasse) era quello che fosse letteralmente ricoperto…. di tatuaggi (anche la faccia) e stringeva in mano, particolare di non poca importanza, scudo e lancia.
“Oh, questa?”, mormorai, affrettando il passo.
Erano tante le storie che circolavano, di uomini bianchi uccisi in quei paraggi (che solo ora mi tornavano in mente) che affrettai il passo, ma voltandomi, vidi che pure ….lui si accelerava!
“Mi viene proprio dietro”, pensai e cominciai a guardarmi attorno in cerca d’aiuto, magari sotto forma di un “Policemen” o di una persona qualsiasi, purché bianca, ma non corsi, anzi, rimasi al mio posto, rigido, impettito e semmai ve ne fosse stato bisogno, mi spostai all’altro lato della strada.
“Voglio vedere se mi segue anche qui”, pensai e mi voltai a controllare, ma quello imperterrito mi seguiva facendo esattamente il mio stesso percorso.
Finalmente, vidi un negozio e sbirciando all’interno della vetrina, notai, con vero piacere, che c’erano delle persone apparentemente intente a conversare.

“Meno male che c’è qualcuno!”, tutto contento, mi dissi e intanto mi precipitavo dentro.
Non feci in tempo ad aprire la porta che…. rimasi sulla soglia, impietrito e con la maniglia in mano.
Nel negozio, a guardarmi entrare con uno strano sorriso sulle labbra …. c’erano degli indiani!
“Dalla padella nella brace”, pensai, ma mi sbagliavo perché non appena ebbi spiegato il motivo della mia fuga, con fare suadente mi fecero cenno di entrare, mi fecero accomodare su uno sgabello e mi rinfrancarono, dicendomi in perfetto inglese, di rimanere pure lì, in attesa che “il tizio se ne fosse andato!”.
Uno di loro, dal turbante presumo il capo, con fare circospetto, bisbigliando, parlando quasi sotto voce, mi disse: “E’ un Mau-Mau, molto pericoloso”, pausa, “…che cerca un bianco…. o un indiano, da sgozzare!”.
“Ma tu stai qui al sicuro con noi e vedrai che tutto andrà bene!”, aggiunse con fare persuasivo!
Messo in allarme dalla ”sincerità” della rivelazione e non sentendomi affatto a mio agio, sbirciai dalla vetrina e non appena mi resi conto che il “tizio” se ne era andato, ringraziai calorosamente e uscii sulla strada.
“Indiani, neri, Mau - Mau”, meglio stare fuori, all’aria aperta”, pensai e mi avviai giù per il viale.
Tutto sembrava procedere nel migliore dei modi quando mi successe una cosa inaspettata.
Mentre rasentavo il muro di una casa, in quella che poteva anche essere una prigione, passando dinanzi ad una finestra munita di inferriate, all’improvviso spuntarono delle mani che mi artigliarono il braccio (il braccio interno al muro, naturalmente).
Lì per lì pensai al mau-mau, che a dispetto della sua scomparsa, mi avesse teso un agguato, ma non ebbi tempo di indagare perché, divincolandomi con forza (a quel tempo ero agile e forte!), mi liberai e scappai via con uno scatto!
Prima di scappare, però, ebbi il tempo di sbirciare all’interno e vidi….immersi nella penombra, diecine di persone ammassate l’una sull’altra, che mi fissavano con quei loro occhi bianchi e mi parve anche ridessero, ma forse quest’ultima impressione fu più frutto dello spavento, che reale!
Non indugiai (d’altra parte ero consapevole di averla scampata bella!), non mi fermai a ragionare su cosa fosse successo, ma corsi, corsi come il vento su per il viale e non mi fermai finché non mi sentii abbastanza al sicuro.
Solo quando fui abbastanza lontano e in mezzo ad altra gente, ripresi a camminare regolarmente.

Una volta raggiunta la piazza principale, mi sedetti a un bar, dove mi feci servire una birra.
Beer, Lager, Stout, Cerveza, non rammento in quanti modi provai a dirlo, ma non importa, l’importante era.. l’aver ripreso il controllo della situazione…!
Seduto tranquillamente al banco, col bicchiere della birra in mano, con calma mi girai sullo sgabello e notai che un negro, poco lontano, mi stava fissando.
Un tuffo al cuore, un sudorino freddo e la sensazione di essere caduto in una trappola….! (ma questa è un’altra storia!).

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- Capitolo 6° - “Fuga al forte portoghese!”

“…di nuovo quel pazzo!”, farfugliai mentre in un lampo mi ritrovavo fuori del locale.
Senza pensare minimamente a dove andavo, né cosa facevo, mi buttai a passo svelto su per una stradina che solo dopo tanto mi accorsi che conduceva al Forte.
“Forte Jesus”, lessi su una targa, ossia il forte di Gesù.
Quando capii che era il forte Portoghese in cima alla collina, ormai era già troppo tardi!
Quello di rifugiarmi nel forte, fu forse uno sbaglio, sinceramente non lo so, ma entrare in quel “cul de sac”, fu un lampo.
La molla che mi spinse a nascondermi in quella tana, fu l’istinto oppure, l’insana idea che tutti (compresi i topi e i poveri uccellini quando sono inseguiti dal falco predatore) sbagliando fanno, credendo che, per essere al sicuro, sia sufficiente avere un tetto sulla testa.
Il fatto è che l’impeto che usai per entrare, forzando quasi il portone già vecchio di qualche secolo e malandato (assai provato dall’incuria e dal tempo), fu malamente interpretato dai visitatori (pochissimi in verità) che vi erano entrati per diletto.
D’altra parte che altro avrei potuto fare?
Ormai era chiaro che quel Tomo ce l’aveva proprio con me; mi seguiva da per tutto…mi voleva proprio ammazzare!
Mi affacciai a una finestra (o cannoniera?), da una garitta insomma, dalla quale sporgeva, con minaccioso effetto, una bella bocca di cannone.
“Ah! Se avessi una miccia e un po’ di polvere da sparo!” esclamai ma cacciai subito via l’insano pensiero dalla testa.
Coltivavo la vaga illusione di vederlo, senza farmi vedere e a questo scopo guardai in basso, verso la strada.
Oltre alla rada, con le navi alla fonda, sotto di me non c’era nessuno, nemmeno l’ombra di un Mau-mau.
Molto lontano, in fondo a una lingua di sabbia, notai…una “Meda” (pilastro di segnalazione) o “Dromo”, ma se la cosa in quel momento mi era del tutto indifferente quello invece che mi fece ben sperare, fu la vista di un torpedone pieno di stranieri!

“Finalmente della gente!”, esclamai, ma mentre osservavo quell’andirivieni, notai che in mezzo alla gente, si muoveva….un coso nero, dal vestito rosso!
“E’ lui!” pensai, “speriamo non mi abbia visto”, ma proprio in quel momento, nemmeno mi avesse letto nel pensiero, vidi che alzava gli occhi e guardava nella mia direzione.
Un tuffo al cuore! Un balzo all’indietro e poi via a gambe levate!
“Sicuramente deve avermi notato”, pensai, pieno d’angoscia, mentre correvo come un folle giù per i corrodi del forte.
Mi fermai solo quando mi ritrovai nell’ultima stanza, quadrata, buia e con poche suppellettili all’interno.
Un tavolo vecchio e sgangherato, due sedie altrettanto vetuste e una scritta che ci informava, bontà loro, di essere entrati in una fortezza Portoghese del 16° secolo, adibita alla “tratta degli schiavi!”.
Già che ero lì, vinto dalla curiosità, pensai bene di mettermi ad osservare le famose scritte, opera dei soldati portoghesi che, per ammazzare il tempo, le avevano incise sulle pareti della stanza.
In quel tempo vivevano nel forte dei soldati e quelle scritte, veri e propri “graffiti” di comunicazione, venivano usati per stabilire una certa corrispondenza con le guarnigioni successive!
Pensai alla vita poco allegra che quei soldati dovettero condurre, ma….“per gli schiavi negri dovette essere anche peggio!”, mormorai, sebbene in quel momento fossi poco propenso alla compassione!
Intanto il tempo passava ed io cominciavo ad essere preoccupato e stanco.
Stavo pensando al da farsi, quando sentii dei passi frettolosi come di gente che corre… e di li a poco infatti irruppero nella stanza in modo abbastanza frettoloso, un bel po’, po’ di gente.
Variamente addobbati e muniti di apparecchi di registrazione, rappresentavano i classici turisti del “mordi e Fuggi” come già ne avevo sentito parlare, ma per me rappresentavano la provvidenza perché poco dopo, al termine della visita e della spiegazione, me ne usci da dove ero venuto, protetto da tutta quella gente.

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Nel disperato bisogno di espandere la sua poersonalità, Franco Masini scrive per condividere i suoi ricordi, i sogni, le speranze con altri che non siano solo banali ripetitori di luighi comuni....!
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MessaggioInviato: Lun Gen 28, 2008 9:28 am    Oggetto:  
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smile 20 Grazie Franco. Ancora una volta la storia di un viaggio (stavolta africano) veramente molto interessante!

Per dar maggiore visibilità a questo "racconto di viaggio" inserisco questo e quanto segue, nella sezione che reputo più appropriata, ovvero: "Reportage di Viaggio", dove già custoditi ci sono anche tutti gli altri tuoi Racconti Antartici.

P.S. I tuoi "Diari di Bordo" sono eccezionali, ed è veramente APPASSIONANTE leggerli! Grazie per trascriverli qui per noi.

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Ultima modifica di Monia Di Biagio il Ven Dic 05, 2008 1:06 pm, modificato 1 volta in totale
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MessaggioInviato: Ven Dic 05, 2008 1:03 pm    Oggetto:  Da “Memorie di un marinaio”: “Viaggio in Africa".
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Rispondi citando

Da “Memorie di un marinaio”: “Viaggio lungo le coste dell’Africa”

Di Franco Masini

SEGUE...

******************

- Capitolo 7° - “…Tanga e Dar Es Salaam”

“…e così lasciammo Mombasa!”.
“Come!”, direte voi, “…e il Mau Mau?”
Mi rendo conto di essere stato un po’ sbrigativo a liquidare la faccenda, ma riprendendo il filo del racconto, dove mi trovavo nel forte portoghese, rimedio subito!
Lo lasciai che mi inseguiva giù per le stradine del porto e quando finalmente mi ritrovai in un taxi, che mi portava al porto, gli feci uno sberleffo e lo persi di vista.
Per assurdo, a quel Mau Mau, unico compagno delle mie peregrinazioni, mi ci ero persino affezionato!
Da una parte mi faceva pena; pena per aver fallito il colpo (senza pensare che il bersaglio ero io!), pena perché, poveretto, chissà per quanto tempo mi avrà ancora cercato!
Avevo anche tentato di comprendere le ragioni della sua scomparsa: timore della gente, ripensamenti, insomma tante cose, ma qualunque cosa sia stata la causa a farlo desistere dal mortale desiderio, fu la benvenuta, perché se così non fosse, detto fra noi, oggi, forse, non sarei qui a raccontarlo!
Con la partenza della nave, vero microcosmo itinerante, fatto di un’umanità misera e peregrina, in perenne ricerca delle risorse per la vita, mi scordai completamente di lui e di tutti gli spaventi che mi aveva procurato, nonché della sua setta di liberazione (i Mau Mau erano una setta di liberazione dal dominio britannico); unico neo, “Perché mai ce l’avesse avuta proprio con me” , rimase un mistero!
Per questo, mentre ero affacciato dall’aletta di plancia per osservare le evoluzioni della nave, che lentamente scivolava lungo i canali e le isolette della rada (Mombasa sorge, lo rammento, su un’isola collegata al continente da un regolare servizio di traghetto), mi scordai di tutto, salvo all’ultimo momento, quando, poco prima di uscire in mare aperto, mi venne la curiosità di rivederlo, di sapere dove era andato, cosa facesse in quel momento e guardai indietro, verso la città, ma inutilmente, che la sua zona di “caccia” era lontana e già si perdeva nella foresta….!
Forse per l’ultima volta, sfilò dinanzi a me la rocca portoghese con le sue poderose mura, le bocche da fuoco puntate ancora verso il largo e le sue tragiche storie di tratta degli schiavi.
Questa fu l’ultima immagine che memorizzai di quel posto dove avevo vissuta la più sconcertante delle mie avventure.
Per fortuna, che la parentesi avventurosa di Mombasa era finita per sempre.
Mi riscosse dal torpore, un colpo di sirena, che voleva dire “Mombasa arrivederci” e allora mi accorsi che stavamo accostando a dritta, per inoltrarci in mare aperto, ovvero, nell’Oceano Indiano!
Fa effetto trovarsi a galleggiare in acque esotiche e così lontane dal nostro continente come quelle.
Già il nome “Indiano” , la dice lunga in fatto di esotismo e ad esso si associa naturalmente l’India, che a sua volta genera immagini, quadri ed aspetti avventurosi che scorrendo come in un film, ci riportano al passato, quando, giovanissimi, leggevamo Jamba, Salgari o il Capitano Nemo.
Mi guardai attorno.
Dalle carte sapevo che, attorno a noi, esistevano numerose isole e isolette, tipo: Zanzibar, Madacascar, Pemba e più al largo, le Seicelles, le Maldive, le Salomone e le Diego Garcia (USA), ma non immaginavo che fosse così difficile vederle fino a che non me ne vidi passare una accanto.
Prima di arrivare a destinazione (Dar Es Salaam, perché Tanga l’avevamo saltata) sfiorammo l’isola di Pemba, poi Zanzibar e finalmente entrammo in porto.
Il porto di Dar Es Salaam, sorge su uno sbarramento caotico di moli, banchine, darsene e pennelli che formano il complesso portuale più caotico del mondo, ma che a quel tempo era sicuramente uno dei più importanti scali dell’Africa Orientale.

Unica caratteristica comune a tutti i porti africani che toccammo sia nella parte Nord che in quella Est del Continente Nero, era la quasi totale assenza di bianchi, che a parte noi, se ne vedevano pochi.
In quanto a movimento di navi, se si toglie il traffico locale e considerato il vasto entroterra del paese, non era poi così frenetico come si può pensare.
Il movimento più fantasioso era affidato invece ai Sambuchi (imbarcazioni locali) che andando a vela o con l’ausilio di piccoli motori Diesel, si muovevano silenziosamente.
Il loro compito era quello di: porta pacchi, postalini, trasporto passeggeri dalle navi alla fonda alla terra ferma e viceversa e lo svolgevano bene.
La presenza lungo le banchine, di navi come la nostra, che scaricavano ogni ben di Dio, era normale in quanto il paese non produceva niente!
Ma questo non è che l’apparenza perché, in realtà, Dar es Salaam, dopo un’occhiata assai superficiale, sebbene formata da una popolazione quasi esclusivamente autoctona, ossia originale, si rivelò ben presto per quello che in realtà era ossia l’antesignana, a quel tempo, della rivolta anticoloniale.
(Cosa che in quel momento, però, non potevo certo sapere!)
“Questa si che é vera Africa”, mi dicevo, convinto di poter fare buona “caccia!”, in senso amatoriale e mentre osservavo con occhio concupiscente l’andirivieni della gente del posto, in cuor mio e con gli occhi, cercavo di individuare la “gonnella” di qualche bella fanciulla, magari bionda e che parlasse pure la mia lingua!
Ma di bianchi praticamente non ce n’era!
Era domenica e come sempre spinto dall’ispirazione, scesi a terra con l’intenzione di andare a Messa.
Trovai una chiesa ed entrai, senza rendermi conto che era di confessione Valdese, ma fui fortunato perché si stava svolgendo una funzione che, sebbene un po’ diversa dalla nostra, mi servì da sedativo, da calmante come sempre avviene in un ambiente pio.
Mi sedetti in fondo alla navata, cercando di comprendere la “Parola”, ma la cosa era resa ancor più difficile dal fatto che oltre a quella locale, per noi incomprensibile, veniva usato il Portoghese, lingua che per me che non capisco né il dialetto genovese, né il sardo, era quasi peggio!
Terminata la funzione, uscii e percorrendo le straducce del mercato, dove, fedele alle raccomandazioni, non mi inoltrai più di tanto, mi misi ad osservare la merce, per lo più pesce dalla strana forma e denominazione, che una volta acquistata, te la portano a destinazione con dei carrettini spinti a mano.
In realtà, invece di bighellonare, un compito ce l’avevo, ossia quello di portare a vidimare il “Ruolo” (libro di bordo) al Consolato.
Non solo, ma c’era da accompagnare un poveretto che “marcava visita”, dal medico locale che quel giorno, buon per lui, era andato a “caccia!” .
Infastidito per il contrattempo, tornai a bordo senza sapere che il “fattaccio”, questa volta, sarebbe avvenuto proprio a bordo della nave!
Era mattina e già si cominciavano a veder arrivare i primi scaricatori neri che dopo aver lasciata la zagaglia e lo scudo all’angolo della magazzino, salivano a bordo per compiere il loro lavoro.
Mentre osservavo quella gente, con i loro vistosi tatuaggi, mi si avvicina il capo scarico (Portoghese) che mi vuole mostrare qualche cosa.
Ridendo ne afferra uno per un aspalla , poi gli apre la bocca con l’altra mano e mi mostra i denti.
“ vedi come sono aguzzi?”, mi dice, “se li limano per mangiare meglio e quando hanno fame divorano anche i loro figli!”.
Rimango scioccato dalla incredibile rivelazione ma non ci credo, “non è possibile”, “ ti dico di si”, continua quello “ e stai attento che non ti diano un morso anche a te…!” e se ne va … ridendo.
Poi è la volta di dover scendere in stiva a far la guardia agli scaricatori.
Mica lo sapevo che era pericoloso stare in stiva con 40 scaricatori negri a controllare il carico!”.
Mi trovavo nella stiva N°3, in piedi su una catasta di legname, tutto compreso nella serietà del mio compito, quando mi accorsi di alcuni scaricatori che, dopo aver mandato su la “giapponese” (rete da carico alla rinfusa) piena di scatoloni di Martini, guardavano dalla mia parte e ridevano.
“Che vogliono questi?”, pensai e alzato lo sguardo vidi che il carico, sollevato proprio sopra la mia testa, mi stava ….per cadere addosso.
“Guarda sti figli di cani!”, imprecai e balzai di lato.
Giusto in tempo, perché con gran fracasso, venne giù il carico con tutti gli scatoloni.
Risalito in coperta, mi lamentai con il Primo Ufficiale il quale non fece storie e mi rimandò a controllare il legname, ma questa volta in coperta!
Messo a fare la guardia alla catasta del legname, mi accorsi che qualcuno, senza che lo vedessi, mi toglieva delle tavole da sotto i piedi, le buttava a mare e, complice una leggera corrente, le raccoglieva sulla spiaggia.
Cominciai a gridare, ma visto che non ottenevo niente, corsi giù per lo scalandrone e una volta a terra mi misi a seguire il percorso delle tavole che nel frattempo si erano arenate sulla riva.
Vi trovai un gruppo di persone che affrontai con cipiglio, ma essendo in tanti, mentre io ero solo, non le volevano mollare.
Chiamai allora l’Ascari di guardia, che se ne stava bello e beato nella sua bella uniforme rossa, intento ad ….. osservare la scena!
Gesticolando, più che a parole, sebbene parlasse un po’ di Italiano, gli feci notare il fatto e insieme affrontammo quella gente che dopo un’infinità di parole, gesti plateali e versi strani, ci restituirono il legname.
La cosa finì lì, senza un encomio né un riconoscimento con dedica, sul libretto di navigazione; così è l’Italia!

******************

- Capitolo 8° - Beira e Maputo-

“…lasciammo Dar Es Salaam sulla “dritta” (destra!) e navigammo con rotta Sud lungo la costa fino ad entrare nel Canale di Mozambico.
A sinistra si scorgeva la grandissima isola del Madacascar, a dritta uno spettacolo di rara bellezza…..il “Kilimangiaro”.
Con i suoi 5895 metri d’altezza slm (sul livello del mare), questo vulcano (formato da 3 crateri sovrapposti) si avvista già alla distanza di circa 250 km (circa 120 miglia nautiche), pari alla distanza alla quale ci trovavamo!
Altra emozione (per me che non c’ero mai stato), la provai qundo transitammo dinanzi alla foce dello Zambesi.
Me ne accorsi perché tutt’ad un tratto l’acqua, da azzurrissima, divenne fangosa.
Chiesi lumi e mi fu detto che si trattava appunto della foce del famosissimo fiume che si butta in mare con un estuario larghissimo (circa un chilometro), ma la sua fama immortale è dovuta al famoso incontro fra i due esploratori Livingston e Stanley.
Siamo nell’ottocento, esattamente il 10 Nov. 1871, e quando i due si incontrano, nelle vicinanze delle famose cascate Victoria (Livingston cercava la sorgente del Nilo Bianco e Stanley era stato inviato da un giornale Americano per cercar di rintracciare l’esploratore inglese dato per disperso), Stanley pronunciò la famosa frase, “…Dr. Livingston, I suppose!”, “il Dr. Livingston, suppongo?”.
L’immagine dei due esploratori, che dopo aver traversato a piedi mezza Africa, aver superato pericoli e travagli spaventosi, s’incontrano sulle rive dello Zambesi (il Dr.Livingston, malato e trasportato in barella dai suoi portatori, Stanley invece più pimpante, a piedi) e tutto quello che si dicono é solo questo, a noi può fare un …effetto strano!
Ma così esigevano le regole non scritte ma rispettate, dei tempi.
La lunghezza dello Zambesi, si aggira sui 2600 km ed è considerato il quarto fiume per lunghezza, d’Africa, ma è famoso soprattutto per le sue cascate, le cascate Victoria che si gettano in una voragine, da un’altezza di 120 metri (con un fronte di un chilometro, formando una delle più alte cascate del mondo!).
Entrammo a Maputo che era l’alba.
Non me ne accorsi, perché ancora dormivo, ma al mio risveglio (saranno state le 0700), affacciandomi dal capo di banda, a dritta, vidi in lontananza le case di una cittadina (che oggi, mi dicono, sia diventata una grande città!), meglio nota come Lorenzo Marques (siamo ancora sotto il dominio Portoghese).
Cominciai con l’aspirare profondamente il fragrante profumo di vegetazione e frutta esotica che giungeva fino a me; ne assaporai il fascino e mi resi conto allora di essere vittima anch’io del “mal d’Africa”.
A quel tempo (oggi naturalmente, ci sono altre e più moderne attrezzature) si attraccava ad una vetusta banchina portuale, polverosa e ingombra di casse e collettame (legname, minerali, barre di rame, cumuli di asbesto).
In fondo allo spiazzo portuale, fra palme ed alberi d’alto fusto, si notavano delle baracche, anguste e mal ridotte che a ben guardare mostravano una targa con il nome dello Spedizioniere che vi operava.
Stringendo in mano un fascio di giavellotti, un tale stava seduto su una catasta di legname, dalla quale evidentemente controllava la situazione e teneva distrattamente a bada un gruppo di uomini, braghe bianco sporco e casacca rossa, che svogliatamente ripulivano i binari del raccordo ferroviario.
“Chi sono quelli?”, chiesi al Nostromo che stava osservando come me, la scena.
“Galeotti, condannati ai lavori forzati”, mi rispose e la voce gli si fece roca,…e il guardiano è un esperto tiratore di giavellotto, se uno di loro tenta la fuga”, disse, “ lo trafigge!”.
“Accidenti!” fu il mio commento e rimanemmo in silenzio a guardare.
Poi fu la volta del carico.
Bisognava scaricare grosse Jeep dalla nave.
Al che, vennero sospese a delle speciali reti di canapa, ma una volta che il carico si trovò sospeso, si ruppero, mandando a schiantarsi la vettura contro la murata!
“Che succede!”, gridava il capo scarico, “Le vostre giapponesi (reti da carico-scarico della merce e delle auto) non tengono?” .
Io, che stavo affascinato a guardare (non mi sembrava vero che si litigasse per qualche cosa al di fuori della mia responsabilità) e probabilmente mostravo un’espressione troppo felice, mi presi n’occhiataccia dal Primo Ufficiale che però poi, sorridendo di sotto i baffi, mi strizzò l’occhio.
“Certo“, devo aver detto ad alta voce, “…quanto spreco e poi dopo un così lungo viaggio andare a sfasciarsi proprio all’arrivo, a destinazione!”.
“Ma va!”, disse il Nostromo che doveva avermi sentito, “non te la prendere, tanto, è tutto assicurato!”.

*****************************

- capitolo 9° - “…da Maputo a Durban”.

Mi ricordo poco di Maputo (allora si chiamava Lorenzo Marques) se non che, a quel tempo era un protettorato portoghese e saltava agli occhi anche a me, al quale non poteva importare più di tanto, che si reggesse esclusivamente con la forza!
Molti i poliziotti in giro, ma poca la gente, tanto che fummo sconsigliati di scendere a terra tanto che si rimase a bordo a guardia della nave.
La consegna era “stare attenti a chi tentava di salire abusivamente a bordo”, in quanto da un momento all’altro, ci si aspettava un’incursione.
“Addio franchigia!”, pensai e “con l’equipaggio in “turno di navigazione, non si scherza!”
La nave, infatti, rimase in stato di “pronto a partire!” (caldaie in pressione!), non si poteva scendere a terra se non per andare al baracchino sottostante (per una birra o spedire una cartolina), trascorrevamo il tempo come in navigazione, ossia con gli stessi turni, durante i quali, si doveva fare la guardia allo scalandrone.
Non successe nulla di particolare e se di ribelli si trattava, non si fecero vedere.
Così lasciammo Maputo senza alcun rimpianto, diciamo… di carattere ludico/sentimentale, ma che ci volete fare, la vita del marinaio è questa!
Fu durante lo spostamento da Maputo a Durban che avvenne una cosa per me abbastanza insolita.
La “bolla Magnetica”, anomalia che incontrammo lungo il cammino e che penso meriti raccontare.
Forse causata da una concentrato di forza gravitazionale; corrente marina, anomala; lo spirare costante del Monsone (vento periodico che per 6 mesi spira da SW per poi invertirsi), con relativa bassa pressione (atmosferica) e sebbene quel giorno vi fosse “bonaccia”, ovvero calma piatta, avvenne un fatto clamoroso!
Me ne accorsi quando, ritiratomi in cabina per buttarmi in cuccetta (non la cabina che dividevo col cuoco pasticcione, ma l’infermeria, dove andavo a riposare abusivamente), mi accorsi che la tendina dell’oblò si era spostata per così dire, all’indietro!
“Oh questa!”, pensai ma lì per lì non ci feci caso.
Durante il dormiveglia, però, quando la mente, è noto, ci ripensa, ipotizzai la tesi che prevedeva un’onda, un’onda anomala, che avrebbe causato l’inclinazione della nave ed é per questo che attesi fiducioso il ritorno al suo normale stato di quiete (sulle solite linee d’acqua, ossia orizzontale).
Prima di addormentarmi però, volli dare un’altra sbirciata e vidi che la tendina stava di nuovo dritta, in una posizione più che normale.
“Bene”, mormorai, “allora è tutto finito!” e chiusi gli occhi.
Poi percepii un movimento strano.
Era come se la nave stesse puntando in basso e volesse infilarsi in mare!
Fu veramente una brutta sensazione che mi fece sgranare gli occhi dallo spavento.
Per prima cosa guardai la tendina e vidi che si era spostata avanti!
Stetti per un po’ attonito a guardarla, imbambolato, ma poi, quando mi resi conto che il fenomeno persisteva, mi corse un brivido lungo la schiena, “ la nave”, farfugliai, mentre balzavo giù dalla cuccetta, “va a fondo!”.
In un baleno corsi fuori dalla cabina.
Corsi in saletta dove c’erano alcuni marinai ed il Nostromo al quale chiesi se se ne fosse accorto.
“Certo”, rispose quello imperturbabile, “la causa di tutto questo è la bolla magnetica, ma non ti devi spaventare!”.
La sua flemma fu contagiosa perché mi calmai, sebbene con voce un po’ tremante gli chiedessi: “c’è pericolo?”, “No, no,” rispose e per farmi capire quanto fosse tranquillo (e abituato a ben altre situazioni), “tutt’al più puoi cadere giù dal letto!” e scoppiò in una fragorosa risata.
Seccato per aver fatta una così magra figura me ne tornai in cabina, giurando, fra me e me, che mai più avrei chiesto dei consigli!
Il giorno dopo, di buon mattino (gli arrivi e le partenze delle navi avvengono sempre di mattina presto), quando mi alzai tutto ilare e giulivo e mi affacciai dal ponte di comando, rimasi a bocca aperta!
Invece di essere in navigazione, dinanzi a me si allargava la stupenda visione del porto e ancor più quella della città di Durban!
Al solo pensiero di poter disporre di una simile metropoli, mi misi a ballare dalla contentezza!
La nave, come al solito, era ormeggiata a una banchina portuale assai lontana dalla “City”, ma questo non rappresentava un problema, perché appena fece buio partii, non rammento se solo o con qualche compagno, per dare inizio all’avventura!
Va detto che, in fatto di tempi di sosta, le voci riportate dall’Agenzia, erano fra le più lusinghiere che si potessero sperare.
La nave, infatti, avrebbe sostato in quello scalo non meno di 10 – 15 giorni e questo, almeno per noi giovani, rappresentava una vera e propria “cuccagna!”.
Stavamo molto attenti a queste cose, che a seconda dei tempi di caricazione (ma anche se pioveva oppure no!) potevano significare: divertimento assicurato, oppure, rimanere col muso lungo a bordo, a ciondolare”!
Quindi, non vi sto a dire i salti di gioia nell’udire una simile notizia.
Durban è veramente meravigliosa! E non lo dico solo perché a me andò bene, ma in senso assoluto (a me poi piacciono le grandi città moderne!).
Invitati al ballo della Casa d’Italia, indossati i panni più eleganti (solita divisa da lavoro beige con cravatta nera), ci fiondammo nel salone dove conobbi una ragazza!
E che ragazza, pensate, “era persino Italiana!”
Come poi venni a sapere, era di Parma, poco più che sedicenne (io ne avevo 22) ed aveva molta nostalgia del suo paese.
Era venuta a Durban in visita alla sorella, sposata ad un Boero (si pronuncia Buro) e ci si trovava bene.
Ballammo tutta la sera, ma poi, vista la bontà del reciproco contatto, ci accordammo per ritrovarci il giorno seguente.
L’idea era quella di usare la macchina di famiglia (profittando del fatto che i suoi non erano in casa) per fare un giro sulle colline e goderci il panorama.
Rammento quando mi chiese se avessi la patente e da quel vero incosciente quale ero, sebbene sapessi a mala pena guidare, risposi affermativamente (l’avevo presa poco prima dell’imbarco e quindi ero senza la minima esperienza!).
Rammento la gioia, la spensieratezza con la quale guidavo quel macchinone, di tipo americano, su per le strade polverose della periferia e di quante volte ci fermammo ad ammirare il panorama sottostante.
Verso sera rientrammo, naturalmente a casa sua (della quale aveva le chiavi) e rammento il finale con noi due che ci rotolavamo sulla moquette, lottando nel tentativo di prendermi un assaggio.
Sul più bello, sentii la porta che si apriva, “é tua sorella”, le mormorai all’orecchio (rammento che aveva la testa sotto un
tavolino) e ci ricomponemmo.
Giusto in tempo, perché la porta di sala si aprì ed apparvero sua sorella con il marito.
Un omone alto e grosso, per di più barbuto (sapevo che faceva il pescatore), al quale la sorpresa aveva tolto la parola, ma la domanda “chi è costui?” gli si leggeva in faccia!
Mi apostrofò, anzi no, apostrofò sua moglie, borbottando parole per me incomprensibili (con un dialetto simile all’olandese) e mostrandosi assai seccato della mia presenza.
La situazione era molto imbarazzante, ma tenni comunque testa alla cattiva sorte, conscio di non avere nulla da farmi rimproverare (a parte il fatto di voler abusare di sua cognata!).
Fortunatamente per me, a lui i naviganti piacevano, ma a calmarlo non fui io, bensì le dolci parole con le quali la moglie (che per altro non mi aveva mai visto!) riuscì a blandirlo (ed io, sebbene non l’abbia più rivista, non finirò mai di ringraziarla per l’aiuto disinteressato che mi dette!).
Una volta che si fu calmato, acconsentì che rimanessi a cena, dopo di che, gentilmente, mi riaccompagnarono alla nave.

***********************

- Capitolo 10° - “East London e Port Elizabeth”

“Naturale che non mi possa ricordare tutto…, sono passati quasi cinquant’anni ! Quindi non posso dire con certezza né dove, né quando ci fu lo sciopero dei portuali o meglio degli ormeggiatori (categoria privilegiata perché incaricata solo di incappellare le cime d’ormeggio sulla bitta!) che mi costrinse a fare un bel…. salto mortale!
“Di che si tratta?”, prima di tutto, di antipatia, fra me e il terzo ufficiale che mi ordinò (vero esempio di mobbing) di buttarmi giù dalla nave…. per ormeggiarla!
Il bello è che obbedii!
Obbedii, come d’altronde avevo già fatto tante altre volte, perché la cosa stuzzicava il mio orgoglio (che a quel tempo doveva essere tanto!), così che non ci pensai due volte a buttarmi dall’altezza della murata (4-5 metri, circa, giudicate voi !).
Una volta ormeggiata la nave, sotto lo sguardo di disapprovazione degli scioperanti che osservavano le mie mosse con quell’espressione non proprio “bonaria” del viso, che significa “stai attento”, fui costretto a ritornare precipitosamente a bordo!
Tornando alla causa di tale antipatia, rammento che nacque per caso (o volutamente!), in occasione della sosta a Djibouty (vedi l’inizio del racconto, capitolo 4°), quando il “Signorino” si prese una bella risciacquata per avermi mandato a pitturare una lancia fuori bordo (con il mare infestato di pescecani!).
Non so se questa sia stata l’unica, vera causa del dissenso, né voglio ulteriormente approfondire, ma so che me ne fece passare di tutti i colori.
Mentre picchettavo ruggine e pitturavo, lavoro che, salvo qualche significativa interruzione (l’ora dei pasti e la franchigia serale!), durava ormai da diversi mesi (quelli più caldi dell’anno), conciato da fare schifo, come da foto allegata, venni notato da alcune fanciulle, che guarda caso passavano di lì e, novello….Cenerentolo, mi invitarono al ballo. Ed io, tutto felice di adeguarmi alla parte, non mi feci scappare l’occasione!
Fu un successone, un tripudio di simpatia, un’esplosione d’amore!
Facevano a gara a farmi ballare ed io, che ballerino non lo sono mai stato, ballavo e ballavo, tanto …da lasciar credere che non avessi fatto altro in vita mia!
Mi sembrò anche (anzi ne ero sicuro) che una di queste ragazze, una in particolare, mi avesse gradito, tant’è che mi invitò il giorno dopo a fare… una passeggiata nel parco.
Gita funesta perché quando mi misi lo stelo di uno strano fiore in bocca (ai miei tempi, per apparire romantici, si usava fare così!), lei strillò di spavento!
“Che c’è, che c’é!”, farfugliai, spaventato, “E’ avvelenato!”, gridò quella premurosa ed io, giù a sputare per terra!
Proseguimmo (ma ero già un po’ più guardingo), quando a un bel momento, momento cruciale in quanto stavo cercando di “concludere”, notai in terra un’orma sospetta e subito dopo sentii un ruggito di leone!
“Chi è stato?”, chiesi allarmato, “Chi? Ah!”, rispose serafica la ragazza, “ci deve essere una leonessa, sai com’è, di giorno le rinchiudono, ma forse questa è rimasta fuori dal recinto e reclama il suo pasto serale!”.
Per me, che non me ne intendevo, ce n’era d’avanzo; la gita era finita e così pure le velleità amorose.
Rientrammo che era sera ed io, rimasto completamente solo, iniziai il lungo cammino che, presumo, mi avrebbe riportato al porto …mentre invece mi portò in tutt’altra direzione (in periferia!).
Cammina, cammina, quando mi resi conto di avere sbagliato strada, era già tardi e si era fatto buio.
La città, poi, in quanto a vita notturna, era bell’e morta.
Deserte le vie, chiusi i negozi (c’era l’ apartheid e per un bianco, girare di notte, era assai pericoloso).
Unici esseri viventi che incontrai lungo il cammino, dei poveri africani rivestiti di stracci, accovacciati per terra, sui marciapiedi.

Sulla facciata di un palazzo c’era una targa con la seguente ammonizione “Ad uso delle persone bianche….., ecc.”
“Andiamo bene!”, pensai e ripresi a camminare.
Camminavo in mezzo alla via, osservato dai portinai neri, che seduti per terra, facevano la guardia al portone e mi sentivo i loro occhi addosso.
Per la loro indigenza, veramente palese, io personalmente non potevo farci niente, salvo ostentare un portamento fiero e continuare a camminare.
La cosa si stava faceva preoccupante e minacciosa, quando in fondo alla via, vidi apparire una macchina.
Viaggiava lentamente e dalle insegne compresi che era della polizia.
Corsi verso di loro.
I poliziotti, perché di questo si trattava, si fermarono per chiedermi cosa stessi a fare, a quell’ora di notte, in quel quartiere.
Spiegai che volevo soltanto ritornare a bordo e quelli gentilmente mi fecero salire sulla vettura e mi trasportarono fin sotto bordo alla mia nave.
Mi salutarono, ma prima mi fecero una bella ramanzina per ricordarmi il pericolo corso a bighellonare da solo, di notte, in quella zona!-

Camminavo...

******************

- Capitolo 11°- “Capo di Buona Speranza! (Cape of Good Hope)”.

…Eccola, finalmente, la fine del continente nero…. e la fine del viaggio!
Fine o culmine, dipende da quale parte lo si guarda, ma per me era lo stesso perché provai l’emozione di vedere coi miei occhi il famigerato Capo di Buona Speranza, tanto temuto dai naviganti del secolo scorso (1800), quelli della
navigazione a vela, ma anche di oggi, perché i Capi, si sa, facendo da spartiacque fra un mare o un oceano e l’altro, se da una parte mostrano… calma piatta, è facile che dall’altra ci sia la più insidiosa delle… bufere!
In quel posto particolare, poi, avviene il contrasto o se si preferisce, lo scontro fra la corrente calda dell’Agulhas (proveniente dall’Oceano Indiano e dalla quale prende nome il capo omonimo) e quella fredda del Benguela (proveniente dall’oceano Atlantico).
“Nello scontro fra le due correnti”, recita il Portolano “si generano vortici tremendi per cui le acque di fronte al Capo tendono ad essere agitate e violente con onde che possono raggiungere anche i 30 metri di altezza!”
Per fortuna che tutto questo generalmente avviene in Inverno mentre noi, che eravamo a Settembre, non avevamo nulla da temere.
Doppiato (sorpassato) dunque capo Agulhas , riconoscibile dal famosissimo faro, che trovandosi alla Latitudine di 34° 14,8’ Sud, contro i 33° 55’ Sud di capo Good Hope, è considerato il punto più meridionale dell’Africa, ecco finalmente il Capo di Buona Speranza, con il corollario di relitti sparsi sulla spiaggia, a monito di una imprudente navigazione.
Fantastica la veduta del “Monte Tavola”, al di sotto del quale, già da lontano, s’intravede Cape Town (Città del Capo).
Emozionato, salgo sul ponte; é mattina; l’aria è fresca e solo in quel momento mi accorgo che accanto a me è apparso il riservatissimo Allievo di Macchina (dal quale mi faccio scattare la foto che vedete!).
Già pregusto la franchigia in una città che, mi assicurano, è in assoluto la più bella del Sud Africa ed io, che non ho certo bisogno di incoraggiamento, già pregusto la gioiosa impresa!
Per un innato spirito di criticità verso il mondo, osservo dall’alto del ponte, le banchine portuali, poi, ad una, ad una, annoto mentalmente le navi all’ormeggio (tipologia di nave e nome) e con una punta d’invidia, osservo le imbarcazioni a vela che fanno bella mostra di se alle banchine galleggianti dello Yacht Club di Cape Town.
Pensare che a quel bel mondo incantato, quello delle crociere a vela, delle belle fanciulle e delle gite al largo, potevo appartenerci anch’io!
Dopo la solita routine finalmente viene l’agognata franchigia.
Scendo a terra; prendo un tassì, dal quale mi faccio condurre nel centro cittadino, dove mi imbatto in un signore, proprietario di un negozio che mi invita ad entrare.
“A comprare o a parlare?”, mi domando, ma non sospettando nulla di illecito, acconsento.
Mi spiega che, essendo di nazionalità greca, pensava che fossi un connazionale e voleva semplicemente scambiare due chiacchiere.
Fu gentile a propormi di visitare, assieme a lui, il paese.
“Che è assai vasto”, diceva ed io “va bene, quando”, e lui, “domani se ti va bene” e ci salutammo.
Il giorno seguente, puntuale, lo attesi fuori del negozio ed assieme ci recammo al garage, dove teneva il macchinone (qui tutti hanno grosse macchine americane) e con questa ce ne andammo in giro per il paese.
Però la cosa non mi piaceva; non lo sentivo sincero e così, al ritorno, lo salutai e sebbene gli avessi promesso che sarei tornato, non lo feci e non mi feci più vedere.
“Preferisco le donne”, fu il mio commento e sebbene lo dovessi ringraziare per avermi fatto visitare un così bel paese, non lo rividi più.
Da una di quelle visite però, avevo appreso che a Capo Agulhas c’è una targa che indica la demarcazione fra l’Oceano Atlantico e l’Indiano e naturalmente posso dire di avere veramente visitato una delle più belle città del territorio Sud Africano, fatta di bei palazzi e belle strade, con sfavillio dei negozi e tanta gente cortese.

Il Parlamento.

***************

- Capitolo 12° - “Ritorno”

“Si, si” diceva uno“, “…sarà pure bello, ma vuoi mettere l’Italia, la nostra gente, le nostre abitudini e la nostra casa?”
“Anche questa è fatta!”, diceva invece un altro, con soddisfazione, quando si sparse la notizia che, di lì a poco, sarebbe iniziato il viaggio di …. ritorno!
Eran 3 mesi che si navigava da un porto e l’altro dell’Africa Orientale, con una media di 6-7 giorni fra uno scalo e l’altro e francamente non ne potevamo più, quando, finalmente, girammo la prua alla ricerca della rotta di ritorno!
Rotta agognata, che all’inizio, quasi a volersi allontanare dalle giusta direzione, puntava beffardamente a Sud/Est, ma poi, superato capo Agulhas, riprendeva per Nord Est, quindi per Nord, con la rotta buona.
Viaggio iniziato con grande entusiasmo, che i tre mesi dell’andata avevano già smorzato, ma che ora riprendeva alla grande!
“Casa, mia dolce casa”, parafando l’aforisma mi permisi di dare, da quel momento in poi, libero sfogo al sogno, prima sopito, ma ora fisso nella mia mente, del mio ritorno a casa.
Sognavo, ma siccome sognare non costa niente, ci davo dentro con i particolari…!
Immaginavo il mio arrivo alla stazione Termini di Roma, la ricerca del 36 o 60 , autobus che mi avrebbero direttamente scaricato a Monte Sacro, in fondo alla via Nomentana, in piazza Sempione, dove, una volta traversata la piazza e transitato sotto l’arco della Chiesa, salivo gli scalini che tante volte avevo percorsi nel passato, quando andavo a scuola!
Li salivo piano, piano, trascinando la valigia piena di effetti personali, ma anche di ricordi, su per la scaletta di marmo travertino.
Una volta in cima (dove mi fermavo per riprender fiato!) mi incamminavo su per quella bella stradina tutta contornata da villette, che si allargava poi in una piccolo quadrivio, dal quale aveva inizio la mia via.
Via Gran Sasso, numero 43, questo era stato per decenni l’indirizzo di casa mia, dove sicuramente trascorsi gli anni più belli e più lontani della mia vita.
Mentre sognavo i minimi particolari del ritorno, pur conscio della distanza che ancora dovevo superare, tirai un sospirone di rimpianto!
In realtà, eravamo ancora in fondo al continente nero e mi aspettavano almeno altri 3 mesi di navigazione.
E che navigazione!
Almeno per me, che era iniziata l’11 Agosto del 1959, con l’imbarco a Genova, era durata già tre mesi densi di porti, scali, mare e poi tramonti sconvolgenti, miraggi, distese di deserti e dune, imbarcazioni e genti strane e poi avventure delle più disparate forme e….. terminava qui, a Cape Town (Ottobre 1959), facendomi vivere un’esperienza che, credo, segnò un po’ tutta la mia vita (ero partito che avevo 22 anni e quando sbarcai a Livorno il 09/Febbraio 1960 ne avevo 23!).
D’ora in avanti, infatti, nessuna altro imbarco o viaggio di piacere, superò e nemmeno mai raggiunse, la durata di questo (l’unico di durata superiore fu probabilmente quello in Antartide, effettuato però molti anni dopo e a bordo di un gommone!), né ebbi mai a subire così importanti cambiamenti, fisici e caratteriali, da rendermi irriconoscibile a me stesso.
Finalmente la nave, la mia nave, volse la prua decisamente verso il ritorno. Cosa c’è di più bello, di più sognato per un giovane marinaio?
La casa, naturalmente!
E con essa la vita!
Ma riprendere la via del ritorno, non voleva dire fare in fretta!
Praticamente vuoti, avendo cioè scaricato una quantità incredibile di merce: derrate, camion, treni, carriarmati, carrelli da miniera per non parlare che dei pezzi più importanti, ma anche cappelli di paglia, vermut Martini, succhi di frutta, scarpe, pret-a-porter, dovevamo purtroppo riempire le stive di: minerale, Asbersto; rame, ananas; succhi di frutta, ma intanto, ripassando dinanzi a quegli scali, cercai di immaginare che fine avessero fatto.
Molto probabilmente, quella merce, era stata già sistemata sui banchi di un supermercato, o in qualche negozio di quartiere in una ordinarietà che se prevedeva indicazioni circa le sue origini, a nessuno interessava conoscere la fatica costata a coloro che ce l’avevano portata.
“E’ sempre la solita storia”, pensai” la gente pensa che la roba di tutti i giorni cada dal cielo e non pensa minimamente al sacrificio di coloro che l’hanno trasportata fino a qua!”.
“Ah! L’ingratitudine!” e solo allora mi resi conto che a me non restava altro che dire, “Ma io ho il mare!”.
Ripensando al viaggio d’andata, dove tutto andò liscio contrapposto a quello del ritorno (probabilmente lungo quanto l’andata, che a me però, sembrò infinito!) rivedo, come in un sogno, tutta la serie di incidenti, intoppi, lungaggini, che sembrava fossero stati messi apposta sulla strada per fermare o quantomeno ritardare il nostro cammino.
Nei paraggi di Beira (avevamo già superato Maputo, ovvero Lourenzo Marques), quando ormai sembrava che tutto funzionasse in modo regolare, successe invece il finimondo!
Non so per qual motivo rientrammo in quel “disgraziato” (per noi) porto (probabilmente dovevamo scaricare qualche cosa da una stiva), rammento solo che sentimmo un rumore di ferraglia, uno stridio di lamiere offese provenire dalle profondità della “chiglia”, della nave e…. ci rendemmo conto di aver toccato il fondo (forse la foce dello Zambesi si era allargata!).
Fu grazie all’immediato intervento dell’ufficiale di guardia (mi pare…il secondo, molto bravo!), che riuscì ad ottenere il “Macchina indietro tutta” (ossia la retromarcia) in pochissimi secondi (di solito ci sarebbe voluto un quarto d’ora!), che la nave si salvò (nel senso che si sarebbe potuta arenare …per sempre!), ma era bastato quello sfregamento per provocare la fuoriuscita dei bulloni che rendevano stagna la carena e di conseguenza allagare parte della nave (la stiva N°3).
I guai però non erano finiti, perché, disgrazia volle, che quella stiva fosse piena di un carico speciale, farina di pesce (ultima merce da scaricare e quindi lasciata per ultima), imbarcata in Jugoslavia, con la poco rassicurante caratteristica dell’autocombustione.
“Tutti in stiva, sicurezza nave!” fu il grido del Primo Ufficiale seguito subito dopo da quello più pacato del Nostromo!
“Ci risiamo”, pensai, ma anche questa volta l’equipaggio fu magnanimo e letteralmente mi impedì di scendere.
Poi avvenne un fatto increscioso quello cioè dei marinai che a turno scendevano nella stiva e tornavano su pallidi e stravolti per i miasmi che avevano invaso i loro polmoni (la farina di pesce, a contatto con l’acqua, produce vapori di fosforo, densi e velenosi).
Chiedevano giustamente delle maschere, che però a bordo, disgraziatamente, non c’erano.
“Ci vogliono le maschere” gridavano i marinai, a mano, a mano che venivano su da quell’inferno, gridavano improperi e vomitavano….fiele!
A sedare la rissa, intervenne il Primo Ufficiale, che senza tante storie intimò loro di fare del loro meglio (e promise dei soldi) e quelli mogi, mogi, chinando la testa, obbedirono (salvo il “mugugno” che in Genovese significa brontolare ed è l’ultima soddisfazione di protesta concessa ai marinai delle navi).
Finalmente il fuoco venne domato, i fori nelle lamiere tappati (con apposite cassettine di cemento!) e si poté procedere con la navigazione.
Le sciagure però non erano finite!
Il garzone di cucina, un pezzo d’uomo, nativo di Venezia e famoso per la sua possente voce tenorile, uscì improvvisamente di senno!
Da tenore a pazzo!
La metamorfosi avvenne durante una notte tempestosa, quando per caso, transitando lungo il corridoio sul quale si affacciano gli alloggi della bassa forza, qualcuno sentì delle urla disumane.
Preoccupato, aprì la porta della cabina e … gli si presentò davanti uno spettacolo orripilante: il garzone che, brandendo un coltello, inseguiva il compagno di stanza (l’ingrassatore, altro essere particolare!), gridando frasi oscene e correndo attorno al tavolo
Il tizio, non ricordo chi, chiamava disperatamente aiuto così che, in tre, gli balzammo addosso, ma non fu facile riportarlo alla ragione.
Finalmente imbavagliato e legato in una specie di camicia di forza (annodammo assieme i polsini della camicia!) e dopo avergli propinato un sedativo, si calmò.
La mattina dopo, di buonora, entrati in porto, lo trasferimmo all’ospedale.
In quanto “nave da carico”, infatti, non eravamo attrezzati per il trasporto di malati psichici (mancava la cabina di sicurezza, imbottita!) mentre la nave passeggeri “Oceania”, che di lì a qualche giorno sarebbe passata di là, ne era provvista e se avvertita in tempo, lo avrebbe riportato in Patria.
Così lo lasciammo all’ospedale, in mezzo a gente di colore, dove rimase, credo, per un bel po’ di tempo (al nostro ritorno in Italia, poi, quando vennero i suoi genitori a ritirare i suoi effetti personali, ci raccontarono le peripezie del loro viaggio).
“Cos’era successo?“
O perché non era stata avvisata, o per altri motivi contingenti, ma la nave passeggeri non lo aveva prelevato e così quel poveretto rimase laggiù per oltre due mesi, fino a che i suoi parenti non se lo andarono personalmente a prelevare.
Così vanno le cose… in mare!”
“….e pensare che cantava così bene!”, dicevamo spesso, ricordandolo con nostalgia.
Rammento infatti, quando, a poppa della nave, improvvisato “auditorium” all’aria aperta, fra le strida dei gabbiani (che di solito volano sulla scia in attesa che il cuoco getti i rifiuti organici a mare), ascoltando rapiti i brani d’opera tipo “Rigoletto” o “Il barbiere di Siviglia”, che il poveraccio ci cantava, per un po’ ci distoglieva dal presente per trasportarci in un mondo incantato.
“Non disdegnava di cantare “O sole mio” e “Partono i bastimenti”, diceva qualcuno dei frequentatori e a ragione, “perché”, continuava a dire con aria sapiente “é più bravo da tenore!”.
Ricordo che a Durban, il massimo dell’onore, venne notato casualmente da qualcuno che ne informò la comunità Italiana e in conseguenza di ciò, venne invitato a partecipare a una serata musicale e rammento anche che ci andammo tutti (e fu lì che conobbi la ragazza italiana!)
Poi fu la volta di Dar Es Salaam, nel quale facemmo un breve scalo, sufficiente però per andare a cacciarmi in una avventura che poteva trasformarsi… in serio guaio!
Mi ero avviato come al solito, solo, soletto, verso il paese, quando giunto all’altezza di un distributore, venni interpellato da un indiano che stava facendo il pieno alla sua motoretta.
“Ehi, straniero, desideri qualche cosa, vuoi una donna?”.
A quel richiamo, un po’ vago, ma allettante, lì per lì, rimasi in forse, poi spinto più dalla curiosità che altro, acconsentii e poco dopo sfrecciavamo per la stradine della periferia, tutti contenti.
Stavo seduto dietro la motoretta (rammento che era proprio una Lambretta!), io, intento ad osservare il panorama, mentre l’altro, sicuramente, ad evitare le asperità del terreno.
Dopo un po’ che si andava in quella maniera (a rotta di collo), notai che avevamo lasciato l’abitato e ci stavamo inoltrando nella campagna.
Mi sorse un dubbio “Che ci sia sotto qualche cosa di strano?” e cominciai a sbraitare.
“Ferma, ferma!”, gridavo a più non posso, ma quello niente, continuava ad andare, inoltrandosi nel bosco!
Rammento che giungemmo in una parte della foresta prospiciente il mare (c’era un faro!) dove, al centro di una piccola radura, cerano delle capanne rotonde (Tucul).
Ci fermammo e…. “Seguimi e sta zitto”, mi disse.
Lo seguii e vidi che all’ingresso di ognuna di quelle capanne circolari, c’era un uomo, in piedi, che stava lì come di guardia.
Facendomi segno di seguirlo, l’indiano entrò disinvoltamente in una delle capanne ed io, timidamente, dietro a lui.
Mi affacciai ad uno stanzone circolare e pur nella penombra (non c’era alcun tipo di illuminazione), vidi una scena da non dimenticare!
Intorno alle pareti rotonde della stanza, c’erano delle alcove piene di cuscini, tappeti e stracci, sui quali mollemente sdraiate, ma con busto eretto, si ergevano delle figure femminili.
Mi osservavano e ridacchiando fra di loro, dissero qualche cosa all’indiano in dialetto Indi 8che naturalmente non potevo capire), il quale ridendo mi indicò come per dire “chi, lui?”, poi rivolto a me, “Beh”, disse, “che vuoi fare?”.
“ Niente!”, pensai bene di rispondere e…. “voglio andar via!”.
“OK”, rispose quello e insieme uscimmo.
Parlottò col guardiano (o marito?), poi risalimmo sulla motoretta, ma prima di partire, mi girai indietro ad osservare quella gente e sul loro volto nero, colsi un’indecifrabile espressione di scontento!
Durante la notte, ripensando al rischio che avevo corso, mi si rizzarono i capelli in testa, ma ormai era fatta, per fortuna che il giorno seguente, sempre di mattina presto, ripartimmo, questa volta diretti a Mombasa, che conoscevo bene (vedi capitolo del Mau-Mau), ma nel sia pur breve tragitto, che collega i due scali, avvenne una cosa sconcertante.
Presumo che sia salito a bordo a Dar Es Salaam e profittando della confusione dell’imbarco/sbarco - merce (per lo più collettame e merce varia), confuso fra la gente, con la guardia allo scalandrone in completa fase di rilassamento, si sia nascosto in una lancia di salvataggio dalla quale poi, una volta in alto mare, saltò fuori e passeggiando sul ponte, si fece notare.
Appena lo vidi, corsi assieme al Nostromo ad incontrarlo ed afferratolo per le braccia lo accompagnammo nella cabina del Comandante, dove, con la più bella faccia tosta, candidamente dichiarò, “Son qua… e ora che mi fate?”.
Il Comandante (De Majersbach), contrariamente a quanto previsto dalla legislazione che impone di riportare il clandestino al porto di imbarco (in quanto nessun altro paese che non il suo, l’avrebbe accolto), non volendo perdere tempo, decise di portarselo dietro fino alla prossima destinazione e così fece.
Intanto lui, il negretto, perché di tale etnia si trattava, essendo molto sveglio e ben al corrente sia dei suoi diritti che dei doveri (più dei primi che dei secondi!), pretese quanto per legge gli spettava, ossia un piatto di minestra a pranzo e a cena e un giaciglio in coperta per dormire.
Gli fu accordato, ma non solo, perché facemmo a gara a rifornirlo di vestiario, scarpe e quant’altro e in più, una valigia dove poterli riporre.
Non rammento il suo nome, ma ricordo che legò moltissimo coi marinai e siccome, per legge, doveva lavorare, faceva le sue 8 ore giornaliere (esattamente…. come me che come lui, non percepivo paga!).
Quest’idillio, purtroppo, doveva ben presto terminare perché come tutte le cose belle, forse per bilanciare la fortuna, finì male.
Che successe? Successe che arrivati a Tanga lo accompagnammo, il Nostromo ed io, fino allo scalandrone, dove lo sollecitammo a scendere dalla nave e anche alla spicciolata (per non incorrere nei rigori della legge), lo vedemmo partire, con la sua valigetta in mano, tutto triste e solo e lo seguimmo anche con gli occhi fino a vederlo scomparire dietro un capannone, ma lo rivedemmo anche molto presto ritornare, risalendo frettolosamente a bordo, da dove lo stavamo a guardare.
Gli andammo incontro e mentre lui correva per la nave, cercando di non farsi acchiappare, gridava: “Io non voglio andar via, voglio rimanere con voi e poi in questo paese qui non ci voglio stare!”.
Lo placammo con parole di speranza, ma allo stesso tempo, trattenendolo per un braccio, sempre noi due, cioé il Nostromo ed io, lo conducemmo dal Comandante.
Mentre il Nostromo col ragazzo entravano nella cabina, io, rimasto fuori, mi misi in ascolto e rammento l’angoscia che provai nel sentire le grida provenire dalla stanza.
Poi, la porta si spalancò e assistetti a una cosa che vorrei tanto poter dimenticare, ossia la scena del ragazzo che piangendo, il naso sanguinante, la valigia aperta, ma vuota, in mano, l’espressione di spavento sul viso, fuggiva via correndo dalla nave!
Questa volta non tornò più, ma mi consola il pensiero di saperlo oramai a terra, felicemente inserito nel suo paese, ma soprattutto la fortuna che ha avuto nello scegliere una nave, come la mia, con equipaggio completamente Italiano che non gli fece altro che del bene mentre, se avesse optato per una nave tedesca o norvegina (Norvegese), molto probabilmente, sarebbe stato gettato a mare!
Navigando verso Nord Est e poi per Nord, costeggiando la Tanzania e il Kenia, ricalcammo la rotta percorsa in precedenza (solo alcuni mesi prima), che se la scia, invece che sul mare, fosse stata tracciata sulla terra, si sarebbe potuta ancora vedere!
Ora che eravamo quasi vuoti e quindi navigavamo più velocemente, il viaggio sembrava essere più breve.
Infatti, raggiungemmo Mombasa in pochissimo tempo, ma inaspettatamente, poco prima di arrivare, avvenne un’altro fatto strano.
Ci stavamo avvicinando all’imboccatura del porto quando, comandati a preparare il Bigo di forza, ossia quella macchina da sollevamento munita di verricelli a vapore che sta proprio nel centro della nave (che a me piaceva tanto perché mi sembrava di guidare una locomotiva!), il mozzo, virando uno dei “venti” laterali del bigo, ne causò la rottura, non del cavo d’acciaio, si badi bene, ma del Bigo stesso, il quale, prima si piegò come spiga di grano e poi venne giù con gran fracasso!
Io, che stavo da una parte, ma non rammento bene dove, non mi accorsi di nulla, ma non il mozzo, poveretto, che vedendosi piombare addosso il marchingegno, scappò via, urlando a squarciagola.
“Il bigo, il bigo!”, gridava intanto quello, a più non posso e noi che proprio in quel momento, ci eravamo girati a guardare, non capivamo….!
“Il bigoi è rotto”, terminò gridando.
Richiamati dalle grida e dal gran rumore (qualcuno deve essere andato a chiamarlo), arrivò di corsa, il “Cif”, o Primo Ufficiale, che, anche lui esterrefatto, si fermò a guardare.
Nel silenzio generale, il Primo, che poi era anche il responsabile di tutto, si chinò ad osservare minuziosamente il troncone e con gran mia meraviglia, dichiarò, facendo anche delle foto, che la rottura di quel Bigo era stata programmata…da qualcuno che, segandolo a metà della sua altezza, aveva previsto che al minimo sforzo, si sarebbe rotto!
Chi poteva aver fatta una cosa simile?
Da qualche ignoto sabotatore, d’ora in avanti, ci saremmo dovuti guardare?
Con questo chiodo fisso in mente, dopo pochissimi giorni, ripartimmo per Mogadiscio.
A Mogadiscio, sembrava fosse scoppiata la rivoluzione!
Dalla distanza in cui era ancorata la nave, ossia la “Rada”, almeno un quarto di miglio (circa 500 metri), arrivava il suono secco di spari di armi da fuoco seguite da grida disumane e siccome da lontano non si poteva distinguere di cosa si trattava, più che vedere, s’indovinava che cosa stava accadendo.
Gente che scappava in tutte le direzioni, soldati in divisa coloniale, armi, spari, poi fu la volta degli scaricatori, in tutto un cinquantina, che salirono a bordo a scaricare.
La “consegna” era, diffidare di tutto e tutti e tenere le cabine ben chiuse, non provocare e non chiedere niente, ma poi, col tempo (circa 7 giorni) ci abituammo alla loro presenza e a mano, a mano che i giorni passavano, anche l’osservanza delle regole si fece meno severa.
Allentata la tensione, vedevi Somali girare per i corridoi della nave, con disinvoltura e te li trovavi da per tutto: a mangiare gli spaghetti con le mani, prendendoli direttamente dal pentolone per poi ripulirle sulle paratie bianche della nave, a orinare, infine a pregare (a una certa ora, da buoni musulmani, stendevano il tappetino della preghiera per terra e pregavano!).
Naturalmente accusammo qualche piccolo furto, niente di particolare, tant’è che non sporgemmo nemmeno denuncia.
Un giorno, che mi era toccato stare di guardia, mentre osservavo tutta quella gente indaffarata, mi venne da pensare a cosa avrebbero fatto, di cosa sarebbero vissuti, una volta che saremmo partiti e siccome, come loro dicevano, sembrava che fossimo l’ultima nave europea a toccare Mogadiscio, senza di noi, come se la sarebbero cavata?
Scaricati i camion Fiat, al loro posto venne approntata una sorta di “caravan serraglio!”, dove stipammo un altro tipo di merce, questa volta viva (tori e cammelli (da macello), prelevandoli con la rete (giapponese!) dalle “Maone” (sorta di chiatte rimorchiare) per essere sbarcati a Suez. Mucchi di fieno per dar loro da mangiare, abbeveratoio in legno per bere, infine una tenda montata sul boccaporto ad uso dei guardiani del bestiame.
Con questo insolito carico ripartimmo non prima di aver prelevate, sempre con la medesima “rete”, delle persone!
Rammento quella caricazione (quella delle persone naturalmente!), perché fu un fatto insolito per me ed ero molto divertito.
I primi a salire a bordo, furono due signori Belgi che a mezzo della loro Land-Rover (imbarcata a parte!),volevano sbarcare ad Aden, per esplorare lo Jemen; seconda a salire fu un donna!
“E che donna!”, una bellissima ragazza Belga, bionda e prosperosa che aveva l’intenzione di raggiungere il fidanzato a Port Said.
“Chissà mai se lo troverà, il fidanzato!” dicevano le male lingue mentre lei imperturbabile prendeva il sole mezza nuda (per quei tempi, naturalmente, quando bastava vedere un paio di gambe per gridare allo scandalo!).
Ricordo che la presenza perturbante di quella ragazza, fu causa di diverbi fra noi e gli Ufficiali che avendola sempre a disposizione, potevano fare i “cascamorti”, mentre a noi della “bassa forza” (ma pure noi esseri umani!) ci rimaneva poco da fare!
Unica soddisfazione era quella di passarle davanti il più spesso possibile, nella speranza di farsi notare e ricevere un sorriso!
I Somali intanto, terminata la giornata, scendevano a terra con le “maone”, mentre gli altri, quelli del turno di notte, rimanevano a bordo per lavorare accompagnandosi (per farsi coraggio) col rullo del tamburo.
Ricordo il dialogo fra me e uno degli anziani.
“Con voi ”, diceva in perfetto Italiano, “si stava bene e non lo dico perché sono qui a lavorare, ma perché sono anziano e vi conosco, mentre i giovani”, continuava “che non vi hanno mai conosciuto, ce l’hanno con voi e vogliono la rivoluzione”.
Intanto eravamo stati avvertiti di non scendere a terra e di comportarsi in modo molto guardingo e soprattutto non toccare certe tematiche dalle quali poteva scaturire qualche nazionalistica reazione.
Come Dio volle, dopo tre o quattro giorni di una così fatta situazione, il caldo, le mosche che i somali avevano portato, la puzza e il sudiciume, ripartimmo da quella desolazione per riprendere il largo.
Navigando giorno e notte (questo è il bello della nave!), doppiammo di nuovo Capo Elefante e dopo aver passato lo Stretto di Bab el Mandeb, entrammo nel Mar Rosso.
“Cose già viste”, diete voi, “ma il mare è sempre diverso”, obbietto io “…e non ti stancheresti mai di guardarlo!”.
Infatti è proprio con questo spirito che affrontai il lunghissimo viaggio di ritorno, considerando tutto ciò che vedevo come cosa nuova ossia come se fosse stata la prima volta ed in effetti lo era perché mai l’uomo si sente sazio delle bellezze del Creato.
Facemmo una sosta ad Aden, dove sbarcammo i due signori e dopo una lunga traversata del Mar Rosso, raggiungemmo Suez dove venne il momento di lasciare anche la signorina e il bestiame e certamente ci dispiacque più di perdere la prima che il secondo!
Ad attenderla alla Stazione dei Piloti, infatti, c’era il fidanzato e quando lei scese gli scalini dello scalandrone, noi eravamo tutti affacciati al capo di banda a guardare.
In quel mentre, fummo richiamati ai posti di manovra per “agganciarci” al convoglio in partenza per il Canale e tutto cadde nel dimenticatoio.
Persino il comandante sembrava felice!
Non più contrasti col Pilota per una corretta conduzione della nave, ma solo un larvato cenno di “portiamo pazienza!”.
Arrivammo a Port Said che era pieno giorno e quando dinanzi a noi si aprì la vastità del mare (Mediterraneo) respirai a pieni polmoni l’aria di casa!
Di nuovo Messina, col suo stretto e poi Livorno, dove dovevo sbarcare.
Poggiati i piedi a terra, provai un immenso senso di piacere: il sentir parlare in Italiano, osservare persone simili a me, parlare la stessa lingua…a proposito di lingua, rammento la sorpresa che provai quando mi accorsi di non essere più in grado di esprimermi correttamente!
Facevo fatica a formulare le parole, comporre le frasi come ci hanno insegnato a scuola e a casa i genitori e farfugliavo, “scusi, ma dove essere stazione…!”.

Ritorno a casa.
_________________

Franco Masini
Lucca, 17/01/2008
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