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Sito Letterario & Laboratorio di Scrittura Creativa di Monia Di Biagio.

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Intervista a Roberto Alajmo di Simona Lo Iacono
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salvo zappulla







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salvo zappulla is offline 

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MessaggioInviato: Ven Mag 23, 2008 3:05 pm    Oggetto:  Intervista a Roberto Alajmo di Simona Lo Iacono
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Intervista a Roberto Alajmo.

di Simona Lo Iacono

La voce di Roberto Alajmo mi arriva su fruscii di cellulare. La colgo a frammenti e poi d’un fiato. E’ in macchina e mi parla tra una galleria e un’altra, in una strada che immagino ostacolata da speroni di roccia. Non so dove sia diretto. Ma questa chiacchierata sui libri e la scrittura la percepisco in movimento. Come un refolo. O una scia di corrente. Difficile non pensare subito all’ultimo libro. Difficile non cogliere in questa corsa che per me è senza direzione la figura di Giovanni Alagna, impresario teatrale, protagonista di “La mossa del matto affogato”, uscito in questi giorni per Mondadori.

E infatti cominciamo dall’ultimo libro.

D: “Com’è nata l’idea della scacchiera e della mossa del matto affogato?”

R: ”Veramente è nata quasi alla fine. Quando il protagonista si approssima alla conclusione della storia. Mi sono detto che la sua vicenda somigliava alla mossa del matto affogato, uno scacco al re tra i più classici ma impietoso, perché a infliggerlo sono le sue stesse pedine”.

D: ”Eppure la sensazione, fin dall’inizio , è quella di un percorso prefigurato, dritto all’ultimo atto. Ho avuto l’impressione , leggendo, di una scrittura circolare, il cui inizio coincide con la fine”.

R: ”Sì, perché avevo chiaro sia il momento iniziale che quello finale, anche se non sapevo bene ciò che sarebbe accaduto tra questi due momenti”.

D: ”La sensazione è acuita dal fatto che ogni capitolo è anticipato da una mossa che ha un significato logico, di graduale accerchiamento del re. Non è uno schema lasciato al caso, vero?”

R: ”No. I vari movimenti che precedono i capitoli ricalcano lo schema di una partita classica in cui viene inflitto lo scacco del matto affogato. E’ una mossa che risale al “600 e che già gli antichi maestri di scacchi utilizzavano. Certo, non è la mossa di un giocatore abile, che sappia prevenire e anticipare la tattica dell’avversario”.

D: “E infatti il protagonista in realtà gioca ma cogliendo sempre l’attimo, l’occasione del momento. Destreggiandosi tra le vicende che gli capitano senza mai fare una scelta né assumere una posizione responsabile. Non sono tanto le sue stesse pedine ad accerchiarlo. E’ lui a lasciare che avvenga”.

R: “E’ vero. In sostanza Giovanni Alagna non è che un Don Giovanni in Sicilia. Se non l’avesse fatto Vitaliano Brancati il libro l’avrei intitolato proprio così:Don Giovanni in Sicilia”.

D: “E’ una caratteristica anche di altri tuoi personaggi maschili. L’avevo già notato in “Cuore di madre” dove Cosimo sfugge dalle proprie responsabilità e vive un rapporto di perenne dipendenza con la madre. E anche in “E’ stato il figlio” il personaggio è caratterizzato da immaturità affettiva, dall’incapacità di commisurarsi con l’esperienza della crescita”.

R: “E infatti questi libri fanno parte di una trilogia. I personaggi letterari devono avere questa caratteristica di ambiguità, questo non poter essere incasellati né in un’idea di bene né di male. Altrimenti la storia non subisce trasformazione, cambiamento. Si descrive una realtà degradata non perché questa ci appartenga ma perché – per contrasto – offra spunto di riflessione”.

D: “La carica evocativa del romanzo è poi acuita dall’uso della seconda persona singolare. Una scelta difficile da un punto di vista tecnico e utilizzata forse solo da Calvino in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. Tuttavia lì il “tu” era rivolto all’esterno, al lettore. Qui invece si coglie un colloquio interno, del personaggio con se stesso, quasi un bisbiglio alla propria coscienza”.

R: “L’idea infatti era quella di uno specchio. Di un riflesso della propria voce, di un uomo che parla con se stesso”.

D: ”Ma è anche un romanzo di sguardi. Uno sguardo dall’alto (quello da Monte Gallo) che abbraccia la città sottostante, e quello dal mare, dal porto, che invece offre una prospettiva dal basso. Una visione quasi cinematografica..."

R: “Sì, è proprio così. D’altra parte la scrittura è sguardo. O meglio, capacità di saper guardare, di andare oltre, altrove. E anche in Sicilia credo che ci guardiamo molto, siamo un popolo che guarda. E’ per questo che la mia scrittura è sempre stata molto “cinematografica” nel senso che suggerisce una visione di questa osservazione, e del punto da cui si guarda”…

Ma la parola rimane a mezz’aria. Cade la linea. Richiamo. Roberto mi avverte che è in una zona di gallerie e che d’ora in poi la voce andrà e tornerà a piacimento. Come lo sguardo, appunto. E come anche l’incatenarsi di eventi. Nei suoi libri c’è sempre la ricerca dell’attimo preciso in cui la marcia ha preso un andamento imprevisto, ha svoltato angolo, ha cambiato rotta. Glielo dico quando afferro nuovamente la sua voce. Quando avverto una tregua tra uno stacco e l’altro delle gallerie.

R: ”Sì, sono sempre alla ricerca del destino, del momento a cui riandare col pensiero per capire quando è avvenuta la svolta. E’ per questo che sono incuriosito – così come è avvenuto in “Notizia del disastro” – dai pensieri che precedono il momento della morte, e dalla ricostruzione, attraverso quei momenti ultimi , del significato di un’esperienza”.

D: ”Anche se poi quel momento, in realtà, non è imprevisto. Ha anzi dei precedenti, delle cause scatenanti."

R: “Certo. In realtà c’è sempre un prima. Così come nei rapporti affettivi del protagonista che offre alle figlie quel poco che il padre aveva dato a lui. D’altra parte anche questo è tipico di noi siciliani. Delegare la crescita alla figura femminile. Lasciare che sia la donna a gestire l’universo affettivo dei figli, non il padre”.

D: ”E infatti nel libro c’è una frase che mi ha colpito. Alagna dice di sé di non essere un “padre tecnico”. Che vuol dire?”.

R: ”Appunto questo. Che non è in grado di occuparsi della quotidianità delle figlie e delega il compito alla madre. Quando tenterà di recuperare il rapporto, però, sarà tardi…”

E ancora una volta la voce si interrompe. Un’altra galleria taglia l’aria, inciampa sulle nostre parole. Rimane in me quel “sarà tardi” e d’improvviso avverto malinconia. Come di una vita che poteva prendere un altro sbocco. Che sarebbe potuta essere diversa. Nei libri di Roberto mi capita spesso. Tra le maglie secche della scrittura sento bruciare un’inquietitudine. Il morso di una domanda tra i denti. Perché. Ma forse allo scrittore non spetta trovare risposte. Né fare domande. Forse lo scrittore deve solo cercarle, le domande. Coglierle da quello che offre la realtà. Glielo chiedo quando riprendo la linea. E ancora una volta ho l’impressione che la voce torni con lo spazio, libero dal frapporsi dell’ostacolo.

R: ”Sì, spesso le mie storie nascono dalla realtà o un fatto di cronaca. E’ avvenuto in “Notizia del disastro” ed è vera anche la vicenda sottesa a “E’ stato il figlio” in cui la famiglia Ciraulo compra una Volvo nera coi soldi ricavati dal risarcimento ottenuto a seguito della morte della propria bambina,Serenella. Anzi, la difficoltà è sfrondare la stessa realtà dal grottesco, renderla verosimile per il romanzo. A volte è proprio ciò che accade ad essere poco verosimile”.

D: ”E i prossimi progetti?

R: ”Sto scrivendo la biografia di un magistrato palermitano morto a 39 anni per un infarto. Una bella figura, impegnata nella lotta alla mafia e che ricostruirò attraverso le testimonianze dei familiari. C’è un fondo giornalistico, certo. Ma la scrittura è la mia, colla solita curiosità per un destino, come dicevamo, per ciò che precede la fine”.

D: ”Ancora una volta Palermo, dunque. Anche se qui, mi pare di capire che l’ambiente è più borghese, diverso da quello descritto negli altri romanzi. Eppure questa tua città non la nomini mai espressamente, anche se si sente che è lei, che la evochi attraverso i suoi luoghi”.

R: “Sì, non la nomino mai espressamente perché ho come l’impressione che la città abbia già molti riflettori addosso. Che goda , quasi , nell’essere tristemente famosa, che se ne inorgoglisca. Io invece ne ho come pudore e uso con cautela le parole….”

Ma sono le ultime frasi. Ed è strano che questa chiacchierata si chiuda proprio sulle parole che sono andate e venute a loro piacimento seguendo la morfologia dei luoghi più che delle idee. Gallerie e strada. Luci e ombre. Quando saluto Roberto è come vederlo allontanarsi, incunearsi in un altro anfratto. Gallerie e strada. Luci e ombre, dicevo. Ancora un destino.
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MessaggioInviato: Ven Mag 23, 2008 3:05 pm    Oggetto: Adv






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Monia Di Biagio

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MessaggioInviato: Lun Mag 26, 2008 1:04 pm    Oggetto:  
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Buon giorno Simona,

debbo dire che scrivi veramente bene, la tua scrittura è "pulita", lineare, scorrevole e ti prende. Anche in questa intervista che sembra, anzi è: un racconto. Specialmente ben narrato, in quel: "rincorrersi di gallerie, la voce che va e viene, appunto, come luci e ombre": o come le pagine di un libro, chiuso e poi riaperto, e come gli avvenimenti stessi della vita, che spesso e volentieri, come la "ruota storica del tempo" tornano a presentarsi, con maggior impeto, quasi a dirti: "Non hai ancora imparato?".

Molto accattivante (specie agli occhi di un lettore attento e interessato) anche la tua recensione allo stesso libro di Roberto Alajmo, appunto tutta incentrata sulla involontaria mossa "dello scacco matto a se stesso" ovvero quella anche detta "mossa del matto affogato"... Anche nella vita se non siamo giocatori abili, quante volte ci è capitato questo? Certamente a volte può anche trattarsi di un autogol fatto per errore, quell'errore comunque del giocatore principiante, che forse non lo rifarà più, o forse sì, chissà... Così è la vita!

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simona







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MessaggioInviato: Gio Giu 05, 2008 4:47 pm    Oggetto:  
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grazie Monia!
E' vero...nella vita possiamo subire lo scacco proprio da noi stessi. Ma l'accerchiamento che subiamo è anche frutto di fragilità, di paura. O di incapacità di comprendere ciò che vogliamo...
Ecco perchè il libro di Roberto merita di essere letto. Perchè è molto vero.
Ti ringrazio e ti abbraccio.
Simona
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